Intervista a Giuseppe Braga
di Federico
Giuseppe Braga ha da poco pubblicato il suo romanzo di esordio, "Ma tu lo conosci Joyce?" edito da Sironi.
Anche lui condomino di Vibrisse, ha concesso alla Bottega di Lettura una lunga ed interessante - aggiungo io - intervista. Eccovela!
Bottega Di Lettura : Come nasce l’idea di questo libro ?
Giuseppe Braga : Una sera (era l’ottobre del duemila quattro), dopo avere ascoltato una lezione particolarmente illuminante di Ferruccio Parazzoli, tenuta alla scuola di scrittura che frequentavo, sono tornato a casa e ne ho fatto un resoconto scritto (seguendo un canovaccio molto personale). Poi, osando, alla prima occasione, glielo feci leggere e, sorprendentemente, a lui piacque. Il suo giudizio favorevole mi incoraggiò. Da quel momento ho iniziato a pensare alla possibilità di scrivere un libro che parlasse di aspiranti scrittori e di scuole di scrittura (tema che conoscevo abbastanza bene). E così ho preso a trascrivere altre lezioni, liberamente e mettendoci molto del mio. Scrivendo, sono nati e hanno cominciato a prendere forma alcuni personaggi. Dopo qualche mese, quando avevo già un discreto materiale in mano, ho mandato un paio di pezzi a Giulio Mozzi, il quale li ha graditi e li ha pubblicati su Vibrisse. A quel punto ho cominciato a pensarci un po’ di più, l’idea aveva già preso forma.
BDL : Io ho pensato “Ma tu lo conosci Joyce?” come una reazione controfobica. E’ come soffrire di vertigini e buttarsi con un paracadute. La fobia del giudizio degli altri si esprime nella esibizione delle proprie paure, nei tentativi goffi di aprirsi una strada e di trovare una scrittura personale. La stesura del romanzo è stata un’esperienza liberatoria ?
GB : Sì, senz’altro lo è stata. Per me è stato un po’ come guardarmi dentro, aprire uno sportello, osservare – e contare – tutte le mie paure, richiudere e provare a esorcizzare l’esorcizzabile. Ogni pagina che scrivevo era un bel peso in meno. Va anche detto che, leggere le proprie cose di fronte a sconosciuti (soprattutto all’inizio, quando non hai ancora grande consapevolezza di ciò che scrivi), seppur qualificati e di rango, è un esercizio d’estremo coraggio e d’incoscienza, a volte è masochismo puro. Paura è dir poco!
BDL : Pensi che qualcuno si sia offeso ? Ti sarai fatto molti nemici ?
GB : Non era assolutamente mia intenzione farmi nemici e neppure offendere nessuno, tengo a sottolinearlo subito (non sono un provocatore e non appartengo, tanto per capirci, a quella schiera di persone che crede nel motto: “molti nemici molto onore…”). È altresì probabile che qualcuno si risentirà (anzi, qualcuno me l’ha già fatto presente). Lo ammetto: non sono andato molto per il sottile e in alcuni passaggi del libro, credo che emerga chiaramente. Ma la mia idea è stata, fin da subito, quella di non censurare nulla, pensando a eventuali conseguenze. Certo, considero anche il fatto che, una volta messo nero su bianco e pubblicato, un libro, diventa una cosa pubblica. E come ogni cosa pubblica ognuno ha poi il diritto di criticarlo. A maggior ragione se quel qualcuno viene tirato in ballo. Diciamo che confido nel fatto che i ballerini in questione siano ballerini di spirito e che amino le danze…
BDL : Descrivi gli aspiranti scrittori come lupi famelici. E’ una categoria da cui è meglio stare alla larga ?
