24.04.06

Robert Mapplethorpe, a cura di Germano Celant

di Mauro Baldrati

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“Quando fotografo, che il soggetto sia un fiore o un cazzo, faccio sempre la stessa cosa. Solo metto a fuoco un soggetto diverso.”
Parola di Robert Mapplethorpe. E’ una sua dichiarazione, un suo appunto di lavoro, e dobbiamo prenderlo sul serio. Eppure, noi che siamo osservatori distaccati, abbiamo il beneficio del dubbio. Le foto di peni maschili non sono affatto “la stessa cosa” di quelle dei fiori. Sono distanti, e rivelano due approcci molto diversi, talvolta opposti.

Ma procediamo con ordine. E’ tornato in circolazione questo grande portfolio di Mapplethorpe, che aveva fatto una prima comparsa durante le feste natalizie come lussuoso oggetto-regalo, ed ora è reperibile nelle librerie specializzate che offrono uno spazio particolare alla fotografia e all’immagine. E’ il catalogo di una grande mostra che si è tenuta a Torino, curata da Germano Celant, ed è un libro impegnativo per dimensioni (21 x 32 x 4,5), peso (3,2 Kg), e prezzo (69 euro). Però è una raccolta abbastanza completa – forse la più completa – della sua produzione. La storia di questo grande e controverso fotografo è nota: realizza i primi servizi negli anni Settanta, réportages-shock nei locali macho-gay di New York, e diventa immediatamente una stella del firmamento off newyorkese. Ha una solida e raffinata educazione artistica classica, avendo studiato al Pratt Institute e al Reserve Officiers Trainig Corps. Dopo i primi esperimenti come pittore, creatore di collages, disegnatore di gioielli, si dedica totalmente alla fotografia. La sua attenzione verso la classicità – le sculture degli antichi greci, i quadri di Caravaggio, le opere di Leonardo, di Michelangelo, di Rodin – occupa uno spazio molto importante nella sua ricerca artistica, e rappresenta, forse, il lato B della sua vasta produzione.
Perché il lato A, la sua ricerca più sofferta, e la più riuscita, è costituita dal corpo, ritratto in tutti i suoi aspetti esteticamente più complessi e contraddittori: il corpo martoriato dal peccato, dall’autodistruzione, dalla sofferenza, dalla provocazione, dalla morte, attraverso sequenze di immagini sadomasochistiche e omosessuali. Un’attenzione particolare la dedica proprio al pene maschile, che è una sorta di ossessione: lo ritrae in tutta la sua fierezza (Mr 10” e ½, 1976, p. 207; Cock, 1982, p. 267; Phillip Priolen, 1980, p. 201); con ironia (Man in Polyester Suit, 1980, p. 205); con lacerante demenza (Ken 1978, p. 149; Ron Stevenson, 1978, p. 125). Mancano alcune immagini tra le più devastanti, dove il pene è oggetto di crudeli pratiche sadomaso, legato stretto con filo di ferro, imprigionato in macchine di sofferenza che sembrano gogne medievali, tagliuzzato, ferito, sanguinante.
A questa componente iconografica estrema, che per noi osservatori rappresenta una vera e propria discesa agli inferi {anche se la visione estrema si è aggravata, negli anni a venire, con fotografi ancora più violenti [perché Mapplethorpe resta un pioniere, un caposcuola che, come scrive Claudio Strinati in una delle tre belle introduzioni (le altre due sono di Celant e dello storico dell’arte Robert Rosenblum), “tutto sommato non è sufficientemente cattivo per i nostri gusti” – ma è una questione di gusti] e apertamente pornografici} ed è aggravata, enfatizzata dal suo sofferto cattolicesimo [“il fatto di essere cattolico è evidente in una certa simmetria e nel modo di fare (...) dispongo le cose in una forma cattolica” (cattolico, come Andy Warhol del resto, che fu un suo mito artistico assoluto)], si contrappone, nel tentativo di completarla, o di riscattarla, la visione classica. Sembra che Mapplethorpe tenti di riprodurre alcuni quadri di Caravaggio, o le forme sublimi di Michelangelo (e i tre introduttori avvalorano questa tesi) in una ricerca di purezza, di perfezione formale. Vi è come il tentativo, il sogno di uscire dal disagio, dall’autoflagellazione, dalla provocazione, dal pugno nello stomaco, con immagini “elevate” del corpo come scultura neoclassica; oppure con le immagini dei fiori, di estrema purezza, che riproducono, o imitano, immagini pittoriche. A mio avviso questa è una componente che sconta un limite, il suo limite, proprio per la sua volontà di riscatto, o di citazione artistica troppo colta. Il grande estro di Mapplethorpe, la sua carica dirompente, sono senza dubbio nelle foto di sesso, di nudo (“probabilmente le mie fotografie su temi sessuali sono le immagini più potenti che abbia mai realizzato”). Anche nei ritratti, che occupano molto spazio nel libro (i numerosi ritratti dell’amica Patti Smith, le performances di Lysa Lyon, William Burroughs, Leo Castelli, Bruce Chatwin e le serie, stupende, di autoritratti) Mapplethorpe non riesce a ricreare l’estro e il coraggio caotico delle foto di sesso. Pur essendo in gran parte ottimi, alcuni notevoli, persistono elementi di imbarazzante banalità, e non gli è concesso, come ritrattista, collocarsi a pieno titolo accanto ai grandi come Avedon, Penn, o lo stesso Helmut Newton, così ironico e smaliziato.
Ma forse proprio queste imperfezioni, questi limiti, fanno di Mapplethorpe un vero maestro e un artista che ha creato con grande intensità e sofferenza, con ironia, e ha pagato di persona le proprio scelte, lottando con la materia, la tecnica, la luce, e ha esplorato territori che, ai più, sono rimasti ignoti per tutta la vita.

Pubblicato da Mauro Baldrati il 24.04.06 12:17

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