25.05.06

Lettera a una Mastrocola

di Rosanna Rota

Paola Mastrocola, autrice di La scuola raccontata al mio caneCara Paola Mastrocola, mi permetto di darti del tu perché siamo colleghe: insegniamo le stesse materie. Per di più, abbiamo quasi la stessa età.
Mi sono decisa a scriverti perché tu sei diventata, negli ultimi anni, una specie di punto di riferimento per molti colleghi. I tuoi libri e le tue interviste vengono spesso citati nel mondo della scuola.
Ovviamente, sono un po’ invidiosa della tua fortuna. I premi che hai vinto, il fatto che sicuramente riesci ad arrotondare lo stipendio meglio di me, non possono lasciarmi del tutto indifferente. I premi, perché suppongo che ti aiutino a superare le frustrazioni tipiche di noi insegnanti; i guadagni, perché uno dei nostri motivi di frustrazione è proprio l’esiguità dello stipendio, non certo commensurato alla mole di lavoro che svolgiamo.
Ma il motivo per cui ti scrivo è un altro.

Quasi quarant’anni fa, gli studenti di un paesetto di montagna, sentendosi rifiutati dalla scuola pubblica, si organizzarono sotto l’attenta regia di un prete rompiscatole, e scrissero una lettera aperta ad una professoressa, simbolo di tutte le professoresse che li avevano bistrattati. Quel libro fu poi usato a proposito e a sproposito, e continua a subire tale trattamento oggi più che mai, ma questa storia adesso non è il caso di approfondirla.

La scuola raccontata al mio caneDopo tutto questo tempo, tu, una professoressa, proprio una come quella a cui i piccoli montanari di Barbiana volevano “tendere una mano per aiutarla a cambiare", decidi di scrivere un libro su quello che nella scuola di oggi non va. I Barbianesi, ormai cresciuti, ma ancora molto attivi, ognuno a suo modo, in nome del loro mitico priore, potrebbero dire: “Bellissimo! Finalmente anche le professoresse si accorgono che nella scuola ci sono tante cose da cambiare!".
Ma... sorpresa! La prof. in realtà non vuole cambiare niente: vuole solo piangersi addosso, o meglio, piangere addosso al suo cane, e dimostrare che così non può proprio lavorare, e che tutti quelli che fanno come lei sono pienamente giustificati.

Ora, cara collega, ci sono tantissimi insegnanti che citano i tuoi libri per giustificare un atteggiamento analogo al tuo.

E’ per questo che ti scrivo: che cosa credi di aver dimostrato? Che la scuola italiana ha tanti difetti? Certo, ne ha anzi molti di più di quelli che tu hai criticato! Ma erano difetti ben noti a noi addetti ai lavori: bel colpo, confermare i nostri disagi! Il discorso, è ovvio, si fa interessante, perché richiama difficoltà per noi quotidiane, spinge ad un’autocommiserazione di massa... E va bene, fin qui potevo anche starmene zitta, perché l’autocommiserazione la pratichiamo un po’ tutti, è avvilente ma in piccole dosi può anche aiutare a tirarsi su.
Ma tu, invece, non vuoi proprio tirarti su: vuoi crogiolarti e invitarci a crogiolarci in quest’autocommiserazione. Così non si può proprio lavorare!
Quindi siamo tutti giustificati se non facciamo niente per migliorare le cose: questo è il messaggio.

Oltre tutto, fra le pagine dei tuoi libri serpeggia, non tanto implicita, la convinzione che gli studenti si dividono in due schiere: quella, esigua, dei benedetti da Dio, che sono portati per lo studio e fanno la gioia dei professori, e quella, cospicua, dei predestinati all’ignoranza, con i quali l’impegno degli insegnanti è inutile, tanto non si cava un ragno da un buco. “Pierino ha il dono. Io no. Riposiamoci tutti." (Lettera a una professoressa, pag. 125).

Eh no, mi dispiace, non in mio nome. Anch’io insegno, e insegno le stesse materie, e non mi permetto di fare questi ragionamenti.
Pensa, non volevo fare la prof. Ma proprio perché non mi piaceva questa scuola. Ho tentato altre strade, e alcune le ho anche praticate, per un po’ di tempo. Ma poi, come anche tu ben sai, con una laurea in lettere la strada dell’insegnamento è quella più ovvia da seguire, e insomma, bisogna pure sbarcare il lunario...
Poi ho scoperto una cosa: che gli studenti sono persone. Che lavorare con loro è faticosissimo ma anche interessantissimo, proprio perché sono persone. Che non posso coltivare solo quei pochi che già se la cavano bene, altrimenti il mio lavoro non avrebbe senso.

