12.07.06

La cultura enciclopedica dell'autodidatta, Davide Bregola

di Demetrio Paolin

Giovanni Costa non esiste.
Credo che per leggere La Cultura Enciclopedica Dell’Autodidatta (d’ora in poi CEDA) di Davide Bregola bisogna mettersi d'accordo su questo. Giovanni Costa, trentenne di belle speranze, con una fidanzata, un papà pensionato, una mamma stravagante non è reale. Non c’è. Non lo si trova per strada. Questo non significa che non sia vero, ma per leggere CEDA credo che bisogni lasciare da parte l’immedesimazione.
Dire che io mi riconosco, che io mi rivedo in Giovanni Costa, mi porterebbe come lettore fuori dalla vera comprensione del testo: decidere di seguire le vicende del romanzo, ripetendosi come un mantra “Giovanni Costa c’est moi”, mi consegnerebbe alla strada sbagliata.
L’immedesimazione è eminentemente tragica: ecco il libro di Davide Bregola non è un libro tragico, ma è un libro comico, profondamente comico, come lo sono le Operette Morali di Leopardi. Se bisogna trovare un padre nobile a questo libro allora bisogna tornare a Leopardi a questa sua opera complessa.

Il libro di Bregola è pieno di persone, è un libro termitaio, ma nessuno cerchi in questi personaggi lo “spessore” esistente. I personaggi di Bregola sono “spirito del tempo”, del nostro secolo ventesimo primo così come quelli di Leopardi rappresentavano gli “stereotipi” del secolo decimo nono. E se da una parte abbiamo Giovanni, gli amici, gli scrittori, la fidanzata e i genitori, dall’altra abbiamo Plotino, Porfiorio, Colombo, Federico Ruysch, Timandro, Eleandro, Filippo Ottonieri, Tristano.

In CEDA la maggior parte dei personaggi passa la giornata a parlare. E’ un libro parlato, che si fonda sullo scambio di opinioni, idee. Il dialogo è così costitutivo che l’autore non sente il bisogno di mettere le virgolette o un trattino; le battute tra un personaggio e l’altro sono continue, un’osmosi in cui non si sa dove finisce il voce di uno, dell’altro, del narratore e dello scrittore. Costa parla con tutti e a colpire è il tono monocorde. Questi dialoghi non sono “mimetici” rispetto alla realtà, ma “finti”, come lo sono per gran parte i dialoghi che Leopardi mette in scena.

Cosa c’è al centro del libro di Bregola?
La verità. Tutto ruota intorno a questa parola evocativa e bistrattata. Giovanni Costa non si accontenta di una definizione della verità, ma vuole saperne il nocciolo, l’intima realtà. E pone la domanda che sgomenta chiunque e che si tende, nei limiti del possibile, a non fare: che cosa è la verità.
CEDA è un continuo interrogarsi e rispondersi su tale questione, a cui – infine – nessuno, Giovanni in primis, risponde. O meglio le risposte sono tutte sbagliate; dicono cosa è la verità ma in “levare”, in negativo. CEDA è una perfetta pars destruens di un ragionamento: dice cosa non è la verità.
Questo è un testo gnomico, sapienziale se volete, ma la sua conoscenza è tutta contenuta in quello che non c’è. Questa è forse la vicinanza più decisiva con le Operette Morali, libro che più di altri mai tende a smascherare le illusioni del secolo, a mettere in berlina le verità delle gazzette, distruggendo le certezze, le sicurezze delle “meravigliose sorti e progressive”, ma non offrendo un sistema nuovo.

Ho sempre pensato, non c’è niente di critico e di certificato in questa mia affermazione, che le Operette Morali fossero la risposta ai Promessi Sposi, fossero l’antiromanzo per eccellenza. Non a caso, credo, non ho mai usato il termine “romanzo” per definire CEDA. Quello di Bregola non è un romanzo, né vuole esserlo, né aspira a questa dimensione. E’ costruito “come se”, ma alla prova del nove si dimostra altro. E’ una specie di regesto in cui Bregola ha deciso di raccontare quel sentimento “grigio”, che accompagna l’autore nel momento in cui decide di scrivere un libro. Non l’esuberanza dell’idea, l’ispirazione demonica, ma il momento in cui il libro tende a farsi, è il rumore, per dirla con Garlini, del romanzo mentre si fa proprio, così simile a quello che proviene da una bottega di un artigiano.

