03.09.06
L'origine dei romanzi / Il testo completo
di giuliomozzi
[L'origine dei romanzi. Testo completo: pdf con immagini, 450 kb]
[L'origine dei romanzi. Testo completo: rtf zippato senza immagini, 30 kb]
Il Trattato sull'origine dei romanzi di Pierre-Daniel Huet, pubblicato a puntate in vibrisse tra il 3 ottobre 2005 e il 3 settembre 2006, è ora disponibile nel suo testo completo: o un Pdf di circa 450 kb, con illustrazioni (un ritratto del signor Huet, qualche pagina di edizioni antiche), o un Rtf zippato senza illustrazioni, da soli 30 kb. In entrambe le versioni è presente una breve introduzione.
Chi fosse rimasto nel tempo incuriosito da questo testo (che secondo me è splendido) può anche approfittare dell'ottima edizione italiana curata da Ruggero Campagnoli e Yves Hersant (Pierre-Daniel Huet, Trattato sull'origine dei romanzi, Einaudi Pbe 1977): è fuori commercio, ma si trova facilmente nelle biblioteche.
Il testo da me diligentemente ricopiato non è quello di questa edizione. Nel 2005 comperai per due euro, in una bottega che definire "libreria antiquaria" sarebbe un insulto alla categoria, un opuscolo contenente, appunto il Trattato. Huet, che era un erudito pazzesco, nel corso della sua vita integrò e corresse continuamente il testo del Trattato: quello che ho comperato per due euro, e che qui vi ho proposto e vi propongo, è il testo della prima edizione (mentre il volumetto einaudiano propone, con ricchissimo e utilissimo commento, il testo dell'ultima).
Perché mai io abbia deciso di ricopiare da cima a fondo un testo che avevo peraltro già studiato in un'edizione migliore e più comoda, non saprei dire. Posso dire che per il signor Huet ho intensi sentimenti di simpatia, e che questo piccolo lavoro ne è una testimonianza.
Sono gradite (basta scrivermi) tutte le segnalazioni di errori.
Posted by giuliomozzi at 15:12 | Comments (15)
L'origine dei romanzi [20 - fine]
[puntata precedente] [tutte le puntate] [scarica il testo completo]
Non pretendo con ciò di condannarne la lettura, stante le migliori cose del mondo hanno sempre qualche conseguenza pericolosa, ed i Romanzi non ne possono aver peggio dell’ignoranza. Io so di che vengon essi imputati: tolgon la divozione, ispirano passioni sregolate, corrompono i costumi. Tutto ciò può succedere, e qualche volta succede. Ma di qual cosa gli spiriti mal fatti non possono farne un cattivo uso? Le anime deboli si avvelenano da sé medesime, e di tutto fanno veleno. Bisogna, adunque, proibir loro le Istorie, che rapportano tanti perniziosi esempli, e le favole in cui le scellerataggini sono autorizzate dagli Dei medesimi. Una Statua di marmo, che faceva la divozione pubblica tra Gentili, indusse alla disperazione, alla brutalità, e ispirò della passione ad un Giovane. La Cherea di Terenzio, stabilisce un disegno colpevole alla vista d’un quadro di Giove, che, forse, conciliava il rispetto a tutti gli altri spettatori.
Si ha avuto poco riguardo all’onestà de’ costumi della maggior parte de’ Romanzi Greci e degli antichi Francesi, per lo vizio de’ tempi in cui sono stati composti. L’Astrea medesima, e alcuni altri di coloro che l’hanno seguita, sono ancora un poco licenziosi; ma quelli del tempo corrente (io parlo de’ buoni) sono sì lontani da simil difetto, che non troverassi una parola, una espressione che possa corrompere le orecchie caste, un’azione che possa offendere l’onestà. Si dice, che l’amore vi è maneggiato d’una maniera sì dilicata e sì insinuante, che l’esca di questa pericolosa passione entra facilmente nel cuore de’ Giovani; risponderò, che non solo non è pericoloso, ma che in qualche maniera è ancor necessario, che i Giovani del mondo, conoscano questa passione, per chiuder le orecchie a quella che è colpevole, e potersi sottrarre da’ suoi artifizj, e sapersi condurre in quella che ha un fine onesto e santo. Lo che è sì vero, che la sperienza fa vedere, che quelle le quali conoscono meno l’amore, sono più facili a innamorarsi, e i più ignoranti sono i più facili ad esser ingannati. Aggiungete questo, che non vi è cosa che tanto dirozzi lo spirito, e giovi tanto a incivilirlo e a renderlo proprio per lo mondo, quanto la lettura de’ buoni Romanzi. Questi sono precettori muti, che succedono a quelli del Collegio, e che insegnano a parlare e a vivere d’un metodo più istruttivo, e molto più persuasivo del loro, e del quale puossi dire quel che Orazio diceva dell’Iliade di Omero, ch’ella insegna la morale più fortemente, e meglio che i Filosofi più dotti.
Il signor d’Urfé fu il primo che gli cavò dalla barbarie, e gli pose nelle sue regole nella sua incomparabile Astrea: Opera la più ingegnosa e la più pulita che sia comparsa in questo genere, e che ha oscurata la gloria che la Grecia, l’Italia e la Spagna si avevano acquistata. Non tolse però il coraggio a quelli che vennero dopo lui d'intraprendere quel ch'egli aveva intrapreso, e non occupò tanto l'ammirazion pubblica che non vi fossero bei romanzi, i quali si videro in Francia dopo il suo. Vi si son veduti non senza stupore, quelli che una Fanciulla non meno illustre per la sua nascita, che per il suo merito, aveva pubblicati sotto nome supposto, privandosi sì generosamente della gloria che l'era dovuta, e non cercando la sua ricompensa che nella sua virtù: come se, quand'ella si affaticava per la gloria della nostra Nazione, volesse sparmiare questo rossore al nostro sesso. Ma finalmente il tempo le ha resa la giustizia ch'ella si era tolta, e ci ha fatto sapere, che il Celebre Bassà, il Gran Ciro, e Clelia sono Opere di Madamigella di Scudery, affinché l'arte di comporre i Romanzi, che poteva difendersi contro i censori scrupolosi, non solamente colle lodi che gli dà il Patriarca Fozio, ma ancora per i grandi esempi di coloro che vi si sono applicati, potesse altresì giustificarsi col suo; e che dopo essere stata coltivata da' Filosofi, come Apuleio e Atenagora: da' Pretori Romani, come Sisenna. da' pretensori all'Impero, come Clodio Albino: da' Sacerdoti, come Teodoro Prodromo: da' Vescovi, come da Eliodoro e Achille Tazio: da' Papi, come Pio Secondo, che aveva scritto gli Amori di Eurialo e Lucrezia; e da' Santi, come Giovanni Damasceno, avesse ancora il vantaggio d'essere stata esercitata da una savia e virtuosa Fanciulla.
In quanto a voi, Signore, essendo vero, come ho mostrato, e come assicura Plutarco, che un de' maggiori diletti dell'ingegno Umano, è la tessitura d'una favola ben inventata e ben raccontata, qual successo non dovete sperare da Zaida, le cui avventure sono sì nuove e sì vive, e la cui narrazion è sì bella e sì pulita? Io desidererei per l'interesse che prendo alla gloria del gran Re che 'l Cielo ci ha dato per Capo, che avessimo l'Istoria del suo ammirabile Regno scritta da uno stile sì nobile, e con tanta esattezza e discernimento. La virtù che guida le sue belle azioni è sì eroica, e la fortuna che le accompagna è sì maravigliosa, che la posterità dubiterà se questa sia un'Istoria o un Romanzo.
[fine]
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01.09.06
L'origine dei romanzi [19]
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Ma per ritornare a i Cerretani o Cantambanchi della Provenza (puntata 14), che furono in Francia i principali Romanzieri nei fine del decimo secolo, il loro mestiero piacque a tanti, che tutte le Provincie della Francia, come ho detto, ebbero altresì i loro Cantambanchi. Essi produssero nell'undecimo e nel seguente secolo una moltitudine incredibile di Romanzi in prosa e in verso, molti de' quali, malgrado l'invidia de' tempi, si sono conservati fino a noi. Di tal fatta erano i Romanzi di Garino il Loheran, di Tristano, di Lacellotto di Lac, di Bertain, di San Greal, di Merlino, di Arto, di Perceval, di Perceforest, e della maggior parte di que' cenventisette Poeti, che sono fioriti prima del trecento, cui il Presidente Fouchet ha posti al crivello. Io non intraprenderò di farvene la lista, né di esaminare, se gli Amadis di Gaula sono originari di Spagna, di Fiandra, o di Francia; e se 'l Romanzo di Tiel Ulespiegle sia una traduzione dall'Alemano, né in qual lingua è stato primieramente scritto il Romanzo de' sette Savi di Roma, o di Doloparthos, il quale si dice essere stato preso dalle Parabole di Sandaver Indiano, e che si truovi ancora in Greco in alcune Biblioteche, e di aver somministrata la materia al Libro Italiano detto Erasto, e a molte Novelle del Boccaccio, come altresì ha osservato Fouchet: il quale fu scritto in Latino da Giovanni Monaco della Badia di Altaselva, di cui si veggono antichi esemplari; e tradotto in Francese da Hebert, verso il fine del dodecimo secolo, e in Alemano dopo poco trecento anni, e da Alemanno in Latino dopo venti anni da un dotto Uomo, il quale non sapeva che quell'Alemano veniva dal Latino, e che ne mutò i Nomi.
Mi basterà il dirvi, che tutte quelle Opere, provenute dalla sola ignoranza, portavano i segni della loro origine, e non erano che un composto di finzioni grossolanamente concatenate le une colle altre, e molto lontane da quel sommo grado di arte e di eleganza, in cui la nostra Nazione ha condotti poi i Romanzi. Egli è vero, che vi ha motivo di maravigliarsi, che avendo ceduto agli altri il pregio della Poesia Epica e dell'Istoria, noi abbiam riportato questo con tanta gloria, che i loro più bei Romanzi non uguagliano a i minimi de' nostri. Io credo che noi dobbiamo questo vantaggio alla pulizia della nostra galanteria, la quale, secondo me, proviene dalla grande libertà colla quale gli Uomini vivono in Francia colle Donne, le quali in Italia e Spagna sono quasi sempre chiuse, e separate dagli Uomini per tanti ostacoli: che si veggono poco, e non si parla quasi mai con esse. Di modo che si è omessa l'arte di cicalar piacevolmente, perché le occasioni sono rare. Si applicano solamente a superar le dificoltà di abbordarle; e questo fa, che si approfittino del tempo senza badare alle forme. Ma in Francia, vivendo le Dame su la loro buona fede, e non avendo altra difesa che 'l loro proprio cuore, elle se ne sono fatte un riparo più forte e più sicuro che tutte le chiavi, tutte le ferrate, e tutta la vigilanza delle Governatrici. Gli Uomini sono stati obbligati di assediare formalmente questo riparo, ed hanno adoperato tanta cura e destrezza per ridurlo alla resa, che se ne sono fatti un'arte quasi non conosciuta tra gli altri Popoli.
Quest'arte è quella che distingue i Romanzi Francesi dagli altri Romanzi, e ne ha resa sì dilettevole la lettura, che ha fatta omettere la lettura più utile. Le Dame sono state le prime prese a questa lusinga: tutto il loro studio l'hanno posto ne' Romanzi, ed hanno talmente disprezzato quello dell'antica favola e dell'Istoria, che non hanno più intese le Opere che in altri tempi era il lor maggior ornamento. Per non più arrossire di questa ignoranza, di cui esse avevano sì sovente occasione di avvedersene, hanno trovato il ripiego, con dire, che facevano ciò, piuttosto per disapprovare, che per imparar quel che non sapevano. Gli Uomini le hanno imitate per condiscendenza: essi hanno condannato quel che'esse condannavano, ed hanno chiamata pedanteria quel che faceva una parte essenziale della pulizia fin dal tempo di Malerba. I Poeti e gli altri Scrittori Francesi che gli hanno seguiti, sono stati costretti di sottoporsi a questo giudizio; e molti tra essi, veggendo che la cognizione dell'antichità era loro inutile, hanno tralasciato di studiare quel ch'essi non ardivano più mettere in uso. Così una buona causa ha prodotto un cattivo effetto, e la bellezza de' nostri Romanzi, ha conciliato il dispregio delle belle lettere, e dopo l'ignoranza.
