17.05.06

La stanza dello scirocco, L’affaire Moro di Leonardo Sciascia

di Demetrio Paolin

Aldo Moro prigioniero delle Brigate RosseLa figura di Aldo Moro magra per i giorni di prigionia se ne esce dalla sua piccola cella. Nell’appartamento tutti dormono e il prigioniero se ne va via. Non ha istinti di rabbia o rivalsa, niente di tutto questo, potrebbe colpire i suoi carcerieri nel sonno e averne ragione e vendetta per tutto quello che ha dovuto soffrire. Potrebbe anche, appena uscito dopo aver respirato l’aria primaverile, fermarsi ad una cabina telefonica e chiamare qualcuno; sarebbe una telefonata, molto diversa da quelle che finora sono state fatte.

Sono Aldo Moro, direbbe ad uno dei suoi amici più fidati, certamente a Franco Tritto, sono a pochi metri da via XXX e sono libero; chi mi ha rapito è ancora dentro: dormono, tutti, profondamente, questo è l’indirizzo.
E’ il pensiero di un momento, infatti chi mai gli crederebbe? Aldo Moro si riprende da questa fantasticheria e decide di camminare il più speditamente possibile verso un luogo sicuro e distante da quello dove fino ad oggi è stato trattenuto.
Cammina l’onorevole e noi stupiti lo vediamo leggero, quasi come non esistesse più, in una bolla d’aria. Non ci stupiremmo che per la gioia della libertà riacquisita si mettesse a correre e ai nostri occhi quei passi rapidi sull’asfalto umido di un mattino romano somiglierebbero ad un ballo. Come in un film di Chaplin dove il vagabondo di schiena se ne esce e quando il buio lo sta per inghiottire, lo vediamo saltare, toccandosi i talloni.
In questo modo nessuno è colpevole, pensa Aldo Moro, mentre cammina verso la libertà; non ha, né mai ne ha avuti, sentimenti d’odio verso i membri delle Brigate Rosse. Si dirige verso casa pensando che passeranno alcuni giorni, forse qualche mese e tutto tornerà come prima: lui a presiedere il più grande partito democratico italiano e loro a sobillare e a rivoltarsi contro lo stato.
Per un attimo quest’immaginazione, telepaticamente, sembra arrivare anche gli uomini dormienti nell’appartamento oramai vuoto. Sulla loro fronte si disegna una sorta di sollievo, anche i muscoli tradiscono un’incognita rilassatezza: l’incubo è finito, quell’uomo in carne e ossa è sparito per lasciare nuovamente il campo all’”idea Aldo Moro”, una figura compromessa con il potere, con lo Stato, che sarà facile eliminare come un pensiero molesto.

Tutto ciò non è avvenuto, se non per il fatto che Franco Tritto, amico della famiglia Moro, ricevette una telefonata in cui un esponente delle Brigate Rosse annunciava la morte del presidente della Democrazia Cristiana e rivelava il posto dove sarebbe stato possibile rinvenire il povero corpo.
Eppure leggendo l’Affaire Moro di Leonardo Sciascia ci si convince che quella del rapimento è una storia che trova la sua ragione più profonda nella letteratura; e che quei giorni, quei personaggi sono il romanzo che si dovrebbe scrivere.
E questa convinzione si rafforza, non perché i fatti in sé siano romanzeschi come sostiene Giacomo Sartori nel suo intervento su Nazione Indiana, ma proprio perché questi accadimenti sfuggono a qualsiasi logica di realtà e si presentano senza sbavature, senza contraddizioni interne, come se venissero scritti da una mente narrativa senza essere soggetti alle leggi del caos e dell’indeterminatezza. “L’impressione – scrive Sciascia - che tutto nell’affaire Moro accada, per così dire, in letteratura, viene principalmente da quella specie di fuga dei fatti, da quell’astrarsi dei fatti – nel momento stesso in cui accadono e ancora di più contemplandoli poi nel loro insieme – in una dimensione di consequenzialità immaginativa o fantastica indefettibile e da cui ridonda una costante, tenace ambiguità. Tanta perfezione può essere dell’immaginazione, della fantasia; non della realtà”.

