30.06.06

Deliri, desideri e distorsioni - Lester Bangs

di Louie

[un altro libro di Lester Bangs recensito in vibrisse]

Sto leggendo Lester Bangs al momento. Un volume/raccolta di articoli e non solo pubblicato dalla Minimum Fax sotto il nome di .
deliri.jpegE’ un libro che parla di musica, perché Bangs era un giornalista musicale e forse era anche il migliore. Il suo modo di parlare di musica arriva diritto dove deve arrivare. Colpisce il bersaglio e a volte fa riflettere molto di più di una recensione canonica. Mi piace pensare che molti dei gruppi che recensisce abbiano avuto il loro maggior momento di gloria proprio grazie alla sua penna e che alcune delle stroncature siano tuttora vive e vegete e vendano camionate di dischi.

Bangs mi urta. Non nel senso che mi dia fastidio leggerlo, nel senso che non mi lascia stare. Non mi lascia tranquillo un minuto, non ho riposo. Ogni frase è di una vitalità invidiabile e mi spinge ad andare avanti, mi urta, appunto, mi dice: dai, leggi pivello, fammi vedere che sei degno di leggermi.
Non ha la musica nel sangue, la musica è il suo sangue e sembra cercare una forte dose di necessità in ciò che ascolta.
Mi spiego. Sembra chiedersi sempre: cosa c’è di necessario in quello che ascolto? Cosa mi da quest’album che nessun altro album mi ha dato prima?
Che vi devo dire, io questa continua ricerca riesco a sentirla con chiarezza.
Sembra cercare l’originalità ad ogni costo ed è per questo che condanna ferocemente le caricature (con ancor più ferocia le autocaricature). Non sopporta l’autoreferenzialità.
L’aver percepito questa cosa mi è piaciuto. Sì, perché anche io quando leggo (pure quando ascolto musica) cerco la necessità. Ed è quando credo di averla trovata che mi viene da gridare al capolavoro. Cerco di capire cosa può rendere un libro necessario, mentre altri dannatamente inutili.
E’ una bella lotta, un problema, se vogliamo. Perché poi, facendo così, uno rischia di passare tutta la propria vita di lettore a cercare qualcosa che magari non esiste, perché, direte voi, un libro non è mai necessario al cento per cento, o perché, ve lo sento dire, tutti i libri sono necessari a loro modo.
Boh, non lo so, a me piace vederla così. Poi, se rischi di perdere tempo amen, può anche darsi che un bel giorno mi stufi e lasci perdere tutto. Può essere che un giorno decida di smettere di leggere e ascoltare musica, cominciando così a coltivare il mio personale mix culturale composto da un cinquanta per cento di analfabetismo di ritorno e da un cinquanta per cento di apatia.
Su questo libro però, io, qualcosa di necessario l’ho individuato. Mi pare di sentire, si mi pare proprio di poterla sentire, una lontana esplosione di vitalità. Ora, io mi immagino, negli anni settanta, tutti questi gruppi punk, punk rock, glam, jazz, blues e chi più ne ha più ne metta, che davvero cavalcavano l’onda. Anzi, che si creavano l’onda. Perché sperimentare era giusto, perché cercare nuove vie di espressione era l’unico modo che avevano per sopravvivere. Di quel periodo ci sono rimasti gli Stones, Dylan, Lou Reed e qualche altro, tipo Clash e Ramones (in quanto ancora largamente ascoltati, non in quanto attivi), ma ho capito che ci deve essere stato un folto sottobosco di gruppi, gruppetti, groupies che magari avevano qualcosa di veramente valido da dire, ma che, per un motivo o per l’altro non sono stati ascoltati. E’ un peccato che queste esperienze vadano perse.
Bangs le ha fissate su carta, magnificando fino all’inverosimile gruppi che hanno fatto un solo disco e scagliandosi in invettive contro Dylan e la sua deriva politico/impegnata.
Dalle pagine di Bangs si può leggere la vitalità di quegli anni, che a me sembrano, essere passati al doppio della velocità normale, tante erano le novità e i modi per viverle. Si parla di droghe che non esistono nemmeno più, di rapporti con gli artisti che ora sono improponibili, di strumenti musicali progettati direttamente dagli stessi membri dei gruppi e di esibizioni che finivano in camerini affollati tra una bottiglia di Whisky e una ragazzina estasiata.
Non so voi, ma io un po’ di quello spirito lo recupererei davvero volentieri. A volte ho come l’impressione di vivere in un’epoca ferma e immobile. Che il massimo che possa capitare alla musica sia quello di riciclare i movimenti del Jazz, di mettere il Rap con il Rock di fondere il Blues con l’Hip Hop e così via. Ho come l’impressione che manchi quella vitalità, che forse non stava solo nella ricerca dell’originalità, ma anche nella necessità (ancora necessità) di esprimersi in maniera unica.
bangs.jpg

Ecco, forse Bangs, da ciò che ne posso capire io, cercava quell’unicità, cercava di capire davvero cosa volessero dire quei dischi e se ne fregava altamente se chi li pubblicava era un contadino del sud o uno studentello del nord.

[tutti i libri in bottega]

Pubblicato da louie il 30.06.06 09:47

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