10.04.06

Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia (1941)

di Tonino Pintacuda

La prima edizione di Conversazione in Sicilia
Sintetizzare un classico è sempre arduo e non ripaga dello sforzo, Conversazione in Sicilia poi rifugge da ogni definizione, ha dato origine a un genere a se stante, il lirismo impegnato. Generazioni di critici si sono impantanati a cercare di includerlo in qualcuna delle loro tassonomie, strozzandosi con la sua prosa fatta di ripetizioni, ricca d'immagini forti che si sono guadagnate irrimediabilmente il loro spazio nella storia della letteratura.

I lettori più attenti furono proprio i fascisti che, intuendo la potenza del romanzo, lo bollarono con un'infamante stroncatura:

Un giovane siracusano, dopo molti anni di assenza dal paese natio, vi ritorna a rivedere la propria madre quasi dimenticata. Lo inducono a questo ritorno due motivi principali: un biglietto a riduzione e la noia. Giunto al cospetto della madre, il giovane, per colmare la lacuna del lungo distacco, chiede a costei che cosa ha fatto durante la sua assenza e cioè se è stata "al vallone con qualcuno" perché - egli pensa - non sarà stata sempre in cucina.

Per sua gioia, quella "vecchia..." di sua madre è stata proprio al vallone, e più volte e con più di qualcuno - con un pezzente, col compare... fra gli altri, s'intende, c'era stato posto anche per il marito. Colmata la lacuna della propria curiosità, il giovane accompagna la madre a visitare le conoscenti, le quali, tanto per fare cosa grata al ragazzo che le brama e alla donna che le prega, lietamente si offrono.

Si potrebbe riscrivere per aree tematologiche la storia dei romanzi del Novecento e le scarpe bucate dell'incipit avrebbero un posto di riguardo. Sono oggetti che trasfigurano presto, incarnando altissimi valori, allegorie e simboli innervano oggetti quotidiani. Contribuisce all'aura sfumata che riveste il romanzo la stessa nomenclatura del sistema dei personaggi, chiamati come con ascendenze dantesce (Il Gran Lombardo) o connotati in base alla percentuale di mustacchi (Coi Baffi e Senza Baffi); ben presto il lettore intuisce che quello a cui sta partecipando è un viaggio nella quarta dimensione, quella del ricordo, che presto diventa cammino dell'uomo, i furori che furono eroici e vivi diventano astratti in un sintagma dalla straordinaria fortuna. La quiete della non speranza ha dato il passo ad un'intera epoca, sposandosi con la lotta alla retorica fascista del Dolce et decorum est pro patria mori.

Di oggetti son piene le pagine: lettere che richiamano i topi della memoria, le cicale scoppiate al sole, il cappello del viandante che aveva una ben alta fame mentre fuggiva dai fascisti, i coltelli e le forbici da arrotare, i fiaschi di vino, il cesto d'arance e, fra tutti, l'aquilone.

L'aquilone taglia in due il romanzo, allorché Silvestro, l'io narrante degli Astratti furori, incontra tre mistagoghi (l'arrotino Calogero, l'uomo Ezechiele e il panniere Porfirio) che gli prospettano la dimensione dell'impegno, riportandolo a calzare lo sguardo fresco proprio dei sette anni, gli anni che Vittorini identifica con l'aquilone, le Mille e una notte e, soprattutto, Robinson Crusoe, il libro che spinse proprio il padre del Politecnico a studiare l'inglese e che gli fece poi compilare la celeberrima Americana, l'antologia della letteratura americana.

L'aquilone vola in pieno cielo, con tutte le certezze dei sette anni, prima del conciliabolo con gli spiriti che chiude il romanzo, lì, ai piedi della donna ignuda di bronzo.

…Vidi venire su dalla valle un aquilone, e lo seguii con gli occhi passare sopra a me nell’alta luce, mi chiesi perché, dopotutto, il mondo non fosse sempre, come a sette anni, Mille e una notte. Udivo le zampogne, le campane da capre e voci per la gradinata di tetti e per la valle, e fu molte volte che me lo chiesi mentre in quell’aria guardavo l’aquilone. Questo si chiama drago volante in Sicilia, ed è in qualche modo Cina o Persia per il cielo siciliano, zaffiro, opale e geometria, e io non potevo non chiedermi, guardandolo, perché davvero la fede dei sette anni non esistesse sempre per l’uomo. O forse sarebbe pericolosa? Uno, a sette anni, ha miracoli in tutte le cose, e dalla nudità loro, dalla donna, ha la certezze di esse, come suppongo che lei, costola nostra, l’ha da noi. La morte c’è, ma non toglie nulla alla certezza, non reca mai offesa, allora, al mondo Mille e una notte dell’uomo. Ragazzo, uno non chiede che carta e vento, ha solo bisogno di lanciare un aquilone. Esce e lo lancia; ed è grido che si alza da lui, e il ragazzo lo porta per le sfere con filo lungo che non si vede, e così la sua fede consuma, celebra la certezza. Ma dopo che farebbe con la certezza? Dopo uno conosce le offese recate al mondo, l’empietà, e la servitù, l’ingiustizia tra gli uomini, e la profanazione della vita terrena contro il genere umano e contro il mondo. Che farebbe allora se avesse pur sempre certezza? Che farebbe? Uno si chiede. Che farei, che farei? Mi chiesi. E l’aquilone passò, tolsi gli occhi dal cielo e vidi un arrotino…

