03.04.06

Cuentos de fútbol (ovvero del calcio, della vita e delle illusioni)

di manginobrioches

Si gioca tutto lì. Nei dodici passi da uomo tra il dischetto bianco e l'ansia del portiere. Il rigore è la metafora del calcio, che è la metafora della vita. E non si scappa, a quell'angoscia divina che ci prende, noi tifosi che siamo la carne da cannone dei rigori, del calcio e della vita. Perché il rigore, perché il calcio è proprio questo, una cosa misteriosa eppure geometrica, si gioca con gli schemi e la tattica, si gioca d'istinto e rotto della cuffia, da soli ma in squadra, leali ma pieni di trucchi, coi muscoli ma col cuore, undici contro undici, o forse ventidue contro uno, l'arbitro, o forse uno contro l'altro, o tutti contro tutti. Per metà complici e per metà assassini. Insomma, non potremmo farne a meno, qualunque cosa sia.
Che poi sia della stessa pasta dell'illusione - quella "che non si può mangiare, ma è molto nutriente lo stesso ", come dice Garcìa Màrquez - non c'è dubbio. Ma di cosa vivremmo, se non avessimo magnifiche illusioni come il campionato, il Mondiale, la letteratura?

Poi nei campionati succedono cose impossibili, Davide talvolta vince Golia, l'Inter perde uno scudetto fatto, s'accendono prodigi come il Chievo, si spengono stelle e si aprono voragini. Poi nei Mondiali - che sono un concentrato ancora più estremo di glorie, sudori e agonismi che somigliano ad agonie - si vedono misfatti in mondovisione, o talora - ma molto raramente - s'assiste a favole di Cenerentola, come l'Italia dell'82. Poi in letteratura c'è chi tenta di travasare questa passione sanguigna, muscolare, irredimibile del calcio. Illusione dentro illusione. E ci riesce.

Cuentos de fútbol, per esempio. Appassionata antologia sudamericana uscita nella Piccola biblioteca Oscar Mondadori proprio in coincidenza col fischio d'inizio degli ultimi Mondiali (Francia-Senegal, laddove s'annunciava la curva larga di quel torneo, la falsa partenza noglobal e la vera partenza, verso casa e senza passare dal via, delle squadre pluriblasonate, percosse e attonite dopo sconfitte inimmaginabili). Perché il calcio di cui parlano i dodici racconti (opera dei più genuini e vasti talenti letterari di lingua spagnola del momento) è il calcio di sbalordimenti, entusiasmi e ossessioni. Il vero delirio popolare. Il calcio latino dei Brasili, delle Argentine, fors'anche delle Italie istrione e psicosomatiche - comunque non il calcio-meccano e teutonico - un calcio tutto di prima, d'allegria, di moti ondosi e straripamenti. Il calcio delle invasioni di campo, delle possessioni collettive, unica risorsa di contrade pulciose e polverose, " negli intervalli tra barzellette genitali e boleri da tagliarsi le vene", dove si viene incoronati campioni con corone di princisbecco che brillano assai più dell'oro, e con soprannomi mitici che restano dopo anni e rivoluzioni. Dove si vive o si muore per un rigore sbagliato, una partita rubata, il ricordo di un'azione travolgente, di un accordo irripetibile di gambe cuori fiati punte e tacchi che in una domenica pomeriggio fece diventare un oscuro campetto circondato da lamiere e miserie il baricentro del mondo...

Ci sono tutti, nel baraccone scintillante: la mezza punta africana Buba (dal racconto "Buba", di Roberto Bolano), che fa riti col sangue prima delle partite, e sembra impossibile ma ne sgorgano gol indemoniati, gol "a foglia morta", i gol mitici di Didì, quando "qualcosa vola verso il sole e non si sa se sia il pallone o sia la terra stessa" (e come non pensare all'energia nera e trascinante del calcio africano, pelli e cuori di leone che promettono un futuro remoto ma pieno di emozioni?); il numero dieci (e un numero dieci mitologico è sulla copertina del volume: quello argentino e indiscusso, malgrado il mesto declino di alcaloidi e colesterolo, di Dieguito Maradona) Benja (dal racconto "Il prato", di Mario Benedetti), che di notte sogna i grandi capitani del passato che gli servono cross fumanti, passaggi decisivi, assist che bucano le pareti porose del tempo e diventano veri; ci sono le "Vite parallele" (racconto di un magistrale Juan Manuel de Prada, che usa gli aggettivi come Pelè usava il dribbling) del Grande Torino e la piccola Società Salesiana, ma non c'è differenza, ciascuna ha il suo campione portentoso e ispirato, capace di quel "miracolo profano" che è il gol, e Valentino Mazzola e Julio Guerra muoiono gemelli, in due Superghe micidiali e distinte, perché il grande ciclo della vita non è meno spietato, incoerente e vertiginoso del calcio.