Penso spesso a una metafora bucolica, che mi è venuta in mente grazie ad una mia collega di materie scientifiche: una classe è come una serra. Dentro c’è un certo numero di piante. Ognuna di queste piante ha esigenze diverse: qualcuna vuole la piena luce, ama mostrarsi, altre invece cercano l’ombra, e guai a sbatterle davanti ai vetri: si brucerebbero. Qualcuna si accontenta della mezz’ombra e bisogna rispettare anche questa sua esigenza. Qualcuna ha bisogno di molta acqua, altre di poca, altre di pochissima... Lo stesso vale per il concime. Alcune piante sono state maltrattate, prima che io me ne occupassi, ma non posso limitarmi a imprecare contro i loro vecchi giardinieri! Devo tirarle su, ognuna com’è, per avere una serra bella proprio per la sua varietà. Le piante che curo non sono mie, ma il motivo per cui seguo le mie serre non posso ridurlo al desiderio di coltivare delle belle piantine per ottenere un gran guadagno! Io voglio godere nel vederle crescere, fiorire, vivere! Devo controllare che non ci siano improvvisi attacchi di malattie o parassiti, intervenire subito, perché in due giorni una pianta può letteralmente morire. Appena vedo qualcosa di strano, di anomalo, devo occuparmene, per capire se fa parte della crescita o se c’è un pericolo grave... E’ faticosissimo, lo so, anche perché le mie piante in età adolescenziale hanno improvvisi attacchi di ribellione e di autolesionismo, oppure di violenza e di bullismo... ma è l’unico modo che conosco per fare il mio mestiere in un modo che abbia senso.
C’è poi un altro risvolto della questione: la presenza di altri giardinieri... noi facciamo i turni, per così dire, ma spesso non ci coordiniamo bene. Così a volte ripetiamo le annaffiature, facendo marcire qualche radice, oppure somministriamo cure contrastanti per qualche problemuccio... Ci sono anche i casi limite, di qualcuno che proprio ha il pollice nero e dovrebbe cambiare mestiere. Insomma, potrei continuare all’infinito, con questa storia delle serre, ma credo che ci siamo capite.
Per restare nella metafora: tu sembri amare più il concime che le piante.
Quelle che crescono bene col tuo concime preferito le segui, le altre non sono degne delle tue cure.

Il priore di Barbiana dedicava particolare attenzione alla didattica della scrittura. La lingua e le lingue come strumento di comunicazione erano lo scopo principale di studio dei suoi “piccoli monaci". Per questo faceva fare esercizi di scrittura collettiva, come quello da cui è nata la Lettera a una professoressa. Contrariamente a quello che tu dichiari, “L’arte dello scrivere si insegna come ogni altr’arte" (Lettera a una professoressa, pag. 125). Come la insegnava Lorenzo Milani, puoi andartelo a leggere sul libro. Certo, la scrittura io la insegno in un modo diverso da come la insegnava lui, perché le mie piantine sono diverse da quelle che c’erano a Barbiana.
Ma, se fosse ancora vivo, gliela scriverei io quella lettera che i suoi ragazzi desideravano, che incomincerebbe così “Cari ragazzi, non tutti i professori sono come quella signora." (Lettera a una professoressa, pag. 139).

Invece mi tocca scrivere a te, per cercare di tenderti una mano, e con te a tutti i nostri colleghi: perché non proviamo a smetterla di piangerci addosso? Perché non cerchiamo di sfogarci in modo costruttivo?

Una volta ho letto che in Africa è diffuso un bellissimo proverbio: “Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce". Ecco, io sono stanca del rumore: voglio occuparmi di quella foresta che cresce. E tu?

