Umberto Domina: Quell'Enna '39
di Mauro Mirci
Ci sono letture che si possono fare solo grazie alla concomitanza di eventi contemporanei e non prevedibili. Occorre un lettore potenziale, qualcuno, insomma, alla ricerca di un libro un po’ così, non proprio un romanzo ma nemmeno un saggio, un libro che parli di luoghi di cui, in genere, parlano in pochi. Deve trovarsi, questo lettore potenziale, in una libreria dotata di capaci scaffali dedicati a editori locali, di quelli che dividono il catalogo tra libri “seri” e libri pubblicati “con contributo dell’autore”. Scaffali pieni, in genere, di pubblicazioni di carattere locale, poesie stinte, storie di vite ordinarie, pretenziose raccolte di racconti, saggi su chiostri barocchi e scrittori sconosciuti (o fin troppo noti). E’ poi necessario che il lettore potenziale abbia scambiato quattro chiacchiere con un autore esordiente che gli ha confessato di avere prelevato pari pari un dialogo del suo romanzo d’esordio dal libro di uno scrittore ennese che ha goduto di una certa fama, almeno in determinati ambienti.
Infine, è necessario che il lettore potenziale trovi sugli scaffali suddescritti il libro dell’autore ennese.
Libro che tuttavia non comprerà, preferendo chiederlo in prestito alla biblioteca comunale, e che poi tarderà a restituire, del che subirà burocratica ritorsione sotto forma di cartolina di diffida, inoltrata dal direttore della biblioteca per motivi che nulla hanno a che fare coi libri, bensì con una canna fumaria oggetto di controversia igienico-sanitaria.
Ma questa è un’altra storia.
Il libro non restituito (poiché, per sbàfara, ce l’ho ancora qui, accanto a me, e il direttore se lo scorda: che mi mandi la Finanza!) è Quell’Enna ’39, il cui sottotitolo, assai esplicativo, recita: “Parole e gente d’allora”. “Allora” è, ovvio, il 1939, anno che ha segnato la storia, in cui il mondo inizia a sperimentare la prima vera guerra totale. In quel 1939 l’Italia sembra voler guardare quella guerra alla finestra, Umberto Domina ha diciotto anni e collaziona nella memoria il mondo in cui vive. Lo rievocherà, decenni dopo, proprio in Quell’Enna ’39, che l’autore stesso ammette potrebbe essere “un utopico libro sull’esistenza di una continua giovinezza”, utile a inseguire “quell’immagine circolare del tempo dove passato e presente coesistono”. E’, in tal caso, “una inutile gara contro la vecchiaia”.
L’autore si fa personaggio e, nel contempo, opera una “retrodatazione” dell’atto dello scrivere. E’ Domina diciottenne che scrive, pur carico di senno del poi. Così i ricordi sono vivi, restituiti a noi posteri (posteri del personaggio, contemporanei dell’autore) a mo’ di testimonianza. Una panoramica su un mondo di periferia sempre distante dai luoghi dove è stata fatta la storia, dove i personaggi famosi sono sempre stati di passaggio.
Domina ne è consapevole, e sa che questo libro, se vuol essere, dovrà trarre forza da ben altre vicende, da ben altre narrazioni. Infatti, Quell’Enna ’39 inizia così: “Ho intenzione di annotare disordinatamente solo cose ordinarie, di tutti i giorni. Fisserò luoghi, nomi e sensazioni che mi aiutino a ricordare, quando avrò settant’anni, (se li avrò) come era la vita attorno a me quando ne avevo 18”.
E’ chiaro, i fatti importanti li si trova nei libri di storia - mica li chiamano “storici” per niente, quei fatti -, ma la vita è fatta di gesti quotidiani, di eventi che sembrano non meritare registrazione, e se non ci avesse pensato un Umberto Domina finto-diciottenne, chi avrebbe mai provveduto a raccontare al sottoscritto che, per esempio, nel 1939, i numeri di telefono di Enna erano a due o tre cifre, e gli abbonati privati erano 36 su 24.312 abitanti? Il testo è corredato da una riproduzione dell’elenco telefonico di allora e, se vi interessa: al numero 11 rispondeva la Milizia Vol per la sicurezza Naz, 72.a legione. Il numero 1 corrispondeva al gabinetto del Podestà, piazza Umberto I. Curiosamente, il telefono del Procuratore del Re, Palazzo di Giustizia, aveva il numero 69.