GB : Io, fossi in voi, nel dubbio, manterrei una distanza di sicurezza! L’aspirante, per definizione, ha denti affilatissimi, per non parlare della lingua…
BDL : Esistono due registri: uno ironico, che spesso trova spazio tra parentesi, ed uno arrabbiato e disilluso, che usa i punti esclamativi. Ho avuto l’impressione che avessi pudore della tua ironia. Temevi che contaminasse eccessivamente la descrizione degli eventi, che deformasse una verità fino a renderla irriconoscibile ?
GB : Questa è una domanda davvero interessante (non che le altre non lo fossero, sia ben chiaro – notare la parentesi e il punto esclamativo)! Ti confesso, senza troppi pudori, che non l’avevo proprio notata, la particolarità a cui ti riferisci. Dovrei rileggerlo in quest’ottica e lo farò senz’altro. Il libro è senza dubbio ironico e la sua cifra principale credo sia quella. È vero anche però, che volevo si capisse che fosse tutto vero. Paradossale, parodistico, spesso ai limiti della realtà, ma, posso assicurare, tutto realmente accaduto.
BDL : Molti aspiranti scrittori sembrano concentrarsi più sul fallimento altrui che sul successo proprio. L’autostima sembra nascere dalla vittoria su altri pretendenti, piuttosto che sull’affinamento delle proprie capacità. I compagni del corso di scrittura creativa ricordano i concorrenti di un reality show. Concordi con questa impressione ?
GB : Nell’esperienza che mi sono fatto in questi anni, esperienza molto personale e dunque assolutamente soggettiva (priva di qualsiasi riscontro statistico), devo dire che sì, spesso tra aspiranti c’è una guerra senza frontiere, sovente sotterranea, talvolta fatta di piccole bassezze. Ma gli aspiranti non sono tutti così, ci mancherebbe. Ho visto atti di generosità anche sorprendenti. Dipende molto dal clima che si riesce a instaurare nel gruppo dei partecipanti (proprio come in un reality, mi verrebbe da dire). Alla fine però, direi che è la mia cartina di tornasole, conta sempre la persona e quasi sempre, non so se è statistica neppure questa, chi si prende troppo sul serio, è uno di quei soggetti da cui converrebbe amabilmente diffidare.
BDL : Nella prima parte del romanzo, la televisione – ed in special modo, la cosiddetta televisione “trash” – compete, senza timori reverenziali, con la letteratura. Nel testo prevedi una rivalutazione, tra qualche anno, dei prodotti spazzatura (“Uomini e donne”, “L’isola dei famosi”). Esiste anche una letteratura “trash” ? Se sì, credi che anch’essa possa diventare un cult con il tempo ?
GB : Se c’è una cosa che detesto, è lo snobismo e, dicendolo, spero di non passare per tale. Premesso questo, io penso che non sia facile distinguere ciò che è trash da ciò che non lo è. Dico, chi l’avrebbe mai detto che Quentin Tarantino (lui, ad esempio, è trash o è cult?) si innamorasse dei film della Bouchet, fino a proporle, così ho letto, un ruolo in un suo film?).
Forse la differenza e la linea di demarcazione è l’uso consapevole o meno di certi linguaggi.
E poi, quasi sempre, la fortuna di un’opera (parlo in generale) viene decretata dai critici. Ecco, credo che in realtà bisognerebbe chiederlo a loro. Io, per me, se mi domandassero: preferisci venire osannato dalla critica o vendere una vagonata di copie e diventare così, uno scrittore popolare (dico questo perché, di norma, ciò che piace al pubblico, fa inorridire la critica)? Io, scusa, ma non avrei dubbi e sceglierei di diventare quello che afferma essere Maurizio Maggiani nel libro (p.s. nota l’arguzia che uso per incuriosire il lettore!). Al di là degli scherzi, sinceramente, credo che, etichette a parte, abbiano diritto di cittadinanza tutti i tipi di letteratura. Siano essi troppo alti o troppo bassi. Il tempo, forse la storia (quindi la critica), sarà l’arbitro finale. Forse…
BDL : Il protagonista del romanzo, Giuseppe Braga, mostra una certa insofferenza nei confronti dei suoi compagni di corso di scrittura quando questi criticano i racconti che sono letti ad alta voce. Ma lo stesso protagonista si macchia della medesima colpa, ci descrive il racconto di una compagna, dicendo che “Fa cagare!”. Cerco di immaginare una soluzione: sono ammessi solo giudizi positivi e le stroncature vanno solamente pensate. Giusto?
