05.09.06

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[Il sito] [articoli in vibrisse di e su Marino Magliani] [articoli e racconti di Marino Magliani in Nazione indiana]

Posted by giuliomozzi at 10:17 | Comments (9)

26.08.06

Magliani, quel «noir» di confine

di Fulvio Panzeri

[Questo articolo di Fulvio Panzeri è apparso nel quotidiano Avvenire il 3 agosto 2006. gm] [tutti gli articoli su Marino Magliani]

Clicca qui per leggere la scheda del libroÈ decisamente una scoperta e una sorpresa il primo romanzo che Marino Magliani pubblica da un editore importante. Si intitola Quattro giorni per non morire (Sironi, pagine 158, euro 12,90) e ci impone la voce di uno scrittore vero, autentico che si muove sulla linea di altri grandi autori liguri, tra i quali lo stesso Giuseppe Conte, ma soprattutto l'amatissimo Francesco Biamonti, di cui troviamo tracce e omaggi nascosti tra le righe di questa storia che è troppo facile (e conveniente) definire «noir». Magliani è scrittore di «confine» in senso autentico come lo era Biamonti, anche se quest'ultimo è più lirico, più di dimensione metafisica. Per entrambi, però, la Liguria al confine con la Provenza è una metafora che porta incisi i segni di una incertezza esistenziale, di un abisso sul quale affacciarsi per affrontare l'idea della morte, attraverso uomini che dalla morte sono inseguiti, che cercano di non soccombere a quest'ombra che vanifica la luce di vita, quella luce che nel paesaggio ligure e nella scrittura di Magliani diventano forma di una interrogazione dell'esistenza.
Il «nero» che troviamo in questa storia è tutto nel cuore dei protagonisti, nel loro abbandono e nella loro disperata possibilità di ritornare.

Rimane negli occhi la figura di Gregorio, detto il Colibrì, che dopo un'avventura sbagliata in Sudamerica, dove ha lasciato l'amico archeologo, Leo, forse scomparso in un carcere cileno, dove ha contratto una malattia tropicale, una rara forma di malaria, ritorna in Italia e a Roma finisce in carcere per traffico di cocaina. Da Regina Coeli può tornare al vecchio paese, a Fontanelle, in una delle valli liguri della zona tra Imperia e Ventimiglia, quattro giorni per andare al funerale della madre. Sono i «quattro giorni» di cui parla il titolo che rappresentano anche lo spazio temporale ristretto in cui si svolge il romanzo, ma che Magliani ha la forza di dilatare a ricognizione di un'intera esistenza, con la morte che insegue, con il bisogno di fuga per andare finalmente a farsi curare dalla malattia. Ci sono i ricordi, ma soprattutto c'è questa riflessione sul paesaggio ligure, sull'ancestrale tema della terra che è rimasta negli occhi e sulle mani, quasi riflesso delle distese d'ulivi che hanno segnato l'infanzia.

Magliani da anni vive in Olanda, dove ha moglie e figli, ma ha connaturato in sé questa dimensione della Liguria, delle sue valli dove si misura il peso del mondo e della propria solitudine, dei suoi paesi, come Fontanelle che fa da sfondo alla storia, e identificato da «una chiesa dai muri color di terra, pieni di buchi da cui a ogni ora di campana scappava un volo di piccioni. Un nodo di portici e loggiati e un punto della scalinata da cui partivano quaranta case del sedicesimo secolo, attaccate una all'altra per risparmiare le pietre di trentanove muri». La scrittura secca e essenziale di Magliani incide il racconto come il vento sulle rocce, quelle stesse che stanno sopra il paese, appese al cielo che «imbrunivano l'aria, rocce affioranti dalle terrazze e immobili come un volo di colibrì sul fiore».

Posted by giuliomozzi at 22:12 | Comments (8)

18.05.06

La frontiera nascosta

di Marino Magliani

[Questo racconto di Marino Magliani è apparso oggi in Nazione indiana. gm]

Marino MaglianiLa piazza era senza fumo. Zanellu era stato dappertutto. Il mattino davanti ai bar di chi bottava la scuola, sotto le palme dove i ragazzi temevano di più il passaggio di un genitore o di un professore che quello di una volante. Segno che fumo non ne girava, poi sotto i portici, dove la puzza di hascisc non contaminava l’aria da tempo, gente curva, seduta sulla spalliera delle panchine, mezza tappata da altri, intenta a fabbricare castelli, visione gratificante che precedeva un arresto, un sequestro, una denuncia, un complimento del questore. Niente. E il questore chiedeva risultati.
“Che c’ è Zanellu, l’ abbiamo beccato qualcuno, guagliò?”

Leggi tutto questo racconto in Nazione indiana

Posted by giuliomozzi at 09:40

09.05.06

Dalla Liguria alle Ande, per non morire

di Bruno Quaranta

[Questo articolo di Bruno Quaranta è apparso in Tuttolibri, supplemento del quotidiano La stampa, sabato 6 maggio 2006. gm] [tutti gli articoli su Marino Magliani]

Clicca qui per leggere la scheda del libroNon ancora sfumata la «stendhaliana» Estate dopo Marengo, Marino Magliani invoca Quattro giorni per non morire. Con l’imprimatur di Dario Voltolini (ma occorreva?, la landolfiana bandella intonsa non sarà mai abbastanza rimpianta, al lettore si va, si dovrebbe andare, in perfetta solitudine) e spargendo, nell’opera, un grazie inesauribile a Francesco Biamonti, a un poema in prosa soprattutto dello scrittore di San Biagio della Cima, Attesa sul mare. Dall’Ottocento ai nostri giorni, inquieti, randagi, picareschi. Dalla Liguria alle Ande e dintorni. Due amici, Gregorio e Leo, inseguono la prova che il nostrano Ponente e l’America Latina non sono così estranei l’uno all’altra. Anzi: nei tempi remoti parlavano (avrebbero parlato) la stessa lingua.

In Val Prino, nella Tana delle Rane, scoprono «il disegno delle bestie» risalente all’Età del Rame. «Qualcosa che ci assomigliava molto» era stato rinvenuto - un libro americano avverte - «su un drappo funebre guatemalteco, nella valle di Algorrabla, nel Perù meridionale e in un cimitero di Chauchilla». L’avventura comincia. Di peripezia in peripezia, di vecchio stregone in gigantesca febbre, di cartina segreta in scheletro, cercando l’anello di congiunzione.