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27.08.06
L'origine dei romanzi [18]
di Pierre-Daniel Huet
[puntata precedente] [tutte le puntate] [scarica il testo completo]
[La precedente puntata dell'Origine dei romanzi è uscita molti mesi fa. Chiedo scusa per l'interruzione, dovuta alla più banale delle cause: avevo smarrito il libro. Alla conclusione, ormai, non manca molto. gm]
Essi non muovono le nostre passioni, che per quietarle: essi non eccitano i nostri timori o la nostra compassione, che per farci vedere fuor dal pericolo o dalla miseria quelli per cui noi temiamo, o compassioniamo: essi non toccano la nostra tenerezza, che per farci vedere felici quelli che noi amiamo: essi non ci danno dell'odio, che per farci veder miserabili quelli che noi odiamo: finalmente, tutte le nostre passioni vi si truovano piacevolmente eccitate e calmate. Quindi ne avviene, che coloro che operano più per passione che per ragione, e che faticano più coll'immaginazione che coll'intelletto, vi sono più sensibili, benché gli ultimi ancor vi sieno, ma d'un'altra maniera. Essi sono toccati dalla bellezza dell'arte, e da quel che proviene dall'intelletto; ma i primi, come i Fanciulli e i semplici, lo sono solamente di quel che sorprende la loro immaginazione, e agita le loro passioni; e amano le finzioni in sé medesime, senz'andar più lontano.
Ora, le finzioni non essendo che narrazioni vere in apparenza, e false in effetto, gli spiriti de' semplici, che non veggono se non la scorza, si contentano di questa apparenza di verità, e vi si dilettano; ma coloro che penetrano più al fondo, e vanno al sodo, si annojano facilmente di questa falsità. Di maniera che, i primi amano la falsità per cagion della verità apparente che la nasconde; e gli ultimi si annojano di quella immagine di verità per cagion della falsità effettiva ch'ella nasconde, se questa falsità non è per altro ingegnosa, misteriosa, e istruttiva, e non si sostiene per l'eccellenza dell'invenzione e dell'arte. E Sant'Agostino dice in un certo luogo, che queste falsità che sono significative, e racchiudono un senso nascosto, non sono menzogne, ma figure della verità, di cui i più dotti e i più Santi personaggi, e nostro Signor medesimo si son serviti.
Essendo, adunque, vero che l'ignoranza e la rozzezza sono le grandi sorgenti della menzogna, e quella irruzione di Barbari, che uscirono dal Settentrione, inondò tutta l'Europa, e la immerse in una sì cupa ignoranza, che non ne uscì se non dopo due secoli in circa, non è egli verisimile, che questa ignoranza produsse nell'Europa medesima effetti ch'ella ha prodotti per tutto altrove? e non è egli cosa inutile di cercare nel caso quel che noi troviam nella natura? Non vi è motivo, adunque, di contraddire, che i Romanzi Francesi, Alemanni, Inglesi, e tutte le favole del Nord, sono del Paese, nati in que' luoghi, e non sono stati portati d'altronde: che non hanno altra origine, che le Istorie piene di falsità, che furono composte in tempi tenebrosi, pieni d'ignoranza, in cui mancava l'industria e la curiosità per iscoprire la verità delle cose, e l'arte per iscriverle: che queste Istorie mescolate di vero e di falso, essendo state ben ricevute da' popoli mezzo barbari, gl'Istorici ebbero l'ardire di comporre puramente supposte, che sono i Romanzi. E' ancora opinione ben ricevuta, che 'l nome di Romanzo si dava in altri tempi alle Istorie e che dopo si applicò alle finzioni: lo che è una opinione incontrastabile, ch quegli son venuti da queste. Romanzi, dice il Pigna, secondo la comune opinione, in Francia detti erano già gli annali; e per ciò le guerre di parte in parte notate sotto questo ome uscivano. Poscia alcuni dalla verità partendosi, quantunque favoleggiassero, così appunto chiamarono gli scritti loro. Strabone in un passo da me allegato, dice, che le Istorie de' Persiani, de' Medi, e de' Siri, non hanno meritata troppa credenza; perché coloro i quali le hanno scritte, veggendo che i Novellatori erano in stima, credettero altresì di mettersi a scrivere favole in forma d'Istorie, cioè a dire, Romanzi. Donde puossi conchidere, che i Romanzi, secondo tutte le apparenze, hanno avuti tra noi la medesima origine, che hanno avuti in altri tempi tra que' Popoli.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 10:09 | Comments (0)
05.04.06
L'origine dei romanzi [17]
di Pierre-Daniel Huet
[puntata precedente] [tutte le puntate] [scarica il testo completo]
Così la Spagna e l'Italia ricevettero da noi un'arte ch'era il frutto della nostra ignoranza e della nostra rozzezza, e che era stato il frutto della pulizia de' Persiani, degl'Ioni, e de' Grci. In fatti, siccome nella necessità, per conservare la nostra vita, nutriamo i nostri corpi di erbe e di radici, quando ci manca il pane; così, quando viene a mancarci la cognizione della verità, che è il nutrimento proprio e naturale dell'intelletto umano, noi lo nutriamo di menzogne, che è l'imitazione della verità. E siccome nell'abbondanza, per soddisfare al nostro gusto, lasciamo sovente il pane e le vivande ordinarie, e cerchiamo i saporetti; così quando la nostra mente conosce la verità, lascia sovente lo studio e la specolazione, per divertirsi nell'immagine della verità che è la menzogna; mentre l'immagine e l'imitazione, secondo Aristotile, sovente sono più gradite della medesima verità. Di maniera che, due strade affatto opposte, che sono l'ignoranza e l'erudizione, la rozzezza e la pulizia, conducono sovente gli Uomini ad un medesimo fine, che è lo studio delle finzioni, delle favole e de' Romanzi.
Quindi ne avviene, che le Nazioni le più barbare amano le invenzioni Romanzesche, come le più culte. Le origini di tutti que' Selvaggj dell'America, e particolarmente quelle del Perù, non contengono le favole, non men che l'origine de' Goti ch'essi scrivevano in altri tempi ne' loro antichi caratteri Runichi su gran pietre, di cui ne ho veduto qualche avanzo in Danimarca; e se ci fosse restata qualche cosa di quelle opere che componevano i Bardi tra gli antichi Gauli per eternare la memoria della loro Nazione, tengo a fermo che le vedremmo ricche di molte finzioni.
Questa inclinazione alle favole, che è comune a tutti gli Uomini, non proviene loro dal discorso, dall'imitazione, o dall'uso; ma è lor naturale, e ha la sua esca nella disposizione medesima della loro inclinazione; mentre, il desiderio d'imparare e di sapere, è particolare all'uomo, che la ragione fa distinguere dagli altri animali. Si truovano ancora in alcuni animali de' lumi d'una imperfetta ed abbozzata ragione; ma la brama di sapere non si vede se non nell'uomo. Quindi proviene, secondo me, che le potenze della nostr'anima, essendo d'una ampiezza troppo grande e d'una capacità troppo vasta per esser piene dagli oggetti presenti, l'anima cerca nel passato e nell'avvenire, nella verità e nella menzogna, negli spazj immaginarj e nell'impossibile medesimo, di che occuparle ed esercitarle. Le bestie truovano negli oggetti che si presentano a i loro sensi di che empire le potenze dell'anima, e non vanno più oltre; di maniera che non si vede in esse quell'avidità inquieta che agita continuamente lo spirito dell'uomo, e lo porta a cercar nuove cognizioni, per proporzionare, se può, l'oggetto alla potenza, e trovarvi un piacere simile a quello che si truova nel saziare una fame violenta, o a dissetarsi dopo una lunga sete.
Questo è quel che Platone ha voluto esprimere colla favola del matrimonio di Poro e di Penia, cioè, delle ricchezze e della povertà, da cui egli dice che nacque il piacere. L'oggetto è disegnato per le ricchezze, le quali non sono che nell'uso; altrimente sono infruttuose, e non fanno nascere il piacere. La potenza è espressa per la povertà, che è sterile e sempre accompagnata da inquietudini, quando ella è separata dalle ricchezze; ma quando si unisce, il piacere nasce da quella unione.
Questo si vede nell'anima nostra. La povertà, cioè a dire, l'ignoranza, l'è naturale, e sospira continuamente presso la scienza, che è la sua ricchezza; e quando ella la possede, da questa unione ne ridonda il piacere. Ma questo piacere non è sempre uguale: le costa qualche volta della fatica e della pena; come, quando ella si applica a speculazioni difficili, o a scienze nascoste, la cui materia non è presente a' nostri sensi, e dove l'immaginazione che opera con facilità, ha minor parte dell'intelletto, le cui operazioni sono più faticose. E perché la fatica naturalmente ci annoja, l'anima non si porta a queste cognizioni spinse che col disegno del frutto, o colla speranza d'un piacere lontano, o per necessità. Ma le cognizioni che la tirano e la lusingano maggiormente, sono quelle ch'essa acquista senza pena, e dove l'immaginazione opera quasi sola, e sopra materie simili a quelle che cadono su' nostri sensi; e particolarmente se queste cognizioni eccitano le nostre passioni, che sono i mobili principali di tutte le azioni di nostra vita. Queste fanno i romanzi: non vi bisognano grandi contese d'ingegno a combinarli, grandi ragionamenti a farli: non bisogna affaticar la memoria: altro non fa uopo che immaginare.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 09:44 | Comments (3)
12.03.06
L'origine dei romanzi [16]
di Pierre-Daniel Huet
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I loro Romanzi sono più nuovi; e i più antichi sono postriori a i nostri Tristani, a i nostri Lancellotti qualche centinajo d'anni. Michel de Cervantes, uno de' più bell'ingegni che la Spagna abbia prodotto, ne ha fatta una fina e giudiziosa critica nel suo Don Chisciotte, e appena il Curato della Mancia, e Maestro Nicolò Barbiero, ne truovano in questo numero sei che meritano d'esser conservati. Il resto è consegnato al braccio secolare delal Serva per esser bruciato. Quelli ch'essi stimano degni d'esser letti sono i quattro Libri di Amadis di Gaula, ch'essi dicono essere il primo Romanzo di Cavalleria che siesi stampato in Ispagna, modello e migliore di tutti gli altri; Palmerino d'Inghilterra, che si crede essere stato composto da un Re di Portogallo, e ch'essi trovano degno di esser posto in un forziero simile a quello di Dario, dove Alessandro racchiuse le Opere di Omero. Don Belianis: Lo Specchio della Cavalleria: Tirante il Bianco, e Kyrie eleison di Montaubun (mentre nel buon tempo antico si credeva che Kyrie eleison e Paralipomenon fossero nomi di qualche Santo ) dove Le sottigliezze di Madamigella Plaisir-de-ma-vie, e gl'inganni della Vedova riposata, sono molto lodati. Ma tutto ciò è nuovo a paragone de' nostri antichi Romanzi, che verisimilmetne ne furono i modelli, come ce'l persuadono la conformità delle opere e la vicinanza delle Nazioni. Fa egli ancor la censura de' Romanzi in verso e delle altre poesie che si trovarono nella Biblioteca di Don Chisciotte; ma ciò è fuori dal nostro suggetto.
Se mi si oppone, che siccome noi abbiamo preso dagli Arabi l'arte di rimare, è credibile altresì che abbiam preso da essi l'arte di romanzare; poiché la maggior parte de' nostri antichi Romanzi era in rima, e l'uso che avevano i Signori Francesi di dare i loro abiti a i migliori Cerretani, e che Marmol dice essere stato praticato da i Re di Fez, dà luogo ancora a questo sospetto; io confesserò non essere impossibile, che i Francesi prendendo la rima dagli Arabi, abbiano da essi altresì preso l'uso di applicarla a i romanzi. Confesserò ancora, che l'inclinazione che noi già abbiamo per le favole, ha potuto aumentarsi e fortirificarsi col loro esempio, e che la nostra arte romanzesca si arricchì, forse, col commerzio che la vicinanza della Spagna e le guerre ci somministraron con essi; ma non già che noi siam debitori ad essi di questa inclinazione, poich'ella era in noi molto tempo prima che si fosse fatta vedere in Ispagna. Io non posso credere, che i nostri Principi abbiano preso da i Re Arabi l'usanza di spogliarsi in favore de' Ciurmatori; credo piuttosto che tutti e due toccati dall'eccellenza delle Opere ch'essi udivano recitare, procurassero con trasporto di soddisfar subito alla loro liberalità, e che non trovando cosa più presente dei loro abiti, se ne servivano nel bisogno, come leggiamo, che alcuni Sani se ne sono serviti verso i poveri; e quel che succedeva in Francia a caso, si faceva in Fez per usanza, che verisimilmetne da principio vi fu introdotta a caso.
