03.06.06

La casa del Sonno (The House of Sleep) - Jonathan Coe

di Gianluigi Bodi

Questa mattina mi sono svegliato alle cinque e mezza, come praticamente tutte le mattine.sleep.jpg Ho dormito male questa notte, non so bene perché, ma è successo e mi sembra ideale, ora che mi sento terribilmente in debito di sonno, parlare del libro che ho finito di leggere ieri e che mi è piaciuto talmente tanto da creare un senso di vuoto una volta chiuso e riposto sulla libreria.
Il libro in questione è “La casa del Sonno” di Jonathan Coe.

Sto procedendo con il mio piano di riprendere una certa dimestichezza perduta con la lingua inglese, e quindi, dopo “Alta Fedeltà” ho voluto leggere anche Coe in lingua originale. Non mi sono pentito mai, nemmeno per un secondo. Il libro, in ogni sua parte è godibile. La scrittura è asciutta, priva di fronzoli e mai troppo descrittiva. Lascia buona parte del compito immaginativo al lettore. Compito che credo di aver assolto nel migliore di modi anche grazie ad alcune reminescenze del mio periodo Erasmus in Inghilterra. La struttura narrativa è complessa, i capitoli alternano momenti diversi della storia dei personaggi e il linguaggio sembra assecondare la complessa impalcatura costruita da Coe. Ho avuto l’impressione di pulizia e perfezione, mi sono sentito dentro a qualcosa di finito e non intaccabile. Dalla prima riga fino all’ultima il mio unico scopo è stato quello di capire cosa avrebbero fatto i personaggi per superare i loro disturbi legati al sonno.
Già, perché il romanzo, come il titolo suggerisce, è profondamente legato al sonno, alla sua parte negativa, alla sua natura disturbante. Uno dei personaggi, il Dr. Dudden, lo reputa un disturbo che accorcia la vita (a life shortening disease) e cerca in tutti i modi di ridare all’uomo quel trentatre percento di vita che il sonno gli ruba. Poi c’è Sarah, narcolettica e in preda ad attacchi di catalessi che scaturiscono dal riso, così poco a proprio agio con la realtà da aver bisogno di sostituirla con i sogni, talmente tanto vividi da essere indiscutibilmente reali.
C’è Robert, innamorato di Sarah, che si farà influenzare da un sogno e cambierà se stesso solo per assecondarlo.
Terry, il personaggio dal sonno altalenante. Prima necessita di quattordici ore di sonno al giorno, poi si cala spontaneamente in uno stato di insonnia che dura per anni per poi finire in un letto d’ospedale, sorridente e calmo.
La storia di questi quattro personaggi è intrecciata indissolubilmente anche se non lo sanno. I capitoli del libro sono alternati, i pari raccontano i primi anni ottanta, i dispari raccontano i tardi anni novanta, cosicché i capitoli degli anni ottanta mostrano la graduale separazione dei personaggi, mentre quelli ambientati più vicino ai giorni nostri raccontano il progressivo riavvicinamento e la stretta finale in cui le vite dei personaggi ritornano ad essere vigorosamente legate tra loro e si creano schemi di distruzione, creazione e ri-creazione.
“La casa del sonno” è un libro che parla di ossessioni. Quella che riguarda il sonno, il sonno come ricerca, il sonno come disturbo, il sonno come stato di totale impotenza e il sonno come ricerca della regolarità.
Ma l’altra ossessione, a tratti più forte anche di quella del sonno, è quella dell’amore. L’amore di Robert per Sarah, amore che cambierà la sua vita e che lo porterà a diventare una persona diversa.
L’ossessione di Terry per un film (Latrine Duty) di un fantomatico regista italiano (Ortese), film che non ha visto praticamente nessuno e che sembra avere un terribile ascendente sui pochi che hanno avuto modo di vederlo.
Solo nel momento in cui queste ossessioni vengono domate, i protagonisti riescono a ricollegarsi con la propria vita, sia che questo porti a degli sviluppi positivi, sia che porti a degli sviluppi negativi.
L’idea che il sonno ed i disturbi ad esso collegato siano il filo conduttore che lega tutti i protagonisti rende lo svolgimento della storia fumoso e imprevedibile, ad ogni bivio della narrazione mi sono chiesto: quanta di questa narrazione fosse frutto di un sogno? Quanto di quello che stavo leggendo era realmente successo ai personaggi, e quanto era solo sognato da essi?
Ai fini del valore del libro queste domande non hanno alcuna importanza. Hanno importanza per me e sono legate anche al tipo di cose che scrivo, o meglio, vorrei essere in grado di scrivere. “La casa del sonno” è un sogno, un sogno dall’andamento saltellante, con degli sbalzi spazio-temporali e con personaggi che si trasfigurano l’uno nell’altro o che trasfigurano se stessi. Quindi, a leggerlo, mi sono sentito spiazzato, mai come in questo libro mi sono chiesto cosa fosse “reale” e cosa non lo fosse (ovviamente questa domanda era circoscritta all’ambito fittizio del libro).Coe.jpg
Il punto è che ne “La casa del sonno” la realtà narrata e il sogno narrato si influenzano vicendevolmente e che forse, il cuore del libro sta proprio in quel limbo che si crea dall’intersezione dei due stati. Ancora un po’ veglia e sempre un po’ più sogno.


