20.06.06

Gomorra, Roberto Saviano

di Demetrio Paolin

Ca’intra non vuristi nenti.

E’ come se mi fossi svegliato, ripetendomi queste parole. A risvegliarmi dal sonno è il libro di Roberto Saviano Gomorra (Mondadori). Lo dico subito, così poi posso mettermi a fare i miei giri soliti, che questo è un libro bello e importante, dove si raccontano e narrano fatti di verità con uno stile asciutto eppure potente. Quello di Saviano è il romanzo dell’esistenza nuda, dove ogni cosa si riduce a profitto e perdita, vita e morte, amico nemico. Coppie dicotomiche, che si scontrano, cozzano come in una battaglia che l’autore descrive senza mai perdere lucidità (ogni episodio è corroborato da prove) e pietas. Questa duplice tensione ci consegna un libro, che non è solo un reportage degno del miglior giornalismo investigativo, ma anche un’opera di letteratura di primissimo piano.

Avevo addosso come l’odore di qualcosa di indefinibile. Come la puzza che impregna il cappotto quando si entra in friggitoria e poi lentamente si attenua, mischiandosi ai veleni dei tubi di scappamento. Puoi farti decine di docce, mettere la carne a mollo nella vasca per ore con i sali e i balsami più odorosi: non te la togli più di dosso. (…). Come se esistesse nel corpo qualcosa in grado di segnalarti quando stai fissando il vero”. La verità, dice Saviano, ha un odore ben preciso che non ti togli più di dosso.

Per me la verità ha l’odore del pollo arrosto. Quando ero piccolo, me ne andavo in vacanza giù in Calabria dai miei parenti, e sentivo le discussioni: una di queste verteva su Calogero, amico di mio zio, che ormai era chiamato U’Puddu. Il pollo. Calogero era una brava bestia di persona, gran lavoratore. Faceva il barman in un caffè della città, ma era anche uno che guardava e osservava. Una volta, venuto su al nord, aveva visto a Torino una serie, una vera e propria catena in franchising, di girarrosti, dove non si vendeva solo il pollo arrosto, ma anche altre prelibatezze. Aveva fatto due calcoli e si era reso conto che nella sua città non c’erano cose del genere. Era tornato giù, e da capatosta che era, si era messo in animo di farcela e, anzi, si persuase che ci sarebbe proprio riuscito.

Incominciò a chiedere soldi, poi passò in comune e vide pure il posto dove aprire la polleria. Mancava solo di andare da quello che controllava il quartiere per chiedergli il permesso. L’uomo lo ascoltò con fare tranquillo, questo dicevano i miei tutti seduti davanti al caffè del pomeriggio, e poi gli sorrise: “Perché vuoi aprire una polleria? Qui non farebbe affari, cioè la potresti aprire ma andresti in malora. Meglio se apri una gelateria, che parola mia serve tantissimo qui nel quartiere, sarebbe sempre piena”.
Calogero capì. Non era stupido e pensò che lui però voleva aprire una polleria, quello era il suo sogno, e decise che siccome non era realizzabile era meglio starsene a padrone nel bar dove lavorava. Così quando entro in un pollo arrosto penso a Calogero, U’puddu, consapevole che un sogno può anche diventare qualcosa di terrorizzante.

Mentre leggevo Gomorra mi è tornato alla memoria questo episodio, che seppur spostato nello spazio, siamo in Calabria, spiega bene il modus operandi e l’intento del Sistema ovvero produrre soldi, fare profitti, accumulare capitali su capitali. L’omicidio, la violenza sono strumentali a imperi economici con sedi in piccole case scrostate del casertano, del napoletano, che fruttano miliardi di euro e hanno ramificazioni in ogni traffico sia lecito o illecito.

Lo sguardo di Saviano è impressionate, perché ci mostra come in questo Sistema ogni minima scelta, dall’omicidio più brutale al gesto di clemenza, abbia una ricaduta di profitto. L’animo più profondo, di questi racconti è, prepotentemente, verghiano. Infatti, a dominare su tutti gli altri sentimenti è l’attaccamento alla “roba”, che smuove ogni cosa. E’ un libro che ti aiuta a comprendere come certi discorsi sul precariato, sulla generazione flessibile siano già sorpassati da trasformazioni più profonde, i cui effetti noi ancora ignoriamo, ma che Saviano ha già visto con i suoi occhi durante le sue scorribande in vespa.

