16.06.06
Lo Zar non è morto / "Un fumettone di lusso"
di Renato Barilli
[Questo articolo di Renato Barilli è apparso nel n. 221, maggio 2006, della rivista L'immaginazione (Piero Manni Editore). gm] [Altri articoli in vibrisse su Lo Zar non è morto]
Giulio Mozzi è uno dei più validi narratori emersi dall'ultima leva e nello stesso tempo sa esercitare molto bene il ruolo di "talent scout", su testi di giovani come lui. Ma qualche mese fa gli è stato possibile mettere a segno un colpo grosso, trovandosi tra le mani una "chicca" da bibliofilo, un'opera del lontano 1929 scritta addirittura a più mani, da dieci narratori nostrani uniti a costruire appunto il Gruppo dei Dieci, da cui è venuto fuori quello che, nel sottotitolo, viene presentato meritatamente come un "Grande romanzo d'avventure", mentre il titolo annuncia uno scoop eccezionale: Lo Zar non è morto. Tra i dieci co-firmatari ci sono nomi ormai caduti nell'oblio, o ricordati a stento: Antonio Beltramelli, Lucio d'Ambra, Alessandro De Stefani, Fausto M. Martini, Guido Milanesi, Alessandro Varaldo, Cesare G. Viola, Luciano Zuccoli. Ma ci sono anche due nomi di prima grandezza, Massimo Bontempelli e il gran patron del futurismo, Marinetti.
A uno spareggio finale, si deve pensare che il regista dell'operazione sia stato proprio Bontempelli, nei suoi panni di teorico dell' "avventura novecentista", quando predicava che bisogna scrivere una narrativa a "pareti lisce", con lingua scorrevole, capace di affrontare una problematica internazionale di alto bordo. Si sa che il regime fascista, allora, fu assai incerto tra la pista strapaesana, di un'Italietta legata ai valori della civiltà rurale, e una stracittadina, di ampia intonazione europea. Questa "avventura" si colloca in misura mirabile proprio in un simile orizzonte, degno delle cronache mondane che poi Malaparte avrebbe tratto dalla sua frequentazione della corte di Galeazzo Ciano. Insomma, avventura di lusso, su carta patinata, che corre avanti nei tempi, sfida le mirabolanti imprese odierne dei vari James Bond, Terminator, Superman. Con appena pochi ritocchi di dizione, un romanzo del genere, proposto oggi come nuovo, potrebbe mietere un largo successo di pubblico, facendo impallidire di gelosia gli industriosi centoni di Umberto Eco. C'è dunque da condividere pienamente la meraviglia con cui Mozzi si è inoltrato nella scoperta, affrettandosi a proporla in una nuova edizione.
La vicenda è degna di quel filone metastorico in cui al giorno d'oggi si impegna così ingegnosamente Roberto Pazzi: Nicola II non sarebbe morto, assieme ai suoi familiari, nel famigerato eccidio di Ecaterinenburg, in quanto un devoto generale, a lui molto rassomigliante, lo avrebbe sostituito nel ruolo sacrificale. Fatto sta che in una località sperduta della Manciuria si trova un anziano, accasciato dagli anni e dalle disgrazie, chiuso in un cocciuto mutismo, in cui si potrebbe riconoscere lo Zar sopravvissuto. Attorno a lui si scatena uno splendido "intrigo internazionale" che si consuma in tante sedi geografiche, Pechino, Losanna, Parigi, con approdo finale a Roma, ed è battaglia di corpi diplomatici, di servizi segreti, di loschi figuri, nel tentativo di accaparrarsi l'augusto personaggio. I fascisti o in genere le potenze occidentali ne vorrebbero fare un'arma per arrestare la marcia della Russia e dei bolscevichi, mentre questi ultimi intendono eliminare quella minaccia potenziale al loro regime. L'avventura si svolge con ampio dispiegamento dei mezzi più avanzati consentiti dalla tecnologia dei tempi: idrovolanti, incrociatori, telegrammi, armi speciali.
E gli attori sono del tutto degni di questo fumettone di lusso. Dominano la scena due nostri "comandanti", i fratelli Paolo e Pier degli Orti, belli, aitanti appunto come figurine d'epoca, uno dei quali scompare presto vittima di quella vicenda spionistica senza respiro, mentre l'altro ne prosegue l'eroica missione. Accanto a loro, una donna favolosa, che viene fuori dagli albi dell'Art Déco, basti dire che si chiama Oceania World, tanto che al suo confronto le creazioni di Alessandro Baricco possono andare a nascondersi. E compaiono innumerevoli diplomatici, gli stuti e perfidi cinesi, i biechi bolscevichi, gli ambasciatori delle potenze occidentali abili nel tessere manovre volpine. C'è perfino l'idea geniale di far concludere l'intricata vicenda a Roma, eleggendo come arbitro supremo il Papa, in chiave di incredibile attualità: solo a Sua Santità lo pseudo-Nicola confesserà il suo segreto, non diciamo quale per non svelare il finale a sorpresa.
Ma il miracolo maggiore dell'opera sta nell'unità stilistica che sa raggiungere: dieci gli autori, ma perfettamente capaci di continuarsi, di passarsi il testimone, nel nome di una fluenza estrema, e con l'intento di ricostruire un magico album di miti e figure d'epoca, perfettamente sospesi tra la tragedia e la comicità del pastiche. Un'opera, insomma, attorno a cui dovrebbe nascere legittimamente un bel polverone.
Posted by giuliomozzi at 14:26 | Comments (23)
06.04.06
Sironi / Lo Zar non è morto: un "turbinio di vicende avventurose"
di Luigi Preziosi
[Questo articolo di Luigi Preziosi è apparso nel quindicinale Stilos del 28 marzo-10 aprile 2006. gm]
Una delle più interessanti presenze in libreria dell’ultimo periodo, Lo zar non è morto, è stata scritta più di settant’anni fa e si segnala nel panorama della narrativa italiana per alcuni meriti e parecchie peculiarità. Quanto ai meriti, innanzi tutto il libro mantiene pienamente ciò che promette nel sottotitolo, che recita Grande romanzo di avventure. La storia è, infatti, quanto di più avventuroso ci si possa augurare. Si immagina, infatti, che nel 1931, tredici anni dopo il massacro della famiglia imperiale ad Ekaterinenburg, venga segnalato in uno sperduto villaggio della Manciuria un uomo dalle fattezze identiche allo zar Nicola II, talmente provato da anni di stenti e di privazioni disumane da essere ridotto ad un’esistenza poco più che vegetale. Inizia allora una gara tra agenti segreti delle potenze interessate per motivi opposti al suo ritrovamento: l’Unione Sovietica, anzitutto, per eliminare un personaggio assai imbarazzante per il regime, l’Italia e la Francia, con lo scopo di utilizzarlo in funzione anticomunista, e la stessa Cina, il cui Presidente si ripromette di sfruttarne l’immenso valore politico in una sorta di asta, offendolo al migliore offerente tra i due schieramenti contrapposti. L’Italia è presente nella caccia al Vecchio della Manciuria con un ufficiale della marina regia, Paolo degli Orti, che ne segue le tracce affiancato da Oceania World, avventuriera di origini inglesi dalla bellezza misteriosa e fatale.
Paolo viene ucciso a Pechino, sulla soglia dell’ambasciata americana, da sicari sovietici al comando di Zelenin, uno degli autori della strage del 1918, pervicacemente risoluto portare a compimento l’opera forse rimasta incompiuta allora. A Paolo subentra il fratello Piero, giovane diplomatico, che riesce a sottrarre il Vecchio ai cinesi nel corso di una festa a bordo della loro nave ammiraglia. Zelenin riesce tuttavia a strapparlo agli italiani e a rapire Oceania, alla quale è legato da un ambiguo rapporto fatto di accensioni e di ripulse. La scena si sposta a Costantinopoli, dove Pier e Oceania iniziano una tormentata storia d’amore, poi a Losanna, dove i due riescono a rientrare in possesso del prezioso ostaggio, a Parigi, dove lo riperderanno, e a Roma, quando il Vecchio della Manciuria riapparirà all’improvviso come zar agli occhi attoniti del mondo. Ma il Vecchio è davvero lo zar o è un impostore, è un eroe o un millantatore che vive una vita non sua? Le pagine finali chiariranno il mistero, che è il motivo principale del romanzo, nonché il destino dell’amore tra Oceania e Pier degli Orti.
Non si devono cercare in Lo zar non è morto vertiginosi scavi psicologici, realismo o verosimiglianza, attenzione alle storie e al destino dei singoli. Si possono invece godere con pienezza il turbinio di vicende avventurose, la ricchezza dei colpi di teatro, agnizioni e disconoscimenti da romanzo d’appendice (da cui alla lontana in fondo discende), pagine cesellate con forbita eleganza, perfezione nella scansione dei tempi narrativi, approfondendo contemporaneamente l’indagine sulle peculiarità del romanzo. La più appariscente risiede nella sua stessa natura di opera collettiva: si tratta, infatti, di un romanzo scritto nel 1929 da dieci autori, che si firmano appunto il Gruppo dei Dieci. Alcuni di essi sono nomi ancor oggi assai noti e ben presenti nelle storie letterarie, come Filippo Tommaso Marinetti, Massimo Bontempelli, o Fausto Maria Martini ed altri meno conosciuti o dimenticati, come i romanzieri Antonio Beltramelli, Guido Milanesi, Luciano Zuccoli e Cesare Giulio Viola (autore anche di commedie), Lucio d’Ambra, più noto come giornalista e regista, Alessandro De Stefani, commediografo, Alessandro Varaldo, uno dei primi scrittori di gialli italiani.
Contributi interessanti per un’analisi del testo sotto il profilo della scrittura collettiva provengono dalla testimonianza dello stesso Marinetti riportata nella postfazione, secondo cui i Dieci hanno scritto gran parte del testo insieme, mentre ognuno è autore singolarmente di un capitolo. La stessa costituzione di un gruppo di lavoro come questo è singolare: è composto di autori in generale nel pieno della propria maturità, e pertanto portatori di esclusivi e personalissimi valori letterari, con tutte le difficoltà che comporta la messa in comune di esperienze distanti tra loro per concezioni letterarie e per scelte formali. Eppure, il romanzo possiede una sorprendente coerenza stilistica, e solo in qualche pagina centrale è intuibile, anche senza analisi filologiche, la presenza di più mani, o meglio, il cambio di mano.