[tutti i libri della bottega]

Pubblicato da louie il 03.06.06 12:34

COMMENTI

Avrei voluto già commentare il pezzo su Hornby, ma visto e considerato che mi ripropongo sempre di leggere qualcosa di lui, tipo Alta Fedeltà o Febbre a 90 per poi perdermi in altri autori, ho rimandato.
Adesso, con Coe, non posso tirarmi indietro: primo perchè ho fatto un filotto di suoi libri (La famiglia Windshaw, La casa del sonno, La banda dei brocchi e Circolo chiuso) e quindi il mio personale parere dovrebbe avere fondamento; secondo perchè anche io sono rimasto invischiato nelle sue trame, nel suo modo asciutto e astuto di raccontare, di nascondere ombre e indizi in capitoli disparati, costringendo il lettore all'epilogo per godere veramente del suo giochetto letterario. E' un vero tessitore di tappeti: se riesci a seguirlo ad inizio lavori, mentre intesse fili di colori disparati senza farti venire l'emicrania, poi il risultato finale ti ripagherà.
Venivo comunque da un libro (la Famiglia Windshaw) dove questa tattica è ancor più eloquente, in cui i primi dieci capitoli sono una lista di azioni governative Inglesi e di leggi emanate negli anni ottanta in vari campi. Quindi ho imparato a conoscere il suo modus operandi.
Pensare che sono arrivato a Coe dopo aver letto tutta la saga Malaussène di Pennac (non linciatemi!) e cercavo qualcosa di divertente e sorprendente. Mi fu consigliato da una conoscente.
A dir la verità, anche nella Casa del sonno, feci fatica ad arrivare a metà libro. Poi però, quando le storie si cominciano a serrare, l'ho finito d'un fiato, senza staccarmi.
Tornando a bomba sul libro in questione (scusate della prolissità) direi che Gianluigi ha visto giusto; anche io ho avuto l'impressione che molte parti fossero esperienze oniriche dei protagonisti. A sua differenza, io sono rimasto talmente colpito dall'amore Eterno e Universale di Robert per Sarah da considerare quello il fulcro, il motore, il filo conduttore di tutte le storie più o meno nascoste nella narrazione.
Un amore talmente grande e totale da portare una persona a cambiare [...]per poterne godere o per lo meno per potersi dichiarare apertamente. Io, la figura di Sarah, coi suoi capelli lisci e neri con alcuni fili grigi, l'ho stampata in mente: è come se la vedessi tutti i giorni.
Ecco cosa mi rimarrà presente a vita di questa bella lettura.
Saluti

