03.12.06
Corpo che si fa preghiera
[Questo articolo è apparso il 10 novembre 2006 nel quotidiano La gente d'Italia con il titolo La parola nella saggezza del corpo. Qui compare nella versione integrale, completa delle poesie di Mariangela Gualtieri. GC]
"La poesia vuole essere detta, vuole respiro, saliva, corpo e voce. Vuole uscire dalla polvere della pagina scritta, dalla letterarietà, dalla camera chiusa del pensiero, sbavarsi in una bocca che porta bene impressa la terra in cui è nata, il pane che ha mangiato, il vino che ha bevuto. La poesia vuole diventare musica. E' culto festivo: se si è in tanti ad ascoltarla allora diventa la festa di tanti, una festa del dire e dell'udire".
C’è chi dice che nell’inizio sia già presente tutto, che sia l’inizio la parte più importante perchè racchiude il seme di tutto ciò che segue. La prima raccolta di poesie di Mariangela Gualtieri indicava chiaramente già nel titolo l’origine di ciò che conteneva: Fuoco centrale e altre poesie per il teatro. Nascendo “sempre a ridosso della scena" le sue poesie hanno trovato naturalmente nella voce e nella recitazione il loro spazio più proprio, non più nella solitudine della pagina ma in una coralità d’ascolto e in un pulsare comune. La voce si è scoperta unico mezzo capace di rompere il silenzio con parole sottilissime, in grado di penetrare nel profondo come formule magiche, di spalancare precipizi sigillati, di farsi strada tra gli abissi per scoprire le ferite e grattarle fino a farle sanguinare.
In quello spazio, nella “saggezza del corpo" la parola ha riscoperto un compito che aveva dimenticato: quello di provocare i sogni più fragili, di consolare le delusioni più amare e di “farci bene, subito, ora".
L’ultima sua raccolta, uscita per Einaudi, Senza polvere, senza peso contiene poesie inedite, non pensate per il teatro, ma comunque in grado di scendere in profondità, fino a quegli squarci che portiamo adosso e che il tempo in cui viviamo continuamente nasconde. La nostra è una terra desolata nella quale viviamo tra più lacerazioni, quelle fra noi e la natura e quelle ci dividono da parti di noi stessi che abbiamo dimenticato e non riconosciamo più. La tragedia sta nel nostro non sentire più le nostre ferite. Viviamo come anestezzizzati da una realtà che pervade ogni ambito umano. Contro questa saturazione la Gualtieri propone la forza del negativo. Il vuoto, la mancanza, il “non" approssimano l’unica speranza di rinnovamento possibile: il riconoscimento dello sfacelo e la memoria del suo negativo, del non-sfacelo, della bellezza che non è più. Soltanto così il corpo può sollevarsi fino a farsi voce, fino a farsi preghiera, ringraziamento, supplica o lamentazione. Quasi una mistica del corpo, una volontà di sostanza che si scopre nella presenza di un corpo leggerissimo, una trascendenza del tutto interna, priva di Dio e abitata soltanto da anime che continuamente rinascono in profondità e si sostanziano allontanandosi da sè.
La poesia stessa per nascere ha bisogno di uno spazio vuoto. Non discende da una decisione, non proviene da un prima per approdare ad un dopo. Accade semplicemente e la si può soltanto accogliere come un dono, da ricevere con “un atto di obbedienza e di ascolto".
Da Senza polvere, senza peso
Adesso fa notte – fa preghiera.
Apre le serrature del silenzio
fa apparire la mappa siderale
e ci inginocchi per quello spazio
immenso
fra qui e l’orlo
del cominciamento
quando le spine dorsali
stanno tutte stese.
Vado dentro un delirio. Mi prende.
Mi arrendo. Voglio sapere tutto. Svengo.
Io sono morendo sono scrostando scrostando.
Sono morendo morendo. Mi spezzo.
Sono tutta fango. Poi rinasco fiore. Lasciatemi
In pace. Lasciatemi la pace per dopo.
Quando torno se torno. Adesso vado via.
Dove non si vede. Scivolo giù. Costeggio
Un gran vuoto. Adesso rinasco. Butto
Questa greppia, le vecchie parole, passo per
Una muffa micidiale, per i vortici delle
Attese, in quello scomparire ci passo.
Non resto. Mi assento.
Sorge in me il mio scomparire,
è accolta la sconosciuta
nascita che sempre permane
nel nascere ora. Amore.
Si manifesta nelle sue potenze alte.
Capisco.
Tremo capisco. Sono confortata.
Schiantata nel ramo una paura,
quella preoccupazione del giorno.
Come tutto ammaestra
nella meraviglia.
Come è puerile.
Come sto bene che
cresce un bene un sigillo
Della persona che non si scancella
e col soffio s’accresce.
È il dono che stava e che sgorga
ora, la goccia espansiva
piccola pozza affiorante.
Sono alla terra umida.
Sono che quasi viene da sé
la mia acqua sigillo, mio fiotto
di creatura. Venite in nascita dentro
tutte cose dei mondi. Sbalordite questo
tutto finito del corpo in un parto
perenne, nel rinascere qui che io
mi sostanzio andandomi via.
Scoparsa di tutte le finte radici
Le qualità finte, le bugie mammifere.
