Richard Brautigan, La casa dei libri (1966)
[altri articoli sullo stesso libro qui e qui] [Pesca alla trota in America, altro libro di Brautigan, recensito da Bartolomeo Di Monaco]
Ho cercato questo libro non tanto perché l’autore fosse indicato come uno dei padri della beat generation, che ormai ci siamo lasciati alle spalle, insieme ai suoi miti e alla sua maniera, come avviene per i movimenti troppo caratterizzati storicamente, quanto per l’apprezzamento di Richard Brautigan come scrittore che appariva evidente in tutti quelli che ne hanno parlato in questa Bottega, da Cletus a Gianluigi Bodi a Ezio Tarantino, e con il presente scritto mi associo anch’io al “Brautigan fans club”.
La casa dei libri è per me un romanzo sganciato da scuole e manierismi, che vive di tre situazioni forti.
La prima è la presentazione iniziale della biblioteca atipica in cui è impiegato il protagonista, struttura in cui chi vuole può portare il libro da lui scritto: metafora, come in Borges, di un microcosmo, ma con la differenza che la biblioteca di Brautigan non è un labirinto, quale a Borges appariva il mondo e l’umano sapere, è un luogo accogliente dove ogni individualità trova il posto che più le aggrada.
Al fondo, però, anche se tutto sembra chiaro, simpatico, mite, gioioso, ognuno mette il suo libro dove gli pare, a caso o secondo l’ispirazione del momento, e si può dire che anche in questa “casa dei libri” non c’è un ordine riconoscibile. Inoltre, si insinua in essa qualche aspetto inquietante: siccome i libri sono tanti, vengono via via trasferiti da un addetto in grotte dove c’è tanta umidità, che ci fa temere qualche pericolo per la fragilità dei libri e mette in forse la loro sopravvivenza nel tempo. Così l’intera struttura, a tratti, appare precaria. La “casa dei libri” è anche un altro mondo, un mondo parallelo, in cui vanno ad abitare persone in rotta con il “mondo”. Questo può richiamare quanto diceva Gregory Corso: “Non voglio essere nella società, voglio esserne fuori”, il che però in Brautigan avviene in modo non urlato, non programmatico: semplicemente succede, come ne L’Atalante di Jean Vigo, che si costituisca una microsocietà.
La seconda situazione è l’incontro e il rapporto del protagonista con Vida, donna incantevole, forte del suo bellissimo corpo e debole allo stesso tempo perché non si riconosce in esso, che come pochi personaggi letterari ispira sicurezza per l’amore che è capace di dare e suscita tenerezza per la sua capacità di abbandonarsi senza riserve. Nel suo bel rapporto col protagonista non c’è traccia dell’ideologia della liberazione sessuale che avrebbe caratterizzato il movimento beat. Anche lei però suggerisce, seppur con leggerezza e umorismo, qualcosa d’inquietante. Diverte, insomma, ma inquieta anche, il suo essere involontaria causa di incidenti e portatrice di caos per il fatto di attirare tanti occhi maschili, calamitati dal suo aspetto.
La terza situazione è il viaggio a Tijuana che il protagonista e Vida compiono perché la donna deve praticare un aborto illegale. Anzi, il titolo originale del romanzo suona: The Abortion: An Historical Romance, che è molto più crudo de La casa dei libri e forse per questo non mantenuto nella traduzione italiana. E’ questa la storia che occupa lo spazio maggiore, nel libro. Una buona parte di essa si svolge on the road, in pulmino, aereo, pullman, taxi e ci dà la misura della distanza di Brautigan dal mito del viaggio come esperienza esaltante tipica della beat generation. Il viaggio è un’esperienza dolorosa, non solo per l’obiettivo, l’aborto, raccontato come scelta necessaria ma sofferta e reso con realistica crudezza – e vissuto dal protagonista con evidente senso di colpa per esserne stato la causa. Il viaggio è separazione, disagio, fastidio, contrarietà. Non dico che non sia formativo, anzi. E’ comunque un’immersione nella società, che il protagonista aveva ormai dimenticato, dopo un paio d’anni di permanenza nella biblioteca, ed ha anche un aspetto iniziatico: è una sorta di discesa agli inferi, nella casa dell’Ade del dottore messicano che pratica aborti, che non a caso richiedono, quali elementi rituali, come in una cerimonia, il fuoco per purificare gli strumenti chirurgici e l’acqua per lavare le scorie – e lo scrittore lo sottolinea, ripetendolo esplicitamente più volte. Nella parte finale del libro V ho sentito la morte molto vicina a Vida (che poi vuol dire “vita”): Vida tarda a svegliarsi dall’anestesia, dopo l’aborto, sprofondata in un sonno che è simulazione del sonno eterno, e per qualche pagina ho temuto che fosse morta davvero. Ho concluso la lettura di questa parte con una grande tristezza addosso. Ma questo non è male, cominciare ridendo e scoprire che c’è qualcosa di triste sotto la superficie, che continua a lavorare in me a libro chiuso.
