07.05.08

"Del resto, questo non è ciò che si è sempre chiesto alla letteratura?"

di Valentina Martemucci

[Ho ricevuta questa lettera e con il permesso dell'autrice la pubblico. gm]

Ho visto che su vibrisse è scoppiata una polemica attorno al libro di Covacich. Ovviamente ognuno può leggerlo e apprezzarlo o meno - a me è piaciuto tantissimo. Ma piuttosto che discutere sul fatto se sia bello o meno, penso che il libro meriti attenzione per altri motivi: Covacich ha deciso di mettere in scena se stesso. Ok. Ma per quale motivo ha compiuto tale operazione?
Certo la sua non è una scelta narcisistica, non è una scelta dettata dalla volontà di raccontare che ha tradito la moglie. E' piuttosto un'esigenza, una voglia di capire, di approfondire e, magari di superare il dramma vissuto.
Sono d'accordo con te nel criticare la frase che compare sulla seconda di copertina del romanzo, poiché in questo caso sono state profondamente confuse vita e letteratura.

Sin dagli albori, infatti, la letteratura è sempre stata foriera di verità più profonde rispetto a quelle che si possono trovare nel corso di una vita. Il suo valore analitico e catartico è la conseguenza della necessità di riversare sulle pagine il disagio interiore provato dallo scrittore, tanto che si può affermare che la letteratura si sia imposta sulla vita accorrendo in suo soccorso. Poi non importa se ciò che ci viene raccontato è verità pura al cento per cento o se, in qualche caso, l'autore bara.

Parlo di barare perchè credo che anche Prima di sparire appartenga al genere autofittivo, il quale prevede che in un romanzo autore personaggio e narratore condividano la stessa identità senza che però i fatti narrati siano strettamente reali. Quindi, se l’autofiction non mira a raccontare la verità, ma punta alla ricerca della realtà, lo scrittore che - forse inconsapevolmente - si inserisce in questo filone, non può non mandare in giro per il mondo il protagonista che si chiamava come lui, al fine di scandagliare, sondare, per poi comprendere, ciò che gli accade intorno.

Anche in questo caso - negli ultimi anni sono molti gli scrittori che compiono tale operazione - Covacich ha usato il proprio io come una cavia da laboratorio, come soggetto per un esperimento. Quindi, non è strano che abbia scelto l’autofiction come genere che, a differenza dell’autobiografia, è meno impegnata a dire la verità sull’io, mentre è più impegnata ad usare l’io come specchietto per osservare il mondo.

Se poi si vuol accusare il libro di far male, si è liberi di farlo. E, in effetti, Prima di sparire colpisce non solo l'autore e coloro che sono coinvolti nelle vicende, ma anche il lettore che ne esce con un senso profondo di nausea. Ma, del resto, questo non è ciò che si è sempre chiesto alla letteratura?

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Posted by giuliomozzi at 10:25 | Comments (50)

05.05.08

Il nuovo libro di Mauro Covacich è un libro assai preciso

Nella foto, giulio mozzi colto mentre pronuncia le precise parole che gli sono attribuite a p. 186 (e poi a p. 199) del libro di Mauro Covacich Prima di sparire. L'autore della foto è Giovanni Monasteri. Una cronaca della serata l'ha scritta Louie.

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Posted by giuliomozzi at 07:03 | Comments (28)

03.05.08

Il nuovo libro di Mauro Covacich non è Il male naturale di giulio mozzi. O sì?

di giuliomozzi

Il nuovo libro di Mauro Covacich, Prima di sparire, si chiude con una pagina in carattere più piccolo, intitolata Coi nostri nomi. La riporto per intero:

Questo libro l'ho scritto di nascosto. Non avevo scelta, confessare agli altri quello che stavo facendo mi avrebbe impedito di farlo liberamente. Ecco la prima differenza tra persone e personaggi.

Per rimediare mi ero imposto un limite temporale, che coincide con il dialogo riportato alla fine. Avrei raccontato solo ciò che era accaduto prima, non ciò che stava accadendo durante la stesura. Io non succhiavo il sangue a chi, nel bene e nel male, condivideva con me il presente, io ricostruivo la vita che avevamo vissuto fino a quel punto, il punto di pagina 277.

I frammenti di un romanzo che sognavo di scrivere giacevano inerti sotto il peso delle cose che mi erano successe negli ultimi diciotto mesi, forse dovevo provare a raccontare quelle. Così ho cominciato. Il motto che avevo in mente era: Questi fatti esistono, queste persone esistono, io esisto. Procedevo come rispondendo a un interrogatorio, giuravo a me stesso di dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. Ero il giudice e l'imputato.

