L'Iliade langarola (Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio)
Ebbene sì, quando ti tocca iniziare a parlare di un libro, che per te è stato importante, contro il quale hai combattuto la tua battaglia, perché ci sono dei libri - ti dici - con cui uno fa a botte, ecco che ti viene alla mente non la copertina di un volume, ma il muso di una persona. Ti torna la voglia di parlare, ancora una volta, di questo langarolo scontroso, con la faccia che rassomiglia ad una vigna e che risponde la nome di Beppe e al cognome di Fenoglio.
Il testo in questione è un piccolo classico della letteratura italica del secondo 900: Il Partigiano Johnny. Per amor di cronaca condividi il giudizio di Calvino a proposito della supremazia de Una questione privata nell'opera di Fenoglio; ma Il Partigiano Johhny rappresenta un unicum nella letteratura del dopoguerra per quel suo pasticcio di lingua, per quel mischiare e far cozzare l'epica della guerra e l'introflessione lirica dei metafisici inglesi.
Cosa può dire un bottegaio della lettura di un libro così? Niente perché se c'e un pregio da segnalare nel Partigiano Johnny, è che questo libro parla benissimo da sé. Ed questa forse la grandezza di una scrittura, che non si appanna mai, rivelando, abbarbicate in sentieri tortuosi, un'idea e un'immagine della guerra partigiana che solo ora la storiografia incomincia a fare proprie.
La resistenza come gesto necessario, ma senza eroismi; una lotta orba di qualsiasi agiografia, anzi presentata nella sua scabrosa nudità. A incarnare questa immagine è Johnny. Vitale ma dubbioso. Eroico e spaventato. Pronto all'azione eppure inetto. Te lo immagini Johnny, come un bianco principe di Danimarca, più Ettore che Achille, piantato sulle colline tra Alba e Cuneo, alle prese con una cosa da fare assolutamente (la guerra), ma nello stesso tempo circondato da luttuosi presagi.
Ecco prendi in mano il libro (edizione Einaudi, a cura di Dante Isella, rubata a 17 anni dalla biblioteca di un tuo parente alla lontana) e leggi ad alta voce l'incipit del capitolo 5: "Erano le quattro pm e Johnny stava sulle alte colline, funeree nella coltre della neve senza più barbagli, come corrotta dall'incipiente dusck da chiazzante lebbra arsenicale". Ti si srotola davanti un paesaggio malato, lebbroso e mortifero sul quale Johnny getta il suo sguardo notonomizzante il mondo. E' una sensibilità strenuamente lirica, che dà allo scenario e allo sfondo delle azioni un'aura religiosa. E infatti i frequenti echi biblici ti fanno persuaso che quella lotta (non è la valle di Josafat e neppure la piana davanti alle mura di Ilio ma sono le colline rosse e marroni delle Langhe, ti dici a mezza voce) abbia a che fare con il senso più profondo e nero della vita. Queste pagine hanno come sigillo un oscuro sentimento di morte, che è percepita tanto stupida quanto necessaria: "Senza i morti, i loro e i nostri, nulla avrebbe senso". E qui ti fermi un attimo e blocchi anche la mano del tuo lettore che vorrebbe proseguire per dirgli: "Manda a memoria questa frase che hai appena sentito, e poi vai e prendi in mano La casa in collina di Pavese, e ti leggi le ultime righe di quel racconto, poi vieni qui e mi dici cosa ne pensi...".
I morti hanno un senso, ti dici, e lo hanno proprio perché sono kaputt, ma per uno crepato c'è qualcuno vivo che ha vinto; è giusto così, perché senza vincitori e vinti questa lotta partigiana rassomiglierebbe tanto ad una burla del destino. Per questo motivo il nemico in Fenoglio è spietato e crudele. Mai deriso. Sempre rispettato. Il male ha un fascino; il malvagio è, per citare un autore che Beppe amava molto, il Milton del Paradise Lost, "maestoso nella rovina". Ma è pur sempre nemico, perché sta dalla parte sbagliata, e questo non bisogna dimenticarselo. Fenoglio sembra dirci: un morto è un morto, pasteggio per la vermaglia, ma è diverso - dal punto di vista etico - arruolarsi nella Xmas o far parte di una brigata partigiana. Beppe, il vecchio scontroso, pur con tutti i suoi dubbi, ce lo racconta bene che c'è stata (c'è tuttora) una parte dove era giusto stare e un'altra sbagliata, e che per quanto fosse tremendo quest'ultima doveva essere sconfitta e vinta.
Infine, due parole sulla lingua fenogliana: l'autore confessa a Calvino, come il libro sia stato scritto alternando inglese e italiano. Questo atto crea una bastardaggine linguistica di pura bellezza. "La notte precipitava: right sul paese era un inconsutile velo nero...". "Con gli occhi fissi alla lontananza madreperlacea, all'alto cielo che doveva sovrastare la battaglia, testimone in omertà, essi ascoltarono a lungo". "Dopo un regno di caotica nuvolaglia, il sole quanto mai lontano stava compiendo immani sforzi per conferire una goccia di luce a questo disgraziato suo figlio di giorno". Il lettore perdoni questo catalogo dappoco, che dà pur sempre un'idea della bellezza di testo che colpisce ad ogni lettura. Come uno schiaffo ben dato. Come una folata di neve. Come un sorriso che manco ti aspetti.
Pubblicato da Demetrio Paolin il 13.03.06 10:00