Il lettore allo specchio, di Abraham Yehoshua
Temo di aver commesso un errore, anche se non ne sono del tutto sicuro. E questa incertezza mi lascia perplesso. Vi capita mai di leggere un libro e di avere il timore di averlo letto nel momento sbagliato? Capita, no? I motivi possono essere dei più disparati. Il più banale: avete letto il terzo libro di una trilogia e poi tornate a ritroso. Avete letto “Il ritorno del Re” senza passare per “La compagnia dell’anello” e “Le due torri”, è un peccato. Magari avete letto “La recherche” di Proust saltellando avanti e indietro, si può fare, ma…
Oppure, che ne so, leggete un libro e vi accorgente, anzi, lo percepite, che se lo aveste letto in un altro momento la avreste apprezzato molto di più. Per qualche motivo avete letto il libro giusto al momento sbagliato. Può essere, a me è capitato, vabbè, problemi miei, direte.
Però il mio caso è diverso, almeno questa volta. Ho comprato un libro di un autore di cui non ho letto ancora nulla. Un libro che parla della sua concezione di letteratura, parla di come scrive, dispensa consigli ai giovani scrittori. Quindi, non un libro di letteratura, ma un libro sulla letteratura. Quando l’ho finito ho avuto l’impressione di aver anticipato i tempi, mi sono detto: perché diavolo hai letto “Il lettore allo specchio. Sul romanzo e la scrittura” di Yehoshua se non hai ancora mai aperto uno dei suoi libri?
Ah, è più forte di me. Da bambino smontavo i giocattoli, ora mi interesso dei meccanismi che stanno alla base della scrittura. L’unica differenza è che da piccolo perdevo interesse nelle cose dopo averle smontate, con la letteratura questo non mi accade. Più sguazzo nella melma, più ne vengo attratto.
“Il lettore allo specchio” è la trascrizione di una conversazione tra lo stesso Yehoshua e Alessandro Guetta. Sono circa cento pagine di intervista che scorrono con una facilità impressionante. Lo sguardo di Yehoshua si sofferma sulla propria idea di letteratura, analizzando le proprie opere e toccando qua e là quelle dei suoi colleghi (Kaniuk, Oz e Grossmann tra gli altri). Non c’è mai un tono didascalico, non c’è mai la pretesa di insegnare agli altri un metodo o di consegnare nelle loro mani la verità. Quello che c’è, invece, è un massiccia dose di ironia, soprattutto quando Yehoshua paragona i propri metodi con quelli dei suoi colleghi, ma anche quando parla del proprio successo come scrittore tradotto all’estero. Ciò che più apprezzo in questo libro è che, in fin dei conti, si tratta di un autoritratto. Non ci sono speculazioni e impavide teorie alla base del libro, c’è solo il pensiero limpido e cristallino dell’autore, che si può condividere o meno, ma che comunque è privo di ombre. Quando anche Yehoshua si spinge a consigliare qualcosa ai giovani scrittori, ad esempio di cimentarsi inizialmente con il racconto breve e non avere fretta di passare al romanzo, lo fa come farebbe un padre con il figlio, con il presentimento che le proprie parole suscitino un moto di ribellione.
Durante la lettura Yehoshua tocca molti temi a lui cari. Parla di Faulkner, Kafka e Camus che lo hanno influenzato con le loro tematiche e, soprattutto nel caso di Faulkner, con il loro stile. Parla della propria concezione di scrittura: “Nella scrittura non esistono principi fissi, ognuno crea secondo regole che gli sono proprie.”
"La scrittura ha perso il carattere sacro che aveva in passato, è alla portata di chiunque. Da un lato è una cosa positiva, dall'altro fa paura, perché vanno perduti i criteri di che cosa è bene e che cosa non lo è. Non voglio essere troppo categorico a questo proposito, non voglio scoraggiare chi scrive, ma ho bisogno di esprimere l'idea di una certa sacralità della scrittura. Scrivere per me era e resta una vocazione, una specie di missione."
Inoltre il libro è un pretesto per affrontare le radici storiche dell’ebraismo attraverso la ricostruzione che Yehoshua fa del proprio popolo e della propria letteratura.
Leggendo “Il lettore allo specchio” si ha l’impressione che autore e radici storiche siano fortemente avvinghiate l’un l’altra e che da questa unione si crei una sorta di psicologia sociale che è in grado di influenzare lo scrittore anche a livello inconscio.
Ho letto questo breve saggio con estremo piacere, proprio perché in esso non ho mai trovato la volontà di esplicitare ed elargire una conoscenza superiore. Non sono affatto d’accordo con Stas' Gawronski quando afferma: Le testimonianze degli scrittori sulla loro opera e sulla loro esperienza di scrittura sono utilissime a chiunque desideri apprendere l’arte della narrazione scritta.
Preferisco pensare che libri come questo diano la possibilità di comprendere l’opera di uno scrittore, o, come nel mio caso, di invogliare a leggerlo avendo bene a mente alcuni dei meccanismi che stanno alla base del suo personale modo di creare. Le esperienze altrui possono risultare utili come possono essere inservibile, e, nel caso delle scrittura, reputo la seconda opzione ben più frequente.
I motivi per leggere questo libro sono molti, io ne ho elencati solo alcuni, quelli che trovo più affini al mio modo di vedere la letteratura, ma sono certo che altri vi troveranno significati diversi e magari migliori.
Pubblicato da louie il 22.03.06 19:32