06.06.06

Profumo, Patrick Süskind

di Marco Candida

Non l’ho letto, ma Profumo di Patrick Süskind è senz’altro uno tra i più grandi fallimenti di libri che siano stati scritti.

Il libro di Süskind rappresenta il limite reale e oggettivo delle rappresentazioni possibili che può fornire la letteratura. Le rappresentazioni fornite dalla letteratura – che in questo caso si può intendere come tutto quel che è scritto o meglio ancora tutto quel che è parola – gli odori e i profumi proprio non possono evocarli, ricordarli, rammemorarli, farli venire in mente, dare di loro una sensazione. Non lo possono fare. Forse se leggessi il libro di Süskind, sarebbe scritto tanto bene che alla fine potrei esclamare: “Quasi sentivo gli odori e i profumi con l’olfatto!”, ma non sarebbe il mio naso a parlare: sarebbero i miei occhi o al massimo le mie orecchie. Con questo intendo dire che la letteratura può moltissime cose, ma ci sono anche cose che non può, non può proprio. La letteratura conosce dei limiti e per quanto disarmante questi limiti non si possono superare. A volte ci lasciamo andare e tanto siamo soddisfatti da quel che abbiamo letto, tanto la nostra vista o il nostro udito oppure la nostra vista e il nostro udito, sono stati saziati da quel che abbiamo letto e sentito (l’azione del leggere implica automaticamente il coinvolgimento dei due sensi vista e udito), che diciamo di aver provato sensazioni reali, che abbiamo “vissuto” quel che leggevamo mentre lo leggevamo, ossia abbiamo sperimentato sensazioni che coinvolgono tutti e cinque i nostri sensi: perché – magari andrebbe ricordato ogni volta al lettore che esclama: “Questo libro mi ha fatto vivere quel che mi raccontava!” – questo fa un esperienza reale: coinvolge sempre tutti e cinque i nostri sensi (con tutte le relative elaborazioni interne). Le cose, però, non sono andate così: non abbiamo avuto nessuna esperienza reale. Se è questo il limite reale e oggettivo della letteratura, allora significa che chi fa letteratura si occupa solo di due sensi: altro non sviluppa che due sensi, altro non è in grado che stuzzicare, smuovere, incuriosire e via dicendo due sensi. E’ così? Una persona che fa letteratura è consapevole di questo? Lo ammetterebbe? Soprattutto: sarebbe disposto ad accorgersi di questo? Che tutti i suoi sforzi altro non vanno che a soddisfare due sole tra le cinque percezioni che abbiamo a disposizione?

Tutto questo non vale solo per la letteratura. La musica soddisfa il senso dell’udito e anche della vista – perché qualche volta certe musiche fanno rappresentare dentro alla nostra mente delle immagini che possiamo godere con la vista. La pittura soddisfa il senso della vista – e in qualche caso dell’udito perché alcune immagini possono farci tornare alla memoria certe canzoncine, certe ariette, certe litanie che possiamo riprodurre e sentire dentro di noi. Il cinema soddisfa il senso dell’udito e della vista. Il fumetto il senso della vista e dell’udito. La scultura soddisfa la vista – e probabilmente anche il tatto, se si potesse accarezzare una statua; anche se accarezzare una statua non riproduce la sensazione reale dell’accarezzare quel che la statua rappresenta, certo, ma forse fornisce un simulacro abbastanza convincente… E via così. Il punto è che, se non sbaglio, se non sono male informato, non esistono arti allo stato attuale che soddisfino tutti e cinque i sensi.

Se scrivo: “profumo di castagne abbrustolite” o se scrivo “l’acre sapore del limone”, non genero l’immediata percezione del profumo o del sapore. Genero, però (e in questa sede posso anche utilizzare: soltanto), l’immagine della “castagna abbrustolita” e l’immagine del “limone”. Posso anche generare il desiderio della “castagna abbrustolita” e del “limone” oppure il desiderio di sentire “il profumo” della castagna abbrustolita o “l’acre sapore”” del limone; ma non posso far riprodurre le sensazione reali del “profumo di castagne abbrustolite” o dell’“acre sapore del limone”. Meglio ancora: la letteratura non può farlo. La letteratura non può proprio fare questo in chi legge, in chi ascolta, in chi scrive. La letteratura può colmare gl’occhi di immagini (parlo soprattutto degli “occhi della mente”), può far passare suoni nelle orecchie (e anche qui parlo soprattutto di “orecchie delle mente”), ma non può far sentire il gusto (e nemmeno un simulacro di gusto) o far sentire un odore (e nemmeno un simulacro di odore) e ancora meno può far sentire sensazioni tattili (e nemmeno un simulacro di sensazioni tattili). Questo è un limite della letteratura, ma è anche un limite nostro, di come siamo fatti. Non possiamo pensare a un piatto di spaghetti e sentire il gusto invaderci il palato – e forse è meglio così, perché se così fosse, se potessimo soddisfare il gusto soltanto immaginando pranzi luculliani, finiremmo per morire di fame. Non possiamo pensare al pane e sentire il suo profumo riempirci le narici – e forse, ancora una volta, è meglio così. Non possiamo, purtroppo, immaginare il fianco di una bella donna e sentirlo sotto le nostre mani – e forse, sì, forse è meglio così. Possiamo sapere che profumo ha il pane o che sapore ha un piatto di spaghetti o che sensazione fa sentire il fianco di una bella donna sotto le nostre mani, ma non lo possiamo ricordare, non lo possiamo riprovare… lo possiamo solo riconoscere, e insomma saperlo realmente solo quando lo facciamo di nuovo…

Con tutto questo, adesso, comincerò a leggere Profumo di Patrick Süskind, e chi lo sa?, magari potrebbe anche verificarsi il miracolo…

Pubblicato da Marco Candida il 06.06.06 06:57

COMMENTI

poi, quando hai tempo, passa a una non meglio precisata (vado a braccio) STORIA SOCIALE DEGLI ODORI...cosi, tanto per completare il tema.

da cletus il 06.06.06 22:39

poi, a farti da faro, sia anche questa frase di Zappa, rivolto ai suoi fans "la mia musica è cinema per le vostre orecchie".

da cletus il 06.06.06 22:43

Caro Cletus, approfitto per invitarti caldamente al laboratorio di tortona. Viene Toni, ma, lo sai, senza di te, anche l'altra volta che non c'eri... per me si fa tutto più uggioso. un caro saluto:-)

da Marco il 07.06.06 06:42

Non sono del tutto d'accordo.
L'immaginario creato dalla letteratura diventa concreto in ogni senso: dipende da ciò che scatta tra lettore, lettura, scrittore, immaginario e concreto.
I sensi sono collegati tra loro, pur indipendenti.
D'altra parte manco io ho letto questo romanzo, quindi che scrivo a fare?

da Roberto Tossani il 07.06.06 11:26

Ciao Roberto. No, non ho capito. Hai voglia di chiarire meglio "L'immaginario creato dalla letteratura diventa concreto in ogni senso: dipende da ciò che scatta tra lettore, lettura, scrittore, immaginario e concreto"? E "I sensi sono collegati tra loro, pur indipendenti"?

:-)

da Marco il 07.06.06 13:13

Caro Marco, anch'io non sono d'accordo, mi pare per lo stesso motivo di Roberto.
La scrittura non è come la carta geografica a grandezza naturale immaginata da Borges, che si possa sovrapporre alla realtà e riprodurla tutta materialmente. La scrittura non ci dà nulla di materiale. Il linguaggio è la cosa più leggera che ci sia, ma la più potente, e può darci tutto. Ti assicuro infatti che io leggendo "Corrispondenze" di Baudelaire, a cui forse si riferiva anche Roberto, sento quegli odori; e leggendo "Horcynus Orca", che sto leggendo adesso, sento la freschezza dell'acqua scivolare sulla pelle.
Altro è il discorso filosofico sulla conoscenza, che effettivamente svaluta l'apporto di olfatto, tatto, gusto.
In quanto a "Il profumo", posso consigliarne la lettura: è un bel romanzo, sicuramente godibile.
Giorgio

da Giorgio Morale il 07.06.06 14:00

Ciao Marco.
Uffa, se mi fai spiegare togliamo tutta l'aura teoretica e un po' esoterica e un po' cogliona/furba alle due frasi.
Comunque, in parte è per quello che ha detto dopo Giorgio.
In parte perché io, è una questione personale, disgiungo difficilmente un senso dall'altro: pur riconoscendoli individualmente, è difficile ad esempio che io tocchi senza guardare, ascoltare, gustare, annusare.
Ho un penta-sentire quasi continuo e quindi trovo problematico utilizzare, che so, due sensi su cinque: questo accade anche nell'immaginario dato dalla lettura, così come nel concreto.

da Roberto Tossani il 07.06.06 16:01

ha ha ha Marco, divertente! ma un po' stiracchiato. Per esempio: "accarezzare una statua non riproduce la sensazione reale dell’accarezzare quel che la statua rappresenta, certo, ma forse fornisce un simulacro abbastanza convincente…" La statua in legno di un gatto non fornisce un simulacro abbastanza convincente del pelo del gatto, a meno che non si tratti di un gatto morto e depilato. I quadri hanno un odore! E anche la carta dei libri! La lettura non attiva l'udito, nè la pittura: attiva una voce interna che attiva l'udito, piuttosto. E un libro attiva la vista nel senso che per leggere dobbiamo vedere le lettere (a meno di non essere ciechi e leggere in braille). Leggo un libro e vedo le lettere. Il resto è tutto un mio sforzo interno di memoria e ricostruzione. In questo senso hai ragione: la parola "ruvido" attiva la mia memoria visiva, ma non la sensazione di ruvido; al massimo può attivare una descrizione linguistica di ciò che è ruvido, o un oggetto ruvido che mi definisca la ruvidità. E arriviamo al problema di chi scrive: come si scrive che qualcosa è ruvido senza usare la parola "ruvido"? Cioè: come descrivere una sensazione senza basarsi sulle conoscenze implicite del lettore? E' possibile senza risultare oscuri? Vabe'. alla fine mi hai convinto, non è poi così stiracchiato. Ciao!

