23.12.06

La Napoli che luccica e la Napoli perduta: parlano gli scatti d’autore

Introduzione ed intervista di Francesca Ferrara

L'intervista, corredata di foto, si trova anche qui.

Vesuvio con gabbiani

[Termina con questa quarta puntata l'interessante inchiesta condotta da Francesca Ferrara, che ringrazio per aver voluto pubblicare il suo lavoro anche su vibrisse. Questa volta a parlare sono due fotografi napoletani. Le precedenti tre puntate si trovano qui, qui e qui. bdm]

Con questa intervista a due prestigiosi obiettivi napoletani si conclude questo reportage di sguardi incrociati su La Napoli che luccica e la Napoli perduta: un’indagine, nata per caso e sviluppatesi, di volta in volta, sul filo dell’attualità, promossa dalla profonda necessità, alla luce dei tristi fatti di cronaca nera e giudiziaria del CASO NAPOLI, catapultate dalle viscere della città al palcoscenico dei media nazionali, che NAPOLI NON È GOMORRA, NON È SOLO GOMORRA!
Dopo l’inchiostro di chi della scrittura, del disegno, della pubblicazione oltre che una passione, una necessità ne ha fatto una ragione di vita, un mestiere ed una professione esercitata con amore, la parola è data allo sguardo esaminatore di due uomini che si esprimono con l’obiettivo, MIMMO JODICE e LUCIANO FERRARA, rispettivamente fotografo e fotoreporter per il confronto di due stili diversi nel catturare le immagini di una Napoli da cartolina così come una Napoli attraversata da profonde ferite sociali.

Lo sguardo dei due fotografi chiude questo ciclo di interviste che hanno portato alla realizzazione di un reportage a puntate al quale hanno partecipato: Massimiliano Amato, Antonella Cilento, Michele Serio, Sante Avagliano, Paolo Izzo, Giovanni Musella, Tullio Pironti, e per una panoramica collettiva della satira di matite impegnate sulle mafie moderne: Mauro Biani, Pat Carra, Paolo Del Vaglio, Valeria Fici, Marisa Paolucci, ognuno dei quali, con i loro punti di vista, ha contribuito ad aggiungere un tassello all’’immenso mosaico di cosa sia effettivamente la realtà e la quotidianità napoletana e campana, aiutandoci ad avere un’idea più chiara dello spaccato della Napoli dell’Oggi e di cosa significhi vivere e lavorare in una città che affonda le radici dei suoi malesseri odierni in un tempo assai remoto: il trascorso storico-sociale di una Napoli di Ieri, il tutto raccontato e descritto da chi non è fuggito via dalla Napoli Infernale e non vi ha detto ADDIO.


INTERVISTA A MIMMO JODICE

D. Raccontare Napoli per immagini, cosa significa? E cosa ha significato agli inizi delle sua carriera e cosa significa oggi dopo una laurea honoris causa in Architettura? È cambiato qualcosa?

R. Napoli è stata ed è un tema ricorrente del mio lavoro.
Nel corso della mia storia lunga più di quarant'anni sono cambiate molte cose: è cambiata la città nel suo aspetto fisico. È cambiato l'impegno e la partecipazione civile della maggioranza dei napoletani rispetto alle vicende sociali e politiche della città.
È maturata in me una diversa capacità di guardare la realtà, meno immediata e calata negli eventi, ma sicuramente più meditata e consapevole rispetto agli accadimenti.
Confrontando i miei lavori del passato con quelli più recenti ci si accorge che sono cambiati, e non poco, i codici di rappresentazione.
Di sicuro non è cambiato il mio impegno morale e civile.
Tutto il mio lavoro sulla città è attraversato da un filo rosso che racconta la mia inquietudine, la mia sofferenza di napoletano per nascita e per scelta.


D. Perché nella sua ultima personale nella Sala Dorica del Palazzo Reale, ha ritenuto che Napoli fosse una “città visibile? In cosa la città è invisibile? Napoli è rappresentabile in un unico scatto in tutta la sua gloria e il suo dolore? Se sì, quale?

R. Napoli è una città visibile per la sua storia e la sua natura. Ed è purtroppo anche molto visibile per le sue cronache attuali. Resta invisibile la sua parte più intima, più onesta e mortificata. Tutto questo non può essere contenuto in una sola immagine.


D. La fotografia cattura l’attimo e lo rende immortale trasmettendolo ai posteri, quale valore ha, per Lei, la scelta di occuparsi da ben 15 anni della città natia sia professionalmente che culturalmente? Quale impatto sociale? Quale il feedback dalle masse, anche oltre i confini campani, per un obiettivo oggi strumento e portavoce della modernità e delle culture contemporanee?

R. Non credo nella fotografia che cattura l'attimo fuggente.
Per me la fotografia è lo spazio che può contenere e trasmettere emozioni e narrazioni, sia pure in una sola immagine, con l'intento di coinvolgere e far riflettere.


D. In cosa Napoli è sacra e in cosa è dissacrante e profana?

R. Nell'era della globalità non si può tener conto di una singola area geografica.
Ovunque è sacra l’onestà, la generosità ed il rispetto delle regole. È profana l'arroganza, la prepotenza e la volgarità.

D. Napoli luccica per cosa? E in cosa si perde?

R. Napoli non luccica. Napoli è illuminata dal buon senso e dalla speranza di molti cittadini che ancora credono e si impegnano per un possibile futuro migliore.
Si va perdendo sempre di più la credibilità…



INTERVISTA A LUCIANO FERRARA



D. L’obiettivo l’ha portata ad indagare sul territorio con occhio critico, scrutando angoli nascosti, sviscerando paesaggi sociali bui e dimenticati, immortalando le sfumature dei luoghi, dei volti delle persone, della politica sociale che vi ruota attorno. Che valore ha fotografare la Napoli dell’Oggi, rispetto a quella di Ieri e soprattutto, cosa vuol dire raccontare per immagini la cronaca di una città dai facili entusiasmi e pulsioni?

R. Il mio lavoro si è sempre sviluppato per dare visibilità alle minoranze: a quei soggetti sociali che lottano per dare dignità alla propria esistenza. La fotografia, come la letteratura, o altre forme di comunicazione, sicuramente può aiutare a connettersi con questioni e problemi che a volte non sono tuoi, ma inducono sicuramente a una riflessione sul sociale, sempre se il lavoro è svolto con sincerità e disciplina.

D. Come è cambiato il fotogiornalismo da quando Lei ha iniziato la sua carriera? Vivere a Napoli per un fotoreporter, che valore ha? Cosa vuol dire? Il 1985 vede alla luce l’antologia Luciano Ferrara Reporter: Napoli e Oltre. Oltre a Napoli cosa c’è?

R. I fotografi della mia generazione, nel bene e nel male, sono cresciuti nel mito del neorealismo; oggi, i fotografi, si possono considerare a tutto campo i nuovi testimoni del nostro tempo. Fotografi free-lance e non, viaggiatori solitari che con la loro bisaccia tecnologica viaggiano da un continente all’altro, da un villaggio di frontiera a una metropoli assediata dalla guerra libera e duratura, alle rivoluzioni di popolo, alle carestie perenni, alle esecuzioni sommarie di pulizia etnica. Profughi in fuga dai loro paesi, comunità che tentano di mettersi in salvo dai loro aguzzini.
Questo giudizio vale anche per la nostra Napoli.

Napoli è una città molto fotogenica, un buon fotografo deve sottrarre se non vuole che la città appaia come una cartolina ingiallita. Napoli e oltre, è stata la prima mostra sul fotogiornalismo impegnato ad entrare in un Museo Napoletano, per me e per i temi trattati è stata un’esperienza che si può paragonare a un concerto rock.
Oltre Napoli? Molti problemi dei Napoletani derivano proprio dal fatto che pensano che oltre le mura della città non nascono fiori, chiudendosi in una sicurezza di essere primi, i più furbi del pianeta, pagando un prezzo altissimo.

D. Nel 1997, pubblica il volume È qui la festa. 1970-1997 Disoccupati Organizzati a Napoli che fu presentato dallo storico Percy Allum all’Antisala dei Baroni del Maschio Angioino. Quel volume, dieci anni dopo, nel 2007, potrebbe ancora raffigurare i disagi dei disoccupati e le lotte sindacali nella Napoli di oggi?

R. La disoccupazione dal dopo guerra ad oggi è un male endemico per tutto il Sud, oggi non esiste nessuna similitudine con l’esperienza dei disoccupati organizzati che nascevano negli anni ’70; l’esigenza nasceva, sicuramente, da un bisogno di accedere a un posto di lavoro stabile e sicuro ma, soprattutto, da un progetto sociale etico-collettivo, per accedere con dignità nella collettività che li vedeva ai margini della società.

D. Il Fotogiornalismo vota la sua missione di cronista per immagini, alla narrazione dei fatti, nudi e crudi, così come accadono e si manifestano, con cui gli abitanti, il più delle volte scendono a compromessi, per sopravvivere in circostanze drammatiche. Si può parlare di Fotografia per la Pace e la Legalità? Questo potrebbe essere un premio bandito dalle Istituzioni locali per riconoscere i contributi che professionisti come Lei, producono stando a contatto con la gente, in frontiera e sui campi delle guerre sociali? Secondo Lei, la Napoli, città g-local, città europea, città metropolitana, che passa attraverso i media nazionali, che Napoli è? Corrisponde a realtà? O vi è omissione d’informazione e se sì, in cosa?


R. Nel 2001 sono stato premiato dall' Istituto Abruzzese per Storia della Resistenza e dell'Italia Contemporanea di Atri con il premio: La Fotografia per la Pace e la Libertà
Le istituzioni della città di Napoli dovrebbero premiare tutti quei fotografi che ogni giorno rischiano la pelle per portare una buona foto-verità al proprio giornale.

Certo è che l’informazione Regionale non corrisponde alle esigenze della popolazione esistente in Campania, soprattutto a Napoli, non esiste una editoria di confronto. E come l’informazione non fosse necessaria per la crescita della collettività, l’editoria significa ‘mercato’, posti di lavoro. Periodici, quindicinali, mensili di qualsivoglia fattura, da noi, li vediamo solo in edicola, ma solo se nascono in altre città.


D. Napoli luccica per cosa? E in cosa si perde?

R. Ma evidentemente, questo è un altro discorso. Bisognerebbe chiederlo al sommo VIRGILIO che a Napoli non solo ha vissuto la sua giovinezza, ma che ha voluto che le sue spoglie fossero conservate ai piedi della Grotta Neapolis, dove con Castel Dell’Ovo e Montevergine fanno un triangolo esoterico.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:00 | Comments (1)

18.12.06

La Napoli che luccica e la Napoli perduta: Il contributo delle collane editoriali

Introduzione ed intervista di Francesca Ferrara

[Poichè l'inconveniente che ha colpito vibrisse non sarà risolto prima del 10 gennaio, pubblicherò ugualmente, per non caricarmi di fastidioso arretrato, gli articoli programmati, pregando i lettori di astenersi dal commentare. Mi scuso con gli autori, ai quali prometto, una volta risolti i problemi, di richiamare con un link per ciascuno gli articoli da me pubblicati durante questo periodo particolare. bdm]

L'intervista si trova anche qui.

Napoli by Night[Continua l'inchiesta condotta da Francesca Ferrara. Questa volta a parlare sono quattro editori napoletani. Se ne ricava uno spaccato dei progetti e delle attese che nutrono sul territorio. Uno di essi affronta in modo esplicito il tema della criminalità, già toccato nelle precedenti due puntate qui e qui. Credo che gli argomenti trattati da editori che vivono e operano a Napoli e in Campania, possano suscitare un qualche interesse. Anche questa volta - e come poteva non accadere? - si torna a parlare del libro di Roberto Saviano. bdm)

Non esisterebbero gli scrittori e gli autori se non esistessero gli editori ed i produttori, fondamentale anello della filiera dell’informazione dall’idea fino al consumo e fruizione finale del pubblico-lettore ed acquirente-consumatore.

Raramente la stampa si occupa di dar voce a chi gestisce un’attività imprenditoriale (se non in occasione delle grandi fiere ove il libro è protagonista), occupandosi sempre più dell’autore e sempre meno dei ragionamenti che hanno portato a pubblicare uno scrittore e il suo testo piuttosto che un altro. La Campania gode di una presenza massiccia di editori che pubblicano per Napoli e località affini, raccontandola nelle sue varie forme ed aspetti, ricercandola in tutti gli aneddoti storici, descrivendola o semplicemente reinventandola, non accontentandosi delle sue varie reincarnazioni e metamorfosi. Questa volta, dopo gli ‘scrittori’ e le matite degli autori satirici, ad aver ‘voce’ sono un gruppo ‘campione’ di editori che vivono e producono a Napoli e nella Campania, diffusori di cultura, folklore e curiosità dei territori nostrani e che grazie alla loro esistenza permettono allo scaffale di ospitare volumi che narrano le grandi tradizioni napoletane e campane, oltre che saggi e pamphlet sui grandi temi d’attualità e problem solving sociale.

Un ventaglio di imprenditori, nelle loro piccole ‘botteghe per la letteratura’ e di produzione culturale testimonia cosa vuol dire essere Napoletani e parlare di Cultura della Regione Campania al tempo dell’Oggi, in un’ottica nazionale, il tutto raccontato e descritto da chi non è fuggito via dalla Napoli Infernale e non vi ha detto: “Addio".

Giovanni Musella, Kairòs Editore

D. Kairòs è una casa editrice che pubblica testi le cui tematiche, argomenti, personaggi ed autori siano tipicamente campani e napoletani. Nata nel 2004, ha al suo attivo più di una collana editoriale e numerose pubblicazioni in pochi anni. Che cosa significa, fondare oggi un’attività editoriale, in una città alle luci della ribalta per i tristi fatti di cronaca, mali sociali atavici che sembrano indelebili, sempre sul filo della notizia, sbattuti in prima pagina?