Leo non tornerà, forse ucciso, una raffica a suggellare il disinvolto andar (scavar) di tomba in tomba (o lo condannò l’aver scoperto un traffico di gioielli precolombiani?). Gregorio ce la farà, invece, a raggiungere Roma, salvo finire a Regina Coeli, tale e tanta la cocaina che lo grava, e non solo. A socchiudergli la porta della cella sarà la morte della madre. Quattro giorni ha davanti a sé. Il tempo di raggiungere Fontanelle, in Liguria, «una chiesa dai muri color della terra, pieni di buchi da cui a ogni ora di campana scappava un volo di piccioni». Il funerale. Il fratello Gilberto, avvoltolato in un ancestrale riserbo. L’eredità da dividere. Lori, una donna nel cuore (nelle viscere) mai avvizzita. Le antiche stagioni, «in cui gli ulivi tenevano il frutto fino alla Pentecoste», un richiamo sempre nitido. I remoti vagabondaggi in Provenza con Gregorio. Una malefatta non sbiadita. Quattro giorni alle fonti di un’energia necessaria per non morire. Un’infezione tropicale rosica Gregorio. A Città del Messico è il medico che può arginarla, se non guarirla.

Il maresciallo dei carabinieri, ostinato, epperò non pedante (come la «divisa» di Mario Soldati), scruta il detenuto in libertà vigilata che medita la fuga. Chissà se, una volta ammanettato, il novello passeur troverà (trovò) conforto nel Rimbaud carissimo a Biamonti: «La vera vita è assente, noi non siamo al mondo»? Biamonti, la voce che signoreggia nei Quattro giorni, il fantasma non ancora fantasma («Gli dispiaceva di non aver messo nel sacco di Gilberto i romanzi della luce ligure, forse perché aveva saputo che l’autore era molto malato anche lui e avrebbe voluto conoscerlo, vedere le fronde dei suoi ulivi che assomigliavano a polverose ali di farfalla»). Biamonti, ovvero la scabra Liguria dispiegata verso i maestrali di Francia.

Il viaggio oltreoceano è un’occasione che Marino Magliani ad hoc architetta per non lasciare la sua terra, arandone atmosfere, caratteri, palpiti, ad essa tutto riconducendo («La rassegnazione andina così simile alla rassegnazione che si leggeva negli occhi dei liguri»). Ogni parola affilata, gelosamente accudita, meticolosamente offerta. Passo dopo passo lungo i sentieri di un mondo scomparso, che, ritrovato, non dovrà scomparire mai più. «Gettò un ultimo sguardo sull’Italia, c’erano uliveti, orti tra lo spoglio e il verdeggiante, orti di marzo e rocce d’arenaria. Erano gli affetti dello scrittore di confine». Qui la sfida che Marino Magliani si cuce inesorabilmente addosso: nell’angelo di Avrigue identificare «un volto ch’era al di là di qualcosa... avviato alla pietra».

Posted by giuliomozzi at 08:01 | Comments (12)

Magliani, uno scrittore-antidoto alle brutture d'oggi

di Davide Brullo

[Questo articolo di Davide Brullo è apparso nel settimanale Il domenicale di domenica 7 maggio 2006. gm] [tutti gli articoli su Marino Magliani]

Clicca qui per leggere la scheda del libroPreliminare avvertimento: non ci si lasci ingannare dalla copertina – una mano su fondo nero che gratta nervosa una parete – né dal titolo, Quattro giorni per non morire: questo libro edito da Sironi (Milano 2006, pp.158, e12,90) per fortuna sua non è un libro di “genere” né tantomeno un noir per passare allegramente le giornate vacanziere – sebbene, si vedrà, l’autore sappia anche dosare con astuzia le lame della suspense. No, questo di Marino Magliani (1960), già autore de L’estate dopo Marengo (Philobiblon, Ventimiglia, IM, 2003), semmai è un romanzo “esistenziale”, sebbene, e ancora per fortuna nostra, Sartre c’entri pochissimo.

Partiamo dalla trama, lievissima: Gregorio, che sappiamo in carcere per alcuni affari illeciti combinati in Sudamerica con l’amico Leo – un intreccio tra stupefacenti e brigantaggio in reperti antichi –, torna al suo paese, nell’entroterra ligure, con un permesso di quattro giorni – ecco la ragione del titolo – per seppellire la madre. Di lì comincia una circumnavigazione mentale tra ricordi, volti, anfratti del tempo, che poi costituisce il nerbo duro del libro. Qualche parola sul traffico di Gregorio e Leo: i due compaesani che abbandonano il primordiale borgo nativo e che per questo vivono una vita da reietti, da uomini privi di passato, in verità cercano un legame tra alcune incisioni rupestri liguri e altre, pressoché un calco, sudamericane. Eccoci nella seconda zona di luce del libro, l’ancestralità. Gregorio cerca tra Bolivia e Perù i ruderi di una civiltà passata, che è poi, non troppo paradossalmente, quella da cui è fuggito. Persino la scrittura di Magliani è tutta tesa come un telo di cuoio. Le parole, radissime, servono a dire una volta per sempre le cose. C’è una sorta di immobilità negli atti, e ogni volto è composto, placido, fermo, antico, nell’ambra che lo conserverà per millenni.

La zona prima del libro, sulla vicenda dei vagabondaggi in terra americana, ha un’andatura che ricorda il primo André Malraux, quello de La via dei re (1930; peraltro anche lì, benché il panorama sia quello indocinese, si parla di un traffico di ruderi d’arte), vitale e arcaico, colmo di boscaglie, oscuro. Poi la forma delle cose va irrigidendosi, il caos avventuroso di prima si blocca, e sbocca nella sua lenta furia una disperazione atavica. Questo senso pungente dell’irrimediabilità degli eventi, di una sorte cupa che ghigna su tutti, che pulsa netto nella vita contadina ligure e soprattutto nella scrittura di Magliani, è tragicamente classico, giunge da quella grecità che per prima ha detto l’uomo. Ognuno è sottomesso al proprio inesorabile destino, di fuga o di attesa, e non c’è divinità che possa deviarne il getto.

