11.04.06

Giuseppe Genna, Dies Irae

di Demetrio Paolin

[questo articolo è apparso anche su raramente] [Lo stesso libro recensito da Gattostanco]

Sono in macchina con mia madre affianco, andiamo verso la città senza dirci niente d’importante. Ad un tratto in questo chiacchiericcio indistinto, le faccio: Te lo ricordi, Alfredino?, e le ho detto così mentre la campagna si apriva appena ad un’ipotesi di primavera.
Lei è ha fatto finta di niente e mi ha detto: Alfredino chi?
Rampi, mamma – le faccio io – quello che caduto nel pozzo negli anni ’80.
Mia madre disegna una smorfia sul viso: Quello è stato un tormento – mi dice – sai per quanti anni me lo sono sognato la notte? Quante volte ho risentito la sua voce? Quante volte mi venivano in mente le luci, la diretta di quei giorni? Le persone intorno a quella buca?.
Sai, le faccio, che è uscito un libro che parla proprio di questo, di questa angoscia?
Ah non lo sapevo, riprende lei, sì era proprio un’angoscia e poi eravate piccoli, avevate quell’età lì.
Per capire Dies Irae (Rizzoli), credo, si debba partire da qualcosa di strettamente personale e intimo come l’angoscia cristallina di mia madre che - come Genna - ha sognato per anni questo bambino caduto nel pozzo, il corpo ricoperto di fango.

Oppure bisognerebbe dire cosa ha significato questo per i ragazzini che avevano allora 8/9 anni. I ragazzi della mia generazione, che vivevano in campagna e che fino al giorno prima andavano nei campi con le fionde per tirare agli uccelli e agli animali, per cercare nei fossi le ranocchie, incrudelendoci sopra: bambini, poco più grandi o piccoli di Alfredino, che attraversavano orti, viottoli sassoni senza il minimo di pensiero che esistessero pozzi bui.

E questo almeno fino a quel giorno, quando arrivati a casa, scoprono tutto. La gente stava lì intorno ad un luogo così medesimo ai prati che tu avevi appena abbandonato. E tua madre piangeva come tutti del resto, e da quel giorno no, non si poteva più andare da soli giù nei campi, che se cadi in un pozzo, vedi che non ti salvano più.
Subitanei ci furono gettati addosso sentimenti di apprensione, di paura, che noi a stento riuscivamo a decifrare, ma che erano, me ne rendo conto solo ora, simili a quel sentimento di tenebra che si respira nel prologo di Dies Irae con il suo inizio, almeno al orecchio di chi scrive, così “prossimo” a certi incipit paesaggistici delle pasoliniane Ceneri di Gramsci.

Partendo da questa oscurità Genna cerca di raccontare questi anni, gli ultimi 25 della storia patria, e sceglie un episodio anticipatore di quello che oggi ci tocca vivere. Nel 1981 la gente stava davanti alla televisione intenta ad ascoltare la voce sempre più flebile di un bimbo, oggi nell'astigiano è pronta a filmare e a fotografare con un videotelefonino una donna che caduta dal balcone giace infilzata orrendamente nella cancellata.

Non siamo mostri, questo sembra dirci Genna, ma siamo il prodotto, il precipitato di una reazione chimica che da Vermicino ci porta fino a qui. E questo viene vissuto da noi come una sorta di vergogna esistenziale. I personaggi del romanzo, infatti, hanno tutti in segreto buio, una tenebra non meglio specificata, qualcosa che li rende colpevoli di vivere in questi lustri patinati quanto tragici.

Il romanzo di Genna, non esente da alcuni difetti in certi passi l’affabulatore prende il sopravvento sul narratore, ha il pregio di grattare la crosta, l’epidermide di questa realtà scintillante per fare i conti con le paure di ognuno.
Anche l’artificio retorico del complotto è presente ma in maniera meno pervasiva rispetto agli altri romanzi, quasi che Genna volesse mettere in scena in cerimonioso commiato rispetto all’autore che è stato conosciuto dal pubblico con Gran Madre Rossa, Il mio nome è Ishmael e La pelle del drago.

Questa dimidiazione della poetica del complotto permette così di far entrare sulla scena dei personaggi “veri” e non più bidimensionali. Paola C., Monica B. e lo stesso Giuseppe Genna hanno uno spessore potente; e non incarnano più un prototipo, “l’ispettore”, “l’agente segreto”, “il poliziotto corrotto”, “il cinese”, ma si pongono alla nostra attenzione vivissimi nelle loro turbe, nelle loro paranoie reali: uomini e donne disastrati da questi 25 anni, dove la storia di un intero paese diventa dramma personale: violenze paterne, frigidezza anaffettiva e traumi.

A significare lo sfacelo che ci lasciano questi 25 anni di storia patria, infatti, più che complotti, i giochi di spie, l’immagine di Craxi in camicia con il mazzo di garofani in mano o colpito dalle monetine all’uscita del Hotel Rafael, sono le morti dei padri di Paola, Monica e Giuseppe; una luttuosità che simboleggia il “privilegio” infausto di essere la generazione senza padri: dietro di noi, dietro la generazione, che Genna quasi non volendo racconta, quella cresciuta con le tivù locali, nel semplice riflusso di ogni evento, non c’è una storia, una tradizione, una memoria da tramandare. Non c’è che il niente buio come il pozzo dove 25 anni fa cascò Alfredino.

