Ian McEwan, Sabato
di Federico
[lo stesso libro letto da Ramona]
E’ uno scrittore di successo. Cinquantotto anni. Inglese.
E’ seduto al tavolo prediletto della sua casa londinese. Avvia il computer, apre Word. Sullo schermo bianco pulsa il cursore, in attesa.
Sorride, digrignando i denti. Tira fuori dal cassetto della scrivania un taccuino foderato di cuoio. Lo apre in un punto preciso. Rilegge una serie di appunti. La sua è l’allegria nostalgica di chi ritorna con la mente alle ore trascorse dietro il vetro della sala operatoria del reparto di Neurochirurgia dell’ospedale di Queens Park di Londra.
Il ricordo dell’esperienza lo emoziona ancora. Il sangue aspirato dalle cannucce trasparenti, i crani trapanati come cocci di ceramica, i ferri, le viti, gli strumenti chiamati con sigle bizzarre. E’ tutto lì, nero su bianco. Riconosce un tremolio emotivo nella sua calligrafia di quei momenti.
Tiene il taccuino aperto sulle gambe. Si pulisce gli occhiali, li strofina con un panno dopo averci alitato sopra, e scrive:
“L’intervento di Andrea è durato cinque ore ed è stato un successo. La ragazza è stata sistemata in posizione seduta, con la testiera fissata all’intelaiatura metallica posta davanti a lei. L’apertura dell’occipite richiedeva estrema attenzione a causa dei vasi che decorrono subito al di sotto della parete ossea. Rodney stava chino accanto a Perowne per irrigare durante la trapanazione e cauterizzare l’emorragia con la bipolare. Alla fine è comparso alla vista il tentorio – la tenda - , una pallida struttura di delicata bellezza, come il viluppo di veli di una piccola danzatrice, luogo in cui la dura madre si raccoglie per separarsi di nuovo. Il cervelletto stava lì sotto. Tagliando delicatamente, Perowne ha lasciato fare alla gravità che l’ha abbassato senza bisogno di ricorrere ai divaricatori e ha reso possibile spingere lo sguardo fino alla regione remota della ghiandola pineale, dalla quale il tumore si estendeva in una cospicua massa rossa. L’astrocitoma era ben definito e aveva infiltrato solo parzialmente il tessuto circostante. Perowne ha potuto procedere all’escissione pressoché completa senza danneggiare alcuna regione eloquente.”
Ora pensiamo al suo lettore, uno qualsiasi, ma sufficientemente affezionato da raccogliere la sfida della lettura.
Elenchiamo le cose che non dovrebbe, teoricamente, conoscere : occipite, bipolare, tentorio, dura madre, ghiandola pineale (o forse sì, se ha studiato filosofia), astrocitoma.
Quale vantaggio può ricavare lo scrittore da questa insistita inintelligibilità ? Perché soffocarci in questo modo ?
Eppure il Nostro sembra sicuro di quello che fa, solleva un po’ il sedere dalla sedia, si riassesta, cerca altri appunti sullo stesso taccuino. Tiene aperta sulle cosce la pagina che cercava. Rimette i polpastrelli sulla tastiera e digita:
“Rodney ricuce la dura con filo viola Vicryl 3-0 e introduce il drenaggio extradurale. Ricolloca il lembo osseo insieme ai due frammenti della frattura. Quindi procede alla trapanazione del cranio per inserire le placche di titanio che terranno l’osso a posto. Questa zona del cervello di Baxter ora somiglia ad un pavimento bislacco, oppure alla testa rotta di una bambola di porcellana rabberciata alla meglio. Rodney inserisce il drenaggio sottogaleale e si prepara a cucire la cute con Vicryl 2-0 e ad applicare le graffe cutanee”
Il lettore non capisce le parole: Vicryl 3-0, drenaggio extradurale, sottogaleale, Vicryl 2-0, graffe cutanee.