E' molto credibile, che gl'Italiani s'indussero a comporre Romanzi coll'esempio de' Provenzali, quando i Papi tennero la lor Sede ad Avignone, ed ancora per l'esempio di altri Francesi, quando i Normanni, e dopo Carlo Conte d'Angiò, Fratello di San Luigi, Principe virtuoso, amatore della Poesia, e Poeta egli medesimo, fecero guerra in Italia. Mentre i nostri Normanni si dilettavano ancora della scienza gaja; e l'Istoria rapporta, ch'essi cantarono i fatti d'Orlando, prima di dar quella memorabile battaglia che acquistò la Corona d'Inghilterra a Guglielmo il Bastardo. Tutta l'Europa era in quel tempo sepolta in una profonda ignoranza; ma la Francia, l'Inghilterra e l'Alemagna meno dell'Italia, la quale, non produsse allora se non un piccolo numero di Scrittori, e quasi niun componitor di Romanzi. Coloro di quel Paese che volevano farsi distinguere con qualche tintura di sapere, venivano ad impararlo dall'Università di Parigi, ch'era la madre delle scienze e la nutrice de' dotti nell'Europa. Vennero a studiarvi San Tomaso d'Acquino, San Bonaventura e il Poeta Dante e 'l Boccaccio; e 'l Presidente Faucher dimostra, che l'ultimo ha preso la maggior parte delle sue Novelle da i Romanzi Francesi; e che il Petrarca e gli altri Poeti Italiani avevano pigliato i più bei passi delle Canzoni da Tibaldo Re di Navarra, da Gaces Bruffez, dal Castellano di Couchy, e dagli antichi Romanzieri francesi. Gl'Italiani, adunque, secondo me, nella unione di queste due Nazioni impararono da noi l'arte de' Romanzi, di cui si conoscono a noi debitori, e ancora la scienza delle rime.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 11:21 | Comments (0)
05.03.06
L'origine dei romanzi [15]
di Pierre-Daniel Huet
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Gli Spagnuoli si servono della parola di Romanzo nella medesima significazione che noi, e li chiamano in lor linguaggio ordinario Romancè. Il Romano, adunque, essendo più universalmente inteso, i Novellatori Provenzali se ne servirono per iscrivere le loro Novelle, per cui furono chiamati Romanzi. I Cantambanchi andando così per lo mondo, erano ben pagati delle lor pene, e ben trattati da' Signori ch'essi visitavano, alcuni de' quali erano così rapiti dal diletto di udirli, che alcune volte si spogliavano delle loro vesti per rivestirli. I Provenzali non furono i soli che s'impiegarono a quello piacevole esercizio: quasi tutte le Provincie della Francia ebbero i loro Romanzieri: fino la Piccardia, dove si componevano da' Servantès Opere amorose, e qualche volta satiriche. Di là ci son venuti tanti vecchi e vecchi Romanzi, di cui una parte è stampaa, un'altra sì logora nelle Biblioteche, e 'l resto è stato consumato dalla lunghezza degli anni. La Spagna medesima, che è stata sì fertile ne' Romanzi, e l'Italia, hanno da noi l'arte di comporli. Mi par di poter dire, che questa sorta di Poesia, sono parole del Giraldi, parlando de' Romanzi, abbia avuta la prima origine e il primo suo principio da' Francesi, da i quali ha forse anco avuto il nome. Da' Francesi è passata poi questa maniera di poeteggiare agli Spagnoli, e ultimamente è stata accettata dagl'Italiani.
Il fu Signor di Saumaise, la cui memoria mi è in singolar venerazione, e per la sua grande erudizione, e per l'amicizia che è stata fra noi, ha creduto, che la Spagna, dopo aver imparato dagli Arabi l'arte di compor Romanzi, l'aveva insegnata col suo esempio a tutto il resto dell'Europa. per sostenere questa opinione, bisogna dire, che Telesino e Melchino, tutti e due Inglesi, e Unibaldo Franco, che si crede aver composti tutti e tre le loro Istorie a guisa di Romanzi verso l'anno Cinquecento cinquanta, sono più recenti almeno dugento anni di quel che alcuno s'immagina; mentre la ribellione del Conte Giuliano, e l'entrata degli Arabi in Ispagna,non succedette se non l'anno novantuno dell'Egira, cioè, l'anno settecento di Nostro Signore; e vi bisognò qualche tempo per dar corso a i Romanzi degli Arabi in Ispagna, e a quelli che si pretende che gli Spagnuoli fecero a loro imitazione nel resto dell'Europa. Io non vorrei oppormi all'antichità di questi Autori, sebben ne avessi giustomotivo, poiché l'opinione comune e ricevuta è dal canto mio. Egli è vero, che gli Arabi erano dati alla scienza gaja, come vi ho fatto vedere; voglio dire, alla Poesia, alle favole, alle finzioni; la quale scienza, essendo dimorata nella sua rozzezza tra essi, senza aver ricevuta la cultura de' Greci, la portarono nell'Africa colle loro armi, quand'eglino la soggiogarono. Tuttavia ella era tra gli Africani; mentre Aristotile, e con lui Prisciano, fanno menzione delle favole Libiche, e i romanzi di Apuleo e di Marziano Capella Africani, di cui vi ho parlato, mostrano qual era il genio di questi popoli, che fissò gli Arabi vittoriosi nelle loro inclinazioni.
Sappiamo altresì da Leone Africano e da Marmol, che gli Arabi amano ancora grandemente la Poesia romanzesca: ch'essi cantano in verso e in prosa le gesta del loro Buhalut, come si son celebrati presso noi quelli di Rinaldo e di Orlando: che i loro Morabiti fanno canzoni amorose: che in Fez, nel giorno natalizio di Maometto, i Poeti fanno conversazioni e giochi pubblici, e recitano i loro versi in presenza del Popoli, a giudizio del quale, quello che si è portato il meglio, è creato Principe de' Poeti per quell'anno: che i Re della Casa de' Benimeris, i quali regnavano trecent'anni sono, e che i nostri antichi Scrittori chiamano Belemarini, raunavano ogn'anno in un certo giorno i più dotti della Città di Fez, e facevano loro uno splendido festino, dopo il quale i Poeti recitavano versi in onore di Maometto: che il Re dava al più abile una somma in danajo, un cavallo, uno schiavo, e i suoi propri abiti di cui era vestito quel girno, e che nessuno degli altri se ne ritornava senza ricompensa.
La Spagna, essendo dopo caduta sotto il giogo degli Arabi, ricevette altresì i loro costumi, e prese da essi l'uso di cantare versi d'amore, e di celebrare le azioni degli uomini grandi, alla maniera de' Bardes tra i Gauli. Ma cotesti canti, ch'essi chiamavano Romancès, erano molto differenti da quelli che si chiamano Romanzi, mentre, cantandosi essi, potean dirsi Poesie, e in cosneguenza molto brevi. Se ne sono raccolt ediverse, tra le quali se ne trovano di sì antiche, che appena possono esser capite; e qualche volta hanno servito a metter in chiaro l'Istoria di Spagna e a riporre i successi nell'ordine della Cronologia.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 23:05 | Comments (1)
20.02.06
L'origine dei romanzi [14]
di Pierre-Daniel Huet
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Marziano Capella ha dato, come Petronio, il nome di Satira alla sua Opera, perch'ella è scritta, come la sua in prosa e in versi, e vi è mescolato l'utile col diletto. Avendo avuto disegno di trattar tutte le arti che si chiamano liberali, ha fatto a questo fine un raggiro, inventandosi le persone, e fingendo che Mercurio, che è con esse, sposi Filologia, cioè l'amore alle belle lettere, e le dà per regalo delle nozze quel ch'essi hanno di più bello e di più prezioso. Di maniera che, ella è un'allegoria continuata, che non merita propriamente il nome di Romanzo, ma piuttosto di favola; mentre, come ho già detto, la favola rappresenta le cose che non sono state, e che non hanno potuto essere, e 'l Romanzo rappresenta le cose che hanno potuto essere, ma che non sono state. L'artifizio di questa allegoria non è molto delicato. Lo stile è ancora barbaro: così ardito e smoderato nelle sue figure, che non si perdonerebbe ad un Poeta il più ampolloso; e pieno d'una oscurità così folta, che appena s'intende: dotta per altro, e piena d'una erudizione non comune a tutti. Si dice, che l'Autore era Africano; e se non l'era, meritava d'esserlo, tanto la sua maniera di scrivere è dura e forzata. Non si sa il tempo nel quale ha fiorito; ma solamente ch'era più antico di Giustiniano.
Sino allora l'arte de' Romanzi si era mantenuta in qualche splendore, ma ella dopo declinò colle lettere e coll'Impero, quando quelle Nazioni feroci del Nord portarono per tutto la loro barbarie e la loro ignoranza. Prima i Romanzi si erano composti per piacere, allora si composero Istorie favolose, perché non se ne potevano far delle vere per mancanza di notizie. Telesino, che si dice esser vissuto verso la metà del sesto secolo sotto il Re Arto, tanto celebre ne' Romanzi, e Melchino, che fu un poco più giovine, scrissero l'Istoria d'Inghilterra loro Patria, del Re Arto e della Tavola rotonda. Balco, che gli ha posti nella sua lista, ne parla come di Autori pieni di favole. Il medesimo bisogna dire di Unibaldo Franco, il quale, come si dice, fu coetaneo di Clovis; e la cui Istoria non è altro che un mescuglio di menzogne grossolanamente inventate.
Finalmente, Signore, eccoci a quel Libro famoso de' fatti di Carlo Magno, che malamente si attribuisce all'Arcivescovo Turpino, benché questi sia posteriore più di dugento anni. Il Pigna, e alcuni altri hanno ridicolosamente creduto, che i Romanzi hanno preso il nome dalla Città di Reims di cui costui era Arcivescovo; perché il suo Libro, secondo riferisce il primo, è stato la sorgente donde i Romanzieri Provenzali gli hanno cavati; e secondo gli altri, è stato il principale tra i componitori de' Romanzi. Che se ne sia, si veggono molte altre Istorie della Vita di Carlo Magno, piene di favole per quanto si può vedere, e simili a quella che porta il nome di Turpino. Tali erano le Istorie attribuite ad Ancone e a Solcone Fortemano, a Sivard il Savio, a Adel Adeling, e a Giovanni Figlio d'un Re della Frigia, tutti cinque Frigioni, e come si dice altresì, fioriti a tempo di Carlo Magno. Tal era ancora l'Istoria attribuita a Occone, il quale secondo la comune opinione, fu coetaneo dell'Imperatore Ottone il Grande, e Nipote di quel Solcone che ho nominato; e l'Istoria di Goffredo di Mommout, che scrisse i fatti del Re Arto e la vita di Merlino. Queste Istorie fatte a talento, piacquero a i Lettori semplici, e più ignoranti ancora di quelli che le componevano. Non si procurò più adunque, a cercar buone memorie, e a istruirsi della verità per iscrivere le Istorie: si trovava la materia nella sua propria testa e nella sua invenzione. Così gl'Istorici degenerarono in veri Romanzieri. La lingua Latina fu disprezzata in quel secolo d'ignoranza, come era stata la verità. I Cantambanchi, i Cerretani, i Novellatori, i Ciurmatori della Provenza, e finalmente coloro di questo Paese che esercitavano quel che si chiamava La scienza gaja, cominciarono a tempo di Ugone Capeto a romanzare veramente, e a scorrere la Francia, spacciando i loro Romanzi, e le loro favole composte in lingua Romana; mentre allora i Provenzali erano più pratici delle lettere e della Poesia che tutto il resto de' Francesi. Qeusto linguaggio Romano, era quello che introdussero i Romani nelle Gaule dopo averle conquistate, e che essendosi corrotto col tempo per lo mescuglio del linguaggio Gaulo, che l'aveva preceduto, e del Francese, o Tedesco, che l'aveva seguito, non era, né latino, né Gaulo, né Francese, ma qualche ocas di misto, in cui però il Romano era superiore, e che per ciò si chiamava Romano, per distinguerlo dal linguaggio particolare e naturale di ciascun Paese, sia il Francese, sia il Gaulo, o il Celtico, sia l'Aquitanico, sia il Fiammingo; mentre Cesare scrive, che queste tre lingue erano differenti tra esse; lo che Strabone spiega con una differenza, la quale non era che come tra diversi dialetti d'una medesima lingua.
[continua]
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21.01.06
L'origine dei romanzi [13]
di Pierre-Daniel Huet
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Se la Repubblica Romana non isdegnava la lettura delle Favole, in tempo ch'ella manteneva ancora una disciplina austera e costumi rigidi, non bisogna meravigliarsi, se essendo caduta sotto il dominio degl'Imperadotri, e a loro esempio essendosi abbandonata al lusso ed a i piaceri, si mostrò sensibile, a quelli che i Romanzi davano allo spirito. Virgilio, che fiorì poco dopo la nascita dell'Impero, fa che le Najadi, Figliuole di Peneo, non abbiano più dilettevole trattenimento, che quando si radunano sotto le acque di suo Padre, a raccontar tra esse gli amori degli Dei, li quali formavano i Romanzi dell'antichità. Ovidio coetaneo di Virgilio, fa fare racconti Romanzeschi alle Figlie di Mineo, mentr'erano occupate al lavoro delle mani, senza toglier loro la libertà della lingua e dell'attenzione. Il primo sono gli amori di Piramo e Tisbe: il secondo sono quelli di Marte e di Venere; e 'l terzo di Salmace per Ermafrodito.