È solstizio
Col giorno in allargatura di luce.
A scrivere si fa così: si dorme un pochino
Si resta in attesa con mani perfette vuote.
Posted by Gaja Cenciarelli at 20:20 | Comments (0)
26.11.06
Er Magnacarta
di Paolo Pegoraro
Oh libbri! siete peggio de le zoccole:
'l prezzo sur sedere, 'e fronti bbelle,
e 'n zacco de' frottole ne le bandelle.
Me cròmpi? e giù de baci e coccole!
L'anima vennete 'n po', 'n po' a fottete;
ce provate co' tutti, è na tentazione...
I bordelli? So libbrerie co' ristorazione.
I marciapedi? le vitrine ddove bbattete.
«So 'r più vennuto, c'ho esperienza!»
te strilleno fascette e promozioni.
So' lusinghe. Però t'abbocchi a lenza.
Nfine ce so' libbri che pijeno a ceffoni:
svertina gnente, vojjono pazienza...
ma so' amori veri! ppe' cento e passa eoni!
[Paolo Pegoraro è critico letterario e biblista, sull'ultimo numero di Letture ci sono otto pezzi suoi, tra cui segnalo una bella intervista a Marco Lodoli. tp]
Posted by Tonino Pintacuda at 07:17 | Comments (0)
12.11.06
Viviane Ciampi, Pareti e famiglie
E’ uscita nell’aprile scorso l’ultima raccolta poetica di Viviane Ciampi, francese di origine toscana, nata a Lione nel 1946, ma che da molti anni vive e lavora a Genova. S’intitola Pareti e famiglie (Liberodiscrivere, Genova 2006, pagg. 74, euro 10 – prefazione di Luciano Roncalli) e si divide in tre parti. La prima si compone di quindici tesissime poesie, ed è quella che dà il titolo all’intera raccolta: una specie di poemetto in cui l’autrice ripercorre luoghi e situazioni legate al mondo dell’infanzia, come a cercare le impronte lasciate dai ricordi: la casa di Lione, il Rodano, la madre, la sorella morta tragicamente (v. Ciò che nasce e che brucia, dove le domande siedono, per il troppo dolore, “nel gelo del fiume"). Il tono dei versi è quasi distaccato, dubitativo, ironico: gli indizi del passato vanno rivisitati con prudenza, come tenuti a bada perché potrebbero ribellarsi, o condurre altrove, o seppellire sotto macerie. La poesia d’apertura (Finti affetti) chiarisce da subito e senza indugi, oltre agli intenti poetici di questa importante sezione del libro, l’estraneità che si può percepire non solo degli altri (familiari o amici) ma anche di se stessi. Per questo il passato va osservato senza modificarne (addolcirne) fatti e circostanze, rivissuto senza indulgenze persino nei confronti dei giorni più duri, quelli che hanno segnato in profondità la nostra esistenza, il nostro carattere, lasciando impronte indelebili tra le piccole pareti della mente e del cuore. Immergere lo sguardo con discrezione in quello “strano dormire" che ora ci sembra l’infanzia, fatto di giorni d’ombre e d’attese, di sogni modesti “in bilico sulla finestra", di sorrisi congelati. E così a seguire, tutti i testi della sezione sono “Colpi d’ala / per recidere il bianco", ovvero lo sforzo poetico – fitto di domande – teso a comprendere, a strappare inganni e veli (“Con le dita sollevi la maschera"). Pur sapendo perfettamente che la verità, nonostante gli sforzi di chiarezza, è sempre ambigua, impenetrabile nella sua essenza, e ci si può rivoltare persino contro se si prova ad afferrarla, o sotto lo sguardo si scioglie come neve (“La neve dei segreti / scivola dal tetto"), si fonde (e confonde) al fiume inarrestabile della vita.
Poesie a mollo nel ghiaccio, quindi, dove l’infanzia non è il nido da difendere a tutti i costi, a denti stretti ma l’inizio dei propri turbamenti, di piccole gioie e del loro esatto contrario. Un mondo di luci abbaglianti e sfocate, d’ombre variabili e persistenti, di tabù familiari che ancorano pensieri e sogni, sulle labbra congelano il sorriso. L’ironia di Viviane Ciampi profana persino l’amore:
Amare è un male così vasto
che prende il sentiero della mano sinistra
attinge l’anima
e la interpella con parole riciclate?
Perché mai alterarla
nelle sue abitudini fino al midollo?
La misura classica del dettato (e l’autrice cita Dante e Petrarca) si fonde a un pessimismo che succhia via all’amore la dolcezza (quella “alterata") e impregna di morte la vita, non a caso l’epigrafe di Céline che spolpa l’innocenza dell’uomo. L’infanzia qui perde il vizio della bontà, della bellezza assoluta e si ricopre di paure e incertezze, di dolore e morte:
Ho freddo alle natiche
a furia di star seduta
sulla mia stessa pietra tombale
di purificarmi nel lavacro
chiedendoti l’ora e il giorno
della rinascita.
Questo viaggio a ritroso nel tempo (con le sue “mappe impiccate"), privo di nostalgie e turbamenti sentimentali, con il relativo legame materno e l’enigma dell’esistenza è ripreso, in modo più articolato ed esplicito, nella Lettera alla madre, uno dei testi più belli del libro:
Così ci comprendiamo
quando erompe l’incendio.