Ulteriore particolarità, soprattutto rispetto alla coeva narrativa italiana dell’epoca, è rappresentata dalla trama. “Lo zar non è morto" è, infatti, contiguo a quella forma di narrazione nota come ucronia, che descrive un mondo in cui lo sviluppo storico è stato diverso da quello reale, comunemente conosciuto ed accettato: nello specifico, il quadro politico nel quale s’inserisce il ritrovamento del Vecchio della Manciuria contempla, per esempio, una dittatura fascista in Francia, un presidente della repubblica cinese assai simile ad un imperatore e l’Unione Sovietica a rischio di una controrivoluzione. Il romanzo sotto questo profilo denota altri elementi di complessità, se si pensa che è stato scritto nel 1929, ma la vicenda si svolge nel 1931, ed il punto di svolta rispetto alla storia reale è fissato nel 1918. Ed è forse in questo insolito sperimentalismo della cornice narrativa che s’intravede la scia del futurismo, al quale, peraltro, a dispetto di una possibile funzione egemone di Marinetti sul Gruppo, il romanzo non può del tutto ascriversi. Lo stesso Marinetti ne è, infatti, consapevole, se, a proposito degli autori che hanno collaborato alla sua stesura, scrive nella “Prefazione" all’edizione originale: “Questi sono e rimarranno inconfondibili, dato che miliardi di chilometri dividono per esempio la sensibilità futurista di Marinetti dalla sensibilità nostalgica di F.M.Martini….Questa eterogenea collaborazione, una volta tanto, ad un romanzo di avventure non vuole dare nessuna direttiva artistica.".
D’altra parte vari passi del romanzo ben s’attagliano allo spirito del Manifesto futurista del 1909: “Il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia…noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa; canteremo le marce multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne. [...] I piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto che scalpitano sulle rotaie, [...] e il volo scivolante degli aeroplani [...]". Ma più di una campionatura puntuale degli elementi di diretta derivazione futurista devono essere rimarcati i loro intermittenti affioramenti, che si evidenziano in via di contrasto con le venature dannunzianeggianti di cui per altro verso è impregnato il testo, soprattutto nelle immaginifiche descrizioni di certi interni, o nello stesso atteggiarsi fatale di Oceania World, personaggio che è “summa" di elementi tardo romantici e al contempo precorre un’epoca nuova.
La definizione critica del romanzo è attraversata così da impressioni diverse, complementari più che giustapposte. Da un lato, è lecito domandarsi se ciò che alla fine degli anni ‘20 poteva intendersi come segno di un futurismo ancora vitale, non si sia dopo 70 anni stemperato nella più generica dimensione di quel romanzo d’azione, a cui oggi siamo assuefatti dal consumo di tanta recente narrativa. D’altro lato, una visione della nostra storia letteraria essa stessa vagamente ucronica porta a ricordare con rammarico il prolungato oblio di cui ha sofferto il futurismo, che forse avrebbe potuto avere in sé la capacità di rinvigorire la nostra narrativa. Come scrive Caliceti su “Liberazione" del 27.11.2005: “Forse oggi leggeremmo libri meno lacrimevoli, intimisti di quelli che spesso vengono pubblicati e si leggono oggi per la maggiore. Libri migliori, insomma."
Posted by giuliomozzi at 01:02 | Comments (0)
09.02.06
Lo Zar non è morto / Voci docili, non singolarità imprevedibili
[Questo articolo di Carla Benedetti è uscito nel settimanale L'Espresso del 9 febbraio 2006 - in edicola da venerdì scorso. gm] [tutti gli articoli su Lo Zar non è morto] [altri articoli sulla scrittura collettiva]
Di sicuro Proust non avrebbe mai scritto un romanzo a più mani con altri narratori del tempo. Ma se lo avesse fatto (immaginiamolo alle prese con Gide, Rolland, Dujardin) che ne sarebbe stato di quel suo lento, stupefacente, periodare asmatico? Come minimo gli avrebbero chiesto di scorciare le frasi. La scrittura collettiva, che oggi viene spesso presentata come la frontiera più avanzata della narrativa, è in realtà un lviellatore di differenze che piega le voci di ognuno verso uno standard comune, e quindi reprime ogni forma di insubordinazione allo spirito del tempo. Perciò piace alle dittature d'ogni stagione, compresa l'odierna "dittatura del mercato". Piacque al Duce il collettivo di scrittura formato nel '29 da Marinetti, Bontempelli, Varaldo, e altri sette all'epoca celebri e oggi dimenticati. Sovvenzionati dal governo, i "Dieci" composero a 20 mani un romanzo d'avventura, Lo Zar non è morto, che ora Sironi ripubblica con la prefazione di Giulio Mozzi.
Motore della trama è lo zar Nicola II redivivo, o forse un suo sosia, che si nasconde in Cina, inseguito dai sovietici e da agenti segreti italiani e inglesi. Amori, agnizioni, colpi di scena vi si moltiplicano meccanicamente secondo i cliché più collaudati del genere. Non è un romanzo memorabile, e nessuno se ne ricordava più. Mozzi e alcuni recensori entusiasti lo considerano un libro "assolutamente d'oggi". io direi che si tratta di un libro assolutamente normale oggi. Se all'epoca l'operazione dei Dieci, che pure non nascondeva i propri intenti commerciali (Pirandello la definì una "gaglioffata"), poteva spiazzare qualcuno, oggi operazioni simili (Mozzi ricorda i Wu Ming e i Babette Factory, ma ve ne sono molti altri casi) appaiono del tutto pacifiche, perfettamente in linea con ciò che chiedono lo "spirito" del tempo e le sue macchine. Per l'industria dell'intrattenimento va molto bene se chi scrive è un artigiano della narrazione disposto a spogliarsi della propria diversità espressiva e di pensiero. Meglio voci docili che si lasciano disciplinare dal "collettivo" che non singolarità imprevedibili! Meglio una scrittura sterilizzata che una piena.
Altri articoli di Carla Benedetti disponibili o segnalati in vibrisse. Su Pasolini. Su La presunta morte della letteratura. Paolo di Stefano intervista Carla Benedetti.
Posted by giuliomozzi at 16:21 | Comments (15)
Lo Zar non è morto: "un polpettone che non risponde a nessuna direzione artistica"
di Guido Conti
[Questo articolo di Gudio Conti è apparso nel quotidiano Italia Oggi del 27 gennaio 2006. gm] [tutti gli articoli su Lo Zar non è morto]
Era sparito subito dopo essere nato. Quello che Giulio Mozzi si è stupito di trovare sulle bancarelle antiquarfie e che ha ristampato nelle edizioni di Sironi facendolo diventare un caso letterario, e qualche critico famoso ha abboccato come un salame, altro non è se non un romanzo ben noto agli studiosi e ai ricercatori degli anni 20 e 30, Lo Zar non è morto, scritto con dieci autori tra i più eterogenei, edito in Italia nel 1929 e per certi versi precursore di romanzi d'avventure di altrettanti personaggi che si raccolgono sotto il nome di Wu Ming o Luther Blisset. Allora i "dieci" autori de Lo Zar non è morto furono: Filippo Tommaso Marinetti, Massimo Bontempelli, Antonio Beltramelli, Lucio D'Ambra, Alessandro De Stefani, Fausto Maria Martini, Guido Milanesi, Alessandro Varaldo, Cesare Viola, Luciano Zuccoli. Presentato da Mozzi come uno dei libri più misteriosi della letteratura novecentesca, in verità, per chi conosce bene la letteratura di quegli anni, è un libro conosciutissimo per le reazioni che scatenò sulla stampa di allora. Tanto più che tra i dieci "incubatori" accanto "al cranio oceanico di Marinetti troviamo il ciuffo discretamente passatista di Lucio D'Ambra".
Lo Zar non è morto è un romanzo fascista, sostenuto allora dal partito come modello delle nostre patrie lettere che dovevano portare la nostra letteratura fuori dai confini nazionali. Un modello di modernità che allora suscitò polemiche e attacchi da parte di puristi e sostenitori e che subito dopo sparì dalla circolazione semplicemente perché c'era ben altro d'interessante nelle patrie lettere d'allora.
Scritto grazie all'invenzione futurista di Marinetti, il volume non risponde in verità a nessuna direzione artistica. E' un polpettone che porta dentro di sé di tutto e di più, dall'epica avventura al capitolo sentimentale, talvolta intriso di parole inglesi allora "moderne", che danno il sapore dell'epoca ma che oggi sono stucchevoli e infastidiscono la lettura.
E' interessante invece come documento, come anticipatore di fenomeni editoriali oggi bnen più vasti. Non è un caso che la modernità, il cinema, Chaplin comincino a influenzare la cultura italiana proprio alla fine del 1929. Siamo alle origini della vera modernità letterarie novecentesca, dell'industria editoriale che esploderà poi negli anni 30. Serve inoltre a capire che forse il '900 dovrebbe essere riscritto proprio nelle sue pagine essenziali, perché fenomeni come il futurismo hanno dato fioriture straordinarie proprio al loro apparire. Achille Campanile, nella sua lucida comicità, scrisse su un giornale d'allora storpiando il titolo "L'osar non è morto!". Zavattini, congedandosi dalla Gazzetta di Parma diventata fascista, scrisse solo "Lo Zar non è morto... continua!". A Mozzi indico un testo teatrale scritto a dieci mani che seguì il successo de Lo Zar non è morto. Chissà che non lo ritrovi e ne faccia un altro caso editoriale.
[E quest'altro articolo di Guido Conti è apparso nel quotidiano Il Giornale il 28 gennaio 2006. Inizia uguale all'altro, ma poi contiene altre notizie interessanti. gm]
Lo Zar non è morto, e quando nacque scatenò mille polemiche. Giulio Mozzi ha resuscitato per le edizioni Sironi un romanzo apparso e scomparso all'improvviso, e non a caso, nella storia della letteratura del Novecento, Lo zar non è morto scritto da dieci notissimi scrittori alla fine degli anni Venti: Filippo Tommaso Marinetti, Massimo Bontempelli, Antonio Beltramelli, Lucio D'Ambra, Alessandro De Stefani, Fausto Maria Martini, Guido Milanesi, Alessandro Varaldo, Cesare Viola, Luciano Zuccoli. Presentato da Mozzi come uno dei libri più misteriosi della letteratura novecentesca, in verità, per chi conosce bene la letteratura di quegli anni, è un libro conosciutissimo per le reazioni che scatenò sulla stampa. Cesare Zavattini, giovanissimo redattore dalla Gazzetta di Parma, proprio sui "dieci" intavola una polemica con un redattore de Il Torchio quotidiano filofascista assai noto in Italia. In un articolo al vetriolo del 26 ottobre 1927 Zavattini, prendendosela con quei «troppi galli canterini», scrive che «l'unicità d'ispirazione è, all'armonia non solo apparente dell'opera, matrice indispensabile. Un personaggio legato a più cordoni ombelicali avrà agitatissima esistenza, funambolica, irreale». Tanto più che tra i dieci "incubatori" accanto «al cranio oceanico di Marinetti troviamo il ciuffo discretamente passatista di Lucio D'Ambra».
