La casa dei Libri di Richard Brautigan
[Lo stesso libro letto da Cletus] [Lo stesso libro letto da Giorgio Morale] [Pesca alla trota in America, altro libro di Brautigan, recensito da Bartolomeo Di Monaco]
Io credo che a lavorare tutto il giorno in bottega si tendano a prendere le abitudini dei colleghi. Se uno ha il vizio di enfatizzare ogni frase con un bel: giusto, no? Alla fine ti riesce difficile non concludere le tue frasi allo stesso modo. A me è capitato di prendere più volte la cadenza dei miei colleghi, ho avuto cambiamenti di accento, nord, sud, centro, mi appropriavo della loro identità fonetica, ma i concetti rimanevano miei, quelli erano la cosiddetta farina del mio sacco.
A frequentare questa bottega ho visto che mi capita di prendere le letture degli altri. Prendo per buono quello che secondo me è il principale scopo della bottega, cioè di invitare alla lettura.
Cletus, in questo post mi ha invitato a leggere e io, da bravo bottegaio, ho colto l’invito e ho letto “La casa dei libri”.
Lo dico subito, a scanso di equivoci. Anche se un libro non basta per definire completamente uno scrittore, questo Brautigan mi ha fatto una buona impressione. Poco importa poi che, preso dalla frenesia abbia comprato e letto anche “American Dust” e “Willard e i suoi trofei di bowling”. Il libro “La casa dei libri” mi è piaciuto. Anzi, mentre lo leggevo l’ho adorato e mi sono seduto con la mia ragazza su una panchina di un campo di Venezia a leggerle alcune frasi estrapolate qua e là. Frasi che all’interno del corpus narrativo avevano l’effetto del dolcificante e che, lette lontano da esso, hanno mantenuto quel gusto.
Voi che non l’avete letto non potete capire. Cletus, il mio collega, può. Ma è a chi non l’ha letto che voglio dire la mia, perché ora tocca a me invitarvi alla lettura di questo autore.
Ho letto pagina dopo pagina immaginandomi Vida, una donna con la faccia da dama botticelliana e il corpo da playmate. Talmente tanto bella da provocare incidenti e seminare caos.
Arriva, un bel giorno, lei, entra nella biblioteca, ha un libro sotto braccio, i capelli neri che sembrano un tramestio di pipistrelli. Ha scritto un libro contro il suo corpo. Dice che il corpo che ha non è suo, il suo vero corpo ce l’ha la sorella, quello che si porta dietro non le appartiene. Un corpo che fa girare la gente per strada, che fa scontrare le persone, che le fa morire.
Poi c’è lui. Dietro il bancone di quella biblioteca strana, una biblioteca che riceve i libri che nessuno vuole, nemmeno chi li ha scritti, c’è lui con i capelli biondi e lunghi che gli cadono sulle spalle, i baffi e l’aria da hippie. Marcos y Marcos ha pubblicato il libro con una copertina che ritrae una ragazza mora e un capellone biondo dietro una scrivania mentre ricevono libri.
Allora mi immagino che la mora sia Vida e che il biondo sia lui, il bibliotecario. Poi faccio alcune ricerche su internet, spulcio un po’ a casaccio e trovo alcune foto di Brautigan, è biondo, con i capelli lunghi e i baffoni.
Sembra un hippie. Sembra quello della copertina, diavolo, Brautigan ha messo se stesso dentro il libro. Vabbé, lo so, narratore e scrittore sono due entità diverse, ma in qualche modo sapere che Brautigan ha voluto mettere se stesso, il suo aspetto all’interno del libro me lo rende più simpatico. So che il successo di critica che gli aveva arriso, nel momento in cui esce questo libro, sta già svanendo. Ha avuto la sfortuna di essere terribilmente di moda nel momento degli hippie, lui che pur sembrandolo non lo era, quindi, quando il movimento è andato scemando, la fama di Brautigan l’ha seguito.
Mi chiedo se ci sono elementi autobiografici nel libro. Ricerco e li trovo, anche nell’ultimo dei suoi libri ce ne sono, elementi di una biografia tragica che forse lo porta a suicidarsi.
Narrazione e vita si intrecciano, lo fanno sempre, almeno così pare a me.
Il libro ha un linguaggio fresco, escono qua e là delle frasi che da sole illuminano la pagina, metafore che non ho mai sentito e che non sapevo di voler sentire. Vorrei scrivervele qui, ma vi rovinerei l’impatto del libro, vi rovinerei il gusto di arrivare alla fine del periodo e, iniziando quello successivo trovare la classica frase che vi fa esclamare: vorrei averlo scritto io!
Quelle esplosioni di inventiva infantile rendono il libro una piccola gioia.
Brautigan è bravo, tiene i personaggi in un limbo ai confini della realtà. Tutti i protagonisti della storia potevano rischiare di rimanere delle macchiette, invece lui riesce a renderle vive. Sono uomini e donne con un vissuto dai tratti tragici, sono uniti dalla solitudine, dall’esilio volontario. Mentre leggevo mi chiedevo se persone come quelle erano in grado di esistere/resistere nel mondo reale. Il loro potere è stato quello di smuovere la mia immaginazione, di farmi sperare di incontrarle
e di berci una birra assieme.
Ci si mette davvero poco a leggere i romanzi di Brautigan, vuoi perché sono brevi, vuoi perché la struttura e la forma sono semplici o forse perché, ogni parola sembra trascinare quella seguente in un lungo flusso a cui non riusciamo a sottrarci.
“La casa dei libri” ha del magico. Finisci il libro e vorresti che esistesse quella biblioteca, vorresti che ci fosse al mondo qualcuno che si premura di conservare le passioni, i sogni, le paure e le ossessioni della gente. Vorresti che esistesse Vida, perché…perché una bellezza così conturbante da riuscire a procurare morte non dovrebbe essere relegata nel mondo della fantasia.
Ecco, ho detto a tutti quello che penso di Brautigan.
Pubblicato da louie il 06.04.06 14:43