13.03.06

Francesco Permunian, Cronaca di un servo felice

di giuliomozzi

[Questo articolo è uscito qualche anno fa in Alias, supplemento settimanale del quotidiano il manifesto. Poiché ho riletto nei giorni scorsi il libro in questione, continuando a trovarlo assai bello, mi permetto di ripubblicarlo qui. gm] [un altro libro di Francesco Permunian]

Dopo aver letto Cronaca di un servo felice di Francesco Permunian (ed. Meridiano Zero, pp. 189, 22.000 lire; prefazione di Luca Doninelli) sono rimasto qualche giorno senza parole. Dicevo a tutti quelli che incontravo: «Leggilo! È bello!», ma alla domanda logica («Perché è bello? Come è bello?») non sapevo cosa rispondere. Al massimo, se ce l’avevo in zaino (in questi giorni ce l’ho sempre in zaino, mentre saltabecco di treno in treno) lo tiravo fuori e cominciavo a rileggere un pezzo. Di raccontare la storia non mi andava, troppo bizzarra e dubbia; magari accennavo, parlavo dei cani da piacere, delle gare di masticazione, della pitaloteca... Ma quando finalmente dicevano: «Sì, va bene, fammi prendere nota... si intitola?...», allora poi tutti facevano: «Anhhh...», con una smorfia. Accidenti. Diventavano perplessi. E non senza ragione.

Nei libri che ho scritti io, infatti, c’è una quantità di servi servitori allievi apprendisti sottoposti dipendenti felicemente felici della loro condizione. C’è una specie di ideologia/teologia della servitù, una cosa molto cristiana e molto cattolica, in versione un po’ Simone Weil, vale a dire (non solo, ma anche) estrema e tendenzialmente patologica. Addirittura in una storia del 1993 («Una vita felice») raccontai di un uomo buono e pio, di nome «Severo»: credevo allora fosse una trasformazione del nome vero (che non dirò), ma mi sono accorto stamattina (4.11.99), pensando nel dormiveglia a Permunian e a questa recensione da fare, che «Severo» è quasi un anagramma di «servo». Accidenti.

Ma il servo di questo libro non assomiglia ai servi miei. È un vero demonio.

Ieri ho fatto un paio d’ore di coda in un ufficio pubblico. Come sempre quando vado a fare code negli uffici pubblici, avevo in zaino un libro di Samuel Beckett. Così ho riletto Finale di partita fino al punto in cui Nagg (uno dei due vecchi dentro i bidoni della spazzatura) racconta la storiella del sarto che non finiva mai il paio di pantaloni che doveva finire. Il cliente ripassava e ogni settimana ce n’era una: non era a posto prima il fondo, poi il cavallo … Finché il cliente sbotta: «In sei giorni Dio ha fatto il mondo. E lei non è stato capace di fare un paio di pantaloni in tre mesi!». E il sarto: «Ma Milord! Ma Milord! Guardi… (gesto di disprezzo, con disgusto) ...il mondo... (pausa) ...e guardi... (gesto amorevole, con orgoglio) ...i miei pantaloni!».

Allora provo a fare le cose come si deve. Voce narrante e protagonista di questo libro è Ermete Carafa, marito di Ortensia Pallavicino, genero e segretario particolare della decrepita contessa Pallavicino, padre di Marianna Carafa Pallavicino morta undicenne precipitando dalla terrazza; la scena è in una villa con parco in zona lombardoveneta, tra lago e Prealpi. La storia è atroce.

Ermete vuole annullare il matrimonio con Ortensia (la causa è in corso presso la Sacra Rota) per congiungersi ufficialmente a Griselda, la sua amata bambola di gomma. Ortensia è dedita ai piaceri più strani: si fa procurare scimmie e cani addestrati e trattati (denti segati ecc.) per le sue feste di piacere sessuale, piene di borghesi e intellettuali alcolizzati. La contessa, settantacinquenne, dopo una vita di piacere sessuale sfrenato – assecondato con disgusto ma con professionalità da Ermete, procacciatore di carne fresca – è ora semiparalitica, con i femori spezzati dall’incidente d’auto nel quale il suo ultimo amante morì. È sull’orlo della demenza senile, crede fermamente nel ritorno in vita della piccola Marianna e del giovane Celestino (l’ultimo amante, appunto: un bellissimo – ma ebete – ragazzo scovato in campagna da Ermete), parla con i morti, invita a cena Gesù per convincerlo a intercedere, e così via.

Ermete è un bigotto, o fa la parte del bigotto: guarda il terribile mondo che lo circonda più o meno col disprezzo – contemptus – esibito dal sarto della storiella; e guarda a sé stesso, e al suo progetto, con l’«amorevole orgoglio» del sarto per i pantaloni. Il progetto è: assecondare la contessa nelle sue manie, ereditare, liberarsi della moglie oscena, far beatificare la figlioletta morta – la Beata Marianna della Magnolia in Fiore! –, sposare in chiesa la bambola Griselda, trasformare in santuario la villa, vivere onorato e benedetto.

Questo è il filo del libro. Ci sono molte altre cose dentro – tutta una serie di storie sull’ospizio del paese, ad esempio, presso il quale Ermete, da buon bigotto, per un certo tempo presta servizio; nei sotterranei del quale s’annida una misteriosa orchestra, composta da suonatori senza strumenti, o che non sanno suonarli, diretta da un direttore che forse non c’è, composta da migliaia di strumentisti che peraltro non si vedono mai, che suona pochi accordi ogni anno, o forse suona in continuazione, non si sa.

Ho letto tutto il libro in un giorno, a spezzoni tra una cosa e l’altra: e mi è rimasto in corpo una specie di tremito. Mai, mentre leggevo, dubitavo che il racconto di Ermete fosse men che vero e reale. Tutta colpa della lingua: che è perfetta, spiccia e sprezzante, furente; che tiene insieme tutti questi contenuti orrendi, nominando ogni cosa col suo nome, evitando ogni splatter, restando controllatissima anche quando – spesso – diventa invettiva e insulto. Ermete è pazzo? La contessa è pazza? Ortensia è pazza? Tutti gli altri, sono pazzi? È un delirio di uno o di tanti? La lucidità della lingua non permette di decidere, fino all’ultimo (e dopo l’ultimo) non si sa chi, cosa, come credere: e si crede a tutto. E poi si ha paura.

***

I libri di Francesco Permunian:
- Cronaca di un servo felice, Meridiano Zero, 1999.
- Camminando nell'aria della sera, Rizzoli 2001.
- Nel paese delle ceneri, Rizzoli 2003.
- Cinque notturni per un amico scomparso. In memoria di Mario Giacomelli, Diabasis 2003.
- Il principio della malinconia, Quodlibet 2005.

[L'indice di tutti i libri della Bottega di lettura]

Pubblicato da giuliomozzi il 13.03.06 08:52

COMMENTI

Cercherò questo libro, incuriosito da questa lingua "perfetta, spiccia e sprezzante, furente"(detto da una persona spesso avara in aggettivi).
"Ci sono molte altre cose dentro – tutta una serie di storie su..." Giulio continua a segnalare libri che narrano di una cosa, ma che contengono anche altre cose(come tutti i libri di cui ha parlato all'ultimo corso di Tortona). La narrazione "funzionale" è dunque finita?

da Toni il 14.03.06 22:22