16.03.06

Imre Kertész, Liquidazione

di Demetrio Paolin

Esistono libri essenziali? E se sì quali sono? Per empirica esperienza un libro essenziale è quello che ti costringe a dire all’amico: “Io l’ho letto e mo’ anche tu devi”. E se ce l’hai in borsa, non puoi fare a meno di regalarglielo, dicendogli che è suo e che lo legga e ti faccia sapere. Se ora fossimo in un bar, il libro, di cui vi farei dono, sarebbe Liquidazione di Imre Kertész (Feltrinelli).
Liquidazione, il libro, racconta la storia di un libro Liquidazione, che non è mai stato scritto. Di più, si parla dell'impossibilità di scrivere un libro che ha per titolo Liquidazione. Ad essere sinceri il libro di cui si parla in Liquidazione viene composto, ma viene anche sancita l'impossibilità nel pubblicarlo. In questo libro, che racconta l'impossibilità di scriverlo, c'è la figura di un redattore editoriale, che si porta dietro il nome Keserü, che in ungherese significa amaro.

Tra le diverse cose che Keserü dice, una in particolare attira l’attenzione; Keserü parla di come è diventato redattore editoriale. Lui ce lo racconta più o meno così: succede che un giorno, camminando per l'università, un amico ti dà da leggere una cosa sua, una poesia, piuttosto che un racconto, e tu dopo che l'hai letta dici al tuo amico: io cambierei qui, metterei un altro aggettivo in questo distico, modificherei il rima a questo verso. E così via. Succede, poi, che la poesia, da te modificata, venga pubblicata. E così l’amico ogni volta che deve pubblicare qualcosa, viene da te per chiederti un parere, e come lui altri. A questo punto il passaggio a redattore editoriale, dice Keserü, è agevole.

A me questa testimonianza convince, perché racconta un lato di quella dedizione, forse pure ossessiva, alla parola che permea tutto il libro. Uno dei centri nevralgici del racconto, infatti, è la profonda riflessione sul perché una persona si alzi la mattina per sedersi davanti ad una macchina da scrivere e si metta a comporre pagine e pagine di una storia, che - come sappiamo dalla trama – sancisce l’impossibilità di essere resa pubblica.

Io - che continuo a stupirmi delle mie idee semplici semplici, e che alle domande del tipo del perché si scrive finisco per opporre soltanto una smorfia - sono stato scosso da questo libro proprio perché afferma una semplice verità: uno scrive una storia, raccontandola precisamente così come è arrivata, perché l'idea di comunicarla ad altri lo diverte. Nella mia testa la parola “diverte” provoca una reazione che si srotola così: diverte, divertire, divertere ovvero distogliere lo sguardo da.

Questa associazione evoca sulle tavole di questo palco la filiforme figura di Primo Levi, che diceva di essere uno scrittore del sabato e della domenica. Uno scrittore da fine settimana, che dal lunedì al venerdì faceva un altro mestiere, ingegnere chimico in una ditta di vernici, costretto come tutti a sorbirsi il traffico cittadino.
Lui, in particolare, passava da via Cigna, una via incredibilmente trafficata e “frusta”, come disse lui in una sua poesia. La sorte vuole che lo slargo dove si incrociano corso Regina Margherita e Corso Palestro, la cui prosecuzione è Via Cigna, si chiami Rondò della Forca, dove un tempo venivano giustiziate le persone. Chissà quante volte Levi avrà pensato all'ironia macabra di questo suo percorso lavorativo.

Poi nel fine settimana, compatibilmente con i figli, la moglie e la passione per la montagna, Levi si metteva alla sua scrivania e, circondato da diversi dizionari, incominciava a scrivere. L'immagine di Levi seduto alla scrivania ne fa nascere un’altra: quella di Pannwitz, che siede dietro la sua scrivania formidabilmente complicata. Statuario e fermo non guarda negli occhi il deportato Primo Levi, ma lo interroga ben sapendo che un suo “no” o un suo “sì” potranno significare morte o vita, salvezza o dannazione. Così Pannwitz è simile a Minosse, che sta "orribilmente e ringhia".
Lo stesso Levi, quando in Se questo è un uomo narra la selezione per le camere a gas, scrive "oggi questo vero oggi in cui io sto seduto a un tavolo e scrivo...".
Levi sta alla scrivania: questo è il suo contrappasso. Lo stesso autore torinese, però, ci racconta di aver scritto un libro divertente: La tregua, che a suo dire è un libro che tenta di volgere gli occhi altrove rispetto al lager.

