La cultura enciclopedica dell'autodidatta, Davide Bregola
Giovanni Costa non esiste.
Credo che per leggere La Cultura Enciclopedica Dell’Autodidatta (d’ora in poi CEDA) di Davide Bregola bisogna mettersi d'accordo su questo. Giovanni Costa, trentenne di belle speranze, con una fidanzata, un papà pensionato, una mamma stravagante non è reale. Non c’è. Non lo si trova per strada. Questo non significa che non sia vero, ma per leggere CEDA credo che bisogni lasciare da parte l’immedesimazione.
Dire che io mi riconosco, che io mi rivedo in Giovanni Costa, mi porterebbe come lettore fuori dalla vera comprensione del testo: decidere di seguire le vicende del romanzo, ripetendosi come un mantra “Giovanni Costa c’est moi”, mi consegnerebbe alla strada sbagliata.
L’immedesimazione è eminentemente tragica: ecco il libro di Davide Bregola non è un libro tragico, ma è un libro comico, profondamente comico, come lo sono le Operette Morali di Leopardi. Se bisogna trovare un padre nobile a questo libro allora bisogna tornare a Leopardi a questa sua opera complessa.
Il libro di Bregola è pieno di persone, è un libro termitaio, ma nessuno cerchi in questi personaggi lo “spessore” esistente. I personaggi di Bregola sono “spirito del tempo”, del nostro secolo ventesimo primo così come quelli di Leopardi rappresentavano gli “stereotipi” del secolo decimo nono. E se da una parte abbiamo Giovanni, gli amici, gli scrittori, la fidanzata e i genitori, dall’altra abbiamo Plotino, Porfiorio, Colombo, Federico Ruysch, Timandro, Eleandro, Filippo Ottonieri, Tristano.
In CEDA la maggior parte dei personaggi passa la giornata a parlare. E’ un libro parlato, che si fonda sullo scambio di opinioni, idee. Il dialogo è così costitutivo che l’autore non sente il bisogno di mettere le virgolette o un trattino; le battute tra un personaggio e l’altro sono continue, un’osmosi in cui non si sa dove finisce il voce di uno, dell’altro, del narratore e dello scrittore. Costa parla con tutti e a colpire è il tono monocorde. Questi dialoghi non sono “mimetici” rispetto alla realtà, ma “finti”, come lo sono per gran parte i dialoghi che Leopardi mette in scena.
Cosa c’è al centro del libro di Bregola?
La verità. Tutto ruota intorno a questa parola evocativa e bistrattata. Giovanni Costa non si accontenta di una definizione della verità, ma vuole saperne il nocciolo, l’intima realtà. E pone la domanda che sgomenta chiunque e che si tende, nei limiti del possibile, a non fare: che cosa è la verità.
CEDA è un continuo interrogarsi e rispondersi su tale questione, a cui – infine – nessuno, Giovanni in primis, risponde. O meglio le risposte sono tutte sbagliate; dicono cosa è la verità ma in “levare”, in negativo. CEDA è una perfetta pars destruens di un ragionamento: dice cosa non è la verità.
Questo è un testo gnomico, sapienziale se volete, ma la sua conoscenza è tutta contenuta in quello che non c’è. Questa è forse la vicinanza più decisiva con le Operette Morali, libro che più di altri mai tende a smascherare le illusioni del secolo, a mettere in berlina le verità delle gazzette, distruggendo le certezze, le sicurezze delle “meravigliose sorti e progressive”, ma non offrendo un sistema nuovo.
Ho sempre pensato, non c’è niente di critico e di certificato in questa mia affermazione, che le Operette Morali fossero la risposta ai Promessi Sposi, fossero l’antiromanzo per eccellenza. Non a caso, credo, non ho mai usato il termine “romanzo” per definire CEDA. Quello di Bregola non è un romanzo, né vuole esserlo, né aspira a questa dimensione. E’ costruito “come se”, ma alla prova del nove si dimostra altro. E’ una specie di regesto in cui Bregola ha deciso di raccontare quel sentimento “grigio”, che accompagna l’autore nel momento in cui decide di scrivere un libro. Non l’esuberanza dell’idea, l’ispirazione demonica, ma il momento in cui il libro tende a farsi, è il rumore, per dirla con Garlini, del romanzo mentre si fa proprio, così simile a quello che proviene da una bottega di un artigiano.
Il libro di Davide Bregola è un esempio importante di quella che potremmo definire “letteratura griga”, perché scientemente Bregola delibera di mandare alle stampe un tipo di opera “non convenzionale”, un work in progress, che possiede la sua continuazione nel saggio Il Romanzo Italiano del XXI° secolo, che rappresenta il verso de La Cultura Enciclopedica dell’Autodidatta.
Ed è forse in questo fare, in questa volontà di non voler presentare il prodotto finito, “il romanzo”, ma di mostrare la fatica nel “realizzarlo”, che sta l’unica possibile risposta alla domanda: cosa è la verità. Quando Pilato chiede a Gesù cosa è la verità, Gesù non risponde. Il silenzio di Gesù è sempre stato visto come enigmatico, ma a ben vedere è molto semplice: Gesù non risponde perché la verità lui la stava “facendo”, l’avrebbe fatta con la sua morte in croce e la sua resurrezione.
La risposta di Bregola alla domanda di Giovanni “Pilato” Costa è decisa: la verità si fa. La verità è un fare e per dimostrarlo, Bregola ha rinunciato a scrivere il suo romanzo.
[Davide Bregola su vibrisse]
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Pubblicato da Demetrio Paolin il 12.07.06 11:45