17.11.08
Testamento biologico
di Monica Winters
Io vorrei restare.
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Posted by giuliomozzi at 13:02 | Comments (2)
Il caso Eluana: alcune riflessioni.
di Demetrio Paolin
La vicenda di Eluana ha suscitato in me una serie di riflessioni che mi piacerebbe condividere brevemente. Sono appunti disordinati da prendersi con il beneficio del dubbio, anzi mi piacerebbe che in qualche modo proprio mettendoli on line si chiarissero man mano che li scrivo.
Prima “cosa”. Tre domande. Cosa pensiamo a quando pensiamo ad Eluana?
Ad una ragazza giovane che vive in uno stato vegetativo dopo un terribile incidente. Che immagine abbiamo di Eluana? Le foto che spesso vediamo in televisione, le quali ritraggono una giovane ragazza bellissima, dallo sguardo a volte triste altre volte allegro. Altra domanda, chi è Eluana? Una ragazza bellissima che vive in stato vegetativo.
Quest’ultima risposta è mendace. Infatti nessuno, e sottolineo giustamente, ci ha fatto vedere come è Eluana adesso dopo anni di degenza forzata nel letto. Possiamo solo immaginare le piaghe da decubito, il corpo sformato negli anni e i muscoli ormai atrofizzati.
Credo che proprio nelle riflessioni che si sono fatte sulla vita di Eluana il grande assente sia il suo corpo e come esso si sia trasformato in questo lungo periodo di immobilità. Credo che questa immagine “fuori fuoco” del corpo di Eluana, modifichi anche la nostra percezione del suo dramma, perché il pensiero che può venire guardando quelle foto è “come è possibile uccidere una così bella ragazza, una ragazza così viva…”, il problema è che quella ragazza non è più così. E da molti anni.
Seconda “cosa”. Senza metterla troppo sul filosofico, non ne ho le capacità né le conoscenze, mi sembra che il caso di Eluana ponga un problema di ridefinizione del concetto di vita, e lo ponga prima di tutto alla Chiesa e alle sue gerarchie. Anche qui alcuni interrogativi.
Che tipo di vita vive Eluana? Diciamo, per somme semplificazioni, una vita vegetale. E’ questa la vita che la Chiesa ha deciso di difendere? Una vita che è essenzialmente biologica.
Cosa distingue Eluana, la vita che ora Eluana possiede, dalle piante e dagli organismi più semplici della terra?
Dire che la vita attuale di Eluana è vita significa abbassare l’idea di vita, annacquarla.
E’ possibile che la vita dell’uomo, creato ad immagine e somiglianza di dio, sia pura vita biologica? Per la Chiesa pare di sì. Eppure ci deve essere qualcosa che ci rende diversi dalle muffe, dai licheni, dalle amebe, dalle piante e persino (se stiamo alla dottrina, che sostiene che gli animali non hanno un’anima) dai cani. Se prendiamo il passo della Genesi sulla creazione, lo Jahvista scrive che dio prese del fango lo plasmò e gli soffiò l’alito vitale. Ora se proviamo a leggere questa pagina, mi pare chiaro che lo Jahvista stabilisca che c’è un piano biologico di vita, il fango, e un piano altro che è legato all’alito vitale di dio. E pare proprio che lo Jahvista dica che l’unica vita è quella che deriva dall’alito vitale, sancendo uno iato rispetto alla vita biologica.
Se guardiamo alla vita di Eluana secondo gli occhi dello Jahvista dovremmo concludere che quella di Eluana è una non vita, o meglio è una vita essenzialmente biologica, qualcosa in cui lo spirito di dio è assente.
Terza “cosa”. Il mio personale fastidio. Il mio personale fastidio è legato al modo in cui la vicenda di questa povera ragazza è stata strumentalizzata dal punto di vista politico e religioso. Io penso che in questi casi inseguendo il generale si dimentichi il particolare. Ovvero chi siamo noi per giudicare o esprimere un parere sulla scelta del padre di Eluana, sulla sua vita al capezzale di questa ragazza?
E’ facile sedersi nel tempio e dire le proprie sentenze, senza il dramma ci tocchi.
Chissà cosa direbbe ognuno di noi, quali pensieri avrebbe, quali azioni metterebbe in pratica, se si trovasse nella condizione del padre di Eluana.
Ed è proprio in tale impossibilità di poter in qualche modo comprendere ciò che vive quest’uomo, che suggerisce l’abisso della libertà.
Certe volte si pensa che la libertà sia la possibilità di fare una cosa e di non farne un’altra, in alcuni casi, però, la libertà mostra la sua faccia più tragica ovvero quella dell’individuo solo davanti ad un destino incomprensibile.
Posted by Demetrio Paolin at 11:24 | Comments (14)
06.11.08
Testamento biologico / "Rispetto, attenzione, riverenza"
di Carlo Maria Martini
[Estraggo questa porzione da un articolo di Carlo Maria Martini apparso nel Corriere della sera del 5 novembre 2008 e non disponibile al momento, mi pare, nel sito del giornale. gm]
[...] Non è facile stabilire quando cominci esattamente una vita umana, soprattutto quando un essere possa essere chiamato "persona" o "individuo" e sia soggetto di diritti e di doveri. Rimane però vero che ogni traccia di vita umana, sia nello stadio incipiente come nello stadio finale, meriti rispetto, attenzione, riverenza. E' sufficiente che un essere umano abbia un minimo di "vita", che dia qualche segno di attività permanente vegetativa per essere considerato ancora "in vita".
Qui nascono alcune grandi questioni etiche, come quelle sulla liceità di intervenire su un essere umano che vive in tempi prolungati soltanto e unicamente (almeno così appare) il momento vegetativo della propria esistenza. Analoga questione si pone sull'inizio della vita: vi sono casi in cui, pur riconoscendo tutto il rispetto dovuto a un essere umano, la sua presenza possa divenire così pericolosa per gli altri che sia giocoforza toglierla di mezzo? Esistono situazioni in cui un tale vivere diventi così insopportabile e apparentemente immodificabile che non sia lecito portare un giudizio morale su chi vi mette fine? Certamente sarà molto difficile affermarlo con il linguaggio delle leggi come dei principi astratti: essi non riescono a cogliere la complessità degli elementi etici, valoriali e affettivi che entrano in ogni singolo caso particolare, ognuno in qualche modo diverso da ogni altro. Mi pare che solo chi è di fatto giuridicamente, emotivamente e affettivamente coinvolto in tali situazioni possa cogliere qualcosa di tale complessità. [...]
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Posted by giuliomozzi at 10:13 | Comments (22)
30.10.08
Testamento biologico / Scaricabarile
di giuliomozzi
Durante il viaggio negli Usa sono rimasto indietro con la pubblicazione dei testamenti biologici. Che comunque potete leggere in Il primo amore.
La nota che scrivo qui è provvisoria: è la tappa attuale di una riflessione in corso.
Ieri pensavo una cosa. Mi pare che sia molto enfatizzato, nelle discussioni che leggo e sento attorno alla questione, un solo aspetto: il rispetto della volontà espressa dalla persona (sia a voce, sia con un testamento, sia con dichiarazioni informali testimoniate da parenti e amici). Certo: a questa enfatizzazione, invitando a scrivere e pubblicare testamenti biologici, ho contribuito anch'io.
Ho il sospetto, però, che esista un rischio di scaricabarile. Quando Umberto Veronesi dice che "bisogna rispettare la volontà dei malati" (qui o qui); o quando Mario Riccio, nell'affrontare la propria scelta nei confronti di Piergiorgio Welby, decide: "Verificherò di persona le sue condizioni e la sua volontà e poi, qualunque essa sia, la rispetterò" (qui): io faccio fatica a non percepire, nelle affermazioni di principio di Veronesi o nella decisione sul caso specifico di Riccio, anche qualcosa di simile a una rinuncia alla presa di responsabilità. Che si chiama, a casa mia, scaricabarile.
Un proverbio dice che è ladro tanto chi prende la roba quanto chi tiene il sacco (nel quale viene messa la roba). Ovvero: se Piergiorgio Welby ha voluto morire, e Mario Riccio ha compiuto gli atti necessari affinché ciò avvenisse, della morte di Piergiorgio Welby è responsabile Mario Riccio tanto quanto Piergiorgio Welby. E infatti Mario Riccio (che, quindi, non ha fatto scaricabarile) non si è sottratto alle conseguenze del suo gesto: è stato giudicato dal suo Ordine professionale e dalla Magistratura. E i due giudizi, tra l'altro, hanno creato un precedente importante.
Eppure, questo rimettersi completamente alla volontà dell'altro, annullando la propria, facendo di sé stessi un mero strumento della volontà altrui, non mi sembra la scelta giusta. Chi si prendeva la responsabilità di mantenere in vita Pergiorgio Welby, lo faceva per proprie ragioni. Mentre ho l'impressione che Mario Riccio, mettendosi completamente a disposizione di Piergiorgio Welby, decidendo di agire secondo "la sua volontà, qualunque essa sia", abbia di fatto, non dal punto di vista professionale o legale, ma da un punto di vista etico, allontanato da sé la responsabilità.
Io non sono dentro il cuore di Mario Riccio. Posso dire che, avendo letto il suo diario e avendolo brevemente incontrato, mi è sembrato una persona onesta. Che in una situazione nella quale tanti, magari facendo grandi affermazioni di principio, sostanzialmente traccheggiavano, ha detto: "Io agisco", e ha agito.
Il signor Beppino Englaro, padre di Eluana, nel chiedere al Magistrato l'autorizzazione a "interrompere le cure che consentono al corpo [di Eluana] di protrarre lo stato vegetativo" (qui), argomentava la propria richiesta scrivendo tra l'altro: "Nella mia qualità di padre di E.E., oltre che di tutore della stessa, ho avuto modo in questi anni di constatare come e quanto la condizione in cui mia figlia versa, da lungo tempo (circa sette anni), sia offensiva della sua dignità"; "quanto da me riferito penso può, anche se solo in parte, offrire un quadro della reale situazione della mia tutelata e, comunque, ritengo sia sufficiente per la comprensione della mancanza di dignità umana insita in tale condizione, aggiungo che la situazione nella quale E.E. versa è ancora più distante, se possibile, dall'idea di dignità umana della stessa"; "a ulteriore conferma di ciò a cui ho fatto cenno sopra, E.E. in passato, in occasione della visita a un amico, in condizioni analoghe a quelle in cui la stessa attualmente versa, ebbe a dirmi che non avrebbe voluto essere tenuta in vita in condizioni così poco dignitose".
Tre sono, dunque, i punti. Beppino Englaro riporta sì quella che ritiene essere la volontà di sua figlia; fa sì riferimento a un concetto di "dignità" che, ovviamente, può "funzionare" solo se condiviso; ma prima di tutto dice di aver constatato, lui personalmente, le condizioni di sua figlia, e di averle giudicate, lui personalmente, "offensive della sua [di lei] dignità".
Qui una presa di responabilità, molto esplicita, c'è. Beppino Englaro, padre di Eluana nonché suo tutore, non si rimette alla volontà di Eluana "qualunque essa sia", ma chiede di poter agire secondo la propria volontà, secondo il proprio criterio morale.
E qui torno al punto di partenza. Non credo siano del tutto sensate le affermazioni di principio del tipo: "Bisogna rispettare la volontà dei malati". E dubito assai che sia sensato, in un proprio testamento biologico, specificare i determinati casi nei quali si ordina di agire in un certo o in un cert'altro modo. Un testamento biologico non può sgravare i parenti e gli amici, o chiunque abbia la possibilità di agire, di qualunque responsabilità. Un testamento biologico deve invece responsabilizzare.
Deve responsabilizzare anche il medico, tra l'altro. Che non è un "servo tecnologico" abilitato a emettere prestazioni su richiesta, e inabilitato a scelte morali.
Ho il sospetto che l'unico testamento biologico sensato, alla fin fine, sia quello che dice: chi mi ama e chi mi cura, se non saprò più decidere su di me, decidano per me e si prendano la responsabilità delle loro decisioni.
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Posted by giuliomozzi at 09:23 | Comments (18)
08.10.08
"Un paese civile sa rispettare la volontà dei malati"
Dal settimanale Oggi in edicola in questi giorni (con la data del 15 ottobre). Cliccare sull'immagine per leggere tutto l'articolo.