R. Kairòs è una casa editrice nata “dal basso". In una città tormentata come Napoli è ben noto che esiste invece una straordinaria voglia di vivere normalmente, di produrre cose sane, di partecipare alla vita della nazione e del mondo senza subire il marchio della “napoletanità", intesa come un coacervo di luoghi comuni tutto sole, mare, mandolino e criminalità diffusa. Kairòs vuole invece essere una “normale" casa editrice che produce, in una città difficile, cose belle e interessanti che la gente compra perché ne è attratta e incuriosita. Come si dice oggi, vogliamo stare “nel mercato", senza assistenzialismi, senza piagnucolii, come una qualsiasi casa editrice del Nord o del Centro Italia.

D. Quale difficoltà, ove ve ne siano, la ricerca di un nuovo punto di vista, di un taglio editoriale alternativo, di una distinta identità, rispetto alla copiosa produzione letteraria degli altri editori conterranei, già presenti sul territorio da lungo tempo?

R. In questi giorni sono usciti contemporaneamente tre nuovi libri, un giallo napoletano, una raccolta di racconti noir ambientati a Napoli ed una commedia napoletana di un giovane autore. Insomma novità e tradizione insieme. Il nostro ombelico culturale è sicuramente Napoli, in quanto teorica capitale del Sud, ma noi pensiamo di rendere un buon servizio a tutto il Meridione d’Italia, occupandoci delle cose buone che produce in alternativa al marcio che ci assedia. Insomma, vogliamo salvare le buone tradizioni con strumenti moderni.

D. Coma fa Kairòs a seminare una tradizione, essendo così giovane, all’interno del panorama editoriale campano? Quale la sua progettualità?

R. La nostra progettualità? Un link forte tra letteratura, web, tv e cinema. Il nostro obiettivo è un meridionalismo multimediale, tecnologico. Vogliamo coniugare strumenti nuovi e vecchi per salvare le tradizioni positive guardando al futuro… Vogliamo vedere i nostri racconti gialli e noir in tv, stiamo progettando una collana di libri e dvd sul Jazz napoletano… insomma non stiamo fermi… Il Pino di Napoli


Tommaso Avagliano, Marlin


D. L’ultimo blocco di produzione ha dato luce a due libri che parlano di Napoli: “Napoli corpo a corpo" di Michele Serio e “Cronache Napoletane" di Jean-Noël Schifano. Per una casa editrice campana, parlare dei luoghi che riguardano il territorio è un “must", ma come orientarsi verso testi che risultino sempre attuali e diversi, differenti da quelli già scritti; anche la scelta dei nomi delle collane di appartenenza è significativa?

R. Noi siamo una casa editrice di Cava de’ Tirreni, località alle porte di Napoli. Dunque la nostra attività si svolge in periferia, pur mantenendo i rapporti con la city, c’è una distanza con Napoli di carattere fisico, sociale, politico e questo ci permette di guardare con più distacco e freddezza ciò che accade e che appare nelle pagine dei telegiornali e dei quotidiani. Come casa editrice viviamo questo momento difficile, che sta attraversando la città come chiunque altro, in seguito a questo ‘dire dal di fuori’ cosa sia e cosa non sia Napoli come ad esempio ha fatto Giorgio Bocca nel suo ‘Napoli Siamo Noi’, che però ha anche un lato positivo che ci ha permesso di discuterne e di confrontarci maggiormente sulle problematiche sociali che ci stanno più a cuore. Da tutto ciò e da questa osservazione, è nata da me l’idea di raccogliere gli scritti di Michele Serio in ‘Napoli Corpo a Corpo’ perché mi sono sembrati degli spunti di riflessione tali da poter far luce ‘dal di dentro’ sulla questione napoletana: La Napoli del sì e la Napoli del no, la Napoli Felice e la Napoli Infelice, la Napoli accogliente e la Napoli dalla quale si fugge via; e Michele Serio questo dice nel suo testo: “Vivo bene a Napoli, vivo la realtà napoletana e ne soffro pure ma ci sono anche delle belle altre cose…"

D. Relativamente giovane, già con una precedente esperienza e tradizione alle spalle in Avagliano, MARLIN, torna a parlare di Napoli e dintorni con quale obiettivo e stato d’animo dinanzi alle vicende di degrado che abitano le pagine dell’attualità dei media?

R. Già le collane di quando ero in Avagliano erano legate ai luoghi e alle tradizioni: “Il Miglio d’oro", prose, memorie e riflessioni, testimonianze di autori e scrittori dell’800 e del ‘900
I Tornesi, raccolgono i romanzi di Enzo Striano, Maria Orsini Natale, Giovanna Mozzillo, Vladimiro Bottone, Attilio Veraldi.
Anche adesso, per MARLIN, i nomi delle collane sono legate al territorio: Il Portico, come omaggio ai porticati lungo il corso principale di Cava, I Lapilli che evocano il Vesuvio, e la Camera del Fuoco, dedicata al forno dove un tempo si cuocevano le ceramiche; noi siamo molto legati alla ceramica di Vietri, ed i forni erano sparsi tra Vietri e Cava, e si tratta di una collana che raccoglie dibattiti, discussioni, inchieste e testimonianze.
Credo di aver fatto un lavoro di conoscenza della cultura napoletana, con la scoperta di autori del ’900 del calibro di Matilde Serao, Giuseppe Marotta, Luigi Compagnone, Ermanno Rea. Ad esempio, ‘Terroristi di brava gente’ di Sergio Lambiase, è tutto ambientato a Napoli, che ha per protagonisti un gruppo di terroristi scalcinati, e l’attenzione particolare per la nostra città, per la sua storia, per le sue vicende…


D. La casa editrice MARLIN è alla ricerca di che cosa? Quale ‘tesoro’, da distribuire?

R. L’attività editoriale è molto difficile, il libro è una merce che si vende con molta difficoltà e il ‘tesoro’ che cerchiamo è quello della Cultura, della Poesia, della buona Letteratura; un vero editore va in cerca di fare dei buoni libri e ogni libro è come una perla che si aggiunge alla collana di altre perle piccole o grandi che l’editore produce nel tempo.
‘Francesca e Nunziata’ di Maria Orsini Natale o il ‘Resto di Niente’ di Enzo Striano sono dei ‘tesori’ e come tutti gli editori si va in cerca di libri del genere da poter lanciare sia a livello nazionale e internazionale.



Tullio Pironti, Tullio Pironti Editore


D. Si è sempre parlato di Napoli, ma oggi se ne parla ancora di più: l’aumento della microcriminalità, il regolamento dei conti tra clan di stampo camorristico, la difficoltà nell’amministrare, l’impresa ardua nel gestire la legalità e l’osservanza per le regole. Napoli è caos, non calmo, ma frenetico per natura: un marasma di luoghi, oggetti, detti e proverbi, usi e costumi di un popolo dalla storia antica, remota che affonda le sue radici nella Magna Grecia, che pullulano inevitabilmente tra un inchiostro e l’altro, come se fosse un passaggio fluido che avviene attraverso la stretta di mano tra l’autore e il suo editore. Come è cambiato, se è cambiato, per la Pironti editrice di testi, che hanno fatto la storia dell’editoria sulla criminalità locale, come Il Camorrista di Giuseppe Marrazzo ed Io, Pasquale Galasso da studente in medicina a capo camorra di Gigi Di Fiore, il Rapporto dell’Osservatorio sulla Legalità e la Camorra e Mafia ed Antimafia di Michele Pantaleone, pubblicare di Napoli per Napoli e Campania con uno sguardo al territorio nazionale?

R. Una città come Napoli può essere raccontata in mille modi diversi, mille come sono le sue anime. I miei libri sulla criminalità, a partire dal Camorrista di Giuseppe Marrazzo fino al Diario di Annalisa e al Diario di una coscienza del camorrista dissociato Nunzio Giuliano (di prossima uscita), hanno provato a raccontare alcune di queste anime del nostro territorio, ma non hanno mai preteso di essere delle mappe attraverso cui decifrare la città. Questo invece sta accadendo con il testo di Roberto Saviano: Gomorra è un grandissimo libro, il libro di un grande scrittore emergente, ma non dobbiamo credere (soprattutto non deve crederlo il resto d’Italia) che esso sia una guida di Napoli. Come ha ribadito più volte l’autore stesso, è anche un romanzo, c’è molto di verosimile accanto al vero; e poi è scritto con un linguaggio giornalistico molto duro in relazione agli eventi che narra, ma anche letterariamente studiato con il fine di tenere alta l’attenzione del lettore in modo costante. In certe pagine Saviano genera addirittura ansia e disagio, come un film giallo-nero. Può darsi che Napoli sia anche questo, e il paragone corre alla Chicago dei quartieri impenetrabili alla Polizia e ai comuni mortali senza il rischio di lapidazioni, alla New York oltre le luci di Broadway di cui poco si parla dopo le soddisfazioni della tolleranza zero applicata dal sindaco Giuliani; o per star più vicino, alla Milano che ha un numero maggiore di assassinii (anche rapportato alla popolazione) e alla Roma dagli scippi con accanimento mortale. A Napoli però c’è purtroppo una situazione tipica della città e della sua provincia, i cui centri sono così contigui da formare una unica (e mostruosa) conurbazione: la convivenza fra malavita spicciola, malavita minorile, e grande malavita dagli interessi miliardari. A Palermo la terza non consente d’essere “disturbata" dalla prima e dalla seconda nei suoi affari, e ciò paradossalmente, in caso di “pax mafiosa" assicura tranquillità alla città. E oltre a questa condizione particolare sul versante malavitoso (ben evidenziato da Isaia Sales nel suo ultimo libro) va notata e sottolineata anche una particolare condizione “ambientale": la città e le contigue città della provincia sono attanagliate da un problema – anch’esso di origini malavitose ma non solo – che negli ultimi mesi è giunto all’esasperazione, all’acme della tollerabilità. Problema peraltro sconosciuto e sorprendente per l’opinione pubblica nel resto d’Italia. Ossia il problema del mancato smaltimento dei rifiuti, dovuto al fatto che la malavita, per difendere i suoi interessi miliardari nello smaltimento di rifiuti soprattutto nocivi nelle discariche abusive e pericolosissime, ha sobillato le popolazioni e relativi amministratori a manifestare anche molto duramente contro la costruzione di impianti termovalorizzatori e a trascurare la raccolta differenziata, senza la quale i termovalorizzatori – peraltro impediti – non possono funzionare correttamente. Altra particolare condizione ambientale è quella della circolazione privata: nonostante una buona rete di trasporti su ferro e su gomma, a Napoli e provincia i blocchi della circolazione sono all’ordine del giorno, feriali e festivi (La moderna “Tangenziale" nelle ore di punta viene percorsa a passo d’uomo), con evidente stress mentale per una enorme parte della popolazione. Alba a Napoli


D. Quanto, secondo Lei, il fenomeno mediatico, promosso da un’abile strategia di marketing della Mondadori sul testo di Roberto Saviano, Gomorra, ha influito negativamente o positivamente sull’immaginario collettivo di una Napoli criminale (tra l’altro, titolo del libro scritto da Bruno De Stefano per la Newton&Compton) sullo scenario di una nazione laddove la presenza delle mafie è una componente forte per lo sviluppo del commercio, delle infrastrutture del territorio e l’economia sociale?

R. Se vogliamo raccontare questa città, oggi, provare a spiegarla esorcizzandone i mali, allora dobbiamo farlo da ogni punto di vista, perché solo dalla molteplicità dei punti di vista si ottiene una analisi oggettiva della realtà.
In questo senso molti si chiedono se sia ancora giusto scrivere un romanzo vecchia maniera su Napoli. Io credo di sì. Anche oggi si può scrivere un libro come Ferito a morte, anche oggi Napoli può essere la fonte d’ispirazione di artisti e poeti che desiderano fare buona letteratura prendendo sentieri diversi rispetto a Roberto Saviano. Napoli è una città letteraria, e sarà sempre in grado di divenire lo sfondo o la protagonista di una storia da raccontare, di mille diverse storie. Perché Napoli ha sempre rifiutato ogni omologazione e resta uguale solamente a se stessa. È una città che non si nasconde mai, che non teme di rivelarsi. È una città intrisa di musica, una musica che non è solo nella sua tradizione musicale “canonizzata". Una musica che è la sua gente, quella che affolla i mercati, le piazze, le strade. Gente che canta ai cortei di protesta. Gente che prova a sfidare il dolore e la disperazione. Quella stessa gente che ha reso i funerali di Merola una grande festa pagana, un concerto, un momento di vita e non di morte. Questa energia, propria dei Sud del mondo, appartiene anche, e in maniera del tutto originale, a Napoli.


D. Quanto gli accadimenti influiscono sulla scelta dei testi da pubblicare e quanto un testo orienta, in parte, il target dei lettori al consumo di letture similari?

R. La città è sotto i riflettori, in questi ultimi mesi sono uscite decine e decine di pubblicazioni che la riguardano, e gli editori, non solo quelli campani, ne approfittano per accontentare la curiosità dei lettori. Non credo che questo faccia male a Napoli, sono ben altre le cose che le arrecano ferite. Invito solo i lettori del resto d’Italia ad ampliare i loro orizzonti di lettura, a consultare più testi, e quando possono a guardare oltre la pagina scritta e verificare da vicino questa realtà.


Paolo Izzo, Stamperia del Valentino


D."I testi editi dalla “Stamperia" sono tutti un atto d’amore verso l’idea di Napoli: la scia che la cultura partenopea ha lasciato nelle menti dei pensatori, dei giornalisti, dei folcloristi, di tutti quelli che - nativi e non - la hanno amata, con tutte le sue contraddizioni che enumerare qui darebbe un inevitabile sapore di qualunquismo. Il progetto consiste nel rintracciare quella particolare idea di Napoli, e ciò ha spinto l’editore ad iniziare la sua opera di ricerca. Non sarà forse l’originalità il maggior pregio dell’iniziativa ma il miscelare nuovi argomenti con quanto di bello e dimenticato è stato scritto su Napoli" cita il manifesto sul sito, ma alla luce della crisi sociale che attraversa Napoli, in maniera ciclica, espressione di sofferenza e grido di dolore in ricerca d’aiuto concreto, con quali strumenti, storie, personaggi ed orizzonti è orientata la Stamperia del Valentino, e soprattutto come vede il futuro dell’editoria che parla di Napoli, in un contesto ‘g-local’?