La nostra, sembra dire Genna, è una generazione di “orfani”, nata da Vermicino come da un tumore.

[il catalogo dei libri in bottega]

Pubblicato da Demetrio Paolin il 11.04.06 13:53

COMMENTI

Credo che la vicenda di Alfredino Rampi inauguri, nel nostro Paese, l'uso mediatico delle emozioni di massa. E mi ricorda, per associaizone libera, l'ora di pranzo di un giorno d'agosto - di un anno prima - in cui annunciarono in tv la strage alla stazione di Bologna. Dove eravamo? Ti ricordi Demetrio? Ne abbiamo parlato...

Il terrorismo, etimologicamente, mira ad uno stesso uso delle emozioni collettive. Per questo, mi pare, ogni uso mediatico delle passioni è in sé un uso politico (e su questo tema consiglio sempre, pur nella diversità di visione storica che è orientata ai sistemi filosofici e politici del 1600) il fondamentale saggio "La geometria delle passioni" di Remo Bodei.

La diretta interminabile su Alfredino segna, per me, la prima vera sperimentazione sul campo di questo uso "politico" dei media. Il sentimento indecifrabile non è tanto quello dell'angoscia individuale, ma quello della passione collettiva controllata. Controllabile.

da giocatore il 12.04.06 11:03

Sono d'accordo. La cronaca di questi ultimi tempi è diventata spettacolo, e tutto ha origine da quella tragedia immensa che ricordo ancora con l'emozione e le lacrime di una ragazzina. Io credo che un passo indietro non ci starebbe male.

da ramona il 12.04.06 12:15

c'è però un discrimine.
sta di fatto che io, demetrio, non ricordo nulla di Bologna, mentre Alfredino e la sua vicenda mi sono fisse dentro. Eppure c'è poca differenza di età. Quando avvenna la strage di Bologna avevo sei anni, quando successero i fatti di Vermicino non ne avevo ancora compiuti sette.

Eppure uno mi è oscuro nella memoria, l'altro presentissimo.

Sarebbe interessante fare questa domanda a Genna, perché la crisi degli anni '80 inizia con Vermicino e non con la strage di Bologna?

Io ho una mia ipotesi. Bologna è figlia degli anni di piombo, è - se vuoi - figlia di un modo di fare politica e di gestire lo scontro "armato" che è politico.
E' ancora un modo di dire noi.

Vermicino è l'inizio del riflusso; è qualcosa di personale e intimo, non è più un "noi", ma tanti "io" diversi che si sintonizzano su un canale a guardare.

d.

da demetrio il 12.04.06 17:52

La strage di Bologna me la ricordo; sono appena più grandicello di Demetrio. Il fatto fu molto diverso da quel che avvenne attorno alla buonanima di Alfredino.
In televisione un attentato giunge 'dopo', privo di ogni speranza e provocando ira e una limitata immedesimazione. Vermicino rappresenta la televisione vista 'durante', piena di paure e fortemente emotiva. Genna sceglie Vermicino per mostrare l'inizio in Italia della manipolazione televisiva della massa atta a inibire, dividere e imperare (una sorta di Anfiteatro Flavio moderno) e non più a controllare, aggregare e condizionare.
Spero di non sembrare irrispettoso verso i familiari: Bologna è storia, Vermicino è televisione.

da gattostanco il 13.04.06 04:00

Se posso postillare gattostanco: Bologna è storia, Vermicino è storia dei mass-media (storia della televisione, in particolare), sì.

da giocatore il 14.04.06 17:34

E no, cari signori.
Io sono uno di quelli che la notte di Vermicino l'ha vissuta. seguendola sino alla fine.
Posso essere d'accordo che sia un discrimine, che da essa parta oggettivamente l'invasione nelle nostre vite del mezzo mediatico che da allora arriva sino ai giorni nostri, con la fagocitazione della vicenda del piccolo Tommy, assurto a quel simbolo che Alfredino non fece in tempo ad essere perché non fu colta la possibilità immediata di farne un simbolo.
Per quel che riguarda il libro, dopo averlo letto d'un fiato, debbo dire che non mi è piaciuto.
Dal Genna mi sarei aspettato di più rispetto al racconto delle vicisssitudini di uno sfigato abusivo in casa sua, di una tossica ripulita dalle teorie new age, di una borghese frigida e di un qualunquista furbetto che mi ricorda tanto uno di quelli del "quartierino" d'oggigiorno.
E le teorie della cospirazione a cui il miserabile ci aveva abituati? Poco o niente.
E no, caro Giuse.
Stavolta non ci siamo.

da mario uccella il 20.04.06 17:28

Non ce la faccio.

Proprio non ce la faccio a leggere.
Ho comprato il libro, sapevo di cosa parlava. Io me lo ricordo Alfredino, avevo undici anni. E la prof. di italiano, qualche giorno dopo, ci disse che la diretta era stata una manovra per distogliere l'attenzione dalla P2.

Ma non ce la faccio. Non riesco a leggere il primo capitolo. Piango. Mi angoascia, penso a mio figlio che ha cinque anni. Lo vedo dentro quel pozzo che mi chiama. Ci sono stato anche io dentro quel pozzo. Tante notti. E mi svegliavo sudato. Penso ci sia stata tutta la mia generazione.

da Albino il 26.04.06 11:18

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da Jaheim il 26.02.07 02:19