GB : Giuseppe Braga, inteso come protagonista del romanzo, è una persona piuttosto confusa e inattendibile e spesso viene risucchiato negli stessi meccanismi che lui per primo tende a condannare e stigmatizzare. Da buon aspirante, anche lui è famelico, ambiguo e inaffidabile. Tra l’altro, vorrei puntualizzare, la compagna in questione scrive molto bene (pur eccedendo talvolta in aggettivi e descrizioni tardo ottocentesche), e qui ha parlato l’altro Giuseppe Braga, inteso come l’autore del romanzo.
BDL : Una caratteristica sembra accomunare gli aspiranti scrittori: l’idolatria per gli scrittori già affermati. Lo spirito critico che prevale nei rapporti tra pari, scompare nell’interazione con i maestri. Si tratta – metaforicamente parlando – di una genuflessione fisiologica ? E’ sana reverenza ?
GB : La reverenza resta sana quando non s’esagera. Altrimenti rischia di diventare patologia e delirio allo stato puro. Come dice Parazzoli (e come riporto nel libro): “Gli scrittori sono la brutta copia di quello che hanno scritto. Dal vero sono una grande delusione.”
Io la sottoscrivo, a prescindere. Anche se, è inutile negarlo, alcuni scrittori possiedono un irresistibile carisma e quando te li ritrovi di fronte, lo spirito critico spesso va in cantina.
BDL : La tua fidanzata. A mio avviso è un personaggio molto importante. E’ la voce del buon senso, è un’espressione di normalità che mal sopporta l’artificiosa eccentricità dell’aspirante scrittore. Ha una superficialità riconoscibile e assennata. Mi ha molto divertito l’incontro/scontro tra lei e Maggiani. Mi è sembrato un momento simbolico. Ho ragione ?
GB : Ti ringrazio per avermi posto questa domanda. Lo so, messa così sembra l’inizio d’una risposta di un qualsiasi politico, magari dell’Udc o dell’Udeur, però il mio è un ringraziamento fondato. Infatti, da quando lei – la fidanzata – si è letta il libro, continua a martellarmi con frasi del tipo: ma come mi hai descritto, vergognati, bell’immagine che hai di me, e via dicendo. Giuro, una vitaccia d’inferno. E invece io, pazientemente, provo a spiegarle, e prima o poi ce la farò a farle capire, che lei, in quanto personaggio, è un personaggio, oltre che fondamentale, a mio modo di vedere, assolutamente positivo. È decisiva, nel suo distacco imperturbabile da tutto ciò che concerne aspiranti, scrittori, ecc. È la voce fuori dal coro, avveduta, con un punto di vista diverso, disincantata e priva di pregiudizi. È la voce della coscienza che mi tiene coi piedi per terra. E quello con Maggiani, oltre a essere un momento simbolico in cui si confrontano (senza peraltro parlarsi) due mondi molto diversi tra loro, è stato, te l’assicuro, anche un momento molto imbarazzante. Per fortuna che è durato poco…
BDL : E’ molto divertente il momento in cui narri di come tu abbia trasformato un racconto più volte, per renderlo rispondente ai requisiti di un concorso letterario. Molti puristi lo considererebbero un inammissibile compromesso, mentre tu definisci il racconto come una specie di creta plasmabile, una plastilina da rimodellare a proprio piacimento. Questo romanzo ha subito molti rimodellamenti ?