In questo si scorge la stima che Roma faceva allora de' Romanzi. Ma ella si vide meglio ancora per lo Romanzo medesimo che compose Petronio, uno de' suoi Consoli, e 'l più garbato uomo del suo tempo. Egli lo fece in forma di Satira, del genere di quelle che Varrone aveva inventate, mescolando piacevolmente la prosa con i versi e 'l serio coll'allegro, che intitolò Menippee, perché Menippo Cinico aveva trattate avanti di lui materie gravi, con uno stile piacevole e burlesco. Questa Satira di Petronio non lasciava di essere un vero Romanzo, poiché altro non conteneva che finzioni ingegnose e aggradevoli, e sovente molto laide e disoneste, nascondendo sotto di esse una fina e piccante burla contro i vizj della Corte di Nerone. Perché quelle che ci rimangono, non sono altro che frammenti quasi senza concatenazione, o piuttosto unione di qualche studioso, non può formarsene un perfetto giudizio della forma e tessitura di tutta l'Opera. Nulla di meno essa è pure condotta con ordine, e vi ha apparenza che queste parti disunite, componevano un corpo perfetto con quelle che ci mancano. Benché Petronio paja essere stato un gran Critico e d'un gusto molto squisito nelle lettere, tuttavia il suo stile non corrisponde affatto alla delicatezza del suo giudizio, e vi si osserva qualche affettazione, essendo troppo fiorito e studiato, e degenera di molto da quella semplicità naturale e maestosa del felice secolo d'Augusto. Tanto è vero, che l'arte di raccontare praticata da tutti, e che pochissime persone intendono, è più facile a capirsi che a praticarsi.
Si dice che 'l Poeta Lucano, il quale viveva a tempo di Nerone, aveva lasciate alcune favole Saltiche, cioè, secondo alcuni, favole, nelle quali narravano gli amori delle Ninfe e de' Satiri. Queste somigliano molto ad un romanzo, e 'l genio di quel secolo che era Romanziero, conferma il mio sospetto. Ma poiché non ci resta altro che 'l titolo, che ancora non esprime troppo chiaramente la natura dell'Opera, tralascio di parlarne.
La Metamorfosi di Apuleo sì conosciuta sotto il nome d'Asino d'oro, fu composta sotto gli Antonini. Ella ebbe la medesima origine che l'Asino di Luciano, essendo stato cavato da i due primi Libri delle Metamorfosi di Lucio di Patra, con questa differenza però, che questi primi Libri furono compendiati da Luciano, e aumentati da Apuleo. L'Opera di questo Filosofo è regolata; mentre, ancorché sembri principiarla dalla sua nascita, nulla di meno, quel ch'egli ne dice, è in forma di Prefazione, e per iscusare la barbarie del suo stile. Il vero principio della sua Storia è nel suo viaggio di Tessaglia; e con tal opera ha egli voluto lasciarci un'idea delle favole Milesiane, le quali da bel principio dichiara essere di questo genere. L'ha arricchita di belli Episodj, e tra gli altri quello di Psiche a tutti noto, senza toglierne la laidezza ch'era negli originali da lui seguiti. Il suo stile è d'un Sofista pieno d'affettazione e di figure bizzarre, duro, barbaro, degno d'un Africano.
Stimasi, che Clodio Albino, uno de' pretensori all'Impero che furono vinti e uccisi dall'Imperador Severo, non isdegnò di applicarsi ad un simile lavoro. Giulio Capitolino rapporta nella sua vita, che si vedevano certe favole Milesiane sotto il suo nome, molto stimate, benché mediocremente scritte, e che Severo rimproverò al Senato di averlo lodato come un savio uomo, ancorch'egli non leggesse se non le favole Milesiane di Apuleo, e che ponesse tutto il suo studio ne' racconti di vecchiarelle, e in simili inezie, da lui preferiti alle occupazioni più serie.
[continua]
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07.01.06
L'origine dei romanzi [12]
di Pierre-Daniel Huet
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In quella numerazione che ho fatta, io ho distinto i Romanzi regolati, da quelli che no '. sono. Chiamo regolati quelli che son formati colle Regole del poema eroico. I Greci che hanno sì felicemente perfezionate la maggior parte delle scienze e delle arti, di cui si sono creduti esserne gl'inventori, hanno altresì coltivata l'arte di comporre Romanzi, e da rozza e inculta ch'era presso gli Orientali, le hanno dato miglior garbo, racchiudendola nelle regole dell'Epopea, e unendo in un corpo perfetto le diverse parti senza ordine e senza rapporto, che componevano i Romanzi prima di essi. Fra tutti i Romanzieri Greci che io vi ho nominati, i soli che siensi sottoposti a coteste regole sono, Antonio Diogene, Luciano, Atenagora, Jamblico, Eliodoro, Achille Tazio, Eustatio, e Teodoro Prodromo. Tralascio Lucio di Patra e San Giovanni Damasceno, che non metto al rango de' compositori de' Romanzi. In quanto a San Giovanni Damasceno e a Longo, è stato loro facile ridurre le loro Opere sotto queste Leggi; ma le hanno, o trascurate, o disprezzate. Io non so come si sieno portati i tre Senofonti, di cui non ci è restata cosa alcuna; né pure Aristide, e quelli, che come lui hanno scritto Favole Milesiane. Credo tuttavolta, che questi ultimi hanno osservata qualche misura, e ne giudico delle Opere fatte a loro imitazione, che il tempo ci ha conservate, come la Metamorfosi di Apuleo, che è ben regolata
Queste favole Milesiane, molto tempo prima di fare nella Grecia il progresso che voi avete veduto, erano di già passate nell'Italia, ed erano state primieramente ricevute da' Sibariti, popolo effeminato più di quel che puossi figurare. La conformità de' genj ch'essi avevano co' Milesiani stabilì tra essi una comunicazione reciproca del lusso e de' piaceri, e gli unì sì bene, che Erodoto assicura, che egli non conosceva popoli più strettamente uniti. Essi, adunque, appresero da' Milesiani l'arte delle finzioni, e si veggono favole Sibaritiche in Italia, come si vedevano favole Milesiane nell'Asia; ma non è così facile asserire qual ne fosse la forma. Esichio dà ad intendere in un passo molto corrotto, che Esopo essendo in Italia, le sue favole furono molto gradite: che per ciò salirono in pregio così grande, che si chiamarono Sibaritiche, dopo averle mutate, e che passarono in proverbio; ma non dice in che consisteva questa mutazione. Suida ha creduto ch'elle erano simili a quelle di Esopo; ma molto si è egli su questo ingannato, come sovente in altre cose. L'antico Comentatore di Aristofane, dice, che i Sibariti si servivano di bestie nelle loro favole, ed Esopo di Uomini nelle sue. Questo passo senza fallo è corrotto; mentre, siccome si veggono Favole di Esopo in cui parlano le bestie, ne siegue che in quelle de' Sibariti ve ne fossero alcune in cui parlavano gli uomini; e replica ancora il medesimo in un altro luogo in termini espressi. Quelle de' Sibariti erano piacevoli e facevano ridere. Io ne ho trovato un saggio in Eliano, il quale è una Storietta, ch'egli dice aver presa dalle Storie de' Sibariti, cioè a dire, secondo me, dalle favole Sibaritiche. Voi ne giudicherete dall'Istorietta medesima. Un ragazzo di Sibari, guidato dal suo Pedante, incontrò per istrada un rivendigliuolo di fichi secchi, e gliene rubò uno. Il pedante avendolo aspramente ripreso, gli strappò di mano il fico, e 'l mangiò. Ma queste favole, non solo erano piacevoli, ma molto lascive. Ovidio mette la Sibaritide, ch'era stata composta poco prima di lui, tra 'l numero delle Opere le più dissolute. Molti eruditi stimano ch'egli voglia alludere all'Opera di Emiteone Sibarita, di cui Luciano parla come d'una cloaca di Laidezze. Questo parmi senza fondamento, mentre si vede che la Sibaritide non ebbe altra uniformità col Libro di Emiteone, se non che tutti e due erano Libri di dissolutezza: e questo era comune a tutte le favole Sibaritiche. Oltre che, la Sibaritide era stata composta poco tempo prima di Ovidio, e la Città di Sibari era stata rovinata da capo a fondo cinquecent'anni prima di lui da' Crotoniati. E' più credibile, adunque, che la Sibaritide fosse stata composta da qualche Romano, e così detta, perch'ella era stata fatta ad imitazione delle antiche favole Sibaritiche. Un certo antico Autore, che io credo che poco v'importa sapere, fa intendere che il loro stile era breve e laconico. Ma tutto ciò non ci fa vedere che queste favole avessero del Romanzo.
Questo passo di Ovidio dà bastevolmente a vedere, che a suo tempo i Romanzi erano già presso loro entrati alle favole de' Sibariti, e ci fa sapere nel medesimo Libro, che 'l celebre Storico Sisenna, tradusse loro altresì le favole Milesiane di Aristide. Questo Sisenna fiorì a tempo di Silla, ed era come lui della grande e illustre Famiglia de' Cornelj. Egli fu Pretore di Sicilia e di Acaja. Scrisse l'Istoria di sua Patria, e fu preferito a tutti gl'Istorici della sua Nazione che l'avevano preceduto.
[continua]
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23.12.05
L'origine dei romanzi [11]
di Pierre-Daniel Huet
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Io fo poco presso il medesimo giudizio de' Pastorali del Sofista Longo, che de' due Romanzi precedenti; mentre, ancorché la maggior parte degli eruditi degli ultimi secoli gli abbiano lodati per la loro eleganza e la loro piacevolezza, unita alla semplicità del suggeto; nulla di meno, io non vi truovo per tutto, che della semplicità, la quale il più delle volte giunge alla fanciullezza, e alle baggattelle, non vedendovisi né invenzione, né condotta. Egli comincia grossolanamente dalla nascita de' suoi Pastori, e finisce al lor matrimonio. Non isviluppa giammai le sue avventure che con macchine mal concertate: per altro sì laido, che bisogna essere un poco Cinico per leggerlo senza arrossirne. Il suo stile, che è stato tanto vantato, è forse, tale che merita meno d'esserlo, essendo veramente da Sofista, com'egli lo era, simile a quello di Eustatio e di Teodoro Prodromo, che ha dell'Oratore e dell'Istorico, e che non è proprio né all'uno, né all'altro; pieno di metafore, di antitesi, e di quelle figure ampollose che sorprendono i semplici, e che solleticano l'orecchio senza soddisfare l'ingegno.
In cambio d'innamorare il Lettore colla novità de' suoi avvenimenti, e coll'aringo e la varietà delle materie e con una narrazione semplice e stringente, che ancora ha i suoi raggiri e la sua cadenza, e che ingrandisce sempre il suo suggetto, egli procura, come la maggior parte de' Sofisti, di trattenerlo con descrizioni non confacenti all'Opera, e lo svia dalla strada battuta: e mentre gli fa vedere tanti Paesi, di cui poco si cura, stracca la sua attenzione e l'impazienza ch'egli aveva di andare al fine che cercava, e che gli si era proposto. Io nella mia fanciullezza ho tradotto questo Romanzo, perché in quella sola età egli dee piacere. Non vi dirò in qual tempo egli ha vissuto, anzi nessuno degli antichi parla di lui, e non porta verun indizio che dia luogo alle conjetture; se pure non è la purità della sua elocuzione che fa giudicarmelo più antico de' due precedenti.
In quanto a i tre Senofonti Romanzieri, di cui parla Suida, io non posso dirvi più di quel ch'egli ne dice. Il primo era di Antiochia, il secondo di Efeso, il terzo di Cipro. Tutti e tre hanno scritte Storie amorose. Il primo aveva intitolato il Libro Le Babiloniche, come Jamblico: il secondo aveva imposto il nome al suo Gli Efesiaci, e raccontava gli amori di Abrocoma e di Antìa: e il terzo aveva nominato il suo I Cipriotti, in cui narrava gli amori di Cinara, di Mirra e di Adone.
