Porci con le ali, again
di giuliomozzi
[Questo articolo uscì nel 2001, molto tagliato, in Alias, supplemento del quotidiano il manifesto. gm]
Porci con le ali uscì nel 1976, all’inizio dell’estate, in luglio (la copia che ho qui porta scritto: VI edizione, 125° migliaio, ed è stampata sempre in luglio; un successo bruciante, quindi). Io avevo sedici anni allora, in settembre entrai in prima liceo (classico: quindi il terz’anno), e due-tre dei miei compagni lo leggevano sotto il banco. L’insegnante d’italiano, nuova, si chiamava Lalla, salita fresca fresca dalle scuole medie, al suo primo anno nella «scuola più seria d’Italia» (come la definì, nel 1978, in un apposito servizio, l’autorevole Corriere della sera: era il «Tito Livio» di Padova), si presentò con questo libro sotto il braccio, e sfogliandolo, leggermente intimorita (non eravamo particolarmente grossi, ma sicuramente più grossi dei ragazzini delle medie) disse: «Ragazzi, siamo amici. Parliamone». Noi le rispondemmo: «Sia seria, per piacere. Ci faccia Dante». In quella scuola studiavano, tra gli altri, Pietro Folena e un nipote del ministro Gui.
Nel frattempo, alla libreria Calusca, che se non sbaglio aveva presi in affitto (sapete, Padova è fatta così) i locali che avevano ospitata la libreria di Giovanni Ventura (oggi c’è una banca), ed era “la libreria di Radio Sherwood”, o almeno così la consideravamo; be’, i ragazzi della libreria Calusca avevano capito tutto così bene, da incollare alla vetrina, in modo che si vedesse ben bene dal di fuori, un foglio dattiloscritto che diceva, più o meno: «Abbiamo deciso di non tenere e di non vendere Porci con le ali, perché è tutta una mistificazione». Perché fosse una mistificazione, e di quale tipo, era ovviamente spiegato nel dattiloscritto, ed eventualmente te lo rispiegavano a voce se entravi senza aver capito bene; ma io, mi dispiace, non mi ricordo; sono passati venticinque anni; non sono prodigioso di memoria; e poi la prosa di Autonomia & dintorni, sinceramente, sia scritta sia parlata, non sono mai stato capace di reggerla.
Naturalmente mi fa impressione vedere Porci con le ali nuovamente ristampato da Mondadori (Oscar bestsellers, 159 pp., L. 14.000), dopo tre o quattro altre ristampe tra Bur, Miti, e libricini omaggio dell’Unità. Mi fa impressione perché è un libro di morti. Lo scrissero (senza il nome in copertina, allora; allora comparivano come autori «Rocco e Antonia»; ora il nome vero c’è) Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice, che è morto; fecero la postfazione (il «dialogo a posteriori», così caratteristico delle edizioni Savelli) Annalisa Usai e Giaime Pintor (che è morto); lo pubblicò Savelli, inaugurando la gloriosa (così si dice) collana “Il pane e le rose”, della quale questo è a tutt’oggi l’unico libro sopravvissuto, mi pare, insieme a Poesie e realtà di Giancarlo Majorino, che peraltro è sopravvissuto meno bene; e Savelli oggi è un qualcuno nell’universo berlusconiano, non ricordo cosa di preciso (consigliere comunale a Milano, mi pare), il che è un altro tipo di morte (non è una morte in sé essere Berlusconiani; ci mancherebbe; è il percorso che mi sembra una cosa funebre). D’altra parte, anche l’allora leader di Radio Sherwood, Emilio Vesce, lui pure recentemente morto, sebbene non così in fretta come avrebbe desiderato Giacinto Pannella detto Marco, ha fatto in tempo a diventare qualcuno nell’universo berlusconiano (consigliere regionale, qui in Veneto).
Un libro di morti. L’amica che me lo prestò, e con la quale lo discussi a lungo, trovandolo lei (di campagna, la prima che studiava) emozionante e trasformante, e io (di città, famiglia ipercolta) brutto e quasi tutto illeggibile, Elisa, a ventidue anni morì.
Io, tutto intero, non sono mai riuscito a reggerlo. Nemmeno oggi che ce l’ho qui, il vecchio e il nuovo, per dovere. E mi domando: perché non lasciano morire questo libro? Un po’ di eutanasia, se così tanto piace il concetto, almeno per la carta stampata. Magari in una cosa tombale tipo una «Collezione di testi e studi per servire alla storia del movimento studentesco negli anni Settanta», ci poteva anche stare. Ma negli Oscar, mah. Con un culo di donna in copertina, ancora e di nuovo in disegnini di Pablo Echaurren (ma nell’originale i culi di donna erano due, e si vedeva anche il pelo; più tre tette; quanto al maschio, niente; s’intravedevano poi due manifestazioni bandiererosse, un pugnochiuso, un libro più una copia del manifesto e una di Lotta continua, e naturalmente il porcellino alato, con le ali azzurre, annusante la codina d’un altro porcellino, quest’ultimo fuori quadro).