Zavattini scriveva «raccontini», in polemica con il romanzo tradizionale e le sue fondamenta ideologiche, letterarie e sociali. La notizia poi che il romanzo verrà scritto dai dieci per mero scopo commerciale, fa esplodere il suo veleno contro gli autori e il mercato editoriale che ha già venduto anche i diritti per la traduzione all'estero, guadagnando miliardi e spacciando per capolavoro un libro non ancora scritto. Ecco il commento di Za: «Un film in parole, un fox in lettere, Josephine Baker in sillabe, una "féerie" di banalità esotiche vellicanti, un jazz di frasi, un cocktail di periodi, un disumano inseguirsi di personaggi in cerca di un briciolo di logica e di un pizzico di sentimento».
Il signor Re ribatte a Zavattini sulle pagine de Il Torchio, accusandolo di «inguaribile provincialismo letterario», di «incommensurabile pacchianeria». Re sostiene che l'iniziativa è un avvenimento capace di sostenere «la rivoluzione nelle patrie lettere», come il regime fascista auspicava e difende gli scrittori capaci di guadagnare con le proprie opere d'ingegno, accusando «i noiosissimi Za della patria letteraria» d'invidia e auspicando guadagni miliardari ai «divertenti» scrittori italiani. «Quel giorno - scrive Re - la letteratura italiana avrà clienti su tutta la terra e, forse, qualche capolavoro potrà spuntare all'orizzonte».
Zavattini ribatte sulla Gazzetta di Parma e rimprovera aspramente il signor Re di aver cercato a tutti i costi la polemica, difende la propria posizione provinciale, in una città come Parma dove «non si scrivono romanzi a dieci mani». Sui giornali di allora era vivo il dibattito su Strapaese e Stracittà, incentrata sulla polemica sul provincialismo della nostra cultura italiana. A buttare benzina sul fuoco doveva poi arrivare, quell'anno, il premio Nobel a Grazia Deledda, scrittrice appartata, di una Sardegna ancora fortemente rurale. Re risponde a Za che si può essere provinciali pur abitando a Parigi e che Zavattini, per questo, «ha perso un'ottima occasione per tacere». Za è consapevole di aver attaccato non gli autori ma l'intero sistema editoriale. Siamo alle origini dell'industria editoriale moderna: Einaudi, Guanda e Bompiani nasceranno solo negli anni Trenta. Inoltre Za accusa Re di essere un cacciatore e inventore di polemiche letterarie inutili, e di ergersi a difensore di «sì onorevoli clienti». Za sottolinea che ha consigliato i dieci di bandire dal romanzo l'arte del Manzoni e dei grandi padri «per costruire invece una vicenda adatta al gusto, ahimè, pervertito del nostro tempo», un pubblico di massa che affolla i teatri e decreta il successo per opere di scarsa qualità artistica, e legge milioni di copie di libri mediocri. La polemica si chiude. Re si scusa col redattore della Gazzetta di Parma per aver voluto garbatamente scherzare e ribatte dicendo che «le opere d'arte felicemente riuscite, hanno sempre trovato il pubblico e il successo che meritano». Za ne uscirà scornato: Re è un furbacchione, la polemica serve solo per lanciare il romanzo. Il 10 giugno 1927, sull''«Otto Volante», rubrica de La Fiera letteraria che riporta aneddoti su scrittori e pettegolezzi letterari, Achille Campanile scrive sull'iniziativa. «Dice Campanile: Il vero titolo del romanzo dei "Dieci" dovrebbe essere: L'Osar non è morto!». Profetico della realtà di oggi.
Posted by giuliomozzi at 14:25 | Comments (0)
16.12.05
Lo Zar conosciuto di persona
di Turi Vasile
[Tutti gli articoli su Lo Zar non è morto]
[...] Lo Zar non è morto non è affatto un capolavoro, ma è così divertente e interessante da potersi considerare espressione emblematica della narrativa italiana del tempo del fascismo, senza che ne abbia la fastidiosa retorica. Anzi, qua e là induce a sospettare un sottofondo di ironia parodistica. [...] Degli autori ho conosciuto personalmente Massimo Bontempelli e con Alessandro De Stefani e Cesare Giulio Viola ho avuto una vera e propria frequentazione. [...] A parte queste sensazioni un po’ a fior di pelle, Lo Zar non è morto è un’opera che merita un riesame più approfondito, letterariamente, storicamente e come prezioso contributo alla rigorosa comprensione del costume del secolo appena dietro le nostre spalle. [...]
Posted by giuliomozzi at 14:47
14.12.05
La presunta "rarità" de Lo Zar non è morto
[Tutti gli articoli su Lo Zar non è morto]
[...] Rarità è un concetto oggettivo. Un libro è raro se ne esistono poche copie, se le copie note si trovano quasi esclusivamente in collezioni pubbliche o in blindate collezioni private, se nei cataloghi cartacei o in quelli online compare raramente. Nel caso di Lo Zar non è morto, nulla di tutto questo è valido. Mozzi, e con lui D’Orrico, commettono un errore madornale in partenza. Il fatto che non conoscano il romanzo loro e i bibliotecari consultati è un dato del tutto soggettivo. In più, c’è un evento sfortunato: il Mozzi ha probabilmente “beccato" l’unica settimana degli ultimi anni nella quale su Maremagnum non ce n’erano almeno tre copie in vendita! Evidentemente lo scrittore, intrappolato nel circolo vizioso del suo entusiasmo iniziale, non ha fatto altre ricerche in tempi successivi, cosa che può capitare a chi vuol trovare per forza conferma ad una sua intima convinzione. Però mi chiedo quanto sia lecito estendere questa opinione soggettiva, maturata all’interno di un circolo ristretto, a “tutti gli specialisti del settore". I quali, naturalmente, conoscono benissimo questo libro. Chi scrive, e non sono uno “specialista", lo ha messo in vendita diverse volte negli ultimi anni. [...]
Leggi in Scripta Manent tutto l'articolo "Presunte rarità bibliografiche".
[Posso difendermi dall'accusa solo ammettendo una colpa maggiore. Sfacciatamente ho spacciato per misterioso un libro che non lo è. Perché l'ho fatto? Per avere nei giornali articoli più brillanti; per (speriamo) venderne qualche copia in più; perché più il libro era misterioso, più la storia era bella da raccontare. gm]
Posted by giuliomozzi at 16:09 | Comments (8)
13.12.05
Non è, quella di Lo Zar non è morto, un'operazione culturalmente di destra?
[Questo articolo di Girolamo De Michele è apparso in Carmilla il 5 dicembre scorso. No l'ho segnalato prima perché, essendo in viaggio, non ho avuto modo di leggerlo se non oggi. gm]
[Tutti gli articoli su Lo Zar non è morto]
[...] Non è, quella di Lo zar non è morto, un'operazione culturalmente di destra? [...] La persistenza del romanzo popolare, che il regime alla fine asseconda, va considerata come uno dei segni della mancata, o incompiuta, fascistizzazione delle masse e della cultura: e certo erano più quelli che sognavano altri mondi e altri uomini nei mari della Malesia, di quelli che si annoiavano nell'indifferenza salottiera della gioventù dorata di Moravia. Come valutare, allora, il portato ideologico del romanzo popolare, indipendentemente dalle professioni di fede dei suoi autori? Qualche indice dovrebbe essere facilmente ricavabile dalla stessa ideologia fascista. Il fascismo mirava ad uniformare e standardizzare la lingua italiana su un registro medio-basso: quale lingua risuona in questi libri? Quali idioletti, quali variazioni stilistiche, quali strutture? Il fascista, recitano i suoi catechismi, guarda al prossimo con sospettosa diffidenza: quale rapporto con l'altro, quale idea di alterità sottende questa scrittura? Per il fascista la vita è lotta incessante, e la natura è materia bruta che, col suo opporsi alla volontà del combattente, ne esalta l'impeto e lo seleziona dalla massa amorfa: c'è, nello Zar, questa visione della vita e della natura? E nei cicli salgariani, e altrove? Il fascista è un combattente politico che realizza, empiricamente, l'esistenza di valori certi e immutabili che si affermano nella storia: nella letteratura popolare la storia appare così, o manifesta anche, accanto alle relazioni date, relazioni diverse e possibili tra gli uomini e le cose? Il fascismo estetizza la politica, riduce al fatto estetico la riflessione critica: è così anche nel romanzo d'appendice? La violenza è connaturata all'essenza dell'eroismo, o al dilemma critico sulla sua necessità? Una critica che esamini sotto questi punti problematici un'opera formalmente fascista sarebbe in grado di esprimersi sul fascismo stesso. Questo aumenterebbe non solo la nostra comprensione del fascismo storico, ma soprattutto la comprensione di quel fascismo friendly che oggi avanza non più con «due bombe e in bocca un fior», ma con la ventiquattrore in pugno, il sorriso a 24 carati e la convinzione (come raccomandava Berlusconi ai suoi dipendenti) di avere «il sole in tasca».
Leggi in Carmilla tutto l'articolo "Romanzo popolare e fascismo" di Girolamo De Michele.
Posted by giuliomozzi at 11:36
09.12.05
Lo Zar non è morto, ma forse è scomparso
[Ricevo questa lettera da Francesco Sasso, che mi autorizza a pubblicarla. gm]
Caro Giulio ti racconto.
Pomeriggio piovoso. Bari.
Propongo alla mia amica un salto alla Feltrinelli: “Devo comprare un libro". In realtà il libro non è per me, ma per lei. La mia amica è una lettrice forte di gialli, spy story e racconti del terrore. Immagino che Lo Zar non è morto sia il suo libro. Ella non ha notizie a riguardo, non legge terze pagine, né frequenta internet. Al più si concede un vagabondaggio alla Feltrinelli.