Forse è una riprova di quanto ho detto il fatto che il libro si chiuda, subito dopo l’esperienza della morte, con un capitolo intitolato “Una nuova vita” e l’abbandono da parte del protagonista della “casa dei libri”.
Se il contenuto del romanzo può suggerire qualcosa d’inquietante, la scrittura è sempre leggera e trasparente. Brautigan guarda con stupore ciò che ha davanti a sé, come se lo amasse tutto, come se tutto fosse buono, anche ciò che è più terribile: per questo in certi momenti mi ricorda, pur se in tutt’altro contesto di cultura e di crisi, Robert Walser. Lo sguardo del Narratore, che narra in prima persona, è caratterizzato da una profonda sconoscenza del mondo: “Plin-plon! Il tragitto da Los Angeles a San Diego fu compiuto quasi tutto fra le nuvole. Ogni tanto si udiva un campanello. Non lo so perché suonasse… Poi entrammo in un banco di nebbia anche più fitta e l’aereo fece strani rumori. Rumori piuttosto densi”. La sua scienza è tutta qui: “All’Aeroporto Internazionale di San Francisco l’acqua calda sgorga dal rubinetto a volontà, quando ti lavi le mani, invece all’aeroporto Internazionale di San Diego no: devi tener premuto un pulsante, se vuoi che venga”.
Un elenco di oggetti gli scorre sotto gli occhi, gratuito, immotivato: “un sacchetto di carta, tre stampelle per abiti, alcuni fiori, un pullover, una giacca, un’arancia, un sacchetto di carta, una scatola, un cane”, “macchine macchine macchine”. Questo può ricordare la cultura pop e beat. E’ uno sguardo infantile, e un sereno atto d’accusa, una calma dichiarazione di estraneità, da cui scaturisce un effetto di straniamento nei confronti di gesti quotidiani abitualmente assunti come scontati. Per sopportare questo mondo, dove l’umanità è aggressiva e le cose senza senso, l’io deve ricorrere a strategie anch’esse infantili – magiche: il talismano, una macchia, una lucina, una stella, un oggetto apparentemente insignificante che eleggiamo nell’intimità a nostro compagno.
Si è svolto di recente su Nazione Indiana un dibattito a partire da un testo di Giacomo Sartori, nel corso del quale si sono delineate, schematicamente, due posizioni. Alcuni sostenevano che oggi il romanzo per mordere la realtà deve essere una scrittura documentata per la quale sarebbe necessario un lavoro approfondito di investigazione, sull’esempio dei romanzi di Ellroy e De Lillo. Altri, come Francesco Forlani, sostenevano che “per scrivere un romanzo bisogna avere, possedere un’ignoranza di base (una stupidità) che la concezione specialistica del sapere non può né potrà mai avere”. Io penso che la letteratura, oggi, è veramente una babele alla quale le norme stanno strette e in cui c’è spazio sia per gli scrittori “informati” sia per gli scrittori “ignoranti”. Nel contempo voglio osservare che Brautigan, ascrivibile alla categoria degli scrittori “ignoranti”, almeno in questo romanzo, l’unico che ho letto, non è meno efficace di altri scrittori nel rappresentare la società americana, che per me è tutta in questo elenco: “Vidi un sacchetto di carta, tre stampelle per abiti, alcuni fiori, un pullover, una giacca, un’arancia, un sacchetto di carta, una scatola, un cane”.
Pubblicato da Giorgio Morale il 14.04.06 14:21