Io non credo dover omettere Partenio di Nicea, del quale abbiamo una Raccolta d'Istorie amorose, ch'egli dedicò al Poeta Cornelio Gallo, a tempo di Augusto. Molte di queste Istorie sono cavate dall'antica favola, e tutte da antichi Amori ch'egli cita. Alcune mi pajono Romanzesche, ed essere state prese da favole Milesiane, come quella di Erippe e di Xanto, al capo ottavo: quella di Policrite e di Diognete al capo nono: quella di Leucone e di Cianippe al capo decimo; e quella di Necra, d'Ippicreone, e di Promedone al capo decimo ottavo; mentre, oltre d'esser queste avventure attribuite a persone Milesiane, non si discerne quali di esse siano state prese dalla favola, e quali dall'Istoria antica. Forse ancora gli amori di Cauno e di Bibli, Figliuoli del fondatore di Mileto, ch'egli rapporta al capo undecimo, sono una finzione del Paese, che si è reso celebre, ed è stato consagrato nell'antica Mitologia. Lo che io propongo come una conjettura troppo debole.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 22:55
19.12.05
L'origine dei romanzi [10]
di Pierre-Daniel Huet
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Ritorno al Romanzo di Atenagora, il cui scioglimento è benché senza macchine, e meno felice del resto. Egli non tocca sul vivo abbastanza. si presenta prima che la passione e l'impazienza del Lettore, siensi a sufficienza scaldate, e senza usare alcun raggiro. Ma il suo maggior difetto, è l'ostentazione importuna, colla quale egli spaccia il suo sapere nell'architettura. Quel ch'egli ne ha scritto, sarebbe per altro ammirabile, ma è vizioso, là dov'egli l'ha posto, e fuor di suo luogo. Non dee anco il poeta, dice il Giraldi, nel descrivere le fabbriche, volersi mostrare, in guisa Architettore, che descrivendo troppo minutamente le cose a tale arte appartenenti, lasci quello, che conviene al Poeta: alla qual cosa egli dee, sovra ogni cosa mirare, se cerca loda: oltre che, queste descrizioni di cose meccaniche, recano con loro viltà, e sono lontane, e dall'uso, e dal grande dell'Eroico. Egli ha preso molte cose da Eliodoro, o Eliodoro da lui; mentre, perché io gli stimo della medesima età, non so a chi dare la gloria dell'invenzione. I nomi, e i caratteri di Teogene, e di Carida, somigliano a quelli di Teagene, e di Cariclea. Teogene, e Carida si videro, e si amarono in una festa di Minerva, come Teagene, e Cariclea in una festa di Apollo. Atenagora fa un Arondato Governatore del basso Egitto. Eliodoro fa un Oroondato Governatore dell'Egitto: Atenagora finge che Teogene, è in procinto di esser sacrificato dagli Sciti: Eliodoro finge che Teagene, è in procinto d'esser sacrificato, dagli Etiopi: e finalmente, così Atenagora, come Eliodoro, ha divisa la sua Opera in diece Libri.
Io non porrò tra 'l numero de' Romanzi, i Libri de' Paradossi di Damascio Filosofo gentile, il quale fiorì sotto Giustiniano; mentre, dicendo Fozio, ch'egli ha imitato Antonio Diogene, e 'l modello della maggior parte de' Romanzieri Greci, bisogna intendere, che a sua imitazione ha scritto Istorie poco credibili, ma non Romanzesche, né in forma di Romanzi. Queste non erano che apparizioni di spettri, e di folletti, e successi superiori alla natura, o creduti troppo leggiermente, o immaginati con poca destrezza, e degni dell'impietà e dell'Ateismo dell'Autore.
Due anni dopo Damascio, San Giovanni Damasceno compose l'Istoria di Barlaam e Giosafatto. Molti manuscritti antichi l'attribuiscono a Giovanni Sinaita, che fiorì a tempo dell'Imperador Teodosio; ma Billio fa vedere, che questo è senza ragione, perché le disputa contro gl'Iconoclasti, che sono inserite in quest'Opera, non erano allora cominciate ancora, e non sono state mosse, se non lungo tempo dopo dall'Imperadore Leone Isaurico, a tempo di cui fiorì San Giovanni Damasceno. Questo è un Romanzo, ma spirituale: egli tratta d'amore, ma dell'amor di Dio; e vi si vede molto sangue sparso, ma sangue di Martiri. Egli è scritto in forma d'Istoria, e non secondo le regole de' Romanzi. E pure, tuttoché la verisimilitudine vi sia esattamente osservata, ha tanti segni di finzione, che altro non vi bisogna, che leggerlo con un poco di discernimento per riconoscerlo. Vi si scopre per altro il genio favoloso della Nazione dell'Autore, per lo gran numero delle parabole, comparazioni e similitudini che vi sono sparse.
Il Romanzo di Teodoro Prodromo, e quello che si attribuisce ad Eustatio Vescovo di Tessalonica, che fioriva sotto l'Impero di Emanuele Comneno, verso la metà del duodecimo secolo, sono quasi del medesimo conio. Il primo, contiene gli amori di Doficle e di Rodante, il secondo d'Ismenia e d'Ismene. Il Signor Gulminà ha dato l'uno e l'altro al pubblico colla sua traduzione e le sue Note. Poiché poi egli non dice nulla di Eustatio nelal Prefazione del Libro, che porta il suo nome, io voglio spiegare il suo silenzio in suo favore, e credere che questo uomo dotto com'egli era, non è caduto nell'errore di quelli che si persuadono, che quel famoso Commentatore di Omero sia stato capace di fare un'Opera così meschina come questa. Altresì alcuni manuscritti nominano l'Autore Ematio, e non Eustatio. Che che ne sia, non vi è cosa più fredda, non vi è cosa più dimessa, non vi è cosa più nojosa, non veggendovisi nessuna uniformità, nessuna verisimilitudine, nessuna condotta: sembra d'esser lavoro d'uno Scolaro, o di qualche spilorcio Sofista, che meriterebbe d'essere Scolaro per tutta sua vita. Teodoro Prodromo non dee preferirsi a lui: egli ha però un poco più di arte, benché ne abbia poca: non si cava d'impaccio se non con macchine, e non procura di far osservare a' suoi Attori il decoro e l'uniformità de' loro caratteri. La sua Opera essendo scritta in versi, è piuttosto un Poema che un Romanzo, e per questo gli si perdona il suo stile troppo figurato e troppo licenzioso. Nulla di meno, come questi versi sono jambici, che somigliano alla prosa, e potrebbonsi chiamare una prosa misurata, io non l'escludo da questa lista. Si dice ch'egli era di Nazion Russiana, Sacerdote, Poeta, Filosofo e Medico.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 15:05
14.12.05
L'origine dei romanzi [9]
di Pierre-Daniel Huet
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Questo è un altro errore, del Giraldi, peggio del precedente, nel voler lodare questo difetto, e farne una virtù. S'egli è vero, com'egli medesimo lo confessa, che 'l Romanzo dee somigliare ad un corpo perfetto, ed esser composto sotto molte parti differenti e proporzionate sotto un sol capo; ne siegue, che l'azion principale, che è come un capo d'un Romanzo, deve esser unico e illustre a comparazione degli altri; e le azioni subordinate, che sono come i membri, debbono rapportarsi a questo capo, cedergli in bellezza e in dignità, ornarlo, sostenerlo, accompagnarlo con dipendenza: altrimente sarà egli un corpo con molte teste mostruoso e difforme. L'esempio d'Ovidio, ch'egli allega in suo favore, e quello d'altri Poeti Ciclichi, ch'egli poteva allegare, non lo giustificano; mentre le metamorfosi dell'antica Tavola, che Ovidio si avea proposto di raunare, in un sol Poema, e quelle che compongono i Poemi Ciclichi, essendo tutte di azioni separate, e quasi simili, e d'una bellezza poco presso uguale, tanto era impossibile di farne un corpo regolato, quanto di far colla sola sabbia un Palagio perfetto.
Gli applausi che hanno ricevuto questi Romanzi difettosi dalla propria Nazione, su cui egli tanto si fonda, molto meno ancor lo giustificano. Non bisogna far giudizio d'un Libro dal numero, ma dalla capacità de' suoi approvatori. Ognuno si prende la licenza di farsi Giudice della Poesia e de' Romanzi: tutti i pilastri della gran Sala del Palagio, e tutte le strade si ergono in Tribunali, dove si decide sovranamente del merito delle grandi Opere. Si dà arditamente la censura ad un Poema Epico, su la lettura d'una comparazione, o d'una descrizione; e un verso un poco aspro all'orecchio, come qualche volta lo esige il luogo e la materia, gli farà perdere la riputazione.
Un sentimento tenero ha fatto la fortuna d'un Romanzo, e un sentimento, un poco stentato, e una parola rancida lo scredita. Ma quelli che lo compongono, non si sottomettono a queste decisioni: e simili a quel Commediante di Orazio, il quale essendo scacciato di Teatro dal popolo, si contentò dell'approvazione de' Cavalieri: essi si contentano di piacere a' più fini conoscitori, li quali hanno altre regole, per formarne giudizio: e queste regole sono conosciute da sì poche genti, che i buoni Giudici, come l'abbiamo detto sì sovente, non furono meno rari, de' buoni Romanzieri, o de' buoni Poeti; e nel poco numero di quelli, che si conoscono in Prosa, appena se ne consocerà uno, che si conosca in Poesia; o che sappia ancora, che la Prosa e la Poesia, sono cose affato differenti.
Questi Giudici, il cui sentimento, è la regola certa del valore de' Poemi e de' Romanzi, confesseranno al Giraldi, che i Romanzi Italiani, hanno di cose bellissime, e meritano molte lodi, ma non quella della regolarità, dell'ordine, né della proporzione del disegno
[continua]
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15.11.05
L'origine dei romanzi [8]
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Io metto quì, forse, con troppo ardire quell'Atenagora, sotto il nome di cui si vede un Romanzo intitolato, Del vero, e perfetto Amore. Questo Libro non si è veduto in altra lingua che in Francese, per la tradizione di Fumée; il quale dice nella sua Prefazione, aver avuto l'original Greco da Monsignor di Lamanè Protonotario del Signor Cardinale di Armagnac, e di non averlo giammai veduto altrove. Io quasi oserei aggiungere, che nessuno dipoi l'ha giammai veduto; mentre, per quel che so, il suo nome non si è mai trovato nelle liste delle Biblioteche; e s'egli ancor susiste, bisogna che sia nascosto nella polvere del gabinetto di qualche ignorante, che possiede questo tesoro senza saperlo, o di qualche invidioso, che ne può far parte al pubblico, e non vuole.
Il Traduttore dice appresso, ch'egli lo crede un'Opera di quel celebre Atenagora, il quale ha scritta un'Apologia per la Religion Cristiana in forma di Legazione, indirizzata agl'Imperatori Marco Aurelio e Comodo, e un Trattato della Resurrezione. Egli si fonda principalmente sullo stile, che truova conforme a quello di quelle Opere, e di cui ha potuto formarne giudizio, avendo gli originali in suo potere. Finalmente, egli la prende per una vera Istoria, per mancanza di cognizione nell'arte de' Romanzi. Per me, benché io non possa parlarne con sicurezza, non avendo veduto l'esemplare Greco; nulladimeno su la lettura che ne ho fatta della traduzione, non tralascerò di dirvi, non esser senza apparenza ch'egli l'attribuisca ad Atenagora Autore dell'Apologia. Ecco le mie ragioni. L'Apologista era Cristiano: questo parla della divinità d'una maniera che non conviene se non ad un Cristiano: come, quand'egli fa dire a i Sacerdoti di Ammone, che non si truova se non un Dio, di cui ciascuna Nazione volendo rappresentare l'essenza a i semplici, ha inventate diverse immagini, le quali non esprimono se non una medesima cosa: che la lor vera significazione essendosi perduta col tempo, il volgo aveva creduto che vi erano altrettanti Dei, quante immagini si vedevano; donde è venuta l'idolatria: che Bacco fabbricando il tempio di Ammone, non vi pose altra immagine che quella di Dio; perché, siccome non vi ha che un Cielo, il quale racchiude un Mondo, così in questo mondo non vi ha che un Dio che si comunica in ispirito. Altrettanto fa dire a certi Mercadanti Egiziani; cioè, che i Dei favolosi danno a vedere le differenti azioni di questa sovrana e unica divinità, che è senza principio e senza fine, e ch'egli chiama oscura e tenebrosa, perch'ella è invisibile e incomprensibile. Altri ragionamenti fanno questi Sacerdoti e questi Mercadanti sopra l'essenza divina, li quali sono molto simili a quelli di Atenagora nella sua Legazione. Quell'Apologista era un Sacerdote di Atene; questo era un Filosofo di Atene. Tutti e due sembravano Uomini di buoni sentimenti e di erudizione, e pratici nell'antichità. Ma dall'altra parte, molte cose possono far sospettare, ch'egli non solo non è l'Atenagora Cristiano, ma ancora che quest'Opera è supposta.