Riconosciamo tutte le figure del calcio e forse della vita: il tifoso della squadra sempre perdente, quella da classifica e cuore in bilico, con la tristezza solidale dei poveri e la speranza immortale, perché "la speranza è il sogno della gente da sveglia"; il portiere dilettante che sogna sempre lo stesso sogno, un rigore decisivo parato all'ultimo minuto (e qui Jorge Valdano, autore del divertentissimo "Complimenti, vecchia mia, proprio un bel coglione, tuo figlio", ci dimostra rigorosamente come sia necessario stare attenti a quel che si chiede. Perché si potrebbe sempre essere esauditi...); il ragazzino deforme che trasforma i conflittuali baricentri del suo corpo in una macchina da guerra e da gol; la donna che si promette al portiere, purché pari quel rigore decisivo.

Ci sono i calciatori soprannaturali, come il Goyo Luna: spirituale - e talvolta perduto - come Baggio, implacabile come Pelè, indio come Zamorano (lo ricordate ai mondiali del '98? condottiero dell'armata cilena stracciona e felice, alla partita decisiva con un avversario di sicura, europea implacabilità, incitava i compagni passandoli in rassegna uno per uno, urlando qualcosa con un viso bellissimo, da guerriero inca, gli occhi sfavillanti, e noi non capivamo le parole ma sentivamo tutta quell'energia disperata, quel coraggio millenario, quella passione dimenticata dal pianeta decaffeinato e light). Goyo che "in campo, pensava solo al gol e non smetteva di covarlo mentalmente fino a quando non lo aveva deposto come un uovo nel nido avversario". Goyo col sangue magnetico e il dominio delle leggi della Fisica e del Caso che hanno i grandi campioni.

Ci sono i gesti che amiamo tutti: la corsa liberatoria dopo il gol (come dimenticare la sgaloppata tutta tendini di Tardelli, al secondo gol di Italia-Germania nell'82?), le ammucchiate di felicità e sollievo a bordocampo, la danze di gioia e sberleffo attorno alle bandierine.

Ci sono i rigori, la lotteria dei rigori (ricordate quell'immagine piena di chiodi: Donadoni schiantato nell'area piccola, col numero diciassette sulle spalle e un gol fallito aperto per sempre davanti?) che è il punto più crudele e cruciale, quello in cui davvero il pallone è la sfera di Rubik, e tra l'ingiustizia perfetta e il gesto perfetto c'è solo una sottile linea rossa: Osvaldo Soriano ci racconta "Il rigore più lungo del mondo", che forse è la metafora migliore di quel groviglio di speranze, disperazioni, senso della geometria e certezza del caos che governa le nostre vite e il calcio tutto.

Ci sono anche gli arbitri (se ne occupa in due paginette Eduardo Galeano), stirpe mesta in giacchetta nera (e come non pensare a due cose opposte: la gloriosa pelata di Collina, scintillante come un elmetto asburgico, e lo sguardo spento dell'arbitro Cepu, il nostro Cicciobello Moreno).

Ci siamo anche noi, la moltitudine dei tifosi. Esigenti, faziosi, insaziabili. Il popolo che soffre e canta, straccione e collettivamente vigliacco, sempre in preda a sindrome da Barabba, sempre pronto a tirare fiori e pomodori (ricordate la nostra Nazionale del '66, quella trafitta da Pak Doo Ik che non abbiamo ancora smesso di scontare?), sempre pronto a osannare e poi mettere in croce.

E poi, o forse prima, ci sono anche i signori del calcio. E' curioso, ma tutti i presidenti, i potenti, gli amministratori sono uguali, nel libro. Tutti grassi, tutti affaristi, tutti trucidi, o appena appena mitigati da un mellifluo doppiopetto. Con una Fifa tremenda di perdere le commesse miliardarie, i nuovi mercati globali, le partite di palloni fatti dai bambini indiani e le partite di pallone fatte con gli arbitri ecuadoregni e i guardalinee malaysiani.

