Il ritorno a casa di Enrico Metz, di Claudio Piersanti
Il ritorno a casa di Enrico Metz, l’ultimo libro dello scrittore umbro-marchigiano Claudio Piersanti, è un romanzo garbato sul tempo, sulla vecchiaia; è scritto con uno stile semplice, quasi dimesso, da fine miniaturista, in controtendenza rispetto alle pimpanti scritture di certi best-sellers nostrani. Narra la vicenda di un grande dirigente industriale, un avvocato che ha seguito fino alla sua conclusione un colossale crack finanziario e si ritira progressivamente dalle scene internazionali per rientrare nella sua città d’origine (una città-tipo dell’Emilia, ma noi vi riconosciamo i tratti e i paesaggi urbani di Bologna). Qui, mentre il tempo si dilata, rallenta, e i contorni della vita sociale e mondana si sfocano, entra in contatto con la palude politico-economica della città: personaggi potenti e ambigui vogliono coinvolgerlo, e non sarà facile smarcarsi, trovare una dimensione di secondo piano, un equilibrio fatto di passeggiate, piccoli incarichi di avvocato, giardinaggio, amicizie. Dopo i fasti della ruggente stagione milanese, dopo le battaglie senza esclusioni di colpi nel mondo insidioso dell’alta finanza, Enrico Metz è alla ricerca del piccolo, del semplice, del lento.
A tratti emerge, forte e autorevole, la figura del suo capo, l’ing. Marani, l’unico capitalista italiano che ha lanciato una sfida ai poteri forti dell’economia e della politica, e per questo è caduto, trascinato dal crack. Noi lo identifichiamo soprattutto con Raoul Gardini, il grande finanziere che minacciò addirittura di utilizzare i derivati della soia per produrre un additivo per la benzina, scatenando l’ira omicida dei petrolieri. La notizia del suo suicidio fa precipitare Enrico Metz in una crisi psicologica, perché traspare, evidente, l’ammirazione che lo stesso autore del libro prova per lui. E il racconto, nella sua parte centrale, prende una piega alcolica: Enrico Metz beve di continuo, gin, vino, birra. Vi è qualcosa di carveriano in quel ripetersi ossessivo del bere, in quello stile cosiddetto minimalista; ma la rarefazione del tempo, e il restringersi dello spazio nella villetta di famiglia, con un bel parco e un lussureggiante giardino che Enrico Metz segue con cura maniacale, impedisce di affondare nello straniamento e nella tristezza che, sempre, traspira dalle scritture alcoliche.
Non manca qualche eccentricità: come la segretaria tuttofare Rita, che si rivolge all’avvocato col “lei” mentre lui usa il “tu”, e lo cura davvero fino in fondo, anche con qualche fellatio, tanto per tirargli su il morale quando alza troppo il gomito e si lascia andare alla depressione. Ma non è un difetto in fondo, non è una visione maschilista: forse è semplicemente un libro scritto con un’ottica e uno stile molto, molto maschili.
Pubblicato da Mauro Baldrati il 12.04.06 12:14