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27.02.06

Zibaldoni e altre meraviglie

Dalla newsletter di Zibaldoni e altre meraviglie (www.zibaldoni.it), gli incipit dei testi pubblicati nei mesi di gennaio e febbraio 2006.

Pensare nelle immagini, di Enrico De Vivo

Abituati come siamo a considerarci sempre e comunque degli esseri cogitabondi, riusciremmo mai ad accettare un’ipotesi secondo cui “l’uomo non pensa”, perché il pensiero si trova staccato da noi, non dentro di noi? Molto difficilmente. Eppure, le conclusioni cui si giunge nel libro di Emanuele Coccia La trasparenza delle immagini (Bruno Mondadori, 2005), dedicato ad Averroè e all’averroismo, vogliono farci intendere che soltanto se abdichiamo al ruolo di esseri cogitabondi, padroni o proprietari del pensiero, possiamo forse sfuggire alle maglie che tutti i dispositivi di potere non cessano di tessere per imbrigliare e imbrogliare il linguaggio e la ragione.

Dopo l’esilio, di Massimo Rizzante

Era la primavera del 1994. Avevo ventinove anni e L’Atelier du roman, una rivista letteraria francese, aveva appena pubblicato uno dei più bei saggi che avessi mai letto: Pour une ontologie de l’exil di Vera Linhartová. Da qualche tempo mi trovavo a Parigi. Avevo scelto di lasciare l’Italia. Nessuna dittatura mi aveva costretto a questo passo. Il mio era un esilio volontario. Un affare privato, che non interessava a nessuno e che soprattutto non prevedeva condanne in contumacia, confisca dei beni o perdita di nazionalità. Mi trovavo, insomma, dal lato più banale dell’esilio.

Lettere d’amore a me stesso, di Marco Aliprandini

Oggi di nuovo sentirei l’esigenza di raccontare un po’ di Jessica. Forse per togliermi di dosso l’amara presenza di Chiara Longoni, Chiara di nome, Longoni di cognome, che uscito dall’ufficio ho visto passare in bicicletta direzione casa di Ris. Vorrei però, per la prima volta, utilizzare un nuovo linguaggio. Un lessico e una sintassi più vicini ai miei movimenti profondi. Nel senso che ultimamente mi sono accorto che anche la lingua presuppone una scelta.

Il viaggio di Charles Baudelaire tradotto da Gianni Celati

Per il bimbo innamorato di carte e di stampe l’universo è in tutto uguale a un vasto appetito. Com’è grande il mondo alla luce delle lampe, e agli occhi del ricordo com’è rattrappito! Un bel mattino si parte, le menti infiammate, il cuore pieno di livori e struggimenti amari, e si segue il ritmo dei marosi alle murate che culla il nostro infinito sul finito dei mari. Lieti alcuni di fuggire da una patria trista, altri con l’orrore dei natali ingloriosi, altri ancora, astrologhi stregati alla vista di tiranne Circi dai vezzi pericolosi, per non farsi tramutare in bestie, con fiducia s’inebriano di spazi, luce e cieli infuocati, e il gelo che li morde e il caldo che li brucia cancellano infine i baci che li han marchiati.

Racconti Andranesi, di Ivan Levrini

La mia natura è composta così, che a sentire il lutto portato dalle campane non si riesce più a continuare e sono costretto a lasciar perdere tutti i servizi, caricare gli attrezzi sul motore e riprendere la via di casa. Ci sono certe giornate, quando fa le secche di gennaio e la tramontana pulisce l’aria, che i colpi del morto si spingono fino a mare, allora è lungo attraversare la piana fino al paese, e mentre torno viene naturale il pensiero di chi è toccato, ma non insisto, siamo tutti vecchi da queste parti. Però se mi torna di rivedere quando è toccato a me, di essere vicino al trapasso, resto ancora colpito dal miracolo che ha tenuto insieme la mia corda.