GB : Sì, della scrittura mi piace davvero la possibilità di poterci rimettere mano, più e più volte, plasmando e rimodellando a piacimento. Riguardo al romanzo, più che altro (con l’apporto determinante di Giulio Mozzi) s’è lavorato sulla struttura, cercando fin da subito di rendere organico l’insieme (ovvero, d’incastrare, dando loro una logica complessiva, i vari pezzi che avevo scritto). Faccio un altro esempio: alcuni brani, che risalivano ad alcuni anni fa, li ho leggermente modificati (aggiungendo/togliendo pezzi) per renderli più omogenei al resto. Mi piace pensare che questo sia un romanzo di formazione (seppur da intendersi in senso lato), in formazione. Nel senso che a monte c’è stato un lavoro a incastri, di taglia e incolla.
BDL : Nel romanzo, non nascondi che Kafka è uno dei tuoi punti di riferimento. C’è un momento in cui Rollo parla dei clichés. I clichés sono “pronti ad assalirti come spie vigliacche ed assassine”, dici. Si tratta di un episodio estremamente claustrofobico. Il tuo pensiero sembra vagare in un labirinto senza uscita, creando una situazione tipicamente “kafkiana”. Una citazione voluta e consapevole ?
GB : È vero, non lo nascondo: Kafka è un grande punto di riferimento. È anche vero però, che di Kafka non ho letto moltissimo, ahimè (e in un passaggio del libro, ammetto la grave colpa…). A questo punto, va da sé, è più onesto se ti confesso che la citazione, pur se indotta da una situazione, nello specifico piuttosto kafkiana, non è voluta ed è totalmente inconsapevole (che sia merito dell’inconscio, che ci sorregge quando meno lo si aspetta?).
BDL : Mi capita spesso di parlare con altri appassionati lettori. Una delle situazioni più temute è che si parli di un libro “fondamentale” che non si ha ancora avuto la forza di leggere. Mi sembra sempre di essere il più ignorante. Tutti sembrano aver letto tutto. Tu affronti questa peculiare vergogna. La superi ammettendo le tue lacune. Esibisci fieramente persino i tuoi pregiudizi da lettore. Potresti diventare il paladino di una schiera vastissima di autodidatti, che non leggeranno mai Proust. Speri forse di ricevere – come il Fantozzi che dice che “La corazzata Potemkin” è una cagata pazzesca – ore di applausi ?
GB : Già dal titolo del libro, credo che si possa intuire che quella che tu chiami “peculiare vergogna” non debba considerarsi tale o perlomeno io non la considero tale. Ognuno dovrebbe avere la libertà di seguire il proprio percorso di lettore, assecondando i suoi gusti e le sue attitudini (e magari, certo, perché no, accogliendo qualche buon consiglio). E se, faccio per dire, Proust o Joyce, non vi rientrano, non deve certo sentirsi ignorante o peggio. Ammettere le proprie lacune non è facile, ma una volta che lo si riesce a fare, dopo, ci si sente decisamente più leggeri. E a proposito di corazzate, paladini e Fantozzi, credo che sarebbe fantastico. Avrei già in tasca una serie di sequel da scrivere: Il secondo tragico Braga, Braga alla riscossa, Braga contro tutti, fino all’ultimo, che ovviamente sarebbe: Braga va in Paradiso…
BDL : Gli aspiranti scrittori che descrivi sembrano avere in comune una caratteristica imprescindibile: la permalosità. Pensi che questa abbia, a conti fatti, un ruolo positivo o negativo nel processo creativo ?