da brekane il 07.06.06 16:12

Ciao Brekane! In effetti nel testo ci si riferisce soprattutto a "gli occhi della mente" e "le orecchie della mente", come si cerca di spiegare nel quarto paragrafo... :-) Ciao Giorgio. Il libro lo leggerò, senz'altro. L'inizio era solo una provocazione spero divertente sul fatto che in una bottega di lettura arriva qualcuno che dice "Io non ho letto questo libro" e si mette a farci sopra delle riflessioni che il libro gli ha ispirato. Quanto a quello che dici, io rimango nelle mie posizioni: la letteratura attiva solo due sensi, vista e udito :-) Caro Roberto, credo che la tua patologia si chiami sinestesia (che è anche la ben nota figura retorica...) :-D

da Marco il 07.06.06 16:30

Sinestetico sarai tu, ma te "guarda" :D

da Roberto Tossani il 07.06.06 17:38

Be', Roberto, lo era anche D'Annunzio... ;-)

da Marco il 07.06.06 20:47

Quasimodo: "urlo nero della madre".
(che lo preferisco a D'Annunzio, di solito)

da Roberto Tossani il 08.06.06 08:58

Caro Roberto, a proposito di salici, se vieni a Tortona questo fine settimana, non è escluso che si faccia una capatina a Salice Terme - gran bella località. Canta le sue bellezze anche Alberto Arbasino; invece, in tempi più recenti, Matteo B. Bianchi (in Generations of Love) la liquida con un giudizio non positivo.

da Marco il 08.06.06 09:19

io ho anche un bellissimo naso della mente.

da dante il 08.06.06 10:00

Caro Marco, scusa se ritorno sul tema: la provocazione è gustosa, e ha raggiunto l'obiettivo di far riflettere. Però, raccogliendola e riflettendoci, come penso tu abbia anche voluto invitare a fare, registro l'equivocità del linguaggio (caratteristica di tutto il linguaggio, nel bene e nel male): un conto infatti è dire che il canale della comunicazione letteraria è visivo o uditivo, altro è dire che la letteratura non può rappresentare ed evocare i profumi. Lo fa, così come rappresenta ed evoca tutto il resto. Altrimenti, bisognerebbe dire che la letteratura, tutta la letteratura, è un fallimento anche per tutto il resto, perché anche tutto il resto la letteratura non lo evoca o rappresenta in senso materiale. Inoltre la vista in letteratura è solo il canale, la letteratura infatti non posso dirla un'esperienza visiva, come è la pittura o la scultura. Prova ne sia che qualsiasi pagina scritta, indipendentemente da quello che reca scritto, se non leggo, si presenta alla vista uguale a qualsiasi altra pagina. Quindi la letteratura non sviluppa o stuzzica la vista, anzi, a dire il vero, a volte, purtroppo, la peggiora. A furia di leggere, infatti, a me succede così. Se guardo dei bei quadri, invece, la vista mi si pulisce, e un quadro è diverso, alla vista, da un altro quadro. Diverso è il discorso per l'udito: trattandosi di parole, e quindi di suoni, la letteratura fornisce, mi pare, anche un'esperienza uditiva. A me succede così.
Giorgio

da Giorgio Morale il 08.06.06 10:01

Caro Giorgio, trovo curioso che tu esordisca "scusa, se ritorno sul tema"... A me fa piacere che tu lo faccia, e se si entra nel merito di quel che ho scritto, io sono sempre disponibile a discutere.

Detto questo, io non dico che la letteratura "non rappresenta". Nel testo c'è proprio scritto "le rappresentazioni fornite dalla letteratura". Ovvero: se dico "profumo di rose", io sto fornendo una rappresentazione (elementare, facile, banale) del "profumo di rose". Credo si possano complicare i termini molto più che così, ma credo anche che possiamo rimanere su un piano di semplicità estrema senza semplificare troppo. Ora: la rappresentazione fornita del "profumo di rose" dal "profumo delle rose", converrai con me è debolissima. Di fatto, io non sento col naso "profumo di rose" quando leggo "profumo di rose". Però, quando leggo "profumo di rose", io posso se non altro "vedere" le rose. Insomma, quel che ricavo dalla lettura è sempre una rappresentazione "visiva". Infatti, tra l'alto, la parola "idea" contiene la radice "id" che che si riferisce al "vedere".

Se scrivo "tintinnare di monete", se addirittura scrivo "tin tin tin tin", io rappresento con un certo successo l'effettivo "tintinnare delle monete". Forse la rappresentazione fornita dalla letteratura non è delle migliori, ma se non altro è convincente. (In questo senso non sono d'accordo con chi sostiene che le onomatopee e gli urli non siano atti comunicativi... altroché se lo sono!).

Spero di aver risposto.

da Marco il 08.06.06 10:23

Forse però il limite è umano e non della letteratura. Cioè: esiste una memoria visiva, ma non una memoria olfattiva. O anzi: esiste anche una memoria olfattiva, ma è diversa. Se dico "il profumo di una salsiccia" in testa mi spunta l'immagine della salsiccia, ma non il profumo. Del profumo ho un ricordo vago, so di conoscerlo e forse posso descriverlo, ma non lo sento così come vedo la salsiccia in testa. Il profumo posso solo riconoscerlo quando lo sento veramente e lo riconosco e posso dire: "senti che profumo di salsiccia". Mah, non so se sono stato tanto chiaro.

da brekane il 08.06.06 11:12

però marco io ho esperienza del profumo di rose. Io nella mia vita ho potuto sentire dal vero le rose, sentirne il profumo. Così quando leggo "profumo di rose" non solo vedo una rosa davanti a me, ma ricordo anche un odore. e precisamente l'odore di quella specifica rosa che ho sentito in una mattina di maggio mentre andavo a scuola e passavo davanti al giardino della mia bella.

c'è un saggio di Primo Levi, ne L'altrui mestiere, che parla della memoria e degli odori (ora scusa non mi ricordo bene il titolo), che mi sembra porti avanti e con esempi più calzanti il ragionamento che io ti ho scritto qui sopra.
Secondo me la letteratura è una suscitatrice di memorie, visive, olfattive e tattili etc etc: è come se noi leggessimo con gli occhi e i sensi rivolti al passato a ciò che abbiamo vissuto e provato con i sensi.

d.

da demetrio il 08.06.06 11:13

Caro Marco, mi pare che, come la scrittura non ci porta davanti le rose, ma ce le fa vedere con gli occhi della mente, allo stesso modo non ci porta gli odori, ma ce li fa sentire col naso della mente. Porto anch'io un esempio: "Nel paese delle Femmine correva una qualche specie di pestilenza. Nello spazio buio fra le case, come in uno stretto labirinto, pregno e affumicato, si respirava infatti quell'aria di sudori freddi e caldi dei paesi incordonati perché colpiti dal contagio: i fumenti delle bolliture dove scioglie la calce, il fumichìo delle reste di zolfo, le fiammate delle cataste di roba infetta, e lo scirocco di levante, il vento senza vento che fatalmente accompagna il morbo, come la febbre la malattia. Aveva appena messo piede sulla spianata rocciosa, che il fetore gli riempì le narici: gli saltò in faccia e gli occupò il respiro talmente istantaneo, che pensò di esserci andato sopra col piede, come si trattasse di quei soffioni sulfurei che si sprigionano dal basso e che puzzano come riconchi di uova marce".
Ecco, a me questo brano rappresenta ed evoca sensazioni olfattive e tattili. A te?
Giorgio

da Giorgio Morale il 08.06.06 12:01

Caro brekane, sono d'accordo con te, tanto è vero che si fa riferimento a quel che tu dici, per me molto chiaramente, nel quarto paragrafo di quel che ho scritto. :-) Ciao Demetrio. Se penso bene al "profumo di rose" oppure penso "al profumo di quella rosa che ho sentito una mattina di maggio mentre andavo a scuola", io riesco a vedere una rosa oppure ancora meglio riesco a vedere "quella rosa", ma non riesco a sentire il "profumo" della rosa e nemmeno di quella rosa. Posso ricordare che "quella rosa" abbia un profumo diverso dal "profumo di una rosa", lo posso dichiarare, scrivere, cantare, urlare, ma non lo posso riprovare e nemmeno lo posso far provare a qualcuno. :-) Caro Giorgio, no, questo brano a me non rappresenta e non evoca sensazioni olfattive e tattili. E' un bellissimo brano (di chi è?), e mi mostra potentemente immagini di sporcizia e pestilenza, al punto che quasi "desidero" sentire quei fumenti, quel fumichìo, qulle fiammate, ma devo ammettere che il mio naso non sente niente: tutto sta come dietro a un vetro. Può essere interessante notare, forse, che io "desidero" sentire gli odori e gli sboffi della sporcizia e della pestilenza, perché tanto è ricolma la mia mente di immagini, tanto s'incendia la mia fantasia, viene percossa, che io sono portato "a desiderare" di vivere la scena completamente, di immergermi del tutto, e questo anche se quel che viene rappresentato è utt'altro che "desiderabile". Forse la magia della letteratura è soprattutto questa.

da Marco il 08.06.06 15:26

stai forse insinuando che ho letto poco attentamente il quarto paragrafo del pezzo?! no, perchè se è così io ti ... ehm... in effetti adesso che lo rileggo, ehm, è così... insomma, l'avevo letto ieri, non ricordavo... vabe'...