da matteo il 05.06.06 19:02

Caro Matteo, grazie del bel commento e delle tue analisi. L'amore tra Roebrt e Sarah è stato importante anche per me. Io l'ho visto come un'ossessione perché per anni anche io ho vissuto così l'amore. Credo che ognuno colga di un libro gli aspetti che più si intersecano con la propria vita.
Spero che non ti dispiaccia se ho tolto un riferimento alla trama del libro dal tuo commento, non vorrei che leggendolo qualcuno possa rovinarsi il piacere della scoperta.
Quando avrai letto qualcosa di Hornby non mancare di farmelo sapere.
Buona lettura.
Gianluigi

da louie il 05.06.06 19:41

Per Matteo: ti segnalo un erroretto... La famiglia è WINSHAW e non WINDSHAW.
Louie lo hai letto "Non buttiamoci giù" di Hornby? Io l'ho trovato di rara bruttezza. Volevo capire se dipendeva dal mio stato d'animo di allora... :)

da Federico il 05.06.06 21:34

Federico, ho il libro a casa, ma non l'ho ancora affrontato, me lo tengo per quando sarò dello stato d'animo adatto.
Spero che non sia tanto brutto come dici, altrimenti mi verrebbe da pensare che Hornby abbia sparato le sue migliori cartucce con i primi due libri.

da Gianluigi Bodi il 06.06.06 08:02

Grazie ragazzi: Federico hai ragione. Nonostante sia andato a cercare su google sono riuscito nell'impresa di copiare sbagliato; mi giustifico dicendo che l'inglese scritto non è il mio forte (nemmeno quello parlato :-)
Gianluigi hai fatto bene: io nella fretta e nella concitazione di scrivere qualcosa di decente, non solo su Coe, in generale ma sulla tua lettura ho svelato un attimino di troppo...
Per Hornby c'è sempre tempo, tanto nella biblioteca dove vado io difficilmente ci saranno dei problemi nel prenotare quei testi (si capisca non li legge mai nessuno).
ps: la Casa dei Brocchi, che era descritto da alcuni conoscenti come un mezzo fallimento, io l'ho trovato godibile e forse, ma un pelino solo, meno intricato come trama degli altri. Ma, e con Coe c'è sempre un ma, per conoscere i destini dei famigerati "Brocchi" bisogna leggere anche il sequel (Circolo chiuso). E' tremendo.
Saludos

da matteo il 06.06.06 10:41

Matteo, tanto per chiedere, ma secondo te, il fatto che un libro sia più o meno complicato a livello di trama, lo rende più o meno bello?
A scanso di equivoci dico subito che nel tuo commento non hai scritto nulla che mi faccia pensare che "La banda dei brocchi" essendo meno complicato sia anche più godibile. Ho solo preso lo spunto dal fatto che tu, tra le caratteristiche del libro che hai citato, ci metti la non eccessiva complessità.
Per me, ad esempio, un libro complesso dal punto di vista della trama diventa un peso nel momento in cui la complessità delle vicende mi distoglie dall'insieme del libro.
Come a dire che mi vengono richieste troppe risorse neuronali per decifrare la trama, da non averne abbastanza per il piacere della lettura.
Immagino che questi gradi ci complessità dipendano dalla cultura, intelligenza, esperienza di ogni lettore, quindi non mi permetto di fare esempi.
Ciao.

da Gianluigi Bodi il 06.06.06 11:33

Gianluigi, direi che mi sono permesso questo esempio perchè riguarda lo stesso autore da te recensito. E sopratutto perchè la complessità della trama, come la chiami tu, rappresenta per un lettore disattento o discontinuo uno scoglio difficilmente sormontabile. Concordi?
Forse mi sono espresso male: la mia unica intenzione era quella di mostrare che lo stesso Coe ha scritto anche trame volutamente meno complesse ma che durano talmente tanto nel tempo da impiegare lo spazio di due libri. Nulla diminuisce la sua bravura o la godibilità di quel testo.
Gianluigi ci sono libri, pagine, che ti rimangono impresse per molto tempo, inconsapevolmente, e riemergono quando meno te l'aspetti. E si che tutti i libri sono scritti di caratteri neri su pagine bianche, ma è il come e il cosa che li distingue, che li rende per ognuno di noi unici o comuni. Tutto qui, mi sembrava un esempio calzante.

