La fabbrica di cioccolato(fa male il cioccolato?)

Fa male o no?
Era questa la domanda che un bambino della fila davanti alla mia aveva formulato in modo perentorio al suo papà durante la proiezione del film di Tim Burton e che anche i miei figli mi hanno rivolto durante la lettura del libro(sì, sì, leggiamo dei libri insieme, ma forse lo sapete già).
La risposta è no.
Il cioccolato fa bene al cuore, protegge dalla carie, inoltre pare che favorisca il buon umore e la concentrazione. Però fa male tutto ciò che gli sta intorno: lo zucchero, aggiunto in una discreta quantità nel cioccolato al latte, e i grassi come il burro di cacao o i grassi vegetali di altra natura. Quindi: su quello al latte, possiamo azzardare un fifty-fifty (potete anche fare di meglio se vi munite di uno spazzolino da denti e vi appellate alla modica quantità), mentre il cioccolato fondente produce molti più benefici che danni, ovviamente con un occhio attento al fabbisogno di calorie. Ma adesso vi starete chiedendo se per caso abbiate sbagliato indirizzo; se per uno strano caso di navigazione ad alto rischio vi siate imbattuti in un post di una bottega verde o natural-biologgica...la risposta è ancora no.
Siete entrati, proprio come pensavate, nel magico mondo di una bottega di lettura. E allora, - yawn, direte voi - perché queste divagazioni?
Ora ci arrivo.
Questa storia del "fa male o no" è una particolare chiave di lettura per tutto ciò che comunemente viene vietato o imposto dagli adulti ai bambini.
E' tutta una sequela di divieti, di obblighi e raccomandazioni spesso dettate dalla convenienza, o da come ci gira in quel momento, oppure perché è sempre stato così. A volte i bambini sono così abituati ed assuefatti al "ti fa male" che alla fine non ci credono più. A me successe all'età di cinque anni. Eravamo a Patti, in Sicilia, a trovare degli amici di mio padre. Passammo dalla cucina, dove vidi un cestino colmo di fichi d'India; mia madre, senza essere stata da me interrogata sulla questione, mi intimò: "Non li toccare, pungono!". Il tempo di accomodarci nel giardino di casa, un dietrofront senza essere notato, e afferrai con entrambe le mani due fichi d'India senza avvertire alcun fastidio, almeno per i primi dieci minuti. Dopodiché piansi per circa due giorni.
Bisognerebbe snellire l'elenco dei "ti fa male", lasciare quelli sicuri, tipo - chessò - maneggiare l'acido cloridrico, imboccare la tangenziale contromano, usare il motorino senza casco, infilare le dita nella presa di corrente elettrica e dare invece il via libera a ciò che può essere esplorato con una certa intelligenza e moderazione, proprio come il cioccolato o - per esempio - rotolarsi in un prato senza paura di sporcarsi il maglioncino e dei dolori alla schiena o cantare a sqarciagola, saltare sul letto, rimanere a dormire dall'amico, e altro che non posso dire.
Nel libro si parla anche di altri bambini, quelli che - apparentemente - possono fare di tutto, tipo abbuffarsi di dolciumi, ottenere tutto ciò che desiderano, sviluppare uno spirito altamente competitivo, e rimanere per ore davanti alla tv. Ma attenzione: accanto a questi bambini ci sono, lungo tutto il fantastico viaggio nella fabbrica di cioccolato, i genitori, esattamente uguali a loro(nel libro ci sono due accompagnatori per ogni bambino, nel film solo uno, forse un problema di cast). Gli adulti che accompagnano dei piccoli adulti.
I bambini replicano i nostri modelli di comportamento, non hanno colpe, pare dirci Dahl. Si sente dire su di loro una quantità infinita di cattiverie ed idiozie: "pensano solo al vestiario ed alle scarpe, al telefonino, durante le scuole medie diventano degli zotici e commettono una serie infinita di orrori d'ortografia, non hanno una coscienza, non gliene frega niente della politica, sono individualisti". Ci potrà anche essere una parte di verità in tutto questo, ma etichettandoli e generalizzando ci creiamo un solco che ci impedisce di entrare in contatto con loro. Un contatto, spesso chiedono solo questo, non glielo neghiamo dietro i vari - non detti ma pensati - : "Io ho fatto il sessantotto, il settantasette, la nostra autogestione era tosta, il nostro era il vero amore, matuguardachemusicaascolta, io ero diverso, alla sua età facevoquestopoiquestoequestaltro, ecc.ecc....". Tenete presente che il libro è stato scritto nel 1964, quindi più di quarant'anni fa Dahl vedeva le stesse cose che vediamo oggi. Non è cambiato niente, salvo il fatto che - esattamente come quarant'anni fa, nel bel mezzo di un boom economico - i bambini chiedono implicitamente ai loro genitori un po' di tempo da trascorrere insieme. I videogames, la tv e le merendine semplicemente rimpiazzano bisogni ed attenzioni. E iscriverli a corsi di musica e sport competitivi ("devono divertirsi, eh, ma se poi vincono qualcosa è anche meglio") ci solleva un po' la coscienza; facciamo sacrifici per loro, pagando le onerose iscrizioni, e di tanto in tanto glielo spiattelliamo pure, no?