Di quale anima nera stai parlando?
Sono una bambina con il buio
appoggiato alle tempie
(...)
Mappe impiccate all’albero
– imparo a memoria –
perché le fughe allentano i nervi
e scacciano nenie affollate nel cranio.
E ora che facciamo? suona un verso: domanda d’una bambina e/o d’una donna che si rivede bambina. Ecco, se la prima parte esplora il passato, i legami familiari, le pareti domestiche con i suoi nodi e i suoi misteri l’ultima sezione del libro (la più fitta) si apre all’esterno, sconfina. Però tra le due parti c’è un sottile e tenace legame: il dolore, che dall’infanzia di una persona (o, più in generale, dall’infanzia di qualsiasi uomo) si trasferisce a quello del mondo, alla vita quotidiana, alle violenza in città (v. Caccia notturna) a quella portata dalla guerra, come Guernica, di marzo e in Bassora, dove si torna a parlare dell’infanzia e della morte (“C’è questo lungo silenzio guerriero / il coito incessante della morte"), e di bambini, come quelli massacrati a Beslan il 1° settembre del 2004 (Dama in rosso). Barbarie dei nostri tempi dove “è come entrare / in un libro dell’infanzia / senza foresta, senza fate, / senza eroi, senza storia. (De quel ciel). Nella Lettera dal fronte (come non pensare a “ Le déserteur" di Boris Vian), l’ironia tesse versi duri e violenti sull’uomo che si scontra con un proprio simile (“indovino il mio seme in te disarmato"), sull’umanissima umanità che si autodistrugge. A stemperare il pessimismo di questi versi e, più in generale, quello che pervade l’intera raccolta, ci pensano gli zulù con il loro canto guerriero: Se avanzi muori / se indietreggi muori / allora perché indietreggiare? Messo in epigrafe alla poesia Il senso del fare che chiude la raccolta.
Nella terza sezione si parla anche del lavoro del traduttore (“Ti chiedo: quale parola / quale fonema / fa del sogno il tuo sogno?") e ci sono anche poesie insolite, con un timbro nuovo, dove l’ironia s’attenua e avanza una voce più suadente e lirica (Infrapensiero, Incontro, Verifiche, Accettazione), ma intrecciate di versi strani e stranianti, che percuotono il lettore: “Sei tu il perno / di questa mandibola"; “C’è l’osso dell’avvenire / nella fodera della giacca"; “la civetta si ciba beccandomi le mani" ecc. Poesie diverse, “altre", quindi, e infatti così s’intitola questo terzo percorso all’interno di “Pareti e famiglie", il più incisivo e carico di nuove aperture poetiche.
Tra le due sezioni (la prima e la terza) c’è quella più breve “D’amore, perché no?", con sette testi dove si parla dell’amore (“formiamo in due un arco di roccia"), ma anche della propria scrittura (“ho lingua da pungitopo"), delle bozze da correggere, della vita di tutti i giorni, dove si aspira a non avere sorprese: “e sarà questa la vera sorpresa". Un lento procedere verso una leggerezza basata sull’onestà e la conoscenza, tirata su pian piano, a fatica, scrostando le pareti del passato, e della mente. Allora a Céline, ai “poeti maledetti" francesi di fine ottocento, s’affianca la levigatezza esistenziale (spesso pessimistica ma sempre vitale) di tanta e raffinata canzone d’autore (Brassens, Ferré, Béart, Trenet, Lauzi, De André, Paoli...), non a caso legata ai luoghi d’esistenza dell’autrice: la Francia e Genova.
Pareti e famiglie è stato scritto in italiano, ma probabilmente pensato molto anche in francese (v. Due paesaggi, con la seconda parte in francese), con una fusione di suoni e ritmi inconsueti, spesso aspri, che fa pensare alla poesia di Amelia Rosselli (in un’epigrafe citata dall’autrice). Quello proposto da Viviane Ciampi è un ottimo libro di poesia, del quale si potrebbe parlare ancora a lungo. Ha la sua specificità nella tensione etica, nella consapevolezza della propria scrittura (di poeta e traduttrice), nella ricerca esistenziale, nell’indignazione civile scevra di retorica (Fortini), sul lavoro paziente e accurato sulla lingua (“Corri sui binari / mia lingua plurale") e su quel suo verso (e il sentire poetico ad esso ancorato) rapido e spinoso, che innesta il francese all’italiano.
Viviane Ciampi, Pareti e famiglie (Liberodiscrivere, Genova 2006)
Posted by Alessio Brandolini at 09:24 | Comments (1)
06.11.06
Blog di poesia: è tempo del de profundis?
