La linea della bellezza, di Alan Hollinghurst
di Federico

“La linea della bellezza” è un libro che intimidisce perché descrive, con una delicatezza così soffice da risultare spietata, un sentimento comune: la vergogna.
La vergogna è qualcosa da cui è possibile essere esonerati? No, direi di no. C’è però chi ne viene sopraffatto, perché non l’ha saputa trasformare in qualcosa di più sofisticato: in pudore. “La linea della bellezza” racconta il processo inverso. Il pudore è un’intenzione frenata perché mai esplorata prima. Questo contenuto allegro viene mortificato dalla società svezzata degli adulti. Il pudore scompare, lascia il posto alla reticenza, che è uno scalino ripido e vertiginoso che può condurre nel baratro della vergogna. Hollinghurst non salva nessuno: i suoi personaggi sono vinti, non esiste un vincitore. In questo modo ci insegna, con un autocontrollo tipicamente inglese, che l’unico modo per ripartire è questo. Chiudere i giochi, soffiare sulle linee della bellezza (le strisce di cocaina di cui abusano i personaggi) e ricominciare ad arrossire.
La prima parte del romanzo è intitolata “L’accordo dell’amore” e si svolge nell’anno 1983.
Qui il pudore ci viene descritto come un impulso naturale, come il velo romantico che si frappone tra l’uomo inesperto e i sentimenti più grandi di lui, un filtro che rende goffi nell’agire, e per questo dispensatore di tenerezza e speranza.
Assistiamo all’ascesa sociale di Nick, il protagonista. Nick sta facendo carriera e si è innamorato, per la prima volta nella vita, di un uomo più grande di lui, nero di pelle, chiamato Leo.
Questa storia è ammessa, accettata dall’alta società. Nick viene autorizzato ad amare. L’atteggiamento benevolente della gente ricca ha un limite. Ha una compostezza frizzante e per questo è illusorio; suona come una generosa concessione. Questo è il primo vero ostacolo che Nick si trova a fronteggiare: l’amore provato verso un uomo adulto, e per giunta negro, non si compie per diritto naturale. Questa delegittimazione è centrale nel viraggio dal pudore alla vergogna. L’amore è un vizio di poco conto, un intrigante diversivo che è buona educazione non sbandierare.
La vergogna dunque nasce dalla consapevolezza di non essere contemplati dal diritto naturale. Nick lo capisce a sue spese. Impara un’ipocrisia – questa sì! – naturale. Consuma l’amore e lo protegge dagli occhi degli altri. E’ un amore che ci appassiona perché lievita lentamente, tenendosi in disparte. E’ bello perché galleggia elegante e puro su acqua putrescente. E’ ammesso. E proprio nel suo essere esplicitamente autorizzato diventa un oggetto da nascondere, una debolezza per la quale è logico trovare alibi convincenti.
Hollinghurst scrive:
“Non so… Catherine dice che hai un… nuovo amico molto speciale” e per un secondo si irrigidì, magnanima ma in difficoltà: come doveva chiamare una persona simile ? “Volevo solo dirti che sarebbe il benvenuto.”
“Grazie” ripeté Nick, e sorrise arrossendo perché avevano parlato senza mezzi termini. Tanta chiarezza gli confondeva le idee. Si sentiva sollevato e raggirato. Non era sicuro di potersi concedere la libertà che gli veniva offerta.
Sentirsi sollevati e raggirati: che impercettibile tortura!
Perché questa prima parte del romanzo, che dura ben 186 pagine, si chiama “L’accordo dell’amore”?
Forse si intende “accordo” come “accordo musicale”. L’amore di Nick per Leo – così sconveniente e squilibrato – stride, come una viola male accordata, con il resto dell’orchestra, ovvero la società altoborghese. Tutto quello che viene taciuto, sottinteso, limato, è un “ad libitum” nello spartito. L’amore non stona, ma solamente perché è reticente. Se improvvisasse un assolo saremmo costretti a tapparci le orecchie.
Scusarsi per la cosa che più si desidera fare, ammettere che è sgradevole, molesta, “volgare e rischiosa”: non c’è niente di peggio. E la musica sembrava conoscere questa verità, conoscere l’irresistibile curva della speranza, e la sua vacua inversione. Leo suonava speditamente e Nick, alle sue spalle, incoraggiava la musica, la pungolava nelle note sbagliate e subito corrette e nelle nervose esitazioni che sono una tortura per chi legge lo spartito ma anche una maggior fonte di soddisfazione se tutto fila liscio.