Visto che la letteratura si nutre di altra letteratura, ci viene alle labbra il nome di Álvaro Mutis e del suo indimenticabile reietto Maqroll il Gabbiere. Specie nella sua prima produzione, quella più felice, non rattrappita in pappagallesca maniera, fu proprio il colombiano a rinnovare con versi vegetali quell’idea, assieme da eroi e pusillanimi, della “disperanza”: «Un uccello che giunge dalla sommità del cielo è il primo messaggero della disperanza. Un occhio gigantesco si apre per vigilare il passaggio degli uomini e ora la luce non è altro che un manto ubbidiente che nasconde la miseria delle cose». Eppure, dietro a lui, la matrice degli antieroi derelitti e disubbidienti di Magliani è in Joseph Conrad, da cui è mutuata anche la tattica di deviare il “genere” in dighe di terrifica moralità, di perversa intrusione nelle oscure falde dell’uomo.

Marino MaglianiInutile sforzarsi ancora a sottolineare la palese importanza del polacco-inglese nella letteratura moderna, semmai qui ci preme segnalare se non un’aderenza una concordanza con il suo romanzo più ambizioso, Nostromo, del 1904. Vasto e icastico affresco di un paese del Centroamerica totalmente inventato da Conrad, Sulaco, il libro, troppo complesso e perciò fallimentare all’epoca – un tentativo di comprimere e superare tutte le sue “fonti” assieme: Tolstoj, Dostoevskij, Flaubert e la Bibbia – inventa la scrittura oceanica che sarà di Faulkner, e di fatto l’intera letteratura moderna sudamericana, anticipandone la nascita, con quel rosario di poverelli, di briganti sudici e di solitari cuordileone destinati a ignominiosa fine.

Si è tenuto volutamente a margine il mitizzato riferimento di Magliani – e con cordialità più volte citato nel testo, cavalleria d’altri tempi, mica come questi ultimi nostri che razziano di qua e di là e poi zitti tutti – cioè quel Francesco Biamonti, anch’egli ligure, solitaria gemma della recente narrativa italiana. Di certo Biamonti ha insegnato la portata del silenzio a Magliani, e quella specie di “pudore” nel racconto, necessario come l’acqua, che pochissimi oggi hanno in dotazione. Ma Magliani ha ali piuttosto salde e ben si libera dei propri padri – se un consiglio gli si può dare è quello di leggersi un grande francese assai letto da Biamonti, Julien Gracq, così, tanto per aggiungere pappa buona al piatto. Ne scaturisce allora una scrittura anticonvenzionale e cruda, da usare come antidoto alle brutture contemporanee, tutt’altro che “regionale”, bavaglio con cui già vollero disinnescare la potenza dell’amato Biamonti.

No, non esiste un branco di scrittori e poeti “liguri”, checché se ne possa dire, semmai la Liguria, con i suoi antri grezzi e nudi, sovranamente schietti, non fa che esplicitare la primordialità che è in ogni uomo, la sua anima – il suo chiodo – inscalfibile. Quella che, attraverso la vicenda di Gregorio, Magliani cerca di definire per sempre.

Posted by giuliomozzi at 07:44 | Comments (4)

03.05.06

Marino Magliani: Quattro giorni per non morire (2006)

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Marino MaglianiMagliani, nato a Dolcedo in provincia di Imperia nel 1960, vive in Olanda, in un paesino di fronte al mare, IJmuiden. Non ha dimenticato, però, la sua terra di origine, dove ogni tanto viene a rinfrescare i suoi ricordi e le sue sensazioni.
Questo romanzo non è la sua prima prova narrativa, ma è senz’altro il suo primo incontro con una Casa editrice, la Sironi, che sta occupando uno spazio sempre più interessante nel panorama editoriale e letterario del nostro Paese.

Leo Rochino e Gregorio Sanderi (soprannominato Brì, che sta per Colibrì) si trovano in Perù alla ricerca di qualche reperto archeologico di valore da poter smerciare. Non stanno rinvenendo alcunché, per cui sarebbero anche disposti a fare rientro in Italia “con un paio d’etti di coca.” Quelle del ricercatore archeologico e dello speleologo sono passioni che si portano dietro dall’infanzia, sin da quando Leo, di dieci anni, e Gregorio, di otto, anziché giocare a pallone, preferivano calarsi nelle grotte in cerca di scheletri e di segni. Un giorno, “sotto le pietre della Tana delle Rane” avevano trovato il “disegno delle bestie”, una composizione rudimentale nella quale figurava “Un cervo con in bocca un’aquila che beccava il cranio di un grosso gatto selvatico che aveva gli artigli su un serpente.” Risaliva all’età del rame. Avevano tenuto segreta la scoperta, finché un giorno seppero che un disegno simile era stato rinvenuto nel Perù meridionale. Da lì le ragioni della loro partenza, stimolati dalla curiosità di scoprire se vi fosse stato un contatto tra civiltà così lontane. Gli scavi che facevano in Perù erano clandestini, mancavano delle autorizzazioni necessarie, e quindi erano pericolose, “Tanto più che i loro nomi a Lima li avevano già.” L’autore non ci dice altro di queste missioni compiute nel 1989 e si trasferisce più avanti nel tempo, nel 2000, e ci fa trovare Gregorio in carcere per traffico di droga (sapremo poi che è stato arrestato in seguito ad una spiata, e la scoperta della spia sarà uno dei motivi interessanti della storia), e ci fa sapere pure, per bocca di Gregorio, che Leo forse è morto: “finito sotto la sabbia in qualche angolo di un deserto cileno, ai confini col Perú.”
Gregorio è uscito dal carcere di Regina Coeli con un permesso di quattro giorni per andare al funerale della madre. Prima di giungere a casa si ferma dal dottor Lagorio, specializzato anche in malattie tropicali, per avere un suo parere su “una rara forma di malaria” che ha contratto in Guatemala e se le cure che gli stanno facendo in carcere siano efficaci. Infatti, fa sapere al dottore che quando avrà scontato gli ultimi due anni che gli restano, desidera recarsi in Messico per sottoporsi alle cure di uno specialista americano, il dottor Hugh Mc Linch, che sta sperimentando un vaccino che “Dà, diciamo, un trenta per cento in più di quanto non offrano le cure del carcere.”