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Posted by giuliomozzi at 11:52 | Comments (0)
"Le nuove tecnologie richiedono un supplemento di saggezza"
di Carlo Maria Martini
[Questo articolo di Carlo Maria Martini è apparso nel quotidiano Il Sole / 24 ore del 21 gennaio 2007. gm]
Con la festa dell'Epifania 2007 sono entrato nel ventisettesimo anno di episcopato e sto per entrare, a Dio piacendo, anche nell'ottantesimo anno di età. Pur essendo vissuto in un periodo storico tanto travagliato (si pensi alla Seconda guerra mondiale, al Concilio e postconcilio, al terrorismo eccetera), non posso non guardare con gratitudine a tutti questi anni e a quanti mi hanno aiutato a viverli con sufficiente serenità e fiducia. Tra di essi debbo annoverare anche i medici e gli infermieri di cui, soprattutto a partire da un certo tempo, ho avuto bisogno per reggere alla fatica quotidiana e per prevenire malanni debilitanti. Di questi medici e infermieri ho sempre apprezzato la dedizione, la competenza e lo spirito di sacrificio. Mi rendo conto però,con qualche vergogna e imbarazzo, che non a tutti è stata concessa la stessa prontezza e completezza nelle cure. Mentre si parla giustamente di evitare ogni forma di "accanimento terapeutico", mi pare che in Italia siamo ancora non di rado al contrario, cioè a una sorta di "negligenza terapeutica " e di "troppo lunga attesa terapeutica".
Si tratta in particolare di quei casi in cui le persone devono attendere troppo a lungo prima di avere un esame che pure sarebbe necessario o abbastanza urgente, oppure di altri casi in cui le persone non vengono accolte negli ospedali per mancanza di posto o vengono comunque trascurate. È un aspetto specifico di quella che viene talvolta definita come "malasanità" e che segnala una discriminazione nell'accesso ai servizi sanitari che per legge devono essere a disposizione di tutti allo stesso modo.
Poiché, come ho detto sopra, infermieri e medici fanno spesso il loro dovere con grande dedizione e cortesia, si tratta perciò probabilmente di problemi di struttura e di sistemi organizzativi. Sarebbe quindi importante trovare assetti anche istituzionali, svincolati dalle sole dinamiche del mercato, che spingono la sanità a privilegiare gli interventi medici più remunerativi e non quelli più necessari per i pazienti, che consentano di accelerare le azioni terapeutiche come pure l'esecuzione degli esami necessari.
Tutto questo ci aiuta a orientarci rispetto a recenti casi di cronaca che hanno attirato la nostra attenzione sulla crescente difficoltà che accompagna le decisioni da prendere al termine di una malattia grave. Il recente caso di P.G. Welby, che con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie di sostegno respiratorio, costituite negli ultimi nove anni da una tracheotomia e da un ventilatore automatico, senza alcuna possibilità di miglioramento, ha avuto una particolare risonanza. Questo in particolare per l'evidente intenzione di alcune parti politiche di esercitare una pressione in vista di una legge a favore dell'eutanasia. Ma situazioni simili saranno sempre più frequenti e la Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione anche pastorale.
La crescente capacità terapeutica della medicina consente di protrarre la vita pure in condizioni un tempo impensabili. Senz'altro il progresso medico è assai positivo. Ma nello stesso tempo le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona.
È di grandissima importanza in questo contesto distinguere tra eutanasia e astensione dall'accanimento terapeutico, due termini spesso confusi. La prima si riferisce a un gesto che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte; la seconda consiste nella «rinuncia ... all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo» (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 471). Evitando l'accanimento terapeutico «non si vuole ... procurare la morte: si accetta di non poterla impedire» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.2.278)assumendo così ilimiti propri della condizione umana mortale.
Il punto delicato è che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete — anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite — di valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate.
Del resto questo non deve equivalere a lasciare il malato in condizione di isolamento nelle sue valutazioni e nelle sue decisioni, secondo una concezione del principio di autonomia che tende erroneamente a considerarla come assoluta. Anzi è responsabilità di tutti accompagnare chi soffre, soprattutto quando il momento della morte si avvicina. Forse sarebbe più corretto parlare non di «sospensione dei trattamenti» (e ancor meno di «staccare la spina»), ma di limitazione dei trattamenti. Risulterebbe così più chiaro che l'assistenza deve continuare, commisurandosi alle effettive esigenze della persona, assicurando per esempio la sedazione del dolore e le cure infermieristiche. Proprio in questa linea si muove la medicina palliativa, che riveste quindi una grande importanza.
Dal punto di vista giuridico, rimane aperta l'esigenza di elaborare una normativa che, da una parte, consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto (informato) delle cure — in quanto ritenute sproporzionate dal paziente — , dall'altra protegga il medico da eventuali accuse (come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio), senza che questo implichi in alcun modo la legalizzazione dell'eutanasia. Un'impresa difficile, ma non impossibile: mi dicono che ad esempio la recente legge francese in questa materia sembri aver trovato un equilibrio se non perfetto, almeno capace direalizzare un sufficiente consenso in una società pluralista.
L'insistenza sull'accanimento da evitare e su temi affini (che hanno un alto impatto emotivo anche perché riguardano la grande questionedi come vivere in modo umano la morte) non deve però lasciare nell'ombra il primo problema che ho voluto sottolineare, anche in riferimento alla mia personale esperienza. È soltanto guardando più in alto e più oltre che è possibile valutare l'insieme della nostra esistenza e di giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna.
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Posted by giuliomozzi at 08:36 | Comments (0)
Catechismo della chiesa cattolica, paragrafo "Eutanasia"
2276 Coloro la cui vita è minorata o indebolita richiedono un rispetto particolare. Le persone ammalate o handicappate devono essere sostenute perché possano condurre un'esistenza per quanto possibile normale.
2277 Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l'eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile.
Così un'azione oppure un'omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L'errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest'atto omicida, sempre da condannare e da escludere.
2278 L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.
2279 Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. L'uso di analgesici per alleviare le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi giorni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.
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Posted by giuliomozzi at 08:33 | Comments (1)
07.10.08
Quindi, a questo punto, le domande sono:
di giuliomozzi
Quindi, a questo punto, le domande sono: chi ha il diritto di decidere se certi interventi sul corpo di una certa persona malata sono o non accanimento terapeutico? Quale corporazione professionale ha il diritto di stabilire che cosa è accanimento terapeutico e che cosa non lo è? I medici? I magistrati? Le chiese? Il corpo della persona malata, è proprietà di chi? I corpi delle persone, in genere, sono proprietà di chi? Il proprietario di un corpo può decidere che uso farne? Se il proprietario di uno specifico corpo, situato nello spazio e nel tempo, è il dio, come si fa a sapere che cosa ha deciso, circa quello specifico corpo, il dio? Che cos'è la dignità? Che cos'è la decenza? Una persona è sempre nel pieno della sua dignità? Una persona ridotta in schiavitù è nel pieno della sua dignità? Una persona dipendente è nel pieno della sua dignità? Una persona che ha deciso di non voler più vivere è nel pieno della sua dignità? Una persona che desidera la morte di una persona amata è nel pieno della sua dignità? Se la persona malata può decidere del proprio destino, che fine fa la responsabilità del medico? Non è che i medici vogliono il testamento biologico per togliersi dalle palle la responsabilità di decidere caso per caso?
Che differenza etica c'è tra un medico che si adopera per salvare la vita di una persona malata e un medico che si adopera per salvare la dignità della vita di una persona malata? Se uno vuole morire, sono o non sono cazzi suoi? Il giuramento di Ippocrate è interpretabile? Se io ho giurato "di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente", ho giurato anche di non compiere mai omissioni idonee a provocare deliberatamente la morte di un paziente? Sappiamo qualcosa di come stanno le persone che giacciono in letto, non parlano, non sentono, non vedono, non toccano, non odorano? Nel momento in cui una persona non è più in grado di prendersi cura di sé, è giusto che altre persone se ne prendano cura? Nel momento in cui una persona non è più in grado di far conoscere le proprie decisioni, è giusto che altre persone decidano al posto suo? Nel momento in cui una persona non è più in grado di decidere, è giusto che altre persone decidano al posto suo? Nel momento in cui una persona non è più in grado di far conoscere le proprie decisioni o addirittura di decidere, è giusto che le persone che se ne prendono cura agiscano secondo decisioni fatte conoscere da quella persona, e tuttavia decise in una situazione diversa da quella attuale? Se io mi voglio tagliare un dito, esiste un diritto a impedirmelo? E se esiste, perché invece mi posso tagliare i capelli senza rendere conto a nessuno? Un testamento biologico è un documento necessariamente vincolante per il medico e per i familiari della persona malata? Se una persona è affidata a un'altra persona, la persona affidataria può o non può prendere decisioni sopra la persona affidata? Vi sono materie nelle quali la persona affidataria non può prendere decisioni sopra la persona affidata? Una mia decisione di vent'anni fa, è vincolante anche ora? E' vincolante per me? E' vincolante per chi, eventualmente, è chiamato a compiere le azioni che la rendono esecutiva? E' vincolante per chi, eventualmente, è tenuto a non ostacolare le azioni che la rendono esecutiva? Se una persona mi ama, non può fare di me ciò che vuole? Come si fa a decidere se una persona mi ama? Come mai vedo persone auspicare l'interruzione della propria vita qualora quella stessa vita non sembri loro più dignitosa, in nome di una dignità della vita esplicitamente riferita a una qualche trascendenza; e vedo persone auspicare l'interruzione della propria vita qualora quella stessa vita non sembri loro più dignitosa, in nome di una dignità della vita esplicitamente riferita alla religione cristiana cattolica; e vedo persone auspicare l'interruzione della propria vita qualora quella stessa vita non sembri loro più dignitosa, in nome di una dignità della vita esplicitamente estranea, o addirittura avversa, a qualunque trascendenza? Come mai non si parla mai del testamento biologico come di uno strumento per vincolare medici e familiari alla conservazione ad ogni costo della propria vita? Se si ritiene che non possa aver valore un testamento biologico, come mai si dà valore ai testamenti? Quali di queste domande sono sbagliate, mal formulate o fuori luogo? Quali di queste domande sono azzeccate? Ci sono altre domande?
Posted by giuliomozzi at 17:19 | Comments (10)
"Ognuno ha il diritto di autodeterminarsi nella malattia così come ce l'ha in salute"
di Umberto Veronesi
Ognuno ha il diritto di autodeterminarsi nella malattia così come ce l'ha in salute. È il principio di autonomia: spetta al malato decidere che cosa è bene per lui.
Fonte della dichiarazione: Corriere della sera [leggi tutto l'articolo].
Posted by giuliomozzi at 17:07 | Comments (3)
"Verificherò di persona la sua volontà e poi, qualunque essa sia, la rispetterò"
di Mario Riccio
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[...] Mi commuove l’idea di conoscere Welby, di sapere che mi aspetta, lui sa che sto arrivando. E se quando mi vede cambia idea e rinuncia? Ha espresso la sua volontà in modo tanto forte, che mi pare impossibile possa succedere. Ha scritto un libro, ha mandato un messaggio al presidente della Repubblica, ha fatto della sua libertà di scegliere di morire con dignità un caso civile, come potrebbe ripensarci? Forse sto proiettando le mie indecisioni e preoccupazioni su di lui e, in fondo, se lui abbandonasse l’idea mi sentirei sollevato? No. Sono sicuro di fare la cosa giusta, accettando di aiutarlo in questa sua battaglia civile: verificherò di persona le sue condizioni e la sua volontà e poi, qualunque essa sia, la rispetterò. [...]
Posted by giuliomozzi at 15:09 | Comments (0)
Testamento biologico
Bologna, 7 ottobre 2008
Io sottoscritto, Samuele Galassi, nato a Osimo (An) il 22 gennaio 1975, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e fisiche, dichiaro quanto segue.
Potrebbe accadere che, a un certo punto della mia vita, io mi venga a trovare in uno stato di morte cerebrale, coma irreversibile, malattia allo stadio terminale e in generale in qualsiasi stato in cui la mia sopravvivenza sia legata all’utilizzo non temporaneo di macchine o altri sistemi artificiali. Nel caso in cui fossi impossibilitato a esprimere la mia volontà, chiedo ora ai miei familiari più prossimi, alle persone che amo e che mi amano, un gesto di compassione. Faccio mia la definizione di “compassione” – nella sua accezione buddhista – data da Wikipedia: “un sentimento considerato portatore, per ogni essere senziente, del desiderio del bene per gli altri”.
Ritengo ogni forma di accanimento terapeutico come un atto di crudeltà, lesivo della mia dignità di essere umano. Di conseguenza, considero la sospensione di tali trattamenti come un gesto di compassione.