Il libro di Davide Bregola è un esempio importante di quella che potremmo definire “letteratura griga”, perché scientemente Bregola delibera di mandare alle stampe un tipo di opera “non convenzionale”, un work in progress, che possiede la sua continuazione nel saggio Il Romanzo Italiano del XXI° secolo, che rappresenta il verso de La Cultura Enciclopedica dell’Autodidatta.

Ed è forse in questo fare, in questa volontà di non voler presentare il prodotto finito, “il romanzo”, ma di mostrare la fatica nel “realizzarlo”, che sta l’unica possibile risposta alla domanda: cosa è la verità. Quando Pilato chiede a Gesù cosa è la verità, Gesù non risponde. Il silenzio di Gesù è sempre stato visto come enigmatico, ma a ben vedere è molto semplice: Gesù non risponde perché la verità lui la stava “facendo”, l’avrebbe fatta con la sua morte in croce e la sua resurrezione.
La risposta di Bregola alla domanda di Giovanni “Pilato” Costa è decisa: la verità si fa. La verità è un fare e per dimostrarlo, Bregola ha rinunciato a scrivere il suo romanzo.

[Davide Bregola su vibrisse]
[Le altre recensioni a CEDA]
[Leggi un racconto da Racconti Felici]

Pubblicato da Demetrio Paolin il 12.07.06 11:45

COMMENTI

oh, ma giusto in questi giorni leggevo che pure I promessi sposi sono "antiromanzo". Ma io non lo so, che sono i promessi sposi e le operette morali o ceda eccetera. Sono arrivato a pensare questo. Che oggi ci sono così tante linee di pensiero che non si riesce a capire se ci sono basi comuni, davvero, a tutti, per poter definire qualcosa. Quel che voglio dire è che è davvero difficile, oggi, riuscire a capirci qualcosa, di quello che uno vuole dire quando usa le parole. Che tu, ma questo è solo un esempio, poni I promessi sposi come "romanzo" e le Operette morali come "antiromanzo" e un altro dice che I promessi sposi sono un "antiromanzo". E magari avete ragione entrambi, dal vostro punto di vista, ma...insomma, com'è difficile entrare nello spazio di una recensione o di un articolo nella testa di chi scrive e capire cosa voglia dire con ogni parola che usa. tutto qua. ciao dem.

da andrea branco il 12.07.06 15:16

forse bisogna contestualizzare.
Se si prende il romanzo storico dell'ottocento (Scott per intenderci) allora sì possiamo dire che I promessi Sposi sono "anti" quella roba lì che fa Scott.
Detto questo i Promessi Sposi, hanno trama, personaggi, sviluppi, digressioni etc etc come ogni buon romanzo. Leopardi fa una operazione radicale: fa saltare in aria tutto.
Ma come dire, io so poco di teoria e storia del romanzo. Ne parlo da semplice bottegaio. Ecco, Nulla di più

d.

da demetrio il 12.07.06 15:33

Demetrio, dovrò rivedere da capo alcuni dei miseri appunti racimolati con fatica a proposito del romanzo che abbiamo letto. La mia fatica nasce dall'immedesimazione circostanziata nel Costa e dall'apoteosi personale di riuscire a leggere una qualsiasi pagina del Bregola in qualsiasi contesto l'abbia testata (seduto davanti alla lavatrice, seduto accanto al frigorifero o spaparanzato sul divano). La forma del romanzo, perché a me sembra proprio un romanzo una volta letto, è duttile e plasmabile da me come lettore al punto tale da lasciarsi leggere come voglio.
Più che un romanzo è un distillato di romanzo. Dal faldone delle carte dove uno scrittore raccoglie i materiali per un romanzo, Bregola ha deciso di non rielaborare quei materiali, ma di "distillarli" in un libro a falde, a spicchi, a storie, a quadri. Se un romanzo classico è un affresco, CEDA mi sembra un collage (un po' vintage) metalinguistico.
Gran bella impressione di lettura la tua, mi sono ritrovato armoniosamente in essa. La mia, a questo punto, inizierà con "il Costa esiste". E la potenza del romanzo è che dirò ciò che hai scritto tu.