La palla, di Rocco Brindisi

Era stata qualche anno in America, dove aveva perso i sensi e si era fatta così triste che neanche si soffiava più il naso. Il figlio grande si dispiaceva a vederla ridotta in quello stato e l'accompagnò alla nave approfittando che partiva una cugina malata di nostalgia. L'americana perse il ricordo del figlio in tutto quel mare: il suo nome se lo mangiarono i pesci, e venne a stare a Potenza, in casa di un fratello. Lui si chiamava Angelo, teneva una stanza all'estramurale e non si era mai sposato, aveva la forza di un bue e detestava i bambini, che gli erano più estranei dell'alfabeto, dell'elettricità e della luna. Quando si addormentava, con le spalle poggiate alle latrine, guardava storto pure il sonno. Neanche con il sole sembrava mai farsi compagnia; non faceva amicizia neanche con il pane ; beveva, in cantina, ma non aveva mai la faccia di chi pensa al vino con tenerezza; forse tornava in un gesto dell'infanzia quando pisciava nel barattolo grande, dietro la tenda.

Tempo del vedere, tempo dell’immagine, di Antonio Prete

Il paesaggio si dispiega alla vista secondo modi, ritmi, forme che dipendono da colui che guarda. Dallo stato di quiete o dal movimento di colui che guarda. È esperienza comune. Il paesaggio osservato nello stato di quiete – il leopardiano “sedendo e mirando” – ha colori, luci, forme diverse da quelle che trascorrono nel paesaggio osservato da un soggetto in movimento. Di conseguenza anche l’ordine e la natura dei pensieri è diversa. Più il nostro corporeo movimento è veloce, più il pensiero delle cose tende a sfuggire, a sperdersi, a dissolversi nel nulla. Più il nostro movimento dinanzi al paesaggio è lento, più la percezione ha tempo per accogliere le cose, accompagnarle col pensiero: il tempo della custodia, e dunque della memoria, si alimenta di questa percezione. Insomma, il piacere della vista ha un suo proprio tempo, un suo proprio ritmo. Non a caso, quando l’avanguardia futurista italiana esaltò la velocità, intendeva introdurre una rottura proprio nelle forme della percezione, nel tempo del pensiero, nella scrittura stessa: niente di particolarmente significativo nacque, sul piano della poesia, da quelle affermazioni programmatiche.

Robert Walser e Robert Maechler, di Marianne Schneider
Tra gli studiosi che si sono occupati di Robert Walser, ce n’è uno che si distingue in modo inconfondibile da tutti gli altri; se lo si guarda però da vicino emergono – pur nella diversità – strane e sconcertanti affinità con l’autore. Si tratta dello svizzero Robert Mächler, nato trenta anni dopo Walser, nella piccola città di Baden, che non ha mai incontrato Walser personalmente. Prima di tutto c’è da dire che a rigore non è neanche uno studioso vero e proprio, ma un “giornalista di provincia“, come definiva se stesso, che però aveva per la testa un grandioso piano per migliorare l’umanità, inducendola a ragionare, cioè a usare la ragione (nel senso di Vernunft, invece di farsi abbindolare dalle varie religioni o ideologie. Quindi vediamo da un lato una rara modestia, e dall’altro una notevole megalomania.

Divinazioni Dogon, di Barbara Fiore

Pratica quotidiana oppure parte di rituali destinati a momenti speciali, fondata sulla lettura di segni concreti o su associazioni mentali indotte da appositi percorsi interiori, la divinazione, diffusa pressoché ovunque in luoghi e culture distanti tra loro nel tempo e nello spazio, appare essere una sorta di attività universale e continua, la cui funzione, secondo la letteratura che se ne occupa, sarebbe fondamentalmente rivolta al futuro, di “pre-visione” della realtà. Tra i Dogon del Mali, su cui questo lavoro si concentra, la divinazione scandisce il tempo, si svolge nell’oscurità appartata delle stanze oppure sotto i portici nello spazio pubblico del mercato, ai margini del villaggio dove comincia la natura selvatica oppure nello spazio sacro dove il binù, sacerdote del culto, posseduto e in preda a tremito divino, “parla” emettendo le sue sentenze.

Posted by giuliomozzi at 27.02.06 13:56

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