07.04.06

Ferruccio Parazzoli, per queste strade familiari e feroci (risorgerò)

di Demetrio Paolin

Arrivo in Centrale, la stazione Milano ha questo grembo immenso di ferro che mi lascia, le volte che ci vengo, stupito. Scendo dal treno, compro due biglietti della Metro, prendo il convoglio per piazzale Loreto. Sono poche fermate, ma non le conto perché sono distratto da un ragazzo, dai tratti fortemente indi, che suona alcune canzoni, accompagnandosi con la chitarra. Sono canzoni tristi, e mi prende uno scoramento che sembra dirmi: non c’è mica tutta questa bellezza, che certe volte ti illudi di pensare. Mentre salgo verso l’uscita, ho in mente perché sono qui, devo fare un’intervista a Ferruccio Parazzoli, autore di un libro bellissimo, per queste strade familiari e feroci (risorgerò), edito dalla Mondadori.

“Questa è la mia Macondo – mi dirà più tardi verso la fine della nostra chiacchierata – io non posso pensare nessun’altra città dove ambientare le mie storie. Anzi ora ho, come dire?, ristretto il mio campo di indagine e di scrittura a piazzale Loreto e ai suoi dintorni”.
A quelle sue parole gli ho risposto che un’ora prima, quando salivo le scale per metropolitana per arrivare a casa sua, pensavo alla strana storia di questa piazza. Io, continuavo a raccontare a Parazzoli, sono arrivato qui in Loreto una mezz’ora prima dell’appuntamento, così ho fatto un giro. Lui mi ascoltava serio, mentre stava seduto alla sedia, le gambe accavallate, la testa appoggiata ad una mano, e mi guardava, mentre le braccia facevano ampi gesti. Gli dicevo: sono arrivato qui mezz’ora prima perché ero agitato, così agitato che ho dimenticato anche il registratore. Così ho fatto due passi per capire dove è stato appeso Mussolini insieme a Claretta. Guardandomi a destra e a manca, cercavo di ripetermi l’incipit dei Pisan Cantos di Pound, che dice una cosa del tipo: tutto è finito ora che li hanno appesi per i piedi. Insomma, gli faccio, non sono riuscito a capire il posto dove venne esposto il cadavere.
Lui è stato a sentire tutta questa confusione, che era un’urgenza vera di dire a qualcuno queste cose, e mi ha risposto: “Uno dei miei prossimi progetti letterari sarà proprio quello di provare a ricostruire, ritrovare e raccontare il luogo dove Mussolini è stato appeso”. La mia faccia interrogativa dice: Ma come è possibile? Qui a piazzale Loreto hanno camuffato tutto, facendola diventare una rotonda che ci passano giusto le macchine. “E’ successo un fatto – continua Parazzoli – che mi ha fatto comprendere, forse, quale sia il luogo in cui avvennero quei tragici fatti”. Quasi a suggellare quest’aura di mistero, mi è venuto d’aggiungere che il 29 aprile del 45, mentre Mussolini veniva tirato su, mio padre nasceva.
Come sempre, però, sto confondendo i tempi e i piani, che questa cosa ve la dovevo dire alla fine e non al principiare di tutto, perché adesso dovrei raccontarvi di questo libro potente per stile profondità dei temi. C’è una parola, secondo me, che lo definisce ed è naturalezza. Leggendo il libro di Parazzoli pensavo a come naturalmente le cose che raccontava accadessero nella mia testa; a come il narrato s’incarnasse completamente.
E questa naturalezza mi portava al tema della grazia, che è l’irrompere del miracoloso, dell’assurdo, nella nostra esistenza quotidiana. Questo prorompere è al centro, poi, delle riflessioni di Don Ennio, il protagonista del libro, che è posseduto da una gioia metafisica, che qualcuno potrebbe scambiare per stupidità, ma che ricorda la stultitia dei di francescana memoria.
La prima domanda è legata al suo protagonista. A chi si è ispirato per Don Ennio? Al curato di Bernanos, al sacerdote ubriaco di Greene, oppure ad Alesa dei Fratelli Karamazov . “I primi due – mi risponde - sono modelli molto lontani dal protagonista di Per queste strade. Diverso è il discorso di Alesa, che è forse il personaggio più simile ad Ennio. Nel libro lui stesso conferma questa prossimità, quando paragona il suo padre spirituale allo starez che consigliava il giovane Karamazov. Ma è soprattutto questa allegria, questa gioia interiore, che avvicina Alesa ad Ennio; a differenziarlo, però, è la scelta compiuta dal mio personaggio di riversare questa allegria nel mondo, di andare nel mondo con questo fardello prezioso di gioia”.