C’è la storia di Pasquale, che lavora per una delle tante ditte che cuciono abiti per i grandi marchi italiani. Pasquale è bravissimo, fosse nato in un altro luogo, forse sarebbe un sarto di alta moda, qui vive, cucendo abiti bellissimi, con uno stipendio da fame che ora arrotonda insegnando ai lavoratori cinesi come cucire vestiti di alta qualità. Saviano gli diventa amico e comincia a frequentare la sua casa, fino a quando un giorno l’autore vede il ragazzo muto davanti alla televisione. In silenzio. Zitto. “La notte degli Oscar, Angelina Jolie indossa un vestito fatto ad Arzano, da Pasquale. Il massimo e il minimo. Milioni di dollari e seicento euro al mese. Quando tutto ciò che è possibile è stato fatto, quando talento, bravura, maestria, impegno vengono fusi in un’azione, in una prassi, quando tutto questo non serve a mutare nulla, allora viene voglia di stendersi a pancia sotto sul nulla, nel nulla. (…) Tanto nulla può mutare condizione: nemmeno un vestito fatto ad Angelina Jolie e indossato la notte degli Oscar”.

E’ questo solo uno dei tanti momenti efficaci del libro, che fanno intuire lo sfondo tragico, il disincanto e la rabbia civile. Rimane impressa nella memoria anche la visita dell’autore nella villa abbandonata, che un boss della camorra volle costruire simile a quella di Scarface nel film omonimo. La villa, nell’acre ironia degli abitanti del posto, viene denominata Hollywood. Assistiamo in queste pagine ad un pellegrinaggio su un luogo di male, di sopraffazione e morte. Dove tutto trasuda soldi e violenza, possesso e sopruso e dove il gesto finale dell’autore, quello di pisciare dentro la vasca idromassaggio a forma di conchiglia, diventa un atto di rivolta per una situazione così complessa da sembrare senza via d’uscita.

Ci sono pochi esempi positivi in questo libro, pochissimi: Don Peppino Diana oppure la maestra che vedendo in faccia i killer di un attentato fa una cosa “naturale”, ma abnorme in quella terra: rende testimonianza. La maggior parte dei personaggi che ghermiscono questo libro formicaio non ce la fanno, sono sconfitti, siano essi dentro o fuori il Sistema.

Ed è proprio sulle vittime più giovani, che s’invera una profonda riflessione etica e civile. Sono storie che non devono cadere nel dimenticatoio come quella di Emanuele, un ragazzo di quindici anni, che viveva di furti alle coppiette, ucciso dai carabinieri durante uno scontro a fuoco, e al quale i suoi compagni erigono un mausoleo. “Prima c’era una cappella. Grande, bianca. Un vero e proprio mausoleo dedicato ad un ragazzo, Emanuele, morto sul lavoro. (…) Emanuele faceva rapine”.

Un ragazzo di quindici anni, come dice il parroco nell’omelia funebre: “Il Padre Eterno terrà conto del fatto che l’errore è stato commesso da un ragazzo di quindici anni. Se quindici anni nel sud Italia sono abbastanza per lavorare, decidere di rapinare, uccidere e essere uccisi, sono anche abbastanza per prendere responsabilità di tali cose. Ma quindici anni sono così pochi che ci fanno vedere meglio cosa c’è dietro, e ci obbligano a distribuire responsabilità. Quindici anni è un’età che bussa alla coscienza di chi ciancia di legalità, lavoro, impegno. Non bussa con le nocche, ma con le unghie”.

Senza scordare la storia di Annalisa Durante uccisa in uno scontro a fuoco, mentre era fuori con le amiche a fare lo struscio, una fine tremenda che, però - è qui tutta la tragedia - non avrebbe cambiato il suo destino: “Annalisa è nata è vissuta in questo mondo. Le sue amiche le raccontavano le fughe in moto con i ragazzi del clan, lei stessa si sarebbe forse innamorata di un bel ragazzetto ricco, capace di far carriere nel Sistema (…). Annalisa è divenuta simbolo tragico perché la tragedia si è compiuta nel suo aspetto più terribile e consustanziale: l’assassinio. Qui però non esiste attimo in cui il mestiere di vivere non appaia una condanna all’ergastolo, una pena da scontare attraverso un’esistenza brada, identica”.