R. Il tema delle grandi istanze sociali, legate a contingenze ampiamente insoddisfacenti, che aleggia nella domanda dell’intervistatore, è necessariamente il tema principe da affrontare da parte di chi “maneggia cultura", e non potrebbe essere altrimenti. Sono davvero rari i casi in cui la realtà è estranea alla creazione letteraria, anche se su due piedi non riesco a trovarne esempi adeguati. Non potrebbe, a mio avviso, ed anche quando siamo di fronte al Fantasy più sfrenato la Realtà è sempre tenuta da conto, fosse anche come parametro opposto della narrazione. Alla realtà è costretto ad attingere anche il mondo dei fumetti, se leggiamo tra le righe… come voler tenere conto di questa Realtà, è invece tutt’altra cosa: ognuno sarà libero di maneggiarla nel modo che gli è più congeniale. E qui veniamo al nocciolo del discorso, ossia alla “soluzione" che la Stamperia del Valentino ha ritenuto dare al problema. L’intervistatore ha ben focalizzato una componente estetica nelle scelte editoriali dell’intervistato. E fin qui – converrete – parliamo ancora di forma, e non di sostanza. Affrontare temi particolari sotto forme particolari, ecco un primo punto. In quest’ottica, non verrà mai scelto un testo per il semplice valore estetico. Né, in senso contrario, un testo totalmente privo del requisito, ma strettamente giornalistico o documentario. Un testo così concepito, sarebbe pericolosamente legato alla contingenza, e quindi soggetto a perdere interesse quanto più la realtà di cui parla si diluisce nel trascorrere del tempo. Naturalmente – è immaginabile - non sempre nel risultato finale riesce ad incidere la volontà di chi scrive. E così è ampiamente possibile che un testo, concepito cent’anni fa come scientifico o di cronaca, acquisti nel tempo una inattesa coloritura estetica. E qui abbiamo fatto un altro piccolo passo avanti nel definire i nostri criteri di scelta. Se poi il testo – mutatis mutandis – riuscisse pienamente a descrivere disagi attuali, o anche stati d’animo, le sensazioni più comuni e legate ad un vissuto attuale, allora siamo in presenza di un nuovo testo che non teme l’usura del tempo: né è già passato indenne attraverso! Non crediate sia facile parlare di attualità attraverso testi che trattano di tradizione: se così fosse i cataloghi degli editori ne sarebbero pieni. Così non è. Invece un giusto angolo di osservazione può costituire la base di partenza per felici e sequenziali scoperte. Una sorta di caccia al tartufo, per chi lo apprezza. Risultato finale del lavoro: un testo sperimentato, attuale, leggibile non come una cronaca, ma come un racconto. Capace quindi anche di soddisfare istanze emotive – idilliache o tragiche che siano – e di generare corti circuiti mentali in chi legge. In un testo così è facile che scatti l’immedesimazione nel lettore, la riflessione sui collegamenti tra quanto descritto e l’esperienza vissuta di chi sta leggendo. È ovvio che, un testo in cui non è l’autore a decidere dove il lettore debba focalizzare la propria attenzione, è un testo leggibile a vari livelli.

D. La sua produzione è frutto sia ricerca stilistica, filosofica che estetica. In che ottica Paolo Izzo guarda alla produzione di letteratura per il sociale, come mezzo di sensibilizzazione delle masse sui grandi temi che stimolano le storie ambientate a Napoli e dintorni e ne sono al contempo sia protagonisti che scenario inseparabile di uno sfondo sociale multiforme e stratificato?

R. La Materia informe che abbiamo scelto di plasmare è la saggistica. Sia quella risalente che quella attualmente concepita, hanno gli stessi requisiti, a cavallo tra l’interpretazione onirica del passato e quella tragica del presente. Ciascun testo della Stamperia, sia riproposto che originale, ha un suo preciso significato nell’economia di un sistema generale: un tassello perfettamente armonizzato in un più vasto disegno editoriale. Nessuna delle scelte – in seno ad una collana e più in generale in seno alla intera strategia editoriale – potrà mai essere estranea a questo disegno.
La forza dell’editore credo sia questa: avere la visione generale del mosaico, e sapere quali tessere acquisire e dove posizionarle. In tal senso un fallimento del progetto non è mai imputabile a fattori esterni dalla scelta dell’editore. Se il libro non vende, o si è sbagliata la scelta; o non si è saputo sensibilizzare il lettore alla intuizione, per quanto visionaria possa essere, dell’editore. L’editoria è uno dei pochi settori dove la concorrenza non ha peso! Nulla, in teoria, vieta a chi abbia già acquistato uno o dieci libri, di accorgersi del nostro in vetrina ed acquistare anche questo. Pochi i requisiti: che il volume sia attraente all’impatto visivo, che tratti un argomento originale e – in seconda battuta – che i contenuti rispettino le promesse subliminali. Per tal motivo il libro da noi scelto o concepito deve poter essere letto tutto d’un fiato, come un grande giallo, o a brevi tratti esausti in sé, come il più specifico tra i “Libri da comodino". Tutto qui, anche se all’analisi finale potrebbe apparire un prodotto impossibile: bello da vedere, unico nei contenuti, ricco di spunti di riflessione, estremamente documentato come mai altri precedentemente, che possa essere letto con lo stesso piacere dal “curioso" colto come dall’ "Addetto ai lavori" (il che si ottiene con strumenti a corredo del testo, posti in modo discreto ed eventualmente eludibile: note a piè di pagina, bibliografie circostanziate, indici analitici, eventuali saggi introduttivi che suggeriscano – a chi lo desideri – particolari e non evidenti chiavi di lettura del testo presentato). Meglio ancora sintetizzare in tal modo: qualcosa che abbia rispetto per il denaro che il cliente ha deciso di esborsare, e che sia capace di lasciare il segno. Facile, no?

D. Come si mescola la tradizione con l’attualità nella produzione letteraria per le sue collane?

R. La realtà è sì visibile da un punto di vista cronistico che visionario ma l’aspetto visionario è quello più evocativo perché, perché in fondo l’importante è l’interpretazione che noi sappiamo dare del testo e non ciò che dice il libro che in sé è una provocazione, un libro che dice i fatti non è un libro ma un giornale e il libro permette di prendere posizione dinanzi alla realtà e di essere d’accordo o meno. Il segreto sta nella forza interpretativa del testo. Se iniziamo a prendere atto di cosa siamo, con una presa di coscienza si può guardare al futuro, guardarsi indietro per poi essere capaci di andare avanti e comprendere il modo in cui evolvere. Appropriandosi delle proprie radici si può guardare la direzione da intraprendere.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 14:17 | Comments (1)

02.12.06

Contro le mafie la satira punta la matita

MAFIACARTOON. Un catalogo che raccoglie i più grandi nomi del disegno satirico italiano e straniero

Francesca Ferrara intervista Pat Carra, Mauro Biani, Paolo Del Vaglio, Valeria Fici e Marisa Paolucci, curatrice di MAFIACARTOON, edito da Egalibri.

[Da qualche settimana seguo il lavoro di Francesca Ferrara, una freelance che vive a Napoli, e che sta svolgendo una indagine puntigliosa sulla criminalità, in modo particolare a Napoli. La precedente intervista - qui - era indirizzata a tre scrittori. Questa volta un libro, MAFIACARTOON, ha dato l'occasione all'intervistatrice di raccogliere sulla criminalità, non solo di Napoli, il parere di alcuni vignettisti satirici. L'intera intervista, con le relative vignette, si può leggere qui. Credo che quanto risulta possa suscitare una interessante discussione, come l'ha suscitata la precedente che ha avuto ben 84 commenti di vario segno. bdm]

MafieSudIntroduzione ed intervista di Francesca Ferrara

A Roma, il 17, 18 e il 19 Novembre 2006 si sono tenuti GLI STATI GENERALI DELL’ANTIMAFIA: “tre giorni di incontri, di confronti, di elaborazioni e di proposte per fare il punto sullo stato della lotta alle mafie nel nostro paese, in un momento in cui la minaccia rappresentata dal potere illegale e violento di queste organizzazioni criminali è particolarmente insidiosa e pone nuove interrogativi" cita il testo scritto sul sito dell’Associazione promotrice, LIBERA, co-editrice del volume: “MAFIACARTOON, matite ribelli – mosaico di denuncia. I più grandi vignettisti italiani e i più grandi autori satirici internazionali in un brillante libro-denuncia contro le mafie". MAFIACARTOON, oltre ad essere una raccolta del valido ed illuminato talento artistico e spirito d’osservazione di una satira d’assalto, sia nazionale che internazionale, è soprattutto un manifesto di denuncia che grida ad alta voce:"MAFIE, Io non ci sto!".

Quando si parla di Mafia si pensa solo ed erroneamente alla Sicilia, che si tratti di un contesto di criminalità locale ed invece è una questione socio-politico-organizzativa di stampo sia nazionale che intercontinentale. Non a caso, sia il convegno che il libro parlano al plurale: …mafie… perché per Mafie s’intende ogni forma socio-organizzata criminale al di là dei nomi specifici: Sacra Corona Unita, Mafia, Camorra, 'Ndrangheta.
Ancora una volta la necessità di dar voce ai protagonisti è promotrice di un confronto a più voci, in questo caso accompagnate caldamente dalle loro matite pungenti dal tratto sottile e graffiante, che strappa un sorriso sul volto del lettore e stimola la riflessione, utilizzando la chiave di lettura dell’humour, spesso e volentieri molto più efficace di tante parole. In rappresentanza delle tre marco-aree italiane, un autore del Nord, uno del Centro e uno del Sud rispondono a domande specifiche. Dato il momento di grande esposizione ai mass-media della città di Napoli, grazie sia ai disservizi istituzionali che alle piaghe sociali permanenti e cicliche, non poteva mancare il contributo di Paolo Del Vaglio, unico autore napoletano presente nel catalogo.

“Il feedback – racconta Marisa Paolucci, curatrice di MafiaCartoon, è stato estremamente positivo perché essendo una mostra che comprende disegnatori sia italiani che stranieri ha abbracciato varie fasce di età e quindi vi è stata una partecipazione eterogenea e sicuramente molta curiosità. Torino è stata una prova del nove, con il pubblico abbiamo potuto testare l’interesse di una mostra così ‘sui generis’ rispetto al contesto di gioco che rappresentava.
Del resto, Mafiacartoon è un percorso educativo – diretto a tutti ma, in particolare, ai giovani – di disegni, vignette e fumetti che mostrano le mafie e le conseguenze, spesso troppo brutte, del sistema mafioso globale. Ma, soprattutto, è un percorso di antimafia, un percorso di speranza e di idee, per incoraggiarci tutti a seguire nuove strade di legalità e giustizia.

A legare tutto questo c’è il sottile filo dell’ironia, che è il metodo migliore per far crollare i tabù. L’ironia ti permette di affrontare in maniera diversa tematiche spinose e delicate, ed è un modo diretto di guardare in faccia la realtà, anche quando è molto, molto dura. Ecco che, allora, un disegno o una vignetta diventa uno strumento che parla molto più efficacemente delle stesse parole. E una mostra sulla mafia può essere un segno di speranza che un mondo più giusto è possibile. Il progetto è nato a TorinoComics 2005 da una chiacchierata con Don Ciotti in occasione di un’altra mostra AFRICARTOON, meravigliandosi dell’esistenza di una realtà africana che normalmente non emerge al di fuori dei suoi confini. “Pensa che bello se si potesse fare un lavoro simile di denuncia in Italia" gli dissi… E così è partito il progetto.

A Roma è andata benissimo perché all’interno di CONTROMAFIE il pubblico era contestualmente più sensibile. CONTROMAFIE ha visto la partecipazione live di 11 disegnatori che sono intervenuti ad incontrare il pubblico, a realizzare delle vignette in loco e a firmare il catalogo. Il mio obiettivo consisteva soprattutto nel seminare curiosità laddove c’è il ‘buio’ e far conoscere l’impegno di LIBERA e della società civile attiva e sensibile. E’ stata una bellissima avventura, molto emozionante e toccante per la risposta degli autori. Ho avuto il privilegio di coinvolgere 57 artisti, l’idea di Mafia Cartoon è quella di “relativizzare", se non altro, è uno stimolo per parlarne perché normalmente parliamo di cose difficili che coinvolgono la vita reale delle persone e quindi il silenzio è l’unica protezione, e fa da padrone. In questa maniera, MafiaCartoon è uno stimolo per discuterne e 57 autori hanno avuto il coraggio di parteciparvi, in un unico grido di ribellione collettiva. Mi domanda se i ‘mafiosi’ compreranno il libro…? Se compreranno il catalogo dipenderà da quanta ironia sono dotati…Mafiacartoon cover

PAT CARRA (Milano)

D. Il tratto di una matita vale più di tante parole… Rimane nella memoria dei lettori maggiormente scolpito una vignetta che racchiuda il senso di tanto disquisire. È così? In base alla sua esperienza, quanto il disegno ha contribuito al lancio dei messaggi contro la criminalità e si presta ad una funzione educativa e di impegno sociale? Il suo tratto è portavoce del punto di vista femminile, ma si rivolge a tutti… MafiaCartoon raccoglie la satira verso un sentire comune: lotta contro la criminalità…

R. Vivo nella capitale moderna della mafia, Milano. Le mie vignette partono da qui, da esperienze e osservazioni quotidiane. Non lancio messaggi contro la criminalità, contro quella che avviene nei luoghi pubblici o contro quella, terribile, che si consuma tra le mura domestiche.
Per una fumettista sarebbe un’impresa titanica e fallimentare.
Piuttosto cerco un contatto con chi ne soffre, con chi non vuole stare al gioco della patologia mafiosa in famiglia, in politica, sul lavoro, nei rapporti sociali e tra i sessi.
Con le vignette cerco il respiro di una risata, il coraggio di un sorriso. Questa è la mia lotta.


MAURO BIANI (Roma)

D. Oltre ad essere un noto vignettista ed illustratore, Mauro Biani è soprattutto un educatore. In che modo si può usare il disegno per educare alla legalità le generazioni future? Tanti i nomi che firmano MafiaCartoon, si può parlare di un’antologia letteraria del fumetto?