Poiché Magliani è di origine ligure, nel leggerlo siamo indotti a porre attenzione alle somiglianze che la sua scrittura può avere con uno dei maggiori narratori della sua terra, Francesco Biamonti, ricordato più volte, anche con alcune citazioni. La conterraneità crea spesso delle affinità pure nella scrittura, e ciò è vero anche per Magliani, ma non tanto nel processo che riguarda la tessitura del romanzo che, pur essendo asciutta come quella di Biamonti, non ne riflette la spigolosità e le sofferte pause dietro cui si nasconde la pena dell’esistere, bensì nello sguardo che l’autore rivolge alla natura. Qui la somiglianza è intera, il respiro è il medesimo, la parola assorbe colori e sapori di una terra aspra e incantata. Si possono portare vari esempi, bastino questi: “si bruciavano nel tramonto i colori delle cose perse.”; “il tramonto prendeva d’infilata le facciate dei palazzi e il marciapiede”; “Sopra il paese, appese al cielo, le rocce imbrunivano l’aria, rocce affioranti dalle terrazze e immobili come un volo di colibrì sul fiore.”
Fontanelle è il nome del paese, dove fa ritorno il protagonista: “Una chiesa dai muri color della terra, piena di buchi da cui a ogni ora di campana scappava un volo di piccioni. Un nodo di portici e loggiati e un punto della scalinata da cui partivano quaranta case del sedicesimo secolo, attaccate una all’altra per risparmiare le pietre di trentanove muri. Staccate, dove nessuno aveva più costruito altro, una chiesetta dell’altro secolo e tre case di trent’anni fa. Oltre la piazza con le tre fontanelle nel tufo e la scalinata, la prima casa era la sua.” Nel guardarsi intorno torna alla mente di Gregorio il ricordo di Lori, una ragazza di cui era innamorato. Non ha il coraggio di domandare che fine abbia fatto al fratello Gilberto, che lo ha accolto in casa abbracciandolo, e l’ha condotto nella stanza dove giace la madre, “rimasta col sorriso di sapersi morta.” Ma quando glielo chiede viene a sapere che è divorziata e vive con la madre.

Magliani crea un clima di suspense intorno alla storia di Gregorio. Si sono perse le tracce di Leo, forse è morto. Gilberto gli rivela che, quando i genitori di Leo erano già morti, giunse una grossa busta a casa di Leo e, poiché lui stava facendo dei lavori proprio in quella casa, vide la busta e l’aprì. Conteneva due quaderni; Gregorio si rende conto che sono gli appunti di Leo, quelli che contengono anche i reperti rinvenuti nella “Tana delle Rane”. Desidera fare di tutto per venirne in possesso. È convinto che da quei taccuini potrà anche capire se sia stato Leo a tradirlo, non solo, ma, dice al fratello: “se riusciamo a metter le mani su quei taccuini, sono io che accendo una luce su un periodo del mio passato, e del mio futuro, che non conosco...” Si riferisce al periodo della malattia, in cui era pressoché privo di conoscenza. Intanto ha contatti telefonici con uno strano individuo sudamericano al quale deve portare dei soldi. Si ha la sensazione che sia sottoposto ad una specie di ricatto. In realtà, ha intenzione di approfittare della breve licenza dal carcere per fuggire subito in Messico e, colà giunto, farsi curare. Perciò è in contatto con Omar che, in cambio di una grossa somma, gli fornirà un passaporto falso e organizzerà il suo soggiorno in Messico. Per quel denaro, Gregorio si rivolge al fratello che, se gli darà ventimila euro, potrà tenere tutto il resto dell’eredità. Gli rivela che non ha affatto intenzione di aspettare i due anni che gli restano ancora da scontare in carcere: “I nervi e le vene, lentamente, a partire da qualche anno si irrigidivano, i polmoni faticavano.” Sarebbe morto anzitempo.

Magliani dissemina nella storia i segni del tempo passato, facendo affiorare nella mente di Gregorio i ricordi di un’età per lui definitivamente perduta. Sono luoghi intrisi di malinconia, quelli che prevalgono. La realtà viene avvolta nelle maglie di un’esistenza, quella di Gregorio, che non è stata come sognava. Ma ora c’è in gioco la vita; c’è la corsa contro il tempo per tentare di non morire. Nonostante la sfortunata esistenza, ossia, Gregorio si ribella alla morte. E ancora una volta con un azzardo: fuggire dal carcere è un grosso rischio, infatti; potrebbe essere acciuffato e condannato a una pena più lunga, e quindi morire di quella sua malattia. Ma il richiamo della vita è dominante in lui. Gregorio, nel momento in cui è consapevole che il suo azzardo potrebbe trasformarsi in un congedo definitivo dal mondo, trova nella risolutezza con cui lo affronta il suo momento più fulgido, il suo riscatto. Questa ostinazione per la vita diventa così il punto centrale del romanzo, la lezione che si ricava dalla storia: il desiderio della vita prevale sul desiderio della morte, anche se può essere quest’ultima a vincere.
Recuperati i taccuini di Leo insieme con una lettera che li accompagna, scritta dall’amico sudamericano, Miguel Felipe Valaverde, Gregorio intuisce che alcuni punti toccati dalla lettera sono poco chiari, inoltre mancano nei taccuini le pagine relative al soggiorno in Guatemala, dove Gregorio si era ammalato. Nel diario di Leo si legge, con riferimento a Gregorio: “Dove sei, torna dalle praterie, amico mio” e: “Dimmi se anche di là si ha paura”. Comincia, così, la sua ricerca sulla morte di Leo e sul periodo oscuro della sua malattia. Sarà anche questo uno dei motivi per non morire.