Una seconda chiave di lettura: “accordo” come “accordo tra le parti”. L’amore è qualcosa che viene, più o meno verbalmente, contrattato. Se ne stabiliscono i limiti di esposizione (neanche si trattasse di un gas radioattivo), gli vengono assegnati in appalto i luoghi in cui poterlo consumare (un giardino, una casa disabitata).
“E che mi dici del tuo adorabile amico…?” chiese Sophie.
“Ah… Leo, dici?”
“Leo” ripeté Sophie.
“Oh, è…adorabile!” Ecco, rispuntare l’argomento: Nick non si era ancora abituato all’idea che una cosa così segreta, così impregnata delle sue paure e delle sue fantasie venisse allegramente indagata dagli altri.
L’amore viene messo sotto scacco dall’esterno, con un atteggiamento pigro di eccitata condivisione. Inizia a sporcarsi. Questa contaminazione è la conditio sine qua non per la scalata sociale di Nick, cui assisteremo poi, nella seconda e terza parte del romanzo.
Nick si trasforma. Impara i termini della vergogna. La esorcizza, diventandone maestro dispensatore. La riconosce in ogni sua possibile forma potenziale e addirittura la vaticina, la sente avvicinarsi tra le pieghe innocue dei discorsi.
Nick conquistava sempre le mamme, che vedevano in lui un ragazzo pulito, e apprezzava la compagnia priva di insidie delle persone di una certa età. Gli piaceva esercitare il suo fascino e scivolava via tutto elettrizzato nella falsità senza quasi accorgersene. Ma conosceva anche l’apprensione, la simulata indifferenza di quando si porta un amico a casa, la vigilanza giocosa necessaria a stornare certi argomenti prima che vengano sollevati; e questo presuppone una partecipazione distratta, marginale, perché si è trenta secondi, un minuto, dieci minuti avanti rispetto alla conversazione, pronti ad individuare i motivi di imbarazzo che sembrano calamitare il discorso.
La seconda parte del romanzo – “Da chi dipende mai tanta bellezza?” – si svolge tre anni dopo, nel 1986.
Non troviamo traccia di Leo. Accettiamo la sua scomparsa perché Nick è cambiato: ha trasformato la vergogna. Si è dato un atteggiamento edonistico e dunque ha scelto di limitarsi a contemplare la “linea della bellezza” che dà forma alle cose. Il pudore, che si era già fatto vergogna, adesso esplode nella vacua esibizione di corpi, che utilizzano la cocaina come combustibile.
La doppia curva era la “linea della bellezza” di Hogarth, il lampo serpentino di un istinto, di due compulsioni che si snodano in un movimento unico. Nick aveva passato la mano sulla schiena di Wani. Secondo lui Hogarth non si era avvalso dell’esempio migliore per illustrare quell’andamento sinuoso: aveva scelto arpe e rami, ossa anziché carne. Era davvero tempo di una nuova analisi della bellezza.
Nick affina l’arte della vaghezza. Ci riesce annacquando la spinta libidinosa con un modello algido e ironico di letteratura, quello di Henry James, suo idolo. In questo modo si realizza una perversione: la letteratura, espressione più nobile di bellezza, è svuotata di dignità propria; è un utensile qualsiasi che serve ad alludere, con distaccata superiorità, alla verità delle cose.
Stava leggendo A small boy and others, le memorie di infanzia di Henry James, e aveva una fregola spropositata dopo tre giorni senza nemmeno un bacio frettoloso da parte di Wani. Una combinazione delle più infelici. Il libro mostrava James nella fase più tarda ed elusiva, e richiedeva una partecipazione incontaminata, improbabile in un lettore che stava lì tutto eccitato a preoccuparsi per il suo ragazzo e nel frattempo, da dietro gli occhiali scuri, spiava un altro ragazzo che faceva bella mostra di sé cercando inequivocabilmente di eccitarlo. Ogni tanto il libro si inclinava vacillandogli sul grembo, e il peso delle pagine dal bordo ondulato premeva sull’erezione attraverso il nylon nero e lucente. Nick sottolineò alcune frasi buffe in previsione di servirsene: “un composto farinaceo oblungo” era l’eufemismo usato da James per definire una cialda; composto era sublime nella sua vaghezza perentoria.