da brekane il 08.06.06 15:40

no, no, è che due su due si trovavano nel quarto paragrafo... magari la prossima che dici si trova nel terzo... ;-)))

da Marco il 08.06.06 17:28

Caro Marco, il brano è tratto da "Horcynus Orca". Penso che la discussione potrebbe non finire mai, mi ricorda le discussioni medievali sugli universali o quelle settecentesche su idee e sensazioni. Sintetizzando, mi pare che il linguaggio sia una produzione simbolica. In quanto esperienza, vedo tutto ciò che riguarda la parola come un'esperienza uditiva. La vista interviene nella lettura come mezzo, canale. In quanto alle esperienze comunicate, rappresentate o evocate, mi pare che esperienze visive o olfattive o tattili o gustative siano tutte ugualmente assenti materialmente in letteratura, ma tutte ugualmente comunicabili, rappresentabili o evocabili. Con la dovuta differenza tra sensazioni più e altre meno evidenti o evocabili, anche per motivi legati alla storia della nostra cultura e al maggiore o minore rilievo dato in essa ai vari sensi. Grazie comunque per la provocazione, che mi ha dato l'occasione di chiarire anche a me stesso e di verbalizzare alcune cose.
Giorgio

da Giorgio Morale il 08.06.06 23:10

Caro Giorgio, grazie a te per gli interventi di livello che hai fatto. :-) Voglio solo precisare che con il mio pezzo non intendo provare a depotenziare la letteratura, ma a ragionare sui suoi limiti. Direi anzi che ragionando sui limiti di uno strumento, si finisce per evidenziare di questo tutte le potenzialità effettive.

da Marco il 09.06.06 08:16

caro marco, prima di dire che la letteratura non può, avresti dovuto leggere il profumo. e avresti saputo che c'è chi può e chi non può. Süskind può ;-). (e non si tratta solo di farti recuperare un'esperienza sensoriale o renderti possibile nell'immaginazione una mai sperimentata esperienza sensoriale. si tratta anche di rendere possibili pensieri che non ti erano prima possibili. e poi come si fa a dire "questo alla letteratura non è possibile"? credo si possa al massimo dire "questo alla letteratura fin ora non è stato possibile". forse in nessun campo si può ipotecare il futuro, ma in particolare la parola seconde me è la casa della pura potenza...)

da paolab. il 21.06.06 11:07

Cara Paola, no, il libro non l'ho letto, ma se noti, durante il pezzo non giudico il libro - se non come "esempio", come "archetipo", per usare una parola che in questo momento mi è molto familiare. E' un giudizio dichiaramente generalizzato, "che riguarda tutti i libri così". Inoltre, il pezzo è percorso da una gran dose di bonomia, mi pare. :-) Quanto al resto, sì, d'accordo, la lettura di un libro serve per stimolare nuovi pensieri... io parlavo però di godimento dei sensi. Che cosa rende godibile ai sensi una lettura? Le immagini, i suoni. Stop. Immagini e suoni che però stanno come dietro ad un vetro: non posso percerpire col tatto, non posso odorare con l'olfatto. Questo è un limite reale e oggettivo delle rappresentazioni fornite dalla letteratura. :-) In linea di principio, hai ragione, non si può ipotecare il futuro, azzrado: non lo si può fare mai, e quindi ho sbagliato ha esprimermi come mi sono espresso. In fatti è sempre possibile immaginare che un giorno ci siano libri costruiti in modo tale da sprigionare dalle parole gli odori e i profumi delle parole (basterà avvicinare il naso alla parola sul foglio e annusare) e sentire col tatto l'oggetto che la parola nomina chissà attraverso quale diavoleria inimmaginabile (almeno per me), ma che non si può non mettere in conto.

da Marco il 21.06.06 11:25

Interessante quello che scrivi, ma no, non sono d'accordo.
Di fatto, se tu puoi parlarmi del profumo della rosa, se puoi scrivere "profumava di rosa" è perché:
1. hai sentito il profumo della rosa e lo ricordi come qualcosa di definito e diverso dalla forma o dal colore della rosa (e anche dall'odore della cacca).
2. ritieni perlopiù, data la diffusione di questo fiore, che anch'io l'abbia sentito e che quindi lo conosca. (Se scrivevi che "odorava di merda", scusa la trivialità, supponevi che io conoscessi l'odore della merda e che sapessi almeno che è assai diverso dall'odore della rosa).
Allo stesso modo se scrivi rosa rossa ritieni che l'abbia vista anch'io e che possa figurarmela grossomodo come quella di cui stai parlando tu.

La pagina, anche quella poetica, comunica significanti cui il lettore associa significati per trarne un senso, e lo fa secondo la propria esperienza del mondo, quella ottenuta mediante tutti e cinque i sensi. A riprova, le onomatopee non sono universali, ma pur sempre linguisticamente determinate (da noi il cane fa bau bau, in inglese fa woof woof, in greco moderno fa gav gav e via dicendo)

Ma sai qual è la cosa più curiosa in questo caso? che proprio "Il profumo" si Sueskind è ... non te lo dico, altrimenti ti svelo tutto. Leggi e capirai.

da jean_arthur il 21.06.06 14:14

Ciao jean_arthur. Grazie per il tuo commento. E tuttavia, così, a occhio e a orecchio (perché a naso e a dito ritengo che non si possa...) mi pare che il tuo ragionamento non funziona tanto. In particolare, mi sembra, ma se c'è qualcuno che mi può smentire, e dirmi che sbaglio, tanto meglio, che le tue premesse rimandano a una conoscenza empirica o empiricamente controllabile e che la tua conclusione è solo probabile. In altre parole, se sostenessi di scrivere l'espressione "profumo di rose" perché presumo che il lettore riconosca "il profumo di rose", mi si potrebbe sempre obiettare che potrebbe esserci qualcuno che non conosce il profuumo di rose o che comunque ci possa essere un caso diverso che smentisce la mia presunzione - non è molto diverso, credo, dalla obiezione ineccepibile che Paola mi muoveva sopra. Mi pare di poter dire che se io ragionassi così, tra l'altro, (dico x perché presumo che tutti lo sappiano) farei anche un torto a me stesso e al ruolo e alla funzione che personalmente attribuisco alla scrittura.

da Marco il 21.06.06 18:38

la letteratura attiva vista, udito...e tatto...e olfatto...sul gusto, beh, dovrei tornare ai tempi in cui mangiavo pezzi di pagine, scritte e non.
il tatto, ovvio, mi serve a girare le pagine del libro che sto leggendo, o a comandare il mouse e la tastiera del computer per far scorrere la pagina sullo schermo. l'olfatto...vuoi dire che un libro non odora, o puzza?
il gusto, già detto, ogni carta e inchiostro ha il suo. e perfino ogni frase, visto che da come sono fatte le lettere la quantità di inchiostro presente cambia.
tu dici vista e udito.
vista per leggere, e udito per...
la letteratura non ti fa vedere o sentire, ma immaginare. o, se vuoi, ti fa illudere. crea dei miraggi. illusioni. qualcosa di indefinito e mutante da persona a persona.
ah, naturalmente non ho letto il tuo pezzo, e nemmeno tutti i commenti, ma mi sembrava divertente!-)
dunque la letteratura non ti fa provare dolore fisico. o piacere fisico. impressioni tattili. una puntura nell'addome. un pugno in faccia. un orgasmo.
dai, che scherzo.
comunque, sull'odore ci sto ragionando su da un po'. strano che ho mandato una mail in bc al riguardo, segnalando un articolo di vendela vida, di un paio d'anni fa, ma rifletteva sulla situazione americana degli ultimi anni. ma insomma, odori. olfatto.
beh, ora mi metto a leggere gli interventi. ciao!-)

da andrea branco il 21.06.06 19:22

Caro Andrea, che dire?, buona lettura!

da Marco il 21.06.06 20:03

Caro Marco, letto. Prima parli di "due sensi", poi parli di "occhi della mente", "orecchie della mente". Diventi oscuro. E perché non ci può essere un "naso della mente"? o una "lingua della mente"? sembra che tu dica che solo vista e udito hanno un corrispettivo mentale che manca agli altri sensi. No, dici che la letteratura riesce a stimolare solo gli "occhi" e le "orecchie della mente", no che non ci siano. Quello che non riesco a capire è questa esclusione degli altri sensi. Visto che si sta parlando di qualcosa che accade a livello mentale. Ci vorrebbe che avessi letto di più di psicologia. Il funzionamento del cervello è qualcosa di straordinario. Ad esempio, nella nostra testa c'è tutto ciò che abbiamo vissuto. Le info ci sono, siamo noi non in grado di richiamarle sempre coscientemente. Ci sono casi studiati di persone che ci riuscivano. Non il protagonista di un racconto di Borges, ma di uno studio di Lurija. Per dire, la madeleine di Proust. Gli odori sono ottimi richiami per la memoria. Non è un caso il fatto che Proust si ricordi...ecc...per via dell'odore che sente...era così? spero di sì.
Comunque.
A noi, oggi, dice di più un colore, che non un odore. Cago fuori dal vaso.
Magari anche prima quando parlavo di sensi, e di livello mentale non sono stato molto chiaro. Faccio sempre un po' di casino eh? i limiti della letteratura. si spostano sempre. bisogna scontrarcisi, e ce ne saranno sempre di nuovo. la letteratura, è una sorta di esercizio di approsimazione. limiti, funzioni, grafici, non ero molto bravo in queste cose. facciamo i nostri passi, senza escludere che ce ne siano altri, o che si debba tornare indietro. Che volevo dire?
ah. che per me, per quello che ho letto, non molto, di romanzi, racconti, poesie, che abbiano saputo evocarmi odori, davvero, ce ne sono stati pochi. ma il fatto che ce ne siano stati, mi rincuora. qualcosa, in ogni caso, con cui fare i conti. ciao.

da andrea branco il 21.06.06 21:12

Caro Andrea, quel che accade a livello mentale, come tu dici, è che noi possiamo riprodurre immagini e suoni direi quasi perfettamente (o con un ottimo grado di approssimazione), ma non possiamo riprodurre quasi perfettamente (e nemmeno con un ottimo grado di approssimazione) e anzi non possiamo riprodurre proprio per niente gli odori, i profumi e quel che abbiamo percepito col tatto. Cioè: mentre esistono degli occhi della mente e un orecchio della mente, non esiste un naso della mente o un tatto della mente.