Cercare di capire su un blog che parla di poesia se i blog di parlano di poesia hanno oggi piena necessità di essere rivisti e forse addirittura lasciati al loro destino non è una cosa che mi frulla nel cervello solo da oggi, per chi ha avuto modo di ascoltare la serata di Macerata quest'estate già diversi mesi fa si era tutti di quell'avviso. Rispetto ai giorni della nascita di quest'esperienza oggi diversi mezzi si sono potenziati: penso a youtube, penso alle linee telefoniche ad alta velocità, ma penso anche al satellite, al digitale e alle web radio. Oggi le possibilità si sono allargate ed è anche giusto che chi sta lavorando sulla diffusione della poesia anche attraverso mezzi non esclusivamente cartacei si ponga a ragionare in tal senso. Ognuno di noi ha una visione, un pensiero e anche delle capacità: allora prendiamoci un attimo di pausa per una riflessione molto semplice: il blog sta andando verso il suo naturale termine, parliamone: proposte?
Posted by giuliomozzi at 09:06
29.10.06
processo della sposa
I
nella cella di Teresa
facciamo il gioco che siamo santi e siamo in terra
allo stato di cosa
e lui lascia cadere quel librino ed io
lo raccolgo da terra con la bocca
come si allarga una rosa
se lei ti guarda è la venatura di una condotta aurifera
con il calco dei denti sulle labbra come un rilievo carsico
un pezzo di sole
sul fiume, un rumore di spiaggia tentato con l'osso
della mano calma
Continua a leggere il poemetto processo della sposa in L'Attenzione.
Posted by giuliomozzi at 16:34 | Comments (0)
25.10.06
Scarti (ma di Montale)
La cultura avanza a passi da gigante
e in scala microscopica riproduce
le invasioni barbariche.
Chi ha figli ha tutto da temere
i figli di questi figli non avranno
più nulla da temere
nulla da sapere
(in E. Montale, La casa di Olgiate e altre poesie, a cura di R. Cremante e G. Lavezzi, Milano, Mondadori, 2006)
Posted by at 14:18 | Comments (6)
12.10.06
Ghignoli, Fabulosi parlari
Fabulosi parlari (Gazebo 2006) è la nuova raccolta poetica di Alessandro Ghignoli, apprezzato traduttore dallo spagnolo. Fare poesia: un modo favoloso di raccontare? Le torsioni della lingua che si stagliano sulla pagina bianca. Poesie brevi e acuminate che dicono e ritraggono, mescolano gli idiomi (l’italiano e lo spagnolo) l’antico e il moderno e rifiutano il verso ben fatto e la rima. Al contrario abbondano le assonanze di vario tipo, ma sempre beffarde, palazzeschiane (“intorno in tondo cerco i ritorni", “immagine immobile") e la ripetizione delle parole, degli stessi concetti in modo ossessivo (l’esilio, la musica, le immagini...), anche se con minime variazioni. Non un punto, né una virgola, né, tantomeno, maiuscole: come un piano bel levigato dove poter lavorare con calma e metterci più cose possibile e che queste cose, poi, siano libere di muoversi come vogliono, di rotolare dalla gioia, d’interagire, accoppiarsi o prendersi a pugni.
In un tempo circolare che è anche un omaggio alla nostra tradizione, con orgoglio espresso nella dedica: a ribadire che lo sperimentalismo linguistico dell’autore è ben saldo al passato della nostra cultura poetica. Paul Celan è un invito a stringere, a dire molto con poco: ogni poesia è al massimo di cinque versi. Ma poi si allude troppo e c’è il rischio d’imbattersi nelle tenebre, e restarci inchiodati. Anche Zanzotto è citato (fin dall’epigrafe), ma è normale in una raccolta poetica che fa della lingua l’elastico che tiene questo assieme di parole, lo tira da una parte e dall’altra, lo alimenta. E poi Luigi Nono e John Cage come se la musica contemporanea dovesse ricomporre un universo (consapevolmente) aspro e frammentario, ricreare una zona d’ascolto meno rumorosa e difficile, un suono più udibile, più morbido:
"suoni vapori di note irradiano mescolanze di grida corde strofe
lancinanti sorde infastidiscono i rumori per farsi silenzi voci in
nastri riavvolti in combinazioni di numeri in timbri di volti il
materiale sonoro s’immette sospeso in tensione lo spazio
inudibile"
Probabilmente per questo alla fine viene voglia di riavvolgere il nastro, di riascoltare (rileggere) tutto con più calma.
Alessandro Ghignoli, Fabulosi parlari (Gazebo, Firenze, 2006, pp. 45, s.i.p.)
Posted by Alessio Brandolini at 10:54
03.09.06
José Hierro, Poesie scelte
Preziosa la collana di “Poesia contemporanea" diretta da Gianfranco Lauretano della casa editrice Raffaelli di Rimini, fatta di libri ben curati, sia nel contenuto che nell’aspetto estetico. José Hierro è un poeta spagnolo del secolo scorso, nato a Madrid nel 1922 e qui morì ottant’anni dopo, e quando questo accade la stampa del suo paese lo salutò come “l’ultimo dei poeti del siglo de oro". Dall’età di due anni visse con la sua famiglia fino all’adolescenza a Santander, in Cantabria, per poi ritornarvi da adulto, e il mare di quella città affacciata sul golfo di Biscaglia ha una grande importanza nella sua poesia: il mare come metafora dell’eternità, il mare che accoglie le sofferenze dell’uomo, le placa e ridona la gioia di vivere, di “rinascere" al mondo (“Adesso saremo felici, quando non c’è niente da sperare").
