14.06.06

Intervista a Remo Bassini

di Criscia

copertina_Lo Scommettitore.jpg
Ho conosciuto Remo Bassini, autore del romanzo Lo Scommettitore edito da Fernandel, circa due anni fa, in un sito di scrittura. Mi colpì subito una cosa di lui: il suo modo di porsi. Cercava le parole più adatte per farsi capire, senza tanti giri inutili. A volte completava i suoi discorsi con esempi. Poi, un giorno, lessi un suo racconto in rete: Tamarri. Ecco, lì è avvenuto quello che succede quando qualcosa che leggi, non solo ti piace, ma ti entra dentro, nelle viscere, e ti fa riflettere. E poi sono sempre stata sensibile alle tematiche del disagio, soprattutto giovanile, per tante ragioni, emotive e personali. Così abbiamo cominciato a scambiarci e-mail, a chiacchierare. La conoscenza è poi continuata nel tempo, ci siamo incontrati e abbiamo condiviso alcuni aspetti della nostra vita. Questa non è l’intervista a uno scrittore ma è, prima di tutto, l’intervista a un amico, che è anche scrittore.

I tuoi sono quei classici libri che si leggono tutti d’un fiato: colpi di scena e sorprese, ingressi di nuovi personaggi anche verso la fine. E’ un ritmo incalzante, sin dall’inizio. Sembra che tu ti diverta a “ingannare” il lettore. E’ così?

E' una domanda difficile. Posso ipotizzare. Dicendoti, per esempio, che quando scrivo mi piace sorprendermi. Ma posso, anche, abbozzare una seconda risposta, forse più vera: l'inganno è il contrario della verità. Mi piace smascherarlo, ma non sempre: a volte le mie storie restano sospese. In certi libri e in certi film torna sempre tutto; nelle mie storie no. Non sappiamo sempre tutto. Ecco, qui di sicuro io non inganno il lettore. Tutt'altro.

Ne Lo scommettitore ma anche nei libri precedenti, Il quaderno delle voci rubate e Dicono di Clelia, non c’è un solo protagonista, ma ci sono più protagonisti, più vite che si intrecciano e che restano spesso unite da un piccolo filo nella storia. Mi è capitato di affezionarmi, nel tuo primo libro, a una prostituta e anche a un cane, che alla fine aspetta invano il suo padrone. In Dicono di Clelia mi sono affezionata al “papà carogna”, nel tuo ultimo libro, invece, ad Ornella e Giacomo; spesso figure marginali per l’intreccio e la storia, ma profondamente essenziali dal punto di vista umano ed emotivo. Sono questi i personaggi che restano in mente quando si finisce la lettura.
Tu dai forza ai personaggi deboli, a soggetti ai margini della vita, sei d’accordo?

Ci sono situazioni e personaggi diversi nei miei libri. Il “papà carogna" di Dicono di Clelia ha perso l'affetto di sua figlia, che lo ha visto con un'altra donna. Vive con un fantasma, sua figlia appunto. E' uno sconfitto. Il protagonista de Lo scommettitore, invece, un po' un superuomo e un po' figlio di puttana, in realtà ha paura: ha paura degli altri, di voler bene, di scottarsi. Cerca di tenerli lontano, ma i semplici, i puri di spirito, quelli che affrontano le magagne della vita lo stupiscono. Lui invece è bravo solo a scommettere.

A proposito del tuo ultimo libro, Lo Scommettitore, sembri confermare questa mia ipotesi decidendo di non dare un nome al vero protagonista, ma vorrei che me lo dicessi tu, il vero motivo.

Recentemente, si veda il caso Storace, di certi professionisti al servizio dei politici si è saputo il nome. In realtà è gente che vive nell'ombra, da chissà quanti anni. E ancora: un nome serve per definire persone che conosciamo che amiamo che odiamo. A lui, allo Scommettitore, queste cose non interessano, finché un giorno, guardandosi allo specchio, scopre di non avere un'identità, un'anima. Si domanda: è tardi per recuperare? Non sa rispondere.

Ho notato anche il forte bisogno di parlare di donne, spesso bellissime, combattute, traditrici e tradite, donne forti, sole, come la dolcissima Ornella, una donna povera che veste calze rotte, ma soprattutto madre affettuosa di Giacomo, un ragazzo epilettico. Stupisce il tuo riuscire a descrivere così bene l’universo femminile. Credo che sia particolarità degli animi sensibili riuscire a cogliere gli aspetti e le sfumature dell’altro sesso, sei d’accordo?

Io non scrivo con metodo. Io scrivo e basta. Alla fine mi rendo conto che i personaggi più belli sono quelli femminili. L'universo donna, madre-amante-figlia, mi attrae, e quindi lo scruto con più attenzione. Penso che tu lo sappia: ho comprato un solo quadro in vita mia. Raffigura tre persone: un uomo e una donna, a braccetto, sotto un ombrello, e una donna da sola, davanti a loro che, incurante della pioggia, è in bicicletta. E' sola, è indifesa, è stupenda.

Lo Scommettitore è un libro che parla di politica e corruzione, ma non solo. Sembra un giallo, ma non lo è del tutto. Credo che in questo libro si parli soprattutto di ricordi e solitudine; lo scommettitore, a un certo punto della sua vita, si ritrova a fare i conti con il passato, ripensa a se stesso, a quello che è stato fino ad allora, e non si piace. Cerca un punto di partenza per ricominciare. Come mai tanta attenzione all’aspetto più umano che ci sia, la paura di aver esagerato? Di non riconoscersi più?