Entriamo nel megastore. Due piani, ampio, illuminato, chiassoso e soprattutto al riparo dalla pioggia. Appena dentro, impattiamo in un ripiano orizzontale bello ampio che gira intorno ad una grossa colonna di cemento. Qui, in mostra, ci sono tutte le ultime novità. Una ventina di titoli, all’incirca. Sulla destra, inchiodati al muro, ci sono libri come dentro un cruciverba: dieci colonne orizzontali per cinque verticali (a occhio e croce) per ogni titolo, selezionati fra le novità del ripiano. Inoltrandoci, verso il cuore dell’edificio, lo spazio d’aria si apre e, se alzo lo sguardo al soffitto, incontro quello di un visitatore del primo piano. Davanti a noi un altro palchetto con vari ripiani di libri. Questa volta sono le novità “meno novità" tra le novità. Anche qui, un’elevata quantità di titoli.
Penso: "Sarà facile scovare Lo Zar non è morto".
La mia amica mi osserva curiosa, mentre io compulso i libri che ho davanti. Prima cerco tra le novità “novità", dopo tra le novità al muro e, per finire, tra le novità “meno novità", ma pur sempre novità. Niente.
Il tempo passa ed io sono a mio agio a vagare fra i libri. Per la mia amica è meno divertente. Glielo leggo sul viso.
Non fa che domandarmi: “Che cerchi?".
Ed io: “Aspetta e vedrai".
“Vai da un commesso", mi consiglia.
Da uno di quei ragazzi appollaiati sui trespoli con davanti un monitor e sempre accerchiati dai clienti, nell’attesa del loro turno per chiedere?
“No, faccio da me. E poi, il libro è appena uscito. Sarà facile stanarlo."
Propongo di dirigerci verso il palchetto dei libri di genere. Anche qui c’è da perdersi. Infatti, impugniamo libri, leggiucchiamo risvolti di copertine, sbirciamo dentro. Insomma, per un po’ inganniamo l’attesa e la ricerca.
Ma il tempo passa e la mia amica perde la pazienza.
“Si può sapere almeno il titolo?"
“Lo Zar non è morto".
Niente. Nei libri di genere nessuna ombra dello Zar.
“Fosse realmente morto lo troveremmo", battutaccia la mia, tanto per minimizzare.
Sballotto la mia amica di qua e di là. Lei è rassegnata, mi segue con il pilota automatico innescato. Io mi sento in colpa. Mi gioco l’ultima carta.
“Andiamo allo scaffale della narrativa".
Un intero lato dell’edificio è tappezzato con la narrativa mondiale in ordine alfabetico per autore. Ad intervalli regolari, ci trovi un paio di rientranze, come piccole stanze.
Cerco sotto la lettera G, D, M. Ovvero Gruppo, dieci, Mozzi. Niente. Allora AA.VV. Niente. Allora vado allo sbaraglio. M’invento percorsi possibili, cammini trasversali. Niente.
Dopo una quarantina di minuti mi arrendo.
“Vado".
“Era ora", mi dice l’amica.
Mi reco da uno dei tizi sul trespolo. Aspetto il mio turno. Chiedo. Lui non controlla nemmeno sulla sua sfera di cristallo e va spedito incontro al libro. Eccolo. “Lo Zar non è morto" era in una di quelle piccole rientranze, all’angolo. Ma autenticamente all’angolo. Nello scaffale della narrativa, per intenderci tra i classici e le “ex novità". All’angolo basso, all’altezza delle mie scarpe, lì dove inizia l’altro ripiano, lì dove il muro di libri riparte ad angolo retto. Lo Zar non è morto occupa la sua unica posizione sulla linea d’ombra; ed ha il bollino con su scritto “Novità". Il commesso si piega, afferra una copia, me la consegna e ripone la prima, quella con il bollino, al suo posto.
“Eccolo", dico e rigiro il testo alla mia amica.
Finalmente posso raccontarle della tua riscoperta, con alcune mie licenze poetiche, della storia, della curiosità d’essere il primo libro scritto a più mani della letteratura italiana, ect.
Lei legge le note che accompagnano il libro e mi dice: “Interessante" e mi sorride. Io intendo: sono riuscito a far incocciare un libro con la sua probabile lettrice, ma quanta fatica se l’appuntamento in libreria non è con i soliti noti editori.
Posted by giuliomozzi at 13:47
27.11.05
Lo Zar non è morto, 7 / La straordinaria esperienza letteraria del Futurismo
[Questo articolo di Giuseppe Caliceti è apparso nel quotidiano Liberazione oggi 27 novembre 2005. gm]
[Tutti gli articoli su Lo Zar non è morto] [articoli sulla scrittura collettiva]
Il romanzo più discusso e sensazionale del momento si intitola Lo zar non è morto. Sottototitolo: Grande romanzo d'avventure. Pubblicato nel 1929, è appena stato ripubblicato dall'Editore Sironi. Può essere un "romanzo rivelazione" quello uscito oltre settant'anni fa. Leggetelo e vi rendete conto che può esserlo. Legato a questo testo ritrovato avventurosamente quanto casualmente dallo scrittore e editor Giulio Mozzi, si potrebbe scrivere all'infinito. E già tante recensioni e impressioni ha suscitato, tanto che ormai se ne parla come di un "caso" letterario nazionale.
D'altra parte, riguardare questo testo futurista di decenni e decenni fa, fa pensare non poco. A tutti i dibattiti sulla morte del romanzo in Italia, per esempio. Al famoso rapporto tra letteratura più o meno commerciale. All'idea di una creatività letteraria che forse si sviluppa meglio in gruppo che nello splendore dell'isolamento della propria cameretta o della propria torre d'avorio. Insomma, all'idea stessa di storia letteraria del Novecento che ci viene regolarmente spacciata sulle antologie scolastiche. All'idea di copyright e della questione dei diritti d'autore. Al rapporto tra letteratura e realtà. Alla fantascienza italiana. Ai cosiddetti sottogeneri letterari. A una letteratura anche come puro gioco e invenzione e divertimento, che pure ci parla di un'attualità, di un preciso periodo storico, di diplomazie in atto. Del potere e dell'amore.
Perché Lo Zar non è morto, non è stato scritto da un autore, ma da dieci: per la previsione "il gruppo dei Dieci": Antonio Beltramelli, Massimo Bontempelli, Lucio D'Ambra. Alessandro De Stefani. F.T. Marinetti, Fausto M. Martini, Giulio Milanesi, Alessandro Varaldo, Cesare G. Viola, Luciano Zuccoli. Ma non si sa chi è l'autore dei singoli capitoli: tanto che in allegato, nell'edizione originale, si propone ai lettori una sorta di concorso a premi per indovinarlo.
Con tutta probabilità, Lo Zar non è morto è il primo romanzo collettivo della storia della letteratura italiana (molto prima dei collettivi alla moda oggi, dai Wu Ming o dalla Babele Factory. E' un romanzo divertentissimo, pieno di colpi di scena, moderno, non americaneggiante, attualissimo, importante. Racconta la celebrazione del potere e la sua parodia, in giro del mondo in quattrocento pagine (dalla Cina al Vaticano), che si leggono tutte d'un fiato.
Basato sull'idea che appaia d'improvviso nel 1931, in Cina, un uomo identico allo Zar Nicola II, questo spettacolare romanzo di fantapolitica mostra un gusto sfrenato per la narrazione veloce e avventurosa, in cui spicca un personaggio femminile indimenticabile: Oceania World.
Lo Zar non è morto dimostra quanto, per ragioni soprattutto di tipo politico e ideologico, sia ancora oggi in gran parte colpevolmente rimossa, in Italia, la straordinaria esperienza letteraria (poetica e narrativa) del Futurismo: la prima avanguardia storica europea.
Se fossimo in Francia, dove anche un grande scrittore come L.F Céline da decenni è stato riabilitato a pieno titolo nella storia letteraria francese e universale, anche da noi si parlerebbe di più di Futurismo e forse oggi leggeremmo libri meno lacrimevoli, intimisti di quelli che spesso vengono pubblicati e si leggono oggi per la maggiore. Libri migliori, insomma.
Posted by giuliomozzi at 21:59
26.11.05
Lo Zar non è morto, 6 / Tre lezioni: Imperialismo, Godersi la vita, Ricerca & Sviluppo
[Questo articolo di Francesco Pacifico, come il precedente di Wu Ming 1, è apparso nel quotidiano Il Riformista oggi 26 novembre 2005. gm]
Lezioni imparate dal collettivo letterario fascista dei Dieci: per una letteratura italiana vincente in Europa e nel mondo. Dove risiede il male? Gesù dice che dobbiamo preoccuparci di quello che esce dalla nostra bocca. Nessuno dei coinvolti nella produzione di 2005 dopo Cristo di Babette Factory pensa di aver partecipato per avidità e malafede a un libro collettivo su Berlusconi - due aspetti sempre in bilico tra moda e obsolescenza anche prima della fine della prima stesura. Eppure, da fuori, molti l'hanno visto come scopiazzatura di un'idea di Wu Ming ma su un canovaccio costipato, ancora non asciugato dallo scorrere del tempo, e avendo come scopo la sola buona scrittura. Troppo! Tutto e male! A sei mesi dall'uscita, sonoramente delusi dall'assenza di notizie sulle vendite, ricacciati ai nostri quattro scrittoi, incapaci in certi casi di scambiarci perfino una mail di curiosità (hai divorziato?, sei morto?), noi ex Babette abbiamo bisogno di un confronto storico serio, e il confronto storico serio che ci meritiamo è quello con i fascisti, gli unici ad aver avuto in mente un'operazione letteraria della stessa cecità.
Se questa decisione sbagliata è la prova di un'assenza di profondità e poesia (come pensa la rivista di Dell'Utri, che incredibilmente è stata più profonda di chiunque altro su 2005 dopo Cristo nonostante l'argomento delicato, definendoci dei Faletti rovina-letteratura), dobbiamo cercare di salvare il salvabile imparando quali altri usi può avere un romanzo: usi più in linea con la nostra corruzione morale. Dal manifesto del collettivo dei Dieci [*], scritto dal suo leader F. T. Marinetti, traggo tre importanti lezioni.