Ecco: il tempo magico dei sette anni, quando basta carezzare il perimetro di una carta geografica o girare un secchiello di sabbia per sentirsi re e imperatori di un mondo che esiste solo per noi. Che la dimensione d'impegno civile sia paritaria a questa altra sponda ancestrale ce lo ricorda pure la nota dello stesso Vittorini:

Ad evitare equivoci o fraintendimenti avverto che, come il protagonista di questa Conversazione non è autobiografico, così la Sicilia che lo inquadra e accompagna è solo per avventura Sicilia, solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela. Del resto immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia.

Una sporca conversazione

Per ottenere ciò che voleva, cioè una società imbecille materialista atea pervertita, la giudeo-massoneria aveva bisogno di una letteratura mediocre, pornografica, erotica. Quella letteratura venne. Si chiamò Pitigrilli, Mariani, Guido da Verona e via dicendo. Aveva bisogno di libri come questo che, in ritardo ma gagliardamente, emula le opere di quelli. Non lo nominiamo solo per non favorirgli la clientela.
Riassumiamo.Un giovane siracusano, dopo molti anni di assenza dal paese natio, vi ritorna a rivedere la propria madre quasi dimenticata. Lo inducono a questo ritorno due motivi principali: un biglietto a riduzione e la noia. Giunto al cospetto della madre, il giovane, per colmare la lacuna del lungo distacco, chiede a costei che cosa ha fatto durante la sua assenza e cioè se è stata "al vallone con qualcuno" perché - egli pensa - non sarà stata sempre in cucina. Per sua gioia, quella "vecchia..." di sua madre è stata proprio al vallone, e più volte e con più di qualcuno - con un pezzente, col compare... fra gli altri, s'intende, c'era stato posto anche per il marito. Colmata la lacuna della propria curiosità, il giovane accompagna la madre a visitare le conoscenti, le quali, tanto per fare cosa grata al ragazzo che le brama e alla donna che le prega, lietamente si offrono.
L'autore, siracusano, terminata la sua sporca Conversazione, ha aggiunto - per pudore? - una nota al volume nella quale avverte che il nome di Sicilia è immaginario e da lui usato solo perché gli suonava meglio di Persi o Venezuela.
La definizione di letteratura corruttrice, che noi diamo a tal genere di romanzo, non è invece per noi puramente immaginaria ovvero usata perché ci suoni meglio di letteratura morale o letteratura educativa.
È forse con queste opere che, dopo vent'anni di Fascismo, ci prestiamo a far grande l'Italia anche nel campo dello spirito?”

«Il Popolo d'Italia», 30 luglio 1942

[tutti i libri della bottega]

Pubblicato da Tonino Pintacuda il 10.04.06 16:43

COMMENTI

Che bel romanzo. Diverso da tutti, enfatico, certo, retorico, programmatico, ma per la miseria, letteratura pura!
L'incipit, per me, resta uno dei migliori in assoluto nella letteratura mondiale: "io ero quell'inverno in preda ad astratti furori..."
Ezio

da Ezio il 11.04.06 13:38

già, pura letteratura. nient'altro da aggiungere.

da tonino pintacuda il 11.04.06 17:11

"Topi della memoria" è voluto o si intendeva "topoi della memoria"?

da Bandini il 12.04.06 12:40

Conversazione in Sicilia, capitolo II: "E un piffero suonava in me topi e topi che non erano precisamente ricordi. Non erano che topi, scuri, informi, trecentosessantacinque e trecentosessantacinque, topi scuri dei miei anni, ma solo dei miei anni in Sicilia, nelle montagne e li sentivo smuovere in me, topi e topi fino a quindici volte trecentosessantacinque, e il piffero suonava in me, e così mi venne una scura nostalgia come di ricevere in me la mia infanzia."

da tonino pintacuda il 12.04.06 15:36

E' che dal topo al topos il passo spesso è breve...
Grazie Tonino, hai scritto una recensione molto bella.

da Bandini il 12.04.06 16:02

Quel che 'resta' al lettore del libro di Vittorini e' indescrivibile, perlomeno attraverso le mie parole. Mai il dolore e l'impotenza davanti al 'genere umano perduto', incarnati da un uomo talmente svuotato di se' da non poter che 'leggere un dizionario', 'partire o restare, per me lo stesso', ha trovato nelle mie letture
un interprete cosi intenso e struggente, asciutto e incisivo.
Mio libro-guida da quando lo lessi la prima volta, 15 anni fa, non credo sia possibile esprimere di piu', col poco con cui vi e' riuscito l'Autore.

da Claudia il 19.05.06 15:37

bell lavoro...

da manuela il 02.06.06 12:32

@ Claudia

Invece l'hai spiegato benissimo

@ manuela

Grazie. Di cuore.

da tonino pintacuda il 02.06.06 19:21