Chi avrà avuto la pazienza di leggermi fino a questo punto, potrebbe pensare che io stia cercando, con artificiosa originalità, di stroncare il romanzo in questione, lamentandone l’esasperato ipertecnicismo. Al contrario, questa è un’apologia di McEwan. Lo difendo da quanti scopriranno, leggendolo, di non esserne all’altezza. Vi dirò di più: è essenziale che il lettore medio non capisca un tubo di quanto ha letto. Perché nella vita è così. Un chirurgo, quando parla con i familiari del paziente dopo un intervento, esce fuori e dice: “l’intervento è andato bene” oppure “mi dispiace… non ce l’ha fatta…”. Non si mette certo a dire “ho usato il Vicryl 3-0”, perché risulterebbe incomprensibile. Eppure molti pazienti si sentono rassicurati da quei chirurghi che li vanno a trovare, nel letto di degenza, e che gli dicono: “con lei useremo il Vicryl 3-0”. Perché ? Perché la competenza e quindi la credibilità di un professionista si apprezzano – paradossalmente – nella distanza del suo linguaggio dal nostro.
Il lettore, come il degente, ha il bisogno fisico di certe parole… epidurale… VES… laparotomia… Sono parole che creano intorno al chirurgo, e quindi di riflesso intorno a McEwan, un’aura magica di onnipotenza. Cosa importa se non ne comprendiamo il senso? Ci importa solo non dubitare – mai, nemmeno per un istante – che il protagonista non sia effettivamente un chirurgo. E’ importante non arrivare a pensare che McEwan si sia divertito a veder trapanare crani di malcapitati solo perché quell’Henry Perowne, che cerca di spacciarci per chirurgo, in realtà non parla come un chirurgo.
Capite perché è essenziale dire “Vicryl 3-0” e non un più banale “filo di sutura”?
Ieri vedevo in televisione un documentario che raccontava come Jamie Foxx, l’attore di colore, si sia preparato per interpretare Ray Charles nel film “Ray”. Raccontava che è restato bendato dalle otto alle dieci ore al giorno per entrare nella parte.
Ho pensato che questo metodo preparatorio accomuna il cinema americano ad un certo tipo di scrittura anglosassone (penso, ad esempio, ad un Ken Follett), di cui “Sabato” è degno rappresentante. Si tratta di una scrittura asettica, che ci esclude dal cuore dello scrittore. Sono libri che si lasciano guardare come film, che stupiscono per la loro chirurgica (è il caso di dirlo) organizzazione. Libri che non ti mettono in pericolo, perché sfoggiano la propria verosimiglianza, come se bastasse. Ma cosa cerchiamo in un libro? Se io fossi interessato alla verità, non farei meglio ad assistere dal vivo ad un intervento, o a comprarmi un libro di chirurgia, corredato di foto?
Sono i libri imperfetti, i libri appannati e parziali, i libri che ti chiedono di capire, che ti scongiurano, persino con parole improprie e cacofoniche, di adottarli con la tua sensibilità… Questi vale la pena leggere!
Io credo nell’esistenza di Henry Perowne, il neurochirurgo creato da McEwan. Credo che sia un professionista affermato, che sia capacissimo di tagliuzzare e ricamare la cute di crani spappolati. Non credo però in tutto quello che gli manca, in quello che McEwan avrebbe potuto scrivere – su di lui – in maniera semplicissima e che ha imboscato tra le minuziose descrizioni, le invitanti allitterazioni e i dialoghi attenti e bilanciati.
La sua scrittura è controllo. Emoziona come la passeggiata di un acrobata su di una fune. Sbadigliamo, però, quando scopriamo che un filo sottilissimo di acciaio lo tiene sospeso. Lo protegge dal vuoto e dalla gravità.
Sabato - Ian McEwan 2005 Supercoralli Einaudi pp.296 Traduzione di Susanna Basso.
Pubblicato da Federico il 13.03.06 20:32