1) Imperialismo, Ricerca e Sviluppo. Secondo l'Economist in Italia gli scandali finanziari e una generale debolezza tolgono fiducia agli investitori. Il discorso vale anche per la letteratura. Marinetti: "La grande Italia fascista deve non soltanto realizzarsi politicamente, militarmente, industrialmente, commercialmente e colonialmente, come sta facendo sotto l'occhio vigile del Duce, ma devea nche esprimersi. Perché l'Italia abbia la sua alta luminosa espressione nel mondo occorre mettere in primo piano la letteratura e specialmente il romanzo che, col teatro, può sviluppare la maggiore potenza italianizzatrice". Non ha nessun senso scrivere un libro che abbia qualità contro Berlusconi se non ci si allea prima almeno con i Democratici americani e con la gauche caviar francese. Bisogna capire quali frange della massoneria non appoggiano B. e di conseguenza iscrivervisi. Un patto geopolitico, ad esempio, è alla base dell'alleanza di Nick Hornby e Zadie Smith con gli americani D. Foster Wallace e D. Eggers, che a sua volta è stata ispirata segretamente dalla partecipazione pochi anni fa di Tony Blair a una puntata dei Simpson, come personaggio e doppiatore di se stesso ("L'ho fatto per piacere ai miei figli", ha detto, ma figli è una parola in codice per dire fratelli americani della Skull and Bones). Dunque avanti con la potenza italianizzatrice! Le grandi letterature escono dai regni e dagli imperi (quello americano oggi, i francesi e gli inglesi tempo fa, i russi a metà strada, nonostante lo zarismo stesse crollando).
NB: l'oblio dei Dieci è dovuto al fatto che credevano di avere un impero e invece avevano una dittatura, che è diverso. Se Napoleone appare nei migliori romanzi europei, Mussolini non ha ispirato nessuno e allora figuriamoci Berlusconi. "Gloria dunque alla letteratura dell'Italia fascista! Nasca il super-Dante di domani...". Sì, ma prima un vero impero.
2) Godersi la vita in attesa di essere dimenticati. Tra le righe profetiche del manifesto dei Dieci si può anche trarre un insegnamento riguardo a cosa fare in caso di oblio: se uno non ce la facesse a lasciare un segno, almeno che si goda la vita. "Il primo banchetto dei Dieci aveva bensì lo scopo pratico ed originale di affratellare a tavola letterati, grandi finanzieri e rappresentanti di Nazioni estere, allo scopo di aiutare con mezzi nuovi lo sviluppo della letteratura nostra in Italia e all'estero". La citazione è a metà strada tra il precedente tema imperialistico e il buon senso edonistico italiano. Negli imperi di oggi abbiamo gli esempi delle feste in maschera di Truman Capote, del Brat Pack cocainomane di Ellis, McInerney e i loro editor (cfr. l'istruttivo Lunar Park di Ellis, appena uscito). "Il chiasso sollevato da quelle centomila lire [l'anticipo per la pubblicazione su rivista del libro collettivo]... favoriva uno dei propositi dei Dieci, cioè quello di elevare i prezzi del mercato letterario in Italia".
Certo, se non come spese di Ricerca e Sviluppo, esigenza non avvertita dall'Italia che non la fa fare nemmeno al Cnr, per lo meno il denaro valga come compensazione agli scrittori che saranno presto dimenticati. Champagne, cocaina, le amanti di qualche Presidente della Repubblica che non c'è più.
3) Sopravvivere alle critiche. Se però neanche ci sono i soldi, o non si riesce a farli con un collettivo di scrittura perché il libro non vende e gli anticipi equivalgono allo stipendio di tre mesi di un dottorando, e quindi non si possono fare grandi feste lussuriose, allora almeno non bisogna prendersela. "Dopo il bombardamento di critiche che i Dieci hanno subito sorridendo..." esordisce Marinetti, che per prevenire alle accuse di poco amalgama del romanzo collettivo fa: "...il Segretario galante non implica nessuna miscela di sensibilità ed è una raccolta di lettere d'amore ricche di ingredienti tanto diversi e opposti da far impazzire la donna che volesse accogliere contemporaneamente nel proprio cuore". Che è come dire: il libro non è venuto male, è che è troppo ricco e abbondante perché lo possiate sopportare (vale lo stesso per 2005 dopo Cristo! Potevamo subire le critiche sorridendo, allora). E poi, quel ruolo così bello di segretario galante. Bisogna imparare a vivere, con gioia, italianamente! Governo prendere nota. Il prossimo libro lo scriveremo contro.
[*] Che Il Riformista ha pubblicato integralmente nel paginone che ha dedicato sabato scorso a Lo Zar non è morto. gm
Posted by giuliomozzi at 11:31
Lo Zar non è morto, 5 / Una presunta novità
di Wu Ming 1
[Questo articolo di Wu Ming 1, come il successivo di Francesco Pacifico, è apparso nel quotidiano Il Riformista di oggi 26 novembre 2005. gm]
Dopo la riscoperta di Lo zar non è morto del Gruppo dei Dieci, qualcuno si sorprende del fatto che la scrittura collettiva non sia poi così "nuova" e "prometeica" come sembrava. Bizzarro: da anni noi Wu Ming ripetiamo che non vi è nulla di nuovo. La scrittura collettiva è sempre esistita, per non dire della narrazione, del raccontare, atto che è collettivo sempre, e sempre lo fu.
Oggi, sia pure tra molte resistenze, se ne può finalmente parlare, è questa la differenza. Una realtà finora rimasta in ombra è oggi inondata di luce. L'irrompere della Rete ha reso esplicito l'implicito, costringendoci a riflettere, a interrogarci in modo nuovo sull'atto di scrivere/narrare e su cosa faccia vivere le storie.
Prendiamola prima alla larga e in senso lato: dimensione collettiva dell'elaborazione e trasmissione delle storie, anche quando a metterle su carta è una sola persona.
Non sono storie - e opere - collettive i grandi miti dell'umanità ("classici", celtici, indoeuropei, precolombiani etc.)? Non sono "collettivi" i libri alla base della nostra civiltà, a cominciare dalla Bibbia, che la si voglia dettata da Dio (autore "collettivo", uno e trino) o elaborata da uomini lungo l'arco di secoli? E il Popol Vuh, il Ramayana, l'epopea di Gilgamesh...?
I poemi epici dell'antichità sono "sintesi" di episodi e leggende plasmate e rifinite di generazione in generazione. Stessa cosa può dirsi di chansons de gestes e ballate medievali, la cui attribuzione autoriale è per definizione incerta e su cui misero le mani miriadi di trovatori e menestrelli (si dice "tradizionale" o «popolare», per intendere senza autore, scritto dal popolo).
Il mito dello Shakespeare-Autore, formatosi in età romantica, ci ha fatto scordare come nasceva e si allestiva un'opera del teatro elisabettiano: gli autori erano anche attori e ogni attore era anche un po' autore, tutti apportavano modifiche in diverse fasi, dalla stesura alle prove alla prima.
E il feuilleton ottocentesco, il romanzo seriale? Il culto forsennato dell'Autore ci ha portato a mettere in ombra gli aspetti creativi e "interattivi" del rapporto coi lettori. Lo scrivere a puntate espone al pubblico scrutinio, porta a dipendere dall'indice di gradimento (ante litteram), ad accettare suggerimenti - oggi diremmo feedback - su come debba proseguire la storia. Il personaggio X è antipatico e zavorra la storia, occorre toglierlo di mezzo, il lettore Y scrive alla gazzetta e propone d'ammazzarlo col veleno. E sia!
Il romanzo come lo conosciamo oggi è il "precipitato" di tutto questo, ha preso forma grazie a tutte queste reazioni, spinte, pressioni, erosioni. Senza la dimensione collettiva, che ne sarebbe del romanzo? Nulla. Non sarebbe nato.
In fin dei conti, in che consiste l'essere romanziere, scrittore, narratore? Consiste nel "ridurre la complessità" in modo non banale: selezionando dal marasma frastornante dei segni una o poche possibilità narrative, il bardo trasforma la realtà in qualcosa di raccontabile e cantabile. Ciascun autore è un "terminale", un'antenna, lo snodo di una rete che è tutto il genere umano. Anche quando si è soli in un gelido abbaino, si scrive in moltitudine.
Prendiamola più "stretta", ora. Esistono da sempre pratiche che, nella fase alta del culto dell'Autore, erano segrete e indicibili. Da anni il critico Tommaso De Lorenzis raccoglie, archivia, studia casi come il seguente: Dumas padre si avvaleva di decine di nègres (oggi si dice ghost writers). Forniva loro scalette, definiva i personaggi, dava indicazioni di massima, infine correggeva quel che avevano scritto. La squadra si gonfiò fino a comprendere novantacinque persone (!). In quel novero transitò pure Gerard de Nerval. Il nègre più importante fu però Auguste Maquet, vero e proprio co-autore del ciclo dei moschettieri. Ne racconta anche Perez-Reverte ne Il club Dumas.
E che dire del ruolo dell'editor, del quale il pubblico italiano, fino a pochi anni fa, ignorava financo l'esistenza? Fin dove può spingersi l'editor, prima di diventare co-autore? Cito il caso più celebre: molti tratti caratteristici dello stile di Raymond Carver non furono farina del suo sacco. I "finali tronchi" che oggi diciamo "carveriani" furono un'intuizione del suo editor Gordon Lish.
Spesso dietro un nome di persona si nasconde un collettivo ("Luther Blissett" fu nil novi sub sole). Il giallista "Ellery Queen" erano in realtà due cugini, Frederic Dannay e Manfred B. Lee. Il poeta "Ern Malley" era in realtà due militari australiani, il tenente James McAuley e il caporale Harold Stewart. Lo storico "J. Barton Bowyer" era in realtà un quintetto di studiosi e scienziati. E che dire della dimensione collettiva dichiarata, es. i libri scritti e firmati in coppia? Fruttero & Lucentini, Pohl & Kornbluth, Borges & Casares e tantissimi altri. E i quattordici scrittori irlandesi (Roddy Doyle et alii) che hanno scritto Yeats è morto?
C.V.D. Niente di nuovo.
Posted by giuliomozzi at 11:25
25.11.05
Lo Zar non è morto, 4 / L'articolo del Magazine del Corriere
[Questo articolo di Antonio D'Orrico è apparso il 25 novembre 2005 nel Magazine allegato al quotidiano Corriere della sera. gm]
È possibile che nel 1929 un gruppo di scrittori italiani capitanati da Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del futurismo, abbia scritto un romanzo d’avventura, pieno di colpi di scena, ambientato tra Pechino, Costantinopoli, Parigi, Roma ecc., nel quale si immagina che Nicola II, l’ultimo zar, non sia morto nell’eccidio di Ekaterinenburg, ma scampato alla furia omicida bolscevica si sia rifugiato in Manciuria diventando quindi oggetto di una formidabile caccia all’uomo con la partecipazione di tutti i servizi segreti (russi, cinesi, italiani, inglesi ecc.)? Ed è possibile che questo «grande romanzo di avventure», come recita il sottotitolo, sia anche un libro di avvincente lettura, di deliziosa fattura e di insospettabile ironia? Ed è ancora possibile che di Lo Zar non è morto, questo il titolo del libro, nessuno sappia nulla, neppure gli specialisti del periodo, quasi non fosse mai esistito?
