06.03.06

Come invecchiano i romanzi?

di Francesco Forlani

[Questo articolo di Francesco Forlani è apparso oggi in Nazione indiana. Si inserisce in una discussione di cui si può trovare l'indice nel séguito di questo post. gm]

Ci sono in francese delle espressioni che letteralmente mi incantano. Beau comme un camion, bello come un camion, o Avoir la gueule de bois, che potremmo tradurre con avere la faccia di legno e che sta a significare lo stato di post ubriachezza dei santi, mai abbastanza, bevitori. Eppure, insieme a queste, ci sono frasi che uno non vorrebbe sentirsi dire mai e che spesso emergono in certe discussioni provocando, almeno in me, un brivido lungo la schiena: il (elle) a pris un coup de vieux.
Come se un colpo di vento spingesse la persona oltre la linea invisibile che separa quell’insieme di esperienze, nonostante tutto, ancora legate al presente, che si tratti dell’infanzia o dell’adolescenza e perfino dell’età adulta, dal mondo dei vecchi, solo passato e vero punto di non ritorno.
In questi giorni di esilio nomade mi è capitato di recuperare la vecchia scatola di scarpe, riempita di fotografie e presente ad ognuno dei venti e passa traslochi, sempre più pesante e preziosa come le ceneri di un antenato.

Leggi in Nazione indiana tutto l'articolo di Francesco Forlani.

L'indice della discussione:
- Massimo Rizzante, La patria dei luoghi comuni, in Nazione indiana, 10.01.06.
- Giacomo Sartori: Lo scrittore, il mercato, Piperno: ovvero del conformismo, vibrisse, 28.01.06.
- Massimo Rizzante: Storia o geografia del romanzo?, Nazione indiana, 01.02.06.
- Giacomo Sartori: La sciagura dei romanzieri italiani, Nazione indiana, 10.02.06.
- Andrea Inglese: La lingua provvisoria, Nazione indiana, 20.02.06.
- Gianni Biondillo: Una lingua che dice, Nazione indiana, 22.02.06.
- Giacomo Sartori: La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione, Nazione indiana, 24.02.06.
- Giuseppe Caliceti: Restaurazione e conformismo, vibrisse, 26.02.06.
- Gianni Biondillo: Chiose di tutti i giorni, Nazione indiana, 02.03.06.
- Francesco Forlani: Come invecchiano i romanzi?, Nazione indiana, 06.03.06.

Vedi anche:
- Ivan Roquentin: Gianni Biondillo: a proposito di una lingua che dice, 23.02.06.
- In Lipperatura, la discussione in calce a uno stralcio dell'articolo di Biondillo.

Posted by giuliomozzi at 10:00 | Comments (2)

03.03.06

Chiose di tutti i giorni

di Gianni Biondillo

[Questo articolo di Gianni Biondillo è una risposta all'articolo di Giacomo Sartori La rimozione del problema della lingua (anche in vibrisse). Nella continuazione di questo post c'è un "indice" della discussione]

gianni_biondillo.jpg[...] Non si può pensare di scrivere senza una lingua, senza un uso consapevole della lingua. Ma quello che ne scaturisce, per quanto mantenga il patrimonio genetico dei suoi genitori (scrittore e lingua) ha una sua autonomia che li supera. Solo se l’opera è viva (e non è un triste aborto) è, per ciò, vera. La sua verità avrà tratti somatici indipendenti, la sua vitalità sarà dosata dalle caratteristiche più nettamente affabulatorie di un genitore piuttosto che quelle cromatiche dell’altro. Ma non sarà né l’uno, né l’altro. Questo figlio nasce già grande, da subito desidera autonomia [...], vuole andare a vivere da solo, cerca amicizie e relazioni che molto spesso neppure i genitori condividono. Si muove, esce di casa, va all’estero. Alla fine certo si dirà: aveva gli occhi azzurri, era alto, era basso, biondo, scuro, chiaro. Ma soprattutto si dirà: era simpatico, intelligente, coglione, stronzo. Era vivo. Era morto. [...]