Nell’Affaire Moro Sciascia analizza con acume e abilità le lettere di Moro, i comunicati delle Br e l’immane mole di materiale cartaceo che è stata prodotta nei giorni del sequestro. Il lavoro dello scrittore siciliano, una lettura semiologia profondissima, avviene nella convinzione che tutta questa minuzia di piccoli avvenimenti siano parte di qualcosa di ben più enigmatico e oscuro: “Nel farsi di ogni avvenimento che poi grandemente si configura c’è un concorso di minuti avvenimenti, tanto minuti da essere a volte impercettibili, che in un moto di attrazione e di aggregazione corrono verso un centro oscuro, verso un vuoto campo magnetico in cui prendono forma: e sono, insieme, il grande avvenimento appunto. Le parti, sia pure molecolari, trovano necessità – e quindi spiegazione – nel tutto; e il tutto nelle parti”.
Nel mezzo di questo “centro oscuro” vediamo Aldo Moro.
E come se, […], soltanto Aldo Moro continuasse ad aggirarsi: in quelle stanze vuote, in quelle stanze già sgomberate. Già sgomberate per occuparne altre ritenute più sicure: in un nuovo e più vasto Palazzo. E più sicure, s’intende, per i peggiori. “Il meno implicato di tutti”, dunque. In ritardo e solo: e aveva creduto di essere una guida. In ritardo e solo appunto perché “il meno implicato di tutti”. E appunto perché “il meno implicato di tutti” destinato a più enigmatiche e tragiche correlazioni”.

Sciascia con l’Affaire Moro scrive una tragedia, l’unica - lucida e profonda - della letteratura italiana contemporanea. Quando Moro entra in scena nel libro, è un personaggio dal destino segnato; noi sappiamo la sua fine, abbiamo davanti agli occhi il corpo chiuso come un bozzolo nel bagagliaio di un’auto rubata.
Siamo a conoscenza di tutto, eppure seguiamo Sciascia nel ripercorrere la storia: proprio come quando assistiamo al dramma di Edipo. Ne conosciamo l’esito finale, i passaggi intermedi, ma siamo coinvolti da quella narrazione, perché essa ci riguarda, perché ci porta a fare un’esperienza profonda di noi.
Nell’affaire Moro - dice l’autore siciliano - si presentava la necessità di un duplice processo di immedesimazione: con le Brigate Rosse […] e con Moro, prigioniero che mandava dalla prigione messaggi da decifrare secondo quel che “gli amici” conoscevano di lui – pensieri, comportamenti, abitudini e idiosincrasie – e secondo immedesimazione alle condizioni in cui si trovava”.

Il libro procede come un giallo, l’autore mette insieme gli indizi uno per uno, li unisce e li fa collimare; nota strane rassomiglianze, ma è una indagine metafisica, in cui il vero mistero è un sentimento oscuro (tutto italiano, di cui lo statista e gli uomini delle Brigate Rosse sembrerebbero portatori.
Il personaggio di Moro all’interno di questo testo subisce una trasformazione, e Sciascia lo vede mutare pelle e forma, mostrandosi nella sua nudità più essenziale: “Moro comincia, pirandellianamente, a sciogliersi dalla forma, poiché tragicamente è entrato nella vita. Da personaggio ad “uomo solo”, da “uomo solo” a creatura: i passaggi che Pirandello assegna all’unica possibile salvezza”.

Sciascia dedica pagine memorabili alla morte del Presidente della DC: “Non credo abbia avuto paura della morte. Forse di quella morte: ma era ancora paura della vita. ‘Secoli di scirocco’ era stato detto ‘sono nel suo sguardo’. Ma anche secoli di morte. Di contemplazione della morte, di amicizia con la morte”.
E’ questo un sentimento che penetra ovunque come il vento di scirocco: “Nelle case patrizie siciliane c’era, ingegnosamente escogitata credo nel secolo XVIII, una camera dello scirocco, in cui rifugiarsi nei giorni in cui lo scirocco soffiava. Ma una camera in cui rifugiarsi, in cui difendersi dal pensiero della morte? E' per altro dubbio che quelle camere fossero una vera difesa allo scirocco: prima che lo si avverta nell’aria, lo scirocco è già come avvitato alle tempie e alle ginocchia
”.
Si presti attenzione: Aldo Moro non ha paura della morte generale, del finire di tutte le cose che è nella natura del nostro essere, ma di “quella morte”: “Ma c’era anche, nel suo non voler morire, e di quella morte, una preoccupazione, un’ossessione, che andava al di là della propria vita (e della propria morte)”.

Questa ossessione è quella della libertà compromessa, che Moro stesso nei suoi giorni di prigionia ha sentito pericolante e perduta. Questo sentire gli dona uno status tragico: la vicenda, quindi, prescinde da lui e dai suoi carcerieri per diventare qualcosa di assoluto: “Nella “prigione del popolo” Moro ha visto la libertà in pericolo e ha capito da dove il pericolo viene e da chi e come è portato. Forse se ne è riconosciuto anche lui portatore: come certi contagi che alcuni portano senza ammalarsene”.
Un pericolo legato strettamente al potere: “E infine, ecco, c’è la parola che per la prima volta scrive nella più atroce nudità; la parola che finalmente gli si è rivelata nel suo vero, profondo e putrido significato: la parola “potere”. […]. Per il potere e del potere era vissuto fino alle nove del mattino di quel 16 marzo. Ha sperato di averne ancora: forse per tornare ad assumerlo pienamente, certamente per evitare di affrontare quella morte. Ma ora sa che l’hanno gli altri: ne riconosce negli altri il volto laido, stupido, feroce. Negli “amici”, nei “fedelissimi delle ore liete”: delle macabre, oscene ore liete del potere”.