(Ha senso conoscere queste cose? Sì, per curiosità, per desiderio di confronto. Per dare senso all’oggi e comprendere le soluzioni di continuità nell’evoluzione di una società, ovvero, come spesso pare, la loro assenza).
La soluzione narrativa scelta è quella del diario. Del diario Domina adotta le soluzioni formali e anche l’impaginazione, introducendo, secondo la convenzione della forma diaristica, immagini e copie di documenti d’epoca. La sensazione, però, è più quella di trovarsi al cospetto di una collezione. Domina colleziona soprannomi (‘ngiurie), per esempio, ossia quell’anagrafica tutta locale che quasi mai corrisponde a quella custodita in comune. Ora, la cosa non è di poco conto. Esistono posti della Sicilia dove la ‘ngiuria fa le veci del cognome, e nel discutere con qualcuno di un terzo assente, è bene citarlo con la ‘ngiuria per far capire di chi si sta parlando. Nel 1992, a Bivona (AG), conobbi un tale di un paesetto lì vicino che mi disse cognome e ‘ngiuria. A distanza di quattordici anni non ricordo più il cognome, ma non ho dimenticato la ‘ngiuria: Violino.
Piccola digressione.
La ‘ngiuria è un retaggio antico, risalente all’epoca delle coscrizioni obbligatorie, utile a ingannare carabinieri e funzionari degli uffici leva. Pratica di elusione che, accoppiata all’ancora praticata postdatazione delle nascite, era destinata a garantire braccia per i campi alla faccia dell’arroganza savoiarda. Altro metodo praticato era quello di utilizzare un nome diverso da quello dichiarato all’anagrafe. Alcuni anni fa un parente di mia moglie riuscì a defungere senza che io – pur leggendone il nome sui numerosi manifesti funebri affissi un po’ ovunque – mi rendessi conto di chi si trattava. Il fatto era che lo avevo sempre chiamato Nonno Liborio, e sul manifesto compariva il nome Francesco. Il cognome era abbastanza comune, per cui…
(Dice: ma tua moglie?... Eh!, mia moglie rivestiva ancora il ruolo di fidanzata e stavamo attraversando un momento, per cosi dire, di riflessione. Insomma, non mi telefonò per dirmelo).
La cosa che mi ha più impressionato è che il vero nome è stato usato solo in due momenti della vita di Nonno Liborio: per la redazione dell’atto di nascita e per quella dell’atto di morte. Poi (anche ora che lo ricordo), per tutti i novantasei anni in cui è stato tra i vivi, è stato sempre Liborio.
Fine della digressione
In Quell’Enna ’39 non vengono collezionati solo soprannomi. Sono citati, nell’ordine: indovinelli, modi di dire, perifrasi ennesi del verbo morire (la più carina è “Fare profumo di finocchietti”; ho italianizzato, chiaro), titoli di film, proverbi campagnoli, parole straniere che devono essere sostituite con altre, italiane, suggerite dal regime, caricature di amici. Un diario che, a tratti, si fa almanacco, ma almanacco ricco di humor.
“…un figlio di Chillino (ne ha quattro o cinque) si ammala e il padre chiede a un medico di venirlo a visitare.
Visita, ricetta, rifiuto di farsi pagare.
- Almeno si pigliassi u’ bicchirinu… (1)
- No, grazie. Durante il lavoro non bevo.
- ‘Na tazza di café…
- Grazie. L’ho appena preso.
- ‘Na sigaretta…
- No. Non fumo.