Leggi tutto l'articolo di Gianni Biondillo in Nazione indiana.

L'indice della discussione:
- Massimo Rizzante, La patria dei luoghi comuni, in Nazione indiana, 10.01.06.
- Giacomo Sartori: Lo scrittore, il mercato, Piperno: ovvero del conformismo, vibrisse, 28.01.06.
- Massimo Rizzante: Storia o geografia del romanzo?, Nazione indiana, 01.02.06.
- Giacomo Sartori: La sciagura dei romanzieri italiani, Nazione indiana, 10.02.06.
- Andrea Inglese: La lingua provvisoria, Nazione indiana, 20.02.06.
- Gianni Biondillo: Una lingua che dice, Nazione indiana, 22.02.06.
- Giacomo Sartori: La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione, Nazione indiana, 24.02.06.
- Giuseppe Caliceti: Restaurazione e conformismo, vibrisse, 26.02.06.
- Gianni Biondillo: Chiose di tutti i giorni, Nazione indiana, 02.03.06.
- Francesco Forlani: Come invecchiano i romanzi?, Nazione indiana, 06.03.06.

Vedi anche:
- Ivan Roquentin: Gianni Biondillo: a proposito di una lingua che dice, 23.02.06.
- In Lipperatura, la discussione in calce a uno stralcio dell'articolo di Biondillo.

Posted by giuliomozzi at 11:40 | Comments (0)

26.02.06

Restaurazione e conformismo

di Giuseppe Caliceti

[Vedi, in fondo, l'indice della discussione. gm]

calix.JPGHo seguito il dibattito in rete - principalmente su vibrisse e Nazione Indiana - che si è svolto tra Giacomo Sartori e Gianni Biondillo, una sorta di riedizione della polemica sulla Restaurazione scatenata lo scorso anno da Moresco. Allora era intervenuto e ero stato ampliamente frainteso. Ci riprovo, con fiducia e ottimismo. Anche perché mi rendo conto che le mie posizioni sono, al momento, abbastanza simili a quelle espresse da Sartori, quando afferma: "Non sono ossessionato dal problema della lingua. No, ma ritengo fondamentale un radicale lavoro sulla lingua per non essere vittime delle chiusure, non necessariamente legate solo all'attualità più recente, che vive il nostro paese. Lavoro sulla lingua non vuole dire necessariamente sperimentalismo, non vuol dire sfoggio linguistico, non vuol dire necessariamente che il testo finale esibisca le tracce della ricerca linguistica soggiacente. Il risultato può anche essere una lingua apparentemente piana e apparentemente banale. Ma implacabilmente cosciente di se stessa, cosciente degli errori possibili, dei pericoli, dei rimandi impliciti. Ritengo che oggi, in Italia, non sia possibile scrivere dei testi di un qualche interesse senza avere una estrema padronanza della lingua che si adopera, senza battere delle strade per certi versi nuove. Ritengo che non si possa parlare con una minima profondità di un qualche testo senza analizzarne la lingua".

Biondillo, in un suo recente intervento pubblicato anche su Stilos, riproponeva in modo appassionato la vecchia questione di sempre: vale più la forma o il contenuto, in un'opera? E concludeva: "E' solo ciò che 'ci tocca' che diventa, per me, letteratura. A prescindere, paradossalmente, dalla sua stessa manipolazione linguistica, dal suo essere 'scritto bene'. E' della 'verità' che stiamo parlando". Più umilmente, suggerirei io, è di "archetipi" che stiamo parlando.