R. La vignetta, come nel caso dei miei lavori, in fondo è un editoriale, ma per sua natura (immagine e “slogan") possiede molta forza espressiva e di sintesi, quasi uno spot. Penso che possa molto servire ai più giovani come ad es. tanti altri linguaggi (la musica, il teatro, il cinema). Perciò, spero sia veicolo di contenuti educativi che per loro valenza non sono barbosi ma esplosivamente trasgressivi. La trasgressione della legalità, solo apparentemente un paradosso, la trasgressione dell'attenzione all'altro, la trasgressione del rispetto della propria ed altrui libertà, l'emancipazione dal luogo stanco comune grigio e rassegnato. La vignetta così può essere una condivisione di sensazioni, uno spunto di riflessione, di cambio del punto di vista, di ripensamento, perfino nei comportamenti personali.
Certamente, a mafia cartoon hanno partecipato tra i migliori vignettisti italiani e stranieri. Ottima e tutta da scoprire, ad es., la “pattuglia" di vignettisti africani, appassionati “cantori" delle difficoltà di legalità e giustizia nel continente africano.


PAOLO DEL VAGLIO (Napoli)

D. Angeli… anzi no, Angioletti, dai tratti teneri e dolci. Icone diverse e lontane da quelle dei diavoletti o da tante altre che abitano le pagine della stampa. In cosa consiste, ma, soprattutto, come si fa a far fare della satira agli ‘Angeli’? Ha mai ricevuto un dissenso da parte degli ecclesiastici per aver affidato “il graffio della battuta" ai piccoli custodi del cielo?

R. “Questi angioletti (come scriveva il giornalista Antonio Ghirelli, alla loro nascita, negli anni '70), sospesi fra cielo e terra, anzi ad un palmo da terra, che partecipano con una punta di bonaria ironia ai fatti di tutti i giorni, sono dei personaggi disegnati con deliziosa semplicità ma ricchi di buon senso, di umanità ed anche di un profondo, seppure non retorico né pomposo senso morale.
Vivono a contatto dei terrestri, cercano di comprendere le debolezze e, al tempo stesso, sono pronti a sottolinearle con garbo, con dolcezza, con indulgenza".
Vista la dimensione di questi angioletti, difficilmente ho trovato opposizione nel campo ecclesiastico, anzi sono stato accettato e mi è stata data la possibilità di pubblicare i miei piccoli personaggi nelle più diffuse riviste dell’area cattolica.


VALERIA FICI (Palermo)

D. In MafiaCartoon c’è una bellissima pagina nella sezione dedicata alle ‘Scintille di Legalità’ che tratta delle Grandi Opere: il ponte sullo Stretto di Messina. La sua matita ha posato l’attenzione su un ‘quid’ della politica sia della vecchia legislatura che della nuova. Il suo, un manifesto della volontà e dell’incredulità dei Siciliani? Quale il feedback del suo impegno come grafica di satira?

R. Parlerei piuttosto di mancanza di volontà e di abbondanza di credulità. Ogni piccola goccia nell’oceano, come quest’intervista, è già per me un esempio di feedback positivo (intendendo per feedback negativo quello che non c’è!), visto che la richiesta proviene da Napoli e non dalla Svizzera, per una volta. Ogni tanto capita. O è meglio dire che c’è qualcuno che la volontà ce l’ha? L’importante è non fermarla mai questa volontà. Si sa benissimo qual è la situazione, noi cerchiamo di rappresentarla, semplicemente. E’ vero che il messaggio è spesso amaro (perché la realtà è amara), ma la satira cerca sempre di fare spuntare un sorriso nell’amarezza della quotidianità, per ricordare e ricordarci, soprattutto in tempi “oscuri" come questi, che ridere (consapevolmente) è meglio che lamentarsi ‘a mátula’ (espressione sicula per dire ‘a vanvera’, ‘invano’).
Ma lascio subito la parola ai miei conterranei. Loro sanno tutto, e non hanno bisogno di manifesti.
Contromafie

Parole in malafede.

Ciungalunga di Messina, ovvero il Ponte di Gomma (i muri di gomma li conosciamo già).

Cosa possiamo costruire, noi siciliani, se non un Ponte di Gomma?! A noi ci piace stare nella melma, a lamentarci che tutto non funziona e siamo delle vittime, e nel mentre, pestiamo i piedi al nostro vicino. Soprattutto se è solo un po’ più bravo, dotato o fortunato di noi, perché sappiamo cos’è l’invidia e vorremmo esserci noi al posto di comando. Chi sta su, mangia pane a tradimento, e noi raccattiamo le briciole. Meglio avere amici altolocati, e farsi raccomandare per un posto da nullafacente, così almeno possiamo riempirci la panza, scarrozzare la famiglia e comprarci un altro telefonino! Cerchiamo solo di vivere tranquilli. Vogliono farci un ponte per collegarci con il continente? Bene, che lo facciano! Visto che non ci aggiustano manco la fogna sotto casa, non ci metteranno certamente meno tempo di quanto ne hanno impiegato per costruire la nostra famosa autostrada Palermo-Messina, e allora ci saranno briciole per molti. E se poi il super ponte dovesse crollare come i nostri bei palazzi di sabbia anni ‘70, vuol dire che sarà stato il destino! Tanto, non ci hanno mai chiesto nulla, perché dovrebbero chiederci se a noi il ponte sta bene? I potenti sanno sempre quello che fanno e lo sanno che a noi non ce ne frega poi molto, perché ci fidiamo, e loro si fidano di noi.
Eppure, c’è sempre una spina nel fianco, qualcuno che si oppone, che protesta. Ma dove vuole andare? Parlano, scrivono, si incontrano, discutono, e insistono a restare qui, perché la Sicilia deve cambiare. Ci provano pure coi picciotti che vanno ancora a scuola! Il mondo sempre così ha funzionato, e i nostri figli lo imparano da subito, e chi non capisce cosa conviene fare, scemo è! Quelli che vogliono cambiare le cose non hanno capito niente della vita. E si vedono i risultati! Non l’hanno visto che qui non li caca nessuno, o meglio si cacano solo fra di loro (ah ah!), mentre al nord o all’estero finiscono pure in televisione? Perché non emigrano questi che vogliono le cose che funzionano bene?
Tutto tempo perso è. A noi ci vogliono così. Sono decisioni prese dall’alto, non si possono cambiare. Noi votiamo per soli 100 euro, ci piace stare nel cemento e nella munnizza e fare il bagno in un mare che sembra una fogna, tanto tutta roba nostra è! Costruiamo case abusive per risparmiare, ed è un esempio da seguire, vedete che poi ci sanano tutto? Noi lo sappiamo da quale parte stare e quale parte dobbiamo fare. È così che deve andare. Questi che protestano sono come gli Indiani d’America: lo sanno pure loro che non possono vincere, eppure insistono! A noi, quello che ci preoccupa un pochino, è il fatto che sono tanti, e ci provano sempre. Però noi siamo molti di più, abbiamo dalla nostra tutti i potenti, e pure la stampa: diciamo pure che ci proteggiamo a vicenda. Noi preferiamo morire ammazzati in ospedale, quando ci danno il posto, piuttosto che manifestare senza guadagnarci nulla. E poi, lo vedete come ci stiamo legalizzando? Ora il parcheggio lo paghiamo al comune invece che al posteggiatore abusivo, tanto sempre suolo pubblico è!

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 21:32 | Comments (2)

18.11.06

La Napoli che luccica e la Napoli perduta

Francesca Ferrara intervista Antonella Cilento, Michele Serio e Massimiliano Amato

Un’intervista a tre voci legate alla metropoli delle copertine dello ‘scandalo’ sociale.

[Ho letto nel sito Napoli on the road questa intervista condotta da Francesca Ferrara e siccome offre una riflessione dal di dentro sui mali di Napoli, ho pensato di farla conoscere anche ai lettori di vibrisse. Vi si esprime, inoltre, un giudizio sul libro Gomorra di Roberto Saviano. Ritengo che l'insieme possa sollecitare qualche osservazione. bdm]

Vai al sito di Francesca FerraraL’idea di questa intervista incrociata, nasce dalla necessità di dare voce agli operatori culturali, nella fattispecie, scrittore, opinionista e giornalista e alla realtà delle cose valutate e vissute ‘dal di dentro’, ovvero, da chi vive e lavora nelle Napoli de L’Espresso, Bocca, Gomorra. Il microfono è stato dato a voci che hanno in comune il loro impegno intellettuale e letterario-civile sul territorio, rosso politicamente e rosso perché spesso insanguinato dai tiri dei cecchini dei boss della mala. Ho scelto tre figure diverse tra loro, ma imparentate dall’espressione per inchiostri, per un servizio molto ampio, le cui risposte danno l’idea di “reportage" su i vari paesaggi sociali. Due gli elementi in comune: residenza e interesse-amore per la terra natia, che li fa rientrare nella categoria “cervelli non fuggiti via", perché Napoli non è solo “munnezza" e criminalità, e presenza sullo scaffale con titoli che sono strettamente legati alla mala vita, e alla città, nei quali attraversano lo spazio del territorio campano con tre distinte chiavi di lettura, testimonianza di umori simili ma diversi al contempo.

Cilento, Serio, Amato, tre nomi e tre personaggi attenti all’attualità dei fenomeni che ringrazio vivamente per essersi sottoposti a questa mia iniziativa stile “IENE".

Unica avvertenza, prima di iniziarne la lettura, è che si tratta di un lungo testo, proprio perché esente da ogni tipo di censura, relegando il mio compito a quello di semplice ambasciatore.

Parlare della città che da più di un mese è sotto i riflettori dei media nazionali appare un paradosso, un superfluo, ma in questo ‘buio’ fatto di luci spente dalla malavita organizzata e dai problemi fisiologici di sempre, come ad esempio lo smaltimento dei rifiuti, c’è qualcosa che splende di luce propria nella city?

ANTONELLA CILENTO: La città ha una sua storia e una sua bellezza talmente forti che anche nei momenti più bui brilla, ma è evidente che, al di là di occasioni più o meno recenti, più o meno sanguinose, "Napoli sul mare luccica" è un titolo ironico, che si fa beffe dei luoghi comuni e di una città che certo non risplende più come nei suoi momenti di massima gloria, negli ultimi decenni del XIX secolo. Di luce propria splendono alcuni luoghi, nonostante i napoletani li ignorino, le chiese abbandonate, i siti archeologici, ma anche le strade nella loro immensa e fagocitante sovrapposizione di epoche e di stili. La città mi appare come un immenso corpo di cui noi siamo solo parassiti o cellule che contribuiscono a una vita eterna e camaleontica di cui abbiamo solo una minima percezione. Di mostri simili bisognerebbe avere più rispetto, conoscenza e consapevolezza. I napoletani non luccicano, spesso e volentieri, ma Napoli sì.

MICHELE SERIO: Il clima. A Napoli c’è il sole e il caldo almeno per otto mesi all’anno. E poi c’è il cibo. A Napoli si mangia benissimo. Più nelle case private che nei ristoranti, in verità. Però è già tanto. E poi ci sono i comici, a Napoli ne operano tantissimi, uno più bravo dell’altro. È forse il posto del mondo dove, in assoluto è più facile ridere. E poi c’è la musica, interessante e varia, unica al mondo. E poi c’è un centro storico vivo, tumultuoso, non imbalsamato né ridotto a un museo a cielo aperto come quelli di altre città d’arte come Firenze e Venezia. E poi c’è lo stile di vita dei napoletani che rimane energico, strafottente, ricco di vitalità. E poi ci sono i monumenti, i panorami, le ragazze (splendide), e poi…

MASSIMILIANO AMATO: Mi ha molto colpito una dichiarazione dell’avvocato Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici: “Adesso – ha detto – non riaprirei più il portone di Palazzo Serra di Cassano". Il gesto dell’anziano giacobino che ammaina l’ultimo simbolo della ripresa civica di Napoli (lasciamo stare il Rinascimento: è un termine che non mi è mai piaciuto per una serie di motivi) condensa in sé tutti gli elementi della crisi napoletana: la cultura che autocertifica la propria incapacità di dare risposte al vuoto in cui la città galleggia, la sua resa più o meno definitiva (a proposito: che ne è degli “Stati generali" pomposamente convocati due anni fa?), la mancanza di qualsiasi speranza/progetto riferibile al futuro. Perché è di questo che parliamo: la camorra, l’immondizia, la microcriminalità e la cultura diffusa dell’illegalità sono i corollari più immediatamente riconoscibili di un generale processo di disgregazione valoriale che non è nato certo con le ultime guerre di camorra. È un’altra fiammella che si spegne, per stare dentro la tua metafora. Ma può rappresentare anche un elettrochoc salutare. Per il resto Napoli brilla di luce propria, a prescindere dalle mille emergenze che l’assediano. L’immagine del “paradiso abitato da diavoli", ancorché frusta e datata, resiste come unica rappresentazione credibile. In realtà bisognerebbe tener conto di un dato: quella di Napoli è la più grande area metropolitana del Sud Italia, che è come dire dell’intero mezzogiorno d’Europa. Napoli è un “attrattore naturale" di tutti gli squilibri “di area vasta". Sono problemi comuni a tutte le aree metropolitane del mondo, rispetto ai quali ho paura che le risposte degli Stati nazionali (intesi nel senso otto e novecentesco del termine) siano ineluttabilmente destinate a rimanere insufficienti. Non ho mai creduto ad uno “specifico napoletano", non sono disposto a cambiare idea adesso.

Le istituzioni parlano di una stampa che infanga la reputazione dei napoletani. Non appare questa forma di difesa come una sdrammatizzazione della gravità dei fatti che capovolge il punto di vista, negando non solo l’oggettività delle cose e ai media, locali e nazionali, di raccontare le cose così come stanno?

ANTONELLA CILENTO: Sì, non si può diminuire l'entità dei danni prodotti da decenni di mal governo. Tuttavia, i media si alimentano come Leviatani di ogni più piccola immondizia, amplificando il male, che nella città è perenne, per avere notizie. Bisogna in questo momento diffidare delle Istituzioni che fingono come dei media che amplificano o inventano, la realtà è sotto i nostri occhi ed è nel mezzo. E' spaventosa e va guardata senza occhiali scuri. “Napoli sul mare luccica

MICHELE SERIO: Napoli è sempre la stessa da almeno mille anni. La novità è costituita dall’indulto che ha tirato fuori di galera migliaia di criminali, pronti a delinquere.