Nei momenti peggiori, quando ti poni una domanda, questa: chi sono io veramente?, e non sai risponderti, allora cerchi di scavare nel tuo passato. E' l'aspetto del libro che più amo. Lo scommettitore si ricorda di quando leggeva Tex, di quando rubava al supermercato, di quando per colazione mangiava il pane del giorno prima inzuppato nel latte. Li cerca di nuovo quei ricordi, quei sapori, così per cercare di rispondere alla domanda Chi sono io veramente?


Nel libro c’è anche raccontato un po’ del mondo del giornalismo, che conosci bene essendo tu un direttore di giornale. A un certo punto della storia arrivano in redazione tre lettere anonime. Il direttore Giuseppe Cardoni è un uomo avanti con gli anni, un po’ vecchio stampo ma che fa bene il suo mestiere. E lo ama, soprattutto. Entra però in gioco l’aspetto della morale, della coscienza individuale, soprattutto in riferimento alla prima lettera che Cardoni decide di non pubblicare perché, sebbene contenga accuse, rivela anche dettagli riguardanti la vita privata di persone oneste. Quante volte, nel tuo lavoro, ti sei trovato in situazioni simili?

Il vecchio giornalista, Cardoni, è l'esempio, il simbolo del vero giornalismo: il vero giornalismo racconta sempre e comunque la verità, ma in certi casi si ferma: non esistono regole deontologiche, codici, in certi casi esiste solo la coscienza. E comunque: in questo mestiere c'è chi lavora con coscienza e c'è chi invece se ne frega se fa danni.

Il tuo “essere giornalista” influenza inevitabilmente la tua scrittura, a mio avviso poco descrittiva e molto diretta, efficace. Quanto, invece, sei influenzato e ispirato dalle storie che arrivano in redazione ogni giorno?

No, non sono d'accordo e questo mio non essere d'accordo è confortato dal parere dei miei colleghi: che non mi riconoscono quando scrivo romanzi. E' vero, però - ma questo avviene soprattutto in fase di revisione di un testo - che io prediligo il ritmo alla descrizione. Magari sbaglio: ma quando rivedo un manoscritto io taglio, taglio: avverbi, frasi inutili, aggettivi. Perché non voglio annoiare il lettore.


Fra i tuoi personaggi, chi ti piacerebbe fosse “vero”? Chi faresti vivere?

I miei personaggi si ispirano al vero, quindi li sento veri e vivi. Tutti quanti. Due esempi. Nel Quaderno delle voci rubate c'è un sacerdote, uno di quelli che predicano poco e lavorano con gli ultimi. Quel prete esiste: vive a Torino. Ne Lo scommettitore c'è Giacomo, che soffre di una forma forte di epilessia. E' costretto a vivere in casa, non può guardare la tivu, perché può provocargli convulsioni, né usare il computer, né lavorare. Eppure trasuda vitalità, tenerezza. Esiste pure lui. L'ho incontrato una decina d'anni fa, sono stato con lui un'oretta. Mi bastò.

Ora vorrei sapere qualcosa in più di te. Hai aperto un blog, da poco tempo, e so che sei sempre stato un attento lettore di questa “fetta” virtuale di persone che si racconta e che racconta. Come ti trovi ora che sei anche tu da questa parte?

Di sicuro il blog è qualcosa che ti cambia la vita. Per me, quindi, può essere, anzi è qualcosa di pericoloso. Vedi, io non sono equilibrato, in nulla. Non riesco a bere moderatamente. O non bevo o bevo molto. Lo stesso è il blog: o mi ci applico, quasi quotidianamente, oppure chiudo baracca e burattini.
Quindi vedremo.

Ti chiedo una cosa che, forse, non ti ho mai chiesto nemmeno io. Con tutte le cose che fai, direttore di giornale, scrittore e ora anche blogger, quando trovi il tempo di leggere?

La sera, dopo il giornale e la cena: in birreria o in qualche bar tranquillo, un paio d'ore. A volte anche prima di addormentarmi, cioè dalle 3 alle 4 di notte.

Una domanda di rito: i tui scrittori preferiti, quelli che ti piace leggere e che senti più vicini al tuo stile. Mi piacerebbe che tu ne nominassi alcuni del passato e alcuni contemporanei.

Salgari, il primo amore. Poi Erich Maria Remarque e John Steinbeck, gli autori dei miei vent'anni. I preferiti di oggi: Izzo, Saramago e don Luisito Bianchi, che ho avuto il piacere di conoscere. Un grande uomo.
Mi ispiro a qualcuno? Dico Pratolini, Berto, Chandler, la Allende. Dico anche che mi sembra di bestemmiare.


Ti ringrazio tanto, Remo, da parte mia e di tutta la Bottega di lettura.

Grazie a te.


[Altre interviste in bottega] [Altri libri in bottega]

Pubblicato da Criscia il 14.06.06 11:07

COMMENTI

credo che sia il genere di scrittura che apprezzo: molti protagonisi, storie che s'intrecciano
avevo già letto il racconto, chissà dove

da evacarriego il 16.06.06 22:55

Il racconto è sorprendente, in tutti i sensi. :-)

da matteo il 17.06.06 10:41

grazie a criscia, mozzi e tutti quelli che, incuriositi, son venuti nel mio blog.
oggi, sabato 17, recensione su La Repubblica torino.
(Unica recensione, per ora, su carta de Lo scommettitore; c'è stato un maggior passa parola in rete).
grazie ancora

da remo bassini il 17.06.06 11:45