Morte malinconica del bambino ostrica e altre storie, di Tim Burton
di Criscia
E’ impossibile farsi scivolare addosso questo libriccino come nulla fosse. Tim Burton, il geniale regista di grandissimi film di successo, fra cui anche La Fabbrica di Cioccolato di cui si è parlato proprio giorni fa qui nella bottega , dimostra di essere anche un vero cantastorie, un abile menestrello e un sensibile disegnatore. Sì, perché i suoi disegni, oltre ad essere originalissimi, sanno parlare anche da soli, si muovono come pensieri e azioni fra le pagine. Ma in realtà non sono soli. Ci sono delle parole che li accompagnano, delle filastrocche.
Non so se di questo libro sia rimasta più colpita dalle immagini o dalle parole. Credo più che sia il connubio fra le due cose a renderlo particolare, unico e tremendamente forte, d’effetto. Dopotutto anche i film di Tim Burton lo sono. Possono non piacere, possono risultare “assurdi” o addirittura “visionari” per molti, ma lui è proprio così; assurdo e visionario. Ma è anche un grande, grandissimo osservatore, a mio avviso. E solo lui, come pochi, sa raccontare tramite un’arte le passioni e i dolori della vita, trasformandoli con i colori, distruggendo il guscio esterno e lasciando solo l’involucro, il contenuto, anche se difficile da accettare.
Quello che Tim Burton veramente mostra con questo testo e con questi disegni quasi “mostruosi” è un amaro spaccato di quotidianità rubata, di fanciulli e adolescenti spesso soli, troppo particolari e unici per poter convivere in un mondo abitato da adulti omologati ed egoisti, che alla prima difficoltà non esitano a diventare “cattivi” pur di salvaguardare il loro ego e poter continuare a vivere accettati dagli altri. Perché è solo questo quello che conta per loro: l’accettazione altrui. Sono loro i veri mostri di queste filastrocche. Ed è così che “avere un bambino ostrica” non è certo possibile, impedisce di vivere normalmente, diventa addirittura la causa di tanti altri problemi, anche problemi di letto, allora è meglio liberarsene, preoccupandosi però, prima, di mettere a tacere il senso di colpa, altrimenti sarebbe impossibile continuare come nulla fosse:
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“… Il dottore diagnosticò:
- Non ne sono sicuro
Ma la causa del problema
può esserne la cura.
Ora, si sa, l’ostrica
procura gran virilità.
Se lei mangia suo figlio
ne avrà per sempre voglia.
Lui ebbe un brivido
E un sudore di vergogna,
poi sparò subito la sua menzogna:
- Carlo, a me lo puoi dire
Vuoi vivere oppure morire?
Hai mai pensato al cielo?...”
E’ difficile non sentire un nodo alla gola e una stretta allo stomaco dopo aver letto queste parole e non è facile, a quel punto, trovare il coraggio di girare la pagina e continuare la lettura. Che ne sarà del bambino ostrica?
E’ un libriccino che scuote l’anima pagina dopo pagina, disegno dopo disegno, parola dopo parola. E ti interroghi, e sorridi amaramente anche, alcune volte:
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Non credete che brilli
la vita della Regina Puntaspilli.
Quando siede sul trono
Di ogni spillo sente il suono
Tim Burton, in questo libro comunque non nuovo perché scritto e disegnato anni fa, ci dimostra ancora una volta la sua bravura, mette a nudo in modo impeccabile i difetti e le ansie. E’ un mondo popolato da piccoli mostri con anima, ma schiacciato da convenzioni e luoghi comuni. Per certi versi mi è sembrato di rivivere la strana poesia, dal finale molto amaro, incontrata nel film Edward mani di forbice. Io ero giovane quando uscì e quel finale, così triste e fuori dagli schemi, mi aveva fatta soffrire. Perché Edward non poteva continuare a vivere con gli abitanti del paese? Perché era stato lasciato solo? Dopotutto non era colpa sua se al posto delle mani aveva quelle orrende e lunghissime forbici. Lui non voleva fare male a nessuno. Non era cattivo.
Erano queste le innocenti frasi che mi balenavano in testa allora, perché allora ero giovane, una ragazzina. E i bambini si sa, non possiedono la cattiveria dei grandi.
Ora no, ora non mi domando più queste cose: ora le capisco. Ho capito perché Edward è stato costretto scappare e destinato poi a restare solo, senza amore. E non so ancora se è un vantaggio o no, capire queste cose.
La traduzione, a mio avviso in certi tratti un po’ azzardata e troppo “personale”, è affidata a Nico Orengo. Nel libro, almeno nell’edizione Einaudi che ho io (non so se ne sono state fatte altre), c’è fortunatamente anche il testo originale.
Pubblicato da Criscia il 23.05.06 12:48