GB : Un po’ come in tutte le cose (sempre escludendo che non si parli di geni, ai quali tutto, anche se non ne sono completamente sicuro, può essere concesso), credo sia una questione di misura. Un certo amor proprio, per le cose che si fanno, naturalmente ci vuole. Però a tutto c’è un limite. Se persone più qualificate di te, ti fanno presente che alcune cose non funzionano, credo sia più costruttivo ragionarci sopra che non incaponirsi e controbattere a spada tratta facendone una questione di principio. Primo: perché, anzitutto, ognuno ha un giudizio soggettivo e spesso è contrario a quello degli altri, quindi converrebbe, anziché incaponirsi provare a relativizzare. Secondo: perché se ti trovi in una scuola di scrittura devi anche saper accettare le critiche, soprattutto quelle che a te sembrano le più scomode. Capita invece di incontrare persone che si credono geni incompresi, qui sta il guaio. Bisogna riuscire ad arrivare a riconoscerla, la propria permalosità, e provare a circoscriverla entro limiti accettabili, ecco.
BDL : Ad un certo punto ci esorti a diffidare di chi, nel mondo letterario, abusa della parola “praticamente”. Le promesse sono tutt’altro che debiti. Molti editori – e soprattutto quelli a pagamento – sembrano alimentare machiavellicamente le speranze degli aspiranti scrittori. L’aspirante scrittore deve mettere in conto dei tradimenti, se vuole pubblicare ?
GB : Direi che non è strettamente necessario. Nel mio caso, almeno, credo di non aver dovuto tradire nessuno. Ciò che ho scritto l’ho scritto io, pienamente consapevole di quello che stavo facendo. Faticando, incespicando, girando a vuoto e sbattendo la testa, ma sempre ricordandomi che si trattava di una mia scommessa, voluta e cercata da me (e che in sé conteneva la reale possibilità che non mi portasse a nulla di concreto). Le proposte che ho ricevuto da editori a pagamento, alcune dopo dubbiosi e agitati travagli, le ho scartate. E direi che ho fatto bene. Penso che lo penserei comunque, anche senza questa pubblicazione.
BDL : Nel romanzo, c’è una definizione che condivido appieno: gli scrittori sono dei mostri. Mi è molto piaciuta l’idea dello scorticamento, ovvero di quella capacità che ha lo scrittore vero di guardare il dentro di chi lo circonda. Mi succede sempre così quando incontro uno scrittore che stimo. Ho paura dei suoi occhi. Questo è il tuo primo romanzo. Sei già diventato un mostro anche tu ?
GB : Accidenti, mi hai scoperto! La copertina in effetti è un esperimento di scorticamento telepatico. A me gli occhi, sembra voler dire e così in realtà è. Però questa domanda la giro direttamente alla mia fidanzata. Io ti ringrazio per il complimento, diciamo che sto studiando per diventarlo, mostro a tutti gli effetti. Quel che posso dire è che mi ritengo un buon osservatore, mostruosamente attento ai particolari. Quindi all’occhio, eh!
BDL : Concludi il romanzo con delle “Certezze Ma-Tematiche”. Per quale motivo hai dovuto precisare le cose in cui credi ?
GB : Credo perché, essendo un insicuro di natura, avevo bisogno di ricordarmele. Credo anche di non averne moltissime e volevo fare un elenco il più preciso e definitivo possibile, una roba che restasse nero su bianco. Almeno, credo. Tu ci credi?
BDL : Se, come si dice, gli aspiranti scrittori in Italia superano di gran lunga i lettori, dovremmo pronosticare un buon successo di vendite per “Ma tu lo conosci Joyce ?”. Giusto ?
GB : A una prima stima, facendo due conti, se la realtà è quella che si dice in giro (e se tutti gli aspiranti mettessero mano al portafogli, cosa che ritengo lo scoglio più difficile…), dovrei superare agilmente sia Faletti che Dan Brown, nel giro di qualche settimana. Io nel dubbio incrocio le dita e, scusate, ma mi tocco le parti basse… speriamo in bene!
BDL : Hai sentito il bisogno di elencare la colonna sonora che ti ha accompagnato durante la stesura del romanzo. La musica. Quanto può essere importante nella formazione di uno scrittore ? Se potessi scegliere un solo album, uno solo tra quelli che citi, da ascoltare durante la scrittura, quale sceglieresti ?