Poi è stata la volta dei testimoni. Avevo pensato di sottoporre il dattiloscritto a tutte le persone coinvolte, perché verificassero i fatti e ne autorizzassero la pubblicazione. L'idea era quella di una deposizione collettiva, redatta da me e controfirmata dagli altri. I primi a leggere però - Susanna, Anna, Gian Mario - mi hanno risposto più o meno allo stesso modo: "Sì, i fatti sono quelli, ma visti con i tuoi occhi, detti con le tue parole. Quei fatti non sono i miei fatti".

Così ho rinunciato a completare il giro di letture, rassegnandomi a una certezza che solo la foga per il progetto nuovo non mi aveva fatto intuire sin dall'inizio: la memoria è una facoltà soggettiva e ogni ricordo non è che il modo in cui la mente intende raccontarlo, anche quando è in buona fede, anche quando parla con se stessa. Inevitabilmente, il ricordo è la mia versione del ricordo. A maggior ragione qui, dove la vita di tanti si è trasformata nella scrittura di uno solo.

Il mio libro Il male naturale, pubblicato nel 1998, si chiudeva con un testo scritto nello stesso corpo del resto del libro, intitolato Finale:

Credo che Il male naturale sarà il mio ultimo libro di racconti o almeno che, d’ora in poi, lo scrivere sarà per me una cosa completamente diversa. Avevo un paio di cose da dire e mi sembra di averle dette e ripetute. Nei miei racconti racconto sempre circa la stessa storia: una persona perde una persona amata e per salvarsi da questa perdita decide di uscire dalla realtà. Che si tratti di impazzire, di iperrazionalizzare o di affidarsi a ciò che verrà dopo la morte, nella sostanza non cambia molto. Che la pazzia (o l’iper-razionalizzazione ecc.) sia raccontata, messa in scena, oppure brutalmente agita nel testo, suppongo ancora che non cambi molto.

Credo che fare questo libro mi abbia salvato la pelle e quindi m’importa poco del male che potrà fare ad altre persone. Ho persa la capacità (ce l’avevo una volta) di pensare che tutto il male del mondo venga da me. Ho scoperto, tra l’altro, che si sopravvive a tante cose.

I miei racconti (questi come quelli degli altri libri) parlano di persone che sono o sono state nel mondo. Io però non penso a questi racconti come a storie vere. I racconti contengono le mie immaginazioni a proposito di persone reali; quasi niente di ciò che vi è raccontato è vero nel senso comune della parola, e molto è completamente inventato. E questo vale anche quando la persona sulla quale si fanno immaginazioni, o per la quale si inventano avvenimenti e pensieri, sono evidentemente io.

C’è una parola che mi ha guidato per anni: redenzione. Ho scritti parecchi racconti con lo scopo consapevole di redimermi o di salvare, e cioè redimere, la vita di persone che, agli occhi del mondo, sembravano del tutto irredimibili. In questi giorni un ragazzo mi ha scritto accusando la mia lingua di essere «ipocrita» e «falsamente morale». Credo che non sia questo il punto. Credo che le persone delle quali ho raccontata la storia si siano forse sentite tradite, ma non insultate.

Da quando ho accettata la condizione di essere nel male, ho deciso che per me la redenzione è: sapere a che cosa ho rinunciato. Ho rinunciato al bene, ho deciso di accettare il male come fatto naturale. Non credo che un perdono potrà salvarmi, né credo che potranno salvarmi una terapia o il pensiero razionale o tanto meno la letteratura.

C’è in me un male attivo, produttivo: non un male sedimentato, non una pietra interiore, ma un male che agisce, vivifica, mi fa alzare la mattina e mi manda in giro per il mondo.

Hey hey, my my, rock’n’roll will never die.

Il testo di Covacich, differenziandosi dal resto del libro per il corpo più piccolo, tende a presentarsi come un paratesto, quindi a porsi fuori dal libro. Quello mio, invece, per carattere e impaginazione, tendeva a presentarsi come interno al libro.

Può essere utile il confronto tra due recensioni.
- 5 maggio 1999, Alfredo Giuliani recensisce Il male naturale (Repubblica).
- 23 aprile 2008, Franco Brevini recensisce Prima di sparire (Corriere).

[Continua. Nella prossima puntata: Montaigne e Rousseau]

[vedi anche la nota di Walter Siti in premessa al suo Troppi paradisi, qui]

[altri articoli su Prima di sparire di Mauro Covacich]

Posted by giuliomozzi at 08:33 | Comments (8)

26.04.08

Il nuovo libro di Mauro Covacich non è Va' dove ti porta il cuore

di giuliomozzi

Il nuovo libro di Mauro Covacich (del quale ho già cominciato a parlare) non è Va' dove ti porta il cuore. L'affermazione è ovvia. Va' dove ti porta il cuore è un romanzo epistolare, scritto da Susanna Tamaro, pubblicato nel 1994; il nuovo libro di Mauro Covacich si chiama Prima di sparire, è uscito or ora, ed è scritto da Mauro Covacich.