Per queste strade disegna un mondo ottuso, la bontà di Ennio si scontra con una realtà quanto meno sorda. Ne è un esempio la scena finale quando il prete va dalle due suore, le ultime ad aver visto Paola. Alla fine di quell’episodio - la squallida vita delle due vecchie, la loro sostanziale indifferenza al dolore di Ennio e del mondo - il sacerdote fa un’affermazione abissale e dice che Dio non può non amarci. “Ennio - risponde Parazzoli - ama questo mondo, tutto il libro è un suo atto d’amore verso il mondo e le persone: quindi se lui che è imperfetto, umano e limitato può amare con tale intensità il creato, come non potrà non farlo il suo Creatore? Se mi ricordo bene, però, tutto questo ragionamento non suona nelle parole del protagonista come un’affermazione assoluta, ma come una interrogazione, quasi che lui fosse il primo a volersene convincere…”.
Nel libro c’è una scena che mi ha turbato. Una ragazza va da don Ennio per raccontargli che è incinta, inizialmente lui cerca di risponderle con parole solite, le dà in un certo senso risposte da “prete”. La ragazza è delusa e se ne va. In quel momento Ennio ha il presentimento che stia per accadere una tragedia, allora la insegue, raggiunge la metropolitana, prende il medesimo treno e finalmente la trova e la convince a tenere il “frutto del grembo suo”. Anche in questo caso, però, la storia non ha un lieto fine: la bimba nasce per morire, nasce con una grave malformazione. Due giorni dopo la nascita, don Ennio è in ospedale a battezzare e a dare l’estrema unzione a questa neonata. La domanda che mi è nata leggendo questo episodio è: perché? Se tanto la morte doveva farla sua, che differenza c’è tra morire appena nata, tutta fatta nella sua interezza di essere, e scomparire nel buio essendo ancora embrione?
“Qui ci sono due temi – mi risponde – che si confondono: il primo è il tema del limite. Molte volte noi guardiamo la vita come si guarda l’orizzonte da una spiaggia. Lì in quel punto il nostro sguardo finisce, proprio come la consapevolezza, la comprensione delle cose che accadono nel mondo. Siamo anche consapevoli, però, che oltre l’orizzonte in cui si chiude il nostro sguardo qualcosa c’è, qualcosa che intuiamo che non riusciamo a spiegare, ma che sappiamo esserci. A questo tema della finitudine umana si unisce quello del dolore degli innocenti, che permea molti dei testi e che sarà il tema fondamentale del mio prossimo romanzo, nel quale vorrei raccontare quest’esperienza del male e della sofferenza vista e subita dagli occhi dei bambini…”.
E’ chiaro che il libro di Parazzoli e la sua ispirazione sono manzoniane (un attestato ulteriore della sua milanesità) per questa loro interrogazione profonda del/sul male e non è un caso che questo episodio della neonata ricordi da vicino l’episodio di Cecilia e di sua madre ne I promessi sposi.
Il romanzo è una sorta di lunga veglia che Ennio fa di Paola, una ragazza della parrocchia, brutalmente violentata e massacrata di botte, una veglia che si concluderà con la morte della giovane. Ritorna qui rammodernato il tema della contemplatio mortis, che è un genere tipico della letteratura ascetica. Contemplando il corpo morto, l’autore parla della vanità della vita, della sua transitorietà. “La mia attenzione alle scritture ascetiche – dice Parazzoli - è più legata al tema del miracolo, dell’assurdo se vuoi. Il miracolo può essere catalogato come un assurdo, cioè qualcosa che avviene nella vita in modo inaspettato e fuori dalle leggi e che ti cambia. L’assurdità del miracolo è legata al fatto che noi vediamo solo il singolo episodio. Nel libro racconto di una bambina che si suicida buttandosi dalla finestra del suo appartamento con in mano la statua di una madonna. E’ un gesto pazzesco, dove è la Grazia in tutto questo? Sembra non esserci. Ma se leggiamo il libro veniamo a sapere che quella Madonnina è stata poi donata ad una missionaria in Africa e ha fatto un “miracolo”. Certo questo non ci dà ragione della morte della bambina, ma certe volte la Grazia, la presenza di Dio e la sua opera intervengono improvvisamente e in modo assurdo”.
L’intervista ora è veramente finita e mentre ci alziamo per raggiungere la porta, mi punge la curiosità di vedere lo scrittoio, il luogo dove l’autore scrive. Parazzoli è gentile, mi porta nella stanza, piena di libri. Sulla scrivania ci sono un computer, una stampante e alcuni quaderni. Lì vengono annotati appunti, riflessioni e frasi. Ne apre uno e c’è un disegno, una cartina che riproduce alcune vie con annotazioni di negozi e altro. Questa cosa mi colpisce e ripenso al fatto che ci sono storie, e per queste strade familiari e feroci (risorgerò) ne è un felice esempio, che si incarnano in città per esserne parte e tutto.

