02.06.06

Horcynus Orca di Stefano D'Arrigo. La prima lettura a staffetta.

di Tonino Pintacuda

[la prossima frazione]

Horcynus OrcaCome onda di mare nel retrobottega in cui si riuniscono le ostesse e i bottegai di quest'accolita di lettrici e lettori, periodicamente si riaffaccia l'idea di una lettura a puntate o di una che, schiettamente e semplicemente, esca fuori dal binario dei soliti modi di afferrare un testo (si parlava perfino di recensire solo le prime cinquanta pagine di un libro).

Da qualche tempo Horcynus Orca tiene compagnia a me e a Giorgio Morale, l'Opera di Stefano D'Arrigo è un libro con cui si deve lottare, proprio come s'augurava qualche tempo fa il buon Roth (tradotto dal meritevole Luca Tassinari: "La gente dovrebbe essere lasciata sola a combattere con in libri e riscoprire cosa sono e cosa non sono. Tutto il resto sono chiacchiere. Chiacchiere senza senso").
Pigliamo a calci nel deretano anche noi stessi quando ci facciamo prendere la mano dai giudizi di valore, riabbracciamo il piacere di leggere in tutta la sua forza.

Horcynus Orca è un libro vero e buono, un libro che all'inizio spiazza, ho cercato di affrontarlo più e più volte da quando lei me l'ha donato per il mio ventitresimo compleanno. Era sempre lì, sul comodino, ad aspettarmi, non oltre pagina dieci. Poi la svolta, qualcosa alla fine è successo.

Sì, sto leggendo Horcynus Orca: me lo ripeto come un mantra. Sono a un quinto dell'impresa. Difficile e vano spiegare la sensazione che si prova quando finalmente si penetra dentro D'Arrigo. All'inizio ti ingolfi, sputacchi l'acqua salata che trasuda dalle pagine. Dici: non ce la farò mai. Poi la chiave gira.

A me è capitato con Cata, la vedova bianca di marinaro che quando doveva diventare femmina e femmina tutta si vede scippare marito e flauto di pelle dalla Guerra. Resta sul letto senza il suo piacere tanto atteso. Allora resta prigioniera dell'idea di marinaro e la vecchia Jacoma se la tira dietro in cerca di un marinaro che con argomenti di mascolo riesca a ridarle sorriso e sapienza.

Jacoma ha pure scoperto che Cata pipìa solo sul mascherone del Duce, un'icona di gesso già ammolliata dal piscio della femminota bella e perduta. Ecco, quando Cata sparisce tra i bergamotti per pipiare sul mascherone la chiave è girata e anche la lettura ha subito un'accelerata. Da dieci pagine faticosamente attraversate la mia favea oculare è schizzata verso la centinaia e ora a 264 aspetto il momento in cui riaprirò il libro per continuare a viaggiare con 'Ndrìa, lì, tra Scilla e Cariddi.

Ci sono personaggi vivi e viventi, lo spiaggiatore vestito di tutte le divise di tutte le guerre, le femminote, il piccolo Duardo e Ndrìa che cercano confetti e trovvano un "muccusello" morto con lo spadino e la medaglietta della comunione, ci sono soprattutto le fere che gli altri chiamano delfino, ma delfino è delfino, la fera è fera. Con una discussione sul nome e sul senso dei nomi che non sfigura il confronto col Cratilo platonico, il dialogo che il maestro del Maestro di color che sanno dedicò proprio al problema dei nomi e delle cose.


La scena più bella, sinora, è quella dei pellisquadre che si vendicano delle fere dopo l'ennesimo atto di sfida, arriva la nave del Fascio che va verso l'Abissinia, il gerarca intima di liberare il delfino femmina, il padre di Ndrìa è obbligato a recitare un inno al delfino che nulla ha della cattiveria da cristiani che muove la fera, sordida e cattiva coi suoi 264 dentuzzi affilati.

E sogna Ndrìa sogna il cimitero delle fere, sogna di tornare in Sicilia, e il mare è lì, sempre uguale che rigurgita fere che vanno a riempire le panze col loro mollame. E il professore di Messina cerca le uova dell'anguilla... Lo volevo condividere, col sorriso di chi ha altre 800 pagine da leggere...

[un articolo di Steiner su D'Arrigo]
[tutti i libri in bottega]

Pubblicato da Tonino Pintacuda il 02.06.06 18:30

COMMENTI

oltre ottocento, quindi
però, involglia
vado più su

da evacarriego il 04.06.06 21:46

Con il lavoro che state facendo state lentamente spingendo D'arrigo al top della lista delle cose da leggere.

da Gianluigi Bodi il 05.06.06 09:09

Si, mi sa che anche per me sarà uno dei prossimi acquisti e compiti. Me lo ripeterò anch'io come un mantra: "Devo leggere Horcynus Orca!". A presto!

da Katia il 05.06.06 12:10

Fateci sapere, allora...

da tonino pintacuda il 05.06.06 15:00

Mi piace l'idea del mantra, la condivido. E poi Horcynus Orca è un titolo bellisssimo, per un libro. Mi piace anche come è posizionata quella "y", al centro della parola, in un punto focale, dopo l'aspirazione dell'acca iniziale, ti ritrovi quelle gambe che si accavallano, e scendono filate verso la riga successiva, a lambire l'universo sottostante. Un libro un po' dimenticato quello di D'Arrigo, o sbaglio? Ricordo una recensione, sul supplemento letterario della Stampa di allora, Tuttolibri, non proprio favorevole. La guatavano da lontano insomma, quest'Orca maledetta, quell'orcia sicula che racchiude mondi.

da luca bidoli il 10.06.06 12:43

l'ho letto l'anno scorso. ma leggerlo una volta sola non basta. bisogna averlo con sé e amarlo, farci l'amore. allora forse si incomincia a cavarne qualcosa. Peccato che le ultime cento pagine circa sono illeggibili. Letteralmente illeggibili. la narrazione diventa un vortice che s'attorciglia, gira gira su se stesso, un pensiero che si morde la coda. ma ci sono immagini potentissime, ed è un romanzone per linguisti. Un linguista ci sguazza, Uno studioso di dialettologia siciliana gode, letetralmente. Perché tutta la storia è una invenzione linguistica. E in questo, nella lingua che D'Arrigo s'inventa, è una opera geniale. E poi, forse non so perché, D'Arrigo mi ricorda Pynchon.

da francesco il 28.10.08 23:54