Francesco Permunian, Camminando nell'aria della sera
di giuliomozzi
[Questa recensione, scritta poco dopo la pubblicazione del libro, uscì, se non ricordo male, nel settimanale Avvenimenti. gm] [un altro libro di Francesco Permunian]
Con Camminando nell’aria della sera (Rizzoli 2001, pp. 234, 12,39 euro) Francesco Permunian non ha fatto un altro libro-bomba com’era Cronaca di un servo felice, pubblicato nel 1999 da Meridiano Zero. Però ha fatto un libro assai bello, molto adatto all’editore Rizzoli: quello che ci vuole, insomma, per trasmigrare dalla condizione di “scrittore salvatico e periferico” a quella di “scrittore scrittore”. Il che è bene, perché Permunian ha già passati i cinquant’anni, ed è ora che gli sia dato ciò che gli spetta.
«Ogni sera» dice Porfirio Papas, medico condotto in un paese sul Garda «mi accomodo accanto alla finestra e piantando gli occhi nella notte, tendo l’orecchio alla voce della piazza». Seguono ottantasette capitoletti in forma di microracconti: raramente più di due pagine, spesso una sola. Sotto gli occhi del dottore passa tutto il paese. L’attacco di ogni capitoletto è spesso da notizia di cronaca: «Giorni fa, mentre rientrava a tarda ora nella sua villa sul lago, è improvvisamente deceduta in un incidente stradale la contessa Maria Teodora Del Drago, di anni ottantadue»; «L’altro giorno, verso le nove del mattino, è stato scoperto il corpo senza vita di Giorgino C., comandante della locale stazione dei vigili del fuoco». Altre volte l’attacco è una riflessione di Porfirio sullo stato della sua esistenza: «Da quanto Eufemia mi ha abbandonato, l’ombra della malinconia si allunga sulle mie giornate. Mi ero illuso di poter riassaporare la giovinezza, ma la giovinezza è fuggita via inorridita».
In ogni capitoletto accade qualcosa a un abitante del paese; oppure qualcosa si modifica nella vita di Porfirio. Pian piano, quello che sembrava un libro di racconti-schizzi, si rivela un romanzo da tenere il fiato sospeso. Finché ci si accorge, diciamo a metà strada, che tutte le persone di cui Porfirio ci racconta, una pagina dopo l’altra, muoiono. Talvolta si suicidano. E un po’ alla volta – frase è stantia: ma è proprio così – muore Porfirio. Finché lo vediamo, nel capitolo estremo, ancora seduto nella sua poltrona, ma senza più nessuna finestra davanti: perché tutti sono morti. «Mi basta socchiudere gli occhi e nel buio rivedo ad uno ad uno i miei pazienti. … Quanti amici inghiottiti dal nulla! … Sì, per sempre svanite, le ore che un giorno furono tue. E fra non molto anche tu cesserai di specchiarti nel passato, tu stesso sarai passato, per sempre».
Credo che il fascino del libro stia nella sua prosa, come dire?, burocratico-ampollosa, impudicamente all’antica, un po’ polverosa. Lo stile di Permunian è “classico”, perché è uno stile insensibile: sembra quasi, a volte, che non ci sia nessuno stile. E questo stile insensibile insensibilmente ci sposta, noi lettori, mentre leggiamo, da un “sentire il mondo” ordinario a un “sentire il mondo” inquietante, misterioso, affascinante. Io, dopo aver letto, per qualche giorno ho goduta maggiore intimità con i miei morti. E ne sono stato felice.
I libri di Francesco Permunian:
- Cronaca di un servo felice, Meridiano Zero, 1999.
- Camminando nell'aria della sera, Rizzoli 2001.
- Nel paese delle ceneri, Rizzoli 2003.
- Cinque notturni per un amico scomparso. In memoria di Mario Giacomelli, Diabasis 2003.
- Il principio della malinconia, Quodlibet 2005.
Pubblicato da giuliomozzi il 15.03.06 10:13