La fine di Alice, A.M. Homes
di Federico

“La fine di Alice” è un romanzo che ci conduce nei posti bui del nostro inconscio, ci lascia sguazzare nelle vasche della coscienza in cui affoghiamo i nostri istinti di morte.
E’ un romanzo liberatorio, perché ci offre un personaggio da detestare (il pedofilo nel cui corpo la scrittrice parla) e che si presta al lettore come parafulmine dei propri cattivi pensieri. Le fantasie illecite che AM Homes libera nella nostra testa ci fanno tremare. Sappiamo di non potercele permettere, sappiamo di non averle mai pensate con tanta lucidità, perché le abbiamo sempre dissolte dentro di noi non appena le sentivamo affiorare. La scrittura rude e sapiente della Homes ci tiene la faccia premuta sulle pagine. Non ci permette di distogliere lo sguardo, e quindi di dissolvere il cattivo pensiero che quello sguardo ha generato. Subiamo anche noi lettori una violenza, perché la storia deve essere letta e fino alla fine, dobbiamo sentire lo stomaco gorgogliare e le gambe tremare nervose. Dobbiamo subire l’umiliazione di questa violenza, dobbiamo accoglierla passivamente e sperare di non affezionarcisi a tal punto da implorare “Ancora!”.
Nel frattempo scopriamo di vergognarci del libro che teniamo aperto davanti agli occhi. Quando qualcuno bussa alla porta, lo chiudiamo di scatto e lo sdraiamo di fianco. Scopriamo che è successa una cosa nuova: abbiamo pudore di ogni nostro gesto, di ogni nostro sguardo.
Poi siamo di nuovo soli nella nostra stanza e ci affanniamo a ritrovare la pagina alla quale eravamo rimasti. Pensiamo che, in questo momento, tra noi e lui – il nostro protagonista – non c’è differenza: entrambi ci vergognamo di ciò cui non sappiamo né vogliamo rinunciare. Noi e Lui siamo uguali, stessa pasta. E ci malediciamo. Continuiamo a leggere con sempre maggiore voracità, come se volessimo consumare un amplesso proibito e toglierci questa voglia che è diventata un peso.
Poi veniamo intercettati da Lui a pagina 178 :
E prima di continuare, mentre godiamo di questo momento di intimità, c’è qualcosa che devo dirti, qualcosa che dev’essere chiarito fra me e te. Diciamolo chiaramente: sto parlando con te, Mister Lettore, anche se mi rendo conto che non è normale, anche se so che non è previsto che io laceri l’invisibile velario che ci separa. Mi scuso per la subitanea aggressione. Ma è ora che affrontiamo la questione, noi due, soli, senza interferenze. Concentrati, presta molta attenzione, questo è l’ultimo lampo di lucidità prima che il mio rigore diventi rigor mortis.
Sento il bisogno di rassicurarti: non rispondere, non replicare, limitati ad ascoltare, fa’ di quello che dico ciò che vorrai, e io prometto di non tornarci più sopra.
Sono pienamente consapevole di quello che hai fatto mentre mi leggevi: sono mie queste pagine che stai imbrattando con i tuoi schizzi. So della tua eccitazione, l’uccello nel tuo bosco, il pizzicore nella fica che si contrae, so che mentre leggevi il mio monologo mentale hai tirato fuori l’intimo amico menandotelo brutalmente, masturbandoti – ciao, fichina, dolce micetta: lascia che la linguina fra le tue cosce ti lecchi le dita, rivestendole di liquido viscoso – e, a dispetto del turbamento che ciò ti procurava, ti sentivi liberato.
Sborrare e poi provare disgusto, un autentico moto d’orrore, non è una cosa di cui preoccuparsi: a me succede di continuo. Che i miei discorsi facciano diventare la tua Passera pazzerella e scivolosa, il tuo Pipino lacrimevole, non significa che ti stai trasformando in un pervertito come me, tutti abbiamo le nostre fantasie. Se però ho toccato una corda più profonda e fatto sì che il tuo primo stupratore tornasse a farti sussultare e fremere, ti consiglio nei limiti del possibile di non lasciarti turbare. E se un maggiore sconvolgimento dovesse intervenire nella tua vita – è proprio in momenti simili che un uomo può reagire e prendere inconsapevolmente la figlia in grembo -, suggerisco che, per dissipare i tuoi incauti impulsi, tu parli il più possibile con tua moglie, e magari lasci la luce accesa quando dormi.
Bada soltanto, quando ti metti a letto, di lasciare il libro aperto a queste pagine per consentire all’aria spettrale della notte di asciugarne magicamente l’umidore, eliminando il bagnato e lo sporco affinché tornino nuove, pulite e fragranti per il momento in cui le riprenderai in mano.
Qualcuno potrebbe pensare che io blateri soltanto per procurare uno shock, ma cos’altro è uno shock se non qualche remota identificazione, segno che ho toccato un punto dolente, sfiorato un nervo ? Pensaci bene. Altri potrebbero credere che blateri per procurarmi un’erezione, e riconosco di aver fatto anche questo, pur se non era il mio intento primario. A dire il vero, sono invischiato nella mia filippica, ma voglio presumere, voglio confidare che tu – essendo quello che sei, stando dove stai, fuori e non qui – sia abbastanza assennato da non farti coinvolgere. Voglio dare per scontato che tu sia tanto sveglio da non fermarti alla superficie della mia bizzarria ma sappia andare oltre per vedere che cosa c’è sotto. Me. Ci sono io. Sepolto sotto queste cose indicibili. Un ragazzo, un uomo, una persona proprio uguale a te. Anche se ciò peggiora le cose, se le rende più crude, non dimenticare: non sono migliore né peggiore di te. Una congiura, un costrutto sociale sostenuto da giudici, giurie e chiacchiere mi ha bandito perché costituivo una minaccia per loro. Ti imploro di non essere altrettanto fifone.
Comprendiamo che tutto quello che ci sta accadendo è qualcosa di premeditato. La trappola è ordita alla perfezione, ci è persino stata lanciata una sfida. Noi non siamo lettori fifoni: sappiamo trovare un senso alle cose folli, potremmo festeggiare un non-compleanno, correre una maratonda, parlare con uno stregatto.
Questo viaggio è come un dolcissimo precipitare – in apnea – fino alla fine di Alice. E lì finisce.
A.M. Homes - La fine di Alice (The end of Alice), Minimum Fax 2005
Pubblicato da Federico il 11.04.06 23:16