*

Una recensione di per queste strade familiari e feroci (risorgerò) di Giuseppe Genna.

Un bibliografia incompleta di Ferruccio Parazzoli.

*
Catalogo dei libri in bottega.

Pubblicato da Demetrio Paolin il 07.04.06 13:45

COMMENTI

Davvero don Ennio riesce a sopravvivere col suo ottimismo e la sua fede a tutta la serie di tragedie che incontra? Davvero si riesce a trovare il senso della grazia e del miracolo anche nella morte atroce di una ragazza e di una bambina e di chissà chi altro? Davvero l'Autore ci può convincere di questo nel suo libro? O non è questo il suo scopo, e alla fine siamo amareggiati più di prima e ci diciamo che il buon don Ennio è solo un illuso?

da ramona il 07.04.06 17:05

penso che le interviste sono sempre un tentativo di leggere l'autore, dopo che si è letta l'opera. di far incontrare le domande tra loro: quelle che apre il testo e quelle che apre il gesto. e noi, felici, in mezzo.

da manginobrioches il 07.04.06 22:40

Ho letto il libro, che mi è piaciuto. Ha un neo, a mio avviso. Tutti i personaggi che ruotano attorno a don Ennio, prima che il libro finisca, tornano a spiegare che fanno e dove sono. Nella vita non è così. Nella vita di tanti personaggi che ruotano attorno a noi non si ha più traccia.

da remo bassini il 08.04.06 12:07

ma chissà, Remo, forse in letteratura si ritrova quello che nella vita si perde. quando non è il contrario.

da manginobrioches il 08.04.06 13:28

mangino... mi ritrovo sempre a darti ragione e a farti i complimenti

da remo il 09.04.06 04:07

io penso ramona che il testo di parazzoli sia un testo che non consola. Perché non nega mai il male e il dolore come orizzonti del nostro stare su questa terra. Ennio e l'autore con lui sentono questo scandalo e cosa ancora più scandalosa invece di buttare tutto nel nulla dicono che da qualche parte in qualche modo c'è una grazia. Questa verità non è mai detta in modo assertivo, ma sempre interrogante come chi dice una cosa consapevole che basta un nulla per vanificarla.
Ne è un esempio il fatto che dio non compaia mai, come se il mondo raccontato da parazzoli fosse un mondo dove dio si è fatto così piccolo e minuto, da sembrare scomparso.

mangino: è stata una emozione forte conoscere l'autore di un libro che personalmente mi ha molto influenzato.

remo: io non credo che la letteratura debba essere specchio verace della vtia. Tu sì?

d.

da demetrio il 09.04.06 19:10

caro demetrio, se la letteratura fosse uno specchio verace sarebbe cronaca, fotografia, non lettaratura.
vedi, a me il libro di parazzaoli è piaciuto, e non poco.
ma possibile che tutti i personaggi debbano pagare pegno all'autore tornando da lui?
don ennio che per esempio s'interroga e dice Chissà che fine ha fatto la ragazza che è rimasta incinta?, sarebbe stato, per me, un po' più credibile.
comunque.
io ho scoperto parazzoli grazie a una bellissimo pezzo di genna sui miserabili e, appunto, grazie a questo libro.
lo ritengo uno degli autori più interessanti tra i contemporanei.

da remo bassini il 10.04.06 01:39