29.03.06

Vent'anni dopo, di Alexandre Dumas

di Gianluigi Bodi

Sono una persona pigra, chi mi conosce lo sa, ci sono cose che non riesco a fare solo perché non ho voglia di farle. E’ un tratto del mio carattere che non amo particolarmente, ma che non riesco a debellare.
In letteratura, questa pigrizia, si traduce in una difficoltà cronica a leggere i mattoni. Definisco “mattone”: libro con più di 500 pagine, sia esso tascabile o meno, qualsiasi sia l’edizione, qualsiasi sia il tipo di carattere usato, qualsiasi sia il grado di bellezza.
E’ un difetto enorme, me ne rendo conto. Togliendo dagli scaffali i libri di una certa mole uno si priva di capolavori mondiali della letteratura che difficilmente potrà apprezzare in versione ridotta tipo bignami. Non mi piace rispondere: no, non l’ho letto, ma ho visto il film. Non rende, ve lo assicuro, soprattutto se chi ve lo chiede è un vostro professore.
Di recente ho, con fatica, messo da parte un po’ di questa pigrizia intellettuale e mi sono affacciato nel mondo dei “mattoni”. Uno dei primi che ho letto è stato “Vent’anni dopo”, il seguito de “I tre Moschettieri”.

Punto primo, mi sorprende, leggere nelle note biografiche che Dumas ha scritto nel 1844 “I Tre Moschettieri” e l’anno dopo il seguito (appunto, “Vent’anni dopo”). Io, di mio, riesco a scrivere poche pagine una volta ogni tanto e lui invece mi sforna due romanzoni del genere in un lasso di due anni! Mi dico che per farlo, deve avere rinunciato a ogni altra attività ed invece, continuando la lettura, scopro che in quei due anni ha scritto altro, mi prende un po’ di sconforto, ma è più forte l’ammirazione. Scopro anche che si faceva aiutare da altre persone nella stesura delle sue opere, e, visto che li chiamano “negretti”, posso immaginare che non fossero considerati con il dovuto rispetto. L’ammirazione però rimane, almeno per me.
Di “Vent’anni dopo” non se ne parla molto, credo che la fama raggiunta dal primo libro della trilogia (l’altro, l’ultimo si chiama “Il Visconte di Bragelonne”) abbia oscurato il secondo volume. Avendoli letti entrambi, anche se ad una certa distanza, mi sento di dire che per certi versi il secondo è migliore del primo. Il fatto è che, D’artagnan, Porthos, Aramis e Athos, nel primo libro sono dei giovani spavaldi e baldanzosi, con tutta la vita davanti e con un materiale del genere è più facile costruire una storia avvincente. E’ più facile intrattenere. In “Vent’anni dopo” le cose sono cambiate, come rivela il titolo, ne è passata di acqua sotto i ponti. I quattro amici sono invecchiati, si sono separati, il destino li mette contro e lo sfondo sul quale si stagliano le loro avventure non è più quello della generazione precedente. Richelieu è morto, l’avvento del Cardinale Mazzarino (italiano odiato per la sua ottusità e avidità), rivaluta la figura del nemico giurato dei nostri eroi. Pur essendo stato un loro antagonista Richelieu viene apprezzato per le doti di grande uomo di stato, doti che Mazzarino non ha.
C’è una sorta di tristezza che pervade tutta la prima parte del libro, Anna D’austria si è completamente scordata dei quattro che, venti anni prima, l’avevano salvata mettendo a repentaglio la propria vita. Non c’è vera e profonda riconoscenza. C’è una sorta di rimpianto per quello che sarebbe potuto essere, ma non è stato. C’è, da parte di tutti, una forte insoddisfazione: Porthos, il più ricco dei quattro amici, è infelice perché non può essere barone, D’artagnan vorrebbe diventare Colonnello dei Moschettieri, mentre Aramis e Athos riversano la loro insoddisfazione nella lotta politica.
E’ proprio la lotta politica il motivo dell’iniziale separazione dei protagonisti. D’artagnan e Porthos per riuscire ad assecondare i propri desideri materiali si fanno irretire da Mazzarino, mentre gli altri due, decisamente più idealisti si schierano con i frondisti, sorta di movimento rivoluzionario che si propone di allontanare dal palazzo Mazzarino e di mettere il potere in mano al Re, undicenne che per ora si vede costretto ad assecondare il cardinale. Alla fine le strade dei quattro moschettieri si riuniscono, e le avventure si susseguono senza sosta.
Dumas, come è risaputo, ha pubblicato queste opere a puntate settimanali su “Le siècle”, veniva pagato a riga. La caratteristica di questi feuilleton era il continuo susseguirsi di colpi di scena che avevano lo scopo di tenere incollato alla pagina il lettore e di fargli desiderare sempre di più. Con me ha funzionato, quindi immagino che, vista anche la vastità della trilogia, l’espediente funzionasse egregiamente anche per il lettori del 1845.
Leggere “Vent’anni dopo” mi ha fatto bene. Nelle sue righe ho riscoperto l’importanza dell’amicizia. Può sembrare un po’ patetico, ma in alcuni punti mi sono scese alcune lacrime. Il legame che unisce queste quattro persone così diverse tra loro è l’amicizia. Io credo che questo si possa proprio definire un libro sull’amicizia, sull’amore, sull’onore e la fedeltà, tutti valori, credo, che con il tempo sono andati sbiadendosi. E’ stato esaltante osservare pagina dopo pagina il risvegliarsi dal torpore di questi eroi, la loro metamorfosi lì porta a ritornare quelli di un tempo. Il loro valore risalta ancora di più se paragonato alla cupezza e incertezza dell’epoca in cui vivono.
Inoltre, nel libro, ho incontrato uno dei personaggi più intriganti che io ricordi. Mordaunt, figlio di Milady, incarna l’odio cieco e la sete di vendetta. E’ un personaggio diabolico fino alla fine, considerato da Athos come una punizione divina per ciò che essi hanno fatto durante il primo libro, li perseguita nel tentativo di ucciderli per vendicare la madre.
In pratica, questo libro lo si può leggere in mille modi diversi. Si può privilegiare la trama, si può considerarlo un romanzo storico, lo si può vedere come un trattato socio-politico o come un romanzo giallo. Qualsiasi sia il tipo di approccio alla lettura, la soddisfazione che se ne ricaverà sarà immensa. Ve lo dice uno che non legge “mattoni”, ma che ha fatto fuori questo in meno di una settimana. Io, ve lo confesso, sono rimasto talmente tanto affascinato dalla bellezza del libro da non essere riuscito a fare un’analisi stilistica o linguistica. Ogni volta che provavo a fermarmi per riflettere, venivo spinto da un impulso magnetico a girare pagina e a vedere come continuava.
Subito dopo aver letto l’ultima riga mi sono posto il problema di finire la trilogia. “Il Visconte di Bragelonne” è esaurito e sui vari negozi online non si trova, per fortuna ho una fidanzata premurosa che, vedendolo in una libreria di Verona me lo ha regalato. Ora, sul comodino, ho un mattone di milleduecentosettantasei pagine che non vedo l’ora di iniziare a leggere.