da gattostanco il 12.07.06 16:58

Sì demetrio, forse bisogna contestualizzare. Ma contestualizzare rispetto a cosa? Non rispetto al tempo in cui le due opere sono state scritte, entrambe nell'800. Rispetto all'articolo in cui si legge la parola? Se è così, allora ogni parola va contestualizzata rispetto a chi l'ha scritta. E rispetto alle parole che gli stanno intorno. Sono domande che mi sono venute in mente leggendoti, ecco. A parte questo, mi ero dimenticato di scrivere che mi è piaciuta proprio questa cosa che hai scritto su La cultura enciclopedica. Ci sono molte cose che ti appartengono, ed è bello. ciao

da andrea branco il 13.07.06 10:47

ciao, ho letto velocemente (ma non si legge solo così al giorno d'oggi?) alcune recensioni al ceda e, ripeto, mi sconvolge un pò ascoltare critiche letterarie ad uno scritto talmente autobiografico da cancellare la definizione "letteraria" e sostituirla con "personale". E va bene pure la ricerca, ma il pudore dove lo mettiamo? Perchè un conto è l'infilare ogni tanto, quasi di nascosto, parti autobriografiche in uno scritto. Un conto è elevare e cristallizzare in versi poetici un vissuto che così diventa neoarchetipo. Altro è sciogliere nella quotidianità oggi quanto mai frastornata e frastornante il nostro odore senza profumi e il modo di mangiare senza forchetta e coltello.
Coraggio. Ecco la parola che mi serve.
Coraggio di uscire da schemi e ruoli. Coraggio di ammettere: ok, mi arrendo e da qui parto per cercare quel candore puro che so esiste.
In fondo è una chiara ammissione di ottimismo, no?
grazie
paola b.

da paoletta il 13.07.06 16:04

Non entro nella questione se lo scritto, dal titolo comunque molto bello di “La cultura encyclopedica dell'autodidatta” (ha qualcosa di settecentesco, non è vero?), se lo scritto sia più o meno autobiografico, quel che a me interessa è la relazione romanzo-antiromanzo qui detta dal valido recensore.
E’ davvero difficile considerare “I Promessi Sposi” un antiromanzo, vistane la solidissima struttura come trama e, soprattutto, *personaggi*. Nello scritto recensito senza dubbio si è in presenza di un antiromazo, per due motivi: il primo, rettamente notato dal recensore, è che la trama è sostanzialmente inesistente, sostituita dal dialogo. Il secondo motivo amplifica un'osservazione del recensore, che però quest’ultimo non ha condotto alle logiche conseguenze. Lui nota che nel romazo-antiromanzo recensito non vi sono personaggi veri e propri, ma “grappoli” a profusione di personaggi.
Ecco: la tendenza all’antiromanzo che c’è oggi, e che misura la nostra irreversibile distanza con il XIX° secolo, è l'eclisse del personaggio. Il personaggio nell'Ottocento era decisivo e sempre dotato di coerenza interna, capace di assoluta identità con se stesso; se c'eran problemi, allora si doveva fare in modo di poter inserire altri personaggi.
Questo elemento del personaggio che si autorispecchia ed autoriconosce, fa da differenza radicale tra il romanzo e l'antiromanzo.
Ma in Bregola c'è ancora una figura riconoscibile, sebbene “proliferante” in un mare di parole.
Segnalo un blog letterario dove il personaggio sparisce, sostituito da burattini:
http://coccode-in-grattacielo.splinder.com/

Se il personaggio sparisce, com’effetto si ha il comico? Non si può dire, a mio avviso, che il comico sia sempre caratterizzato dall'assenza del personaggio, ma senza dubbio si tratta di *uno*, e non dei minori, elementi della comicità “in sé”.

da anonym il 23.07.06 16:28