da matteo il 06.06.06 15:06

Matteo, non mi stavo riferendo al tuo commento in termini negativi. Non volevo "criticare" il tuo intervento, anzi, averne di interventi così.
Volevo solo riflettere sul fatto che descrivendo un libro ci soffermiamo (mi ci metto in mezzo anche io) anche sulla complessità della trama e, nel mio caso (Poiché non so come la pensi tu), a volte attribuisco dei valori a questa complessità.
Quindi, lasciami dire che tu sei stato chiarissimo, non ti sei espresso male e hai detto quanto volevi dire. Io ho solo preso spunto da una parola per pormi una questione.
Niente di più :-)

da Gianluigi Bodi il 06.06.06 15:17

Tranquillo, Gianluigi, non sono arrabbiato. Ho creduto di aver "sciupato una pallottola" parlando della Banda dei Brocchi, di averti forse rovinato la sorpresa di una nuova recensione. Già ho svelato uno dei finali di questo libro nel primo intervento, non vorrei aver pestato di nuovo su qualcosa di poco piacevole.
Saluti cari :)

da matteo il 07.06.06 08:56

Non ti preoccupare, non hai rovinato nulla. Affronterò la lettura del libro puro come un verginello.
Gianluigi

da Gianluigi Bodi il 07.06.06 10:21

Ciao Gianluigi.
http://blogsenzaqualita.splinder.com/post/6069769 qui un mio intervento su Coe. Come vederai (se ti va) Banda dei brocchi e Circolo chiuso mi sono piaciuti enormemente. Rappreentano - nel loro "piccolo" - quello che vorrei fare, che farei, che avrei fatto, che farò se riuscissi, fossi riuscito, riuscirò a scrivere.

Di un Coe una cultura nazionale e popolare (non dirò: nazional-popolare) secondo me non può fare a meno.
Chi legge Coe (McEwan - quasi tutto -, Hornby - poco - e... vuoi proseguire?) impara un sacco di cose. Impara, spero, ad amare la lettura anche se non è precisamente ai primi posti nei suoi interessi esistenziali.
E in Italia? Intanto dico Covacich. Poi...
Ezio

da Ezio il 09.06.06 17:06

Ciao Ezio, in questo momento mi sto proprio buttando sulla lettura de "La banda dei brocchi", mi sta piacendo, immagino per i motivi che adduci tu nel tuo intervento. PErco ci devo pensare un po'. McEwan ancora mi manca, ma vedrò di rimediare.
In italia, forse non sono la persona più adatta per dire chi è Hot e chi non lo è. Certo è che Covacich mi piace davvero molto, anche se, al contrario di Coe (è un paragone che forse non regge del tutto, ma concedimelo), la vena di malinconia che percepisco tende sembre verso il basso, come a volerci dire che non c'è speranza di uscire dal buco di pochezza intellettuale nel quale ci troviamo.
E' una mia idea, immagino presuntuosa, ma è quello che mi da la lettura di Covacich.
Gianluigi

da louie il 09.06.06 20:21

Gianluigi mi meraviglio! Un "inglesofono" come te astemio di McEvan...
Dovrai rimediare, questo è sicuro. Una cosa sola mi disturba, dell'intervento di Ezio, soprattutto alla luce del suo articolo che mi sono andato a leggere.
Perchè la cultura che vende, e che interessa senza diventare pesante, deve essere considerata bassa? O nazional popolare (termine bruttissimo che mi ricorda il Pippo Baudo)? C'è davvero una cultura "alta" e una "bassa"? Mi spiego: ho letto tutta la saga di Pennac, per questo devo considerarmi alla stregua di chi si legge tutti i libri di Dan Brown o semplicemente un lettore che ogni tanto vuole uscire dalla realtà e tuffarsi in mondi irreali e fantasiosi?
Saluti
Matteo