Queste domande rivolgeva a se stesso alle tre e cinquanta della notte tra il 17 e il 18 novembre 2004, nella sua casa di Padova, lo scrittore Giulio Mozzi. [...]
Aveva appena finito di leggere le 400 pagine e oltre del romanzo scritto a venti mani da Marinetti assieme al divino Massimo Bontempelli (il capofila del realismo magico), al mondanissimo Lucio D’Ambra, ad Alessandro Varaldo (l’inventore del giallo italiano), a Cesare G. Viola (da un suo romanzo De Sica avrebbe tratto I bambini ci guardano), al grande snob e profondo conoscitore dell’anima femminile Luciano Zuccoli, ad Antonio Beltramelli (fedelissimo amico del Duce), Alessandro De Stefani, Fausto Maria Martini e Guido Milanesi. Mozzi era rimasto estasiato dal romanzo del Gruppo dei Dieci (come si erano ribattezzati).
Tutto era cominciato nel pomeriggio alla libreria Minerva di Padova dove Mozzi aveva scovato su un tavolo un libro tenuto assieme alla meno peggio con il nastro adesivo. Lo aveva sfogliato scoprendo che era pieno di luoghi esotici e di personaggi «che si chiamavano Orcoff, Zelenin, Karandik, Oceania World». E chi era Oceania World? Una specie di Indiana Jones dell’epoca? Sotto lo sgurado divertito del signor Vincenzo, il proprietario della libreria, Giulio Mozzi, convinto che niente lo avrebbe mai più meravigliato in vita sua da quando, molti anni prima, Federico Fellini in persona l’aveva chiamato a casa per dirgli quanto gli fossero piaciuti i suoi racconti (rispose la madre, lui era fuori con la fidanzata), continuava a guardare quella specie di arca perduta letteraria. «Avevo tra le mani un romanzo di fantapolitica. Un romanzo scritto nel 1929, nel quale si immagina che vengas scovato, in Manciuria, (in Manciuria!), un uomo che somiglia in tutto e per tutto allo Zar Nicola. E forse lo è. O forse non lo è. Lo Zar Nicola è stato ucciso, come tutta la famiglia, a Ekaterinenburg. O forse non è stato ucciso. Come Elvis Presley. Come Jim Morrison. Lo Zar è vivo e lotta insieme a noi. Un romanzo di fantapolitica».
Muovendosi come un automa Mozzi si era avvicinato con il libro in mano al signor Vincenzo per contrattare il prezzo. Un po’ più di cento euro («costava qualcosa di più, ma la bonarietà del signor Vincenzo nei miei confronti è proverbiale»). E sempre in quella specie di trance sonnambulica era tornato a casa a leggere quella meravigliosa avventura restando sveglio fino all’alba. E continuando in un certo senso a leggere anche quando si era assopito per qualche ora, inseguito dai personaggi e dalle immagini di Lo Zar non è morto: «Sognai inseguimenti con l’idrovolante, scaricatori di porto cinesi affumicati dal carbone, infidi diplomatici albiònici, una donna bellissima che prendeva in mano il mondo e, tàffete, lo rivoltava come una frittata».
Ora fate un passo avanti e dal novembre 2004 trasferitevi al luglio di quest’anno, quando Giulio Mozzi, uno (tanto per capire il tipo) che non ha né la patente né la televisione, è venuto in redazione. Nello zaino aveva le fotocopie dello Zar non è morto. «Lo pubblichiamo da Sironi alla fine dell’anno. Ho chiesto in giro, sono stato in biblioteca, ho cliccato su Google e Maremagnumm, ma di questo romanzo non si sa niente. Gli daresti un’occhiata?».
Naturalmente ho tirato anch’io l’alba, perché al di là degli aspetti storici, sociologici, politici e bibliofili, Lo Zar non è morto è proprio un bel romanzo, anzi un romanzone. Sin dall’inizio, sin dallo sbarco al porto di Ching-Wan-Tao di Alba Rosai, «ravvolta nella sua pelliccia di castoro», venuta in Cina a trovare il suo promesso sposo, Paolo degli Orti, comandante dell’esploratore Marco Polo. Ma, primo, colpo di scena, degli Orti ha abbandonato la nave per una missione segreta nel cuore della Cina in compagnia di una donna, l’interprete Oceania World. Alba Rosai si precipita a Pechino dove ritrova Paolo e un ricevimento dell’ambasciata britannica. Il comandante è naturalmente in compagnia di Oceania World. Ora Alba è considerata «la più bella ragazza di Firenze» («alta, sottile, un po’ maschia nei lineamenti botticelliani del viso»), ma Oceania è qualcosa di più. La sua superba bellezza ha qualcosa di global come si direbbe oggi: «La perfezione italica, l’ambiguità egiziana, l’ardore spagnolo, il languore polacco, l’intelligenza francese, la grazia americana, la mollezza orientale». Misteriosissime sono le sue origini: è stata trovata, neonata di una settimana, nella cabina, occupata da un vescovo scozzese, di un piroscafo proveniente dal Giappone e approdato a Southampton.
Alba è furiosamente gelosa di Oceania anche perché il suo Paolo deve partire immediatamente insieme alla vamp per una misteriosissima missione in Manciuria (avrete già capito di che si tratta). Ma la ragazza non ha il tempo di dare sfogo alla sua rabbia perché Paolo viene pugnalato a morte (alle spalle) e Oceania viene rapita. E qui, a pagina 34, Lo Zar non è morto dimostra subito di essere, oltre che di avventura e di fantapolitica, anche un romanzo fascista. Il cadavere ancora caldo del comandante degli Orti, avvolto nel tricolore e deposto nel giardino dell’ambasciata britannica, viene salutato romanamente dagli italiani presenti mentre uno di loro grida, «secondo il sacro rito fascista»: «Camerata Paolo degli Orti!». Poi l’orchestra che stava allietando il ricevimento «intonò alla meglio, come sapeva, un inno: nell’aria dell’Estremo Oriente squillava la voce italiana di Giovinezza». E a ribadire da che parte sta il Gruppo dei Dieci, le condoglianze del rappresentante sovietico Orcoff (un nome che è un programma) vengono respinte dal fratello del morto con queste parole: «Qui è caduto, signore, un fascista italiano. Il vostro posto non può essere qui».
Un romanzo di propaganda? Marinetti lo teorizza nella prefazione: «La grande Italia fascista deve non soltanto realizzarsi politicamente, militarmente, industrialmente, commercialmente e colonialmente, come sta facendo sotto l’occhio vigile del Duce, ma deve anche esprimersi. Perché l’Italia abbia la sua alta luminosa espressione nel mondo occidentale occorre mettere in primo piano la letteratura come il più abile e dinamico ambasciatore che l’Italia fascista possa avere all’estero». E questo programma fu esposto da Marinetti «a S. E. Mussolini, che lo salutò coi suoi più fervidi auguri».
Con Lo Zar non è morto Marinetti vuole anche riscattare i letterati italiani dall’eterno dilettantismo che sembra perseguitarli (pure oggi). Marinetti sogna uno status professionistico per gli scrittori italiani costretti da una «formidabile legge sociale economica» a darsi alla politica, all’esercito, all’industria, al commercio e agli impieghi per sbarcare il lunario. Marinetti accenna poi alle polemiche (le immaginiamo, somigliano a quelle di oggi) scoppiate per le «centomila lire pagate dal giornale “Il Lavoro d’Italia" per la pubblicazione in appendice de Lo Zar non è morto». Solito stracciaculismo nazionale che Marinetti intendeva battere inserendo tra i propositi del Gruppo dei Dieci «quello di elevare i prezzi del mercato letterario italiano».
Al modernissimo impianto sociologico, professionale e di marketing (al libro era abbinato un concorso a premi per i lettori) corrisponde uno stile narrativo addirittura postmoderno. Lo Zar non è morto è un supermercato del genere avventuroso-esotico in stile internazionalsnob (il contrario del nazionalpopolare). Eroi ed eroine del romanzo scendono a Istanbul al Pera Palace e a Parigi al Ritz. Vagheggiano raid in Manciuria a bordo di una Rolls Royce.
La qualità di romanzi del genere si giudica dalla qualità dei personaggi cattivi. Bene, i cattivi dello Zar non è morto non sfigurerebbero a confronto dei cattivi del Fleming di James Bond (i migliori cattivi della nostra vita). Il sorriso del presidente cinese Fu-Ceng brilla «come un pugnale da salotto» sulle sue labbra sottili e il suo silenzio è «sprezzante, crudele, profondamente asiatico». La sua crudeltà non sfigurerebbe in un confronto con quella high-tech di Fleming. Guardate Fu-Ceng mentre somministra la famigerata tortura delle Tremila Gocce all’ammiraglio Pao-Ting, l’avventuriero reo di essersi fatto trafugare lo Zar dagli 007 fascisti: «Pao-Ting rabbrividì. L’aver assistito tante volte a quel terribile supplizio spesso ordinato da lui, gli dava modo di evocarne le fasi… Dall’uno al cento, nulla: l’apparenza di uno scherzo; dal centro al duecento una piccola irrequietezza, dal duecento al duecentocinquanta, una qualche cosa come un’agitazione, dal ducentocinquanta al trecento, una smania accompagnata dai primi lamenti, dal trecento in poi i primi urli, l’occhio intorbidito, le prime contrazioni, un po’ di bava alla bocca… E le contrazioni divenute poco a poco frenetiche convulsioni e lo sguardo iniettato di sangue… E intanto la piccola goccia senza colore, cade, cade, tranquilla e implacabile, innocente e assassina, fredda e rovente, leggerissima e aggravata dal peso di un maglio».