Levi, il dilettante scrittore, scrive una storia divertente, incastonata tra un incipit e un explicit funerei. Il primo capitolo, Campo grande, è forse uno degli maggiori esempi di letteratura pestilenziale. Leggete quelle pagine, che descrivono un'umanità, che si va disfacendo e poi confrontatele con quelle di Tucidide, di Lucrezio, di Manzoni per capire la stoffa di questo scrittore da fine settimana.
Levi, però, sente il bisogno di divertire e quindi il resto di racconto è un romanzo d'avventura, picaresco, carnascialesco, brulicante di esseri umani, un romanzo formicaio, un termitaio di storie, unico nella produzione leviana, ma che si chiude con quel sigillo nichilista, totale e assoluto, che non lascia molto spazio ad altro: nulla è vero all'infuori del lager.
Lo sguardo, insomma, si volge per un attimo - la vita è petrarchescamente breve sogno - per poi tornare alla verità finale e implacabile del lager come unica realtà.

In Liquidazione il romanzo Liquidazione viene scritto per essere, infine, bruciato, perché le cose narrate erano così terribili e reali da risultare scialbe, un gesto, questo che vuole suggerire una semplice constatazione: quando la scrittura ha che fare con il vero corre il rischio di destinarsi al silenzio. Scrivere un testo è liquidarlo per poi liquidarsi, proprio come è successo nell'aprile 1987 ad uno scrittore dilettante.

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I libri di Imre Kertész
Essere senza destino
Fiasco
Liquidazione

"Nessuno è innocente" intervista a Imre Kertész

[L'indice di tutti i libri della Bottega di lettura]

Pubblicato da Demetrio Paolin il 16.03.06 08:28

COMMENTI

Ho cercato tra i libri da leggere, e ho trovato Essere senza destino. Intanto leggo questo, poi quando scendo a Sud, compro anche l'altro. Hai scritto qualcosa che sembra una storia, più che una recensione! Bravo.

da alice il 16.03.06 10:45

Un libro non può essere "essenziale" per definizione. Quindi rispondendo "no" alla tua prima domanda, non dovrei seguirti nemmeno nella tua lettura. Ma tu sai che io ti pedino come il curatore di un postumo Fondo tuo, e posso dirti che questa "teatralizzazione" (il bar, il palco..) emessa dal pulpito della tua scrittura, mi ha convinto. In fondo.

da giocatore il 16.03.06 13:23

Ciao!-) C'è un libro in un libro che viene bruciato, e viene bruciato, solo che poi arriva uno e dice che (in effetti era un manoscritto) i manoscritti non possono essere bruciati. E il manoscritto bruciato si legge nel libro e lo scrittore che lo ha scritto poi muore ma il suo manoscritto resta e così anche lo scrittore che ha scritto il libro che hai letto e che racconta anche di questo manoscritto bruciato muore solo dopo che è morto il suo libro viene pubblicato, anche se lui non lo sapeva che sarebbe avvenuto, e forse pensava che non avrebbe mai visto la luce. Invece lui muore e poi lo pubblicano ed è un grande romanzo. Forse si bruciano, ma in fondo restano. Insomma mi piace la tua recensione. ciao, grazie.

da andrea il 16.03.06 20:15

Bello, molto bello. Tanto quanto è terribile l'affermazione finale.

da mauro il 16.03.06 20:38

E se ora fossimo in un bar, Demetrio, ti pagherei da bere, ti farei riprendere fiato, e -dopo una pausa - ti direi: "Raccontamene un altro".

da Toni il 16.03.06 21:45

comprato oggi pomeriggio (domenica) complice un feltrinelli rimasto miracolosamente aperto. (ho idea che mi svenerò...ma in che gioco mi sono cacciato ???) :)

da cletus il 19.03.06 22:10