Vi leggo una poesia tratta da "Filastrocche a Drocchinella" di Luciano Martini:
La nonna
Vorrei una nonna come gli altri bambini
che mi portasse per mano ai giardini,
alle giostre, per i viali:
una nonna di quelle speciali
in marmellate torte e ciambelle
e racconti di novelle.
Una nonna tutta mia
senza impegni senza fretta, una nonna con la calzetta
per farle compagnia
seduta buona su uno sgabello.
Una nonna tutta nonna.
Sarebbe tanto bello.
Mi pare che sostituendo "babbo" o "mamma" a "nonna", il risultato non cambi.
Ahem, mi scuso per il pistolotto e torno a bomba.
Nella prima parte del libro si delinea la famiglia di Charlie Bucket, un bambino molto povero (Roald Dahl percorre pericolosamente un mare intriso di scogli moralistici, ma direi che se la cava bene) e si parla degli altri quattro possessori del biglietto d'oro (che darà loro il privilegio di trascorrere un intero giorno nella fabbrica di cioccolato). Nella seconda c'è la descrizione della meravigliosa fabbrica, dei divertenti Umpa-Lumpa (gli strani operai della fabbrica), della progressiva eliminazione dei concorrenti, e della vittoria di Charlie. La voce narrante onnisciente segue prevalentemente le mosse ed i pensieri di Charlie. Gli occhi di Charlie, appunto, dividono in modo quasi manicheo la prima e la seconda parte: si soffermano su un mondo spento e freddo nella prima, sgargiante, profumato e festoso nella seconda (quasi a dire - pare dirci Dahl - che è difficile trovare la propria fabbrica di cioccolato, ma non impossibile: vale la pena cercarla). I dialoghi sono resi frizzanti dall'ironia del signor Wonka, e via via gli Umpa-Lumpa ci allietano con delle filastrocche. E anche la progressiva eliminazione dei concorrenti dà luogo a vicende estremamente appassionanti e divertenti. Insomma, una bella avventura da leggere con i propri figli.
Cinque parole sul film: Tim Burton è un genio. Ha aggiunto dei particolari grotteschi ed esilaranti sulla vita di Willy Wonka che calcano la mano sull'aspetto repressivo di un certo tipo di genitori: ha affibbiato al protagonista cioccolataro un padre autoritario, un dentista che aveva fabbricato per la bocca del figlio un improbabile apparecchio ortodontico pieno di viti e crudeli marchingegni(che in confronto Antony Hopkins in "Il silenzio degli innocenti" pare una mammoletta con una simpatica museruola), e che aveva severamente proibito a Willy di mangiare il cioccolato.
I flash-back di Willy sulla sua vita precedente sono, a mio avviso, delle aggiunte che arricchiscono e non stravolgono lo spirito del libro. Inoltre le canzoni-musical degli Umpa-Lumpa sono dei capolavori.
Altre due parole sul sequel "L'ascensore di cristallo" dello stesso autore, Roald Dahl: lasciate perdere.
Una storia, a mio avviso, insignificante, che pare decollare da un momento all'altro, ma non decolla mai. I miei figli mi hanno raramente sollecitato di leggere loro un capitolo in più rispetto a quello serale canonico(mentre per "La fabbrica di cioccolato" era un problema chiudere il libro). Segnalo inoltre a pagina 166(io ho l'edizione del novembre 2005 "Istrici d'oro" della Salani) un incredibile errore(di traduzione? di matematica? tutt'e due?) per niente insignificante ai fini della storia: "Vediamo" disse Nonno Joe. "Togli 1620 da 1999..."omissis"...quel che resta è trecento...e...sessantanove". Mah.
Ci vediamo, gente, è stato un piacere.
Toni La Malfa
Pubblicato da Toni il 07.05.06 09:33