Fozio avendo parlato con molta esattezza de' componitori de' Romanzi che l'hanno preceduto, questo lo passa sotto silenzio: non se ne vede alcuno esemplare nelle Biblioteche, e quello ancora di cui se n'è servito il Traduttore, non si è veduto dipoi. Per altro, egli rappresenta il soggiorno, la vita, la condotta de' Sacerdoti, e de' Religiosi di Ammone, così simili a i Conventi, e al governo de' nostri Monaci e delle nostre Monache, che non si confà a quel che ci fa sapere l'Istoria del tempo, in cui è cominciata la vita Monastica, o si è perfezionata. Quel che a me, adunque, pare verisimile in questa oscurità, è, che l'opera è antica, ma più nuova dell'Apologia; mentre vi si vede un sapere così profondo nelle cose della natura e dell'arte, tante cognizioni de' secoli passati, tante osservazioni curiose, che non sono state prese dagli antichi Autori che abbiamo, ma che vi si rapportano, e gli mettono in chiaro; tante espressioni Greche, che si veggono a traverso della traduzione: e sopra tutto un certo carattere di antichità, che non può contraffarsi, sa persuadermi che questa non sia una produzione di Fumée, la cui dottrina era mediocre, e che nemmeno i più dotti del suo tempo, avessero potuta far cosa simile. Se Fozio non ha parlato di lui, quanti altri grandi e celebrati Autori, sono stati omessi dalla sua cognizione e dalla sua diligenza? E se a' tempi nostri non si è trovato, che un solo esemplare, che, forse si è perduto dipoi, quante altre Opere eccellenti hanno avuto il medesimo destino? Se questo non vi soddisfa, e che voi vogliate obbligarmi ad avanzare le mie conjetture, per procurare di trovar precisamente il tempo, nel quale ha fiorito, io non posso appoggiarle, che sopra un passo della Prefazione del suo Romanzo, in cui egli si lamenta della ferita sanguinosa, che riceveva Atene sua Patria nella disoluzione universale della Grecia. Questo non può intendersi che dell'irruzione degli Sciti nella Grecia, succeduta sotto l'Impero di Gallieno, o di quella di Alarico, Re de' Goti, avvenuta a tempo d'Arcadio e di Onorio; mentre dopo Silla, Atene non era stata giammai posta a sacco, lo che avvenne, circa trecento cinquant'anni, prima dell'invazione degli Sciti, e non fu se non circa settecento anni dopo quella de' Goti. Or io vi truovo più ragione di applicare le parole dell'Autore alla conquista di Alarico, che a quella degli Sciti, perché gli Sciti furono subito scacciati d'Atene, senza avervi cagionato molto disordine; e i Goti la trattarono più malamente, e vi lasciarono deplorabili vestigi della loro barbarie. Sinesio, che fiorì a quel tempo, parla ne' medesimi termini del nostro Autore; deplora come lui la rovina delle lettere, cagionata da que' barbari nel luogo della loro nascita, e 'l guasto del loro Impero. Che che ne sia, l'Opera di Atenagora è inventata con ingegno, condotta con arte, sentenziosa, piena di bei precetti di Morale; i successi sono verisimili, gli Episodj, sono tirati dal suggetto, i caratteri distinti; l'onesta osservata per tutto: niente di basso, niente di forzato,né simile a quello stile puerile de' Sofisti. L'argomento è doppio, che è quel che faceva una grande bellezza della Commedia antica; mentre, oltre le avventure di Teogene e di Carida, racconta ancora quelle di Ferecida, e di Melangenia. In che si vede l'errore del Giraldi, il quale ha creduto, che la multiplicità delle azioni era invenzione degl'Italiani. I Greci, e i nostri antichi Francesi, gli avevano moltiplicati prima di essi: quegli con dipendenza e subordinazione ad'un'azione principale, seguendo le regole del Poema Eroico, come l'ha praticato Atenagora, ed ancora Eliodoro, benché con minor esattezza; ma questi senza ordine, senza categoria, e senz'arte. Essi sono stati imitati dagl'Italiani, li quali prendendo da essi i Romanzi, ne hanno presi i difetti.
[continua]
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07.11.05
L'origine dei romanzi [7]
di Pierre-Daniel Huet
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Non posso dirvi precisamente in qual tempo ha fiorito Aristide Milesio, di cui vi ho parlato. Quel che vi è di certo si è, ch'egli ha vissuto prima della guerra di Mario e di Silla. mentre Sisenna, Istorico Romano, che fioriva in quel tempo, ha tradotto le sue favole Milesiane. Quest'opera era tutta piena di laidezze, e ciò non ostante fece le delizie de' Romani, di maniera che, il Surenas Luogotenente Generale dello Stato de' Parti, che ruppe l'armata Romana, comandata da Crasso, avendola trovata tra gli arredi di Roscio, prese da ciò occasione d'insultare avanti il Senato di Seleucia alla effeminatezza de' Romani, che ancor durante la guerra non potevano privarsi di simili divertimenti.
Lucio di Patra, Luciano di Samosate, e Jamblico, furono quasi contemporanei, e fiorirono sotto Antonio, e Marco Aurelio. Il primo non deve esser numerato tra i Romanzieri; mentr'egli non aveva ftto altro, che una raccolta di Metamorfosi e di trasformazioni magiche, d'Uomini in bestie, e di bestie in Uomini, andando alla buona, e credendo le cose come le diceva. Ma Luciano più sottile di lui, per burlarsene secondo il suo solito, ne rapporta una parte nel Libro intitolato l'Asino, o Lucio Apuleo, per dare ad intendere che questa finzione era stata presa da lui. In fatti, egli è un epilogo de' primi Libri della Metamorfosi di Lucio Apuleo, e questo indizio ci fa vedere, che Fozio ha avuto ragione di lamentarsi delle sporcizie di cui era pieno. Questo Asino sì ingegnoso e sì ben filato, di cui questi Autori hanno scritta l'Istoria, ha qualche rapporto con un altro, d'un merito simile, di cui parla altrove il medesimo Fozio appo Damascio. Egli dice, ch'era d'un Gramatico, chiamato Ammonio, dotato d'un animo così gentile, e talmente nato per le cose galanti, che lasciava di bere e di mangiare, per udir versi, e si mostrava molto sensibile alle bellezze della Poesia. Il Brancaleone è senza dubbio una copia dell'Asino di Luciano, o di quello di Apuleo. Egli è una finzione Italiana di molto divertimento, e piena d'ingegno. Luciano, oltre il suo Lucio, ha fatto due Libri d'Istorie buffonesche e ridicole, ch'egli spaccia per tali, protestando alla bella prima, che giammai furono avvenute, e non hanno potuto avvenire. Alcuni vedendo questi Libri uniti, a quello in cui egli da i precetti per iscriver bene l'Istoria, si sono persuasi, ch'egli avea voluta dar un esempio di quel che aveva insegnato. Ma egli dichiara nel principio della sua Opera, che non avea avuto altro disegno, che di burlarsi di tanti Poeti, Istorici, e ancor Filosofi, che spacciavano impunemente le favole per verità, e scrivevano false relazioni di Paesi stranieri, come aveano fatto Ctesia, e Jambulo. Se, adunque, è vero, come l'assicura Fozio, che il Romanzo di Antonio Diogene, è stato l'origine di questi due Libri da Luciano, bisogna intendere, che Luciano ha presa l'occasione da questo Romanzo, ed ancora dall'Istorie favolose di Ctesia e di Jambulo, di scrivere le sue per farne vedere l'impertinenza e la verità.
Nel medesimo tempo, adunque, Jamblico pubblicò le sue Babiloniche. Così s'intitola il suo Romanzo, nel quale ha avanzato di molto quelli che l'hanno preceduto; mentre se può formarsene giudizio dal compendio che ce ne ha lasciato Fozio, il suo disegno non altro comprende, che un'azione rivestita di ornamenti convenevoli, e accompagnata da Episodj presi dalla medesima materia. La verisimilitudine vi è osservata con molta esattezza, e le avventure vi sono mescolate, con molta varietà, e senza confusione. Tuttavolta l'ordine del suo disegno è privo di arte. Egli ha seguito grossolanamente l'ordine de' tempi, e non ha di colpo, come poteva, fatto entrare il Lettore, nel meglio del suggetto, seguendo l'esempio che Omero ne ha lasciato nella sua Odissea. Il tempo ha rispettata quest'Opera, e si è veduta nella Biblioteca dell'Escuriale.
Eliodoro, siccome l'hà avanzato nella disposizione del suggetto, così in tutto il resto. Sino allora non si era veduta cosa meglio fatta, né più compiuta nell'arte de' Romanzi, quanto le avventure di Teagene e di Cariclea. Non vi è cosa più casta del loro amore, in cui si vede, che oltre la Religion Cristiana che professava l'Autore, la sua propria virtù gli aveva data un'aria di onestà, che spicca in tutta l'Opera; ed in quello, non solo Jamblico, ma ancora quasi tutti gli altri che ci sono restati, gli sono molto inferiori. Così il suo merito l'innalzò alla dignità Vescovile di Tricca Città della Tessaglia, e Socrate racconta, ch'egli introdusse in questa Provincia l'uso di deporre gli Ecclesiastici, i quali non si astenevano dalle Mogli da essi sposate, prima di ordinarsi Sacerdoti. Tutto ciò mi rende molto sospetto quel che aggiunge Niceforo, Scrittore molto credulo, poco giudizioso, e poco fedele, che un Sidono Provincaile, veggendo il pericolo, in cui faceva cadere i Giovani, la lettura di questo Romanzo, che era autorizzato dalla dignità del suo Autore, gli propose questa alternativa, o di consentire che si bruciasse la sua Opera, o di deporlo dal suo Vescovato, egli accettò l'ultimo partito. Io peraltro non posso bastevolmente meravigliarmi, che un savio Uomo di quel tempo, abbia potuto dubitare, che questo Libro fosse d'Eliodoro Vescovo di Tricca, dopo la testimonianza così evidente di Socrate, di Fozio, e di Niceforo. Alcuni hanno creduto, ch'egli ha fiorito sul fine del secondo secolo, confondendolo con Elidoro Arabo, di cui Filostrato ne ha scritta la Vita tra quelli de' Sofisti. Ma si sa ch'egli è stato coetaneo d'Arcadio, e di Onorio. Altresì noi veggiamo, che nella numerazione che Fozio ha fatta de' Romanzieri, nella quale egli crede aver imitato Antonio Diogene, in cui già ha numerati secondo l'ordine de' tempi, ha posto Eliodoro dopo Jamblico, e prima di Damascio, che fiorì a tempo dell'Imperador Giustiniano.
A questo computo, Achille Tazio, che ha fatto un Romanzo regolato degli Amori di Clitofonte e di Leucippe, l'avrebbe preceduto; mentre questo solo fondamento io truovo, per conjetturarne il tempo, in cui ha fiorito, sebben altri lo giudicano più recente, per lo stile. Che che ne sia, egli non è da mettersi a confronto con Eliodoro, né nell'onestà de' constumi, né nella varietà degli avvenimenti, né nell'artifizio degli sviluppi. Il suo stile, secondo me, è da preferirsi a quello d'Eliodoro: egli è più semplice e più naturale: l'altro è più stentato. Si dice, ch'egli finalmente fu Cristiano, e ancor Vescovo. Io mi stupisco, che sì facilmente si potesse dimenticare dell'oscenità del suo Libro; e molto più ancora, che l'Imperador leone, soprannominato il Filosofo, ne abbia lodata la modestia con un Epigramma, che ci è restato, ed abbia permesso, e ancor consigliato di leggerlo da capo a fondo, a tutti quelli che fanno professione d'amar la castità.
[continua]
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02.11.05
L'origine dei romanzi [6]
di Pierre-Daniel Huet
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Ma non basta di avere scoperta l'origine de' Romanzi: bisogna vedere per qual maniera siensi sparsi nella Grecia, e nell'Italia, e se essi di là son venuti a noi, e se noi gli abbiamo altronde. Gl'Joni, Popoli dell'Asia Minore, essendosi innalzati ad una gran potenza, ed avendo acquistate molte ricchezze, si erano immersi nel lusso e nel senso, compagni indivisibili dell'abbondanza. Ciro avendoli soggiogati colla presa di Creso, e tutt al'Asia Minore essendo caduta con essi sotto il dominio de' Persiani, riceverono i loro costumi colle loro Leggi; e mescolando le loro dissolutezze, a quelle in cui la loro inclinazione gli avea di già portati, divennero la più effeminata Nazione del Mondo. Si raffinarono sul piacere delle Tavole: vi aggiunsero i fiori, e i profumi: inventarono nuovi addobi per le Case: le lane più fine, e le più belle tappezzerie venivano da essi: furono gl'inventori di una danza lasciva, che fu detta Jonica: e si segnalarono tanto colla loro delicatezza, che passò in Proverbio.
Ma tra essi i Milesi gli avanzarono nell'invenzion de' piaceri, e nella delicatezza ingegnosa. Essi furono i primi che impararono da' Persiani l'arte di comporre i Romanzi; e vi si affaticarono sì felicemente, che le favole Milesiane, cioè i loro Romanzi, piene d'Istorie amorose e di racconti dissoluti, furono in gran pregio. Vi ha molta probabilità, che i Romanzi erano stati innocenti sino al loro tempo, e non contenevano se non avventure singolari e memorabili, da essi corrotti, e frammescolati di racconti lascivi e di avvenimenti amorosi. Il tempo ha consumato tutte queste Opere, ed appena ha conservato il nome di Aristide, il più famoso de' loro Romanzieri, che aveva scritto molti Libri di favole, soprannominate Milesiane. Io truovo che un Dionigi Milesiano, che fiorì sotto il primo Dario, aveva scritto alcune Istorie favolose: ma non essendo certo che questa non fosse qualche compilazione di favole antiche, e non trovando bastevole fondamento per credere che fossero favole, propriamente chiamate Milesiane, non lo metto nel rango de' Componitori di Romanzi.