José (detto Pepe) Hierro è un poeta piuttosto noto in Italia, presente nelle varie antologie dedicate alla poesia spagnola, a partire da quella più famosa curata da Oscar Macrì (“Poesia spagnola del ‘900, 1^ edizione 1952), che a lui dedica pagine molto belle, eppure non si trovano traduzione delle sue opere, ed è un peccato. Allora anche per questo è meritevole la pubblicazione delle Poesie scelte (2003, a cura di Alessandro Ghignoli), uno spaccato del lavoro poetico di Hierro, più intenso che esteso, visto che a un certo punto il poeta spagnolo decise di prendersi una pausa, che dal 1964 (anno di pubblicazione del "Libro de las alucinaciones") arrivò al 1991 (in cui esce "Agenda", una sorta di autoantologia, con molti testi già pubblicati).
Ventisette anni di silenzio, ma d’intensa riflessione sulla poesia e sull’uomo, che si riverserà nel suo ultimo libro "Cuaderno de Nueva York" (1998), considerato dalla critica come una delle più alte opere della poesia contemporanea (e nelle "Poesie scelte" si trova il bellissimo monologo dedicato a Pound: “Dal dolore irresistibile nascono questi ultimi canti. I più intensi che mai potei sognare. Qualcuno – non so chi – li capirà. Forse T.S. Eliot li correggerà e li depurerà come io corressi i suoi primi. La gabbia. Ma dentro. Fuori scrivo gli ultimi canti che strappai alla vita.").
Le "Poesie scelte" prendono avvio con una selezione dai due libri che segnarono l’esordio, avvenuto nel 1947, di Hierro. Libri maturi nonostante la giovane età dell’autore, tesi e intensi: "Tierra sin nosotros" e "Alegría", dove appaiono con evidenza i legami con la poesia di Ramón Jiménez e di Gerardo Diego, che il giovane poeta considera suo padre spirituale:
Tocca la vita le sue palme
e suona i suoi strumenti.
Forse incendia la sua musica
solo per farci dimenticare.
Ma ci sono cose che non muoiono
e altre che mai vissero.
E ce ne sono che riempiono tutto
il nostro universo.
Nella traduzione si perde la musicalità del verso di Hierro, che ha un’importanza enorme nella sua poesia tesa a esprimersi non solo con i versi ma anche con la “musica" generata dall’incontro di alcune parole o frasi. Netto però appare quel “doppio binario" che contraddistingue la sua poesia: quello sociale, con testi quasi narrativi, dal linguaggio chiaro (che l’autore chiamava “reportajes") e quello visionario, dove il problema esistenziale della vita e della morte è così acceso e profondo che i testi appaiono come delle “allucinazioni". Spesso però i due percorsi s’intrecciano, si fondono e l’esperienza personale, la piena partecipazione alla sofferenza dell’uomo contemporaneo, la preoccupazione per la sua patria e la sua terra, si accostano e si fondono a una forte tensione spirituale.
A questo punto però occorre spendere qualche parola sulla biografia di Hierro, che fu segnata in modo permanente dalla guerra civile spagnola, alla quale partecipò (praticamente da bambino) nelle file repubblicane. Nel 1939, all’età di diciassette viene arrestato e ne trascorre cinque nelle carceri fasciste (il padre è già dentro). Lo stesso anno in cui il poeta viene liberato (1944) muore il padre: lutto gravissimo che va ad aggiungersi a quelli dei compagni caduti durante la guerra o per le torture subite. Ha inizio il periodo delle difficoltà economiche, dei mille lavori saltuari in giro per la Spagna franchista, visto che la guerra gli aveva impedito di completare gli studi. Hierro torna in modo percussivo nei suoi testi sul dolore, sulla morte dei compagni, sui sogni bruciati, sulla sofferenza fisica e spirituale. Temi che costituiscono l’ossatura della sua poesia che resterà segnata dalla presenza della morte e dell’odio, dallo smarrimento, dall’angoscia di perdersi, o di trovarsi a essere un altro. Questo lo porterà lontano da un concetto di poesia come appartenenza a una “scuola", a un “gruppo" o della poesia vista come mestiere o carriera letteraria.
Fu durante gli anni di dura reclusione che il giovane Hierro si accosta alla poesia: studiandola e scrivendola, leggendola ai compagni detenuti. Anche per questo i suoi lavori poetici conserveranno per sempre un tono antiestetico e antiretorico e un’apertura totale e partecipe ai temi sociali. Stilisticamente le sue scelte si risolvono in testi poetici colloquiali, tendenzialmente chiari ed espliciti. Accanto però non mancheranno mai le poesie più intimiste e brevi, tese a una riflessione sull’esistenza, sulla necessità della fede (sotto l’influsso soprattutto di Miguel de Unamuno, visto anche come maestro di coerenza, di scelte radicali, d’impegno etico e sociale). Necessità della fede che in Hierro rimane tensione e ricerca, non si scioglie in una convinta e totale adesione, perché non c’è la certezza di Dio. Da qui il suo riconoscibile accento crepuscolare, il dubbio, il pessimismo di fondo, la costante presenza d’una gioia contenuta, d’una speranza rude, e quella sua voce sicura e sonora, ma rauca e mite:
Parlo con l’umiltà,
con la delusione, la gratitudine
di chi visse dell’elemosina della vita.