Magliani (come Biamonti in Le parole la notte in cui sparge il seme di un’indagine su chi ha sparato a Leonardo, il protagonista), dà un connotato giallistico al suo romanzo, con maggiore insistenza rispetto a Biamonti, per il quale questa componente è soltanto marginale, ma noi intuiamo che una tale sollecitazione vuole essere la sottolineatura di una vitalità che ancora percorre l’esistenza del suo personaggio.
La lettura del diario ci offre pagine molte belle in cui Leo, guidato da un “mestizo”, un nativo del luogo, esplora una caverna che fu nel passato un cimitero di popoli estinti. Qui rinviene finalmente il disegno che assomiglia a quello trovato nella Tana delle Rane, al suo paese. È tatuato sulle dita di molte mummie, ma è inciso anche su un cilindro di legno, lo raccoglie e lo mette nello zaino.
Non si deve dimenticare che tutto ciò, Gregorio lo sta apprendendo nel corso dei quattro giorni di licenza dal carcere (da cui il titolo) che ha ottenuti per partecipare ai funerali della madre. Ora siamo giunti al terzo giorno, quello in cui Gregorio – quasi una consapevolezza, un presentimento - si immerge nella natura, e gli interrogativi sul suo futuro si fanno più trepidanti e malinconici. Magliani dà alla natura, in questo particolare momento che sta vivendo il suo protagonista, un connotato di abbandono e di rilassamento, di immersione impregnata di rassegnazione e di mansuetudine: “si sbucava in una piazzola chiusa e circondata da sedili di pietra. Qui era un posto dove un tempo la sera si sedevano i grandi. Ne conservava un’immagine estiva e notturna, fatta di voli e di grida di rondoni che avevano creato nei muri i loro nidi, e di righe di uomini seduti al fresco, la camicia sulle spalle.” La stessa atmosfera che filtra nel ricordo andino; dice al fratello a proposito di quei luoghi, e invitandolo a visitarli un giorno: “Vallate verdi, simili alle nostre se non avessimo ulivi, con scalinate Inca, ecco queste sì, le scalinate sono un po’ come le nostre mulattiere, e colline bucherellate da piccole tombe e nelle tombe bambini appena nati, o di cinque sei anni, bambine soprattutto, sacrificati agli dei.” È il filo di una memoria malinconica, “involontaria”, che congiunge, come quel disegno misterioso, le due nature così distanti in un unico universo entrato nel cuore del protagonista. La vicinanza con Biamonti qui è più marcata. Il bar dove Gregorio trascorre l’ultimo giorno, sembra il bar de Le parole la notte, e così i discorsi degli uomini, uno dei quali (hanno ucciso un grosso cinghiale) rievoca l’incendio che ha avviluppato l’Esterel, il monte ricordato sempre da Biamonti, dal quale il cinghiale ucciso è fuggito terrorizzato dal fuoco. Anche il merlo che Gregorio libera dalla gabbia, non avendo più l’abitudine al volo, è andato a fracassarsi “nelle terrazze sottostanti”. Magliani ci lascia avvertiti, dunque, che nel protagonista la memoria sta per spegnersi, e quel fiato che ancora gli resta grazie al ricordo si fa sempre più sottile e affannoso. I quattro giorni si traducono, così, nel compendio di tutta una vita; i movimenti della narrazione diventano lenti, centellinati, e minuta e ossessiva l’indagine sulla realtà: “erano cose che solo nell’attesa di questa agonia aveva un senso rievocare, e domani non più.”; “gli pareva d’incarnare quel cinghiale ferito e non ci voleva pensare.” Sono le ceneri di una speranza che vanno raccogliendosi ai piedi di un uomo malato, che non si rassegna a lasciare la vita, e la raccoglie tutta intera nell’ultimo respiro.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:54 | Comments (19)

14.04.06

Quattro giorni per non morire, di Marino Magliani

di Marilia Piccone

[Questo articolo di Marilia Piccone è apparso oggi in Librialice. gm] [tutti gli articoli su questo libro]

Clicca qui per leggere la scheda del libroGregorio Sanderi ha quattro giorni di permesso dal carcere di Regina Coeli per recarsi al funerale della madre, in Liguria. Quattro giorni per ricordare il passato, cercare di capirne i punti oscuri, costruire un possibile futuro. È tutta qui la trama di questo esile e denso, scabro e pudicamente poetico romanzo di Marino Magliani, scrittore insolito che fa il magazziniere in Olanda (dove vive), il manovale durante le vacanze nella natia Dolcedo, in provincia di Imperia, e che scrive della Liguria con le parole dell’esule che ha la sua terra nel cuore.
Quattro giorni per non morire è ancora una volta - come il precedente romanzo di Magliani, bellissimo anche se passato inosservato, L’estate dopo Marengo - la storia di un viaggio che non finisce mai, come la vita stessa d’altra parte. Ed è anche la storia di un’amicizia, quella tra Gregorio e Leo, cementata da giochi d’infanzia insieme, la complicità in un furto di motorino, la stessa ragazza di cui ci si innamora. E la storia di una passione, della scoperta di un’antica civiltà che lasciava le tracce sulle pietre: Gregorio e Leo avevano trovato nella Tana delle Rane un’incisione che rappresentava quattro bestie, ognuna preda dell’altra, e il sole.

Per questo erano partiti verso il Sud America, alla ricerca di disegni simili, o forse di se stessi. Perché la gente è così in Liguria: o è come Gilberto, il fratello di Gregorio, che non si è mai allontanato e non desidera farlo (bellissima l’immagine con cui lo associamo, la macina del frantoio che gira in tondo e scava un solco sulla pietra), o è come Gregorio che guarda al di là delle colline, verso il mare, sognando di partire per poi tornare. Perché si torna sempre, in Liguria. Come gli uccelli migratori. Il soprannome che Leo ha dato a Gregorio è “colibrì”, il mitico uccello messaggero degli dei che vola tra cielo e terra, e questa è una delle immagini di animali che formano un ricco sottotesto nel libro- quelli preistorici dei disegni e poi il merlo in gabbia che, liberato, precipita nel burrone perché non sa più volare, il cinghiale selvaggio che viene ucciso. Gregorio, il colibrì, era tornato dal Sud America e lo avevano arrestato a Fiumicino per traffico di droga; di Leo non si era più saputo niente, forse era morto nelle carceri cilene come un volgare tombarolo.

In quei quattro giorni di libertà provvisoria Gregorio prepara la fuga, un viaggio della speranza questa volta, per farsi curare in Messico la rara forma di malaria contratta un decennio prima. E nello stesso tempo si riappropria del passato, incontra la donna che lui e Leo hanno amato (il primo amore non si scorda mai), osserva i cambiamenti avvenuti durante la sua assenza (sono gli immigrati turchi a fare i lavori pesanti adesso), legge il diario di Leo che era stato rispedito per posta, colma il buco dei giorni di cui non ricorda nulla tranne gli incubi febbricitanti, scopre che non erano partiti invano.

Ci piace la ligurità discreta di Marino Magliani, quella che lo accomuna a due grandi scrittori liguri, Biamonti a cui va il suo continuo riconoscimento, e Giuseppe Conte. Quella che si esprime nel linguaggio asciutto come la terra crepata della Liguria, nei dialoghi venati di dialetto della riviera ponentina, nell’attenzione ai colori cangianti delle foglie degli ulivi e soprattutto alla qualità della luce che dà una mano di smalto al blu del cielo e accende di riflessi il mare.