Certo si potrebbe pensare a dei casi limite. Pensiamo ad esempio alle somatizzazioni. Se racconto di una persona che cade e si storta una caviglia girandosela di centottantagradi, io posso ottenere un "Mio Dio!" da parte del lettore (perché il lettore può immaginarsi quel tipo di dolore, anche se non lo può proprio provare...) e forse al limite, se il lettore è un tipo parecchio impressionabile, può verificarsi qualche forma di somatizzazione alla sua caviglia e può provare letteralmente un dolore simile al dolore che si prova quando ci si storta una caviglia di centottantagradi. Ma cosa dire del gusto? Cosa dell'olfatto? Esistono casi limite di persone talmente impressionaibili che arrivano a percepire realmente un sapore o un odore per averlo letto in un libro o visto rappresentato in un film o sentito raccontare oralmente da qualcuno? Forse sarebbe interessante approfondire di più la questione, leggendo degli studi in materia. Ci sono? Qualcuno sa se ci sono?

da Marco il 21.06.06 23:11

non so se ci siano, me lo chiedevo pur io. quello che mi è venuto in mente adesso è, ma non è mai venuta fame sentendo raccontare di una cena, non è mai venuta l'acquolina in bocca a parlare di cibi, e dopo aver visto un film con bud spencer e terence hill non è mai venuta voglia di birra e salsicce, o di sentire la mancanza di un odore, per esempio quello della propria ragazza, o del proprio ragazzo?
certo, l'olfatto ci fa ricordare immagini, situazioni, non ne è slegato, anche se può far ricordare non l'oggetto che ha quell'odore, ma il contesto in cui si è sentito.
ma sono tutte questioni su cui bisognrebbe studiare in maniera approfondita per poter dire qualcosa.
così, sarebbe interessante leggere studi in materia. chissà se ci sono legati alla letteratura, perché studi sui sensi, sul gusto e l'olfatto, ce ne sono. chissà se proprio esistono studi che mettono in relazione i vari sensi e la letteratura. mah. ciao!-)

da andrea branco il 22.06.06 10:54

Caro Andrea, questa questione è accennata anche nel testo, al quarto paragrafo. Non si usa la parola "voglia", ma la parola "desiderio". :-) Quanto agli studi in materia che dicevo: si tratterebbe di scoprire se ci sono studi su soggetti che dopo aver sentito raccontare qualcosa hanno riprovato a livello sensoriale quel che si stava raccontando. Ossia: hanno sentito "profumo di rose", hanno percepito sulla lingua "l'acre sapore del limone", hanno percepito col tatto "la morbidezza del fianco di una donna". Mi chiedo se è possibile che ci siano stati casi conclamati del genere. Perché di sicuro ci sono casi di persone che esclamano: "Ho sentito i profumi con l'olfatto mentre leggevo Profumo!" come anche tutto questo filotto di commenti in parte dimostra. :-) Mi chiedo: perché ci sono persone che si lasciano andare a queste esclamazioni? E perché ci sono persone che fanno riferimento a tutta un'altra sfera che tradizionalmente poco ha a che fare con la sfera intellettiva, quando leggono un libro? Leggere è un'esperienza dell'intelletto oppure non soltanto? Oppure questa esperienza si desidera sia completa, a costo di utilizzare irrazionalmente certe espressioni, di mentire, di esclamare il falso? C'è qualche forma di paura, mi chiedo, in tutto questo?

da Marco il 22.06.06 11:10

Marco, io credo che l'esperienza della lettura sia molto varia, e dipenda da quel che si chiede alla lettura. Come quando si guarda un film, dipende dallo spirito con cui ti metti a vederlo, cambiano anche le cose che senti. Oltre all'intenzione del lettore, inoltre, ci sono tutte le contingenze. Tipo, se sono in un luogo rumoroso e così via. Ma altra cosa, i nostri sensi, e spero di non ricordare cazzate, funzionano in modo diverso nelle diverse età di una persona. Alcune capacità si perdono con lo svilupparsi di altre. Il secolo passato è stato il secolo della visione. Fotografia, cinema, così via. Noi, oggi, siamo disabituati all'olfatto, e non sono il primo a dirlo. Il fumo vi influisce notevolmente, così come altri tipi di inquinamento (che, tra l'altro, non sono piacevoli). Nell'articolo di Vida che ho citato lei fa riferimento a romanzi dell'ottocento in cui gli odori sono, io direi sembrano, ben e più descritti di quanto accada oggi. Può darsi che, nel lettore dell'epoca, quelle descrizioni provocassero cose simili a quelle che avvengono oggi per noi riguardo la visione, non si può escludere. Così, quanto influisce il tempo e il luogo in cui viviamo su ciò di cui noi siamo capaci di fare esperienza sensoriale? Molto, credo. Quella Storia degli odori che uno dei commentanti citava, penso sia Einaudi. A parte questo, ci sono storie della Lettura? come si leggeva, un tempo?
Per andare alle tue domande, non credo ci sia la volontà di mentire, quanto quella di avvicinarsi ad esprimere ciò che si è sentito. Magari di non avere i mezzi per fare chiarezza. Inoltre, chiedi se leggere non sia un'esperienza solo dell'intelletto. Ma com'è che quando vediamo la ragazza che ci piace il nostro cuore comincia a battere? Mica lo comandiamo noi. Così, leggendo qualcosa, forse un'esperienza che sentiamo simile ad una da noi già vissuta, il nostro cuore ha delle reazioni, il nostro corpo ha delle reazioni. Che noi non riusciamo a controllare. A me è capitato di piangere, di non riuscire ad andare avanti, di saltare pagine di un libro, leggendolo. Come se. Il vizio credo sia qui. Nella nostra incapacità di esprimere in maniera più compiuta ciò che viviamo. Per insufficienza nostra, o del linguaggio, non so. Ma meglio che torni a leggere alcuni libri che ho, forse leggendoli da una prospettiva diversa possono fornirmi qualche direzione in più. il cervello, che bello!-)

da andrea b il 22.06.06 14:32

Caro Marco, mi piace la tua tenacia, ma né la letteratura né la comunicazione sono scienze esatte (nonostante alcune pretese accademiche). Pertanto la mia osservazione non era un teorema che necessitasse di dimostrarsi vero in ogni caso. Ovvio che qualunque cosa tu scriva potrai sempre trovare chi non la comprende o non l'ha mai conosciuta. Aristotele che, involontariamente, stai difendendo, parlerebbe di doxa, di opinione.
Tutto sommato il ragionamento "mostra la corda" proprio in questo punto. Tu identifichi comprensione e visione (o ascolto). Così io non comprenderei veramente se non ciò che posso figurarmi o ascoltare. Ciò è assolutamente vero e assolutamente falso. E' vero perché vista e udito sono i nostri sensi privilegiati (mettiamola così, se io devo figurarmi la teoria della relatività mi conviene porla in termini figurativi: l'ascensore che precipita nel vuoto e la monetina sospesa al suo interno è un buon punto di partenza; se dovessi pensare la relatività in termini di odori... beh, non saprei sarebbe complicato.). E' falso perché l'immagine che tu crei di ciò che leggi è perfetta... PER TE, ma non è scientificamente misurabile, almeno che tu non ne teorizzi qualcosa come la relatività (una legge), e dunque, in fondo, arbitraria esattamente come l'odore che io mi figuro leggendo di "profumo di rosa".
Ma, come vedi, la discussione scivola su un piano direi epistemologico che assai poco ci dice sulla letteratura. Il presupposto, appreso o innato, del tuo ragionare è che la letteratura sia fondamentalmente ipotiposi, descrizione. Invece non è così, mi pare. Uno stile letterario forse sì ma non la letteratura tutta intera. Se tu leggi il Fuoco di d’annunzio supponendo che letteratura sia solo un libro come Una vita violenta di Pasolini allora dirai che Il fuoco non è letteratura (quindi nemmeno un giudizio di valore, ma una semplice esclusione; fermo restando che i due hanno in comune più di quanto sembri). In realtà l’esempio calza poco, perché è impossibile fare letteratura senza descrivere; eppure la letteratura non si esaurisce nella descrizione, nella forma. Attingendo Nietsche, sarebbe come dire che esiste solo l’apollineo. E il dionisiaco?
Diciamo allora che odore, gusto e tatto appartengono a quella parte della letteratura che non si riferisce alle forme ma, per così, dire agli eventi. Mi viene in mente la scena di ulisse nella caverna del ciclope. Quando l’eroe arriva e si guarda intorno, siamo nell’ipotiposi, nella pura forma (io mi immagino la grotta e tutto il resto), ma quando arriva il mostro io non vedo più nulla, sento l’odore di cacio ammuffito e gli schizzi di sangue umano fresco. L’evento del mostro crea la paura della morte, ed essa si alimenta presso i sensi più primordiali e animali dell’uomo: l’odore e il sapore, il dolore fisico.
Eppoi c’è sempre la questione che “Il Profumo” è proprio quella cosa che non ti posso dire…

da jean_arthur il 22.06.06 17:49

Caro Andrea, l'osservazione sulla Storia della Lettura è un genere di osservazione che con me funziona sempre. Sì, sarebbe interessante scoprire testi che parlino del cambiamento dei lettori negli atteggiamenti di lettura. Questi cambiamenti sono dovuti soltanto agli scrittori? Gli scrittori scrivono e i lettori modellano i loro atteggiamenti di lettura su quel che gli scrittori scrivono? Oppure sono i lettori che decidono attraverso i loro atteggiamenti di lettura che cosa si confa meglio a siffatti atteggiamenti? Credo si possa dire, con termini dell'economia: la domanda crea l'offerta oppure l'offerta crea la domanda? Il cinema ha certamente modificato l'atteggiamento di molti tra i lettori. Molti lettori vogliono vedere delle scene scorrere davanti ai loro occhi, ad esempio, e questo nella letteratura di consumo spesso è soddisfatto - e si ritiene anche molto soddisfacente, visti i numeri della letteratura di consumo. (Io non sono d'accordo: mille volte meglio l'Ariosto di Ken Follet in termini cinematografici...). :-) Per il resto è fuori dalla mia discussione che la letteratura (le rappresentazioni fornite dalla letteratura) provoca emozioni in chi legge. Battito del cuore, spavento, angoscia, riso, eccitazione. Non dirlo a me: io tutte queste emozioni le conosco da quando ho dodici anni! Dichiaro, però, che tutte queste emozioni vengono dalla stimolazione della sfera intellettiva. Se stiamo dibattendo di questo da un po' di commenti, evidentemente la dichiarazione non è così scontata, tra l'altro.

da Marco il 22.06.06 18:50

Caro jean_arthur, io non la chiamerei tenacia, la chiamerei passione per un argomento dalla vaga eco nominalista - non a caso ho usato l'esempio del profumo di "rosa". :-) Dici che sto dando involontarimanete ragione a Aristotile. Col che credo che tu sottintenda che io non conosca Aristotile. Ora, come puoi essere tanto sicuro che io non conosca Aristotile? :-) Dici che identifico comprensione e visione (o ascolto). Casco dalle nuvole... Sei in grado di mostrarmi dove ho reso evidente questa identificazione? :-) Quando parli della teoria della relatività non capisco. Non capisco perché un'immagine dovrebbe essere scientificamente misurabile. E non capisco perché avendo parlato di Aristotile quindi potendo procedere per argomenti ad verecundiam, tu ti sia dimenticato della dottrina delle idee platonica. Forse, però, può essere meglio che mi spieghi ancora un poco cosa vuoi dire. :-) Perché mai, poi, il piano epistemologico dovrebbe per forza dirci poco sulla letteratura? Anche qui, mi dovresti spiegare meglio. :-) Sul fatto che la letteratura sia descrizione (presupposto innato o appreso che tu postuli come base del mio ragionamento; anche qui: sei sicuro? da dove lo hai capito?) posso quasi essere d'accordo. Fermo restando che aggiungerei a questo che credo la letteratura sia anche suono. Il cinema è immagine in movimento. La letteratura è immagine acustica - ma ci devo pensare, questa è solo una boutade:-) D'accordo, l'esempio di ulisse è suggestivo, ma conosco quel passo e io non ho sentito gli odori, non ho sentito il ruvido della roccia della caverna... Però mi sono figurato il ciclope, ho udito le sue parole dentro la mia testa anche rimbombare... Ho visto, ho sentito. Grazie per gli spunti interessanti, comunque.

da Marco il 22.06.06 19:06

No, la dichiarazione non era così scontata, Marco. Parli della stimolazione della sfera intellettiva, ed io vado ai neuroni. Però con queste cose non ho troppa dimestichezza, ed è meglio forse che mi rilegga qualcosa, così da poter chiarire in modo migliore quello che ho in mente. Sull'Ariosto ecc. il discorso è lungo. Si va, come qualche commento fa, al ruolo dell'istruzione in Italia. Per leggere l'Ariosto c'è bisogno di uno sforzo in più, da parte del lettore, perché la lingua che usa non è quella odierna. E non vengono dati i mezzi per poterla intendere, così che, dovendo affrontare una lettura che richiede note di spiegazione, la questione si fa impegnativa. Da una parte, le persone non sanno quali sorprese l'Ariosto abbia in serbo, dall'altro il nostro tipo di società, credo, non abbia grande interesse nello sviluppo delle facoltà intellettive delle persone. Anche perché, non abituando il cervello a ragionare, questo non ragiona, ed è più facilmente, diciamo, attaccabile. Credo, onestamente, che se governassi, e volessi diventare un dittatore, la prima cosa che farei sarebbe di mandare a pezzi l'istruzione. Che la gente non sapesse leggere, scrivere e far di conto, mi sarebbe di grande aiuto. Ma vado fuori tema, con questo, mi pare. Beh, ci sentiamo appena riesco a ignorare meno sull'argomento. ciao, è stato un piacere.

da andrea branco il 22.06.06 22:13

Ciao Andrea, sull'Ariosto (e sul Monti che traduce l'Iliade e L'Odissea), in tutta sincerità ho i miei buoni dubbi che sia una lettura così complicata, ostica. Certo, conserviamo un po' tutti quanti, credo, l'immagine delle ottave dell'Orlando Furioso incastonate da note, notarelle, introduzioni, come se quel concentrato di parole tutte in ordine e incolonnate facessero esplodere tutto intorno altre parole, altri discorsi - inevitabilmente, vista la mole: un caos di parole e di discorsi. Forse la caratteristica di un buon testo è: generare altri testi, quali che siano - e su questo conto di tornare a dire qualche parola in più. Comunque: l'Orlando Furioso è una lettura agevole, essendo concentrata in ottave è anche sintetica, rapida, si attaglia anche alle nostre esigenze di oggi di non poter dedicare troppo tempo alla lettura. Non sono sicuro proprio per niente che non abbiamo gli strumenti per capire l'Ariosto, per leggerlo così come leggiamo letteratura di consumo. Forse la prima operazione quando diciamo che non abbiamo gli strumenti per capire, che i classici sono difficili, è provare a leggerlo un classico, che spesso è un libro scritto superbamente, fatto apposta per inchiodarti alla lettura, moltiplicare le prospettive, darti emozioni, farti passare ore di puro svago e divertimento, e tutto questo tutto concentrato ogni volta in un libro solo. :-) E fa tutto questo, un classico, per tornare al tema, colpendo vista e udito, fa tutto questo solo stimolando due sensi... Dico, sembra poco? Seriamente questo sembra un limite?

da Marco il 23.06.06 09:46

MArco, prendevo l'Ariosto perché l'hai citato tu. Per dire, Guerra e pace è agevole...ma lungo. Il Paradiso, forse un po' meno. Dubbi leciti, i tuoi. Quello che, però, continuo a non capire è cosa intendi per i "due sensi". Se stai parlando di vista e udito, allora leggi a voce alta, o bassa. Se parli di occhio e orecchio della mente, questi non sono sensi. Non sento il tintin di un campanello mentre lo scrivo, o lo leggo, lo immagino, e non è la stessa cosa. Immaginare qualcosa o sentire qualcosa, vedere, è diverso. Immaginare è "come se", poi possiamo immedesimarci quanto ci pare. Quando dico di vedere quello che uno scrittore ha raccontato, beh, vuol dire che riesco a visualizzarlo come se. Non c'è una stimolazione della retina, degli occhi. Così potrei dire di sentire un odore, non è che devo sentirlo nel naso, ma avere un come se. ecco, per me è così. Poi non so. ciao.

da andrea branco il 24.06.06 13:48

Caro Andrea, sì, il Paradiso non è una lettura agevole, ma: hai mai letto Venezia è un pesce di Tiziano Scarpa? E' una normalissima guida turistica, anche con uno stile da normalissima guida turistica (che non è lo stesso che dire: normalissimo stile da guida turistica). Bene, quel libretto è per tre quarti illeggibile, almeno di non essere nati a Venezia e di conoscere gli usi e i costumi e i modi di dire della città di Venezia. Mi chiedo: perché diciamo che il Paradiso non è di agevole lettura e non diciamo che la guida turistica di Tiziano Scarpa non è di agevole lettura? Perché diciamo che Dante non è di agevole lettura a causa del suo italiano medioevale e non diciamo che moltissimi autori del Novecento che ci costringono al dizionario continuamente (...a meno di non leggere trascurando il significato di certe parole; e questo si fa, questo succede più che solo qualche volta...) non sono di agevole lettura? :-) Giusta, per altro, la tua osservazione sul fatto che occhi e orecchie della mente non sono sensi - se non "sensi della mente". Però, domanda: ti è successo mai di concentrarti, di ripensare a una cert'aria musicale, e di sentire quell'aria dentro di te tale e quale come l'avevi sentita? E, altra domanda: ti è mai successo di ripensare al sapore di un cibo e di percepirlo tale e quale come l'avevi assaporato? Alla prima personalmente rispondo: sì. Alla seconda, invece, rispondo: no. Forse si potrebbe obiettare maliziosamente che io sto riferendo di allucinazioni visive e uditive che ho avuto. Allora chiedo: un libro può portare qualcuno ad avere allucinazioni olfattive o tattili o che coinvolgo la sfera del gusto? Io credo che sia difficile, ma al limite potrebbe anche succedere, chi lo sa? :-) Poi c'è il fatto che noi parliamo di "idee", "immagini", "immaginazioni", "visioni", "miracoli", che tutte si collegano all'organo di senso della vista. Mi domando: perché non esistono, almeno nella lingua italiana, che io sappia, parole che sono il corrispettivo di "idea", "immagine", "immaginazioni", "visione", "miracolo" e che si collegano all'organo di senso dell'olfatto, del gusto, del tatto? Perché un "miracolo" si "ammira" e non si "annusa"? Perché non si chiama "rinacolo"? Perché un'"idea" si "vede" e non si "gusta"? Perché non si chiama "orea"? (Sto inventando su due piedi, porta pazienza). Questo vorrà pur dire qualcosa che si connette ad un limite reale e oggettivo nostro o della scrittura (visto che "idea" e "miracolo" pur sempre sono "parole") oppure no?