Gl'Jonj, ch'erano usciti dall'Attica e dal Peloponneso, si ricordavano della loro origine, e mantenevano un gran commercio con i Greci. S'inviavano a vicenda i loro Figliuoli per imparare i costumi dell'una e dell'altra Nazione. In una comunicazione sì frequente, la Grecia che era molto inclinata alle favole da sé medesima, facilmente imparò degli Jonj, l'arte di comporre Romanzi, e la coltivò con successo. Ma per non confondere le cose, procurerò di rapportare secondo l'ordine de' tempi quelle degli Scrittori Greci, li quali si sono segnalati in quest'arte.
Non ne vedo alcuno prima di Alessandro il Grande, lo che fa persuadermi che l'arte de' Romanzi non avea sì gran progresso appo i Greci, prima ch'eglino l'avessero saputa da' Persiani medesimi, quand'essi gli vinsero, e gl'impararono dal fonte. Clearco di Soli, Città della Cilicia, che fiorì a tempo di Alessandro, e fù come lui Discepolo di Aristotile, è il primo che io trovo aver composto Libri d'amore. Ancora non so certo, se questa fosse una raccolta di molti successi amorosi, cavati dall'Istoria, o dalla favola, simile a quella che dappoi fece Partenio sotto Augusto, e che si è conservata sino a' tempi nostri. Quel che mi fa di ciò sospettare, è una Istorietta che Ateneo rapporta di lui, dove sono raccontati alcuni segni di stima, e di passioni che diede Gige, Re di Lidia, a Una Cortigiana da lui amata.
Antonio Diogene fiorì poco tempo dopo Alessandro, secondo la conjettura di Fozio, e a imitazione dell'Odissea di Omero, e de' viaggi avventurosi di Ulisse, fece un vero Romanzo de' viaggi e degli amori di Dinia e di Dacrillo. Questo Romanzo, sebben difettoso in molte parti, è pieno d'inezie, e di racconti poco verisimili, e appena scusabili ancora in un Poeta; puossi nulla dimeno chiamar regolato. Fozio ne ha pn estratto nella sua Biblioteca, e dice ch'egli lo crede la sorgente di quel che Luciano, Lucio, Jamblico, Achille Tazio, Eliodoro, e Damascio hanno scritto in questo genere. In tanto lo stesso Fozio aggiunge nel medesimo luogo, che Antonio Diogene fa menzione d'un certo Antifane più antico di lui, il quale, dice, avere scritte Istorie prodigiose simili alle sue, di maniera che puote altresì aver somministrata l'idea e la materia a que' Romanzieri ch'egli nomina, e ancora al medesimo Antonio Diogene. Io credo ch'egli intenda di parlare di Antifane Poeta Comico, il quale, secondo Stefano Geografo, e altri, ha fatto un Libro di relazioni incredibili, e ancora insulse. Egli era di Bergè, Città della Tracia; ma non so di qual Paese era Antonio Diogene.
[continua]
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25.10.05
L'origine dei romanzi [5]
di Pierre-Daniel Huet
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Gl'indiani ancora vicini a' Persiani erano inclinati com'essi alle invenzioni favolose. Sandaber Indiano aveva composto delle Parabole, le quali sono state tradotte dagli Ebrei, e che si ritrovano oggigiorno nelle Biblioteche de' curiosi. Il Padre Possevino della compagnia di Gesù ha aggiunto al suo Pachymere, ch'egli dipoi ha fatto stampare a Roma, un Dialogo tra Assalone Re dell'Indie, e un Ginnosofista, sopra diverse questioni morali, in cui questo Filosofo non si scusa che per parabole e per favole alla maniera di Esopo. La Prefazione narra, che questo Libro era stato composto da più Savj e più dotti di quella Nazione, e ch'era gelosamente conservato nell'Archivio delle Scritture del Regno: che Perzoez Medico di Cofroa Re di Persia lo tradusse dal Persiano in Arabo, e Simeone Sethi da Arabo in Greco. Questo Libro è sì poco differente dagli Apologi che vanno sotto il nome dell'Indiano Pilpay, li quali pochi anni sono, si son veduti in Francese, che non si può dubitare ch'egli non sia o l'originale, o la copia; mentre si dice, che questo Pilpay fosse un Dramano che ebbe parte a i grandi affari dello Stato dell'Indie sotto il Re Dabchelin: che racchiuse tutta la sua Politica e la sua Morale in questo Libro, il quale fu conservato da i Rè dell'Indie, come un tesoro di sapienza, e di erudizione. che 'l grido di questo Libro essendo andato fino a Nouchirevon Rè di Persia, n'ebbe con destrezza una copia per mezzo del suo Medico, il quale lo tradusse in Persiano: che 'l Califfo Abujafar Almansor lo fece tradurre dal Persiano in Arabo e un altro dall'Arabo in Persiano; e che dopo tutte coteste traduzioni Persiane se ne fece ancora una nuova, differente dalle precedenti, su la quale se n'ha fatta la Francese.
Certamente chi leggerà la Istoria de' pretesi Patriarchi degl'Indiani Brammon e Bramavv, de' loro discendenti e delle loro popolazioni, non si cercherà altra pruova dell'inclinazione di quella Nazione per le favole. Stimerei per tanto, che quando Orazio ha chiamato favoloso il fiume Idaspe, il quale ha la sua sorgente dalla Persia, e la sua imboccatura nell'Indie, egli ha voluto dire, che questo fiume comincia e finisce il suo corso tra Popoli molto inclinati alle finzioni, e alle trasformazioni.
Queste finzioni, e queste parabole che voi avete vedute profane tra le Nazioni, di cui vi ho parlato, sono state santificate nella Siria. Gli Autori Sacri accomodandosi al naturale de' Giudei, se ne son serviti per esprimere le ispirazioni ch'essi ricevevano dal Cielo. La Divina Scrittura è tutta mistica, tutta allegorica, tutta enimmatica. I Talmudisti hanno creduto che 'l Libro di Giobbe non sia altro che una parabola dell'invenzione degli Ebrei. Questo Libro, quello di Davide, i Proverbj, l'Ecclesiaste, la Cantica de' Cantici, e tutti gli altri Cantici Sacri sono opere poetiche, piene di figure, che parrebbero ardite e temerarie ne' nostri scrittori, e che sono ordinarie ne' Libri di quella Nazione. Il Libro de' Proverbi è altrimente intitolato le Parabole, perché i Proverbj di tal fatta, secondo la definizione di Quintiliano, non sono che Parabole in succinto. La Cantica de' Cantici è un'Opera Drammatica, in cui i sentimenti dello Sposo e della Sposa sono espressi con maniere sì tenere e sì vive, che noi ne saremmo lusingati, se queste espressioni e queste figure avessero un poco di rapporto col nostro genio; o che ci potessimo disingannare di quella ingiusta preoccupazione che ci fa disapprovare tutto ciò che qualche poco si allontana da' nostri costumi. In che, senza accorgercene condanniamo noi medesimi; stante, la nostra leggerezza non ci permette di perseverar lungo tempo nelle usanze. Nostro Signore medesimo non dà quasi mai precetti a i Giudei se non sotto il velo delle Parabole. Il Talmud contiene un milione di favole, le une più strane dell'altre: molti Rabbini le hanno dipoi spiegate, conciliate, o unite in Opere particolari, e oltre di esse hanno composto molti Proverbj, Poesie, ed Apologi. I Cipriotti e i Cilicj vicini della Siria hanno inventate certe favole, che portavano il nome di questi Popoli: e l'abito che i Cilicj in particolare avevano alla bugia è stato screditato da uno de' più antichi Proverbj che sono corsi per la Grecia. Finalmente, le favole erano sì comuni in tutte quelle contrade, che tra gli Assirj, e gli Arabi, secondo la testimonianza di Luciano, vi erano alcuni personaggj, la cui sola professione era di spiegar le favole: e quelle genti facevano una vita sì regolata, che vivevano più lungo tempo degli altri Uomini.
[continua]
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20.10.05
L'origine dei romanzi [4]
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I Persiani non hanno punto ceduto agli Arabi nell'arte di mentire piacevolmente; mentre ancorché la menzogna fosse loro in altri tempi molto odiosa nell'uso della vita, e non proibissero altro con tanta severità a' loro Figliuoli, nulladimento, piaceva loro infinitamente ne' loro Libri, e nel commerzio delle Lettere; se pure le finzioni debbonsi chiamar menzogne. Per esserne d'accordo, altro non vi bisogna se non leggere le favolose avventure del loro Legislatore Zoroastro. Strabone dice, che i Maestri davano a' loro discepoli i precetti della Morale mescolati con finzioni, il quale suggiunge in un altro luogo, che non si dee prestar tanto credito alle antiche Istorie de' Persiani, de' Medi, e de' Siri, per l'inclinazione che i loro Scrittori avevano a narrar favole, mentre vedendo, che qelli che ne scrivevano di professione, erano in pregio, stimarono che si avrebbe piacere nel leggere relazioni false e inventate, se fossero scritte in forma d'Istorie. Le favole di Esopo sono state tanto a loro genio, che si sono appropriato l'Autore.
Questi e quel medesimo Locman dell'Alcorano, di cui vi ho parlato, che è sì rinomato tra tutti i Popoli del Levante, i quali hanno voluto togliere alla Frigia l'onore di sua nascita, e attribuirselo; mentre gli Arabi dicono, ch'egli discendeva dagli Ebrei, e i Persiani dicono ch'era un Arabo nero, e che passò sua vita nella Città di Casuvino, ch'era l'Arsacia degli antichi. Altri, al contrario, vedendo che la sua vita scritta da Mirkond ha molto rapporto con quella di Esopo, lasciateci da Massimo Planudès, ed avendo osservato, che come gli Angeli danno la sapienza a Locman nel Mirkond, Mercurio dà la favola ad Esopo nel Filostrato, si sono presuasi, che i Greci avevano tolto Locman agli Orientali, e ne avevano fatto il loro Esopo. Non è questo il luogo di esaminare siffatta questione: dirò solamente di passggio, che bisogna ricordarsi di quel che dice Strabone, che le Istorie di que' Popoli d'Oriente sono piene di menzogne; ch'essi stati favolosi parlando dell'Autore, e dell'origine delle favole, come in tutto il resto; che i Greci furono più diligenti e di miglior fede nella Cronologia e nell'Istoria; e che la conformità del Locman di Mirkond con l'Esopo di Planudès e di Filostrato, tanto pruova che Locman sia Esopo, quanto che Esopo sia Locman. I Persiani hanno dato a Locman il soprannome di Savio, perché infatti Esopo è stato posto tra 'l numero de' Savj. Essi dicono ch'egli era profondamente dotto nella Medicina, che trovò secreti ammirabili, e tra gli altri quello di far rivivere i morti. Hanno sì ben chiosate, parafrizzate, e aumentate le sue favole, che ne hanno fatto, come gli Arabi, un grossissimo volume, di cui se ne vede un esemplare nella Biblioteca Vaticana. Il suo grido è passato fino nell'Egitto e nella Nubia; dove il suo nome e il suo sapere sono in gran venerazione. I Turchi de' nostri tempi non ne fanno minore stima, e credono, come Mirkond, ch'egli sia fiorito a tempo di Davide: in che, s'egli è veramente Esopo, e bisogna prestar credito alla Cronologia Greca, essi fanno sbaglio da quattrocento anni; ma i Turchi non arrivano a tanto. Questo converrebbe meglio ad Esiodo, che fu contemporaneo di Salomone ed a cui, secondo rapporta Quintiliano, si dee la gloria della prima invenzione di coteste favole, che si attribuisce ad Esopo. Non vi ha Poeti che uguagliano i Persiani nella licenza che si prendono di mentire nella Vita de' loro Santi, su l'origine della lor Religione e della loro Istoria. Essi hanno talmente sfigurate quelle di cui sappiam la verità per le relazioni de' Greci e de' Romani, che non paiono che sien desse; e degenerando ancora da quella lodevole avversione ch'essi un tempo avevano contro coloro che si servivano della menzogna per i loro interessi, se 'l recano oggidì ad onore. Essi amano grandemente la Poesia. questo è il divertimento de' Grandi e del Popolo, e sarebbero privi d'un gran piacere senza di essa. Così tutto vi è pieno di Poeti; che si procacciano la stima con i loro abbigliamenti straordinarj. Le lor Opere di galanteria, le loro Istorie amorose sono state celebri, e fanno vedere l'ingegno Romanziero di questa Nazione.
