14.04.06

Richard Brautigan, La casa dei libri (1966)

di Giorgio Morale

[altri articoli sullo stesso libro qui e qui] [Pesca alla trota in America, altro libro di Brautigan, recensito da Bartolomeo Di Monaco]

Ho cercato questo libro non tanto perché l’autore fosse indicato come uno dei padri della beat generation, che ormai ci siamo lasciati alle spalle, insieme ai suoi miti e alla sua maniera, come avviene per i movimenti troppo caratterizzati storicamente, quanto per l’apprezzamento di Richard Brautigan come scrittore che appariva evidente in tutti quelli che ne hanno parlato in questa Bottega, da Cletus a Gianluigi Bodi a Ezio Tarantino, e con il presente scritto mi associo anch’io al “Brautigan fans club”.

La casa dei libri è per me un romanzo sganciato da scuole e manierismi, che vive di tre situazioni forti.
La prima è la presentazione iniziale della biblioteca atipica in cui è impiegato il protagonista, struttura in cui chi vuole può portare il libro da lui scritto: metafora, come in Borges, di un microcosmo, ma con la differenza che la biblioteca di Brautigan non è un labirinto, quale a Borges appariva il mondo e l’umano sapere, è un luogo accogliente dove ogni individualità trova il posto che più le aggrada.

Al fondo, però, anche se tutto sembra chiaro, simpatico, mite, gioioso, ognuno mette il suo libro dove gli pare, a caso o secondo l’ispirazione del momento, e si può dire che anche in questa “casa dei libri” non c’è un ordine riconoscibile. Inoltre, si insinua in essa qualche aspetto inquietante: siccome i libri sono tanti, vengono via via trasferiti da un addetto in grotte dove c’è tanta umidità, che ci fa temere qualche pericolo per la fragilità dei libri e mette in forse la loro sopravvivenza nel tempo. Così l’intera struttura, a tratti, appare precaria. La “casa dei libri” è anche un altro mondo, un mondo parallelo, in cui vanno ad abitare persone in rotta con il “mondo”. Questo può richiamare quanto diceva Gregory Corso: “Non voglio essere nella società, voglio esserne fuori”, il che però in Brautigan avviene in modo non urlato, non programmatico: semplicemente succede, come ne L’Atalante di Jean Vigo, che si costituisca una microsocietà.

La seconda situazione è l’incontro e il rapporto del protagonista con Vida, donna incantevole, forte del suo bellissimo corpo e debole allo stesso tempo perché non si riconosce in esso, che come pochi personaggi letterari ispira sicurezza per l’amore che è capace di dare e suscita tenerezza per la sua capacità di abbandonarsi senza riserve. Nel suo bel rapporto col protagonista non c’è traccia dell’ideologia della liberazione sessuale che avrebbe caratterizzato il movimento beat. Anche lei però suggerisce, seppur con leggerezza e umorismo, qualcosa d’inquietante. Diverte, insomma, ma inquieta anche, il suo essere involontaria causa di incidenti e portatrice di caos per il fatto di attirare tanti occhi maschili, calamitati dal suo aspetto.

La terza situazione è il viaggio a Tijuana che il protagonista e Vida compiono perché la donna deve praticare un aborto illegale. Anzi, il titolo originale del romanzo suona: The Abortion: An Historical Romance, che è molto più crudo de La casa dei libri e forse per questo non mantenuto nella traduzione italiana. E’ questa la storia che occupa lo spazio maggiore, nel libro. Una buona parte di essa si svolge on the road, in pulmino, aereo, pullman, taxi e ci dà la misura della distanza di Brautigan dal mito del viaggio come esperienza esaltante tipica della beat generation. Il viaggio è un’esperienza dolorosa, non solo per l’obiettivo, l’aborto, raccontato come scelta necessaria ma sofferta e reso con realistica crudezza – e vissuto dal protagonista con evidente senso di colpa per esserne stato la causa. Il viaggio è separazione, disagio, fastidio, contrarietà. Non dico che non sia formativo, anzi. E’ comunque un’immersione nella società, che il protagonista aveva ormai dimenticato, dopo un paio d’anni di permanenza nella biblioteca, ed ha anche un aspetto iniziatico: è una sorta di discesa agli inferi, nella casa dell’Ade del dottore messicano che pratica aborti, che non a caso richiedono, quali elementi rituali, come in una cerimonia, il fuoco per purificare gli strumenti chirurgici e l’acqua per lavare le scorie – e lo scrittore lo sottolinea, ripetendolo esplicitamente più volte. Nella parte finale del libro V ho sentito la morte molto vicina a Vida (che poi vuol dire “vita”): Vida tarda a svegliarsi dall’anestesia, dopo l’aborto, sprofondata in un sonno che è simulazione del sonno eterno, e per qualche pagina ho temuto che fosse morta davvero. Ho concluso la lettura di questa parte con una grande tristezza addosso. Ma questo non è male, cominciare ridendo e scoprire che c’è qualcosa di triste sotto la superficie, che continua a lavorare in me a libro chiuso.