Posted by giuliomozzi at 15:04 | Comments (4)

10.04.06

Sironi / Quattro giorni per non morire, di Marino Magliani

di Stefano Tettamanti

[Questo articolo di Stefano Tettamanti è apparso qualche giorno fa -il 6 o il 7 aprile - nelle pagine dell'edizione genovese di Repubblica. gm] [tutti gli articoli su questo libro]

Clicca qui per leggere la scheda del libroL'ho amata tante volte sulle pagine dei libri quella Liguria lì che non so più se esista davvero o se l'abbiano inventata gli scrittori. Se sia quel pezzo di terra (estremo lembo del ponente ligure, di solito si dice così) ad aver prodotto una letteratura o la letteratura ad aver costruito una geografia cui abbiamo affidato il compito di descriverci. Muri a secco, terrazze, olivi, mimose, orti, vento, luce, mare. Sono i punti cardinali, e intermedi, della bussola che orienta ogni scrittore di Liguria, la scacchiera sulla quale muovono tutti i pezzi dei nostri romanzi-paesaggio, per dirla con Calvino. Aspri e scoscesi, va da sé. E ad aggiungerci la frontiera, ecco che si apre la via di fuga necessaria a sfondare gli orizzonti.

Marino Magliani (di cui ignoro tutto, tranne quel che leggo nelle poche righe del risvolto di copertina: quarantacinque anni, di Dolcedo in provincia di Imperia, "vive e lavora a Ijmuiden, sulla costa olandese": ho controllato, Ijmuiden esiste, significa foce del fiume Ij ed è un importante porto di pesca marittima) apre e chiude il suo romanzo (Quattro giorni per non morire, Sironi, 12,90 euro, dal titolo sembra un thrillerino qualunque ma non lo è, si può stare tranquilli) con una frontiera: all'inizio quella tra Perù e Bolivia, alla fine quella di Ventimiglia, "dove non l'Italia ma la Liguria" se ne va.

Nel mezzo, una storia che rispetta la rosa dei venti ortodossa e ci aggiunge tanto di suo e tanto di bello. La stori adi Gregorio (non si chiamava Gregorio anche l'io narrante dell'Angelo di Avrigue?), della sua passione per l'archeologia, le grotte dell'uomo di Cro-Magnon, gli scheletri, i segni che uniscono universi separati da oceani; di una tenera amicizia tra maschi; di una malattia bastarda; di un carcere dove non si vuole tornare; di un paese eterno, "pigna di case, lampioni accesi e rami di palme", dove alle pellacce da vino e alla gente cronicamente senza donne, si mischiano muratori turchi dalle mani spaccate dalal calce.

Una storia di rassegnazione e di ricordo di felicità disumane. Impastata da Magliani con mano matura, in una lingua ruvida e famigliare che rimanda a tanta grande letteratura, non solo ligure: Boine, Sbarbaro e Montale, chiaro, per associare liberamente, ma anche Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, o Carlo Cassola e Manlio Cancogni. E costantemente illuminata dal riverbero della luce solenne che promana dalle pagine di Francesco Biamonti.

Posted by giuliomozzi at 12:02 | Comments (0)

Sironi / Quattro giorni per non morire, di Marino Magliani

di Gordiano Lupi

[tutti gli articoli su questo libro]

Questo è Marino Magliani. Se clicchi qui, trovi i suoi libri in InternetBookShopMarino Magliani non è uno scrittore esordiente, ma è la prima volta che pubblica un romanzo con un editore medio-grande come Sironi [*] e merita attenzione. Conosco Magliani sin dalle sue prime prove narrative (Molo Express, Prove tecniche di solitudine e soprattutto L'estate dopo Marengo), usciti per piccole produzioni imperiesi. So del suo amore per lo scrittore di confine Francesco Biamonti, che Magliani cita nel corso del romanzo facendolo diventare una lettura del protagonista. So anche che è un ligure, pendolare per forza da una terra che ama con tutto il cuore e che sente lontana dal freddo inverno olandese.

Leggi in Mentelocale il séguito di questo articolo.

[*] Una precisazione è dovuta. Sironi non è un editore "medio-grande", ma un piccolo editore. La qualifica di editori "medio-grandi" può adattarsi a Laterza o a Feltrinelli; non certo a Sironi. gm

Posted by giuliomozzi at 11:15 | Comments (8)

Sironi / Quattro giorni per non morire, di Marino Magliani

di Luca Tassinari

[tutti gli articoli su questo libro]

Clicca qui per leggere la scheda del libroDemasiadas piedras, troppe pietre. Questo è il refrain, il leitmotiv, il ritornello che mi tornerà sempre in mente ogni qual volta prenderò in mano il libro di Marino Magliani per leggerne qualche pagina. Sì, perché questo è uno di quei libri che non ci si può accontentare di leggere distrattamente una volta sola. Questo è un libro che reclama attenzione e riletture.
La fabula è presto detta: Gregorio, indagatore di nessi fra civiltà precolombiane e antiche popolazioni liguri, sta scontando una condanna a dieci anni di carcere per traffico internazionale di stupefacenti, ed è afflitto da una rara forma malarica contratta in Sudamerica durante una spedizione archeologica. La morte della madre gli offre quattro giorni di permesso e l’occasione di tentare la fuga in Messico, dove opera l’unico medico al mondo in grado di curare efficacemente la sua malattia. Ma questi quattro giorni gli serviranno soprattutto per far luce su alcuni punti oscuri del suo passato.

Leggi in Letturalenta il séguito di questo articolo.

Posted by giuliomozzi at 11:02

31.03.06

Sironi / Quattro giorni per non morire, di Marino Magliani

di Giuseppe Conte

[Questo articolo di Giuseppe Conte è apparso nel quotidiano Il giornale venerdì 31 marzo 2006. gm] [tutti gli articoli su questo libro]

Clicca qui per leggere la scheda del libroSe esiste una specificità della scrittura letteraria dei liguri, è l'importanza connessa in questa scrittura al paesaggio. È come se la Liguria dettasse ai suoi scrittori parole di vento, d'erba, di terra, di ulivi, di roccia, di mare. E li spingesse a inscrivere nel paesaggio il procedere del pensiero e il rovello morale. Così succede ancora oggi per Marino Magliani, di cui arriva in libreria un romanzo intitolato Quattro giorni per non morire (Sironi, pagg. 156, euro 12,90). Magliani è uno strano tipo di scrittore: è un ligure dell'entroterra, di quelle vallate aspre e scoscese, ma è anche un viaggiatore, un poliglotta, e vive in Olanda con una moglie e un figlio olandesi, a Ijmuiden, in riva al Mare del Nord, dove ha fatto per anni il magazziniere.