Bisogna stamparsi nella testa i fatti di Giuseppe e Romeo, che credono di vivere in un film di malavita, di esserne eroi e protagonisti: “Quando Romeo vide Giuseppe per terra, sono sicuro di una certezza che non potrà mai avere alcun tipo di conferma, che comprese l’esatta differenza tra cinema e realtà, tra costruzione scenografica e il puzzo dell’aria, tra la propria vita e una sceneggiatura. Venne il suo turno. Gli spararono in gola e lo finirono con un colpo alla testa”.
E’ un libro importante questo, pieno di grandiose scene: l’incipit nel porto di Napoli, la storia di Mister Kalashnikov, e il finale, una sorta di apocalisse nauseabonda, nella terra dei Fuochi, tra Giugliano, Villaricca e Qualiano.

Ho iniziato questa lettura con una specie di ordine, che nella mia memoria è stampato a chiare lettere. Durante le vacanze, nei pomeriggi caldi giocavamo spesso a pallone tra i cortili e le case. Una volta il pallone finì dentro la corte di una casa, infilandosi nel garage. Andai io a prenderlo e quando entrai in quello stanzone vidi migliaia e migliaia di vestiti appesi, di tutte le forme, i colori, di tutte le misure e taglie. Pantaloni. Magliette. Giacche. Gonne. Stavo lì a contemplare tutto questo, stupito di come in quella contrada contadina ci fosse un negozio così grande, che neppure al nord nella mia città avevo mai visto. In quel momento un uomo entrò e mi prese per un braccio e ficcò la faccia davanti alla mia e mi disse duro sibilando: Ca’intra non vuristi nenti!
E io non vidi nulla.

Ecco perché penso che Gomorra debba essere letto in tutte le scuole, essere dibattuto, discusso, passato di mano in mano, perché è un libro di verità e ormai sappiamo, che quando ce l’hai addosso l’odore del vero non puoi levartelo più.

[Gomorra di Roberto Saviano su Vibrisse]
[Un articolo di Carla Benedetti su Gomorra]

[Tutti i libri in Bottega]

Pubblicato da Demetrio Paolin il 20.06.06 15:58

COMMENTI

Bello. In pole position. Ricordo anche i 3 post su Nazione indiana: http://www.nazioneindiana.com/index.php?s=gomorra+saviano
ciao,
ezio

da Ezio il 20.06.06 17:51

Che Saviano aveva molto da dire si intuiva (per chi, come me, non poteva leggerlo su carta), proprio dai post su Nazione Indiana. Tanto coraggio impressiona.

da mauro il 21.06.06 17:21

Scrivi che a volte un sogno può diventare qualcosa di terrorizzante. Mi pare una frase suggestiva, ma se U'puddu aveva davvero questo sogno, qualcosa per il quale era pronto afare sacrifici, perché non se n'è andato via, perché non ha cercato di aprirsela altrove la sua polleria, se questo era il suo sogno? qual era il suo sogno? aprire una polleria? aprie una polleria in sicilia? aprire una polleria in sicilia sotto casa? aprire una polleria in sicialia sotto casa dove non gli chiedessero il pizzo? lo sappiamo, spesso realizzare un sogno è un incubo, e questo U'puddu avrebbe dovuto saperlu.

da mario il 22.06.06 09:40

io non posso entrare nella psicologia di Calogero, ma penso che sia una cosa del genere: lui voleva aprire una polleria lì e non da un'altra parte. Il suo sogno prevedeva l'apertura della polleria nella sua città. Avviare l'attività da un'altra parte sarebbe stato "diverso". E lui invece di lottare si è rassegnato. Ecco. Si è rassegnato.

d.

da demetrio il 22.06.06 10:27

Mario, è che non si può sempre scappare, e nemmeno si riesce sepmre a resistere. L'essere umano è imperfetto.

da mauro il 22.06.06 13:14

grazie demetrio. una rensione bellissima e degna del libro recensito. ciao paola

da paolab. il 26.06.06 08:46




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