Il romanzo Va' dove ti porta il cuore è stato oggetto di un curioso successo di pubblico. Ricordo che leggevo nei giornali di questo romanzo, ne sentivo parlare da lettori e lettrici, e l'impressione che ne avevo era questa: un romanzo popolare, fondamentalmente rassicurante; protagonista una donna anziana, una di quelle nonne che fanno i biscotti in casa e conoscono i segreti per togliere tutte le macchie, che scrive alla nipote (la donna di mezzo è morta in un incidente stradale) per insegnarle il segreto della vita: andare dove ti porta il cuore.

Lessi il romanzo, e ne fui molto impressionato. Già nei suoi primi due libri Susanna Tamaro aveva messi in scena dei personaggi-narratori piuttosto mostruosi: ma Olga, l'anziana signora che scrive alla nipote, li superava tutti in cattiveria. "Olga è una donna acuta, crudele, di una crudeltà che spesso sfiora il cinismo, […] confusa, egoista, che non ha saputo aprirsi all’intuizione dell’amore se non […] nella vicinanza della morte", dichiarò qualche anno dopo Susanna Tamaro (nella sua rubrica in Famiglia cristiana, 22.1.97), ma io confesso che quella "intuizione dell'amore" nel finale l'ho trovata agghiacciante. Perché?

Perché Olga ha ammazzato sua figlia. Vabbè, indirettamente. La figlia era in piena crisi isterica, e Olga - per tranquillizzarla, evidentemente - non aveva trovato di meglio che dirle una cosa peraltro vera: non sei figlia di mio marito, ti ho fatta con un altro. La figlia era corsa via, aveva preso l'automobile, ed era andata a schiantarsi contro un platano. La cosa è raccontata da Olga alla nipote in quattro parole, senza nessuna assunzione di responsabilità. Nemmeno alla fine, quando dovrebbe verificarsi questa famosa "intuizione dell'amore".

Mi ricordo ancora le proteste quando vidi, in un cinema strapieno, il film di Cristina Comencini tratto dal romanzo. Nel film, è impossibile non capire che la madre ammazza la figlia. Il pubblico ululava, in parte se ne andò: in quel punto preciso.

Il successo di pubblico di Va' dove ti porta il cuore, in somma, sospetto sia dovuto a un fraintendimento. Una rappresentazione del male è stata scambiata per una rappresentazione del bene. Le ragioni di questo fraintendimento non mi interessano qui: mi interessa il fraintendimento in quanto tale. Giovanni Raboni, ad esempio, scrisse o dichiarò (qui): "Non c'è, ma che dico? non c'è frase, non c'è parola (così come, d'altra parte, non c'è situazione o personaggio) del breve ma interminabile romanzo che non sia intrisa d'ovvietà, che non sia, anzi, l'ovvietà stessa fatta a suono e grammatica, l'incarnazione, la discesa in terra del più puro concetto d'ovvietà". Trovo esattissimo questo giudizio, fuorché nel suo sottinteso: ovvero che il romanzo non sia un buon romanzo. Cos'è il diavolo, se non l'ovvietà incarnata e discesa in terra? L'ovvio è la licenza di non pensare, è l'affidamento cieco al senso comune: è quindi il diavolo. L'anziana Olga (che scrive le lettere delle quali il libro è composto: ogni parola che noi leggiamo, benché scritta fisicamente da Susanna Tamaro, è parola di Olga) allinea implcabilmente, per pagine e pagine, le sue diaboliche ovvietà: e diabolicamente ovvia mi pare anche, come ho detto, la sua finale "intuizione d'amore".

Il fraintendimento si rovesciò anche sull'autrice: alla quale fu attribuita pari pari l'ideologia di Olga. Devo dire che le prime parole di Tamaro che smentissero nettamente questa attribuzione, io le lessi nel 1997 (nel citato articolo di Famiglia cristiana): ma Tamaro aveva fatto, all'epoca, una scelta di silenzio. E non c'è dubbio che l'operazione di attribuire pari pari all'autore di un romanzo l'ideologia di un suo personaggio, sia pure di un personaggio-narratore, sia sbagliata e scorretta. Certamente ciascuno crea i personaggi che è capace di creare, e sarà vero che in fondo tutto è autobiografia, come mi si dice che abbia dichiarato Samuel Beckett: ma attribuire a Tamaro l'ideologia di Olga è sensato quanto attribuire ad Alessandro Manzoni quella di Don Rodrigo.