MASSIMILIANO AMATO: Le istituzioni fanno la loro parte: cos’altro dovrebbero fare? Da giornalista, posso tranquillamente affermare di non conoscere lo strumento dell’autocensura. Né mi sono mai sentito condizionato (come, del resto, la stragrande maggioranza dei miei colleghi) dalle difese d’ufficio della “reputazione dei napoletani". Insomma, se tentativo di “distrazione" c’è stato, è miseramente naufragato: Napoli è stabilmente in prima pagina su tutti i giornali del mondo, ormai. Con un accanimento talvolta perfino ingenuo: ma davvero pensiamo che Napoli stia attraversando adesso il periodo più buio della sua storia?

Molti sono i testi che parlano di Camorra e criminalità pubblicati ultimamente. “Napoli Criminale" di Bruno De Stefano racconta storicamente e giornalisticamente dagli anni ’50 ad oggi, i fatti e i luoghi di Camorra, però a dare impulso ad un meccanismo di allerta intellettuale e sociale è stato un altro testo uscito pochi mesi prima. Quanto ha fatto bene, o male, alla città il best seller di Roberto Saviano?

ANTONELLA CILENTO: Un libro non fa né bene né male, denunzia o svela semmai una condizione. È sorprendente che sia servito un libro a ricordarci ciò che viviamo tutti i giorni e che ora ci sia bisogno di un martire: una società che necessita di martiri per svelare verità di cui tutti siamo parzialmente colpevoli e, in ogni caso, del tutto responsabili non è una società civile. Non è una società civile una società che non legge i giornali e finge di ignorare la realtà, che scopre di essere ammalata come se non lo sapesse da sempre. Questa collettiva miopia mi spaventa e che il male diventi best seller è cosa che mi inquieta. Del libro di Roberto non ho apprezzato, e gliel'ho detto, la finzione mescolata alla realtà e l'ammirazione sotterranea e mitologica per i cattivi soggetti che giustamente denunzia e racconta. Resta tuttavia un'operazione coraggiosa, ma ripeto: adesso non bisogna nascondersi dietro Saviano, le responsabilità sono collettive e non da oggi né da ieri.

MICHELE SERIO: Ha significato regalare un alibi a intellettuali, politici, imprenditori, borghesi disonesti: il male sono i camorristi, noi siamo i buoni sembra affermare, suo malgrado, il buon Saviano. Invece, a mio parere, c’è, quanto meno, concorso di colpa.

MASSIMILIANO AMATO: Non so se tra i compiti della scrittura ci sia quello di far bene o di nuocere al contesto da cui trae alimento e ispirazione. Almeno credo che nessuno di noi, quando scrive, si ponga questo problema. “Gomorra" è un caso a parte, perché inaugura uno spaccato letterario e cronistico che, per quanti sforzi faccia, non riesco ancora a mettere a fuoco. È un mio limite, probabilmente. Mi sfugge il contributo di comprensione che può derivare da un libro il cui livello di attendibilità complessivo appare abbastanza basso. Mi spiego: il problema, di fronte a Gomorra, è quello di accertare il suo coefficiente reale di verità, o di verosimiglianza. Nel dubbio, rilancio e amplio la tua domanda: era proprio di questo, cioè di un libro come Gomorra, che Napoli aveva bisogno per acquisire piena consapevolezza dello stato in cui si trova? Confesso di non avere una risposta. O forse ce l’ho, ma ho timore di essere frainteso, e allora la tengo per me. Tira una brutta aria per chi non riesce a riconoscersi in tanto, dilagante, professionismo dell’anticamorra: a dissociarsi dal coro del politically correct, come minimo si corre il rischio di passare per fiancheggiatore dei clan. Trovo molto più interessante il lavoro di De Stefano, non foss’altro perché basato su fonti documentarie certe.

Si può parlare di “storia che si ripete". Anche nel 2004, il mese di gennaio fu uno dei più insanguinati grazie alle faide dei clan camorristi. Oggi, l’attenzione del governo è di nuovo su Napoli ripetendo l’operazione “Alto Impatto", oggi Piano Amato, con l’impiego sul campo di quasi 1000 unità in più delle forze dell’ordine. Napoli, ha una speranza di divenire una città più vivibile?

ANTONELLA CILENTO: L'imposizione della forza, come ogni intervento allopatico e violento, ha una durata sintomatica, efficace forse nei primi effetti ma non modifica la condizione nella sostanza. Bisognerebbe intervenire in maniera più omeopatica, più mirata alle cause di certi eventi, altrimenti si passa dalle braccia abbassate in segno di resa definiva alle braccia armate. Servono altri piani di colloquio ed intervento e maggiore partecipazione di tutti. Napoli è un problema culturale in senso più ampio, riguarda l'ignoranza, le sacche di arricchimento, gli interessi particolari, l'abbandono di una prospettiva di crescita collettiva, la chiusura, le separazioni sociali e molto altro.

MICHELE SERIO: È ridicolo. Un governo che promulga l’indulto e invia truppe per fare cosa? Per arrestare di nuovo quelli che ha liberato?“Napoli corpo a corpo – Manuale di sopravvivenza metropolitana

MASSIMILIANO AMATO: Partiamo da un dato, condiviso da tutti gli analisti del fenomeno ormai: la camorra in quanto “organizzazione" in senso stretto quasi non esiste più. Ce lo dicono migliaia di atti d’indagine e processuali, che infatti parlano di “Sistema". Napoli e la sua provincia sono infestate da bande di gangster in guerra per il controllo del mercato degli stupefacenti. E il gangsterismo, piaccia o meno, è (quasi) solo un problema di ordine pubblico. Cioè, di controllo del territorio da parte dello Stato. Su Napoli la correzione di rotta da parte del governo centrale è nettissima: negli ultimi anni, la città è stata abbandonata al suo destino, considerata l’appendice infetta di un paese sano. Basti pensare al frenetico turn over andato in scena ai vertici di via Medina, dove la permanenza media dei questori è stata di due anni: ad ogni avvicendamento, si è dovuto ripartire da zero nella mappatura della criminalità. O, ancora, alla lunghissima telenovela Cordova, che ha paralizzato per più di due anni la macchina giudiziaria. Sul punto specifico, vorrei essere chiaro: il procuratore Cordova è stato, è e sarà sempre un grande magistrato, un inquirente di razza. Ma a Napoli era entrato in conflitto con tutti i suoi sottoposti: dagli aggiunti all’ultimo dei sostituti. Ne è derivato un braccio di ferro che ha quasi fermato l’orologio delle indagini, mentre tutt’intorno proliferavano nuove realtà criminali e la città diventava una polveriera. Napoli diventerà più vivibile quando, alla bonifica sociale ancora tutta da intraprendere, si assoceranno azioni concrete, “poliziesche" nel senso più duro del termine, di contrasto alle gang. L’indulto non ha certo aiutato, anzi. E la nostra confusissima legislazione penale e processuale penale sembra fatta apposta per alimentare l’emergenza Napoli: se non c’è certezza della pena, saranno vani tutti gli sforzi di prevenzione e repressione. Lo sviluppo, da solo, non basta. Sgombriamo il campo da una pericolosissima illusione: quella secondo cui la criminalità si batte solo creando posti di lavoro e nuove opportunità di crescita economica. Tra la camorra che paga 500 euro a settimana il lavoro di semplice “vedetta" sulle piazze di spaccio, e un’azienda che al massimo può offrire un impiego a 1000 euro al mese, non c’è partita.

I napoletani: quale la loro responsabilità civile, sociale, intellettuale?

ANTONELLA CILENTO: Come già detto, altissima. La responsabilità è nell'omertà dei più deboli come dei più forti, di chi abita nelle ville e guadagna colludendo con il sistema camorristico, di chi pratica nella vita di ogni giorno clientele, raccomandatismo, nepotismo e vendita della dignità: questo accade nel nostro Comune, nella nostra Regione, nelle case del Vomero, di Posillipo, della Sanità, di Mergellina... Ovunque. È una forma di camorra light, così la chiamavo in un mio vecchio libro, “Non è il Paradiso", che infastidì molto i signori per bene della città uscendo per Sironi, che coinvolge tutti gli strati sociali trasversalmente. È una mentalità, un'abitudine a vivere in barba agli altri e a occupare spazi a danno degli altri: dalle auto in terza e quarta fila ai rifiuti lancianti dai finestrini in corsa, dalle mazzette alle consulenze miliardarie. Questo stile di vita più latamente italiano e più specificamente napoletano, conservatore, revanchista e in certi casi anche sottilmente fascista, va eliminato alla radice. Ma essendo un problema culturale è molto difficile da affrontare nelle scuole, nelle case, nelle strade.

MICHELE SERIO: Ho già spiegato in precedenza che le responsabilità delle classi dominanti sono enormi. Condannano chi non indossa il casco. Ma se uno ha diciott’anni e non intende indossare il casco, non fa niente di male. Se lo beccano, paga la multa. Io mi infilo con l’auto nelle corsie preferenziali quando vado di fretta. Se mi prendono, pago la multa. Condannano le piccole devianze quotidiane perché non vogliono che l’attenzione dei media si focalizzi sulla gestione clientelare del potere, sulle società miste gestite in maniera allegra, sullo scandalo dell’immondizia, su quello della sanità, sulla pessima gestione dell’ordine pubblico. Insomma LORO, non ne fanno una buona, e poi se la prendono con quelli senza casco.

MASSIMILIANO AMATO: Rispondo lapidariamente: i napoletani continuano ad avere una paura tremenda della modernità. Ce l’hanno sempre avuta perché è questo l’abito mentale che la Storia ha cucito loro addosso. Continuano a difendersene e ad esorcizzarla. È la loro debolezza maggiore, che non si trasforma mai, come pure in certi casi potrebbe e dovrebbe accadere, in un punto di forza. Seguendo per il mio giornale i funerali di Mario Merola, ultima rappresentazione in ordine di tempo di questa ultrasecolare avversione, mi veniva in mente che perfino la location di questo stucchevole rito pagano di massa si prestava allo scopo. Piazza Mercato continua, implacabile, a rappresentare il ‘topòs’ dell’antimodernità: lì è stato giustiziato Corradino di Svevia, fatto a pezzi Masaniello, impiccati o decollati gran parte dei martiri della Repubblica Partenopea, Eleonora Pimentel Fonseca in testa. È stata una sensazione forte, quasi un capogiro, e l’ho anche scritto, sfidando l’impopolarità in tempi di beatificazione (anche istituzionale) del “merolismo" e della sua morale, incentrata sull’orrendo ossimoro del “guappo buono". Ho trovato conforto “razionale" nelle parole del filosofo Aldo Masullo, che voglio ripetere perché mi sembrano illuminanti: “La tragedia di Napoli è sempre stata la napoletanità, costituita da simboli, il mandolino, la pastasciutta, che servono ai deboli, a coloro che non hanno altri segni da esibire. Bisogna abbandonare il passato come ideale di vita, superandolo attraverso un’azione collettiva e democratica che miri al cambiamento". Messa in questo modo, però, la mia sembra una condanna generica e senza appello. Invece, ci sono settori importanti della società che di questa zavorra si sono liberati, o non ce l’hanno mai avuta. In realtà, hanno le responsabilità più pesanti dell’attuale stato di cose.“Il  Sindaco Desaparecido – Battipaglia 1953: la scomparsa di Lorenzo Rago. Ombre di mafia e  depistaggi. Un mistero italiano


L’Espresso, con le sue copertine ad ‘alto impatto’, esagera quando parlano di una città “perduta" a cui si deve dire solo “addio"?

ANTONELLA CILENTO: Dire addio a mio avviso può essere una soluzione personale ma non risolve la questione collettiva. Andarsene non risolve il problema, lascia solo spazio al peggio. Io ho scelto di restare e testimoniare. Solo una rete fatta di persone salva la nave dall'affondare. Preferisco far parte di questa rete che dire addio alla città. Se la si ama veramente si resta. Ma questo non toglie che ogni azione di resistenza non è infinita...

MICHELE SERIO: Sì. Anche perché, per quanto mi riguarda, da Napoli non andrei mai via, per nessuna ragione al mondo. Ci vivo troppo bene.

MASSIMILIANO AMATO: Assolutamente sì. Faccio mio, anzi, l’appello che lo scrittore Marco Salvia ha lanciato dalle colonne de “l’Unità": “Torni a Napoli chi ne è scappato", contro il disperato e disperante “fuijtevenne" di edoardiana memoria. Venga a darci una mano nel processo di riconquista laica e civile della città chi ancora se la sente. Oppure, come si diceva nei matrimoni di un tempo, taccia per sempre. Mi riferisco a quanti in questi giorni, artisti, “gran borghesi", intellettuali, hanno pontificato da pulpiti lontani. Spesso facendo solo un esercizio di nostalgia fine a se stesso: sovrapponendo, cioè, la loro arcadica cartolina del Golfo (qualcuna anche più recente, perché riferita al cosiddetto “Rinascimento") alle immagini dei morti ammazzati per strada e dell’immondizia che raggiunge i piani alti dei palazzi. A parte la sgradevole sensazione di déja vu, non hanno portato un solo contributo serio all’analisi di quello che stava accadendo.

Quanto tempo dovrà passare ancora affinché vi sia il ritorno di quella “borghesia illuminata" la cui accusa principale è quella di non esserci alla partecipazione dei processi di sviluppo civile, sociale e culturale? A cosa è dovuta la sua assenza?

ANTONELLA CILENTO: Questa borghesia non esiste da tempo e forse nemmeno mai è esistita. Napoli è fatta di piccoli borghesi poveri o molto ricchi, spesso arricchiti in tempi brevissimi e in modi non sempre del tutto legali. Questo immenso gruppo sociale che stento a definire classe contiene al suo interno persone illuminate ma senza potere e persone prive di qualsiasi visione, incapaci di occuparsi di cose che vadano oltre lo stuoino di casa propria. L'assenza può essere giustificata storicamente, la partecipazione è scarsa ad ogni livello.

MICHELE SERIO: La borghesia illuminata qui non è mai esistita.