Con la tristezza di chi cerca
una povera verità a cui appoggiarsi e riposare.
L’elemosina fu bella – esseri, sogni, successi, amore - ,
dono gratuito, perché nulla meritai.
Oltre al pensiero di Miguel de Unamuno la riflessione poetica di Hierro sembra accogliere anche quello di María Zambrano, soprattutto per quanto riguarda il significato dell’esistenza, i grandi temi della relazione dell’uomo con il divino, della morte, della nascita che si protrae ogni giorno, i sentimenti (il cuore) che devono alimentare ed espandere il pensiero conoscitivo. Come sottolinea Alessandro Ghignoli nel saggio introduttivo alle “Poesie scelte", in José Hierro si fondono le due fondamentali inclinazioni della poesia spagnola del secolo scorso: quella filosofica e temporale di Antonio Machado (la poesia come luogo “puro" e insieme contaminato dalla Storia) e l’austera ricerca di Juan Ramón Jiménez, tesa a una conoscenza quasi ascetica dell’espressione poetica.
José Hierro, Poesie scelte, Raffaelli Editore, Rimini 2003, pp, 92, euro 9,00
Posted by Alessio Brandolini at 07:26 | Comments (0)
25.07.06
Laura Ricci, Voce alla notte
“Che l’Amore è tutto quel che c’è, / è tutto quello che sappiamo dell’Amore". Ha inizio con questa secca ed efficace epigrafe della grande Emily Dickinson la seconda raccolta in versi di Laura Ricci (nata a Viterbo nel 1948, ma che vive e lavora a Orvieto), dal suggestivo titolo Voce alla notte (LietoColle, 2006), autrice molto parca nel pubblicare, visto che l’esordio in poesia è avvenuto nel lontano 1984, con Le quattro stagioni (Rebellato). Però suoi testi poetici sono presenti in diverse antologie e nel 2004 ha dato alle stampe un libro di racconti (molto poetici), Insopprimibili vizi (AM Edizioni Marotta). Dopo aver insegnato per decenni francese e inglese ora Laura Ricci dirige la rivista web Fabruaria e un network di quotidiani in Umbria.
Allora se l’amore è tutto, potremmo domandarci, resta poco tempo e spazio per la poesia?
Non è esattamente così: la scrittura della Ricci (anche quella in prosa) è un distillato di continua riflessione, di saggezza, dove alla fine (magari dopo anni di lavoro sui testi) filtra solo l’essenziale, quelle tracce utili al lettore per comprendere il mondo, e – come in questo caso – la possibilità di dare voce alla notte, e al silenzio (Troppa occidentale diffusione / mi snerva. Tacete per favore). Una poesia molto musicale, non a caso qui si parla spesso di strumenti (l’amato pianoforte), di concerti, di scale e di arpeggi, di musica come linguaggio alternativo a quello verbale, di suoni che si fondono alle parole per riuscire a dire “qualcosa in più". E se nella precedente raccolta era Vivaldi (fin dal titolo) a segnare il ritmo qui è l’estro geniale, la briosità perfetta eppure travolgente, di Mozart.
Parlavamo dell’amore, all’inizio, e molti testi di Voce alla notte insistono su questo tema, una specie di pacata ossessione che si risolve (e si scioglie) nel rito del tè: indispensabile per armonizzare la giornata, i pensieri, le emozioni, i desideri, i ricordi. Una specie di “messa a punto" o, meglio, di “accordatura" della vita. Ecco allora gli odori sottili, i colori vibranti, i suoni delle parole che vengono fuori limpidi e misurati:
E’ – questo intenso amore –
campo rosso di fragole
d’acre dolcezza profumato.
E’ di limone fiore, di frutto
aspro allegro mi stordì
d’aroma forte assaporato.
Emana acre pari intenso odore
l’aspro tuo intenso profumato
amore.
E quel “campo rosso di fragole" (in altra poesia “una primula color di fragola / di selvatico un fiore rosso), fa pensare – come suggerisco nell’introduzione alla raccolta poetica – a un ostinato bisogno di credere nella bellezza dell’esistenza umana (Tutto finito / quasi un fallimento. / Pure amerò di nuovo / con la totalità / piena di sempre). Non il rimpianto del passato, ma il desidero di vivere con pienezza i propri giorni: l’amore indispensabile, il gesto e l’abbraccio, i piaceri del corpo, e andare avanti a testa alta con la fiducia di sempre.
Testi asciutti che nel loro fluire armonioso svelano il mistero delle piccole cose. La capacità d’ascolto e d’osservazione, che fa vedere i suoni e udire i colori, spinge alla brevità (del verso e della strofa) e alla chiarezza, pur nella polisemia che sempre accompagna la poesia (anche la più limpida), nella sua condensazione d’idee, nella sua capacità di sintesi d’emozioni, talvolta persino contrastanti, del cuore e della mente. Per questo a fine lettura si ha la certezza d’essersi imbattuti in una poesia elaborata con perizia e “necessaria" perché intensa e vera, che rispecchia anche un modo di vivere (l’infaticabile impegno civile e culturale dell’autrice) e di sentire la poesia. Così poesia e vita si alimentano a vicenda, si scambiano gesti appartati e gentili, ma anche incrollabili certezze, forza etica, scelte radicali (per esempio quella di pubblicare con discrezione o vivere una sessualità più libera), quotidiane scoperte – se si ascolta e si guarda il mondo con attenzione – e la calma ma decisa ribellione ai luoghi comuni:
E’ di noi donne la remota dura
ostinata arte di non soccombere.