Il pericolo giallo, uno dei tormentoni della politica estera fascista, ispira un monologo imperialistico del presidente Fu-Ceng che quasi anticipa alcuni pensieri del presidente Mao e, addirittura, il sogno di primato mondiale della Cina di oggi: «La Russia vorrebbe farci servire da riserva umana, carne da macello. Ma i nostri destini sono di indipendenza e saranno più luminosi di tutti perché la razza eletta è la nostra. Si è addormentata un giorno perché ha veduto che sognare era più dolce che vivere; si risveglia ora. Il gong della risurrezione sta per squillare. Chi batterà sui sacri bronzi? Ombre di Ming, aiutate l’opera mia che ricondurrà la Cina sulle vette dei suoi destini». Dal punto di vista diplomatico, Lo Zar non è morto vede gli italiani alleati agli inglesi di lord Machiavel (così si chiama il capo della loro diplomazia) e schierati contro russi e cinesi. Gli italiani (fascisti naturalmente) hanno una doppia missione: salvare il mondo e «soffocare per sempre la follia bolscevica». La follia bolscevica si incarna nel personaggio di Ivan Zelenin, il super agente segreto sovietico, assassino e bombarolo. Ma anche il terribile Ivan ha un debole: è cotto di Oceania World. I due sono andati a letto insieme. Accadde in una camera del Ritz (per la cronaca: la numero 73, secondo piano). Poi lei lo mollò senza un vero perché. Lui, anni dopo, le chiede una spiegazione e Oceania gli risponde: «Mi è piaciuto un giorno quel vostro sdegno feroce. Ho voluto guardare dentro quella terribile cassaforte piena d’odio che è la vostra anima: ho voluto vedere che scintilla sarebbe nata mescolando a tanta ira brutale un poco di amore… Non avevo mai incontrato nessuno di tanto fieramente forte e che sapesse tenere nella sua mano chiusa i destini oscuri del mondo. Eravate il Messia della fine del mondo». (E che sia ancora questa la spiegazione del nero fascino che esercitano i terroristi?).
Al personaggio di Ivan Zelenin è affidato, in negativo, il messaggio politico più importante del romanzo. Ivan crede in una sua personale teoria del Caos: «Soltanto dal Caos può rinascere l’ordine universale, quello che permetterà la pace tra gli uomini, e la fratellanza di tutti gli individui, non più diviso da barriere di patria o da differenze di fortuna». La follia di Ivan, la sua religione come egli stesso la chiama, è ultrabolscevica, va oltre il comunismo russo («che ha troppe parentele con le architetture precedenti, che è troppo figlio dei decrepiti pregiudizi che purr voleva combattere»). Quando racconta la sua utopia a Oceania, lei gli risponde: «Credo che Torquemada quando prometteva la redenzione e il paradiso a quegli eretici che mandava ad arrostire sul rogo in branchi di migliaia e migliaia, avesse la vostra voce. Certo aveva la stessa vostra fede… Seminava lo sterminio, in nome di una superiore felicità lontana». Ottant’anni dopo le parole di Oceania World costituiscono un manifesto, tuttora validissimo, contro i fanatismi. Al collettivismo, alla serialità totalitaria Oceania World oppone il potere della bellezza e della femminilità (argomento decisivo, per esempio, contro il fanatismo maschilista islamico): «Ma ditemi, credete voi che non nasceranno più, in questo vostro paradisiaco futuro, donne belle? O credete che nasceranno tutte belle ad un modo, come fabbricate a macchina da qualche standardizzata industria americana? No, vero? Forse qualche Oceania World vedrà ancora la luce… E non credete voi che si accenderanno in rivalità gli appetiti degli uomini?». Ah, il libero mercato del desiderio!
Solo per l’invenzione di un personaggio come la bella, ardimentosa, altera e intelligente Oceania World, Lo Zar non è morto merita un posto di primissimo piano nella storia del romanzo italiano. E anche dell’erotismo nazionale: seguiamola in queste sequenze da antologia. Siamo a Parigi e Oceania va a fare shopping alla Maison Crevenne et Joséphine in rue de la Paix. Compra un semplice mantello bigio, «severo come un abito monacale», che però nasconde all’interno una pelliccia di cincillà dove «erano sapientemente disposte numerose testine di civetta, i cui occhi scintillavano di verde, di azzurro, di rosso, di giallo», che al buio producono uno spettacolare effetto fosforescente. Così abbigliata, Oceania World invita al Ritz Pier degli Orti, il fratello del valoroso comandante Paolo. Pier, per onorare e vendicare la memoria del fratello, si è trasformato in uno 007 impegnato a fianco di Oceania nella protezione del redivivo Nicola II, e, come già successo al fratello, si è silenziosamente innamorato della donna. Spente le luci della sua camera al Ritz, Oceania si esibisce in uno strip-tease a favore del giovane: «Oceania aveva stese le braccia leggermente all’indietro, mantenendo aperta la preziosa pelliccia. E intorno all’avorio stupendo del suo corpo completamente nudo, dove i seni eretti mettevano due sfumature pallidamente rosa, come in una figura di Fragonard, brulicava tutto un pallido fuoco che con cheti guizzi e repentini offuscamenti lasciava indovinare il tremito da cui la donna era invasa. Ed ella, con la testa leggermente inclinata di lato e gli occhi socchiusi, sorrideva, sorrideva, di quel sorriso che non somiglia più a nessun altro e che trova le sue sorgenti non più nello spirito ma nel ribollire del sangue all’ombra del desiderio».
Al romanzo dei Dieci non manca nulla. C’è lo Zar che piange e la commossa rievocazione di Ekaterinenburg, c’è il figlio di Rasputin e c’è il colpo di scena finale (grandioso) quasi all’ultima riga. Chiudiamo ridando la parola a Giulio Mozzi, lo scopritore del libro: «Lo Zar non è morto è un romanzo divertentissimo. È un palese tentativo di fare il super-ultra-stra-mega-romanzo d’avventure; ed è un tentative riuscito. Ovviamente, è un romanzo parodistico. Un divertissement. Uno spasso. Non roba da letterati filologi, da studiosi degli anni Trenta, da nostalgici di quando c’era lui. No: è roba da lettore d’oggi, roba assolutamente d’oggi. È un romanzo antimanzoniano, antineorealista, antipsicologico, antioulipiano, anti – insomma – tutto ciò che in Italia è stato prodotto o accettato. È uno di quei romanzi-romanzi destinati al puro godimento della narrazione...».
Resta un’ultima cosa da chiarire. Come è possibile che un romanzo di propaganda politica (fascista nella fattispecie) sia bello? Anche qui Mozzi ha la risposta giusta: «Lo Zar non è morto è un perfetto romanzo fascista e – simultaneamente – la perfetta parodia del perfetto romanzo fascista.
E così ciò che non riuscì al realismo socialista (un romanzo-romanzo bello davvero) riuscì, grazie a Marinetti & Company, all’irrealismo fascista.
Posted by giuliomozzi at 08:57
21.11.05
Lo Zar non è morto, 3 / Il paginone del Riformista
di Giuseppe Iannaccone, Luca Mastrantonio e Francesco Dimitri.
[Questi articoli di Giuseppe Iannaccone, Luca Mastrantonio e Francesco Dimitri sono apparsi nel quotidiano Il Riformista sabato 19 novembre 2005. La pagina comprende anche la Prefazione originale di Filippo Tommaso Marinetti al romanzo Lo Zar non è morto. gm]
[...] Non è un caso, infatti, che anche un romanzo divertente e d'avventure, di spie e diplomatici, misteri e inseguimenti diventasse un caso editoriale, con tanto di concorso a premi per chi azzeccava gli autori dei diversi capitoli. E non è neanche un caso che Marinetti lo presentasse al Duce come un esperimento teso a "servire il Romanzo italiano in Italia e all'estero", con lo scopo di scoprire in mezzo a quei Dieci che rappresentavano "la versione italiana dell'Accademia Goncourt" "il poeta della nuova epopea". Musica per le orecchie di Mussolini, che non ci pensò due volte a elargire la ricca somma di centocinquantamila lire agli intrepidi scrittori. Peccato che, nell'introduzione del libro, non si faccia cenno alle stizzite reazioni degli esclusi dall'eletta cooptazione. Ne basti una, la più autorevole, firmata Pirandello. [...] [dall'articolo di Giuseppe Iannaccone]
Il merito di riproporre questo libro è direttamente proporzionale al demerito proprio (cui pone rimedio in pratica) e altrui. Ossia quanti hanno ignorato un'opera che aiuta a dare la giusta dimensione ad altri fenomeni simili che successivamente si sono verificati in Italia. Infine, questa ri-lettura suggerisce un interessante confronto, con risvolti politici singolari, tra le collettivizzazioni più o meno forzate, più o meno coatte, più o meno anonime, che negli ultimi anni alcuni scrittori e gruppi editoriali hanno operato nei campi della letteratura italiana, e questi fasci letterari guidati da Marinetti. [...] [dall'articolo di Luca Mastrantonio]
[...] Intitolare nel 1929 un libro Lo Zar non è morto è come intitolare un romanzo di oggi "Elvis vive!". La leggenda della sopravvivenza segreta di uno zar (di solito buon) è un tema antico nel folklore russo. Un tema che si è riciclato anche in èra staliniana: poco dopo la morte di Lenin si iniziarono a diffondere fiabe sul fatto che il suo cadavere imbalsamato fosse uno specchietto per allodole, e che nottetempo l'amato leader si alzasse per controllare l'andazzo della sua amata terra. Un po' Gesù Cristo, un po' Batman. [...] [dall'articolo di Francesco Dimitri]
Leggi il paginone che il quotidiano Il Riformista ha dedicato sabato 19 novembre 2005 al romanzo Lo Zar non è morto. Documento Pdf da 234 K circa.
Posted by giuliomozzi at 18:11
Lo Zar non è morto, 2 / La recensione del Giornale
di Luigi Mascheroni
[Questo articolo di Luigi Mascheroni è apparso nel quotidiano Il giornale sabato 19 novembre 2005. In fondo c'è una mia noterella. gm]
Altro che Luther Blissett e Wu Ming, altro che «Babette Factory» e la loro Italia del 2005 d.C., altro che Romanzo totale di Kai Zen o progetto Apparatchik, altro che collettivi narrativi e cooperazioni letterarie varie. Cari Raimo & Lagioia, carissimi Genna e indiani telematici, ci spiace: siete vecchi, vecchissimi [*]. Pensavate di aver inventato il romanzo collettivo? Pensavate di aver (ri)scoperto la fantapolitica all’italiana? E invece siete stati superati, da destra, ottant’anni fa, nientemeno che da un gruppo di fascisti, anzi dal Gruppo: il Gruppo dei Dieci come si battezzarono gli scrittori - molto eterogenei, va da sé: futuristi, giallisti, intimisti... - che nel 1929 pubblicarono (così come da sottotitolo) il «Grande romanzo d’avventure» Lo zar non è morto che Giulio Mozzi, in qualità di editor sempre controcorrente di Sironi, ripropone oggi con un elegante - ma volutamente “scorretto" dal punto di vista filologico - répêchage.