GB : La musica per me ha avuto – e ha – un ruolo determinante (come il cinema, vorrei aggiungere). M’aiuta a staccarmi da ciò che mi circonda e contribuisce a farmi entrare nel mondo parallelo della scrittura. Durante la stesura di questo libro ho letteralmente fuso “How to dismantle an atomic bomb” degli U2. Per circa tre mesi, ho ascoltato solo quello, non chiedermi perché, ma è andata così. Una specie d’irresistibile attrazione paranoica compulsiva. Se dovessi sceglierne invece uno soltanto (è una cosa molto difficile, di solito scelgo la musica in base agli umori del momento…), ora come ora ti direi la colonna sonora del film “Il grande Lebowski”. Per la varietà dei pezzi e perché ci abbino anche le immagini del film, così ho due cose in una. Oppure (me ne concedi due?), una delle nove sinfonie di Beethoven, direi la “Pastorale”: col vecchio Ludovico Van, si va sempre sul sicuro.
BDL : Nel ringraziarti per il tempo accordatoci e la disponibilità, ti chiedo: quali esperienze di lettura consiglieresti ai lettori della “Bottega di Lettura” e perché?
GB : Premetto subito una cosa: sono un lettore molto disordinato, curioso ma indisciplinato, discontinuo. Sono capace di iniziare un libro e, pur piacendomi, di lasciarlo a metà e di cominciarne un altro. Non molto confortante, come cosa, lo so. Dopo questa mia confessione poco edificante, provo a dirne, sinteticamente, sei:
“Nati due volte” di Giuseppe Pontiggia: perché riesce a raccontare una storia tragica e spinosa senza scivolare nella retorica. Per quell’ironia sempre arguta e mai eccessiva. E per l’asciuttezza del linguaggio. Non c’è una parola fuori posto.
“Il meglio che possa capitare a una brioche” di Pablo Tousset: per le ragioni quasi opposte elencate nel libro precedente. Una storia intricata, molto divertente, che si risolve solo nelle ultime pagine, un giallo ironico, spassoso e travolgente. Scritto in maniera esuberante, con un’energia vitale da fare invidia (considerando anche che si tratta di un’opera prima).
“La ragazza dai capelli strani” di David Foster Wallace: credo che lui sia un genio e dunque tutto o quasi gli sia permesso. È una raccolta di racconti – strepitosi, a mio modo di vedere – e il primo (“Piccoli animali senza espressione”), a mio modesto avviso, è un capolavoro, per costruzione e sviluppo dell’intreccio.
“Viaggio al termine della notte” di L.F. Céline: certo non una novità, ma uno di quei libri che, una volta letti, un po’ ti cambiano il modo di vedere le cose del mondo. Io ne sono rimasto ammaliato. Ne ho sottolineate, colmo di ammirazione e meraviglia, intere pagine (che quando capita mi rileggo).
“Atomico Dandy” di Piersandro Pallavicini: l’ho letto tutto d’un fiato, m’è piaciuto davvero molto. Ha il dono d’inchiodarti alla pagine. L’incastro e l’alternanza dei due periodi in cui si svolge la vicenda, i due mondi diversi raccontati, sono la chiave, la fortuna e la bellezza del libro.
“Vergogna” di J.M. Coetzee: è uno di quei libri che un aspirante scrittore dovrebbe provare a leggere. Dialoghi, descrizioni dei personaggi e dei luoghi, punti di vista, svolgimento narrativo. Niente sta fuori posto, un po’ come nel libro di Pontiggia. Tutto funziona come un meccanismo perfetto. Io l’ho vissuto e letto come una specie di manuale di scrittura concentrato.
Mi fermo qui, vi saluto e vi ringrazio davvero di cuore.
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Pubblicato da Federico il 01.05.06 14:09