È proprio questo l’esplicit tragico dell’Affaire Moro: l’esperienza del potere e del suo esercizio, che Sciascia ci racconta. L’aberrazione del potere da parte delle Brigate Rosse e dello Stato: è questa la rivelazione finale, l’opera di verità, che lo scrittore chiede all’Affaire Moro: “Sono di fronte due stalinismi: e chiamo per una più attuale comodità stalinismo una cosa molto più antica, la “cosa” da sempre gestita sull’intelligenza e il sentimenti degli uomini, a spremerne dolore e sangue, da alcuni uomini non umani. O meglio: sono di fronte le due metà di una stessa cosa, della “cosa”, e lentamente e inesorabilmente si avvicinano a schiacciare l’uomo che ci sta in mezzo”.

[Un tragedia mancata 1 e 2]
[L'articolo di Stefania Nardini su Il passato davanti a noi di Bruno Arpaia apparso in Vibrisse]
[Tutti i libri della bottega]

Pubblicato da Demetrio Paolin il 17.05.06 09:57

COMMENTI

Alcuni anni prima di questo pamphelet Sciascia aveva affermato 'nè con lo Stato nè con Le Brigate Rosse'. L'Affaire Moro è la continuazione di un discorso. L'Autore scrive in un contesto storico politico - a botta calda, oggi possiamo dire - che non consente altre riflessioni. E per capire riandiamo a quel finale dei 70. Il Paese è smarrito, avverte ineludibile il bisogno di Stato, e scomodando il termine non penso a un che di poliziesco ma ad un complesso di istituzioni, libere da condizionamenti in disputa, che reagisca all'impunità terroristica. Prima che dalle ambiguità di governanti e brigatisti, Moro fu dunque ucciso da un bisogno di catarsi, a sua volta usato, questo sì, per innominabili fini. Non è possibile dimenticare il clima di quegli anni, di un La Malfa, integro servitore della Repubblica e limpido uomo di democrazia, che invoca in Parlamento la pena di morte per i rapitori, di Sandro Pertini che ne sfida l'impudenza proibendo, qualora lo rapissero, qualunque trattativa, nè scorderemo le lacrime di Zaccagnini. Le due 'cose' di cui parla Sciascia vengono direi a fromarsi come un'idea di Stato mai agita, da un verso, e come Stato reale, dall'altra, vittima di sè e gregario. E' tra queste metà che Aldo Moro resta ucciso, e per tale motivo solo la letteratura può fornirci una chiave risolutiva. Moro nei fatti è illiberabile, sia perchè quel senso dello Stato, inesistito e tuttavia urgente, così reclama, sia per la gregarietà di una nazione vinta che lo esige. Egli, dunque, è scarcerabile nei desideri, nei sogni mattutini di un popolo cui nient'altro è concesso.

Carlo Capone

da Carlo Capone il 17.05.06 14:36

Carlo quello che tu scrivi è molto interessante, anche se devo specificare meglio che questa lettura nasce come rielaborazione di un lavoro più grande, di cui puoi vedere una parte nel dei link a "una tragedia mancata", che vorrebbe essere una analisi, la più esaustiva possibile, di tutti romanzi che parlano degli anni di piombo e che sono usciti negli ultimi anni.

Quello che mi ha colpito di questi romanzi è una incredibile elusione del tragico, che invece per motivi storici, sembri dire tu, e letterari, dico esclusivamente io, Sciascia non attua.

d.