Non ho paura della morte. Vorrei poterla accogliere come si accoglie con gratitudine l’arrivo di un sonno ristoratore, dopo una giornata vissuta pienamente. Credo che nessuno, giunto stanco alla fine della giornata, vorrebbe essere tenuto sveglio a schiaffi. Considero l’essere tenuto in vita da un macchinario come uno schiaffo alla mia vita. Preferisco essere lasciato morire accompagnato da una carezza e un sorriso, che essere tenuto in vita tra i singhiozzi dei miei cari e quelli artificiali delle macchine.
Il corpo che ho avuto in prestito in vita lo cedo volentieri per trapianti. Il resto vorrei che fosse cremato, e le mie ceneri restituite alla terra, nel luogo che vorranno i miei cari.
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Posted by giuliomozzi at 13:18 | Comments (0)
La libertà e la morte
[Questo articolo di Antonio Moresco è apparso ieri il Il primo amore. gm]
Nei giorni scorsi la CEI, per bocca di monsignor Betori e con l’approvazione del segretario di stato vaticano cardinal Bagnasco, ha praticamente dichiarato (a proposito del testamento biologico) che se le volontà del singolo non sono condivise dalla Chiesa le prime devono essere considerate senza valore [audio] [agenzia]. In particolare, se in un testamento biologico viene espressa la volontà di non subire accanimento terapeutico in condizioni di irreversibile sopravvivenza vegetale anche attraverso l’alimentazione, l’idratazione e altre forme di spettralizzazione della vita (o della morte), questa non deve venire rispettata [1].
La volontà di cui in questa dichiarazione si nega l’attuazione è la stessa che avevo espresso anch’io nel mio testamento biologico pubblicato qualche settimana fa su questo sito:
«Nel caso mi venissi a trovare in una condizione di vita esclusivamente indotta dalle macchine e in una situazione irreversibile e senza speranze, chiedo che non venga attuato su quanto resterà di me alcun accanimento terapeutico. Non voglio morire crocefisso a una macchina, non voglio immolarmi sull’altare della tecnologia divenuta idolo. Io vorrei per me, da parte delle persone che amo e che mi saranno vicine in quei momenti, il gesto umano dei soldati legati tra di loro da uno stesso sentimento e da uno stesso destino che finiscono pietosamente i propri compagni mortalmente feriti. Ma se, per l’ipocrisia e il cinismo dominanti, questo non sarà possibile e per non esporre le persone amate a un prezzo troppo grande, chiedo di non venire più alimentato e curato.
«Io non disconosco il valore misterioso e segreto del dolore né ho una concezione utilitaristica della vita e della morte. Ma che una decisione così cruciale venga imposta alle singole vite da un’istituzione religiosa (secolare, per i non credenti) o dalla cieca e inarrestabile autosufficienza delle macchine -quando non dalle due cose strettamente abbracciate- mi sembra un inaccettabile spossessamento e uno scandalo, sia per i non credenti che per i credenti.»
Dopo le utime dichiarazioni delle alte gerarchie vaticane sono ancora più convinto che ci troviamo di fronte a uno scandalo, uno scandalo assoluto e -in questo caso- persino uno scandalo religioso. Proverò a spiegare perché:
* Se io non sono credente, e ho un’idea materialistica della vita - di cui mi trovo a incarnare in modo configurato il misterioso, provvisorio bagliore in questo particolare punto dello spazio e del tempo nell’immensità dell’universo cosmico (o addirittura dei molti universi e delle loro ignote e inconcepibili dimensioni) - non può che apparirmi inaccettabile il fatto che un’istituzione religiosa (la quale trae il suo potere secolare dal dirsi rappresentante di un Dio creatore della vita su questo piccolo e sperduto pianeta) pretenda di dettare legge anche per me e per tutti quelli che la pensano come me. E che pretenda - non con la convinzione, con la vicinanza creaturale e cristiana, ma con l’imperio secolare, l’asservimento della macchina politica istituzionale, l’ideologia, l’astrazione e l’alleanza con la nuova potenza tecnologica astratta - di sottrarmi la libertà e la vicinanza alla mia stessa vita addirittura in questo momento cruciale.
* Se io sono credente, penso che la vita mi viene da Dio, non dalla Chiesa, anche se questa sostiene di parlare a suo nome, come in altre parti del mondo altri uomini addobbati con altri abiti appositi sostengono di parlare a nome suo. Dio - si evince dalla Genesi - ha lasciato all’uomo il dono della libertà, persino quello di sbagliare e peccare. Non è intervenuto in anticipo impedendogli di agire neppure quando l’uomo ha commesso peccato mentre si trovava nel paradiso terrestre. Oggi questi uomini ricoperti di paramenti e raggruppati in Chiesa credono evidentemente di essere più di Dio e di essere al di sopra di Dio, hanno costituito se stessi come idoli e trasformato in idolo astratto il Dio che dicono di rappresentare, e in nome di questa astrazione (e ammesso che certe volontà espresse dai singoli nei testamenti biologici siano peccaminose) pretendono - come il Grande Inquisitore di Dostoevskij e con la complicità di un personale politico ipocrita, cinico, interessato e asservito - di dettare legge e di esautorare l’uomo persino della sua radicale umanità nella morte. Così, in questo azzardo terminale, la Chiesa si trova a dover lasciare l’ultima parola non alle singole vite in cui è presente il soffio di Dio ma alla potenza astraente della tecnica con cui, in questa battaglia - a differenza che in altre che riguardano altri momenti della vita umana - è alleata. La Chiesa, la morte e la tecnica abbracciate assieme, al posto e contro l’inermità della vita nella cruna della nascita e della morte. Una concezione ideologica e astratta della vita e della morte, non intimamente libera e religiosa, non resurrettiva ma normativa. Anche il patto tra i viventi della nostra specie non conta niente quando non è in linea con i suoi astratti dettati. Conta solo lo spossessamento, l’imperio. Povera, arida, istituzionale vittoria di un’istituzione aggrappata con le unghie e coi denti al controllo del ciclo biologico della vita e della morte e che coltiva l’arrogante illusione di trarre all’infinito il suo potere da questo proprio mentre la nostra vita personale e di specie sta già diventando un’altra cosa.
Sia che siamo non credenti o credenti, non bisogna lasciare, a mio parere, il campo libero a questa disumanizzazione. Occorre prendere pubblicamente posizione su questo decisivo argomento con dichiarazioni personali e impegnative che -in una situazione diversa da quella che stiamo vivendo in questa pesantissima restaurazione politica, religiosa e sociale- avrebbero potuto e dovuto restare intime e private. Perché tutto lo spazio che viene lasciato vuoto viene riempito. Se noi non esprimiamo la nostra volontà, altri pretenderanno di parlare a nome nostro persino su questo. Non è accettabile che la vita personale sia proprietà più della Chiesa che di chi fa un tutt’uno con essa e addirittura -per chi ci crede- di Dio.
La paura della morte, la delega ad altri per non pensare alla nostra mortalità sono la causa di questa truce sottrazione di umanità. Scrivere il nostro testamento biologico non rende più vicina la nostra morte né vuole dire essere ripiegati su di essa, come qualcuno ha ironizzato con scaramantica superficialità, ma al contrario non vivere annichiliti e intontiti sotto il suo giogo. Né è vero che se non scriviamo il nostro testamento biologico saremo esentati per questo dal morire. La libertà, quel poco che possiamo strappare di libertà nel turbine delle molecole dentro le quali si è determinata la nostra configurazione e la percezione di noi stessi e del nostro destino, deriva anche dal nostro atteggiamento verso la morte, verso la vita e verso la morte. Chi ha paura della morte ha paura della libertà, chi ha paura della morte ha paura della vita. E’ dall’accettazione della morte che può venire quel po’ di forza e di libertà dentro la quale possiamo giocare la nostra vita mortale.
Questo scritto vuole essere un appello ad avere il coraggio di esprimere le proprie volontà, qualunque esse siano - comprese quelle di ricevere il massimo dell’accanimento terapeutico - di non lasciare il campo alla potenza dell’astrazione.
Il pensiero laico - quando è veramente tale - è più forte di quello religioso perché non ha paura di muoversi nell’ignoto e di liberarsi delle rassicuranti e spossessanti tutele.
Il pensiero religioso - quando è veramente tale - è più forte di quello laico perché è trascendente ma non astraente, perché non ha paura di vedere dentro la vita anche la presenza assoluta e resurrettiva del male.
[1] Non è esattamente così. Moresco s'inganna in parte, o è ingannato dal modo in cui alcuni giornali hanno riportata la notizia. Betori ha spiegato che secondo la Cei è necessaria una legge sul "fine vita", ma che il testamento biologico è ritenuto inopportuno: perché col testamento biologico la volontà del paziente "diventa una volontà decisionale in ordine al proprio fine vita", mentre, sempre secondo la Cei, tale volontà dovrebbe essere "quella volontà con cui si confronta il medico nell’accertare qual è la migliore cura per la persona, senza eccedere né verso derive eutanasiche né verso però l’accanimento terapeutico".
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Posted by giuliomozzi at 12:40 | Comments (0)
Una legge sul fine vita
[Riporto gli ultimi capoversi della prolusione di Angelo Bagnasco al consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (22-25 settembre 2008). Testo completo. gm]
[...] Questi mesi estivi sono stati segnati dalla vicenda di Eluana Englaro, la giovane lecchese che, per un incidente stradale occorsole sedici anni fa, vive in stato vegetativo conseguente a un coma da trauma cranico. La partecipazione commossa alla sorte di questa giovane, la condivisione e il rispetto per la situazione di sofferenza nella quale versa la famiglia, sono i nostri primi sentimenti. È una condizione, quella di Eluana, che peraltro interessa circa altri due mila nostri concittadini sparsi per il territorio nazionale. Per loro e le loro famiglie, come pure per altri malati gravemente invalidati, è necessario un efficace supporto da parte delle istituzioni.
Non è questa la sede per richiamare l’iter abbastanza complesso che, rendendo questo caso emblematico, ha nel contempo evidenziato la nuova situazione venutasi a determinare in seguito a pronunciamenti giurisprudenziali che avevano inopinatamente aperto la strada all’interruzione legalizzata del nutrimento vitale, condannando in pratica queste persone a morte certa. Si è imposta così una riflessione nuova da parte del Parlamento nazionale, sollecitato a varare, si spera col concorso più ampio, una legge sul fine vita che – questa l’attesa − riconoscendo valore legale a dichiarazioni inequivocabili, rese in forma certa ed esplicita, dia nello stesso tempo tutte le garanzie sulla presa in carico dell’ammalato, e sul rapporto fiduciario tra lo stesso e il medico, cui è riconosciuto il compito – fuori da gabbie burocratiche − di vagliare i singoli atti concreti e decidere in scienza e coscienza. Dichiarazioni che, in tale logica, non avranno la necessità di specificare alcunché sul piano dell’alimentazione e dell’idratazione, universalmente riconosciuti ormai come trattamenti di sostegno vitale, qualitativamente diversi dalle terapie sanitarie. Una salvaguardia indispensabile, questa, se non si vuole aprire il varco a esiti agghiaccianti anche per altri gruppi di malati non in grado di esprimere deliberatamente ciò che vogliono per se stessi.
Quel che in ultima istanza chiede ogni coscienza illuminata, pronta a riflettere al di fuori di logiche traumatizzanti indotte da casi singoli per volgersi al bene concreto generale, è che in questo delicato passaggio – mentre si evitano inutili forme di accanimento terapeutico − non vengano in alcun modo legittimate o favorite forme mascherate di eutanasia, in particolare di abbandono terapeutico, e sia invece esaltato ancora una volta quel favor vitae che a partire dalla Costituzione contraddistingue l’ordinamento italiano.
La vita umana è sempre, in ogni caso, un bene inviolabile e indisponibile, che poggia sulla irriducibile dignità di ogni persona (cfr Benedetto XV, Discorso di saluto e accoglienza ai giovani, Sydney, 17 luglio 2008), dignità che non viene meno, quali che siano le contingenze o le menomazioni o le infermità che possono colpire nel corso di un’esistenza. Alla luce di questa consapevolezza iscritta nel cuore stesso dell’uomo, e che non è scalfibile da evoluzioni scientifiche o tecnologiche o giuridiche, noi guardiamo con fiducia alle sfide che il Paese ha dinanzi a sé, sicuri che il nostro popolo − con l’aiuto del Signore − saprà trovare le strade meglio corrispondenti alla sua voglia di futuro e alla sua concreta vocazione. [...]