"Vede signore - lo interruppe Goyo dolcemente - il fatto è che il calcio è nelle mani di una santissima trinità di banditi: i grandi capitalisti del gioco, il giornalismo sportivo invidioso, e gli arbitri insopportabili, che di calcio non sanno un fico secco, tranne pontificare quando non dovrebbero. Se un giorno si rovinerà il più popolare degli sport, sarà per colpa delle nefandezze di questa santissima trinità che non ha un solo Dio vero, ma in compenso ne ha molti falsi" (dal racconto "Il crack" di Augusto Roa Bastos).

E ditelo, ora, che la letteratura è solo illusione. O il calcio.

[L'indice di tutti i libri della Bottega di lettura]

Pubblicato da manginobrioches il 03.04.06 11:52

COMMENTI

la sua scrittura, o Signora, è sempre squisita e candita e ripena, una lingua da mordere (anche se temo faccia male)
Strano che di Soriano non ci sia, oltre al rigore del "Gato" Diaz (se ricordo a memoria), anche il Mondiale vinto dagli indios Mapuche, libertadores di ogni squadra del terzo mondo (e del quarto, e vieppiù).

da Effe il 03.04.06 13:39

Maradona è uno dei più grandi artisti del secolo appena concluso. Questa è una verità, non dico di fede, ma quasi.

d.

da demetrio il 03.04.06 16:10

Herr Effe, quella che dice Lei è una raccolta omonima, appunto Contes de futbol, ma di storie del solo Osvaldo Soriano, edite da Einaudi.

"- Di che cosa parla il libro? Di calcio?
- No. Parla dei goal che uno si perde nella vita.
- Ho capito. Portami all'ombra, ragazzo, che ti racconto quella del portiere senza mani. "
Mitologico, in effetti.


demetrio, sarebbe interessante la lettura d'un gol, o di molti gol, di Maradona. Il gesto perfetto. (ma senza mani, eh)

da manginobrioches il 03.04.06 21:04

bene, bello,
con piacevole palleggio con herzog.
peccato per la fede zebrata (letta di là) poco confacente al Colore Viola (tra l'altro un gran bel film).

da remo il 04.04.06 04:02

E' che come sempre
quando mi imbatto in te comincio a masticare le tue parole
a succhiarle a fare versi con la bocca
sentire prufumi di rosmarino a di zafferano di alici fritte di arancio
adesso di sudore di maglie strinate di terra steppata di urli stirati di goal pianti
e rimpianti tanti

MarioB.

da cf05103025 il 04.04.06 05:25

Caro Remo, quella è storia vecchia, poi superata dall'incalzare della classifica e dallle novità a centrocampo. Essere tifosi passivi è come fare melina: prima o poi qualcuno fischia. A un certo punto, per fortuna, si viene chiamati. Che sia una figurina nella pozzanghera o qualcosa d'altro, per esempio uno scudetto perduto in quattro gol, un cinque maggio. Ma questa è un'altra storia.
Marius, certe volte ne sono certa: scrivo per avere i tuoi commenti, senza dubbio. (alici fritte e goal pianti...).

da manginobrioches il 04.04.06 07:38

Il calcio è letteratura al quadrato. Come quella volta, nel 1923, che mi trovai in trasferta in Argentina a seguire il Genoa Campione d'Italia. Scrissi la cronaca di Genoa-argentina 1-1....

da giocatore il 04.04.06 09:27

siamo sempre i tardi commentatori di altri noi stessi, Giocatore...

da manginobrioches il 04.04.06 10:34

ora non ho il libro con me e quindi subito non posso verificare, ma se ricordo bene nella premessa di questo succoso libretto si faceva piazza pulita di due luoghi comuni, dicendo due Basta.
il 1.: Basta con la favola che calcio e Letteratura (intesa come Cultura Alta) si ignorano, non si amalgamano, se addirittura non si detestano. E infatti, il libretto e' gia' una prova di una letteratura calcistica di alto livello. E se vedessimo in campo certi autori-giocatori (Valdano, Soriano, etc) parleremmo anche di calcio letterario.
il 2.: Basta con la retorica del "calcio metafora della vita". Il calcio e' il calcio, la vita e' la vita. Schiaffino nella vita dentro il campo era completamente diverso dallo Schiaffino nel gioco fuori campo, dicono unanimi i testimoni.
Per Garrincha, Maradona e tanti altri stesso discorso.
Comunque un bel pezzo il tuo.

da al il 04.04.06 19:55

al, qualunque cosa si presti ad essere raccontata è metafora della vita. per fortuna. (e comunque è un sillogismo perfetto: rigore-calcio-vita)(una lotteria che perdi sempre, con un urlo definitivo nelle orecchie).

da manginobrioches il 04.04.06 22:26