Comunque, Biondillo ricordava come noi leggiamo tranquillamente grandi testi tradotti - che hanno grandissima presa su di noi - nonostante siano, appunto, tradotti. Nonostante siano tradotti, verrebbe da dire. Allora? Che fine fa la nostra attenzione sulla lingua? Detta così, pare una contraddizione. E pare, quasi, che chi ha fatto della propria ricerca letteraria una stella polare proprio nella ricerca linguistica, abbia quasi perso tempo.

In questo ragionamento c'è qualcosa che non mi convince, però. Questa idea di vedere separati forma e contenuto, lingua e contenuto. E non vederli come un tutt'uno. Come se la lingua non fosse il contenuto numero uno di un testo, ma un semplice mezzo; e come tale, un mezzo "neutro". Come se l'uso - a volte anche programmatico - di una lingua invece di un'altra, non condizionasse, di fatto, lo stesso contenuto di un testo: o è un caso che quando si parla di lavoro, oggi come ieri, tanto per fare un esempio, spesso, per la maggior parte dei fruitori di un libro, sembra quasi abbassarsi il livello letterario di un testo? Come ci fosse solo una lingua d'uso e, legata a questa, non ci fosse anche una sorta di ideologia unica del suo uso. Come se la lingua con cui descriviamo un mondo o raccontiamo una storia non abbia, di fatto, anche un suo valore e significato ideologico in sè, a prescindere da quello che la descrizione la storia ci raccontano. Come se oggi uno scrittore fosse - o dovesse essere, quasi necessariamente - prima ancora di uno scrittore, un pubblicista, un giornalista, un copywriter, un editore, un libraio, un commerciante di libri.

Sì, mi rendo conte che la penso proprio come Sartori, quando afferma, con semplicità: "Personalmente gran parte dei testi che si vedono in giro mi fanno ululare, da quanto sono intrisi di conformismo, o, per esser più precisi, da diversi tipi di conformismo".

Insomma, se a proposito dell'attuale panorama editoriale italiano qualcuno non vuole sentir parlare di Restaurazione, si parli più semplicemente di Conformismo. Il risultato non cambia.

L'indice della discussione:
- Massimo Rizzante, La patria dei luoghi comuni, in Nazione indiana, 10.01.06.
- Giacomo Sartori: Lo scrittore, il mercato, Piperno: ovvero del conformismo, vibrisse, 28.01.06.
- Massimo Rizzante: Storia o geografia del romanzo?, Nazione indiana, 01.02.06.
- Giacomo Sartori: La sciagura dei romanzieri italiani, Nazione indiana, 10.02.06.
- Andrea Inglese: La lingua provvisoria, Nazione indiana, 20.02.06.
- Gianni Biondillo: Una lingua che dice, Nazione indiana, 22.02.06.
- Giacomo Sartori: La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione, Nazione indiana, 24.02.06.
- Giuseppe Caliceti: Restaurazione e conformismo, vibrisse, 26.02.06.
- Gianni Biondillo: Chiose di tutti i giorni, Nazione indiana, 02.03.06.
- Francesco Forlani: Come invecchiano i romanzi?, Nazione indiana, 06.03.06.

Vedi anche:
- Ivan Roquentin: Gianni Biondillo: a proposito di una lingua che dice, 23.02.06.
- In Lipperatura, la discussione in calce a uno stralcio dell'articolo di Biondillo.

Posted by giuliomozzi at 15:29 | Comments (9)

La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione

di Giacomo Sartori

[Riporto qui solo la parte finale - quella propositiva - dell'articolo di Giacomo Sartori apparso il 24 febbraio 2006 in Nazione indiana (il testo intero è qui). L'articolo di Sartori si incastra in una discussione con Gianni Biondillo e Massimo Rizzante e contiene tutti i rinvii necessari; ma si può leggere anche come articolo a sé stante. Consiglio di dedicare un po' di tempo anche alla discussione nei commenti, che è molto interessante. I link inseriti nel testo sono miei. gm]

[Vedi, in fondo, l'indice della discussione. gm]