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Posted by giuliomozzi at 12:10 | Comments (0)
06.10.08
Testamenti biologici
di giuliomozzi
Dopo un paio di settimane in cui vibrisse mi è stato quasi ingestibile, riprendo la pubblicazione dei testamenti biologici. Ho ripresi quelli già pubblicati finora in Il primo amore.
Ricordo che i testamenti possono essere inviati per la pubblicazione a vibrisse (cioè a me) o a Il primo amore, e vengono pubblicati in entrambi i siti (qualche differenza nell'uscita è dovuta solo al caso o a questioni pratiche).
Il senso dell'iniziativa è ben riassunto da Antonio Moresco qui.
Posted by giuliomozzi at 16:36 | Comments (0)
Testamento biologico
di Ugo Sette
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Se un giorno dovesse mai accadere il fattaccio che io muoia, non lo escludo ma non me lo auguro, spero con tutto me stesso o ciò che di me resta, di avere fatte un po' di cose importanti nella mia vita. Mi chiamo Ugo, ho trent'anni in questo momento, vivo una vita di simil felicità e il futuro mi arride, presto poi del tutto involontariamente e inconsapevolmente pubblicherò il mio primo romanzo, sebbene le prospettive esistenziali mi appaiano ristrette, vuoi per l'attuale condizione economica e politica del paese, vuoi per la mia emotività vacillante. Ho una famiglia benestante, una ragazza bellissima, e sinceramente, allo stato delle cose, non saprei proprio considerare se sono capace a vivere senza di loro.
Immagino quindi che se dovessi ritrovarmi attaccato ad una spina che mi tenga in vita, senza possibilità alcuna di dire basta, stop, chiudiamola qui, la mia famiglia che tanto tiene a me, inevitabilmente si indirizzerebbe verso una scelta di stampo direi cattolico, ovvero trattenermi tra i meno, senza lasciarmi andare beatamente tra i più. Detto questo, da anticattolico e anticlericale che mi ritrovo, innanzitutto vorrei che prima di me schiattassero un tot di persone brutte che conosco, se fosse possibile vorrei dare loro una mano con ogni mezzo conosciuto o di futura invenzione, poi di sicuro accetterei più volentieri l'idea di de-fungere.
Alla spina però non vorrei stare attaccato. Questo no, mai. Ne ho vista di gente messa in quel modo, e non è un bello spettacolo. Vorrei dire al papa e a tutti, quella non è vita. Quella è sopravvivenza vegetativa. Ok, pensieri, sensazioni, respiro, battito cardiaco ma vivere s'intende scopare, mangiare, leggere, amare, scorreggiare, correre sui prati in fiore, limonare, e chi ne ha più ne metta.
Ma se dovesse accadere, se accadesse quel fattaccio brutto e improvviso tale da rendermi una larva flaccida e rincoglionita priva di qualsiasi parvenza vitale, vorrei innanzitutto risparmiare l'energia elettrica che di questi tempi le bollette costano. E una volta Morto vorrei donare parti di me al mondo e vado a elencare come dovrà svolgersi il tutto.
Le mani vorrei donarle ai lavoratori, magari strette a pugno e indirizzate al Cielo per ricordare loro e alla nazione intera le lotte sindacali e i cortei che si facevano una volta, invece di stare incollati alla tv a guardare "Veline" e le partite di calcio o ancora peggio lucidare le loro automobili da simil ricchi.
Le gambe e i piedi al Governo attuale, perché si ricordino che c'è sempre qualcuno pronto a calciarli nel deretano, visto che hanno disatteso ogni aspettativa che tanto pubblicizzavano.
La testa vorrei imbalsamarla e regalarla ad un museo. Il cervello vorrei fosse messo in un barattolo di vetro sotto spirito come in Frankenstein Jr. Il cuore vorrei che venisse mangiato come fanno nelle civiltà tribali. Il corpo intero e parte degli arti, vorrei fossero arsi al fuoco sopra a una pira per ricordare i malanni perpetrati secula seculorum della Chiesa Cattolica verso intellettuali e scienziati.
Dimenticavo, le palle vorrei donarle agli scrittori.
Sì, perché è una razza smidollata che si nasconde dietro una penna o un pc, invece di scendere in piazza e gridare, di denunciare ciò che non va, di battersi per un ideale, di morire. Troppo impegnati a compiacersi delle proprie seghe mentali sull'Esistenza per rendersi conto che la vita va vissuta per strada. E questo è quanto. Né più né meno. Ugo
Posted by giuliomozzi at 16:29 | Comments (0)
Testamento biologico
di Alessandro Zanghi
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Milano, Settembre 2008
Io, Alessandro Zanghi, nato a Taranto il 31 ottobre 1973, nel pieno delle mie facoltà mentali e fisiche, dichiaro che in caso di morte cerebrale, coma irreversibile o malattia grave, tanto grave da vedermi tenuto in vita da una macchina, inibita per sempre la mia facoltà di giudizio, nonché di libera scelta, le persone a me care, coloro che mi amano o chi, in tale sfigata situazione, ne avesse facoltà, potranno chiedere, per mio conto, l'eutanasia. Potranno chiedere insomma, di staccare la spina.
Potranno aggiungere, a suffragio di questa decisione, che non ho neanche mai avuto troppa voglia di vivere. E che una buona morte, a buon diritto, la meriti chiunque la desideri. E dichiaro inoltre che questo uomo, nato nelle migliori delle condizioni e forse, a Hegel piacendo, nel migliore dei mondi possibili, si è evoluto male, sviluppando solo facoltà di morte (come quella, ad esempio, di ostinarsi a tenere in vita un morto) e di superstizione. Ed è arrivato oggi, con la modernità come Nietzsche la intende, alla totale decadenza. Alla dissoluzione. Lacerato il velo del superficiale, è rimasto a guardare i brandelli svolazzare nel nuovo universo. Disinteressandosi non poco della sua essenza. In definitiva, con onestà, delle volte mi vergogno di appartenere a questa razza umana, oltre che al frutto delle sue malefatte.
Proprio ieri, di sfuggita, avevo guardato in televisione delle immagini di madre Teresa di Calcutta. L'audio era assente. Vedevo solo le immagini. Il classico velo copricapo bianco perimetrato da una striscia azzurra le avvolgeva il viso sofferente. La guardavo in mezzo a gente affamata e ammalata, che cercava di dare una mano. I suoi occhi e l'espressione del volto però, mi facevano pensare. Aveva la faccia preoccupata, come se le cose stessero andando per il verso sbagliato. Doveva essere spinta a quella vita da un vero, profondo senso di pietà per la porzione di umanità di cui si prendeva cura e, per estensione, per tutta la razza umana. La stessa pietà che io provavo per gli altri animali del pianeta. Chissà se madre Teresa odiasse gli altri animali come io odiavo la razza umana. Chissà se un giorno una razza animale mi avrebbe fatto santo.
Addio, quindi potrà aggiungere il mio caro, un bell'addio da parte mia. La schietta saggezza silenica a braccetto con l'adagio: meglio tardi che mai. E quando sarò morto, avrò scritto già da qualche altra parte se vorrò essere cremato, o seppellito, o imbalsamato. A voi ora non deve interessare nient'altro. Non tenetemi in vita se non ne è il caso. Se è già morto il mio cervello. Posso ancora mangiare e bere con cannucce e aghi e bocce di glucosio e quant'altro. Posso ancora addirittura sorridervi. Ma non è un gesto d'amore. Il mio non lo è. E nemmeno il vostro.
Posted by giuliomozzi at 16:26 | Comments (0)
Testamento biologico
di Mauro Righi
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Oggi, 20 settembre 2008, nel pieno possesso delle mie facoltà fisiche e mentali dichiaro quanto segue:
Non è che la morte mi abbia sfiorato molto spesso, o forse non ci ho mai fatto caso, o più semplicemente sono ottimista e fingo sempre di guardare oltre.
Eppur, di prove di non essere immortale ne ho avute almeno un paio. Nonostante questo, temo che quando la morte arriverà, mi troverà impreparato. Ma non più di tanto. Impreparato come al solito, cioè con il mio modo superficiale e incosciente di affrontare ogni fatto della vita.
A volte mi capita di pensare come sarà morire. Faccio anche qualche prova e mi metto sdraiato sul letto con le mani incrociate sul petto. Chiudo gli occhi e provo a non pensare a niente. Morire dovrebbe essere una cosa del genere solo che non si sente la voce sgradevole della vicina di casa che litiga con i figli.
Se proprio devo morire, vorrei che nessuno piangesse. Questa è una cosa a cui tengo. Non mi è mai piaciuto vedere la gente piangere e anzi vorrei che qualcuno iniziasse a parlare di quella volta lì… e che poi gli altri lo seguissero e alla fine fra un racconto e l’altro tutti ghignassero di gusto.
Quel giorno, sarò impreparato dicevo, ma spero di morire con dignità. Non vorrei ad esempio essermi prima cagato o pisciato addosso e mi piacerebbe morire con un minimo di sorriso e non con qualche grottesca espressione di dolore intrappolata nel viso.
Non vorrei che la gente rimasse li a guardarmi morto. Mi piacerebbe mi ricordassero da vivo, magari anche solo per uno dei miei mille spiacevoli difetti piuttosto che per il pallore e la rigidezza del mio corpo nel letto di morte.
Mi piacerebbe morire in silenzio. A casa mia o guardando il mare. Mi piacerebbe spegnermi serenamente, il più tardi possibile, in primavera.
Ma se non dovesse toccarmi questa sorte, e per qualche orrenda ragione mi dovessi trovare in stato di morte cerebrale e/o coma irreversibile, non voglio continuare a vivere attaccato a delle macchine. Non voglio obbligare i miei cari ad attraversare la città e a faticare per trovare un parcheggio, per poi vedermi in quello stato. Non voglio restare in una condizione irrisolta fra la vita e la morte.
Qualora mi ritrovassi in questo frangente, o comunque in una situazione in cui non avessi più le facoltà di decidere autonomamente per me stesso, prego mia moglie, o i miei famigliari più prossimi, di rispettare queste mie volontà e di staccate tutto, non appena saranno certi che non potrò mai più risvegliarmi e tornare a fare le cose che mi piace fare.
In ogni caso, durante il funerale, evitate che un prete che non conosco faccia un discorso retorico sulla mia persona, invitatelo a dire soltanto lo stretto necessario per non farmi finire all’inferno.
All’uscita della mia bara dalla chiesa fate suonare Riding with the king di Eric Clapton e BB King. Dei miei beni terreni deciderà mia moglie alla quale lascio tutto quanto con l’unico onere di affidare tutti i miei scritti a Mario e a Giuliano che sapranno cosa farne.
Non so in quale preciso momento la mia anima abbandonerà il corpo. Ma come ho più volte promesso, prima di entrare nella Luce mi piacerebbe far visita ai miei amici più cari per un ultimo saluto e per qualche scherzetto, chi di voi è particolarmente sensibile, o ha il sonno leggero avrà la fortuna di accorgersene.
Per quando riguarda il mio corpo invece, vorrei fosse cremato e le sue ceneri disperse in mare. Un mare qualsiasi, tanto l’acqua è come Dio, arriva dappertutto.
Posted by giuliomozzi at 16:22 | Comments (0)
Testamento biologico
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Mi chiamo Giuseppe Monighini, ma uso di solito il cognome di mia nonna, e quindi Beppe Giuliano, ho 45 anni, sono "normalmente sano", nell'istante in cui lo scrivo.
M'è successo di vedere l'inizio di una vita terrena, e di vederne la fine.
Ho visto nascere i miei due figli, il secondo con parecchia fatica (per lui) e moltissimo spavento (per me). La nascita di Francesco, andata a buon fine nonostante la sorprendente imperizia del medico e dell'ostetrica del turno di notte, m'ha definitivamente confermato che nella vita, come si dice, "ci va del culo" (e che negli ospedali è meglio nascere di giorno).
Ho visto morire mio padre dopo una malattia che, in pochi mesi, era riuscita perfino a privarlo della capacità di controllare le funzioni corporali primarie, con sua grande vergogna. È poi morto smettendo pian piano di respirare, con l'aiuto di una abbondante dose di morfina, e di una persona buona che gliel'ha somministrata.
Questi eventi m'han rafforzata la convinzione che, se per nascere può ancora valere la pena di soffrire e faticare, di certo non vale la pena di soffrire e faticare per morire.
Voglio dunque che "le persone che mi
amano" (Giulio ne chiarisce con la consueta maestria il significato) decidano, qualora mi dovessi trovare in stato di coma irreversibile, morte cerebrale o come si dice, oppure qualora una malattia incurabile mi avesse privato anche della capacità di controllare le funzioni corporali primarie, di evitarmi fatiche e sofferenze inutili per morire.