Non l’hanno ucciso, no, questo libro. Però l’hanno amputato e dotato di una protesi. Il «Dialogo a posteriori» non c’è più, è stato «espulso» in tutte le successive edizioni, scrive Lidia Ravera nella nuovissima prefazione. E giustamente: nel «Dialogo» si spiegava la sostanza del libro: «Un romanzo-diario che, anche se scritto da non-più-adolescenti, sapesse raccogliere ed esprimere (attraverso personaggi e situazioni-simbolo) la realtà sessuale delle nuovissime generazioni»; quanto a Rocco e Antonia (indicati come autori in copertina), essi «non coincidono con gli autori del libro: se questi, infatti, hanno scelto l’anonimato, è per sottolineare che gli autori (anche se non materiali: le generazioni non scrivono libri) di questo diario/romanzo sono i Rocco e le Antonia». A questa chiara indicazione seguono ventuno pagine e mezza d’interpretazione autentica politica, secondo il paradosso: inventiamo una storia scritta; inventiamo due persone che la scrivono; stabiliamo che queste due persone sono tutti; o almeno un soggetto politico collettivo; poi interpretiamo la realtà di queste due persone inventate, considerandole come tutti, desumendola dalla storia scritta; e facciamo conto, o facciamo finta, che si stia parlando davvero del mondo reale, quello che è là fuori.
Per carità: non è l’unico caso in cui la realtà da interpretare s’inventa ad hoc. Oggi il mondo è pieno di inventori-interpretatori di realtà. Uno fa il presidente del consiglio, per dire.
Dalla prefazione scritta da Lidia Ravera per l’edizione 2001: «“Noi non siamo così!” gridavano i sedicenni d’allora, quando ti hanno trascinata, ancora principiante e spaventata, alle tavole rotonde, ai dibatti, alle manifestazioni culturali. “E come siete, voi, allora?” avresti dovuto rispondere. “A me di voi non me ne importa un accidente. Io e Marco abbiamo messo al mondo Rocco e Antonia, che sono uno e una, perché la letteratura è individuazione, perché siamo nel mondo grande della finzione, che gioca col reale per spiazzare, interpretare, per avvelenare o addolcire, ma non certo per convincere o giudicare, non certo per dare i voi, creare categorie, archiviare sotto qualche etichetta”. Così avresti dovuto parlare, hai taciuto, invece, oppure, goffamente aggressiva, ti sei difesa».
Ecco: qui, nella distanza tra quel «Dialogo e posteriori» del 1976 e questa «Prefazione» del 2001, c’è tutto l’equivoco del libro. Diventato un «libro-culto», «emblema della generazione uscita dal Sessantotto» (così la quarta di copertina della nuova edizione) forse grazie al caso (doveva essere un libello di provocazione, «come un gran volantino», scrive Ravera), forse grazie all’equivoco deliberato, ovvero alla mistificazione. I miei coetanei, questo è il mio ricordo, leggevano il libro e reagivano o strillando appunto «Noi non siamo così!» oppure studiando e impegnandosi e dandosi da fare per essere così. Nessun rispecchiamento. O rifiuto, o manuale d’istruzioni («libricino di ammaestramento», dice Ravera nella nuova prefazione; senza peraltro rendersi conto, a quanto pare, di ciò che ammette: di aver barato).
Io, peraltro, allora vivevo in un altro mondo: che però mi sembrava reale. Dove il desiderio era così forte da impazzire, ma non sapeva posarsi su una persona, su un oggetto, non sapeva distinguere, voleva prendere tutto; e tutto quello che sapevo fare era trattenerlo, contenerlo. Dove ciò che si chiamava politica diventava immediatamente violenza e sopraffazione, verbale o fisica, dalle botte che prendevo da destra o da sinistra a scuola fino alla faccia raggiante del giornalista del telegiornale annunciante che finalmente, in Cile, Salvator Allende era stato sbattuto fuori, benché purtroppo, si fosse suicidato.
Il mondo nel quale sono cresciuto, io, nato nel 1960, sedicenne nel 1976, abitante in una città di provincia, io, educato cattolicamente, di buona famiglia, lettore perfetto di Porci con le ali, è il mondo della mistificazione lecita, indiscussa. Del miscuglio deliberato e indistinguibile, nella comunicazione, tra realtà e invenzione: fiction, come si dice adesso. Di questo non ne posso più. Credo che il lavoro dei cosiddetti intellettuali oggi sia questo: non cedere a questa specifica mistificazione (ce ne sono anche altre, a dozzine, naturalmente). Non ho voglia di avere nostalgia per Porci con le ali, che per le centoquaranta pagine che sono riuscito a reggerlo questa volta mi è sembrato ciò che mi sembrò nel 1976, in ottobre, quando Elisa me lo prestò: un libro brutto, scritto alla come-viene-viene, ideologicamente schematico, deliberatamente e sfacciatamente falso, fatto passare per ciò che non era, ossia un ritratto autentico, dal vero, dal vivo, di chi stava attorno a me, di me. Di io. Un ritratto ammaestrante, ma non avevo voglia di farmi ammaestrare. Non così, almeno: non così rozzamente.
Pubblicato da giuliomozzi il 31.03.06 09:22