Posted by giuliomozzi at 17:02 | Comments (34)

31.03.06

Vita da prof / Il 9 aprile e la strategia di Lisbona

di Rosanna Rota

Clicca qui per leggere il blog di Rosanna RotaQuesta volta volevo fare proprio la brava elettrice coscienziosa. Al di là delle mie simpatie politiche, volevo confrontare i programmi di governo dei due schieramenti, in modo da avere le idee ben chiare. Da dove parto, mi sono detta, io che non sono certo un’esperta in questo campo? Ma è ovvio, parto da quello che conosco meglio: dai programmi sulla scuola. Così mi sono fatta il mio giretto in internet e ho trovato quello che cercavo.
Ma... sorpresa! Nel programma della Casa delle Libertà non c’è nessun punto che tratti dei progetti sulla scuola. La scuola è liquidata sbrigativamente tra le riforme “fatte", e quindi si ritiene ovvio non parlarne più.

Ora, chiunque conosca un po’ l’attuale situazione della scuola italiana, in particolare delle superiori (fra insegnanti, studenti e genitori siamo qualche milioncino) sa benissimo che la tanto decantata riforma non è altro che un contenitore vuoto. Alle superiori ci sarà la sperimentazione l’anno prossimo (effettuata, come sempre, da scuole-pilota, o meglio, scuole-kamikaze), poi il tutto dovrebbe andare a regime, grazie alla solita valanga di circolari ministeriali, necessarie per chiarire i moltissimi interrogativi lasciati aperti dalla normativa, generica per forza di cose. Qualche esempio? I programmi delle varie materie, l’organizzazione delle materie opzionali, la trasformazione degli istituti tecnici in licei, con il conseguente crollo dell’uso dei laboratori... La vera essenza della riforma si gioca proprio su queste circolari... ma dal programma elettorale non traspare assolutamente niente!

Comunque, è risaputo che, alla fine, le reali riforme si fanno a colpi di finanziaria. E l’ultima, di finanziaria, ha tagliato alla scuola pubblica parecchi milioni di euro tra fondi per il funzionamento amministrativo e didattico e fondi per le supplenze, oltre ad abolire le nostre miserrime indennità di trasferta e di missione.

Dall’altra parte, l’Unione dedica alla scuola e all’università un punto del suo mastodontico programma, da pag. 227 a pag. 242, di cui la prima metà è dedicata alla scuola e la seconda metà all’università. Otto pagine, quindi, sull’argomento che mi interessa. A pag. 227 c’è scritto: “abrogheremo la legislazione vigente in contrasto con il nostro programma". Bene, primo punto fermo: la riforma Moratti non si annulla, ma si smussa. E su quali basi si smussa? La “devolution" lascia il posto all’“autonomia", il primo biennio delle superiori diventa orientativo, l’esame di stato ritorna ad avere commissioni prevalentemente esterne, lo stipendio dei docenti raggiungerà i livelli europei (vecchia promessa mai mantenuta, non si sa con quali risorse finanziarie si potrebbe)... L’obiettivo prevalente è la lotta alla dispersione: avere più diplomati e laureati, raggiungere gli standard europei. Validissimo argomento, se chi vive nella scuola non dovesse ammettere che tale obiettivo si vuole raggiungere non mediante l’innalzamento del livello culturale degli studenti, ma mediante l’abbassamento delle richieste della scuola. L’importante, insomma è fornire un pezzo di carta che attesti che siamo ai livelli europei.

Vediamoli, dunque, questi livelli europei. Si basano tutti sulla “strategia di Lisbona". In poche parole: la scuola si sta trasformando in tutti i paesi dell’Unione Europea, e lo fa secondo delle ben precise direttive, che sono direttive internazionali, miranti a rendere le istituzioni educative più “competitive", cioè maggiormente al servizio del mercato, cioè sempre meno al servizio delle persone. Ancora più in soldoni: la funzione della scuola prossima ventura sarà quella di addestrare, piuttosto che di educare. Creare schiere di lavoratori “flessibili", possibilmente acritici, anche a livello universitario, sembra l’obiettivo ultimo di questa manovra, al di là di tante belle parole. Un esempio? Sia alle medie che alle superiori, l’introduzione del bilinguismo obbligatorio, cioè di una seconda lingua straniera oltre all’inglese, può sembrare, ad uno sguardo superficiale, un passo avanti, ed effettivamente potrebbe esserlo, se non ci fosse il problema dell’orario... infatti, se si guarda questo particolare “secondario", si nota che le ore dedicate allo studio delle lingue straniere non sono sostanzialmente aumentate: si sono semplicemente spartite, quindi nelle stesse ore in cui prima si studiava l’Inglese, ora si deve studiare l’Inglese più una seconda lingua a scelta. Risultato? Invece di conoscere abbastanza bene una lingua straniera (ammesso che ora si riesca a raggiungere questo obiettivo), gli studenti di domani ne conosceranno male due. Cioè, nella pratica, potranno limitarsi ad obbedire a semplici istruzioni in due lingue straniere. Solo chi potrà permettersi corsi supplementari a pagamento, soggiorni all’estero, esperienze di scambio potrà aspirare ad una buona conoscenza dell’Inglese, del Francese, del Tedesco, dello Spagnolo...