Chiedo, insomma, che "le persone che mi amano" mi risparmino il cosiddetto accanimento terapeutico; per usare la forma burocratica che ho trovato sul sito dell'Associazione Luca Coscioni:
nel pieno delle mie facoltà me
ntali (mi vergogno un po' nello scriverlo), e allo scopo di salvaguardare la dignità della mia persona, affermo solennemente che deve essere considerato come una dichiarazione di volontà il mio diritto, in caso di malattia, di scegliere tra le diverse possibilità di cura disponibili e al caso anche di rifiutarle tutte, e voglio che ciò valga anche nell'ipotesi in cui in futuro mi accada di perdere la capacità di decidere o di comunicare le mie decisioni ai medici curanti...
Desidero che "le persone che mi ama
no" consentano il recupero, dalla carcassa che rimane dopo la morte, di tutti gli organi riutilizzabili, prima di cremarmi. E se una persona buona, al funerale, volesse suonare il Requiem di Lennie Tristano...
Posted by giuliomozzi at 16:18 | Comments (0)
16.09.08
Due aneddoti
1. Il Collettivo Scorie, che vigila sul web segnalando tutto il peggio della rete, ha segnalato l'iniziativa dei testamenti biologici.
2. Un corrispondente mi scrive (mi sono fatto autorizzare): "Caro Mozzi, non si stupisca se così poche persone le hanno presentato per la pubblicazione un proprio testamento biologico. Finché si tratta di farsi fare una legge che permetta di accoppare il nonno e risparmiare in stress e spese mediche (per non parlare della badante), va tutto bene: e se qualcuno obietta che la faccenda non è così chiara e limpida, è sicuramente un baciapile col cervello frullato dalle esternazioni papali ed episcopali. Al contrario, fatalmente, sono pochi quelli disponibili a rendersi accoppabili".
Posted by giuliomozzi at 18:14 | Comments (3)
Testamento biologico
Questo articolo è apparso oggi in Nazione indiana. gm]
Giulio Mozzi e Antonio Moresco insieme alla redazione de Il primo amore propongono un’iniziativa che riguarda il testamento biologico.
Rispetto all’astrattezza della discussione che si è scatenata a partire da alcuni casi come quello di Eluana Englaro, Mozzi sottolinea:
“Sono convinto che un modo per discutere seriamente di certe faccende sia quello di non domandarsi che cosa sarebbe giusto in generale, ma domandarsi piuttosto che cosa si vorrebbe per sé, che cosa si riterrebbe giusto per sé.”
E Moresco ribadisce:
“Ci sembra infatti che su questo tema - enfatizzato ma anche deformato e falsato dalla presenza di tecnologie che sono in grado di prolungare enormemente condizioni di vita sottratte a ogni partecipazione umana dell’individuo - si stiano fronteggiando, anche in modo minaccioso e ideologico, posizioni generali e preconcetti di diverso tipo. È venuto il momento, in mezzo a queste contrapposizioni spossessanti di ragioni e di incubi, di far sentire le voci più importanti: quelle delle singole vite. Di spostare il baricentro dalle generalizzazioni delle idee alle ragioni e alle proiezioni irriducibili e inermi delle singole vite.“
Non abbiamo altro da aggiungere alle loro parole chiarissime, di cui condividiamo l’impostazione.
Chiunque di voi sentisse l’urgenza di partecipare, può scrivere il proprio testamento biologico e mandarlo o qui o qui, dove potete inoltre seguire tutta l’iniziativa.
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Posted by giuliomozzi at 11:02 | Comments (9)
Testamento biologico
di Alessandra Terranova
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Oggi, 14 settembre 2008, nel pieno possesso delle mie facoltà fisiche e mentali dichiaro quanto segue:
A me l'idea della morte mi mette tristezza e questo penso sia normale. L'idea della morte, però, è anche un'idea a cui da tanti anni cerco di pensare, per abituarmi e per essere pronta quando verrà. Non solo la mia, anche quella delle persone a cui voglio più o meno bene.
Quando penso a come sarà morire, penso che mi piacerebbe che tutto fosse tranquillo e che nessuno piangesse, io per prima. Credo che più che la morte mi spaventi l'idea del dolore e che la sofferenza fisica che dovessi provare mi possa impedire di essere calma e presente alla mia morte. Così, credo che vorrei cercare di provare meno dolore possibile, sappiatelo.
Mi piacerebbe arrivarci piano, senza tanto rumore e senza tanta luce intorno. Non mi piacerebbe morire in un ospedale, se proprio si dovesse decidere un posto. A casa mia, credo, o forse nella casa in montagna, ma so che sarebbe difficile.
Non voglio continuare a vivere se non posso fare le cose che ho sempre fatto. Se io fossi presente a me stessa chiederei tutto questo, che in fondo non è molto, almeno a me non sembra molto, e credo, oggi, che mi piacerebbe che queste mie volontà venissero rispettate anche se non fossi più capace di dirlo o di farlo capire.
Per questo dico a mio marito e ai miei figli, che credo saranno quelli a cui sarà chiesto di decidere: staccate la spina e fatemi morire piano, restate lì a farmi un po' compagnia, aspettate che l'anima si stacchi dal corpo anche se non ci credete come non ci credo io, ma aspettate che tutto davvero sia finito, non abbiate fretta di dichiararmi morta, capitelo voi, non un medico. Non è per paura che lo chiedo, è per una forma di rispetto verso la morte. E mi raccomando il silenzio.
Posted by giuliomozzi at 11:00 | Comments (0)
15.09.08
Testamento biologico
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Io, Giacomo Brunoro, nato a Padova il 2 febbraio 1976, in caso di incidente o di una malattia che mi porti ad uno stato di morte cerebrale e/o di coma irreversibile, affido a mia moglie (sperando che sia ancora la stessa) e/o ai mie familiari la gestione delle mie cure: voglio che venga evitata ogni forma di accanimento terapeutico nei miei confronti e che, se possibile, vengano donati i miei organi. Con l’espressione accanimento terapeutico intendo qualsiasi forma di assistenza medica che mantenga in vita il mio corpo mentre io non sono più in grado di esprimere la mia volontà sull’interrompere o continuare le cure. Per quanto riguarda il mio cadavere vorrei che fosse cremato. Questo per quanto riguarda il mio corpo.
Per quanto riguarda la mia anima, ammesso che ci sia da qualche parte, posso fare o disporre ben poco in questa sede, quindi meglio lasciare perdere.
Per quanto riguarda le mie cose (e sto parlando soprattutto dei libri, i fumetti, il computer e la musica) non ci ho ancora pensato, ma se potete evitare di buttare via tutto mi fate un favore.
So che sto caricando le persone che mi vogliono bene di un’enorme responsabilità, però so anche che queste persone sono in grado di accettare questa responsabilità in maniera serena.
Posted by giuliomozzi at 17:26 | Comments (2)
Testamento biologico
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Lasciatemi morire!
E chi volete voi che mi conforte
in così dura sorte,
in così gran martire?
Lasciatemi morire!
Queste parole di Ottavio Rinu
ccini, unite alla musica di Claudio Monteverdi, sono tra le più dolci, malinconiche, risolutive. Senza speranza non c'è più vita.
Credo che non ci sia nulla di più altamente etico e morale del dono di una morte lieve, senza dolore, nella piena dignità e nel rispetto del morente. Amo la vita ma accetto la morte. La mia almeno. Mi da più dolore pensare a quella degli altri, accettare quella delle persone che ho amato e che amo. Ma proprio lo strazio indescrivibile dell'agonia senza speranza che ho visto in loro, ha rafforzato quanto già pensavo e penso.
Vorrei morire come un bambino nasce, puro, semplice, ignaro, scevro da pregiudizi religiosi; vorrei essere avvolto dal sonno, spegnendomi dignitosamente. Non accanitevi su di me. Non mantenete in vita il mio corpo se diventerà inefficiente, se da motore vitale si trasformerà in gabbia, trappola del dolore e della sofferenza.
Bacio mia moglie, abbraccio forte mio figlio e quel che sono stato basti per loro finché avrò potuto esistere. Nessun rimpianto mai, sono stato per loro ogni minuto interamente e loro per me immensamente decisivi per la mia felicità: ci basti, fino al momento ultimo. Una fine da noi tutti è dovuta. Non chiedo loro di compiere una scelta che il loro amore terreno, carnale, panico, rifiuterebbe, nell'ansia della perdita, nell'enorme travisamento che il mio simulacro ormai vuoto, sia ancora io. Sono io che decido e chiedo. I medici accertino la non autosufficienza del mio corpo a vivere, leniscano il dolore, lascino che mi spenga, assecondando la natura, tentando solo di facilitare e addolcire il passaggio, con serenità e dignità, del loro alto compito, della mia decorosa morte.
Posted by giuliomozzi at 17:23 | Comments (0)
11.09.08
Testamento biologico
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Ricordo una bambina che guardava fuori dal finestrino.
Era buio. Tutta la famiglia si era infilata in macchina dopo cena, salutando i nonni. Tratta stradale: Ferrara - provincia di Modena. Capitava che la domenica diventasse un transito: partenza in tarda mattina tra schiamazzi e borbottii, ritorno notturno e silenzioso.
Ricordo che l’abitacolo la rassicurava, quella bambina che fissava insistentemente il paesaggio indistinguibile. Campagne. Tetti. Alberi e macchie. Qualche luce lontana.
Ci pensi mai alla morte, mamma?
Ricordo le parole esatte. Perfino il tono, frettoloso ma deciso, che è uscito dalla bocca della bambina.
Poi il caos. La madre col volto arrossato, balbettante sbirciava il padre alla guida. I fratelli ridacchiavano tra loro e la radio in sottofondo, a coprire una risposta che non è mai arrivata.
Quella bambina ero io, ormai vent’anni fa.
E da allora il mio rapporto con la morte è cambiato, da individuo quanto, da alcuni anni, anche da genitore.
Allora queste righe strane, storte direi, tentano di lasciare una traccia precisa.
Della morte ho paura, mi confonde, la temo e la rincorro, la vedo attorno a me e spesso mi sento accarezzata.
Ma non vorrei mai - davvero mai - allontanarla. Scansarla. Ignorarla o peggio. Lasciarmi sospesa, come se potessi (e dovessi) aspettarmi l’eternità.
No. La morte scandisce il tempo. Ci restituisce una precisa dimensione, di creature fragili che vivendo possono fare e disfare in continuazione. La morte è ‘l’ ‘incognita che sottolinea la forza del tutto che ci circonda. Colori, sapori, umori, moti, gesti, suoni e.
Allora io chiedo di poter morire senza che il mio corpo diventi un mero contenitore freddo. Non accanitevi su un involucro che non ha colpe, è progettato per deteriorarsi, non conosce l’eternità.
Ma chiedo anche di non essere lasciata sola. Chiedo, a chi mi vuole bene, di non voltare la faccia, di non fuggire né di delegare. Chiedo di essere accompagnata nell’unico modo possibile: rimanendomi vicino. Il gesto, lo so, può sembrare inutile forse addirittura insensato. Ma non lo è.
E mi rendo conto, di essere egoista. Di ‘pretendere’ qualcosa di doloroso, difficilissimo. Lo so.
Ma la voglio urlare questa, come la precedente, dichiarazione perché nella morte abbiamo bisogno di comprensione, appoggio. Di poterci aggrappare mentre ci lasciamo andare. I viventi la dovrebbero sfiorare (la morte) e il morente sentire, quella carezza lieve, magari distante, offuscata.
Spero che il silenzio non mi separi anzitempo dalle persone amate, tutte, senza distinzioni di gradi o legami. Vorrei sapermi rispettata nel corpo quanto nella mente. E mi auguro, chiedo, che il transito venga legittimato, capito e accettato.
Chiamatelo pure testamento biologico allora.
Ma è anche un impegno preciso che prendo ora, qui, adesso. Giovedì 11 Settembre 2008, una giornata qualunque, quella in cui ho deciso consapevolmente di espormi.
Amore, rispetto e vicinanza. Anche attraverso la morte.
Posted by giuliomozzi at 23:53 | Comments (20)
Testamento biologico
di Roberta Salardi
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Sono pressoché sola al mondo. Non penso che morirò "come una creatura". Penso piuttosto che morirò come un cane, come un qualsiasi altro animale, intendo. Dovessi restare in sospeso in una situazione intermedia, chiedo il colpo di grazia anche per me, come lo chiederei per un animale che soffre. Ma è una domanda che non si può neanche formulare; e a chi?
Date le circostanze, ritengo improbabile, tuttavia, che qualcuno si trovi nelle condizioni di prolungare un mio eventuale stato fra le vita e la morte. E' più facile che il mio cadavere venga ritrovato dopo giorni o settimane, chiuso in casa, in avanzato stato di decomposizione. D'altra parte provo un certo orrore per le bare, le sepolture e altri riti funerari attualmente in uso.
Mi affascinano moltissimo invece le trasformazioni naturali.
Sarebbe l'ideale (ma non accadrà) trovarmi in campagna ed essere trasformata rapidamente in pasto per animali o linfa per gli alberi. Diventare un albero sarebbe il mio sogno.
Ritornare alla terra nel vero senso della parola, essere la terra, anzi esserlo fin da adesso, esserlo sempre stata.
Avrei preferito non nascere, non conoscere la terribile legge della sopravvivenza e della prevaricazione, che è la nostra legge. Non mi dispiacerà quindi tornare a non esistere, o a esistere in forma sparsa e inconsapevole. Mi renderebbe felice inoltre sapere che, dopo il trapasso, parti di me serviranno ad altri. Dono volentieri eventuali organi o parti recuperabili.
Per finire, vorrei che di me non rimanesse niente, tranne i miei libri.
Questo è il mio ultimo desiderio: qualora non lo fossero, vorrei che venissero pubblicati.
Posted by giuliomozzi at 18:11 | Comments (0)
Testamento biologico
di Laura Emilia Barchiesi
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Io sottoscritta Laura Emilia Barchiesi, nata ad Ancona, in un anno che ho la debolezza e il vezzo di mantenere segreto, augurandomi che questo dato sottratto non infici la validità di questo atto volontario, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, che non sono poi così grandi, ma sufficienti ad esprimere con impellenza una necessità, dispongo che in caso di incidente, o malattia improvvisa e invalidante, come l'ipotesi di cadere in stato di coma irreversibile, mio marito si occupi della sorte del mio corpo, impedendo ogni forma di accanimento terapeutico. Se fosse impossibilitato, speriamo non accada mai, per gravi motivi, delego mio fratello minore Carlo o mia sorella maggiore Carla o uno dei miei tre figli, supposto abbiano raggiunto la maggiore età. Se fossero loro a farlo sarei più serena. Significherebbe che ho vissuto abbastanza per vederli crescere, significherebbe che ho vissuto pienamente.
Nei gravi motivi di cui sopra, che impossibiliterebbero mio marito in tale compito, non rientra il fatto che lui sia o meno al mio fianco. Il legame che ci lega prescinde il contratto terreno, i vincoli tradizionali. E' un affetto consolidato da vedute comuni, reciproca stima, deliri utopici, incontri e scontri verbali che non possono cedere al ricatto della reciproca decadenza fisica. Solo i suoi occhi e il suo corpo potrebbero allontanarsi ma non il resto, che appunto lo legherebbe necessariamente all'idea di vedermi vivere degnamente. Ho un'idea ben precisa su che cosa possano provare, in caso di coma, i cari attorno. Una straziante sequela di immagini non necessarie. Come quella di occhi un tempo vitali che si spengono e diventano gelidi, sinistri. Come l'incapacità di un individuo di decidere autonomamente su se stesso ed essere autosufficiente. Non auguro a nessuno di diventare un corpo inerte accudito. Un corpo marionetta manipolato da mani altrui lontane e inaffettive. Alle persone delegate a compiere, in caso di necessità, la mia volontà chiedo perdono se in vita le ho offese non badandoci troppo. Sento il dovere di ringraziarle per averle, loro malgrado, gravate di un incarico poco simpatico, di averle, arbitrariamente fatte destinatarie ed esecutrici di questo strampalato testamento biologico.
Posted by giuliomozzi at 18:08 | Comments (0)
10.09.08
Testamento biologico
Se dovessi cadere in coma irreversibile, con annessa morte cerebrale, vorrei che qualcuno staccasse la spina e ...arrivederci e grazie. Quel qualcuno, naturalmente, potrebbe essere una persona a me vicina e per la quale io farei lo stesso. Mi riferisco a mia moglie, ai miei figli, a mia sorella e ad alcuni dei miei amici più cari.
Se mi dovessi ammalare di un male incurabile, vorrei che la sofferenza mi fosse risparmiata. Non voglio soffrire, mi dà noia, e mi oppongo ad ogni accanimento terapeutico. Come sopra, vorrei che una persona cara staccasse la spina e Amen. Ribadisco che io farei lo stesso. Purtroppo, non ho potuto farlo con mia madre e l’ho vista soffrire in maniera inutile e crudele per tre anni. E’ stata un’agonia terribile e non c’è prete o Formigoni che possa convincermi che è una buona cosa lasciare che una persona soffra le pene dell’inferno.
La vita sarà pure sacra, non discuto, ma a casa mia sono ancora più sacre la dignità, la pietà e l’amore.
Data la delicatezza e la tristezza del tema, ho esitato a lungo prima di scrivere queste righe. Ma questo è quello che penso. Inoltre, penso che sia una vergogna che il padre di Eluana non possa staccare la spina. E adesso basta, perché mi sono angosciato. Grazie. Un caro abbraccio.
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Posted by giuliomozzi at 08:23 | Comments (1)
Testamento biologico
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Invece su di me accanitevi pure. Prendete quello che vi serve, staccate, attaccate. Non credo che in quei momenti starei lì a sottilizzare. Da sempre mi spaventa più la nonvita che la nonmorte. Se doveste scoprire che passo i pomeriggi davanti alla televisione, per dire, abbattetemi. Quello sì, sarebbe uno spreco. Quello sì, sarebbe il caso giusto per procedere staccando i fili.
Non ho la presunzione di spiegare agli altri quello che non vivrò, figuriamoci a mia figlia! Le faccio una carezza fin da ora, invece. E le dico: gestisci tu, come è meglio per te. Perché è facile, oggi, piena di denti e di capelli, fare quella che io no, quella che io così mai: bisogna passarci! Bisogna uscire da sé – sarebbe carino, almeno in punto di morte! - e capire che staccare la spina richiederebbe alle persone che amo più coraggio di quanto probabilmente ne avrei io stessa in situazioni analoghe.
Ed è inutile dire: sì, ma si tratta della tua vita. In quel momento non ci sarò più. O, comunque, non sarò più quella che oggi scrive queste righe. E, in ogni caso, la mia nonvita sarà qualcosa che riguarderà più chi mi resterà accanto che me.
Magari la mia nonmorte, per un certo periodo, sarà la vita di mia figlia. Magari lei avrà bisogno di tenermi lì un po’ di tempo in più per superare la mia morte. E dove sarebbe il problema? Io direi: viviamo semplice e moriamo altrettanto. Come tutti, nel mistero di quello che sarà.
Non si può essere sempre speciali. Ieri*, a Mantova, don Giovanni Nicolini diceva: la vita va spesa bene, ma va spesa. Così la morte. Non si tratta né di eutanasia né di dolce vita, si tratta solo di accettare che dobbiamo vivere e che dobbiamo morire. Anche in modo doloroso e lungo, se serve.
* L'altro ieri, cioè l'8 settembre 2008, per chi legge.
Posted by giuliomozzi at 07:26 | Comments (0)
09.09.08
Modelli di testamento biologico
Associazione Luca Coscioni. Associazione per i diritti degli utenti e dei consumatori (Aduc). Exit. Associazione per il diritto a una morte dignitosa. Fondazione Umberto Veronesi. Libera Uscita, associazione per la depenalizzazione dell'eutanasia. Su Google ne trovate quanti volete.
Posted by giuliomozzi at 08:49 | Comments (0)
Testamenti biologici: invito e precisazione
Sono convinto che un modo per discutere seriamente di certe faccende sia quello di non domandarsi che cosa sarebbe giusto in generale, ma domandarsi piuttosto che cosa si vorrebbe per sé, che cosa si riterrebbe giusto per sé.
Rinnovo a lettrici e lettori l'invito a inviare a vibrisse (indirizzo) o a Il primo amore (indirizzo) il proprio testamento biologico.
Sono arrivati alcuni testamenti biologici con richiesta di pubblicazione anonima o pseudonima. Poiché mi pare che a dar senso al gesto sia proprio l'assunzione completa di responsabilità, avviso che non intendo pubblicare testamenti biologici anonimi o pseudonimi. [gm]
Posted by giuliomozzi at 07:43 | Comments (10)
Mai che ci sia un testamento biologico, quando serve
[Trovo questo articolo nel blog Sono spaesato di Stefano Pederzini (che commenta a volte in vibrisse firmandosi bolero). gm] [Aggiornamento: vedi anche l'articolo intitolato: Retroscena del post precedente]
Un pomeriggio di ottobre del 1985 a casa mia squilla il telefono. Risponde mia sorella quindicenne e si sente dire più o meno così: "Salve, qui è l'ospedale Sant'Orsola. Il signor (nostro padre) è clinicamente morto e avremmo bisogno del consenso per la donazione degli organi." Perchè usare giri di parole, d'altronde? Ma mia sorella è sola in casa. Io sono su un treno, sto arrivando in licenza da Padova ignaro di tutto, credendo che mio padre sia in stazione ad aspettarmi con la moto per andare poi a vedere il passaggio del Giro dell'Emilia sul Passo della Raticosa. Invece sul binario c'è la mamma, ed è parecchio reticente sui motivi di questo cambio di programma. Un po' alla volta riesco a capire che papà ieri è stato male e ora è in rianimazione. E i dottori cosa dicono? Ma, ecco, insomma. E' in coma. Irreversibile.
Oh, no. Di nuovo. Quella parola. Dopo sette anni.
Continua a leggere l'articolo nel blog di Stefano Pederzini.
Posted by giuliomozzi at 07:36 | Comments (2)
Testamento biologico
[Altri articoli in Il primo amore sullo stesso argomento] [Altri articoli in vibrisse sullo stesso argomento] [Nel blog di Ezio Tarantino]
Chiunque si sia trovato accanto al dolore di una fine irreversibile ha sospirato, più o meno ad alta voce: fa' che finisca presto; e quando la fine arriva, non v’è chi, di fronte ad un dolore divenuto insopportabile per tutti, non abbia dichiarato: ha finito di soffrire.
Pochi fanno seguire un atto, o una decisione, a questi sospiri, a questo compianto. E’ naturale. La fine, per chi resta, è insopportabile. Persino per Gesù Cristo, che resuscitò l’amico Lazzaro.
Ora, nel momento in cui dovessi trovarmi io di fronte alla fine irreversibile, di fronte alla assoluta mancanza di speranza in una guarigione (che significa: assenza dei sintomi dolorosi della malattia per un periodo indeterminabile e senza aiuto di alcun macchinario e piena coscienza del proprio stato), nel momento in cui io non sia più nemmeno in grado di comunicare a chi mi avrà in cura il mio volere (non posso ipotizzare ora quale sarà, magari, al dunque, se ne avrò ancora le capacità, cambierò idea) dichiaro adesso di essere contrario a ciò che viene comunemente definito “accanimento terapeutico”, vale a dire al prolungamento meramente artificiale di una vita che, ne sono certo, non è stata concepita dal Creatore per trascinarsi meccanicamente verso un “oltre” confuso con un “ancóra”.
Essendo l’”oltre” lo scopo del mio cammino terreno e non un baratro di cui avere terrore; essendo certo che il progetto di Dio della mia vita abbia una sua durata naturale (dove la naturalezza include qualsiasi assistenza farmacologica esistente in quel momento tesa alla guarigione – o alla realistica speranza della guarigione, o ad un sensibile miglioramento delle mie condizioni in uno stato, comunque, di cosciente vigilanza); essendo certo che la morte sarà sconfitta in un altro spazio e in un altro tempo e non avendo alcun timore di ciò che mi aspetta; essendo consapevole della sostanziale identità di vedute di chi oggi mi ama e mi sta vicino e che potrebbe, legittimamente, non essere in grado di prendere una decisione che tuttavia – ne sono certo – migliorerebbe proprio le condizioni della sua vita; chiedo che chi ne avrà la responsabilità faccia serenamente quanto gli sto chiedendo di fare, oggi, otto settembre duemilaotto, nel pieno delle mie capacità, sensibilità, ragione.
Posted by giuliomozzi at 07:18 | Comments (0)
Testamento biologico
[Altri articoli in Il primo amore sullo stesso argomento] [Altri articoli in vibrisse sullo stesso argomento]
Le righe che seguono potrebbero essere definite qualcosa intorno al mio testamento biologico. Lo scrivo dubitante perché non so se quello che segue possa essere definito un testamento. Sono ragionamenti intorno al mio desiderio di scrivere un testamento e allo strano motivo per cui proprio ora sento il bisogno di interrogarmi.
Ho 34 anni e godo di buona salute. Eppure sono qui a parlare del giorno in cui morirò, e mi pare giusto che io faccia ora questi ragionamenti, perché dopo un periodo travagliato ho raggiunto una certa stabilità.
C’è stato un momento della mia vita, tra i 17 ai 25, in cui pensavo intensamente alla morte, ma mai alla mia morte. Cosa che invece adesso mi pare importante.
Ho fatto delle scelte in questi anni piuttosto decisive. Ho una famiglia, una casa. Ho scelto di scrivere. E’ una questione di maturità e bisogna quindi avere un rapporto con la morte che esca dal qualunquismo dell’adolescenza e diventi qualcosa di più concreto.
Io devo pensare alla mia morte. Al giorno che sarà, quando sarà.
Sento che devo fare i conti con la mia finitudine, ma non come qualcosa di poetico, e neppure di romanzesco, ma di assolutamente concreto. Ho relazioni, ho persone che amo e da cui sono amato. In poche parole sono felice e proprio la felicità mi concede la possibilità di pensare al giorno in cui morirò..
E che c’entra la felicità con il testamento biologico?
C’arriviamo. Qualche sera fa ho rivisto un film che amo molto, Million dollar baby. Di solito mi colpiva il momento finale. Il vecchio allenatore entra con il suo passo da cow boy nella stanza d’ospedale, fa quello che deve fare senza troppi fronzoli e se ne esce.
Questa volta a farmi riflettere, invece, è stato il dialogo che precede queste scene. Ovvero quello in cui la ragazza, ormai paralizzata, senza una gamba e che dispera di vivere, chiede al suo allenatore di farla morire.
In particolare è il suo discorso che mi pare convincente.
Quando dice, più o meno (vado a memoria) che lei vorrebbe morire prima che l’eco del suo nome pronunciata dal pubblico sugli spalti svanisca dalle sue orecchie e dal la sua mente.
Quando ho sentito queste parole mi sono tornate alla mente quelle di Mozzi, che nel suo testamento dice: io voglio morire come una creatura.
E’ una frase forte e d’impatto, ma non è per questo scopo, che Giulio l’ha usata.
Non voleva scrivere qualcosa di poetico o di romanzesco, ma definire i contorni del suo essere “Io”.
Io voglio morire come una creatura, è una frase che mi convince. Anche io voglio morire come creatura, ma perché questa frase mi convince?
Non per la sua evocazione poetica o letteraria, ovviamente, ma per la sua carica morale. Per quella carica morale che vedo dispiegata nel monologo di Million dollar baby.
Morire come creatura significa “morire prima che l’eco del mio nome gridato dalle persone si spenga”. Cosa significa questo per me?
Significa, provo per approssimare, che io voglio morire prima che il mio io più profondo, ciò che più mi definisce, venga meno alla mia comprensione. Per la pugilatrice, quello che la definisce è l’urlo della folla, che indica chiaramente ciò che lei è: una che combatte, ed è brava a combattere, che grazie alla sua capacità di combattere ha visto cose, ha vissuto momenti importanti; che combattendo è arrivata a questa percezione chiara di sé e del suo voler morire “prima” che si spenga l’eco del suo nome.
La pugilatrice muore come una creatura e non come un essere vivente. Perché l’essere vivente può essere tenuto in vita da macchinari, oppure può essere vivo perché il cuore batte, il respiro c’è, ma il cervello è completamente chiuso in un coma irreversibile.
Io voglio morire come una creatura ovvero avendo chiaro ciò che ho fatto, ciò che lascio da fare e ciò che perdo. Essendo consapevole della felicità che ho vissuto, ma anche del dolore che ho patito e causato. Del bene fatto e del male compiuto.
Vorrei morire come una creatura che è consapevole di quello che le aspetta dicendo “Voglio morire come una creatura”. So che dicendo “voglio morire come una creatura” mi impegno a dare dei limiti, a porre dei confini e impegno altre persone a rispettare questi limiti e confini.
E qui entra in scena il secondo problema. C’è stato un tempo in cui pensavo che la morte fosse un fatto personale. E’ un atteggiamento tipico dei 20enni, ci si convince che si muore da soli.
Ora se penso alla redazione di testamento biologico, è chiaro che mettendo per iscritto le mie volontà coinvolgo una persona o una serie di persone nel mio volere.
La pugilatrice lo fa con il suo allenatore, decide che lui è la persona che può far rispettare le sue scelte. Quando ho visto questa scena ho pensato proprio alla conclusione del testamento di Giulio: “Credo che chiunque deciderà per me, deciderà per amore; e sarà responsabile della sua decisione. ("Decidere per amore" e "essere responsabili": due modi, mi pare, di dire la stessa cosa)”
La protagonista sapeva che chiedendo al proprio allenatore avrebbe chiesto ad una persona che avrebbe deciso per amore e che era responsabile.
Chi deciderà per me deve amarmi al punto d’essere responsabile del mio “voler essere creatura” fino alla fine, avendo chiaro che io non voglio essere “un essere vivente”.
Riuscirà chi amo a fare questo? Se guardiamo il film, la persona che dovrà decidere per me verrà criticata non tanto sulla leicità di ciò che fa, ma sul fatto che in questo modo lei, che è chiamata a compiere questo gesto, potrebbe perdersi.
Ecco la mia morte smette all’improvviso d’essere mia e diventa una relazione con la persona che amo, che è responsabile della mia scelta e di quei confini dell’Io che ho tracciato e descritto. E lo farà a prescindere da quello che lei pensa e crede?
Io credo di sì, e lo farà perché mi ama e perché è responsabile e sa che cosa intendo io quando dico: voglio morire come una creatura.
[So benissimo che questo non è un testamento. Non voleva esserlo, ma contiene al suo interno una serie di verità sull’appressarmi alla mia morte. Ho chiaro quale sia “l’eco che del pubblico che voglio sentire” e ho chiaro chi sarà la persona a cui chiederò d’esserne responsabile. Questa parte però è privata come è giusto che sia. E sarà resa nota alla persona interessata al momento giusto].
Posted by giuliomozzi at 07:11 | Comments (1)
08.09.08
Testamento biologico
[Altri articoli in Il primo amore sullo stesso argomento] [Altri articoli in vibrisse sullo stesso argomento] [Il testamento di Andrea Tarabbia si legge anche nel suo blog]
Io ho trent’anni e ho paura della morte – che ci tocca e ci può raggiungere in molti modi spaventosi. Ho paura che il percorso finora sostanzialmente sano e biologicamente sereno che mi sta avvicinando a lei possa subire una qualche interferenza, un’intromissione violenta e improvvisa. Ho paura della malattia, della non autosufficienza, della sporcizia. Ho paura della feroce capacità di improvvisazione che hanno il caso e la malattia, e ho paura della tenacia della sofferenza.
Per me è molto difficile scrivere il mio testamento biologico, perché nonostante mi sia trovato molte volte vicino ad alcune forme vegetative di esistenza, e nonostante possieda una sorta di sottopensiero che quotidianamente mi rende cosciente della possibilità di crollare qui, adesso, e di rimanere infermo, di perdere le facoltà e la coscienza del mondo, nonostante questo, ecco, io ho trent’anni, non ho ancora fatto i figli che vorrei fare, non ho ancora scritto tutto quello che vorrei scrivere, non ho ancora visto tutto quello che vorrei vedere e mi sento vivo.
Ho vissuto per quindici anni a stretto contatto con una persona colpita da una forma violenta e irreversibile di ictus cerebrale. Quando avevo dodici anni un condotto sanguigno nel cervello del nonno si otturò all’improvviso a Aix en Provence, e la metà sinistra del suo cervello divenne una specie di sasso nero che gli bloccò totalmente l’uso della parte destra del corpo e la facoltà di parola. In precedenza, da bambino, avevo conosciuto l’infermità volontaria di una vecchia bisnonna. Io ho sempre visto gli ospedali e le case di cura, e in questi posti ho sempre visto persone immobili, spesso in stato di semicoscienza, e infermiere o parenti strette con sondini, pappagalli, padelle. L’immobilità e l’incoscienza sono parte del mio immaginario. E tuttavia ho paura.
Io ho visto e registrato la progressiva anestetizzazione delle facoltà cerebrali ed emotive del nonno – che non si è mai trovato in uno stato completamente vegetativo, ma che tuttavia rimane per me il metro di paragone quando penso alla morte e alla malattia: l’ho visto inventarsi delle ridicole articolazioni vocali per farsi capire, o escogitare delle teatrali espressioni degli occhi per comunicare un giudizio; l’ho visto piangere per qualsiasi cosa – perché entravo in casa sua all’improvviso, o per qualche pensiero mutilato che gli transitava di colpo per la testa; l’ho visto sforzarsi di imparare a scrivere con la sinistra e avere pudore di defecare nel pannolino in mia presenza. Pochi anni più tardi l’ho visto perdere il contatto con la realtà, guardare nel vuoto, rifiutare il cibo e non riconoscere nessuno che non fosse la nonna, fino a che, nelle ultime settimane, l’ho sentito respirare grazie a una sonda e l’ho guardato mentre moriva senza potersene render conto. Qualcuno a un certo punto l’ha guardato e ha detto: «Forse è morto», e il nonno lo era davvero.
Spesso, con tutta l’umanità di cui sono capace, io gli ho augurato la morte. Sono consapevole che non sarei mai stato in grado di staccargli la spina, o di decidere per lui la sospensione degli alimenti nelle ultime settimane di incoscienza che trascorse in ospedale, reparto Medicina, all’inizio del mese di gennaio 2005.
Come io non sarei stato in grado di decidere per lui, non voglio che qualcun altro (la mia famiglia, la fidanzata, gli amici o semplicemente le istituzioni) provi il dolore tremendo di dover decidere per me. Io sono in grado di desiderare – per pietà, per amore – la morte di qualcuno; non sono in grado di deciderla, e così credo sia e debba essere per gli altri. Il nonno, negli anni Ottanta, quando ci veniva a trovare la sera, diceva che se gli fosse capitato qualcosa di tremendo e irreversibile avrebbe voluto morire immediatamente; pochi mesi dopo il grumo di Aix en Provence lui, da sempre un mangiapreti, aveva imparato a farsi il segno della croce con la mano buona. Alcuni anni più tardi, nel letto dove morì, non sapeva più nemmeno di essere in un letto e di avere noi intorno.
Io ho paura della malattia e della sofferenza. Nel caso mi dovessi trovare immobile in un letto, incosciente, tenuto in vita e alimentato da una macchina; nel caso questa condizione fosse giudicata – dopo opportuni controlli – irreversibile; nel caso mi trovassi nella condizione accertata di non poter intendere né volere, di non poter sentire né pensare né soffrire né tantomeno avere coscienza di essere così prossimo al trapasso: ecco, in questo caso io rifiuto l’accanimento terapeutico, o l’alimentazione forzata, io rifiuto la pornografia di una non-vita trattenuta a forza.
Le parti ancora vive di me, quelle che miracolosamente dovessero ancora funzionare, le voglio donare. Lascio a chi mi è vicino la decisione se cremare i pezzi rimasti del mio corpo, che ormai non è più mio.
Posted by giuliomozzi at 12:29 | Comments (2)
Testamento biologico
[Altri articoli in vibrisse sullo stesso argomento] [Altri articoli in Il primo amore sullo stesso argomento] [Il testamento di Ivano Porpora si legge anche nel suo blog]
Sono le 9.38 di un lunedì di settembre 2008.
Grazie a Dio non conosco la data esatta, e mi posso pure permettere di non saperla.
Nonostante quanto abbia appena dichiarato, credo di essere nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, per quanto questa frase possa avere un senso compiuto. Per quanto possiamo sottoscriverla a fondo e, senza una sottile sofferenza interiore, credere di non bestemmiare se la sigliamo sotto un “In fede”.
Non conosco la formula del testamento biologico, ma ho trovato quella del sig. Mirci soddisfacente [si legge qui o qui]. Quindi la copierò, provvedendo a sostituire dove serve le mie generalità alle sue.
Io sottoscritto Ivano Porpora, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, e nella speranza che quanto scriverò appresso non trovi mai le condizioni per verificarsi, dispongo quanto segue, da eseguirsi nel caso in cui, per incidente o malattia, io cada in stato di coma irreversibile.
Mi piace. Quindi lo convalido. Un piccolo appunto: non ho la speranza che quanto scrivo non succeda. Sto infatti pensando seriamente alla morte, in questo periodo, in un modo che reputo un po' diverso da quello di Billy Cristal in Harry ti presento Sally. E pertanto credo che, quando dovrà succedere, succederà. Non si tratta di fatalismo, per carità. E se siete avvocati con coscienza, come ha coscienza di sicuro mio fratello che avvocato lo è, potrete capirlo. Si tratta di fede. E quando la fede si intromette nelle faccende di vita le scombussola al punto che ti trovi, a volte, a dover usare le stesse espressioni di prima capendo però che non avranno, necessariamente, lo stesso senso di prima.
Torniamo al testamento: eravamo a 'irreversibile'.
Non sono mai stato un amante della scienza medica, e avendo lavorato a lungo negli ospedali – o, meglio, avendo avuto a che fare con gli ospedali da esterno – ho avuto modo di convertire questo sottile non-amore in una sorta di paura.
Resta però che esiste un'altra scienza, parallela, così come esistono avvocati paralleli e una Chiesa parallela. E allora a questa scienza parallela mi rivolgo.
E chiedo, a questa scienza parallela, di valutare le mie reali possibilità di tornare ad essere un essere in pieno dispiegamento.
Chiariamo. Dopo aver assistito ad una conferenza di Jollien con 'pieno dispiegamento' non intendo il dispiegamento delle mie facoltà sessuali, né di quelle fisiche. Parlo semplicemente di una possibilità che si possa valutare con le facoltà della ragione e quelle della non-ragione, a me molto care, che io possa tornare ad una dignità della vita.
Questo richiede tempo per la valutazione, lo ammetto, e tempo anche per la mera osservazione. Alla valutazione e all'osservazione demando voi, medici, insieme a Silvia e alla mia famiglia. Con 'insieme' intendo necessariamente che, in caso di scontro (e conoscendo Silvia ammetto che il fatto è più che una mera ipotesi), fatto passare un tempo ragionevole (che potremmo stimare in un annetto) saranno Silvia e la mia famiglia a decidere.
E se dovessero decidere per staccare la spina, lo dico con un nodo alla gola, reputerò questa come una scelta corretta. Perché credo fermamente che parte integrante della vita sia anche la non-vita, sia anche l'accettazione che una non-vita può esistere (fatti salvi i principi cristiani cui uno può credere e uno no). L'alimentazione tramite sondino e l'aiuto tramite respirazione artificiale possono essere utili se volti ad essere transitori, non condizione continua per sopravvivere mentre non c'è stato di coscienza. Questo lo chiamo accanimento terapeutico, e questo credo sia lontano dal mio modo di concepire la vita e dal modo in cui credo che Dio abbia concepito la mia vita. Per questo motivo lo ritengo anche contrario alla mia religione cristiana cattolica e una forte lesione, oltre che ai miei diritti, anche alla mia missione sulla terra.
Continuando con questo testamento. Vorrei che ci fosse la banda al funerale, e che suonasse Bandiera rossa e L'astronave che arriva di Sergio Caputo. Il primo perché a me la banda che suona durante i funerali piace, e perché dalle mie parti suonare Bandiera rossa ha un senso che travalica il fatto di essere o meno comunisti.
Il secondo perché nel refrain ha Bon voyage, e quando lo sentii per la prima volta pensai che morire accompagnati da quella musica, proprio nel momento in cui la bara scende e io dopo aver buttato un ultimo occhio salgo, sarebbe stato un buon morire.
Bene. Fin qui è fatta. L'ultima disposizione riguarda le mie proprietà e i miei scritti, perché per me fare testamento ha una accezione completa anch'esso.
Le mie proprietà non le ho mai reputate mie, quindi Silvia e la mia famiglia dividano i miei possedimenti materiali secondo le loro esigenze. La casa non la vendano: le case non si vendono, a meno che non ci sia reale bisogno.
I miei libri li tenga Silvia e scelga lei che farne. Solo una cosa: quelli di scacchi dateli a Gianni e Stefano. Se li ripartiranno tra loro.
Sui miei scritti, infine, chiedo che Silvia mandi fotocopia del faldone (che sta sul tavolino che abbiamo comprato insieme alla mostra missionaria, ma che dovrebbe stare sull'ultimo ripiano della libreria) a Giulio Mozzi, assieme a fotocopia di tutti i quaderni e a tutti i file .doc, .docx e .odt che sono sul computer e sui dischi fissi.
Qualcuno la aiuti che lei col computer non ci sa fare tanto.
Penso che Giulio sia una persona onesta, quindi affidategli tutto. Se se ne può trarre un ricavato bene, che questo vada ripartito, fatte salve le spese, tra Silvia e la mia famiglia. Loro sapranno come amministrarlo. Ricordatevi solo che è nostro solo ciò che ci serve per il sostentamento e per una vita dignitosa; il resto non è nostro.
Se non si può trarre nessun ricavato dagli scritti teneteli come ricordo di me.
Credo di essere stato una buona persona
Posted by giuliomozzi at 11:13 | Comments (11)
Testamento biologico
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Ho sessant’anni. Fra poco più di un mese ne avrò sessantuno. Non posso sapere quando e come morirò. Non posso sapere in che condizioni sarò a quel punto, in questa epoca in cui si è in grado di dilatare enormemente stati di non-vita e di non-morte. Non posso neppure sapere se avrò gli anni e le forze sufficienti per portare a termine l’opera che ho iniziato molti anni fa, per condurre l’orbita partita con Gli esordi e proseguita con Canti del caos alla sua zona di proiezione finale e al suo punto di non ritorno. Ne parlo qui perché sono uno scrittore e perché questo è indistinguibile dalla mia vita e dalla mia morte. Non posso sapere se, quando mi troverò nell’anticamera della morte, sarò ancora in grado di attuare di persona o perlomeno di comunicare agli altri le mie volontà. Per questo lo faccio ora.
Nel caso mi venissi a trovare in una condizione di vita esclusivamente indotta dalle macchine e in una situazione irreversibile e senza speranze, chiedo che non venga attuato su quanto resterà di me alcun accanimento terapeutico. Non voglio morire crocefisso a una macchina, non voglio immolarmi sull’altare della tecnologia divenuta idolo. Io vorrei per me, da parte delle persone che amo e che mi saranno vicine in quei momenti, il gesto umano dei soldati legati tra di loro da uno stesso sentimento e da uno stesso destino che finiscono pietosamente i propri compagni mortalmente feriti. Ma se, per l’ipocrisia e il cinismo dominanti, questo non sarà possibile e per non esporre le persone amate a un prezzo troppo grande, chiedo di non venire più alimentato e curato.
Io non disconosco il valore misterioso e segreto del dolore né ho una concezione utilitaristica della vita e della morte. Ma che questa decisione cruciale venga imposta alle singole vite da un’istituzione religiosa (secolare, per i non credenti) o dalla cieca e inarrestabile autosufficienza delle macchine -quando non dalle due cose strettamente abbracciate- mi sembra un inaccettabile spossessamento e uno scandalo, sia per i non credenti che per i credenti.
Se qualche parte della mia vecchia carcassa fosse ancora utile a qualcun altro vivente, do il mio consenso all’espianto.
Avrei preferito che questo scritto rimanesse strettamente privato. Ma la situazione è tale che ho sentito il bisogno di renderlo pubblico.
Il resto delle mie volontà sono invece private e conosciute soltanto dai miei famigliari.
Posted by giuliomozzi at 08:33 | Comments (11)
06.09.08
Testamento biologico
di Mauro Mirci
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Io sottoscritto Mauro Angelo Salvatore Mirci, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, e nella speranza che quanto scriverò appresso non trovi mai le condizioni per verificarsi, dispongo quanto segue, da eseguirsi nel caso in cui, per incidente o malattia, io cada in stato di coma irreversibile.
Per chiarezza, non essendo pratico di terminologia medica, preciso che intendo per "coma irreversibile" quello stato di incoscienza prolungato in cui si ritiene che le lesioni che hanno provocato l'incoscienza siano così gravi da non poter essere recuperate. Definizione che ho letto da qualche parte e mi pare abbastanza convincente. M'inquieta molto quel "si ritiene", ma intuisco che sottintende un riferimento sia alle capacità e al talento del medico che decreta la diagnosi, sia al livello delle conoscenze mediche raggiunto. Per questo prendo per buono il "si ritiene" e auspico che del mio caso – se mai ci sarà un caso che mi riguarderà – si occupino medici preparati e coscienziosi, oltre che assistiti dalle migliori tecniche e strumentazioni diagnostiche.
In ogni modo, io non sarò in grado di esprimere alcun desiderio né prendere decisioni.
Per questo, se mai mi capiterà la sventura di cadere in stato di coma irreversibile, delego mia moglie a decidere della sorte del mio corpo.
Impossibilitata per motivi gravi mia moglie, e sempre che abbia compiuto la maggiore età, il compito passerà in capo a mia figlia, che, poverina, è ancora troppo piccola per comprendere la responsabilità che le sto attribuendo.
Dovrà invece decidere mia sorella nei seguenti casi: se mia moglie non ci sarà più, oppure nell'ipotesi malaugurata (ma ipoteticamente possibile) non sia più mia moglie; se mia figlia sarà ancora minorenne. In quest'ultima eventualità, però, raccomando a mia sorella di aver riguardo, nei limiti del giusto, che sua nipote non rimanga senza padre, ma anche che questo padre non sia costretto più del necessario dentro a un corpo tenuto vita in maniera artificiale. La delego inoltre, a decidere cosa significhi "nei limiti del giusto" e "più del necessario". Io non saprei spiegarglielo esattamente. Sappia, quindi, che mi affido (mi affiderò) al suo buon senso e le chiedo già da ora perdono per ciò che le sto facendo (potrei farle, mio malgrado, a causa di questo scritto).
E, naturalmente, invito anche mia moglie e mia figlia, se dovranno decidere, a riflettere bene su cosa stia dentro i limiti del giusto e cosa vada oltre il necessario. Auguro loro di essere capaci della massima serenità.
Chiedo che mai venga proposto a mia madre di prendere una decisione in merito: non sarebbe giusto chiedere a una madre se vuole che il figlio muoia e credo che alla sua età certe ferite vadano risparmiate. Peraltro, egoisticamente, spero di sopravviverle. Ma se non dovesse accadere, spiegatele che, è vero, ho negato a chi mi ha dato la vita il diritto di non darmi la morte (la conosco, so che non acconsentirebbe mai, in nessun caso), ma ritengo più giusto così. Vorrei anche le fosse chiesto, da persone amiche e vicine al suo dolore, di perdonare chi dovesse decidere diversamente. Temo non accetterebbe, ma desidero le venga chiesto lo stesso.
Non ho assolutamente idea di cosa si possa provare a essere in coma irreversibile. Realisticamente credo assolutamente nulla: un non essere puro e semplice. Non credo si soffra, né credo sia possibile avvertire il momento in cui si passa dall'incoscienza alla morte. Credo che non ci siano sogni. Parimenti ritengo di poter escludere che la persona in coma nutra speranze di risveglio. Per lo stesso motivo sono convinto non si provi la disperazione, o anche la rassegnazione, del moribondo. Non credo in una vita ultraterrena dopo la morte. Credo invece si debba vivere bene, perché questo è tutto ciò che ci è dato e dobbiamo trarne i frutti migliori e più dolci.
Penso che quella del coma – anche quello non irreversibile - sia una condizione molto triste. Non tanto per la persona in coma, proprio perché incosciente, ma per i suoi cari, loro sì vulnerabili da speranze e disperazione. Non so se, impossibilitato a vivere una vita normale (e per normale intendo la vita condotta da un essere umano con un grado accettabile di autosufficienza, capace di svolgere, pure se con qualche limitazione, anche grave, le ordinarie attività quotidiane) desidererei vivere comunque oppure farla finita, e per questo non sono in grado di dare disposizioni più precise se non quelle di incaricare della decisione le persone più vicine e più care.
Ho da fare loro, però, alcune raccomandazioni. Ricordate che amo la vita. Tenetene conto quando deciderete. Ho le ambizioni semplici delle persone comuni, e desideri che spero di realizzare quando avrò tempo di cui disporre e sostanze da spendere. Desidero invecchiare serenamente accanto a mia moglie, vedere la mia bambina diventare donna ed essere felice. Desidero giocare coi bambini che, spero, mia sorella deciderà di avere. Vorrei arrivare alla pensione senza troppe preoccupazioni e giungere alla decrepitezza con la mente abbastanza luci