[continua]
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11.10.05
L'origine dei romanzi [3]
di Pierre-Daniel Huet
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Dopo essersi stabilito delle Opere che meritano propriamente il nome di Romanzi, dico, che l'invenzione n'è dovuta agli Orientali; voglio dire agli Egiziani, agli Arabi, a i Persiani, a i Sirj. Sarete meco d'accordo, quando io vi avrò fatto vedere, che la maggior parte de' famosi Romanzieri dell'antichità sono usciti da questi Popoli. Clearco, il quale avea composti Libri d'amore, era di Cilicia, Provincia vicina alla Siria. Jamblico, il quale ha scritto le avventure di Rodana e Sinone, era Figliuolo di Genitori Sirj, e fu allevato in Babilonia. Eliodoro, autore del Romanzo di Teagene e di Cariclea, era di Emesa città della Fenicia. Luciano che ha scritto la metamorfosi di Lucio Apuleio in Asino, era di Samosate capitale di Comagene, Provincia della Siria. Achille Tazio, che ci ha dati gli amori di Clitofonte e Leucippe, era di Alessandria d'Egitto. L'Istoria favolosa di Barlaam e Giosafatto è stato Composta da San Giovanni Damasceno di Damasco, capitale della Siria. Damascio, che avea composti quattro Libri di finzioni, non solo incredibili, com'egli le aveva intitolate, ma ancora grossolane, e lontane da ogni verisimilitudine come assicura Fozio, era di Damasco. Degli tre Senofonti Romanzieri, di cui parla Suida, uno era di Antiochia di Siria, il secondo di Efeso, l'altro di Cipro, Isola poco discosta. Di maniera che, tutto quel Paese merita con più ragione della Grecia esser chiamato il Paese della favole, dov'esse non sono state che trspiantate, ma dove hanno trovato il terreno sì buono, che ammirabilmente vi hanno fatta radice.
Altresì, appena è credibile quanto questi Popoli hanno lo spirito Poetico, inventore e amatore delle finzioni: tutti i loro discorsi sono figurati: non si spiegano che con allegorie: la loro Teologia, la loro Filosofia, e soprattutto la loro Politica e la loro Morale, sono tutte mescolate sotto le favole e le parabole.
I Geroglifici degli Egiziani fanno vedere a qual punto questa Nazione era misteriosa, mentre appo essi tutto si esprimeva per immagini: tutto vi era travestito: la loro Religione era tutta velata: non si faceva conoscere a i profani che sotto maschera di favole, e non si levava questa maschera, se non per quelli ch'essi giudicavano degni d'essere iniziati ne' loro ministerj. Erodoto dice, che i Greci avevano presa da essi la loro Teologia Mitologica, e rapporta delle Novelle che aveva imparate da' Sacerdoti d'Egitto, e bench'egli sia credulo, e favoloso, le racconta però come fandonie, le quali non lasciano d'essere piacevoli, e di toccare al vivo l'ingegno curioso de' Greci, come attesta Eliodoro, genti desiderose d'imparare e amatrici di novità. E senza dubbio, da questi Sacerdoti, Pittagora e Platone, ne' viaggi ch'essi fecero nell'Egitto, impararono a travestir la loro Filosofia, e a nasconderla tra l'ombra de' misterj e delle figure.
In quanto agli Arabi, se leggete le lor Opere, non vi troverete che metafore tirate pe' capelli, similitudini e finzioni. In tal maniera è composto il loro Alcorano, il cui autor Maometto dice, che l'ha fatto così, affinché gli Uomini potessero più facilmente impararlo, e più difficilmente dimenticarselo. Essi hanno tradotte le favole di Esopo in loro lingua, ed alcuni tra essi ne hanno composte di simili. Quel Locman sì famoso in tutto l'Oriente, non era altri che Esopo. Le sue favole, che gli Arabi hanno raunate in un ben grosso volume, gli hanno acquistato tanta stima tra essi, che l'Alcorano vanta il suo sapere in un capitolo, che a questo fine è intitolato col nome di Locman. Le Vite de' loro Patriarchi, de' loro Apostoli, de' loro Profeti sono tutte favolose. Il lor divertimento è la Poesia, e questo è lo studio ordinario de' loro belli ingegni. Questa inclinazione non è loro nuova: la possedevano fin da' tempi di Maometto; ed hanno Poemi sin d'allora. Erpenio assicura, che tutto il resto del mondo intero non ha avuti tanti Poeti quanti la sola Arabia, perché essa sola ne conta fino a sessanta, che sono tra essi come i Principi della Poesia, e che hanno gran numero di Poeti sotto di loro. I più dotti hanno trattato l'amore in Egloghe, ed alcuni de' loro Libri su questa materia sono passati in Occidente. Molti de' loro Califi non hanno stimata la poesia indegna della loro applicazione, fra cui Abdallà uno tra essi vi si segnalò, e fece un Libro di similitudini come rapporta Elmacino. Dagli Arabi, a mio avviso, noi teniamo l'arte di rimeggiare; e veggovi molta apparenza che i versi Leonini sieno fatti a loro esempio; mentre non vi è apparenza che le rime avessero il lor corso nell'Europa prima dell'entrata di Taric e di Mufsa in Ispagna, e se ne vide una quantità ne' secoli seguenti: benché mi fosse facile farvi per altro vedere, che i versi rimati non furono affatto incogniti agli antichi Romani.
[continua]
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06.10.05
L'origine dei romanzi [2]
di Pierre-Daniel Huet
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Io non comprendo qui già quelle Istorie note ad ognuno, perché contengono molte falsità, come sono, quelle di Erodoto, il quale però ne ha molto meno di quel che si crede, la navigazione d'Annone, la Vita di Apollonio scritta da Filostrato, e simili altre. Queste Opere sono vere nella magior parte, ma false solamente in qualcheduna: i Romanzi al contrario, sono veri in qualche parte, e falsi quasi in tutto. Quello sono verità mescolate con qualche falsità, queste sono falsità mscolate con qualche verità. Voglio dire, che la verità è superiore all'Istorie, e la falsità predomina talmente ne' Romanzi, che possono essi essere interamente falsi e in tutto e in parte. Aristotile insegna, che la Tragedia, il cui argomento è conosciuto e preso dall'Istoria, è la più perfetta, come quella ch'è più verisimile di quella, il cui argomento è novo e inventato; e pure egli non condanna quest'ultima.
La sua ragione si è, che ancorché l'argomento d'una Tragedia sia cavato dall'Istoria, nulladimeno la maggior parte degli spettatori non lo sà, essendo nuovo in quanto ad essi, e in tanto dà campo di divertire ognuno. Bisogna dire la medesima cosa de' Romanzi, con questa distinzione però, che la finzione totale dell'argomento è più da riceversi ne' Romanzi, i cui Attori sono Principi e Conquistatori, e le cui avventure sono illustri e memorabili; non essendo verisimili, che le grandi avventure fossero state nascoste al mondo e omesse dagli Storici; e la verisimilitudine che non sempre si truova nella Storia, è essenziale al Romanzo. Escludo altresì dal numero dei Romanzi certe Istorie interamente inventate in tutto e in parte; ma inventate solamente in mancanza della verità. Tali sono le origini immaginarie della maggior parte delle Nazioni, ed ancora delle più barbare. Tali sono altresì quelle Istorie sì grossolanamente supposte da Frate Annio di Viterbo, che hanno meritato lo sdegno e 'l dispregio di tutti i dotti. Metto la medesima differenza tra i Romanzi e quelle sorte di Opere di coloro che con un artifizio innocente si travestono e si mascherano per divertirsi divertendo gli altri; e quegli scellerati, che prendendo il nome e l'abito di genti morte, o assenti, usurpano i loro beni col favore di qualche somiglianza. Finalmente, escludo le favole dal mio suggetto; mentre i Romanzi sono finzioni di cose che hanno potuto succedere, e che non sono succedute; e le favole sono finzioni di cose, che non sono succedute, e non hanno potuto succedere.
[continua]
Posted by giuliomozzi at 08:07 | Comments (3)
03.10.05
L'origine dei romanzi [1]
[Questo trattato, scritto in forma di lettera, apparve nel 1669 come introduzione al romanzo Zayde, histoire espagnole di Jean Segrais (pseudonimo di Madame de La Fayette, l'autrice della Principessa di Clèves). gm]
La vostra curiosità è molto ragionevole, ed è conveniente che sappia l'origine de' Romanzi colui che possiede sì perfettamente l'arte di comporli; ma, Signore, non so se conviene ancora a me intraprendere a soddisfare il vostro, quantunque giusto, desiderio. Io mi trovo senza Libri: ho presentemente la testa piena di tutt'altro; e vedo quanto qusta ricerca è imbarazzata. Né nella Provenza, né nella Spagna, come molti credono, bisogna sperare di trovare i primi principi di questo piacevole trattenimento delle persone sfaccendate; e bisogna andare a rinvenirli ne' Paesi più lontani e nell'antichità più rimota. Nulladimeno farò quel che desiderate; mentre, siccome la nostra antica e stretta amicizia vi concede il diritto di chiedermi qualunque cosa, così mi toglie la libertà di negarvi che che sia.
In altri tempi sotto il nome di Romanzi contenevansi, non solo quelli che erano scritti in prosa, ma più sovente ancora quelli ch'erano scritti in verso. Il Giraldi e il Pigna suo discepolo, nel loro Trattato de' Romanzi, mostrando di non conoscerne d'altro genere, ne danno il Bojardo e l'Ariosto per modello. Ma al giorno d'oggi l'uso contrario ha prevaluto, e quel che propriamente si chiama Romanzo, non è altro che una serie di finzioni di avventure amorose scritte in prosa con maestria, per diletto e istruzione del Lettore. Dico finzioni, per distinguerle dall'Istorie vere; e aggiungo, di avventure amorose, perché l'amore dev'esser il principal suggetto del Romanzo. E' di mestieri ch'esse siano scritte in prosa per esser conformi all'uso del secolo corrente; e ancora ocn arte e con certe regole, altrimenti sarà un composto confuso senza ordine e senza bellezza.
Il fine principale de' Romanzi, o almeno quello che deve esserlo, e che debbonsi proporre quelli che gli compongono, è l'istruzione de' Lettori, cui bisogna sempre far vedere la virtù premiata e 'l vizio punito. Ma perché lo spirito dell'Uomo è naturalmente nemico d'insegnamenti, e 'l suo amor proprio gli fa odiare le istruzioni, bisogna ingannarlo coll'esca del piacere, e addolcire la severità de' precetti col diletto degli esempi, e correggere i suoi diffetti condannandoli in un altro. In tal maniera il divertimento del Lettore, che 'l pratico Romanziero sembra proporsi per fine, non è altro che un fine subordinato al principale, che è l'istruzione dello spirito, e la correzione dei costumi: e i Romanzi sono più o meno regolati, quando più o meno si allontanano da questa definizione e da questo fine. Di questi io pretendo di parlarvi, e credo che intorno ad essi si giri la vostra curiosità.
Io, adunque, non parlo qui de' Romanzi in verso, e molto meno de' Poemi Epici, i quali oltre d'esser in versi, hanno ancora alcune differenze assenziali che gli distinguono da' Romanzi; benché per altro vi abbiano un gran rapporto, e che, secondo le massime di Aristotile, il quale insegna, che il Poeta è più Poeta per le finzioni che inventa, che per i versi che compone, si possa mettere il componitor de' Romanzi al numero de' Poeti. Petrone dice, che i Poemi debbono spiegarsi con grandi raggiri, col ministero degli Dei, con espressioni libere e ardite, di maniera che si prendono piuttosto per oracoli, che provengono da uno spirito pieno di furore, che per una narrazione esatta e fedele: i Romanzi sono più semplici, meno sublimi, meno figurati nell'invenzione e nell'espressione. I Poemi hanno più del maraviglioso, benché sempre del verisimile: i Romanzi hanno più del verisimile, benché qualche volta del maraviglioso. I Poemi sono più regolati e più castigati nella categoria, e ricevono meno materia, avvenimenti ed episodj: i romanzi ne ricevono più, poiché essendo meno subilimi e meno figurati, non istancano tanto la mente, e non la lasciano in istato di caricarsi d'un numero portentoso d'idee tra lor dispaate. Finalmente, i Poemi hanno per suggetto un'azione militare, o politica, e per incidenza parlan d'amore: i Romanzi al contrario, hanno l'amore per suggetto principale, e trattan per incidenza la guerra e la politica. Io parlo de' Romanzi regolati, mentre la maggior parte degli antichi Romanzi Francesi, Italiani e Spagnuoli sono molto meno amorosi che militari. Lo che ha fatto credere al Giraldi, che il nome di Romanzo derivi da una parola Greca che significa la forza e 'l valore; perché siffatti Libri non per altro son composti che per vantare la forza e 'l valore de' Paladini; ma il Giraldi su ciò si è ingannato, come vedrete appresso.
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Posted by giuliomozzi at 16:59 | Comments (0)
