04.08.06

Luoghi comuni / Solo perché sei tu

di giuliomozzi

A: "Guarda, lo faccio solo perché sei tu".
B: "No, grazie. Vorrei che tu facessi, nei miei confronti e in questa circostanza, ciò che faresti, ed effettivamente farai d'ora in poi, nei confronti di chiunque. Se pensi anche tu, come me, che sia bene agire in ogni singola circostanza secondo un principio che accetteresti come regola generale del comportamento tuo verso gli altri e degli altri verso di te, la tua decisione di agire verso di me, in questa circostanza, secondo un principio che accetti solo per me e per questa specifica circostanza è devastante. Non stai facendo un'eccezione alla regola: stai abolendo la regola, e con essa tutte le regole - se non addirittura la stessa possibilità che regole generali del comportamento esistano".
A: "Suvvia, non esageriamo".
B: "Stai esagerando tu".
A: "Le regole possono cambiare. Si fanno e si disfano".
B: "Se fai un'eccezione, la regola non viene cambiata: viene abolita, e con essa ogni possibilità di regole".
A: "E che cosa faresti, dimmi, se ogni possibilità di regole venisse abolita?".
B: "Boh, non so. Magari ti uccido".

[tutti i luoghi comuni]

Posted by giuliomozzi at 01:23 | Comments (8)

17.06.06

Luoghi comuni / Non facciamone una tragedia

di giuliomozzi

[tutti i luoghi comuni]

Oreste perseguitato dalle Erinni. Olio di BouguerauLa tragedia è, secondo la definizione che ho imparata a scuola, quella storia in cui non c'è rimedio. Oreste deve vendicare il padre, ucciso dalla moglie (e madre di Oreste stesso): se non lo fa, gli dèi lo puniranno. Oreste non deve uccidere la madre: se lo fa, gli dèi lo puniranno. Qualunque sia la scelta di Oreste, gli dèi lo puniranno: non c'è rimedio. Oreste sceglie di vendicare il padre, uccidere la madre: e viene punito dagli dèi.
Ci sono due modi, quindi, per non farne una tragedia. Uno è quello di trovare dei rimedi; e l'altro è quello di negare gli dèi.

"Ho quarant'anni e una laurea che non mi è servita a niente. Faccio un lavoro di merda e guadagno settecento euro al mese. Tra due mesi mi finisce il contratto. Vivo con un amico perché né io né lui possiamo permetterci un affitto intero".

Questa condizione, se si vuole, è una tragedia: ma solo a patto di considerare necessarie - necessarie almeno quanto gli dèi - alcune cosette: un lavoro se non gratificante almeno tollerabile, un reddito se non cospicuo almeno adeguato agli standard di consumo del ceto di appartenenza, una unità di abitazione tutta per sé. Se queste cose non le considero necessarie (se per me un lavoro vale un altro, se i miei consumi non hanno come riferimento gli standard del mio ceto, se non sento il bisogno di una abitazione-focolare nella quale riconoscermi), allora questa non è una tragedia. Posso dire: "Vivo giorno per giorno", e se mi licenziano in tronco agli amici preoccupati dico: "Non facciamone una tragedia".

Ma questa stessa condizione smette di essere una tragedia anche se dico a me stesso: "Porca paletta, diàmoci una mossa. La situazione è questa, ma non sarà mica immutabile. Ci darò dentro. Per il momento cercherò di vivermela: questi quattro soldi che prendo da questo lavoro di merda, comunque mi tengono in vita; e finché sono vivo combatterò. Voglio una casa, un lavoro dignitoso, un reddito decente". E agli amici preoccupati dico: "Ragazzi, non facciamone una tragedia, sennò mi cascano le palle per terra. Piuttosto, dàtemi una mano".

Nel primo caso, io non ho nessuna colpa: non ho nessuno scopo, nessun tèlos, quindi non posso essere insufficiente rispetto al tèlos. Nel secondo caso, il tèlos c'è, e quindi c'è la colpa (e tanto più elevato e lontano è il tèlos, tanto più difficile da abolire sarà la colpa).

Potrei allineare altri esempi. La donna che amo mi tradisce o mi caccia: posso farne una tragedia, oppure posso non farne una tragedia [a] abolendo il tèlos, ossia cessando di amarla, [b] adottando dei rimedi, ossia cercando di riconquistarla (auguri).
Sono nel mondo, e il mondo mi pare brutto. Posso farne una tragedia, oppure posso non farne una tragedia: [a] abolendo il tèlos, ossia accontentandomi del mondo così com'è o di quella specifica porzione di mondo nella quale sono, e che non è poi così male, [b] adottando dei rimedi, ossia sbattendomi per migliorare il mondo (auguri).
La Repubblica delle Lettere è un merdaio: nient'altro che profitto, scambi di favori, autotutele, mafie, cricche, pavidità e villanerie. Posso farne una tragedia, oppure posso non farne una tragedia: [a] abolendo il tèlos, ossia facendo quella che potrei far passare, credo con successo, per una scelta realistica, [b] adottando dei rimedi, ossia tentando quantomeno di viverci dentro senza dovermi vergognare di me stesso (auguri) o, addirittura, cercando di migliorarla (auguri).
Eccetera.