Forse è una riprova di quanto ho detto il fatto che il libro si chiuda, subito dopo l’esperienza della morte, con un capitolo intitolato “Una nuova vita” e l’abbandono da parte del protagonista della “casa dei libri”.

Se il contenuto del romanzo può suggerire qualcosa d’inquietante, la scrittura è sempre leggera e trasparente. Brautigan guarda con stupore ciò che ha davanti a sé, come se lo amasse tutto, come se tutto fosse buono, anche ciò che è più terribile: per questo in certi momenti mi ricorda, pur se in tutt’altro contesto di cultura e di crisi, Robert Walser. Lo sguardo del Narratore, che narra in prima persona, è caratterizzato da una profonda sconoscenza del mondo: “Plin-plon! Il tragitto da Los Angeles a San Diego fu compiuto quasi tutto fra le nuvole. Ogni tanto si udiva un campanello. Non lo so perché suonasse… Poi entrammo in un banco di nebbia anche più fitta e l’aereo fece strani rumori. Rumori piuttosto densi”. La sua scienza è tutta qui: “All’Aeroporto Internazionale di San Francisco l’acqua calda sgorga dal rubinetto a volontà, quando ti lavi le mani, invece all’aeroporto Internazionale di San Diego no: devi tener premuto un pulsante, se vuoi che venga”.
Un elenco di oggetti gli scorre sotto gli occhi, gratuito, immotivato: “un sacchetto di carta, tre stampelle per abiti, alcuni fiori, un pullover, una giacca, un’arancia, un sacchetto di carta, una scatola, un cane”, “macchine macchine macchine”. Questo può ricordare la cultura pop e beat. E’ uno sguardo infantile, e un sereno atto d’accusa, una calma dichiarazione di estraneità, da cui scaturisce un effetto di straniamento nei confronti di gesti quotidiani abitualmente assunti come scontati. Per sopportare questo mondo, dove l’umanità è aggressiva e le cose senza senso, l’io deve ricorrere a strategie anch’esse infantili – magiche: il talismano, una macchia, una lucina, una stella, un oggetto apparentemente insignificante che eleggiamo nell’intimità a nostro compagno.

Si è svolto di recente su Nazione Indiana un dibattito a partire da un testo di Giacomo Sartori, nel corso del quale si sono delineate, schematicamente, due posizioni. Alcuni sostenevano che oggi il romanzo per mordere la realtà deve essere una scrittura documentata per la quale sarebbe necessario un lavoro approfondito di investigazione, sull’esempio dei romanzi di Ellroy e De Lillo. Altri, come Francesco Forlani, sostenevano che “per scrivere un romanzo bisogna avere, possedere un’ignoranza di base (una stupidità) che la concezione specialistica del sapere non può né potrà mai avere”. Io penso che la letteratura, oggi, è veramente una babele alla quale le norme stanno strette e in cui c’è spazio sia per gli scrittori “informati” sia per gli scrittori “ignoranti”. Nel contempo voglio osservare che Brautigan, ascrivibile alla categoria degli scrittori “ignoranti”, almeno in questo romanzo, l’unico che ho letto, non è meno efficace di altri scrittori nel rappresentare la società americana, che per me è tutta in questo elenco: “Vidi un sacchetto di carta, tre stampelle per abiti, alcuni fiori, un pullover, una giacca, un’arancia, un sacchetto di carta, una scatola, un cane”.