MASSIMILIANO AMATO: Qui mi ricollego alla domanda sulle responsabilità. Lanciando una provocazione feroce: di quale borghesia vogliamo parlare? Del cascame, assai malridotto, del “patriziato decaduto" cittadino, legato parassitariamente alla rendita fondiaria? Di quella imprenditoriale, che ha vissuto per decenni di provvidenze pubbliche e ha sempre usato lo Stato come un taxi? Di quella intellettuale o delle cosiddette “professioni liberali", che quando si è trasformata in classe dirigente, in passato, si è distinta solo per una concezione “proprietaria" delle istituzioni, occupandole? Insomma, siamo seri: ma quando mai da queste parti si è attivato un serio processo di formazione di un ceto borghese dinamico, alieno ai compromessi e capace di diventare motore di sviluppo civile, sociale e culturale? Napoli, lo dimostrano gli ultimi quattro secoli della sua storia trimillenaria, è la città più “controriformista" del mondo occidentale: qui l’etica protestante non è mai penetrata. E allora? Vogliamo parlare ancora di borghesia? Piuttosto, il dramma vero è rappresentato dalla definitiva scomparsa dalla scena cittadina di una classe lavoratrice portatrice di una propria etica e di un proprio progetto politico. Il ciclo “operaio" della storia di Napoli è durato pochissimo. Mezzo secolo, o giù di lì: si fosse consolidato, questo processo avrebbe costretto anche la stessa borghesia, o sedicente tale, a cambiare mentalità e atteggiamenti.

E’ il caso di dire "Napoli siamo Noi" come il titolo del libro di Giorgio Bocca?

ANTONELLA CILENTO: Sì, come già detto sopra.

MICHELE SERIO: Gli piacerebbe ‘essere come noi’. Ma non potranno mai arrivare ai nostri livelli di espressività, di allegro cinismo, di energia vitale…

MASSIMILIANO AMATO: È il caso di dirlo ribaltando l’impostazione del libro di Bocca: Napoli siamo noi perché Napoli è la rappresentazione più fedele e autentica della decadenza del sistema Italia. È per questo che, pur scontata, la definizione di Napoli “questione italiana" per eccellenza, regge a qualsiasi urto con l’esercizio della ragion critica.

Si può affermare che Napoli non è solo Criminale e non è solo Gomorra?

ANTONELLA CILENTO: Assolutamente. Napoli è una città carica di cultura e di fermenti, di bellezze umane ed artistiche, ridurre una città alle sue manifestazioni peggiori è un limite inammissibile ed è anche un'ovvietà.

MICHELE SERIO: Napoli è tutta gomorra ed è tutta un paradiso, C’è una sostanziale integrazione fra bene e male, onestà e disonestà. Qui gli opposti non solo coincidono, ma fanno affari insieme, in nome della sopravvivenza.

MASSIMILIANO AMATO: Risposta banalissima, che però va presa con tutte le precauzioni del caso: sì. Ma semplicemente perché 50 mila malacarne (tante sarebbero, in base agli ultimi rilevamenti della prefettura, le persone coinvolte nel “Sistema", tra affiliati diretti e indotto) sono una parte infinitesimale della popolazione. A preoccupare, però, è il clima di violenza diffusa che si respira, figlio di quella disgregazione valoriale a cui accennavo prima, e di cui le elite culturali portano per intera la responsabilità.

Che ricetta culturale e civica dare a questa metropoli affinché la speranza di una qualità della vita migliore non sia più un’utopia?

ANTONELLA CILENTO: Gli scrittori non hanno ricette, pongono questioni, semmai. Aspetto con ansia il giorno in cui si crei una vera e fattiva collaborazione pubblica, meno chiacchiere e più fatti. Una società civile più calvinista, più protestante, più fattiva e meno lagnosa e profittatrice.

MICHELE SERIO: Perfezionare, per l’appunto, l’arte della sopravvivenza. Tanto nessuno correrà mai in nostro aiuto, se non a chiacchiere. Dobbiamo cavarcela da soli, come sempre. Buon divertimento a tutti!

MASSIMILIANO AMATO: Resto un osservatore della realtà, non propongo ricette. Se cerchi la chiusura in chiave retorica, sono costretto a deluderti: non te la darò. Non ne sono capace. Mi viene in mente l’Università, il sistema della conoscenza, come motore di un futuro diverso. Ma poi penso che l’Università non batte moneta, non dispone di un proprio esercito e non ha potestà legislativa. Esagero, naturalmente. Ma voglio dire che il mondo dei saperi non può sostituirsi alle croniche inefficienze dello Stato, o delle sue articolazioni territoriali. Deve limitarsi a quelli che, con linguaggio burocratico, verrebbero definiti “atti d’indirizzo". Ma potrà mai bastare?

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 21:22 | Comments (86)

11.07.06

I libri “troppo avanti" devono essere comprati dai contemporanei.

Di Davide Bregola

Walter Siti mi scrive: "[...]di fronte alla post-realtà contemporanea (la realtà quale è permessa e promossa dall'informazione) non è male ricordare che la realtà, oltre a essere una convenzione (la realtà-realtà essendo alla lettera in-descrivibile), è anche un progetto secondo cui le varie società organizzano se stesse, a secondo che privilegiano un settore o l'altro.[...]"

Einaudi ha appena mandato in libreria il romanzo di Siti intitolato “Troppi Paradisi" nella collana Supercoralli. In nota al libro ci sono queste righe:
“Anche in questo romanzo, il personaggio Walter Siti è da considerarsi un personaggio fittizio: la sua è una autobiografia di fatti non accaduti, un facsimile di vita. Gli avvenimenti veri sono immersi in un flusso che li falsifica; la realtà è un progetto, e il realismo una tecnica di potere. Come nell'universo mediatico, anche qui più un fatto sembra vero, più si può stare sicuri che non è accaduto in quel modo. Compaiono nel libro molti nomi e cognomi di persone note (i cosiddetti vip); tali nomi e cognomi hanno una pura funzione segnaletica, e le biografie delle persone che essi designano sono volutamente e palesemente falsificate. All'opposto di quanto accade nei romanzi-a-chiave, dove i fatti veri sono attribuiti a personaggi 'in maschera', qui a persone reali, indicate con nome e cognome, si attribuiscono fatti esplicitamente fittizi.
Così funziona la post-realtà, nel regno dell'immagine, dove il prezzo da pagare per la notorietà è di essere trasformati in personaggi quasi-veri, condensatori di fantasmi. A proposito di leggende metropolitane, la maggior parte di 'nomi di vip' si affolla, nel romanzo, là dove si mima il gossip, l'atroce pettegolezzo da bar o da palestra. Il gossip non ha senso, ovviamente, se non esercitato su nomi noti; ma anche in questo caso si è cercato di confondere le piste, attribuendo a un nome un pettegolezzo che riguardava un altro nome, e ricorrendo talvolta agli asterischi - gli asterischi non sostituiscono un nome preciso, ma sono dei 'marcatori funzionali' per sottolineare la sostanziale intercambiabilità dei nomi nel mercato delle notizie; una 'tronista' vale l'altra, se il protettore politico non fosse X sarebbe Y. Tutto l'impianto realistico, insomma, è un gigantesco soufflé pronto ad afflosciarsi in una poliglia di finzione; punta estrema, forse, del quesito paradossale che regge la mia trilogia romanzesca: se l'autobiografia sia ancora possibile, al tempo della fine dell'esperienza e dell'individualità come spot."

Siccome il discorso su “Realtà, Mimesis, Finzione, Realismo, Verosimiglianza" mi è molto caro e in “La cultura enciclopedica dell’autodidatta" ci ho pure ragionato parecchio, ho chiesto direttamente all’autore alcune delucidazioni. Di seguito riporto domanda e risposta:

Ciao Walter, nel tuo libro appena uscito scrivi:
"[…]la realtà è un progetto, e il realismo una tecnica di potere.[…]"
Siccome questa cosa mi interessa molto e vorrei scriverne di "realtà" e "realismo", ma risulta un po' criptica come frase, come faccio? Mi devo andare a leggere Lacan, Doubrowski, Bataille, in merito a “realtà" e “realismo", oppure...oppure?
Due o tre "dritte" per meglio interpretare la frase.
Grazie.
Davide Bregola

Walter Siti risponde:

Dunque, grosso modo, ma molto grosso:
di fronte alla post-realtà contemporanea (la realtà quale è permessa e promossa dall'informazione) non è male ricordare che la realtà, oltre a essere una convenzione (la realtà-realtà essendo alla lettera in-descrivibile), è anche un progetto secondo cui le varie società organizzano se stesse, a secondo che privilegiano un settore o l'altro. In molte società africane, per esempio, si considera realtà quel che da noi viene considerato illusione o proiezione (per non parlare in generale delle 'realtà' religiose) e mi ricordo in Costa d'Avorio la mia incazzatura per non riuscire a fare accettare come realtà, a un tizio, il fatto che lui fosse arrivato alle 10,15 invece che alle 10 (lui mi guardava e non capiva, perché per lui le 10,15 erano le 10). Quanto al realismo, s'intende in arte, beh la mia idea è che sia sempre stato un 'risarcimento' per le quote di realtà che il potere man mano sottraeva al controllo degli individui; e adesso mi interessa capire perché tutta questa enfasi di quasi-vero, in un periodo in cui appunto i filosofi ci parlano di 'suicidio' (o di omicidio) della realtà.

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Posted by Davide Bregola at 13:31 | Comments (1)

16.03.06

"Un buon romanzo non dà risposte semplici"

Sergio Rotino intervista Giacomo Sartori

[...] Quello che mi attira nella scrittura è proprio il poter utilizzare dei modi di abbordare la realtà non strettamente cerebrali, il fatto di poter arrivare a esprimermi con degli strumenti che sento come profondamente miei, che condensano il mio modo di essere e le mie conoscenze. In questo caso sono partito dalla figura di un vecchio che era stato fascista, e che ha continuato anche dopo la fine del fascismo a definirsi tale, ispirata per molti versi a mio padre. Ma poi nel testo, nella scrittura del testo, è spuntato fuori anche un figlio, un figlio schierato a sinistra, e sono venuti fuori gli anni ’70, e il terrorismo, e la fragilità della condizione attuale contrapposta alla sicumera del ventennio fascista, e la rete di legami tra tutti questi elementi. [...]

Leggi in Nazione indiana tutta l'intervista di Sergio Rotino a Giacomo Sartori, autore di Anatomia della battaglia.

Posted by giuliomozzi at 11:36

23.02.06

A colloquio con Raffaele Nigro

di Lorenza Rocco Carbone

Raffaele_Nigro.jpg Sulla rassegna bimestrale di cultura Sìlarus, che si stampa a Battipaglia, è apparsa nell’ultimo numero appena uscito, il 243, un’intervista di Lorenza Rocco Carbone a Raffaele Nigro. Lorenza Rocco Carbone è una saggista di valore che ha pubblicato nel 2001 per i tipi di Massa Editore – Napoli Ripensando Elsa, libro nel quale ripercorre la vicenda umana e letteraria di Elsa Morante. Dopo la morte di Italo Rocco, fondatore di Sìlarus, Lorenza Rocco Carbone ha proseguito il lavoro del padre dando nuovo vigore alla rivista che dirige insieme con i fratelli Maria Paola e Pietro Rocco. (BDM)

Malvarosa. Quattro edizioni in pochi mesi. Consensi di pubblico e di critica, una serie di riconoscimenti prestigiosi. Che effetto le fa tanto successo che ricorda la fortuna del romanzo d’esordio I fuochi del Basento"?

Un effetto frastornante e tuttavia se dicessi che non ne sono contento sarei ipocrita.

Scriptor unius libri?. Condivide? Da I fuochi del Basento a Malvarosa, il Mezzogiorno attraversa tutta la sua produzione narrativa. Le radici condizionano l’ispirazione? In che misura?

Ma dal Mezzogiorno provo anche a passare al Mediterraneo. L’uno e l’altro sono comunque metafore della storia e della vita. Le radici condizionano, almeno nel mio caso.

Con I fuochi del Basento ha raccontato la fine della cultura contadina, il passaggio dalla cultura arcaica della tradizione alla cultura della modernità, dalla povertà alla cultura dei consumi; con Malvarosa, un romanzo di formazione, di inquietante attualità, mette a confronto la cultura islamica con l’anima cristiana del nostro Sud.

Provo anche a raccontare lo sconquasso che stanno producendo i ritardi nella scoperta dei nostri patrimoni ambientali architettonici e archeologici e il complicato approccio al tempo del benessere e dei consumi.

Condivide che sia uno scontro di civiltà o intravede il pericolo di annientamento della civiltà globale, in definitiva dell’Uomo, sotto qualsiasi latitudine, di ogni lingua e credo?

E’ uno scontro di civiltà. Gli uomini hanno sempre avuto problemi e li hanno superati.

In Malvarosa la morte viene narrata sotto la forma di una sinestesia simbolista, attraverso l’olfatto. Come ci è arrivato? Forse perché Malvarosa è un fiore e nel romanzo questo fiore è metafora di una ragazza, Cristina, che alla fine muore?

Attraversando le campagne lucane e calabresi sentivo i profumi di zagare. Che sono tanto consistenti da stordirti. Questa sensazione venne poi spiegata da una pagina del Gattopardo,dove si dice che la Sicilia è divorata dall’odore delle zagare e che lo scirocco lo diffonde in un sudario insopportabile. Nel novembre 1980,sotto le mura di Conza avvertii lo stesso odore. Ma veniva dai cadaveri sepolti sotto le macerie. L’idea mi venne allora e si è materializzata molto più tardi.

Nel grande filone della letteratura meridionalista, in cui lei occupa un posto di primissimo piano, tra De Roberto, Tomasi di Lampedusa, Alianello, Jovine, Carlo Levi, chi sente più vicino a sé e perché?

Ovviamente Levi, perché sulla sua narrativa e sulla sua dirittura politica ci siamo formati tanti di noi lucani.

Lei è un poligrafo di grande duttilità espressiva: narratore, saggista, poeta, giornalista. Eppure c'è un genere a lei più congeniale?

Non saprei dire tra saggistica e narrativa.

Il rapporto letteratura-cinema?

Trovo che il cinema sia un paese bellissimo, ma oggi non dialoga più con la narrativa. Al massimo va in prestito per gialli, noir, thriller, ma non cerca idee e sentimenti. E questo sta decretando una velatura nel nostro cinema.

