Campo di Babà di Amanda Vahamaki
di brekane
C'è un orso che guida una macchina. Non me ne intendo, potrebbe essere una Panda, forse una Ritmo. Indossa la cintura di sicurezza. Con una zampa, cerca una stazione radio decente. Giri la pagina e c'è Paperino con uno dei nipoti. Fischiettano; sembrano aspettare un autobus vicino a una cabina di legno. C'è una strada che si intuisce lunga, degli alberi fitti sullo sfondo. Arriva un dinosauro e si pappa i paperi. In un paio di vignette c'è un ragazzino che dorme - forse il dinosauro fa parte dei suoi sogni. Giri la pagina e c'è una mandorla (o qualcosa del genere) con una faccia, che viene piano piano distrutta da uno schiaccianoci. Lo schiaccianoci è pieno di denti e non si vede chi lo manovra. Si sentono però tutta l'energia della pressione, la resistenza della mandorla: la sua faccia, la faccia della mandorla, si tira sempre più in un sorriso. Il ragazzo, intanto, continua a dormire al buio, ma quando la mandorla si spezza, si sveglia. Era un incubo?
Esistono diversi tipi di fumetti. Ci sono quelli che ti piacciono subito, di colpo: ti danno uno scossone violento, ribaltando l'assetto dei tuoi gusti (o aderendoci alla perfezione), magari cambiandoti il modo di guardare alle cose. E ci sono quelli che invece ti entrano nel sangue più lenti, lettura dopo lettura. Ti attraggono con uno strano incantesimo di cui non riesci a capire il segreto. Esistono fumetti così: magari la prima volta che li hai letti non ti hanno convinto del tutto, ma un fascino misterioso e invincibile ti persuade a tornarci sopra - una, due, più volte - finché non ti rendi conto che lì, proprio lì, in qualche punto che non sai dire, c'è qualcosa di necessario e nascosto, sottile: qualcosa di essenziale. Nel frattempo, certe immagini ti si sono impresse nella rètina, alcuni personaggi li hai intravisti per strada, accanto a te, dietro di te, e così certi ambienti: e non sai più se sei tu che sei entrato dentro il fumetto o se, viceversa, questo si è sovrapposto alla realtà.
La prima volta che leggi il libro di Amanda Vahamaki - nata nel 1981 a Tampere, in Finlandia, ma bolognese da non so quanto - lo fai in fretta, e non capisci esattamente di cosa parli. Ti rendi conto che il protagonista non è un ragazzino, ma un ragazzina. Ti soffermi sul lato onirico della faccenda, sugli elementi surreali: l'orso che guida, gli animali parlanti, i vecchi maligni, la sostituzione di un dente rotto, la donna strabica, il campo di Babà, il pianto senza fine... Lo stesso disegno a matita - sporco, che lascia intravvedere le correzioni - sembra dare un'idea precaria (e impalpabile) di ciò che mostra. Ma poi, quando ci torni sopra la seconda o la terza volta, ti convinci di essere a un passo dall'afferrare qualcosa di importante.
Lo dico qui, subito: non so bene cosa.
Dovessi definire, sotto tortura, questo fumetto di 64 pagine, direi: il crocevia tra un sogno, una fiaba e un racconto di formazione. Con una riserva molto forte. Che poco o niente di questa storia sembra venire dall'inconscio - quanto piuttosto da una coscientissima visione dell'autrice. Dicendo meglio: l'occhio di Vahamaki scopre e rivela la natura profonda delle cose, delle persone: è uno sguardo allucinato che penetra le apparenze e le fa scomparire. Mettiamo la prima scena, per esempio. La ragazza si sveglia e va in cucina. Chi ha frequentato l'università fuori sede, conosce bene questa situazione: la televisione è accesa, i coinquilini cazzeggiano, l'ospite indesiderato, col culo pesante, se ne resta a pranzo, probabilmente autoinvitandosi. Solo che qui i padroni di casa sono dei bambini, l'ospite è un ingombro: muto, sudatissimo e obeso; calvo, con gli occhi piccoli; si permette perfino di spegnere la televisione, forse infastidito dalla pubblicità. Bisogna cucinare, ma nel frigo tutto è marcio. Uno dei ragazzi, di cui non sapremo mai il nome, lo apre e ne esce una poltiglia nera, fangosa, dove sguazzano dei vermi con un sorriso alla Berlusconi.
Esperienza personale, plasmata attraverso i luoghi comuni del sogno (e della fiaba), insomma. In cui i tasselli onirici e favolistici - spesso molto comuni e codificati - diventano il motore narrativo dell'azione e, anche, una specie di "correlativo" delle emozioni dell'autrice. Un'esperienza che si distende, verso la fine, in un racconto quasi allegorico sul diventare adulti, dove essere adulti significa - più o meno - tradire qualcuno (o qualcosa) di innocente. Circa a metà del racconto, inciampando contro un marciapiede, la protagonista perde un dente. Una vecchia strabica glielo sostituisce col canino di un lupo. In cambio le chiede di arare un campo di babà. I babà nel campo sono un po' come delle patate, mezzi sommersi dalla terra, e hanno una faccia innocua, dolce. Arare significherà ucciderne la gran parte.
A lettura terminata resta il senso di un tempo rallentato, che contrasta vivacemente con la velocità con cui si può affrontare il libro. A sfogliarlo ci si mette sì e no qualche secondo: i dialoghi sono pochi, non esistono didascalie. Vahmaki preferisce indugiare su gesti, sguardi, situazioni e lo fa come in presa diretta. Tranne l'inizio e la fine, che contengono un'unica illustrazione, ogni pagina contiene sei vignette tutte uguali, disposte su tre righe da due colonne. Tra una vignetta e quella successiva passa, al più, qualche istante: non ci sono salti temporali, né in avanti, né indietro. Se la protagonista deve raggiungere, camminando, un luogo qualsiasi, l'autrice ci fa vedere tutto il percorso, istante dopo istante, magari inframezzandolo con uno sguardo in soggettiva sul movimento delle gambe e dei piedi nudi.
Leggetelo, questo volume, se vi capita tra le mani. Leggetelo e poi rileggetelo. Abbandonatelo per qualche giorno, riguardatelo con più calma, fermatevi sui particolari. Sentirete il sangue scaldarsi e rallentarsi, come in certe giornate d'agosto, quando in città non c'è più nessuno; passerete oltre la prima impressione di surrealtà, e vi ritroverete in un mondo coerente, più vero del vero, candido e inquietante allo stesso tempo, ma mai tenebroso. Vi accorgerete che il vostro sguardo si è fatto più profondo, si appoggia con più calma sugli oggetti che vi circondano, scoprendone, se siete fortunati, la faccia nascosta. L'originalità di questo lavoro è forse proprio nella delicatezza con cui Amanda Vahamaki ci fa vedere le cose, anche le più tremende, portandoci a scorgere il profilo obliquo della realtà.

Amanda Vahamaki fa parte del collettivo Canicola, un gruppo di scalmanati che ha deciso di scuotere l'universo del fumetto come fosse una lattina di birra. Se non riuscite a trovare Campo di Babà, chiedete a loro. In ogni caso, teneteli d'occhio, che ne promettono di grosse.
Pubblicato da brekane il 18.05.06 21:14