Cos’è Lo zar non è morto? Ripetiamo, un romanzo d’avventure prima di tutto: divertentissimo, strampalato, a suo modo trascinante. Poi è uno dei primissimi esempi italiani di romanzo ucronico (o di «storia alternativa» se preferite), visto che si immagina che nel 1931, in Cina (meglio: in China, come da corretta grafia) appaia improvvisamente lo zar Nicola II che tutti credevano massacrato, insieme all’intera famiglia Romanov, a Ekaterinburg nel ’17; e soprattutto - salvo smentite di qualche specialista - è il primo romanzo collettivo nella storia delle patrie lettere (ma anche romanzo “di genere", ossia del genere giallo-avventuroso complottistico-popolare tanto di moda ultimamente: leggi Genna, Avoledo, certo Pincio...). Un grande libro di fantapolitica, anche. Che celebra - e prende in giro - il potere, ma pensato sotto il Potere, quello mussoliniano. E per di più scritto a venti mani, ossia: la “mente" dell’intera operazione Filippo Tommaso Marinetti (che nel ’29, anno d’uscita del romanzo per le improvvisate «Edizioni dei Dieci», sta rientrando strategicamente nell’area del regime dopo le incomprensioni con il Duce, al quale appunto dedica idealmente l’opera); Massimo Bontempelli, che tre anni prima fondò con Malaparte la rivista 900; il fascistissimo Accademico d’Italia Antonio Beltramelli; lo scrittore e cineasta Lucio D’Ambra; il regista e giallista Alessandro De Stefani; il poeta, romanziere, critico e mutilato della Grande Guerra Fausto Maria Martini; il narratore “marinaro" Guido Milanesi; il «primo giallista italiano» Alessandro Varaldo; il commediografo Cesare Giulio Viola; e il “lussurioso" Luciano Zuccoli, alias Luciano von Ingenheim. Che fanno dieci, appunto.
Ora, sparare Lo zar non è morto come «il romanzo più misterioso del Novecento» (così recita la scheda editoriale) è eccessivo. Di sicuro però la sua storia è quanto meno singolare: uscì, come detto, nel ’29; fu gratificato - dicunt – da un istantaneo successo di pubblico (il volume conteneva, secondo una moda dell’epoca, la cedola di un concorso che premiava chi riuscisse ad attribuire ciascun capitolo al legittimo autore), poi il libro sparì dalle librerie, dalla memoria, dai repertori bibliografici ed è pochissimo conosciuto persino dagli antiquari (si dice però che esista un’edizione con sovracopertina firmata da Prampolini...) [**]. L’intuizione di Mozzi e di Sironi è quindi ottima. Tanto più che questo fantaromanzo, lontano da essere un semplice divertissement o pura «letteratura-svago» come indicato da qualche vecchio dizionario letterario,è in realtà modernissimo: nel programma di scrittura collettiva naturalmente, ma anche nell’idea-base (fantapolitica), nell’intreccio (un tourbillon di spie,diplomatici, femme fatale, doppiogiochisti tutti al centro di un gioco più grande di loro, tra raduni situazionisti, missioni segrete, sparatorie e party esclusivi tra Pechino e Istanbul passando per le segrete stanze del Vaticano), e persino nella scrittura (non sappiamo di chi sia il secondo capitolo, ma è splendido con quell’entrata in scena di Oceania World - già il nome dice tutto - «la più bella donna del mondo»...). Già, com’erano moderni quei dieci scrittori capaci di commuovere anche il lettore più impassibile descrivendo – ad esempio - la morte del diplomatico e camerata Paolo degli Orti. Peccato ch’eran fascisti...
[*] Qui Luigi Mascheroni commette una svista. Io appartengo a Nazione indiana (sono cioè un "indiano telematico"), sono come tutti sanno in continuo dialogo con Giuseppe Genna, oggi - 21 novembre 2005 - sto per raggiungere Raimo & Lagioia per i quali (cioè per Minimum Fax) sto terminando la compilazione del Best Off. Appartengo dunque al gruppo di coloro che che Mascheroni ritiene essere "vecchi, vecchissimi". E allora? Allora: proprio perché in questa regione della Repubblica delle Lettere si è creato un interesse verso certe pratiche di scrittura, è possibile e ha senso nel 2005 la ripubblicazione di un libro come Lo Zar non è morto. Dieci anni fa, lo si sarebbe potuto ripubblicare solo come una curiosità per amatori del genere: oggi, alla luce di ciò che è avvenuto settant'anni dopo la sua pubblicazione, questo libro mostra tutta la sua importanza...
[**] Confermo.
Posted by giuliomozzi at 09:23
Lo Zar non è morto, 1 / La recensione dell'Avvenire
di Alessandro Zaccuri
[Questo articolo di Alessandro Zaccuri è apparso nel quotidiano Avvenire di sabato 19 novembre 2005. gm]
Il candidato della Manciuria, questa volta, non aspira alla presidenza degli Stati Uniti. Al Cremlino, però, andrebbe volentieri. Anzi, ci ritornerebbe, perché è da lì da lì lo hanno spodestato i bolscevichi, nel pieno della Rivoluzione. Ekaterinburg, l’eccidio dei Romanov e tutto quello che crediamo di sapere. Perché in realtà Nicola II, zar di tutte le Russie, è scampato all’esecuzione e trascorre il suo silenzioso esilio nell’inospitale Manciuria. A Mosca, neanche a dirlo, i comunisti ordiscono un complotto per eliminarlo definitivamente, ma per fortuna ci sono i buoni che vanno in suo soccorso.
No, non è una versione post-comunista del best seller di Richard Condon (Il candidato della Manciuria, appunto, pubblicato nel 1959, in piena guerra fredda, e portato due volte sullo schermo: nel 1962 per la regia di John Frankenheimer e nel 2004 per quella di Jonathan Demme). E non è neppure una spy-story post-moderna, a meno di non voler bruscamente retrodatare genere e definizione alla fine degli anni Venti, quando nelle librerie italiane fa la sua comparsa il rutilante Lo Zar non è morto, «grande romanzo d’avventure» (così assicura il sottotitolo) firmato dal composito Gruppo dei Dieci. Luther Blissett ai tempi del fascismo, insomma, Wu Ming e Babette Factory superati a destra.
Il primo dei Dieci, infatti, altri non è se non Filippo Tommaso Marinetti, fondatore e patrono del movimento futurista. Attorno a lui si riunisce un drappello di scrittori che vanno dal «novecentista» Massimo Bontempelli ai popolarissimi - per i criteri dell’epoca - Lucio D’Ambra e Luciano Zuccoli, passando per una serie di nomi oggi scarsamente ricordati: Antonio Beltramelli e Guido Milanesi, per esempio, Alessandro Varaldo e Cesare G. Viola, Alessandro De Stefani e Fausto M. Martini. Tutti insieme per restituire ai Romanov il loro trono, sia pure soltanto in modo fittizio. Ma anche per favorire il trionfo del regime mussoliniano, nella convinzione - come scrive lo stesso Marinetti nella pr efazione originale - che spetti alla letteratura «sviluppare la maggiore potenza italianizzatrice» nei confronti degli altri Paesi. Non per niente, nel romanzo, gli agenti segreti più spericolati e affidabili si presentano con il saluto romano e con lo stesso si congedano.
Apparso per la prima volta in appendice al «Lavoro d’Italia» ed edito in volume nel 1929 con tanto di concorso a premi riservato ai lettori più attenti (c’era da individuare il vero autore dei dieci capitoli non "collettivi"), Lo Zar non è morto viene ora riproposto da Sironi su iniziativa di Giulio Mozzi, scrittore appassionato di libri d’occasione, che nell’introduzione racconta di essersi imbattuto per caso in una copia, debitamente stropicciata, del romanzo. Un esercizio di «fantapolitica del presente», lo definisce lo stesso Mozzi, una narrazione tutta giocata sul filo della convenzione e dell’esotismo, inteso quest’ultimo nella sua accezione più ampia: esotica è la Cina (nel ’29 si scriveva China), ma esotico può anche essere il Palatino a Roma, per non parlare del Vaticano, che fa da sfondo a uno dei molti colpi di scena in cui è scandita la vicenda. Uno dei personaggi-chiave, tanto per dire, è un figlio di Rasputin, divenuto sacerdote cattolico e incaricato di vigilare sul misterioso Vecchio della Manciura. Che potrebbe anche non essere lo zar, d’accordo. Ma non per questo la dinastia dei Romanov sarebbe estinta. Bisogna arrivare all’ultima pagina, con una nuova rivoluzione che infiamma Mosca, per rendersene conto. Nei romanzi - quelli veri - non si butta via niente.
Posted by giuliomozzi at 08:37
18.11.05
Lo Zar non è morto, 0 / Il libro scomparso e ritrovato
di giuliomozzi
[...] Non so se a voi è mai successo. Gli incontri più importanti della mia vita, sono avvenuti quando meno me li aspettavo. Sono sempre stato colto di sorpresa.
Il 17 novembre 2004, alla Libreria Minerva, vidi un libro che non avevo mai visto. Era abbastanza malconcio, la rilegatura era tenuta insieme con il nastro adesivo. Il titolo era: Lo Zar non è morto. Sotto il titolo c’era scritto: Grande romanzo d’avventure. In cima alla copertina
c’era scritto: I Dieci, e subito sotto erano snocciolati dieci nomi: Antonio Beltramelli, Massimo Bontempelli, Lucio D’Ambra, Alessandro De Stefani, F.T. Marinetti, Fausto M. Martini, Guido Milanesi, Alessandro Varaldo, Cesare G. Viola, Luciano Zuccoli. La data di pubblicazione era il 1929.
Ora: Marinetti e Bontempelli, va bene, ça va sans dire; di D’Ambra Zuccoli Martini avevo letto qualcosa (me li prestava mia prozia maestra, vera donna d’altri tempi); ma chi erano mai Alessandro Varaldo, Alessandro Milanesi o Cesare G. Viola? E cos’era mai quel libro che io, pur essendo un Vero Curioso degli Anni Trenta, non avevo mai visto né sentito nominare?
Lo presi in mano. Lo sfogliai. Pareva proprio un romanzo d’avventure.
Vidi i nomi di luoghi esotici. Personaggi che si chiamavano Orcoff, Zelenin, Karandik, Oceania World. Oceania World? Che razza di libro poteva essere, un libro che aveva dentro un personaggio called Oceania World? [...]
Leggi tutta l'introduzione scritta da giulio mozzi per il romanzo collettivo Lo Zar non è morto (documento in Pdf da 100 K scarsi).
Posted by giuliomozzi at 12:18 | Comments (14)