da demetrio il 17.05.06 16:02

Ma aggiungerei, prendendoti a prestito, Demetrio, che manca una lettura dei fatti dall'altro capo del filo, complicandosi il gioco con l'intrico di (auto?) divieti e permessi da parte dell'autore. Ora però vorrei capire da te che cosa intendi per ruolo del poliziotto. In prima battuta non credo tu alluda a una mera figura - anche se non ci sarebbe nulla di letterariamente scandaloso, anzi!- quanto alle motivazioni che alimentano un apparato e dunque all'apertura di scenari che implichino 'altre' crisi, 'altri' eccessi. Penso ad esempio a una identificazione ossessiva con la figura del padre, diametrale all'odio nei suoi confronti che - per me è un punto fermo- muove e poi arma una generazione. Insomma, lontano dal ridurre tutto a guardie e ladri, sembra di capire che una lettura dei fatti nell'ottica, poniamo, di un Calabresi fornirebbe un quadro più esaustivo.
In proposito la tua ottima analisi andrebbe integrata includendovi il film di Wilma Labate 'La mia generazione'. Dove il carabiniere Silvio Orlando scippa via via la parte al brigatista Amendola.
Inquietante, quel Silvio Orlando della Labate, con tutto il rispetto per il ruolo che incarna, e perciò mi chiedo: quanto più accattivante è un ladro in qualche modo pentito o anche semplicemnte catturato del poliziotto che l'agguanta? ma qui il discorso porta sia alla ritrosia, per non dire il terrore, di chi scrive a mettersi in discussione sia a precise scelte editoriali.

Saluti

Carlo

da Carlo Capone il 17.05.06 18:29

carlo,

quello a cui alludo è forse il tema della "rimozione" del nemico.
Ecco certe volte leggendo mi chiedo che tipo di "punto di vista" (sempre letterario) avremmo potuto ottenere calandoci nei panni del nemico.

Il discorso sui "divieti e permessi" è legato forse a questa elusione del nemico, che porta questi libri, dico i romanzi che parlano degli anni di piombo pubblicati negli ultimi anni, ad essere delle "tragedie" mancate.

grazie ancora per lo scambio interessante
d.

da demetrio il 18.05.06 09:35

Leonardo Sciascia non ha mai "affermato 'né con lo Stato né con le Brigate Rosse'". Prima di scrivere e citare, sempre opportuno verificare, no?

da giovanni il 20.05.06 07:18

Che Sciascia abbia pronunciato o meno l'affermazione 'nè con lo Stato nè con le Br', Giovanni, è argomento d'interesse, nonchè oggetto di opinabilità. Spero che stabilirne la promogenitura contribuisca a far chiarezza.
Certo, il controllo della fonte, ma anche della memoria di chi visse quei dannati anni, conduce a due editoriali di Scalfari del 78 ( 17 e 22 Settembre) più un altro del medesimo estensore datato 14 Marzo 98, nei quali l'allora Direttore di Repubblica rinfaccia a Leonardo Sciascia quella paternità (non solo a lui, a dire il vero, ma di sicuro a lui insieme ad altri intellettuali) rimproverandogli la scelta
del disimpegno radicale. Che questo disimpegno trovasse precisi riscontri nel pensiero dello scrittore è inutile riferire, tanto se ne scrisse e se ne scrive.
Si può dunque ammettere, in nome del dio della dubitazione, che esista una possibilità di errore da parte di Scalfari e che quest'ultimo addensasse una determinata categoria di pensatori, laici e cattolici, sotto l'ombrello di una citazione ormai di senso comune, ma ciò che appare incontestabile è la terzietà di Sciascia nel conflitto tra Stato e Brigate Rosse. Un atteggiamento che troverà un certo riscontro -ma questa è mia opinone modesta- nel famoso articolo sui 'professionisti dell'antimafia', a riprova della incompatibilità tra il radicalismo sciasciano e il giacobinismo italiano.
Resto comunque in attesa di ulteriori lumi sull'attibuzione della frase. Te ne sarei grato per chiarire la questione a me stesso, una volta per tutte.
Gli articoli di Scalfari però ci sono, e non lasciano adito a incertezze attributive.

Carlo

da Carlo Capone il 20.05.06 15:23

"Né con questo stato, né con le Br", scrisse Sciascia e riocrda M. Collura, Alfabeto eretico, Milano, Longanesi, 2002. Il deittico è tutto, in Sciascia - e la memoria dello Scalfari che citi non è infallibile, dolente.

da giovanni il 21.05.06 06:18

mi sembra veramente interessante l'intervento di giovanni, che ringrazio, sopratutto perché ci riporta la frase esatta che pronuncia Sciascia.
E hai ragione giovanni, su come la parola "questo" modifichi di molto il significato della sentenza dell'autore siciliano. C'è in quel termine tutta la lucida intelligenza di Sciascia.

d.

da demetrio il 21.05.06 08:37

E ci sono anche, ottimo Demetrio, i limiti del suo altrove efficace parailluminismo siculo, tanto lontano dai fasti dell'abate Galiani (che però siculo non era), tanto per dirne uno cui Sciascia non dovette sentirsi lontano, almeno a momenti.

da giovanni il 21.05.06 10:29

mistero. chissà che destino hanno le lucciole italiane che o le cancellano o spariscono esse

da sicilia il 23.05.06 22:10