[tutti i libri della bottega]

Pubblicato da Giorgio Morale il 14.04.06 14:21

COMMENTI

Letto con piacere, Giorgio. E' il tuo primo tentativo pubblico di recensire un libro e, capperi, te la sei cavata egregiamente. Un bell'inizio davvero. La Bottega del lettore è stata un'idea grandiosa!

Bart

da Bartolomeo Di Monaco il 14.04.06 19:52

mi associo, bellissima critica, ricca di spunti, è stato come rileggerlo. Anzi, azzardo, il bello è proprio questo. Uno spazio dove la condivisione di uno stesso testo consente di approfondirlo, nel confronto con gli altri, e di apprezzarlo (o disprezzarlo) ancora meglio. Grazie.

da cletus il 14.04.06 20:17

Grazie, Bartolomeo, per l'incoraggiamento. E grazie a te, Cletus, che hai rimesso in circolo il nome di Brautigan. Io, Gianluigi ed Ezio dobbiamo a te la conoscenza di questo scrittore - e sicuramente anche qualcun altro.
I libri di Brautigan, mi pare, non si trovano facilmente, ma ho intenzione di mettermi alla ricerca degli altri e di proseguire la conoscenza. Poi ti farò sapere

da Giorgio Morale il 17.04.06 17:27

Giorgio, ho letto con enorme piacere la tua lettura di Brautigan. Io non posso essere considerato un fan della prima ora, però, se a qualcuno Brautigan piace, mi sento felice. La tua lettura mi ha dato nuovi spunti di interpretazione e mi ha messo voglia di riprendere il libro in mano e rileggerlo con calma.
Chissà, potremmo aprire un Brautigan fan club, oppure, un club degli scrittori ignoranti.

da louie il 18.04.06 08:06

Buona idea, louie, il "club degli scrittori ignoranti". Secodo me avremmo delle sorprese e dovremmo dare delle tessere ad honorem a scrittori veramente grandi, così come comunque troveremmo ottimi scrittori anche tra quelli "informati". Evidentemente non è l'informazione che fa la differenza. Sarebbe da approfondire cosa ci "insegna" un libro, quale "sapere" vi cerchiamo. Che cosa abbiamo appreso, quando chiudiamo un libro e ci sembra di avere appreso qualcosa.

da Giorgio Morale il 18.04.06 12:21

Personalmente, ciò che cerco in un libro cambia da perioro a periodo. Attualmente va per la maggiore la ricerca di una storia che mi prenda e mi trascini dentro di sé.
Poi, riguardo a ciò che ci insegna un libro, direi che ogni libro ci insegna una briciola di vita, sia che ci sia piaciuto, sia che non ci sia piaciuto.
Ora, alla mia età, non so più dire a quale libro debbo cosa. I libri sono diventati un tutt'uno con il mio modo di essere.

da louie il 18.04.06 17:02

Certo, louie, anch'io mi riferisco a un "apprendimento" non limitato all'informazione, che può dare anche un'opera di grande candore come "La casa dei libri"; e penso che dalla lettura ricaviamo un "sapere" (si potrebbe anche dire un "sapore") non solo di tipo contenutistico né definibile solo in termini di informazioni.
Per quanto riguarda la tua predilezione attuale per un libro con una storia che prenda e trascini, sto preparando una "lettura" che ti interesserà: di un romanzo che a mio parere supera tutti in quanto a capacità di inchiodare il lettore alla pagina. Perché l'ansia di sapere ci spinge avanti e la scrittura è così bella che la lettura scivola sulla pagina a meraviglia.

da Giorgio Morale il 18.04.06 18:48

Attendo con impazienza la nuova lettura. Mi hai messo addosso una buona dose di curiosità.

da louie il 18.04.06 21:21

sai ho conosciuto uno scrittore esordiente...Domenico Palumbo...() ha scritto un nuovo libro "Una lettera dal passato" ed ho letto le prime critiche...molto favorevoli devo dire; perchè non lo prendete in considerazione?
unaletteradalpassato.blogspot.com

da fede il 17.05.06 13:01




Vuoi salvare i dati?

: