29.04.07
Zuck ha letto Rio di Leonardo Colombati
Il carismatico Zuck (sembra Robert De Niro) qui ha fatto una schedarella su Rio, il secondo romanzo di Leonardo Colombati.
Posted by Marco Candida at 12:13
02.04.07
Citarsi addosso e guardarsi intorno
[Questo articolo di Marco Beccaria, di cui qui sotto leggete la sola conclusione, è apparso oggi nel settimanale Left Wing. gm] [altri articoli sul romanzo Rio]
[...] Ma forse il motivo di tanta cecità interpretativa va ricercato altrove. Un ambiente letterario, intellettuale, della critica che sta ancora a baloccarsi sui concetti di “impegno" e “disimpegno" è, a sua volta, un mondo fittizio e verosimile con regole tutte sue, nel quale è impossibile concepire l’idea di una trasfigurazione della realtà che non sia meramente ideologica. Un mondo fuori dal tempo come quello di Jurassic Park. Un mondo i cui abitanti negli ultimi vent’anni non devono aver fatto altro che riproporre i propri riti sempre più esangui nei soliti templi sempre meno frequentati, senza accorgersi né dell’inattualità dei riti né del fatto che, intanto, i lettori hanno preso a frequentare altri ambienti, altri templi. Un mondo nostalgico, asserragliato nella sua presunta superiorità antropologica e culturale, che scambia la pesantezza per serietà e concepisce ogni diversità come eresia.
Allora, così come non avrebbe senso la comparsa di pirati della Malesia in un noir con protagonista il detective Marlowe né Amleto che risolve i suoi dubbi consultando l’onnisciente Hal 9000, è forse insensata a priori qualsiasi lettura che parta da presupposti di critica veteromilitante (sia in senso politico che per quanto riguarda “la funzione" della letteratura) per inquadrare il lavoro di uno scrittore che, almeno, dà l’idea, negli ultimi vent’anni, di essersi guardato un po’ intorno.
Leggi tutto l'articolo di Marco Beccaria in Left Wing.
Posted by giuliomozzi at 17:21 | Comments (22)
31.03.07
Fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni
In un suo recente intervento, Ezio Tarantino sostiene che io sia di sinistra. La stessa convinzione ha espresso Caterina Soffici su Il Giornale; mentre Maria Serena Palieri, su l’Unità, racconta come sul web io sia vituperato come “scrittore di destra" e che tale nomea me la sia cercata per favorire le vendite del mio ultimo romanzo (!).
Scrive la Palieri: “Si annidano a pagina 137 le sette righe destinate a creare il caso intorno a Rio, il secondo romanzo di Leonardo Colombati. Eccole: Ma non vi rendete conto che Berlusconi è l'unico mito che questo paese ci ha regalato negli ultimi vent'anni? Un dono del cielo così come Kennedy e Hoover lo sono stati per la letteratura americana? O forse avete intenzione di scrivere il romanzo definitivo sulle ganascette di Prodi, sulle sciarpe di D'Alema? Apritevi alla Bellezza di ciò che è Osceno!. A rincalzo, il protagonista confessa a noi lettori di avere votato Berlusconi alle ultime due elezioni".
Credevo che la critica letteraria avesse assodato da qualche secolo la differenza tra “autore" e “narratore", per non parlare del solco che divide l’autore da un suo personaggio. E invece no: finalmente sappiamo che l’assassino di Roger Ackroyd altri non è che Agatha Christie.
Sugli orientamenti politici del protagonista di Rio non posso dire niente di più e niente di meno di quanto ho scritto nel romanzo. Per il semplice motivo che quel personaggio esiste soltanto dentro quel romanzo.
Qualche giorno fa un cosiddetto critico letterario si è inalberato quando ha letto un’affermazione sulla letteratura che ho messo in bocca a un altro personaggio di Rio. L’affermazione era questa: “Leggiamo un romanzo, lo chiudiamo. Dopo tre settimane cosa resta impresso? Trama e personaggi, signori". Al critico in questione la cosa non è andata giù: “Manzoni", ha ironizzato, “poteva fare a meno di sciacquare e risciacquare in Arno i Promessi Sposi, Proust poteva scrivere dei Guermantes senza morirci sopra, (…)e Leopardi poteva scrivere ‘quant’è bella ’sta collina’ anziché ‘sempre caro mi fu quest’ermo colle’".
Posta così la questione, sembrerebbe aver ragione lui, il critico superciglioso. E invece ha torto.
In primo luogo perché non sono stato io a fare quella dichiarazione così scandalosa, bensì, appunto, un mio personaggio (e ci sarà pure una certa differenza, no?). E poi quest’ultimo non ha detto che i personaggi sono più importanti dello stile ma che sono gli “elementi" di un romanzo che ci restano più impressi. Difficile smentire il fatto che di Don Chisciotte, Madame Bovary e Anna Karenina ci ricordiamo soprattutto di Don Chisciotte, di Emma Bovary e di Anna Karenina.
Ma di che cosa sono fatte queste “creature"? È questa la domanda importante. Alla quale bisogna rispondere che sono fatte di lettere dell’alfabeto. Nessun personaggio è “reale" in un qualche senso esteriore: esiste all’interno di un testo formato da uno schieramento ben preciso di parole.
Facciamo l’esempio massimo, Shakespeare, l’uomo che avendo inventato Falstaff, Shylock, Iago, Lear e Macbeth, ha inventato anche noi lettori: noi che da cinque secoli desideriamo come Romeo, impazziamo d’amore come Otello e trasformiamo in tanti Amleti i nostri enigmi. Quando diciamo che quelle di Shakespeare sono le Scritture secolari e lo paragoniamo – bestemmiando – a Dio, non facciamo altro che rendere omaggio al creatore di simili miracoli drammatici così come glorifichiamo il Creatore dell’Universo; colui che “disse: ‘Sia la luce!’. E la luce fu". Siamo nati da un atto di parola, allo stesso modo in cui gli uomini e le donne di Shakespeare prendono vita dalla sua “voce", sono il frutto di un insuperabile ordine d’immagini e di retorica. Ha scritto George Steiner (un critico vero): “Più di ogni altro intelletto umano di cui abbiamo notizie adeguate, Shakespeare usò la lingua in una condizione di possibilità totale". Prima di Amleto – dietro di lui – c’è il Nulla: il principe di Danimarca esiste solo all’interno di una concatenazione unica di vocali e consonanti.
Quanto, invece, alle mie convinzioni politiche, se proprio ci tenete guardate qui.
Posted by Leonardo Colombati at 09:45 | Comments (43)
30.03.07
Cult, clan e furbetti del quartierino...
[Questo articolo è apparso in Blog senza qualità il 18 marzo scorso. gm]
Se devo avere un'ossessione, parlando di letteratura, penso sia quella di battermi fino alla distruzione fisica, mia o di chi mi ascolta, o legge, per affermare un'idea di letterature, una pluralità di letterature e non per un'idea unica e sola di Letteratura, quella che piace a me.
Oggi sul supplemento domenicale del Sole 24 Ore Luigi Sampietro se la prende con la parola cult, che invita a leggere come fosse clan. Il libro cult è in realtà un libro di/per un clan.
Ora, io non arrivo a capire. Sarà certamente vero. Ma è utile dircelo? Da quale prospettiva si sta guardando la questione? E da questo punto di vista si riesce a distinguere la qualità, o ci si preoccupa solo dell'atteggiamento del lettore? In che modo l'atteggiamento di una ristretta, o ampia schiera di lettori ci dice qualcosa sulla qualità di un libro, di un autore? La quantità di copie vendute è un elemento da considerarsi utile a stilare canoni e classifiche?
Se un libro raccoglie attorno a sé un cenacolo di eletti vuol dire che è brutto? o che è bello? E se ne raccoglie un numero molto molto ampio è brutto per forza?
Insomma, esistono tante letterature; ognuna ha sue regole e suoi lettori.
[Continua a leggere questo articolo in Blog senza qualità]
Posted by giuliomozzi at 23:55
26.03.07
Rio, l'incipit
Scarica qui (in formato pdf, 48 KB)l'incipit del mio romanzo, Rio.
Posted by Leonardo Colombati at 16:41 | Comments (1)
21.03.07
"Un costante stridere tra aspirazione alla verità e dominio della finzione"
[Questo articolo di Saverio Simonelli è apparso qualche giorno fa in Al Top Libri. gm] [tutto su Rio in vibrisse] [materiali su Rio in Perceber.com]
Voltata l’ultima pagina di Rio, non è così semplice staccarsene con un paio di idee chiare o quantomeno con quella galassia di sensazioni che prelude alla formazione di un parere critico. Evidentemente c’è molto da pensare e ragionare per sondare le mille potenzialità del vasto, eruditissimo, e ludicamente intricato dominio del Colombati-pensiero.
A me la prima cosa che è balzata in mente è stato l’apparente cortocircuito tra due affermazioni di Leonardo stesso e che hanno a che fare con quello che è il tema dei temi di Rio, cioè il costante stridere tra aspirazione alla verità e dominio della finzione.
La prima: un passo di un suo erudito e divertito saggio sulle Metamorfosi di Ovidio là dove scrive: “la mitologia viene resuscitata non nella sua sacralità ma come categoria del pensiero e ogni ambiguità, ogni sospensione tra vero e falso viene risolta per mezzo di un atto di coscienza per cui tutto è dichiaratamnete finzione. (Il che suona come l’esatto contrario del postulato coleridgeano sulla “volontaria sospensione dell’incredulità", ma seguire questa intuizione ci porterebbe forse lontano dall’obiettivo).
La seconda: al termine dell’intervista concessami nello studio di Al Top Libri, sollecitato da una domanda giocosa sul come mai la sua passione calcistica per la Roma, così forte, non tracimasse anche nell’opera letteraria, Leonardo risponde: “ma quella è una cosa troppo vera per essere scritta". [continua a leggere]
Posted by giuliomozzi at 08:54 | Comments (9)
20.03.07
Ah, Rio!...
di giuliomozzi
[materiali vari su Rio: rassegna stampa, galleria dei personaggi, soundtrack ecc.] [un'intervista a Colombati nella Bottega di lettura] [Bartolomeo Di Monaco legge Rio]
Diversamente da altri, io ho letto il romanzo Rio di Leonardo Colombati. L'ho letto come leggo i libri quando sono un semplice lettore, senza preoccuparmi troppo di farmene un'idea, ma solo desideroso di leggere una storia interessante raccontata in modo interessante. (Quindi: non leggete questo articolo come una recensione). L'ho letto come leggo i libri degli amici, e cioè con la sensazione continua di non essere lì - come effettivamente ero -, col libro davanti, seduto al tavolo: ma di essere in uno stato di dormiveglia, magari a letto con la febbre alta - in effetti, ho attraversato qualche giorno di febbre alta -, mentre da qualche parte, da un luogo imprecisato, mi giunge la voce dell'amico che, appunto, mi racconta la storia. Mi è successo questo con Rio. Mi è successo anche nei giorni successivi, mentre tra un aeroplano e l'altro (sono stato a fare un lavoro ad Amsterdam) leggevo Breve storia di lunghi tradimenti di Tullio Avoledo, anch'esso appena pubblicato. E' una faccenda un po' spiritistica, ma non so che farci.
Si potrebbe immaginare che, trattandosi di romanzi di amici, la mia disposizione nei loro confronti sia pregiudizialmente favorevole. Io credo che non sia così. Al contrario, il romanzo scritto da un amico è un oggetto che mi turba e mi inquieta. So che quello che ho davanti è un romanzo, so che è un oggetto che aspira a una sua autonomia (e, se è bello, ce l'ha), eppure non mi è possibile evitare l'evocazione dell'autore: della sua voce, del suo corpo, delle nostre conversazioni e passeggiate, eccetera.
Se si tratta di un romanzo sul quale ho lavorato, o che addirittura ho visto nascere, la faccenda è più semplice: poiché ho potuto assistere, o addirittura partecipare, al lavoro di autonomizzazione che l'autore ha fatto, poiché ho assistito - per così dire - alle doglie del parto, so con assoluta certezza che quella cosa lì (l'autore) è distaccata, diversa, autonoma da quell'altra cosa lì (il romanzo). Ma non ho lavorato con Leonardo su Rio.
Ne lessi, su sua richiesta, una cinquantina di pagine, più o meno un anno fa, quando solo una cinquantina di pagine erano state scritte. Feci il possibile per non dire a Leonardo che cosa ne pensavo: perché [a] quel libro doveva essere pubblicato da Rizzoli, [b] in Rizzoli Leonardo aveva trovati i suoi interlocutori, e [c] non mi andava di mettermi in mezzo. Feci il possibile per non dire a Leonardo che cosa ne pensavo, e soprattutto per non dirgli che avevo fatta tanta fatica a leggere. Più fatica di quanto non mi fossero costate, qualche anno fa, altrettante pagine di Perceber: benché, indubbiamente, Rio si presentasse come una narrazione molto più cordiale e alla mano.
Pochi giorni prima di cominciare a leggere il finalmente pubblicato Rio, una persona mi aveva prestata La versione di Barney di Mordechai Richter. Lo avevo letto quasi tutto in treno, da Roma a Padova. Passando da Richter a Rio, ho avuta la sensazione di continuare a leggere lo stesso libro. E, in più, la sensazione di leggere un séguito, uno spin off, un supplemento del Dono di Humboldt di Saul Bellow. Attenti: non sto dando giudizi di valore. Sto dicendo che questi tre romanzi mi sembrano essere, nell'esperienza della mia lettura, romanzi della stessa specie. E tuttavia - qui dichiaro dei giudizi di valore - questa prossimità turbava la mia lettura: perché se La versione di Barney mi è sembrato tutto sommato nient'altro che un buon romanzo, Il dono di Humboldt mi pare uno di quei libri che legittimamente si possono chiamare, guardandolo ormai da una certa distanza, capolavori.
E dunque? Dunque, vorrei dire che benché la voce di Leonardo echeggiasse nella mia mentre leggevo, benché il romanzo che leggevo apparisse così tanto un romanzo di un certo tipo da parere quasi un romanzo di genere, benché effettivamente le prime cinquanta pagine mi siano di nuovo risultate un po' dure da leggere, alla fin fine Rio mi è sembrato un gran bel romanzo. Una storia di figure paterne contemporaneamente nobili e ignobili, raccontata da un figlio incapace tanto della loro nobiltà quanto della loro ignobiltà, probabilmente perché viziato dall'incapacità di amare del tutto egoisticamente.
Che poi su Leonardo piovano "schizzi di fango", lanciati da persone che preferiscono non leggere Rio - forse per il timore di contaminarsi? -, mi pare cosa di cui non preoccuparsi troppo. Il romanzo è lì.
Posted by giuliomozzi at 12:11 | Comments (45)
06.02.07
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Posted by giuliomozzi at 06:28 | Comments (9)