da matteo il 10.06.06 09:14

Matteo, no, non intendo distinguere fra "alto" e "basso". Ho opportunamente sottolineato di non volere usare l'espressione (nobilissima, in quanto gramsciana, poi ridotta a popletta nazional-televisiva) "nazional-popolare", e ho disgiunto i due aggettivi, per nobilitare la migliore accezione di ciascuno.
Nel mio post ho addirittura paragonato - fatte le debite differenze - Coe a Balzac!
Quanto alla letteratura cosiddetta alta, trovo che se troviamo un aggettivo che la ideintifichi e che ci trova d'accordo, meglio. A patto, appunto, di acettare l'idea che una letteratura "altra" esiste, non è per tutti, è sempre stato così, così sempre sarà e non c'è nulla di male in questo: tutte le forme di letteratura hanno qualcosa di indispensabile da dire, da aggiungere.
ezio

da ezio il 10.06.06 10:32

La letteratura è, anche, intrattenimento. La letteratura, per come la vedo io, è un sacco di cose. Scegliere di leggere, in un determinato momento della propria vita, dando più importanza ad un aspetto piuttosto che ad un altro, mi pare cosa lecita e naturale.
Istintivamente mi capita di fare distinzioni tra letteratura "alta" e letteratura "Bassa". Cervantes mi sembra alto, Pennac (pur adorandolo) lo collocherei più in basso. Non so se sia possibile stabilire un criterio di valori universale, e se, piuttosto, questa scala sia di ordine soggettivo. Quello che mi sembra di poter dire è che effettivamente esiste una letteratura "altra", che non può essere caratterizzata da valori di alto o basso, ma che in quanto altra è qualcosa che ogni lettore definisce in base ai propri gusti e in base alle proprie capacità. Se leggiamo Pennac dovremo tenere a mente che c'è dell'altro, se leggiamo Cervantes dovremo tener conto che c'è dell'altro. L'esperienza di lettura può essere, in entrambi i casi, piacevole e l'una non esclude l'altra.
Spero di aver scritto in maniera chiara un pensiero che, magari non è condivisibile, ma che mi premeva di esplicitare.
Ciao
Gianluigi

da Gianluigi Bodi il 12.06.06 08:17

quanto è bello questo libro...

da jomarch il 19.06.07 12:24

La casa del sonno ancora mi manca, ma sono in un momento di lettura uno dopo l'altro dei libri di Jonathan Coe.
Parlare bene de "La banda dei brocchi" è troppo facile, per chi era adolescente negli anni 70 la adesione emotiva è inevitabile e mette in secondo piano le qualità narrative molto evidenti di questo romanzo.
"La famiglia Winshaw" ti strega con la sua bizzarria e ti colpisce per la amara lettura sociale; ancora una volta la condivisione generazionale con l'autore ti lega alle pagine.
"Donna per caso" mi ha turbato; sembra una cosina da niente, buffa cronaca di una vita sfigata e invece il personaggio principale Maria è drammatico, allucinante e mi ha invaso la mente, costringendomi a fare i conti con quello che di lei abita in me.
Ieri ho finito "La pioggia prima che cada" che presumo abbia deluso i lettori deliziati dai tono ironici e dalla narrazione brillantemente costruita dei precedenti successi: è un racconto intimista, femminile, su temi di amore e di famiglia, un racconto lineare nella sua costruzione, addirittura affidato alle fotografie di un album di famiglia... eppure spalanca le porte a una tale possibilità di interrogativi sui temi della genitorialità e del senso stesso dei legami familiari e dell'amore!

da ilse il 17.09.07 12:30

certo che Circolo chiuso è un tantino claustrofobico... come dice il titolo, appunto

da ilse il 25.09.07 15:59




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