Giuseppe Genna, Dies Irae
[questo articolo è apparso anche su raramente] [Lo stesso libro recensito da Gattostanco]
Sono in macchina con mia madre affianco, andiamo verso la città senza dirci niente d’importante. Ad un tratto in questo chiacchiericcio indistinto, le faccio: Te lo ricordi, Alfredino?, e le ho detto così mentre la campagna si apriva appena ad un’ipotesi di primavera.
Lei è ha fatto finta di niente e mi ha detto: Alfredino chi?
Rampi, mamma – le faccio io – quello che caduto nel pozzo negli anni ’80.
Mia madre disegna una smorfia sul viso: Quello è stato un tormento – mi dice – sai per quanti anni me lo sono sognato la notte? Quante volte ho risentito la sua voce? Quante volte mi venivano in mente le luci, la diretta di quei giorni? Le persone intorno a quella buca?.
Sai, le faccio, che è uscito un libro che parla proprio di questo, di questa angoscia?
Ah non lo sapevo, riprende lei, sì era proprio un’angoscia e poi eravate piccoli, avevate quell’età lì.
Per capire Dies Irae (Rizzoli), credo, si debba partire da qualcosa di strettamente personale e intimo come l’angoscia cristallina di mia madre che - come Genna - ha sognato per anni questo bambino caduto nel pozzo, il corpo ricoperto di fango.
Oppure bisognerebbe dire cosa ha significato questo per i ragazzini che avevano allora 8/9 anni. I ragazzi della mia generazione, che vivevano in campagna e che fino al giorno prima andavano nei campi con le fionde per tirare agli uccelli e agli animali, per cercare nei fossi le ranocchie, incrudelendoci sopra: bambini, poco più grandi o piccoli di Alfredino, che attraversavano orti, viottoli sassoni senza il minimo di pensiero che esistessero pozzi bui.
E questo almeno fino a quel giorno, quando arrivati a casa, scoprono tutto. La gente stava lì intorno ad un luogo così medesimo ai prati che tu avevi appena abbandonato. E tua madre piangeva come tutti del resto, e da quel giorno no, non si poteva più andare da soli giù nei campi, che se cadi in un pozzo, vedi che non ti salvano più.
Subitanei ci furono gettati addosso sentimenti di apprensione, di paura, che noi a stento riuscivamo a decifrare, ma che erano, me ne rendo conto solo ora, simili a quel sentimento di tenebra che si respira nel prologo di Dies Irae con il suo inizio, almeno al orecchio di chi scrive, così “prossimo” a certi incipit paesaggistici delle pasoliniane Ceneri di Gramsci.
Partendo da questa oscurità Genna cerca di raccontare questi anni, gli ultimi 25 della storia patria, e sceglie un episodio anticipatore di quello che oggi ci tocca vivere. Nel 1981 la gente stava davanti alla televisione intenta ad ascoltare la voce sempre più flebile di un bimbo, oggi nell'astigiano è pronta a filmare e a fotografare con un videotelefonino una donna che caduta dal balcone giace infilzata orrendamente nella cancellata.
Non siamo mostri, questo sembra dirci Genna, ma siamo il prodotto, il precipitato di una reazione chimica che da Vermicino ci porta fino a qui. E questo viene vissuto da noi come una sorta di vergogna esistenziale. I personaggi del romanzo, infatti, hanno tutti in segreto buio, una tenebra non meglio specificata, qualcosa che li rende colpevoli di vivere in questi lustri patinati quanto tragici.
Il romanzo di Genna, non esente da alcuni difetti in certi passi l’affabulatore prende il sopravvento sul narratore, ha il pregio di grattare la crosta, l’epidermide di questa realtà scintillante per fare i conti con le paure di ognuno.
Anche l’artificio retorico del complotto è presente ma in maniera meno pervasiva rispetto agli altri romanzi, quasi che Genna volesse mettere in scena in cerimonioso commiato rispetto all’autore che è stato conosciuto dal pubblico con Gran Madre Rossa, Il mio nome è Ishmael e La pelle del drago.
Questa dimidiazione della poetica del complotto permette così di far entrare sulla scena dei personaggi “veri” e non più bidimensionali. Paola C., Monica B. e lo stesso Giuseppe Genna hanno uno spessore potente; e non incarnano più un prototipo, “l’ispettore”, “l’agente segreto”, “il poliziotto corrotto”, “il cinese”, ma si pongono alla nostra attenzione vivissimi nelle loro turbe, nelle loro paranoie reali: uomini e donne disastrati da questi 25 anni, dove la storia di un intero paese diventa dramma personale: violenze paterne, frigidezza anaffettiva e traumi.
A significare lo sfacelo che ci lasciano questi 25 anni di storia patria, infatti, più che complotti, i giochi di spie, l’immagine di Craxi in camicia con il mazzo di garofani in mano o colpito dalle monetine all’uscita del Hotel Rafael, sono le morti dei padri di Paola, Monica e Giuseppe; una luttuosità che simboleggia il “privilegio” infausto di essere la generazione senza padri: dietro di noi, dietro la generazione, che Genna quasi non volendo racconta, quella cresciuta con le tivù locali, nel semplice riflusso di ogni evento, non c’è una storia, una tradizione, una memoria da tramandare. Non c’è che il niente buio come il pozzo dove 25 anni fa cascò Alfredino.
La nostra, sembra dire Genna, è una generazione di “orfani”, nata da Vermicino come da un tumore.
Pubblicato da Demetrio Paolin il 11.04.06 13:53