da Marco il 24.06.06 19:56

Marco, che io sappia, stavamo parlando di classici, e non mi risulta che la guida di Scarpa lo sia. Sul perché non esistano nella lingua italiana parole corrispettive a quelle che scrivi tu per il senso dell'olfatto, del tatto, del gusto, posso ipotizzare che sia qualcosa che faccia parte dell'evoluzione dell'uomo. Mi spiego meglio, sensi come l'olfatto, il gusto, il tatto, che potevano essere fondamentali per la nostra sopravvivenza un po' di tempo fa (tipo riuscire a sentire l'odore di una preda, o di un predatore, a distanza, senza vederlo) hanno, come dire, progressivamente perso d'importanza con lo sviluppo dell'essere umano. Siamo diventati, diciamo, così forti, da poter tenerli in minore considerazione. E questo può essere un motivo per cui non ci sono le parole che dici, no? Forse potremmo trovare delle prove nel latino, nel greco, non so davvero. Credo anche che, pur non avendo un lessico adeguato ad esprimerle, ci possano essere allucinazioni olfattive, o di gusto, o tattili, e sto pensando a persone che hanno a che fare con questi sensi più di me e di te. Tipo, un cuoco. Come inventa un piatto? Oppure, un cieco. Come sogna, o cosa immagina mentre legge un romanzo? Secondo me, è un limite sia della scrittura che nostro. Come persona che scrive, spero un giorno di riuscire ad utilizzare ogni senso. E ti posso dire che mi è capitato di sentire un odore quando non c'era. O aver la sensazione di aver toccato qualcosa che non esisteva. Non legata ad un libro. Però questa cosa c'è, ad esempio, la sensazione di cadere, quando sei nel letto, la netta sensazione di atterrare sul materasso, mai capitato? A me sì. Insomma, io ci credo, se una persona mi dice di aver immaginato un profumo, sentito un profumo, dopo aver letto una descrizione di questo. Anche non fossi sicuro che sia possibile, perché dire che mente? Anche fosse tutta una sua convinzione, siccome non ho dati che quando io immagino qualcosa non sia una mia convinzione...per me, esiste tutto ciò che non riesco ancora a immaginare, come cantavano i bluvertigo. Poi, ti ripeto Marco, non so cosa accade a livello neuronale, non so se un'allucinazione visiva è più reale di una olfattiva, o se la prima è sicura che esista, mentre la seconda è sicuro di no. Questa sicurezza, che la prima ci sia e la seconda no, non ce l'ho. Così, sì, credo che sia difficile che un libro ti faccia sentire gli odori (Profumo di Suskind è stato un caso mondiale, il più eclatante) però non lo escludo. Sul limite dei termini che abbiamo, ho cercato di fare un'ipotesi. ops, scusa, ma è proprio tardi. mi devo ancora cambiare...ciao Marco!-) a presto. Ma se tipo ci sentiamo per mail? la mia è lì. Sennò si continua qua. o si smette. Mi sa che non si smetterebbe mai...

da andrea branco il 24.06.06 21:23

Caro Andrea, direi che possiamo continuare a scriverci qui, se ti va, perché non stiamo parlando dei fatti nostri, ma di un argomento specifico, e questo non mi pare vaniloquio, e perché ancora possiamo fare due cose, se ti va: possiamo dare alla discussione più consistenza sotto il profilo storico e poi possiamo provare a tirare qualche conclusione. :-) Prima però vorrei rispondere a quello che scrivi. Per quel che riguarda l'approccio filologico della faccenda, io so per esempio che in greco la parola nous (che è la mente) ha che fare con il "fiuto". Si dice anche "Quell'uomo ha fiuto" come per dire che ha istinto, è vispo, è intelligente. La parola "storia" significa "cose viste". La parola "pensare" deriva dal latino "pondo" che significa "soppesare", "ponderare". "Geometria" significa "agrimensura" cioè: "misurazione della terra". La parola “essere” ha a che fare con il “respiro”. ("corpo" in greco si diceva "soma" e "sema" si diceva "tomba"). Come si vede da questa pur brevissima e insoddisfacente carrellata di esempi concetti fortemente astratti come "mente", "pensiero", "geometria" contengono già nelle loro radici riferimenti a cose concrete oppure ad altri sensi che non sono soltanto la vista. :-) Mi interessa quando fai l'esempio del cuoco. Come fa un cuoco a inventarsi un piatto nuovo? Ora: forse qui ci vorrebbe Tiziano Scarpa perché così come ogni volta che si producono immaginazioni che hanno a che fare (o a che vedere?) con le automobili è impossibile non confrontarsi con Stephen King, allo stesso modo ogni volta che si producono immaginazioni sul corpo e sui sensi del corpo non è possibile (almeno qui in Italia) non confrontarsi con Tiziano Scarpa. Ciò premesso, provo a produrre un'immaginazione.

Nel 2003 mi trovavo tra il pubblico in un convegno sulla lettura e sulla scrittura a Reggio Emilia. E ho assistito alla relazione di Annamaria Manna. L’ho anche riportata all’interno di un resoconto satirico.

Annamaria Manna, guida di scrittura creativa per SuperEva.it, it alle 16.43 ha deliziato tutti i presenti al Convegno con un paio di poesie  venti presenti  scritte su un lucido e proiettate da una lavagna luminosa. La lavagna luminosa mostrava due poesie scritte senza parole ma utilizzando i colori al posto delle parole. Per esempio una poesia rossa e blu, con linee orizzontali rosse e blu o blu e rosse o rosse blu rosse o rosse rosse blu o blu e rosse in una riga e blu e rosse in un'altra riga come fosse una rima alternata secondo la struttura AC; BD oppure un chiasmo o altro.

Oggi dichiaro, invece, che il tentativo di Annamaria Manna, anche se le parole del mio resoconto danno tutta un’altra impressione, mi era piaciuto parecchio. Annamaria aveva proposto una poesia con bande colorate al posto delle parole. Le bande colorate (rosse e blu) erano disposte erano disposte una di fianco all’altra e incolonnate esattamente come le parole sono disposte una di fianco all’altra e incolonnate in una poesia. Le bande colorate si alternavano o si affiancavano esattamente come le parole si alternano e si affiancano in una poesia (in fondo alcune figure retoriche come la rima, il chiasmo, l’anafora si ottengono disponendo le parole in un ceto modo all’interno della struttura della poesia oppure disponendo alcune lettere di alcune parole in un certo modo all’interno della struttura della poesia – non è solo una questione di suono, ma anche di visualizzazione). Il punto è che quel tentativo di Annamaria Manna sebbene interessantissimo e lodevolissimo, non è completamente riuscito. Non è completamente riuscito perché un po’ troppo elementare, non tiene conto di certi particolari. Adesso chiarisco. Le bande scelte da Annamaria sono soltanto o interamente blu o interamente rosse, ma una banda soltanto interamente blu e una banda soltanto interamente rossa non può rappresentare una parola e tanto meno può rappresentare una rima, un chiasmo, un’anafora. Esempio. Isoliamo una serie di parole che fanno rima tra loro: “rosa”, “sciantosa”, “profumo”, “assumo”. Adesso associamo il colore rosso e il colore blu alle parole che hanno la stessa rima. Ci può stare benissimo, detto così. Associamo a “rosa” e “sciantosa” il colore rosso e a “profumo” e “assumo” il colore blu. Il problema è che all’interno di una poesia si impastano più criteri. Le parole non vengono disposte all’interno della struttura della poesia soltanto in base alla loro rima. Ci possono anche essere l’enjambement, le allitterazioni, gli accenti, potenzialmente i criteri di disposizione sono vastissimi. Interessante potrebbe essere assegnare il colore blu soltanto alle coppie di lettere che compongono le parole uguali tra loro, ossia, per tornare all’esempio, associare il colore rosso al “sa” si “rosa” e “sciantosa” e il colore blu al “umo” di “profumo” e “assumo”. Ancora meglio forse per rappresentare attraverso i colori (quindi privilegiando l’aspetto visivo) una poesia sarebbe associare ad ogni lettera un colore diverso e poi osservare che cosa viene fuori. A tutte le “a” presenti nella poesia” si associa il colore giallo, a tutte le “b” si associa il colore verde, a tutte le “c” si associa il colore rosso, e così via, un colore per ogni lettera.

Ora, mi chiedo: ma non è possibile comporre una poesia con il cibo? Forse qui, bisognerebbe interrogare più che Tiziano Scarpa, Helena Janeczeck. E’ stato fatto? Trovare “consonanze” di gusto e di odori. Esistono rime culinarie, anafore culinarie, allitterazioni culinarie, sineddoche, metonimia, enjambement? A occhio verrebbe una gran voglia di dire di sì, anche se il sospetto è che realizzare una poesia culinaria sarebbe un’operazione molto molto complessa. Si può obiettare che tutto questo a tavola di fatto già succede. Si cerca di “sposare” sapori compatibili, di “coniugare” piatti che “vadano d’accordo”. Questo, però, avviene “di fatto”. Non è sistematico, e anche quando in certi casi lo fosse, dubito che questo sistema si rifaccia con logica ferrea al sistema delle figure retoriche della poesia. Quali sono i sapori che fanno rima col sapore della “pasta al ragù” o con “lo stinco di vitello”, con il “salame”, con la “pepata di lardo”? Esistono piatti che assomigliano a un piatto di “tagliatelle ai funghi porcini” tanto che i gusti dei due piatti rimandano circolarmente l’uno all’altro? E ancora: esiste qualche piatto che mi possa provocare reazioni emotive come riso, pianto, riflessioni? Le cipolle? Il peperoncino? Il caffé? Che si possa cucinare il più sapiente dei piatti thriller o noir o gialli – e: non metaforicamente ma letteralmente; e si scusi il gioco di parole.

da Marco il 25.06.06 09:52

Vorrei rispondere, adesso, al quattordicesimo commento scritto dalla persona che si firma “dante”. dante scrive: “io ho un bellissimo naso della mente”. Caro dante, anche Dante (quello con la D maiuscola) che ha scritto la sua commedia divina aveva un bellissimo naso della mente. Ho provato a rileggere qualche passo della Commedia detta Divina e ammetto che risulta parecchio difficile non spendersi in elogi sperticati per il poeta fiorentino.