L'amico che mi dice: "Non facciamone una tragedia", io lo guardo con sospetto. Che cosa sta facendo?, mi domando. Mi sta proponendo dei rimedi? Se mi sta proponendo dei rimedi, intende dirmi che se sono nelle peste è colpa mia (datti da fare!), se sono cornuto è colpa mia (datti da fare!), se il mondo è brutto è colpa mia (datti da fare!), se la Repubblica delle Lettere è un merdaio è colpa mia (datti da fare!). Oppure mi sta proponendo di rimuovere il tèlos? Se mi sta proponendo di rimuovere il tèlos, vuole fare di me un uomo senza senso e senza scopo (e gli esiti possono essere diversissimi: dallo scoppiatone al new dandy, dallo yuppie al conformista).

Quindi, per piacere: facciàmone una tragedia.

Posted by giuliomozzi at 09:45 | Comments (7)

03.06.06

Luoghi comuni / Ti capisco

di giuliomozzi

[Inizio qui una nuova rubrica, che si chiama: Luoghi comuni ed è ispirata, fatte le debite distanze, al libro di Léon Bloy Esegesi dei luoghi comuni. Se qualcuno vuole contribuire segnalando luoghi comuni degni di nota, o proponendo propri articoli su luoghi comuni, mi scriva. gm]

[nel De Mauro / Paravia] [in etimo.it]

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemusNo, mi dispiace: ma tu non mi capisci; e, se vuoi, che siamo amici, non ti chiedo altro che di rinunciare alla pretesa di capirmi. Se dici che mi capisci, dici alla lettera che mi contieni, che sto dentro di te. Ma io non sto dentro di te: posso immaginare di stare dentro di te, ma sarà soltanto un'immaginazione, e non sono neanche convinto che sia una bella immaginazione (ti piacerebbe, a te, avere due corpi e due anime in un solo essere? E bada bene: dico due corpi e due anime; perché io sono corpo e anima; e se sono dentro di te, sono dentro di te con corpo e anima, mica solo con l'anima; perché se l'anima si separa dal corpo, è la morte; e tu, dicendo "Ti capisco", non vuoi mica uccidermi, vero?).

Se dici che mi capisci, lo so, non faccio finta di non sapere che cosa vogliono dire le parole nell'uso comune, intendi dire che ciò che io ti ho detto ha avuta un'eco dentro di te; intendi dire che ci sono dentro di te delle esperienze, delle emozioni e dei pensieri che il racconto delle mie esperienze, delle mie emozioni e dei miei pensieri ha sollecitato, ha fatto vibrare, ha richiamato alla memoria (sono tutte metafore, queste). Perciò tu dici: "Ti capisco", intendendo dire: "Sono simile a te. Ho attraversato, sto attraversando, qualcosa che somiglia a ciò che hai attraversato, stai attraversando tu". E, bada, io non dubito che ciò sia vero. Penso proprio che sia vero. Tuttavia, non lo voglio.

Amico, ti prego, dimmi che non mi capisci. Dimmi che mi senti estraneo, che mi senti fuori di te; così come io, che ho scelto te come confidente, ti sento estraneo e fuori di me. Non dire che mi capisci: dì che mi accetti.

Abbiamo parlato per ore e ore, eppure possiamo dire: non c'è stato niente tra noi. Io sono io, tu sei tu (e potresti dire la stessa cosa), e siamo irriducibili l'uno all'altro. Perché, amico che vuoi essermi amico - così come io voglio essere amico a te - senti il bisogno di dire che io non sono del tutto io (visto che sono dentro di te, e che ciò che è dentro di te costituisce te, io sono anche te; o tu sei me, il che credo sia quasi lo stesso)? Perché, amico che vuoi essermi amico, non vuoi accettare la differenza che c'è tra me e te, tra te e me?

Amico che vuoi essermi amico - così come io voglio essere amico a te -, solo nell'accettazione della differenza, quindi nell'accettazione che io faccio di te come estraneo e fuori di me, e nell'accettazione che tu fai di me come estraneo e fuori di te, troveremo la nostra amicizia.

Eppure tu dirai: "Ma se siamo differenti, e l'essere differenti è cosa così radicale come tu la descrivi, non esiste nemmeno la possibilità di scambiare parole. Le tue parole vogliono dire qualcosa, per me, perché hanno un'eco dentro di me, perché sollecitano la mia esperienza, le mie emozioni e i miei pensieri. Se tu e io siamo estranei, amico, e ciascuno fuori dall'altro, eppure ci parliamo - e ci parliamo così raffinatamente da potere, come ora, parlare del nostro parlare - dobbiamo necessariamente immaginare qualcosa che ci contenga entrambi, una unità dentro la quale noi esistiamo come differenti".

Un passante: "Sì, ragazzi. E' il linguaggio".

Un altro passante: "Siamo tutti creature di dio, colui che per conoscere la sua unità ha creata la moltitudine dei differenti".

Posted by giuliomozzi at 11:00 | Comments (21)