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Pubblicato da louie il 29.03.06 20:01

COMMENTI

Pagato a riga. Negli States, ho sentito dire, li pagano (pagavano?) a parola. E da noi a cottimo, a corpo, a misura, in natura?

da mauro il 30.03.06 07:09

Ma da noi, lì pagano?
Gianluigi

da louie il 30.03.06 07:19

meglio farci pagare quello che non scriviamo

buongiorno

paolina (das)

da paolina (dell'abate suicidato) il 30.03.06 08:04

solo i lettori pagano. o no?

da manginobrioches il 30.03.06 10:25

Oh, uffa! ^____^ Lui ci haveva i segretari, chiamiamoli così, che gli scrivevano: il Dumas c'haveva le idee e le dettava ai suoi segretari. Poi, prendeva le bozze, e vedeva se c'era da cambiare qualcosa, frasi, periodi, tagli, aggiunte. Insomma, era l'editor di sé stesso. :-)
Oggi invece, uno che c'ha un nome così così - cioè in vista o della tv o della radio o anche ex terrorista o ex modella o ex prostituta ecc. ecc. - , scrive 'na cavolata tutta sgrammaticata e si impiegano dieci editor per metterglielo a posto e pubblicarlo. :-(

A me i mattoni piacciono, ma devono essere dei bei mattoni, scritti bene: altrimenti ci schiaccio "i" scarafaggi al massimo. :-)

g.

da Giuseppe Iannozzi il 30.03.06 11:55

VENT'ANNI DOPO... Ai miei tempi lo avevo praticamente imparato a memoria, cadevano a pezzi le pagine e la copertina, da quanto era stato usato. Mi è sembrato di tornare a casa leggendo questo post... Circa 30 anni dopo quelle letture appassionate ho comprato I TRE MOSCHETTIERI, di cui, pur avendolo letto (preso in prestito da qualcuno), non serbavo ricordi così assoluti. Non l'ho ancora aperto. Perchè? Qualcosa cambia dall'infanzia in poi? Ciò che entusiasmava prima poi non piace più? C'è più smania di leggere cose nuove? Eppure ancora adesso alterno letture di "classici", per così dire, a letture contemporanee. Ma perchè non riesco ad aprire quel romanzo, anche se lo vorrei?

da ramona il 30.03.06 14:11