La giornata d'uno scrutatore, di Italo Calvino (ovvero dei dubbi della democrazia e del "fare")
Ci sono libri ciclici, che devi rileggere a ogni tot di tempo, secondo orbite prefissate eppure eccentriche, come le comete. Non sono mai gli stessi, o siamo noi a non esserlo, o entrambe le cose, e ciò rende assolutamente necessario tornare a leggerli, e trovarli diversi, e farsi leggere da loro, e farsi trovare diversi per come le cose e le letture – nel frattempo – ci hanno cambiati. E questo mutuo scambio di differenze e uguaglianze continua anche per anni, perché i libri sono una specie di alberi, che mettono radici e giri di corteccia sempre nuovi.
Uno dei miei libri-cometa, libri-alberi, libri-ciclici, libri-che-ritornano è La giornata d'uno scrutatore, di Italo Calvino. Torno a leggerlo a ogni elezione, o quasi. Ogni volta che ho bisogno di qualcuno che dia voce ai miei dubbi, al mio oscillare tra la semplicità disadorna del voto e la complessità del reale che il voto pretende di reggere, tra i temi epocali della scelta e della necessità, tra le domande sul senso vero, profondo ma oscuro, del dogma democratico.
Amerigo Ormea (lo stesso Calvino, che, nel gioco di specchi e distanze e rivolgimenti che ama mettere tra l’io che scrive e l’io che narra, trasforma il suo “Italo” in “Amerigo”: colui che appartiene al mondo nuovo, se solo riuscisse a capire cos’è quel mondo, e se c’è…) fa lo scrutatore, militante comunista chiamato a servizio dal partito, per un compito umile ma importante. E ciò accade nel 1953. Ovvero negli anni Cinquanta, gli anni di magnifiche sorti e progressive, d’ansia di ricostruzione e partecipazione che l’Italia ha smarrito da tempo. Ma il 1953 è anche un anno difficile, quello delle elezioni all’insegna della “legge-truffa”: chi prende il 50 per cento dei voti più uno ha diritto a due terzi dei seggi. Una sorta di enorme sconto per la maggioranza, una disparità di “peso” del voto che rende ancora più amara la riflessione su cosa sia, quanto pesi, cosa valga davvero il voto, “un” voto.
Perché Amerigo Ormea si trova a fare lo scrutatore non solo dentro l’Italia rustica e spartana degli anni Cinquanta, nel sapore di matita copiativa e orgoglio della democrazia nuovissima, ma anche dentro una delle istituzioni totali più separate dal mondo, del quale pure deve mutuare riti d’appartenenza e socialità: l’Istituto Cottolengo di Torino. L’ospizio dei casi disperati, dei casi-limite, di coloro che sono rifiutati, che sono difformi e incompatibili.
Sono convinta che, prima o poi – e a me capita regolarmente a ogni chiamata elettorale – tutti ci interroghiamo su quanto valore abbia un voto, e dove si radichi quel fantomatico diritto, quella pretesa d’uguaglianza per cui il mio voto nutrito e cresciuto a dubbi e letture e sofferenze etiche deve valere allo stesso modo d’un voto che viene dalle viscere, d’un voto che non ha mai attraversato pensieri, o d’un voto – come accade ad alcuni elettori che incontra Amerigo nella sua giornata – che forse non passa nemmeno per la mente, ma solo per le mani docili, strumenti di strumenti, d’una creatura che d’umano ha solo la pietà degli altri.
Sono dubbi necessari, perché trovano in sé la propria confutazione e la propria risposta. Ma bisogna percorrerne i tornanti, e non senza sofferenza. Ed è precisamente quello che fa Amerigo-Italo (Calvino racconta in effetti – sia pure depurata e allontanata e passata al fuoco della riflessione – la sua esperienza personale di militante e scrutatore al “Cottolengo”) per tutta la sua giornata, che si dipana in un filo ininterrotto di pensieri, attraversati solo da brevi rovesci di pioggia (ché la natura è intensamente “etica” in Calvino, e commenta e orna e partecipa degli accadimenti umani, o meglio della loro funzione di segni in sistemi di segni) e schiarite, bozzetti di vita dell’ospizio che hanno valore d’apologo visivo, di contrappunto necessario alle meditazioni di Amerigo.
Questo “fare”, quest’ardore di scegliere e partecipare – di più, fare da noi, con le nostre mani – la nostra storia, sono una verità o un’illusione? Le sistematiche frustrazioni cui andiamo incontro ogni volta che in ballo ci sono cose come le elezioni, il “libero” diritto di voto (ma libero quanto, viene da chiedersi, e più che mai oggi, molto dopo gli anni Cinquanta, negli anni delle teledemocrazie e dei messaggi subliminali, del trucco di scena e dei trucchi di scena), sono tutte passate in rassegna da Italo-Amerigo, e amplificate dal luogo singolare ed estremo che è il Cottolengo, quello dove è già doloroso il concetto di limite umano (“fino a dove un essere umano può dirsi umano?” si chiede Amerigo di fronte a un uomo-pianta-pesce che nuota o vegeta nelle profondità del suo letto di cura eppure d’abbandono). E’ allora che ogni nostro “fare” sembra disfatto o condannato a essere disfatto.
“Visti da qui, dal fondo di questa condizione, la politica, il progresso, la storia, forse non erano nemmeno concepibili (siamo in India), ogni sforzo umano per modificare ciò che è dato, ogni tentativo di non accettare la sorte che tocca nascendo, erano assurdi”.
E non è lo stesso stringimento di cuore, lo stesso assurdo sovrapporsi d’ottimismo – di chiunque esercita il proprio diritto – e di scetticismo – di chiunque, dentro di sé, gioca a confutarselo, a vedersi con altri occhi, con occhi avversari - , lo stesso accavallarsi di certezza e dubbio che viviamo tutti quando ci troviamo a riflettere su una cosa, pure scontata, come la democrazia e i suoi scintillanti corollari?
Le “forme del fare” – che sono il voto, l’impegno, ma anche la scrittura, la lettura, ogni forma di esistenza/resistenza umana – sono sotto scacco, in quella domenica piovosa ed elettorale al Cottolengo. Eppure, poiché ogni cosa contiene in sé il germe del suo contrario – e Calvino è maestro nocchiero dei rivolgimenti del senso, della lettura incrociata dei segni, del loro trasformarsi in altro – è proprio lì che il nostro “fare” - modesto, limitato, continuamente contraddetto dal “disfare” degli altri e della Natura – acquista un senso vero, pieno. “La vanità del tutto e l’importanza d’ogni cosa fatta da ognuno erano contenute dalle mura dello stesso cortile”.
Ogni volta, su quei pochi centimetri di legno e mina della matita copiativa, su quei pochi gesti che facciamo nel segreto della cabina elettorale, in quel rito laico e spartano, si gioca la partita fondamentale tra quel “fare” e quel “disfare”. Farlo, farlo ogni volta, è la necessaria risposta.
Il modo e il luogo in cui la mente causidica e pessimista lotta con la mente che costruisce e dona impulso alla mano per “fare” nella Storia. Con dolore, con dubbio, con esitazione, con incertezza, con angoscia.
“Chi agisce bene nella storia – provò a concludere, - anche se il mondo è il “Cottolengo”, è nel giusto”. E aggiunse in fretta: “Certo, essere nel giusto è troppo poco”.
Certo.
Pubblicato da manginobrioches il 10.04.06 13:44