Concludendo: se la situazione della scuola italiana è legata ad uno standard europeo, come posso credere a quei colleghi che aspettano il 9 aprile per veder migliorare le nostre sorti, confidando negli effetti di un eventuale rovesciamento del fronte politico?

Al di là di come voteremo, credo che dobbiamo cominciare a svincolare la nostra posizione di insegnanti (ma anche di studenti, o genitori di studenti) da quella di una politica vista in chiave angustamente nazionale, se vogliamo renderci conto dei reali motivi delle derive della nostra scuola e vogliamo cercare di porvi qualche rimedio.

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Posted by giuliomozzi at 11:11 | Comments (8)

27.03.06

Vita da prof / Odio le antologie

di Rosanna Rota

[Rosanna Rota è un'insegnante. L'ho conosciuta grazie al suo blog. Da oggi inizia a collaborare a vibrisse. gm]

rosanna_rota.JPGTempo di scelta di nuovi testi. Nuove storie della letteratura, con ricche antologie di passi d’autore.
Ce ne sono di bellissime. Ma, mi dispiace, non riescono a farmi cambiare parere: io odio le antologie scolastiche.
Odio questo sapere tritato, sminuzzato, amalgamato, omogeneizzato che i programmi pretendono di farci trasmettere ai ragazzi.
Lo so, lo so, questioni di tempo... noi insegnanti siamo ossessionati dal tempo.
Eppure cerco sempre di far leggere opere integrali, almeno qualcuna ogni anno. Anche se in traduzione, pure qualcuna latina. E qualche grande opera straniera. E cerco di far vedere almeno qualche lavoro teatrale. E qualche buon film. Che sappiamo di che cosa parliamo, e non perché leggiamo due paginette di riassuntino sulla storia della letteratura.

Chi accetterebbe di valutare la bellezza di una statua osservandone solo un ginocchio? Chi oserebbe presentare un unico particolare di un quadro per dimostrare quanto sia bello l’insieme? Sarebbe come sezionare un organismo vivente, pretendendo di provare con un singolo organo quanto sia meraviglioso tutto il meccanismo... Nell’atto stesso dell’operazione, l’organismo viene ucciso e la sua bellezza distrutta. Eppure è la stessa operazione che si fa a scuola. Venghino, signori, venghino, guardino com’è bello questo polmone dei Malavoglia! E questo rene di Uno, nessuno e centomila? Per non parlare di questo meraviglioso pancreas de La coscienza di Zeno! E poi pretendiamo che gli studenti spalanchino la bocca in un Ooohh alla Povia davanti ai miseri resti sparsi sul nostro tavolo anatomico.

Eppure i ragazzi stessi ci si adagiano, nella comodità bignamica dei loro testi: quando ho detto che potevano acquistare l’edizione di Dante che preferivano, purché fosse integrale, mi sono sentita rispondere che, tanto, non riusciamo a leggere tutti i canti. Alla mia osservazione che nella propria biblioteca è meglio conservare un’opera non ridotta, qualcuno ha ridacchiato, dichiarando che in ogni caso, a fine anno, rivenderà tutti i testi. Non è più tanto ovvio avere la Divina Commedia nella biblioteca di casa, a quanto pare. Chi mai la riprenderà in mano? Dante non serve per fare il medico o l’ingegnere. Quando ho raccontato che mio padre, avvocato, è andato in pensione alla bella età di ottantatré anni e si è messo a rileggere, per diletto, tutto il capolavoro dantesco, qualcuno ha ridacchiato. Pensavano ad una di quelle favole didattiche che ogni tanto propiniamo loro, giusto per riportarli sulla retta via...

Mai dire mai, nella vita, ho sentenziato. Magari, a ottantatré anni, avrete voglia di rileggere Dante. Allora, a ottantatre anni, ce lo ricompreremo, ha concluso il più pratico della classe.

[Tutti gli articoli di Rosanna Rota]

Posted by giuliomozzi at 16:21 | Comments (15)