Nella prima cantica della Divina Commedia, infatti, Dante definisce l’Inferno come un luogo dal color “perso”, un cono rovesciato che sprofonda fino al centro della Terra, di color nero sfumato di rosso. L’Inferno è il luogo più lontano da Dio che è emanazione perpetua di luce pura, è quindi, con logica inoppugnabile il luogo più buio e abissale possibile. Ne discende che Dante, avventurandosi per i nove gironi che lo compongono, poiché fa buio, non potrà affidarsi quasi per nulla alla vista, ma soltanto all’udito, al tatto e all’olfatto. Molto bene. Allora, io che ho scritto che il libro Profumo di Patrick Süskind, che continuo a non aver letto, è, e senza discussione, uno tra i libri più fallimentari che siano stati scritti, adesso che cosa devo dire? Che Dante ha scritto un libercolo che per molti secoli è stato definito come “il poema più alto che mente umana abbia mai concepito”, e che invece è soltanto un tentativo fallito? Nemmeno per sogno, e per il fatto che è il miracoloso sistema di corrispondenze costruito da Dante che trova la forza per respingere questa accusa.

Già abbiamo detto della logica inoppugnabile che fa dell’Inferno il luogo più scuro possibile. E’ assolutamente logico e consequenziale anche il ricorso di Dante ai sensi dell’udito e dell’olfatto (e pochissimo della vista) per rappresentare il luogo infernale. Ma c’è di più. C’è molto di più. Il gigantesco ingranaggio allegorico montato da Dante non scricchiola. Nei nove gironi infernali si accalcano lussuriosi, golosi, avari e prodighi, iracondi, eretici, violenti contro il prossimo, violenti contro se stessi, violenti contro Dio, natura ed arte, ruffiani, seduttori, adulatori, simoniaci, maghi, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri di frode, scismatici, falsari, traditori dei parenti, traditori della patria, traditori degl’ospiti, traditori dei benefattori; ossia si accalcano sia nell’Alto che nel Basso inferno non solo non sanno contenere le loro passioni, ma mettono al servizio delle loro debolezze (ossia: la cedevolezza ancora una volta alle passioni), la loro volontà, e la malizia, e la malvagità a tutto tondo. L’Inferno (dove le Malebolge sono definite “cieco carcere”) è il luogo delle passioni, dunque. Dante collega a questo luogo delle passioni l’oscurità, e il senso dell’olfatto, e dell’udito (e ci mette dentro i golosi e i corruttori della carne: ossia peccati che commettono per soddisfare i sensi del gusto e del tatto). Il Paradiso invece che è questo luogo luminossissimo sarà la vista il senso dominante (tra l’altro nel primo cielo del Paradiso si presentano a Dante con contorni evanescenti, tutte viso e sguardo, quasi senza corpo – perché il corpo è la sede delle passioni). Dante vedrà. E tanto vedrà che vedrà persino Dio, anche qui con logica inoppugnabile. Dante avrebbe potuto “non vedere” Dio, perché troppo accecato, o per moltissime altre ragioni, e invece Dante ci dice (pur con tutte le limitazioni del caso) che vede Dio – e questo dimostra, come se ci fosse il bisogno!, che Dante è anche uno straordinario tecnico della narrativa: il suo mondo è un’ampolla incandescente e incorruttibile, persino di fronte a Dio. Comunque. Nel terzo canto nei versi 14-18, Virgilio dice a Dante queste parole: “Qui si convien lasciare ogni sospetto; ogni viltà convien che qui sia morta. Noi sem venuti al loco ov’io t’ho detto che tu vedrai le genti dolorose ch’hanno perduto il ben dell’intelletto”. Il luogo che incarcera chi ha perso il ben dell’intelletto e che si è fatto trascinare dalle passioni è senza luce. Dante dunque collega alla mancanza dell’intelletto la mancanza della vista. Ne discende logicamente che Dante collega l’intelletto alla vista. Chi usa la vista, usa l’intelletto. Il Paradiso è un luogo luminossissimo dove Dante fa uso straordinario dell’organo di senso della vista, dove Dante colloca chi ha fatto uso dell’intelletto.

In fondo Dante avrebbe potuto descriverci il Paradiso come luogo profumatissimo e magari imbiancato di manna dolcissima. Non lo fa per coerenza e per, io dico, pragmatismo. Se l’Inferno è il luogo delle passioni, se le passioni sono cieche, per rappresentare le passioni ci si affiderà soprattutto ai sensi dell’olfatto e dell’udito, che sono insieme al gusto e al tatto gli organi delle passioni – degli istinti bassi. Se devo rappresentare qualcosa, non è meglio commisurarmi il più possibile, “scendere sullo stesso piano”, “sovrappormi completamente” con quel che devo rappresentare? Se le passioni nulla hanno a che vedere con l’intelletto, allora mi chiedo: quali sono gli organi con i quali esperisco le passioni? Se la mia risposta è: l’udito, l’olfatto, il gusto, il tatto, allora per descrivere le passioni utilizzerò il più che posso l’udito, l’olfatto, il gusto, il tatto.

Tra l’altro, l’Inferno è la cantica più appassionante (rozzamente appassionante) di tutta la Divina Commedia. Il Paradiso, invece, è una avventura dell’intelletto. Lo stesso Dante avverte che il lettore che vuole leggere il Paradiso deve essere nutrito del “pan de li angeli”, ossia avere conoscenze teologiche. E’, dunque, la cantica più raffinata, e la più, appunto, intellettuale.

Mi chiedo se Patrick Süskind abbia commisurato tutto a tal punto, da giustificare la scelta dell’uso dell’olfatto per rappresentare la sua storia nell’opera. Dante, lui lo ha fatto. Dante non ha operato scelte arbitrarie. Persino la scelta dell’organo di senso più adatto per rappresentare l’Inferno o il Paradiso ha un portato simbolico, e non sta lì allo scopo di farci esclamare “Sento le puzze infernali con l’olfatto!” o soltanto perché sarebbe stato troppo facile per Dante descriverci l’Inferno con l’organo della vista, e lui desiderava farci sapere quanto invece fosse bravo. Il punto è che Dante non è così ingenuo da servirci una rappresentazione delle cose, ma continuamente ci lancia messaggi in codice alfanumerici in terzine.

da Marco il 26.06.06 10:40

Caro marco quanti smiles!
Andiamo con ordine: ho supposto che citassi involontariamente Aristotele perché ne riproponevi fedelmente la concezione (fisica) sul predominio della vista su gli altri sensi, ma senza mai citarlo ed escludevo che si potesse parlare di plagio; mi sembrava plausibile un volontario o involontario desiderio di citarlo quasi come involontariamente. Ho sintetizzato in un involontariamente che non voleva insinuare la tua ignoranza in materia. Fermo restando che l'ignoranza non è sempre da temere. Ma accertato che conosci Aristotele non starò a dirti dove doviziosamente lo stagirita parli della vista e dell'udito.
Non sono uno scolaretto e tu non mi stai interrogando ciononostante quando scrivi che "... Questo è un limite della letteratura, ma è anche un limite nostro, di come siamo fatti [affermazione involontariamente neokantiana]. Non possiamo pensare a un piatto di spaghetti e sentire il gusto invaderci il palato... " e parli di un limite per come siamo fatti associandoli al fatto che rivediamo ma non rigustiamo (e vi associ, un po' affretatamente, un meccanosmo di autoconservazione che c'entra poco], limiti i meccanismi di comprensione umana alla facoltà visiva (immaginativa). Ma in generale si evince dal tuo discorso che se mi parlano di odori io non sento gli odori ma vedo l'oggetto odorante. Questo non significa forse far coincidere comprensione e visione (o ascolto, per l'ascolto)? Ma certo posso aver capito male.
Per citarti, non capisco dove affermo che "un'immagine dovrebbe essere scientificamente misurabile". Semmai, la genesi della teoria della relatività mostra quanto più semplice sia dare una misura scientifica a fenomeni che vengono in precedenza visualizzati (lett. teorizzati) dal teorizzatore (in questo caso il fisico teorico).

Ogni cosa a noi nota è innata o appresa. Ve n'è forse di altro genere? La mia era semplice ridondanza.

L'epistemologia, come afferma la parola stessa ha a che fare tendenzialmente con la scienza, non con la letteratura - era anche il sgnificato di tutto il mio post :) Osservavo che, a mio modo di vedere, il tuo post si soffermava troppo su problemi epistemologici, ovvero relativi ai processi umani di ricezione, catalogazione e torizzazione (o meglio di teorizzazione e verifica) dei fenomeni osservabili. Osservavo che, a mio modo di vedere, questo procedere fosse uno strumento spuntato in ambito letterario, e tarpasse in qualche modo le ali alla facoltà critica. (Lo dicevo senza nessuna avversione per l'epistemologia o per la scienza, tanto più in quanto la mia formazione è scientifica e non umanistica).