È un uomo ancora giovane che, abitando lontano, sente la sua terra ligure con un profondo istinto di radicamento e conservazione. Scrive solo mentre è in Olanda. Quando torna, lavora nelle sue campagne, costruisce muretti, e racconta le trame dei suoi romanzi nei bar e talvolta a me personalmente, riuscendo sempre a stupirmi per la sua naturale vena di affabulatore. Ma i suoi punti di riferimento non sono gli autori di gialli e noir che proliferano oggi in Italia con alterne fortune di bottega. Magliani ha il demone della scrittura.

I suoi maestri assoluti sono Francesco Biamonti e Giovanni Boine. Magliani, così infinitamente diverso da loro, si mette sulla loro scia e pensa nella loro lingua. Se il lettore apre questo suo nuovo romanzo (ne ha pubblicato diversi da editori liguri, e credo che ne abbia decine nel cassetto), rimane colpito dal ritrovarsi subito su una frontiera esotica, quella tra la Bolivia e il Perù: che però rimanda immediatamente a una frontiera vicina, domestica, letteraria come quella tra l'Italia e la Francia a Ventimiglia, teatro di tante pagine di un altro autore ligure, Nico Orengo, e di Biamonti stesso.

C'è questo respiro sudamericano, c'è persino qualche parola di lunfardo, la lingua fascinosa dei bassifondi di Buenos Aires, ma il cuore del libro è lì pulsante tra Imperia e la Val Prino, tra gli ulivi e le fasce e il mare lontano. Il protagonista, inseguito da ricordi e con i conti ancora aperti con il suo passato, ha quattro giorni di permesso dal carcere per andare ai funerali della madre. E per salvarsi.

Clicca sul primo piano di Marino Magliani per vedere la moschea di Ijmuiden, Olanda
Da un lato Magliani scrive con sbrigliata forza di invenzione, con una accentuazione dell'azione e della trama lontana dalla tradizione che si è scelto. Ma la sua lingua, tutta innervata da una forza dialettale, terragna, concreta, lo ricolloca in una tradizione che è ligure a pienissimo titolo. Ascoltate: «Lasciate le vigne, con i suoi colpi di cesoia nel respiro del torrente, la mulattiera divideva gli uliveti. Qua e là sotto le piante coltivate risaltava al sole un biancore di reti. Il tempo della fatica lo davano ora i colpi di un bacchio, un ritmo cadenzato cui seguiva una pioggia di olive». L'antica Liguria ha dunque ancora buone voci. E spero che non siano soltanto i liguri ad accorgersene.


Il bocciatore, un racconto di Marino Magliani pubblicato in Nazione indiana.

Sulla strada per Carlos Paz, un racconto di Marino Magliani pubblicato in Nazione indiana.

Mujeres, una società narrata dalle donne. Marino Magliani recensisce in vibrisse il reportage Mujeres di Riccardo De Gennaro.

La sinistra e le città. Marino Magliani recensisce in Nazione indiana una raccolta di nuovi narratori sudamericani.

Posted by giuliomozzi at 14:13 | Comments (13)

23.03.06

Mujeres, una società narrata dalle donne

di Marino Magliani

mujeres.JPGPer capire chi è un politico argentino, per quantificare la sua integrità morale, e farci un'idea del concetto che ha delle istituzioni, esiste un solo modo: un'immersione rapida in quella che è considerata la filosofia di vita di un argentino, una sorta di manuale segnato a fuoco, a cui si è dato il nome di viveza criolla. Provo a tradurre come Borges ha descritto il suo popolo: "L'argentino è privo di condotta morale, ma non di quella intellettuale; passare per immorale gli importa meno che passare per sprovveduto. La disonestà, si crede, gode di venerazione generale e si chiama viveza criolla".
Vivo, o piola, è quella persona che conosce ogni metodo per non lavorare, non studiare, e non pagare. Vivos lo si è dunque a scapito del prossimo, poiché el vivo crede che l'interesse proprio giustifichi e legalizzi il tutto. Questa è la regola su cui politici e militari argentini hanno scritto il loro codice. E ci sono libri che tutto questo tentano di spiegarlo come un racconto, libri che affrontano la tragedia argentina e si calano nell'infezione, e ci raccontano l'operazione chirurgica (ci mostrano cosí come la destra in Argentina e in Sudamerica abbia "operato senza anestesia") spalancandocene poi davanti le conseguenze, i postumi, l' invalidità permanente. Nell'ottimo reportage Mujeres, di Riccardo De Gennaro (manifestolibri), il progetto di confrontare presente e passato è sicuramente ben riuscito.

L'autore, attraverso la voce di alcune donne, ci racconta la coscienza di una nazione grande quasi quanto l'Europa, e con le sue vene aperte (Las venas abiertas de America Latina), la nazione con le sue banche prosciugate, la sua terra svenduta e affamata, i suoi contrasti anche eclesiastici.

L'io narrante, nell'introduzione, come a creare un racconto nel racconto, e a dar forza anche alla sua di coscienza, ci confessa un'intenzione. Era andato in Sudamerica per conoscere e scrivere storie del presente, di un'Argentina di oggi, a trent'anni dal golpe del '76. Presto però si è reso conto che "ogni discorso, reale o mancato, incrociava inevitabilmente il dramma dei desaparecidos e che, bene o male, ogni storia era costretta ad confrontarsi con quell' immensa ferita del corpo sociale". Pure, ammette a se stesso che una parte di sé, in realtà era andata laggiù per sperare che in realtà tutto ciò che è successo, fosse ancora presente, fosse nelle parole, nell'aria, nella faccia della gente: "In quel momento, nell'aeroporto, con le valigie in mano, elemosinavo con gli occhi un cenno, un particolare, che costituisse una pur piccola prova che gli argentini non avevano dimenticato e che continuavano a lottare perché i responsabili, a qualunque livello, dei 30mila desaparecidos fossero catturati e condannati".