Il rapporto tra letteratura e giornalismo?

La cronaca può dare spunti, ma la grande letteratura nasce dalla sedimentazione delle cronache. Tuttavia una scrittura di reportage si accosta al giornalismo, ma ha bisogno di sentimenti. Io credo che i mestieri siano contrapposti, perché il giornalista dovrebbe attenersi scrupolosamente ai fatti di cronaca, mentre il narratore deve raccontare l’immagine del mondo quale si è formata dentro di lui e spesso deve tradire la realtà oggettiva per offrire la sua realtà.

E tra lettura e scrittura?

Non ci può essere scrittura se non c’è lettura. Si impara dal genio e dagli errori degli altri.

Per Malvarosa il super-Flaiano, il Premio Biella Letteratura-industria, il premio Nino Martoglio, finalista al Mondello e dulcis in fundo finalista al Campiello. Ci sperava?

Ci speravo finché non sono stato invitato dal Comitato di Gestione del Campiello con gli altri finalisti del premio a Ravello. Il direttore del Ravello festival è Antonio Scurati. Allora ho sentito puzza di bruciato. E la conferma è venuta da un impossibile e improponibile ex-aequo con 79 voti per i due vincitori. E’ una faccenda puerile. O è nello spirito dei tempi, Pirandello direbbe: la morte del piacere dell’onestà. Ma per fortuna un premio è soltanto un premio. Chi veramente ti premia è il libro scritto. Tu senti se hai prodotto fuoco o cenere.

In verità cosa pensa dei premi letterari?

Penso che siano utili a imporre un autore o un titolo. Penso che facciano discutere della lettura e dei libri. È un luogo di chiasso, di confusione,di imbrogli, lo so, ma è una delle poche feste popolari del libro. Oggi stanno venendo in primo piano i festival e questo è molto meglio, ma io credo che tutto ciò che si riesce a ordire per mantenere in vita libri e lettura sia utile. Dunque anche i premi letterari.

Ha qualche ricordo del fondatore di Sìlarus, Italo Rocco, insostituibile direttore fino al dicembre 1999, data della morte?

Era amico di un altro nobil uomo della cultura, Rocco Di Poppa, che ci fece da tramite. Un anno vinsi il premio di saggistica indetto da Sìlarus e fu molto bello perché avevo trattato la narrativa di uno scrittore che annovero tra i miei maestri, Gino Montesanto e col quale ho un lungo rapporto di amicizia.

A quale dei suoi libri, premi a parte, è più legato?

Ai Fuochi, perché è irruento e imperfetto. Un libro di gioventù. Ma amo la Baronessa perché è una canzone lirica e dolente alla condizione umana.

Personalmente mi ha intrigato molto il Viaggio a Salamanca. Condivido con lei che la parola è il luogo della libertà e che l’immagine viene imposta e subita. Vuole approfondire per i nostri lettori?

Si provi a vedere una partita di calcio priva di commento. E’ un mortorio. Il gioco si accende appena qualcuno lo commenta. Le immagini sono immediate,ma creano una situazione di necessità. Vede che succede ai remake di film interpretati nella prima versione da grandi o piccoli attori? Generalmente crollano. Pensi al Gattopardo di Visconti. Riusciremmo a pensare a una Angelica che non sia la Cardinale? Dunque Visconti ci ha imprigionato. Ci ha privato della possibilità di sognare e di costruire ognuno una propria Angelica. Mentre la letteratura ti dà libertà di immaginazione. Qualunque sia il livello di descrizione usato dall’autore.

New York, Madrid, Londra, Sharm El Sheik, la mappa del terrorismo si allarga paurosamente. Il nostro tempo, con l’atomica, è iniziato sotto il segno della minaccia di annientamento dell’umanità intera, pensa che la pace possa solo ottenersi con l’equilibrio del terrore?

C’era una volta la dittatura della paura. Ovvero con gli Stalin e gli Hitler si aveva paura delle organizzazioni statuali in forma di Leviathan. Oggi la paura è democratica, vive attorno a noi sotto forma di ragazzi con zainetti o rimpinzati di tritolo. Io non credo che vada bene il detto latino: se vuoi la pace prepara la guerra. Credo piuttosto che se vuoi la pace devi preparare la pace, come diceva don Tonino Bello.

E il ruolo dello scrittore, del poeta oggi? Da appendere la cetra?

No non bisogna mai arretrare né demordere. Un creativo non convincerà mai le piazze, ma può scendere nelle viscere di un individuo e persuaderlo. L’arte della persuasione è molto importante, anche in un tempo in cui è crollata l’esemplarità positiva e si impongono troppi esempi negativi. Voglio avere fiducia nell’uomo e nelle sue capacità di resurrezione.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 16:35 | Comments (0)

17.02.06

Intervista a Roberto Pazzi

di Emanuele Pettener

(Tutti gli articoli di Emanuele Pettener in Vibrisse)

Roberto Pazzi (1946) è autore di 6 raccolte di versi e 13 romanzi (il primo dei quali Cercando l’Imperatore, Marietti, 1985, l’ultimo L’Ombra del padre, Frassinelli, 2005).

Lei nel suo ultimo romanzo L'Ombra del Padre ha messo in scena Dio, Gesu Cristo, il Diavolo, e un capitolo persino la Vergine Maria. Qual è, da un punto di vista della scrittura, l'aspetto più difficile o delicato di un'operazione del genere?
Prima di tutto tremano le mani quando si scrive il pensiero ... di Dio! Poi c'è lo scontro con la immensa tradizione letteraria che ne ha già parlato, e di che livello! Penso a Dostoevskij ad esempio. Il problema era proprio scrivere in modo diverso dopo che... Dante ne aveva già parlato in modo supremo. Ecco perchè la genesi è stata lunga più del solito, intervallata fra una parte e l'altra da un anno di silenzio.

Mi sbaglio o nel suo romanzo Gesù Cristo è il personaggio buono, umano, e valoroso - ma il Padre mica tanto?
Il Padre è una specie di Saturno, una sorta di Ananke, di Moira, il cui residuo pesante e plumbeo è presente fin da Omero, nell'Iliade, quando Giove piange per non poter salvare Sarpedonte. E ritorna con tali caratteri nel Vecchio Testamento. Il loro drammatico dialogo è la storia del complesso rapporto che ha l'umanità con Dio, perchè l'umanità collabora a crearlo, lo completa, lo designa, lo sogna... Noi aiutiamo Dio a manifestarsi e siamo duplici, da una parte lo temiamo come giudice - il Padre - dall'altra lo amiamo come Amore assoluto - il Figlio - che si carica della nostra carne e della nostra paura di lui.

Quali sono i suoi scopi quando scrive un romanzo ?
Divertirmi a stanare dal mio inconscio un'ombra renitente a farsi carne e offrirla in dono al lettore. E comunque affrontare un bel viaggio che mi porti lontano dalla realtà che devo subire ogni giorno appena esco di casa, in questa città o in viaggio in questo corpo qui, in questo sesso, in questa era storica, con una nascita avvenuta in quell'anno e non più rivedibile se non per estro creativo nei miei personaggi...

Nei suoi romanzi (e specie nell'ultimo) c'è sempre abbondanza di pensiero, di analisi esistenziale e sociale. Non avverte mai il rischio di debordare nel saggio?
È una delle grandi possibilità del romanzo, quella saggistica. E una sua virtù. Diversamente si può facilmente cadere nel lirismo, che era tipico dei miei primi lavori. Ogni età creativa ha la sua febbre. Io ora attraverso l'età della riflessione narrativa. In generale la struttura filosofica è come lo scheletro che si intravede dietro la carne bella di Laura, la donna del Petrarca. La quale diventa "poca polvere son che nulla sente". Credo che la favola sia l'esca per catturare l'attenzione del lettore e fargli ingerire la medicina del pensiero.

Ne consegue che il romanziere è un intellettuale, un “trasmettitore" di pensiero. Ma svolge la sua funzione d'intellettuale all'interno del romanzo o fuori?
Fuori e dentro. Ma non avrei questo spazio se non avessi scritto 13 romanzi tradotti in 23 lingue e 6 raccolte di versi. La presunzione di dover fare il maestro di pensiero mi pare comica, comunque, perchè la complessità dello scibile oggi è a tale livello di saperi separati e specialistici che si rischia sempre di dire sciocchezze su cose che non si conoscono. Penso alla questione energetica e ai trattati di Kioto, al problema del nucleare, del clima, dell'AIDS per esempio. Che cosa veramente ne sappiamo? Se ci si addentra con serietà si scopre che dovremmo stare una vita sui dati e le informazioni prima di farcene una idea generale. E prima di dire a nostra volta la nostra idea. Quando Pasolini era vivo, 30 anni fa, era più facile affermare cose generali. In tre decenni il sapere si è ancora più specializzato e settorializzato.

Ma nei limiti che ci consente il nostro tempo, il romanziere dovrebbe sempre esercitare la sua funzione d’intellettuale, ovvero dire cose di pubblica utilità, far luce, far da guida, mettere all'erta e via dicendo?
Non è detto, io non ho verità generali da vendere ai miei simili. Però se è un grande scrittore finisce controvoglia per esserlo... Ma nelle cose di letteratura c'entra troppo il caso e non il merito. Quindi un asino può diventare scrittore famoso e dettare legge e un genio rimanere oscuro e misconosciuto vedi Pessoa e Morselli... E come asini famosi vedi Dan Brown e Giorgio Faletti.

Cosa non le piace dei libri di Brown e Faletti?
Del primo l'assoluta gratuità storica delle sue trame mirabolanti. Chi ha una vera conoscenza della Storia, chi l'ha veramente studiata, avrebbe orrore di tessere trame così sensazionalistiche e basate sulla sabbia che attaccano presa solo su chi è ignorante della stessa. Solo in un continente dove non c'è molta memoria storica, come l'America, potevano allignare delle fole così facili e accattivanti e purtroppo esportabili in un mondo che insieme alla Coca Cola mutua anche quella pellicolarità sottile di conoscenze. Il che non significa che negli Usa non ci siano moltissime persone che la Storia la conoscono e la rispettano e mai scriverebbero cose così "incantacretini". Purtroppo ha fatto moda anche da noi. Il padano Valerio Massimo Manfredi, per fare un esempio, lo imita.

E Faletti?
Faletti ha costruito un giocattolo che funziona molto bene, ma a me i giocattoli non piacciono, da grande. Mi piacciono i libri.

La differenza fra un giocattolo e un libro?
Quella che c'è fra Io Uccido di Faletti e Grande Sertao di Rosa, ad esempio. Comunque non ho letto che poche pagine di Faletti, ma aveva ragione Flaiano quando diceva "non l'ho letto ma non mi piace". Che è anche quanto dire che "vero lettore è chi sa che cosa non leggere".

Non crede che Brown e Faletti abbiano il merito d'aver messo su una buona trama, avvincente, per cui è necessario un sicuro dispendio d'intelligenza e bravura?
Se un romanzo è solo fatto di trama sono d'accordo. Ma per me un buon romanzo è fatto di stile, prima che di trama. A me piace la lingua, la scrittura, il modo di dire nuovo e non banale mi attira, non ritrovarmi anche in un libro il facile sensazionalismo cinematrografico alla "Titanic"

Lei però mette qualsiasi romanzo sullo stesso piano, come se tutti i romanzi fossero sullo stesso livello e quindi in diretta competizione tra loro, come se tutti avessero le stesse finalità (estetiche, etiche, filosofiche) e tutti si rivolgessero allo stesso pubblico. Jorge Borges e Faletti producono due piaceri "ontologicamente" diversi, più raffinato e perpetuo il primo, più grossolano ed effimero il secondo – ma per questo Faletti è un asino?
Certo per asino intendevo proprio questo perseguire un grossolano fine di presa dei lettori a livello basso. Faletti come persona sarà una bravissima persona, il mio giudizio non è personale ma letterario, è chiaro.

Molti romanzi restano invenduti in libreria: si dice che sia perché gli Italiani non leggono o, appunto, leggono Faletti e Dan Brown. È vero?
Certo. Difficile che leggendo Faletti e Brown si appassionino poi a leggere Shakespeare, la Yourcenar, Canetti, Sartre, Proust. Resteranno sempre nel cortile della Letteratura, senza entrare nelle sue sale.

Non potrebbe essere che i romanzieri italiani non possiedono l'immaginazione di Faletti a metter su uno straccio di trama, e tuttavia si credono Borges?
Perdòno più il credersi Borges che possedere l'arte dello straccio di trama e millantarla come "la" narrativa.

O forse amano credersi Borges perché non riescono ad avere l'immaginazione di Faletti?
Sono due scuole di pensiero così lontane, penso che la domanda non si pone.

Non le ho citato Borges a caso. Borges difendeva il genere del giallo, proprio perché fondato su quella cosa, la trama, che molti scrittori sembrano postmodernamente (e comodamente) perdere di vista. Cos'è la trama per lei, fine o pretesto?
Ma Borges aveva il dono di una scrittura infinitamente poetica e raffinata, aveva il dono della scrittura! Uno spessore di conoscenze e di letture immenso come la sua biblioteca. Univa la tensione della trama giallistica e questo dono, era il massimo. Ma Faletti che cos'ha? Le mutande di Borges senza averne i coglioni. La trama è consustianziale alla forma, non si può scindere la forma dal contenuto, ce lo insegna il buon De Sanctis.

Qual è il fine della sua scrittura?
Raccontare è un'azione che ha in sè il suo fine, e cioè aiutare il Tempo a scorrere, dilatare la vita, rinviare la morte, accrescere la creazione, cooperare con Dio, completare l'opera imperfetta di qualcuno che ha iniziato bene e poi ha commesso qualche errore... Ma sto raccontando di nuovo la genesi del mio ultimo libro L'Ombra del Padre, chiedo scusa!

Prego, prego. Continui...
La scrittura non si restringe facilmente in uno scopo. Aveva ragione Sherazade, la verità non sta in un solo sogno ma in mille e uno sogni. A me la scrittura è servita per darmi da solo delle risposte a domande che sarebbero rimaste senza risposta se non avessi cominciato a tormentarmi con quelle domande. È una specie di terapia razionale, come la definiva Lanfranco Caretti. La stessa cosa mi è accaduta leggendo. I libri che mi piacevano erano quelli in cui trovavo delle risposte a delle domande che mi tormentavano.