- Dittù, allura s’ascutassi u discu…” (2)
[per chi vive nelle desolate lande del Nord
1 – Almeno prenda un bicchierino
2 – Dottore, allora ascolti il disco]
Un libro con apparenza di levità, ma che lieve non è affatto, così carico com’è di memoria e nostalgia di gioventù. Contrappuntato, peraltro, di riferimenti storici ben precisi, che attribuiscono gli eventi e i personaggi locali a un contesto più ampio, incombente e non ignorabile. Il Domina maturo sostiene la penna del giovane e lo muta in profeta inconsapevole dei fatti bellici a venire facendogli scrivere di quelli scanditi dalle cronache giornalistiche e radiofoniche del 1939. L’affermazione politica e militare del generalissimo Franco; l’elezione di papa Pacelli; l’ingresso delle truppe tedesche a Praga; la suddivisione della Camera dei deputati in Camera dei Fasci e delle Cooperazioni; l’occupazione italiana dell’Albania; la limitazione del governo britannico all’ingresso di ebrei (solo 15.000 unità); la visita di Ribbentrop a Milano; l’invasione della Polonia (3 settembre).
C’è un passo di Quell’Enna ’39 che è pura metafora. E’ il 12 maggio, il Giornale di Sicilia riporta la notizia che l’Oglethorpe University ha fatto seppellire un cilindro in lega speciale, destinato a conservare per cinquemila anni alcuni oggetti del XX secolo. Così:
“Ho pensato: e se dovessi chiudere io, in un cilindro da sotterrare sotto la Torre di Federico, oggi, un po’ di roba che ci circonda e destinata a scomparire – non dico tra 5.000 anni, non dico tra 500, ma to’ dico tra 50 anni?
Ecco che cosa metterei nel cilindro:
- Una matita rossa e blu
- Un nettapennino in stoffa
- Un foglio di carta assorbente
- Una boccettina di inchiostro rosso
- Una sputacchiera
- Un Segretario Galante
- Un bombolone avvolto in carta oleata
- Una radio a galena
E ci metterei anche un ‘Voscenza bbanadica’, che tra 50 anni nessuno dirà più e pochi sapranno che cosa significa.
…e, a proposito di nomi e oggetti… che fra una cinquantina d’anni faticheremo a riconoscere, voglio ancora citare: lo sciroppo Famel contro la tossa, l’acqua di rose, le pastiglie Valda, il sapone di Marsiglia, il Sidol, il Nero d’Inferno, una bottiglia a scatto per fare L’Idrolitina e… anche il ‘Patto d’Acciaio’ che l’Italia ha firmato oggi con la Germania.”
Il cilindro di Domina è giunto sino a noi. Non è in lega speciale, ma ha l’aspetto (normale) di un volume a stampa.
Umberto Domina – Quell’Enna ’39. Papiro editrice, Enna, 1992. Pp. 209, lire 20.000 (forse, e dico forse, € 10 e qualche cosa). ISBN ignoto, ma sul retro del frontespizio c’è il numero di telefono della casa editrice.
Umberto Domina, autore Rai per radio è televisione, è un fine umorista e scrittore di penna ironica e pungente. Ha scritto anche per numerose riviste e giornali (le più note: Grazia, Domenica del Corriere, Gioia, Playboy, Tempo illustrato). Ha pubblicato Contiene frutta secca (Rusconi, 1966), La moglie che ha sbagliato cugino (Rizzoli, BUR, 1967, con tanto di presentazione di Enzo Biagi), Garibaldi, ore 21 (?, 1968), Morti di nebbia (Bietti, 1969), Siamo tutti umoristi (Bietti, 1971), L’Anonima Concimi (Bietti, 1974), Ma tu pallida oliva perché (Rusconi, 1975), Incredibile realtà (Bietti, 1976), Detto tra noi (Rizzoli, 1978), Laveno solo andata (Rusconi, 1980). Più di recente, Papiro editrice ha pubblicato alcune sue opere (quelle minori, immagino), tra cui la raccolta di racconti L’enigma.
Se si esclude quanto edito della Papiro, sugli scaffali delle librerie di Enna, sua città natale, non si trova nessuno dei libri succitati.
E nemmeno nella biblioteca comunale di Piazza Armerina. Ci rifletta, il direttore.
Pubblicato da Paroledisicilia il 14.03.06 06:54