Come Kandinskij (e non a caso nel libro ci sono due immagini del geniale pittore russo) ha fatto suonare i colori (una sua opera s’intitola “Il suono giallo"), Laura Ricci dà voce alla notte, ai suoi silenzi infiniti e profondi, ai lontanissimi punti luminosi, ma anche alle cose infime che tutti i giorni ci passano sotto gli occhi e non sappiamo vedere (o apprezzare), ai gesti dell’amore e a quelli minimi (del rito del tè, per esempio, che mette in evidenza l’impronta filosofica di tipo orientale), apparentemente insignificanti ma che uniti, messi insieme e intrecciati l’uno all’altro sono l’essenza della nostra vita e danno il senso alla nostra esistenza. L’obiettivo poetico è quello di riconoscere in ogni cosa l’intensità, l’essere. Anche se nella nostra epoca l’esteriorità ha preso il sopravvento e sembra un’enorme bocca che tutto divora. La poesia, la buona e onesta poesia come quella di Voce alla notte di Laura Ricci, prova a farci rivivere l’autenticità e la magia del mondo, ci obbliga a innamorarci di nuovo della vita.
Laura Ricci, Voce alla notte (LietoColle, Faloppio - Como - 2006, pp. 46, euro 10,00)
Posted by Alessio Brandolini at 17:19 | Comments (4)
09.07.06
Ana Blandiana, Un tempo gli alberi avevano occhi
“La poesia è ciò che mi ha dato, come un sesto senso, la sensazione della presenza dell’altro nel mondo circostante. L’altro mi guarda dalle pietre, dalle piante, dagli animali, dalle nuvole, un altro che solo nei momenti di grande stanchezza si chiama nessuno". E’ una frase di Ana Blandiana (vero nome Otilia Valeria Coman, e Blandiana è il villaggio da dove provenivano i genitori) che molto ci dice sull’essenza della sua poesia, e che si può leggere, assieme ad altre riflessioni, nel saggio di chiusura (“La poesia, tra silenzio e peccato") alla folta antologia poetica Un tempo gli alberi avevano occhi (2004, Donzelli) curata in modo eccellente da Biancamaria Frabotta e Bruno Mazzoni. Un libro utile e convincente per far conoscere in modo approfondito la poetessa della Romania (nata a Timisoara, sul confine ungherese, nel 1942) più nota al mondo, una delle voce più limpide della fertile poesia romena contemporanea, per decenni impegnata contro Ceausescu e per questo censurata e spiata, fino al crollo del regime avvenuto nel dicembre del 1989. L’esordio in versi della Blandina risale al 1964, con “Prima persona plurale". "Un tempo gli alberi avevano occhi" prende avvio con una selezione di testi dalla seconda raccolta “Il tallone vulnerabile" (1966), per poi proseguire con le raccolte più significative: “Il terzo sacramento" (1969), “Ottobre, Novembre, Dicembre" (1972), “Il sonno nel sonno" (1977), “L’occhio del grillo" (1981), “Stella da preda" (1985), “L’architettura delle onde (1990) per arrivare, infine, a “L’ultimo sole" (2000). Ana Blandiana ha pubblicato, inoltre, numerosi libri di saggi, alcune raccolte di racconti e di versi per l’infanzia.
Qui mancano i famosi testi politici, quelli contro la repressione e la dittatura, probabilmente per non affollare troppo l’antologia e metterne meglio in risalto gli aspetti lirici, ma riferimenti alla situazione politica romena e alla vita dell’autrice, spiata e reclusa in casa, sono presenti nei testi provenienti dalla raccolta “L’architettura delle onde".
Quella della Blandiana è una poesia che si sviluppa nel tempo in modo costante eppure senza fretta, quasi con un certo aristocratico distacco, perché, come scrive l’autrice nel saggio citato, “sono un poeta, non posso permettermi di diventare un autore di versi". Un paradosso che rivela il carattere appartato e tendenzialmente malinconico di questa poesia che sa ascoltare le voci della natura e poi riportarle nei versi con una voce pulita, semplice ed essenziale (“Verso una poesia povera" s’intitola l’intervento della Frabotta, messo in chiusura). Il tempo circolare e un linguaggio scabro e fitto di ripetizioni lessicali danno alla poesia della Blandiana un’aurea di sacralità, di mistero (v. la presenza degli angeli). Per questo i testi qui raccolti (sono più di sessanta) entrano lenti e come a piedi nudi, così da evitare rumori molesti, nella testa del lettore per fargli apprezzare il silenzio (“la capacità di tacere"), e innescare, a fine lettura, la voglia di ricominciare dall’inizio, ovvero di rileggerli ancora, di trarne altro calore (se hai freddo, copriti/con le vesti striminzite di questi versi).