Poi De Gennaro ha lasciato parlare le donne, avendo capito che è la parte migliore del paese. Pagine di incontri, di mujeres luchadoras. Donne che sono di diverse età, ma anche di diversa estrazione sociale. Si va dalle "Madres di Plaza de Mayo", anziane ormai, alcune morte, che si oppongono ogni giorno al tentativo di revisionismo, alle ragazze morte nell'incendio della discoteca "Republica Cromanon", dove emerge con tutta la sua virulenza la viveza criolla, la corruzione politica, il mancato controllo di sicurezza nei locali. E altre storie di donne, esili, minuscole.

Mariela, leader di un gruppo di piqueteros a Santa Fe, che vive nella sua baracca di lamiera. Nel suo quartiere di baracche di lamiera, "Villa miseria" come chiamano laggiù le baraccopoli. Villa miseria... In Argentina anche le parole si accaniscono contro i poveri.

Silvia, ha scelto di vivere da hippy in una Patagonia dove a poca distanza, a Bariloche, hanno vissuto indisturbati e protetti criminali di guerra come l'ex colonello delle Ss, Erich Priebke. Per altro, terra incontaminata solo più per poco, veniamo a sapere, perché da un po' di tempo un tal Lewis, socio di Silvester Stallone nella catena di locali Hard Rock Caffé, ha fatto irruzione in quell'angolo di Patagonia con una borsa piena di dollari, compra terreni a qualsiasi prezzo, e vuole costruire un aeroporto e chissà cos'altro ancora.

hilda.jpegHilda Adriana Fernandez, desaparecida il 21 gennaio del 1977 ha fatto conoscere la sua voce e la sua storia a De Gennaro attraverso la sua foto sul quotidiano Pagina 12. L'ultima volta che era stata vista era alla "Esma", la scuola di meccanica della Marina, il più grande campo di detenzione e tortura di Buenos Aires.

Gioia Fiorentino, attrice, la sua è una storia del cine independiente argentino. Il ritrovamento dei negativi, il restauro della pellicola. The players vs. àngeles caidos racconta lo scontro tra sette attori e un gruppo di giovani ribelli, emarginati dalla scena, che - come i sessantottini - vorrebbero assumere un ruolo centrale nel film. Ambientato in uno studio cinematografico che assomiglia a un teatro abbandonato, il fim è una metafora dei rapporti di potere. "Gli attori, come dice uno degli àngeles in apertura, sono i buoni, mentre 'noi siamo i cattivi'. I players sono costretti a studiare, provare e recitare parti scritte da altri, privati di qualsiasi autonomia. Sono marionette agli ordini di un regista e deus ex machina che ne detta i movimenti sulla scena come nelle pause di lavoro". E ancora: "E' qui, tra i giovani più impegnati e colti, che la giunta golpista composta da Videla, Massera e Agosti ha colpito con maggiore ferocia. Il progetto politico era quello di cancellare dalla faccia della terra la generazione di coloro che volevano cambiare il mondo". De Gennaro quel film l'ha visto e ci racconta i suoi tormenti:

"Gioia Fiorentino è una delle attrici del film, non so neppure quale, ma non importa. Non so se sia la bruna slanciata o la biondina rotondetta che fanno parte dei players, né se viceversa appartenga al gruppo degli àngeles caídos, che vivono nell'ombra e non sono mai degni... Quello che so è che Gioia Fiorentino ha interpretato questo film e poi più nulla. Forse ha smesso di recitare, forse non ha trovato, negli anni della dittatura, un copione valido... O forse Gioia è scomparsa per sempre... Si sarà salvata, oppure è scomparsa anche lei e ora giace in una fossa comune? Sorride ancora, o il ricordo delle torture, nel caso fosse tra i pochi sopravissuti, ha rivoluzionato la topografia dei suoi sentimenti e delle sue emozioni al punto di non sapere più esattamente che cos'è ridere e che cos'è piangere, perché si ride e perché si piange?".

Una volta terminato il film, De Gennaro ci racconta d'essersi precipitato in un café internet per scoprire dunque quali altri film Gioia avesse girato. Nessun altro. Anche per Marta Campana, sua collega, era l'unico film della carriera. Lo stesso Nestor Dario. Uno degli attori principali invece, Luis Barron, aveva lavorato nel cimena fino al '73, partecipando a Operacion masacre, tratto dal romanzo di Rodolfo Walsh, scrittore e giornalista, ucciso dai militari il 25 marzo del '77, il giorno dopo aver scritto una lettera aperta alla giunta golpista con la quale denunciava la situazione di permanente violazione dei diritti umani.

Seguono altre storie, altre vite, altri destini, altre mujeres, impresarie che ci parlano di finanza e di leggi truffa, di privatizzazioni che gridano vendetta: l'Argentina è passata da un debito di 65.000 milioni di dollari prima delle privatizzazioni a a un debito di 115.000 milioni di dollari dopo. Oppure storie come quelle delle madri minorenni, e la vicenda del vescovo militare Antonio Baseotto che ha giudicato nefasto l'operato del ministro della salute Ginez Gonzales Garcia che il 18 febbraio 2005 ha proposto la distribuzione dei preservativi tra i giovani, sostenendo che, Gonzales Garcia, meriterebbe di essere gettato in mare con una pietra di mulino al collo. Riferendosi naturalmente ai "voli della morte" con i quali la giunta militare eliminava i desaparecidos gettandoli vivi nel rio de la Plata o in mare.

Mujeres è un reportage che si legge come una raccolta di racconti di ottima fattura, che narra una grande terra, ma che lascia troppo el sabor amargo della storia. Un libro che chiede (se ancora gli si consente, anche a chi scrive questa nota, dalle strade mattonate del nord dove vive, quando un accalcarsi di persone con le bandierine arancioni gli indicheranno che passa un carro o una macchina con sopra la futura regina di Olanda) un grido, senza esitazione: "Trentamila desaparecidos, presente!".

Mujeres è pubblicato da Manifestolibri. Riccardo De Gennaro (Torino 1957), dopo gli studi di economia, ha lavorato come giornalista al Sole/24 ore e per sedici anni a Repubblica. Ora fa il free-lance internazionale e dirige la rivista di racconti Maltese narrazioni. Ha pubblicato inoltre il romanzo I giorni della lumaca (Casagrande 2002).

Posted by giuliomozzi at 10:07 | Comments (1)