Quanto all'episodio di ulisse e del ciclope. Se vuoi apriamo una discussione su cosa provo tu, cosa provo io, cosa provano tizio e caio. Se avrò tempo parteciperò.
Nel mio caso però era anche la mia, per citarti di nuovo, una boutade (se è lecita anche a me) che mi permetteva di rimanere in ambito epistemolgico. Supponevo l'esistenza di una parte della letteratura in grado di far leva su meccanimi primordiali, sui sensi più antichi dell'uomo, come l'olfatto, il gusto e il tatto. Grazie ad essi la scena acquista una profondità extra pittorica. Anche perché non si fa in tempo a fermarsi e vederla; ulisse non fa in tempo. Quando la paura incalza e la morte si avvicina, nel pericolo, non ho tempo di contemplare, ma non posso smettere di sentire la puzza, di provare dolore o di avere la gola secca. La mia è, come vedi, solo una provocazione. Mi chiedo perché in quel frangente Omero moltiplichi i riferimenti ai tre sensi minori a scapito dei due maggiori? Se tutto si riassume nella visione della scena che il lettore si figura, a che servono i riferimenti a elementi extra visivi ed extra uditivi? Sbaglia Omero? Può darsi...
...
Non capisco dove parlerei della dottrina delle idee e che cosa c'entri questa con quanto dici in precedenza. Semmai il mito della caverna, ma certo l'arte non ne esce bene, nemmeno la poesia... comunque è tutta un'altra storia.
...

Infine che la descrizione sia una delle parti più importanti e talvolta la più imporante della letteratura (e la più difficile) non dubito. Ma che essa coincida ed esaurisca la letteratura, dubito molto: questo cercavo di dire. E questo è quanto capisco non solo dal tuo post ma anche dai messaggi successivi.
Il Profumo, quando lo lessi, mi parve una felicissima metafora della potenza dell'ars retorica sofistica, che ha una aspetto meraviglioso e seduttivo ma nasconde temibili insidie. La musica ha un potere seduttivo analogo. E l'arte visiva? ... dipende.

da jean_arthur il 26.06.06 14:40

Jean_arthur, io sento odore di provocazione o di aggressione nelle tue parole - volontaria o involontaria che sia. Mi dai troppe punzecchiature, col tono di chi non sta dando punzecchiature. Parli come se mi conoscessi; anche se fosse, io non amo intrattenere le persone che mi frequentano con Kant, Aristotile, Platone e gli altri. E' possibile, quindi, che se tu mi conosci, possa esserti fatte delle idee sbagliate sul conto delle mie conoscenze in materia di storia della filosofia - che ci sono, delle quali non sono tatalmente sprovvisto, e che, via!, sono conoscenze mediamente sufficienti. I filosofi più conosciuti della storia della filosofia e i sistemi di pensiero più conoscitui che si trovano su tutti i manuali e i bignami anche ai prezzi più straciati, almeno, quelli, un poco li conosco anch'io! :-) (Le faccine le uso per due motivi: primo perché si capisca che comunque ogni frase non viene scritta con un'intenzione aggressiva; secondo come elemento di cesura tra un argomento e l'altro - potrei andare a capo, preferisco le faccine). :-) Abbi pazienza, sai, ti ringrazio per il commento, ma non ho intenzione di seguitare a risponderti perché sposti tutta la questione sul piano del torto e della ragione (per esempio quando dici: "non capisco dove parlerei della dopttrina delle idee..." eccettera), dell'intendersi e del fraintendersi, dell'affermare e del rettificare, e questa, se la seguitiamo, mi sembra una discussione tra noi due e non una discussione a favore dell'argomento del pezzo. :-) L'argomento del pezzo è: ci sono dei limiti reali e oggettivi della letteratura. Se vuoi la pongo sotto forma di domanda: ci sono dei limiti reali e oggettivi della letteratura? Ci sono operazioni che alle rappresentazioni fornite dalla letteratura riescono meno o addirittura non riescono affatto? E, anche alla luce di alcuni commenti: questo a noi lettori, o agli scrittori, fa paura? siamo disposti ad ammettere che ci siano? :-) Ho chiesto ad Andrea Brancolini di dare più consistenza al profilo storico della questione (non: individuare in quale tradizione di pensiero le mie parole sono inscritte - che è un modo elegante per dire: "Nulla di nuovo sotto il Sole"; ma: portare esempi di autori che trattano la questione degli odori, dei sapori e del tatto in letteratura), e poi di tirare qualche conclusione. :-) Se qualcuno sta leggendo e oltre ad Andrea vuole partecipare alla discussione ben venga, ovviamente.

da Marco il 26.06.06 15:11

Caro Marco, sono aggressivo e cinico per natura e non avrebbe senso che mi scusassi di ciò. Preferisco così piuttosto che "non dar segno di voler avere ragione", anche se voglio averne.
In compenso non ti conosco, né ho motivi di astio particolare nei tuoi confronti. Chissà forse sono deluso di me stesso e cerco solo di dimostrare qualcosa
Comunque ho partecipato senza punzecchiare, non subito almeno, e ho portato anche degli esempi tratti dalla letteratura. Ho perfino parlato del romanzo cui il post è dedicato, anche se non si capisce bene se e e da chi è stato letto.
Il fatto che mi sta molto a cuore e l'unico per cui sono intervenuto è in realtà il problema che hai ben riassunto nell'ultimo post: "ci sono dei limiti reali e oggettivi della letteratura". Che mi pareva avesse avuto risposta positiva, almeno da parte tua in: sì, esistono e consistono, se non erro, nella natura della mente umana che non è in grado di riprodurre che immagini o suoni.
Continuo a pensare che questa posizione dia un'immagine dimezzata della letteratura (altro esempio: il ciclo degli antenati di Calvino. Opera forse sopravvalutata; ma si guardi il cavaliere inesistente che vive tutto nei simboli e nei segni senza corpo e il suo doppio nel servo di lui che diviene ogni cosa con cui viene fisicamente in contatto. Si guardi poi il visconte dimezzato) e la faccia coincidere con la descrizione o meglio con ciò che i retori chiamavano ipotiposi. Se ci fermiamo a questa ipotesi il limite oggettivo della letteratura coincide con un limite che invece le viene attribuito da qualcuno e diviene limite soggettivo. :-)
Senza rancore. A presto.

da jean_arthur il 26.06.06 16:39

assente due giorni per seggio...va bene sul continuare qui...finito in tempo per la partita, tra poco...allora marco, riguardo parole musica, una cosa interessante la fecero i Subsonica qualche anno fa, in un video, in cui ad ogni strumento corrispondeva una luce colorata e così via, ed il testo scorreva sotto. cosa diversa dalla prova di annamaria...
per quanto riguarda la trattazione storica, ora proprio non saprei rispondere, non è qualcosa a cui ho fatto troppa attenzione, potrei dire punta, durante la lettura di romanzi e simili, così davvero non so. Anche perché non è che abbia letto moltissimo in vita mia, e più che altro vado su letteratura nordamericana. Ma poco anche lì, in fondo.
Mi ci vorrà del tempo per darti una risposta. Ora ti potrei dire delle impressioni che ho avuto leggendo, riguardo gli odori, ad esempio, leggendo Il signore della fattoria di Egolf. Ma lì erano proprio le immagini a puzzare. Pure non soffermandosi troppo sugli odori, a me è rimasto un odore nauseabondo. Cose descritte in modo tale da rivelare il loro odore. Non mi sembra ci fossero descrizioni particolari di odori, ma a me certe sensazioni le ha date lo stesso. Ora altro non mi viene in mente.
Ed è tempo di partita.
ciao marco.

da andrea b il 26.06.06 16:49

Nel gelsomino notturno spiega Pascoli profuma come le fragole rosse. L'universo pascoliano è ricchissimo di odori. Come quello di Beppe Fenoglio, del resto...

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento . . .
È l'alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

da jean_arthur il 26.06.06 17:43

l'odore di fragole rosse. io lo sento l'odore di fragole rosse, l'odore di zucchero bruciato, che è solo di fragole rosse, ed è un odore, non un profumo, o quasi una puzza, e intanto non le vedo le fragole rosse, e non so quando le ho mangiate l'ultima volta, o quando la prima, e nemmeno la prima della stagione, quella che si può esprimere un desiderio, però ho mangiato lo yogurt vitasnella con pezzi interi di fragole che ha sapore di fragole, e lo sento anche adesso quel sapore di fragole rosse dello yogurt alle fragole che sa di fragole rosse, e come per l'olfatto si può distinguere in odore, profumo e puzza, vorrei ci fosse un corrispettivo per il gusto, perché anche il sapore delle fragole non è un buon sapore, come l'odore non è un profumo, ma un sapore di dolce bruciato che ripulsa e appena la piccola massa di yogurt alle fragole rosse supera la trachea l'ugola già si muove su e giù per averne ancora, un po' come il creme caramel, se non fosse amaro, insomma, son qui che tiro su e giù le narici e sento l'odore di fragole rosse e peccato che è finita la stagione, perché l'odore delle ciliegie non lo sento

da monica il 27.06.06 09:53

per le vostre ricerche, forse, si potrebbe usare google, su http://books.google.it/ se si digita nella stringa di ricercha "odore" o "profumo" appaiono tutti i libri catalogati che contengono nel titolo o nel testo la parola "odore" o "profumo", certo, è un po' vasto come campo da cui partire....
ah, e poi, qui c'è il manifesto di Marinetti sul "tattilismo", non centra proprio proprio, però, ecco, se vi va, è qui
http://www.homolaicus.com/arte/futurism/testi/manifesti/tattilismo.htm

da monica il 27.06.06 11:39

grazie monica. eh, sì, è un campo un po' vasto da cui partire...grazie davvero. ciao!-)

da andrea branco il 27.06.06 13:25

jean_arthur, nell'ultimo commento ho scritto di portare esempi di autori che trattano la questione degli odori, dei sapori e del tatto in letteratura. Mi sono espresso male. Intendevo non esempi di autori che di letteratura, ma autori di filosifia, saggisti, eccetera, che trattano la questione dell'impossibilità del godimento del tatto, del gusto, dell'olfatto per mezzo della rappresentazione letteraria. grazie lo stesso per la poesia del pascoli.

da Marco il 29.06.06 14:36