Bene, mi si dirà, che c'entra tutto questo con il nuovo libro di Mauro Covacich? C'entra perché Mauro Covacich nel suo nuovo libro fa il possibile perché il lettore identifichi il personaggio-narratore del libro (che si chiama Mauro Covacich, ha una biografia pubblica identica a quella dell'autore Mauro Covacich, frequenta le stesse persone pubbliche dell'autore Mauro Covacich, ha scritto e pubblicato gli stessi romanzi dell'autore Mauro Covacich, ecc.) con l'autore Mauro Covacich.

Be', mi si dirà ancora: è quello che succede in qualunque autobiografia. Infatti. Quindi, in questo caso, è lecito attribuire all'autore Mauro Covacih tutto ciò che appartiene al personaggio Mauro Covacich? Rispondo: no. Oppure: sì, evitando di prendere per oro colato ciò che nel libro si legge.

Questo libro nuovo di Mauro Covacich si legge come un romanzo. Il che pare ovvio (diavolo!), visto che Mauro Covacich è un autore di romanzi, e di quelli bravi. Ma se questo libro deve essere letto come un'autobiografia, allora leggerlo come un romanzo è sbagliato. E' leggerlo male. E tutto ciò che Mauro Covacich fa, in questo libro, perché lo si legga come un romanzo, è inganno.

(Ora sono in attesa del fraintendimento).

[altri articoli su Prima di sparire di Mauro Covacich]

Posted by giuliomozzi at 10:35 | Comments (121)

21.04.08

Il nuovo libro di Mauro Covacich fa vomitare

di giuliomozzi

[altri articoli su Prima di sparire di Mauro Covacich]

Il nuovo libro di Mauro Covacich s'intitola Prima di sparire, è pubblicato da Einaudi, e fa vomitare. Trovate un paio di testimonianze scritte qui e qui.

Sapevo di immagini che fanno vomitare, di filmati che fanno vomitare (per non parlare delle scene reali): è la prima volta che lo sento dire di un libro.
Io l'ho letto. Non ho vomitato, ma credo di non fare testo. Non ho alcun giudizio letterario su questo libro di Mauro Covacich. Mi sembra un libro che fa del male: e questo non è un giudizio letterario. Mi domando se questo libro, o in generale un libro come questo, possa fare del bene.
Il mio famoso romanzo, quello che deve sempre uscire, che è addirittura in qualche libreria online con tanto di titolo e riassunto, è un libro che non faccio leggere a nessuno perché, così com'è, mi pare un libro che fa del male; e peraltro non vedo come possa essere se non così com'è. Dico questo perhé sia chiaro che non voglio liquidare il libro di Mauro Covacich Prima di sparire. Voglio capire che cos'è, che cosa fa; e mi interessa intimamente, perché ho nel disco fisso del mio pc - e ho scelto finora di lasciarcelo - un libro che mi pare della stessa specie.

Quale specie?

Nei paratesti del libro di Mauro Covacich leggo una frase a effetto: "Quando la vita spazza via la letteratura, è perché s'impone col suo carico di verità". Mi domando quali siano i presupposti di una frase a effetto come questa (che, ripeto, è nei paratesti, e non può essere in alcun modo attribuita a Mauro Covacich). La letteratura è antitetica alla verità? Dobbiamo abolire la letteratura? La letteratura è forse un giochino col quale possiamo trastullarci finché nella vita non ci succede qualcosa di serio? Non so: trovo bizzarra un'affermazione come questa nei paratesti di un libro pubblicato dallo stesso editore che pubblicò, sia pure con qualche esitazione, e continua a pubblicare oggi, Se questo è un uomo di Primo Levi. Si potrebbe scrivere, mi domando, sul risvolto di una riedizione di Se questo è un uomo, "Quando la vita spazza via la letteratura, è perché s'impone col suo carico di verità"? Non scriveremmo, piuttosto, che "la letteratura è uno dei luoghi nel quale si può dire una verità", aggiungendo, magari, che per questo la letteratura ci è cara e preziosa? (D'altra parte, negli stessi paratesti si legge anche: "Lo scrittore divora l'uomo che vive", il che significherebbe - se non m'inganno - che la letteratura spazza via la vita: e mi trovo a pensare che forse l'editore stesso è, difronte a questo libro che ha pubblicato, disorientato come io sono).

Questa è la scheda editoriale del romanzo di Mauro Covacich Prima di sparire.

Posted by giuliomozzi at 15:28 | Comments (34)