Emanuel Carnevali, Il primo Dio
"Ora credevo fermamente di essere l'Unico Dio. Ma nessun dio fu mai più umile di me, nessun dio fece mai sbagli peggiori, nessuno dio fu mai così brutto come me. Nessun dio mi aveva mai soddisfatto come questo dio improvvisamente concepito, (...). Credevo che nessun dio fosse mai stato buono come me, e per bontà intendevo una cosa molto vasta, qualcosa di enorme, terrificante, qualcosa di così grande che non ne conoscevo il nome".
E' questo uno stralcio notevole da lasciare senza parole, tratto da Il primo Dio di Emanuel Carnevali (Adelphi). Ho girato e rigirato per alcuni giorni questa frase, l'ho scritta sul pc, me la sono appuntata su alcuni foglietti, l'ho riletta. E mi sembra, ad ogni sguardo di più, una frase terrificante e bellissima, perché ti spalanca il mondo del libro che stai leggendo, ti dicono dell'autore, del suo segreto più oscuro; ti svelano quello che lui è in ciò che va scrivendo.
"Essere uomo d'onore significa dire sempre tutto, anche le cose più strane, i fatti più comuni, anche le oscenità più impubblicabili. Perché le verità che ogni essere umano porta dentro di sé basterebbero, da sole, a far inorridire il Krafft-Ebing più feroce... come nel capitolo cancellato nei Demoni di Dostoevskij, (...). Ho cose peggiori da dire e certamente anche Dostoevskij ne aveva, ma ci sono parole come canarini che uno strozza tra le dita, e queste sono parole che non si possono dire mai".
Non so, confesso, se questo libro mi sia piaciuto o meno, di certo mi ha turbato. Era da molto tempo che un libro non mi parlava in questo modo; e non entrava pesantemente in quello che io sono.
Negli ultimi anni solo Il male naturale di Giulio Mozzi (ed è infatti un libro su cui non so dare un giudizio preciso) mi ha confuso allo stesso modo, come quando leggo queste parole "(...)per me la cattiveria è un dato di natura, io dico sono cattivo così come potrei dire sono Giulio, non c'è nessuno scampo, io sono e non potrò essere altro che Giulio e qualunque tentativo di procurarmi o di assumere pubblicamente nomi finti o falsi sarà, per l'appunto, un tentativo finto e falso (...). In questi mesi sono giunto alla conclusione che se compiere il male è la mia natura è bene che io compia il male, e specularmente è male che io cerchi di compiere il bene (...) se una persona ritiene di aver conosciuta la mia bontà ciò significa semplicemente che non mi ha conosciuto, e quindi non ha alcun diritto di testimoniare, oppure che l'azione che io ho rivolta contro di lui e che si è innestata, incistata, incapsulata come azione buona è un'azione che va considerata come un'azione cattiva a orologeria, un'azione cattiva che è stata costruita per rivelarsi tale a distanza di tempo in modo da scoppiare come azione operativamente cattiva nel momento più propizio e conveniente allo scopo di produrre la maggior quantità di male". (Super nivem)
Da quando ho chiuso Il primo Dio, nella mente, sono tornate ad affollarsi parole ed episodi de Il male naturale, come se entrambi i libri ne sapessero di me, più di quanto io voglia ammettere.
E allora io temo e cerco di difendermi, opponendo a questo sentimento opaco e seducente una difesa minima ovvero di discuterne in pubblico. Non parlerò, però, del libro di Giulio, perché a tanti anni dalla sua prima lettura ancora mi spaventa. Dirò qualcosa su Carnevali.
Il primo Dio è un libro infernale, nel senso di orfico, perché ci parla di una discesa. Carnevali racconta del suo scendere in un territorio estraneo e ostile, l'America, e di come questo inabissarsi in un mondo che non è suo, lo porti a farsi altro da sé; in una parola, che non è neppure giusta, a farsi dio o poeta.
"Io voglio essere ciò che al mondo manca" scrive per definirsì come scrittore, ma credo che a nessuno sfugga come il tutto suoni vagamente cristologico; tanto che è lo stesso Carnevali ha presentarsi così martirizzato, schiavizzato e servitore.
Altra dominante è quella dell'acqua, nella quale lo scrittore si tuffa e dove viene accolto: le immagini sono molte, ma ce n'è una, l'ultima, di una intensità precisa: "Ho disteso il mio corpo frantumato sulle rive del Lago Superiore, esausto senza aver lavorato, esaurito senza aver dato". E' il mito di Orfeo che scende negli inferi per amore, per disperazione, per bellezza. L'acqua infera è la stessa dove "la nostra barca elevata nelle nebbie immobili gira verso il porto della miseria, la città del cielo macchiato di fuoco e di fango". E proprio la citazione di Rimbaud (da Una stagione all'Inferno) mi porta a continuare in questa fuga dalla sottile angoscia di sentirmi braccato dal libro.
Il primo Dio racconta in maniera abbastanza precisa la vita di Emanuel Carnevali, ma non si ha la sensazione di aver davanti agli occhi un'autobiografia. Si avverte netto uno stacco tra l'Io narrante e l'Io narrato: ed è in questa fessura sottile che si annida la modernità del libro.
Il primo Dio non è semplicemente un racconto della propria vita perché "chi dice io" cambia, modifica la percezione di sé rispetto alla realtà che vive; nelle pagine il tono dominante è di lirica compassione dello scrittore verso di sé, inteso come personaggio.
"Trascinavo questo mio povero corpo da un ristorante all'altro, non come cliente, ma come servitore: lo portavo in miseria da un hotel all'altro"
"Sapevo che c'erano fiori nel mio intimo: violette nell'ebra alta per i pensieri profondi; rose all'aria aperta per il sangue; fiori di ciliegio per la gloria (...)".
Questo è il nodo del libro. A Carnevali non interessa sapere e dire come lui è, ma a lui preme racconare come lui si “scrive”, come si incarna nella pagina. In questa sottile differenza rivive quella scissione, tipica dei viaggi infernali, e che fa dire a Rimbaud "Je est un autre". Io è un altro.
Questa sensazione di estraneità di Carnevali è tanto più forte per la sua speciale, doppia, natura di esule, di italiano che racconta la sua esperienza americana, scrivendola in inglese, mentre vive i suoi ultimi giorni da una piccola stanza di un ospedale, sperduto nella pianura padana.
L'alterità del personaggio Carnevali rispetto allo scrittore Carnevali è spiegata in questa doppia distanza di scrittura e di luoghi, Carnevali non è mai a suo agio. Usa una lingua non sua per descrivere un senso di profondo sradicamento da una realtà che non possiede e che non ha mai posseduto; è proprio tutto questo che lo rende prepotentemente moderno: questo suo essere altro.
Ogni discesa agli inferi, il mito insegna, si conclude con una risalita, con un fio da pagare: Rimbaud (ci rifacciamo a lui perché è lo stesso Carnevali a dirci la sua predilezione per questo autore) smette di scrivere e va in Africa per i suoi strani commerci.
Il viaggio di Carnevali si spegne prima della fine. Il primo Dio è un romanzo incompiuto
"Più tardi venne a Bazzano Robert McAlmon, con quello strano sorriso ironico, che sulla sua faccia era quasi una smorfia. Vedendo la schifezza del posto in cui vivevo, pagò per me un anno di soggiorno in una casa di cura privata. Là incominciai una nuova vita".
Il libro si chiude proprio come finiscono le vite degli uomini normali che così come se ne vengono alla luce, così se ne vanno.
Pubblicato da Demetrio Paolin il 02.05.06 11:22