Che pubblico ha in mente quando scrive?
Nessuno in particolare. Si scrive per essere amati e si è letti senza poterlo essere, diceva Roland Barthes... Ma forse penso al pubblico che ama i miei stessi autori, i maestri che ho in testa, da Proust alla Yourcenar, da Rosa a Marquez, da Rilke a Shakespeare, da Saba a Salinas, da Bulgakov a Buzzati, da Leopardi a Pirandello, da Montale a Penna, da Svevo a Howthorne.

Quali son gli scrittori italiani (romanzieri, saggisti, poeti) degli ultimi quindici anni che resteranno tra cinquant'anni, verranno studiati nelle scuole, discussi all'università - letti?
A questa domanda preferisco non rispondere. La morte ha un'unica generosità, preservarci dal sapere se qualcosa di noi è sopravvissuto. Perchè privare gli altri di quello che anche a me è concesso ?

In Vibrisse si parla spesso dei problemi dell'editoria italiana. Può raccontarmi l'idea che se n'è fatto in 20 anni d'esperienza, dirmi cioè cosa le piace e non le piace dell'editoria italiana e, dato che i suoi libri sono stati pubblicati da importanti case editrici straniere, fare una comparazione con l'editoria degli altri Paesi?
L'editoria italiana è al traino come tanta europea della colonizzazione americana. Addirittura si allevano rampolli di allevamento, che becchettano mangime precotto dagli Usa, nella speranza di imitare anche le vendite di quei polletti di allevamento. C' è persino chi copia Brown oltre che Wilbur Smith su commissione dell'editore... Ma non farò dei nomi. Sono gli editori che mettono in tentazione questi falsi d'autore... E così uccidono le capacità di gustare l'altra letteratura, quella erede della classicità. Non si passa da Manfredi alla Yourcenar, purtroppo.

Posted by Emanuele Pettener at 20:46 | Comments (4)

07.02.06

Intervista a Helen Barolini

di Emanuele Pettener

[tutti gli articoli di Emanuele Pettener in Vibrisse]

Helen Barolini, nata a Syracuse (New York) il 18 Novembre 1925, e’ autrice, tra le varie cose, dei romanzi Umbertina e Passaggio in Italia (pubblicati da noi dalla casa editrice salernitana Avagliano).
Vincitrice di numerosi premi (tra gli altri l’American Book Award, conferitole dalla Before Columbus Foundation, e il Susan Koppelman Award, dall’American Culture Association, entrambi per The Dream Book: an Anthology of Writings of Italian American Women), i suoi scritti sono apparsi sulle riviste letterarie piu’ prestigiose d’America (incluse "Paris Review", "New York Review of Books", "New Letters", "Cosmopolitan".)
E’stata sposata al giornalista e scrittore Antonio Barolini (1910-1971, autore del romanzo La Lunga Pazzia, recensito su Vibrisse da Bartolomeo di Monaco) ed ha tre figli (una dei quali e’ Teodolinda Barolini, tra le piu’ apprezzate studiose di Dante in circolazione.)

Signora Barolini, cosa significa, per lei, essere Italo Americana?

Sono cresciuta a Syracuse, New York, e allora pensavo a me stessa come "italiana" a causa del mio cognome: a scuola balzava agli occhi in mezzo alla maggioranza di cognomi anglosassoni o ebrei che, per me, erano più "americani" del mio. Mi ricordo ancora che, riempiendo i questionari, non sapevo cosa mettere nella casella "Nazionalità" - mi domandavo: sono americana, in quanto nata negli Stati Uniti, o italiana, per il mio nome, per la mia religione, per le mie origini?
Non vivevo in un quartiere italiano e tutti i miei più cari amici venivano da altri background, tuttavia io mi sentivo "differente".

Anche oggi l'Italo Americano si sente differente?

Oggi, col multiculturalismo, la scoperta delle diverse etnicità, e anche il crescente consolidarsi dello Spagnolo come seconda lingua, gli Americani d'origine italiana non si sentono più isolati. La posizione politica, le star del cinema, il successo economico, e la grande popolarità dell'Italia dopo la seconda guerra mondiale, hanno fatto la differenza. Oggi la diversità etnica è celebrata - nei cibi, nei costumi, nella moda e via dicendo.

Quand’è che gli Italo Americani hanno riscoperto se stessi?

La grande scoperta delle proprie radici italiane è stata realizzata dagli Italo Americani che hanno combattuto in Italia durante la seconda guerra mondiale e sono poi ritornati per studiare in Italia. Negli anni ’60 e ‘70 il processo di reintegrazione del nostro patrimonio italiano fu profondamente stimolato dal Black Movement, il Movimento Nero, che alimentò gli altri movimenti etnici e diede vita al multiculturalismo sia nella scrittura che nell’editoria.

Immagino che per i suoi genitori, la storia fosse ben diversa …

La mia famiglia italo americana aveva sentimenti conflittuali nei confronti dell'Italia. Considerati i pregiudizi nei confronti degli Italo Americani durante gli anni ‘30 - quando i film con gangster dal nome italiano erano diventati uno stereotipo accettato, la figura buffonesca del Duce governava un'Italia fascista, e la seconda guerra mondiale aveva reso quel Paese un nemico degli Stati Uniti - la diffidenza dei miei genitori è comprensibile. Tuttavia io restavo aggrappata alla mia sensazione che ci fosse qualcosa di più, qualcosa di meraviglioso da scoprire nella terra che i miei nonni avevano lasciato.

Quando arrivò in Italia la prima volta?

Nel 1948, all'età di 23 anni, con l'incarico di scrivere una rubrica - "Letters from Abroad" - per conto del "Syracuse Herald-Journal". Arrivai nell'austerità di un Italia bombardata, sconfitta e sfinita. Ma il mio arrivo coincideva, come le dicevo prima, con una nuova era: l'Italia stava per essere riscoperta dagli Americani. Gli ex-soldati italo americani stavano ritornando in Italia per studiare, entrare nelle scuole di medicina, scrivere, sperimentare per la prima volta un'Italia che era qualcosa di più del posto arretrato, povero, dal quale i loro padri e nonni erano fuggiti - o del ridicolo regime satireggiato da Charlie Chaplin nel film del 1930 Il Grande Dittatore. Alfred Kazin racconta nella sua autobiografia che, appena finita la guerra, ricevette la borsa di studio Guggenheim e partì per l'Italia: nel 1947 "la nave per Genova era zeppa di Italo Americani che portavano casse piene di radio, apparecchiature elettriche, sigarette. C'erano anche intellettuali antifascisti che ritornavano dal loro lungo esilio americano." Malgrado le devastazioni, Kazin dice che per uno scrittore americano che la vedesse per la prima volta, "l'Italia era il paradiso".

Anche per lei è stato così ?

Quello che è accaduto a me è stata la nascita della mia vita creativa. Immersa in una cultura e in una lingua differenti, mi son trovata completamente riconnessa alle mie origini e ho scritto la mia prima poesia in un'intensa riscoperta della mia madre lingua. In un sonetto intitolato "Umbria", che avrebbe dato il titolo alla mia prima raccolta, ho magnificato la semplice esperienza di trovarsi là .

Tra gli altri, quasi cent'anni prima, era toccato ad Henry James scoprire l'Italia.

Sì , ma per me l'Italia era qualcosa di più perché faceva parte di ciò che ero. Fino alla metà del ventesimo secolo fiumi di letteratura sull'Italia sono stati scritti da Americani di qualsiasi estrazione - tranne che italiana! Erano l'elite d'origine inglese e gli intellettuali della società americana che andavano in Italia, che formavano le società dantesche in patria, che imparavano l'Italiano e traducevano la Divina Commedia. Si pensi che a Boston, al tempo di James, il Circolo Italiano considerava coloro che erano di discendenza italiana non accettabili come membri: era un’istituzione limitata a persone colte e istruite che avevano viaggiato in Italia e apprezzavano le arti.

Amare l'Italia faceva parte della moda.

Assolutamente. Henry Adams, figlio di una stirpe illustre di studiosi e presidenti americani, arrivò in Italia nel 1860 a 22 anni per scrivere dispacci per conto del “Boston Courier". Nella sua autobiografia nota che sua sorella Louisa "come tutti gli Americani e gli Inglesi di buona famiglia - era profondamente italiana."

L’Italia, insomma, era una sorta d’Arcadia per eletti …

Sì, l’Italia era una meta ed un magnete precisamente perché era così drasticamente l’Altro, così drasticamente il luogo dove quelli del Nuovo Mondo potevano pesare e misurare la propria personale idea di Se Stessi. Ma si badi bene, mescolato alla soggezione vi era anche un senso di superiorità morale, che nasceva dalla comparazione tra la loro nuova repubblica e le monarchie europee. L’Italia era schiacciata dal peso del suo passato, mentre l’America era la terra del futuro luminoso: benché alcuni vi siano rimasti, la maggior parte degli Americani tornò a casa, col loro orgoglio e patriottismo rinvigoriti. Insomma, per i primi viaggiatori americani l’Italia divenne uno stato della mente, un’astrazione di nozioni, un modo d’essere – al massimo l’amata madre della civilizzazione occidentale - ma altresì un tormento, un enigma, un problema per chi aveva nel DNA un rigoroso temperamento nordico, opposto a quello meridionale rilassato: “Oh, for a beaker full of the warm South" declamava Keats nella sua “Ode to a Nightingale" - e non intendeva solo il clima del sud ma l’attitudine più geniale e sensuale associata alle genti del Meditteraneo.

Le donne americane come hanno scoperto l’Italia?

Per molto tempo l’Italia è sembrato un sogno riservato agli uomini. Eppure anche le donne hanno scritto sull’Italia, e hanno descritto un’Italia che non era per soli uomini. L’esperienza Italiana aprì anche per le donne una libertà d’espressione creativa e di stile di vita che non avevano goduto a casa. L’intellettuale e scrittrice francese Germaine de Stael nel romanzo Corinne, ou l’Italie [tradotto e pubblicato nel '61 da Casini editore] disegnò l’Italia come la terra dove la donna “di genio" potesse diventare se stessa, un romanzo femminista che attraversò l’Europa e l’Atlantico, storia di una donna italo/inglese che favorisce il suo lato italiano per realizzare i suoi talenti per la poesia e viene acclamata in trionfo in Italia. Influenzò donne del diciannovesimo secolo come Margaret Fuller, Emily Dickinson, Elizabeth Barrett Browning nel coltivare l’idea di un’Italia e dei suoi doni accessibili alle donne quanto agli uomini. In modi differenti e a differenti livelli l’Italia venne a significare lo svincolarsi da un certo controllo, da ciò che la Dickinson chiamava la svizzerità delle vite – così meccaniche, ordinate, blande come il formaggio nazionale.

Anche per lei è stato così ?

Vivendo a Roma, sono diventata man mano più consapevole delle ombre dei Grandi che avevano camminato lungo le stesse strade, veduto gli stessi panorami, si erano colmati della stessa meraviglia. La terrazza del nostro appartamento dava sui giardini di Palazzo Barberini dove Milton, ospite del Cardinal Barberini, aveva passeggiato durante al sua vista a Roma nel 1639. Ogni giorno, accompagnando la mia figlia più giovane alla scuola conventuale di Trinità dei Monti, sbirciavo la stanza angolare che dà sulla Scalinata di Piazza di Spagna, nell’area conosciuta come "er Ghetto degli Inglesi", dove Keats spese l’ultimo mese della sua infelice breve vita, gettando dalla finestra il triste cibo che gli veniva portato e gridando alla fine: “Severn… muoio," al suo compagno Severn, il più magnanimo degli amici.

Lei sostiene che le donne americane e inglesi abbiano compreso l’Italia meglio dei propri conterranei uomini…

Leggendo i resoconti dei viaggiatori maschi di 150 anni fa, si avverte una sorta di irritazione patriarcale: l’Italia sembrava sfidare alcune attitudini prettamente maschili, quali la condotta razionale, la logica, la regolarità . L’Italia non era ordinata. Vi erano una percepibile paganità e dissolutezza proprio nell’aria, sonnolenta e snervante, che sfidava la struttura patriarcale. Si avvertiva che gli Italiani erano troppo individualisti, immaginativi, carichi di fantasia e che la loro terra fosse più bella di quanto meritasse. Come una donna, forse.

Mi sta dicendo che Italia ha un’anima femminile…

Forse. E per questo, forse, i giudizi delle donne che han viaggiato in Italia sono stati meno duri, meno spaventati, di quelli degli uomini. Luther Terry, Nathaniel Hawthorne, Henry James malgrado la propria antipatia per la Chiesa Cattolica Romana supportarono il dominio papale sostenuto dagli stranieri contro il movimento indipendista italiano. Margaret Fuller, invece, partecipò con passione al movimento risorgimentale per la liberazione di Roma e l’unità d’Italia, e lo stesso, pur meno attivamente, fece Elizabeth Barrett Browning scrivendo da Casa Guidi a Firenze.
Mentre gli uomini americani del diciannovesimo secolo tendevano a condannare le stagnanti condizioni politiche e sociali in Italia, le donne cercavano invece di capire le piaghe del Paese. Mark Twain sermonizzò incessantemente contro la superstizione e i mali della Chiesa Cattolica, ma Harriet Beecher Stowe avvertì i suoi rituali e cerimonie come un buon antidoto alla severità puritana. E la stessa Stowe era profondamente solidale alla causa indipendentista laddove Hawthorne, nello stesso periodo, vi era indifferente o anche ostile. Lui e molti altri pensavano che gli Italiani non fossero adatti a governarsi da soli.

Anche le scrittrici italo americane hanno avuto il loro bel da fare per salire alla ribalta. Lei per prima le ha tolte dall’ombra, antologizzandole nel suo Dream Book: an Anthology of Writings of Italian American Women. Ma cosa significa essere una scrittrice italo americana, ammesso che lei riconosca questa definizione?

Non penso a me stessa come a una scrittrice italo/americana. Sono Americana di nascita, scrivo in Inglese, e certamente penso a me stessa com