[...] Non sono ossessionato dal problema della lingua. No, ma ritengo fondamentale un radicale lavoro sulla lingua per non essere vittime delle chiusure, non necessariamente legate solo all’attualità più recente, che vive il nostro paese. Lavoro sulla lingua non vuole dire necessariamente sperimentalismo, non vuol dire sfoggio linguistico, non vuol dire necessariamente che il testo finale esibisca le tracce della ricerca linguistica soggiacente. Il risultato può anche essere una lingua apparentemente piana e apparentemente banale. Ma implacabilmente cosciente di se stessa, cosciente degli errori possibili, dei pericoli, dei rimandi impliciti.
Ritengo che oggi, in Italia, non sia possibile scrivere dei testi di un qualche interesse senza avere una estrema padronanza della lingua che si adopera, senza battere delle strade per certi versi nuove. Ritengo che non si possa parlare con una minima profondità di un qualche testo senza analizzarne la lingua. [...]
Lo dico ancora più chiaramente: personalmente gran parte dei testi che si vedono in giro mi fanno ululare, da quanto sono intrisi di conformismo, o per esser più precisi da diversi tipi di conformismo. Sarei tentato di tirare fuori dei nomi, i primi quindici, anche eccellenti, così di botto, che mi vengono in testa. Ma non lo faccio. Perché la cosa interessante è analizzare e ragionarci sopra, non stigmatizzare. Perché però nessuno lo fa, nemmeno Nazione indiana, nemmeno i blog che si vogliono più critici? Curioso, no? Si riescono a fare lunghe e approfondite discussioni sulla mimesi o sui rapporti tra la narrativa e il mercato, si tirano fuori Platone e Heidegger, senza che venga mai fuori un nome, mai un esempio concreto, mai un passo di un testo, mai un nesso con la specificità della situazione italiana. Manco stessimo discutendo sulla luna. I più integerrimi se ne vanno per conto loro, per meglio battagliare contro la restaurazione (scusate, ma io preferisco continuare a chiamarla, proprio non riesco a vedere questa grande differenza con il passato, conformismo), e nemmeno dalla nuova postazione prendono posizione, ancora non mettono le mani nella pasta. Ma davvero non c’è nessuno disposto a lavorare a una cartografia del conformismo della narrativa (e della poesia) attuale italiana, per la propria salute mentale e per il bene delle patrie lettere? Se qualcuno fosse interessato io ci sto (nei limiti del mio tempo e delle mie capacità). Secondo me ci si ammazzerebbe dal ridere.

L'indice della discussione:
- Massimo Rizzante, La patria dei luoghi comuni, in Nazione indiana, 10.01.06.
- Giacomo Sartori: Lo scrittore, il mercato, Piperno: ovvero del conformismo, vibrisse, 28.01.06.
- Massimo Rizzante: Storia o geografia del romanzo?, Nazione indiana, 01.02.06.
- Giacomo Sartori: La sciagura dei romanzieri italiani, Nazione indiana, 10.02.06.
- Andrea Inglese: La lingua provvisoria, Nazione indiana, 20.02.06.
- Gianni Biondillo: Una lingua che dice, Nazione indiana, 22.02.06.
- Giacomo Sartori: La rimozione del problema della lingua: ovvero del conformismo, che qualcuno preferisce chiamare restaurazione, Nazione indiana, 24.02.06.
- Giuseppe Caliceti: Restaurazione e conformismo, vibrisse, 26.02.06.
- Gianni Biondillo: Chiose di tutti i giorni, Nazione indiana, 02.03.06.
- Francesco Forlani: Come invecchiano i romanzi?, Nazione indiana, 06.03.06.

Vedi anche:
- Ivan Roquentin: Gianni Biondillo: a proposito di una lingua che dice, 23.02.06.
- In Lipperatura, la discussione in calce a uno stralcio dell'articolo di Biondillo.

Posted by giuliomozzi at 09:55 | Comments (11)