Se non fosse chiaro l’accostamento:
Nick abbassò lo sguardo, allineò nuovamente i libri sul tavolo, i taccuini, la guida Spartacus al mondo gay coperta dalle memorie di Henry James.
E’ assurda, drammatica, la dissoluzione di Nick. Il suo pudore si è trasformato in vergogna, la vergogna in autoreferente esibizionismo. La sua è una malattia. E’ diventata tale e contagia tutto quello che la circonda: Nick difende gli altri (non più solamente se stesso) dallo stato effettivo delle cose (“il gelo della realtà”), da cui nascerebbe un dolore intollerabile. Le piste di coca lo sorreggono in questo sforzo titanico. Le scomode verità filtrano tra le maglie consunte della società.
Penny e Gerald rimasero soli. Nick capì che in quel momento potevano commettere un’imprudenza: baciarsi, o toccarsi in un modo impercettibile ma rivelatore che avrebbe conferito alla battuta scurrile di Catherine il gelo della realtà. Era un altro dei segreti di quella casa mantenuti da Nick, come una coscienza assopita. Parlando, Gerald alzò lo sguardo da un piano all’altro e Nick lo salutò con la mano per segnalargli che erano osservati.
La terza parte del romanzo si svolge nel 1987 ed è intitolata “La fine della strada”.
Compare la minaccia emergente, l’AIDS, che punisce la promiscuità di alcuni personaggi, forse per deturparli e soddisfare così l’intolleranza maturata in noi, nei due capitoli precedenti. Avevamo lasciato Nick nella sua fase edonistica. Adesso si è esaurita, però: la linea della bellezza è deformata dalle immagini dei corpi consumati da microrganismi dai quali non è possibile difendersi. Leo si è fatto cenere, Wadi (l’amante di Nick) è appassito: è ridotto come uno zoppo piagnucoloso. Nick deve sopportare il peso della verità. Riconoscendo la morte della bellezza, ha (finalmente!) nostalgia della sincerità: vorrebbe liberarsi dalla tirannia della menzogna, che lo ha reso schiavo in cambio di soldi e soddisfacenti sgroppate.
La madre di Nick parlò tutta eccitata delle elezioni, approfittandone per partecipare alla sua vita londinese. Lui si mostrò freddo e antipatico, scoprendo, come troppo spesso accadeva, di avercela con lei perché ignara della cosa più importante che lui era incapace di dirle. Sua madre non aveva mai sentito nominare Leo e Nick pensò che cercare di parlargliene sarebbe servito solo a suscitare risentimento in tutti e due per l’accaduto.
Le persone alle quali si è celata la verità sono corree di questo delitto. Sono responsabili quanto Nick del terremoto che squarcia l’alta società londinese. Mente anche colui che vuole credere ad una evidente bugia.
“Non ce l’hai detto” disse Rachel, pallida per la rabbia.
“Ma andiamo, Rachel! Non voleva mettervi in agitazione, non voleva rovinarvi le vacanze.” Gli alibi quasi dimenticati riemersero, insieme alla sensazione soffocante di essere un pesce fuor d’acqua. “Sono rimasto con lei, le ho parlato finché non è passato tutto.” Era una vanteria penosa.
Siamo alla resa dei conti finale. I rapporti umani nati e rafforzati con gli omissis, si sfaldano.
Nick parla a Toby, il suo amico adorato. Come ci si sente quando si scopre di essere stati all’oscuro di qualcosa che altri ben sapevano?
Guardò timidamente il vecchio amico. “Lo so che si tende a prenderla sul piano personale quando si scopre di essere stati tenuti all’oscuro di un segreto. Ma in realtà i segreti in un certo senso sono impersonali. Sono solo cose che non si possono dire, indipendentemente della persona a cui non si possono dire.”
Il segreto è impersonale. E’ una moneta scomoda, che si svaluta tutta insieme, quando meno ce lo aspettiamo.
Camminando tra le macerie della società, Nick raccoglie le sue cose. Saluta il passato.
Noi vorremmo che ci raccontasse come si sente, ora che tutti sanno.
Invece no. Si ritorna al silenzio originario, al pudore salutare per le cose che si provano. Nick si allontana, lasciandoci un dubbio: che la verità e la bugia debbano alternarsi necessariamente, in un ciclo infinito, come reincarnazioni.
La linea della bellezza, di Alan Hollinghurst - Traduzione di Giovanna Granato - Mondadori, 2006 19 EURO
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Pubblicato da Federico il 26.05.06 10:44