Poesia che non si sforza di stupire o incantare, non c’è l’ansia di mostrare bravura, abilità tecnica, originalità nella forma, o un pensiero sconcertante o totalmente nuovo. Qui l’idea di poesia è la percezione del reale (della morte e della vita) che nasce dalla profonda e pacata riflessione, della luce sottile che mette in risalto le ombre, i particolari, le venature della corteccia degli alberi, i colori delle cose e della luce e, “gli altri", chi ci sta vicino o, per contrasto, la solitudine (La solitudine è una città/dove gli altri sono morti). La poesia fa parte della letteratura, certo, ma allo stesso tempo è (o agisce) come se ne fosse al di fuori, o del tutto estranea, come diceva Umberto Saba. “Mentre la materia prima da cui viene ritagliata la letteratura", scrive la Blandiana, “è la parola, il mistero della poesia è costituito da silenzi che le parole si limitano a circoscrivere e valorizzare". Per questo i grandi poeti, nella sostanza, si assomigliano tutti.
Probabilmente la prima parte del libro è meno profonda nella riflessione eppure quella più intensa, più suadente: cammino dentro di me/come in una città straniera/dove non conosco nessuno. Oppure si veda la poesia “L’occhio chiuso", che qui sotto riporto per intero:
Nemmeno un istante oso chiudere gli occhi
per paura
di stritolarlo tra le palpebre il mondo,
di sentirlo ridursi in frantumi
come una nocciola fra i denti.
Quanto tempo potrò tenerlo in vita?
Guardo angosciata
e soffro come un cane
per l’universo che non ha riparo
e morirà nel mio occhio chiuso.
Non è facile tenere assieme i tanti (troppi) pensieri e le riflessioni d’un libro così composito che attraversa oltre trent’anni di poesia e ben otto raccolte poetiche. Nel tempo cambiano i toni, che si fanno più nostalgici e riflessivi, o dolorosi. Si acumina lo sguardo, la poesia si evolve e si accentua la compostezza (che si fa scioltezza) metrica. Oppure si torna ai temi originali, quelli contenuti nelle prime raccolte, ma con un taglio più asciutto, più teso, talvolta oracolare. Ma occorre dire che la poesia della Blandiana è molto fedele a se stessa: nel tempo lo stile non cambia molto, e questo suscita nel lettore un senso di staticità, anche se nella prima parte l’io è più spesso maschile che femminile. Staticità che rientra nella visione poetica della Blandiana che scruta e scava nello stesso paesaggio. La bellezza di questo mondo poetico, non vasto ma articolato e come disegnato in rilievo, va cercata nei gesti, nel distacco improvviso, e – sopratutto – nello sguardo che coglie e non strappa, nella meditazione piana e sottile, raffinata ma non oscura, che va sotto, in profondità, a cercare le radici più sottili, e mai trascura il filo d’erba ingiallito, gli occhi degli alberi, il cuore d’una noce. Una poesia che sa vedere (e scortecciare) la superficie, il silenzio, ma senza perdersi nel profondo o che il profondo cerca (e trova) nella superficie, nel visibile.
La traduzione di Biancamaria Frabotta e Bruno Mazzoni è accurata e c’è come una morbidezza nel verso che rallenta la lettura, ferma la fretta di chi legge, lo fa sostare su ogni singola parola e con garbo gli permette di cogliere la bellezza, e la soffice luce piena di occhi e di mani, della poesia di Ana Blandiana.
Ana Blandiana, Un tempo gli alberi avevano occhi (Donzelli, Roma 2004, pp. 189, euro 12,00)
Posted by Alessio Brandolini at 15:53 | Comments (0)
02.07.06
Codice siciliano
In Bottega stiamo per portare a termine la lettura a staffetta di Horcynus Orca, nell'attesa dello slancio finale condivido con tutti voi la gioia immensa di aver recuperato per vie oscure l'introvabile Codice Siciliano, la raccolta di poesie che costituisce secondo il dire comune l'embrione di Horcynus Orca.
Ecco il pdf dell'edizione del 1978 e di seguito la quarta di copertina di Pontiggia:
Una Sicilia mitica, omerica, che si sovrappone a una Sicilia stratificata nelle sue ère geologiche e storiche – da quella «Pregreca» delle tombe neolitiche a quella araba e normanna fino a quella moderna abbandonata dagli emigranti – domina nelle poesie di questo Codice Siciliano di Stefano D'Arrigo:terra alla quale il poeta torna nel rimpianto, «spatriato di là, oltre lo scilla», come la quaglia che modula «rochi gridi / al barlume del giorno» e in sogno vola «sul mare ventilato dalla luna, / col giovane grecale che stormisce / d'ala in ala, favorendo d'aria / Capo Passero, Siracusa, l'Anapo, / le rive di papiro dove già / fra foglia e foglia crepita la luce ».
L'Italia «oltremare» è il «Nord, l'antico futuro», mentre la Sicilia è il ritorno al mito e insieme il mito del ritorno, del nostos che riconduce il poeta «sui prati, ora in cenere, d'Omero», attratto da una voce che lo chiama «nelle notti di luna sullo Stretto», sirena o Fata Morgana oppure eco dei secoli cavallereschi oppure ancora Madre trafitta dalle sue «povere stimmate, le spine / di ficodindia».Pubblicato per la prima volta da Scheiwiller nel 1957 e arricchito nella presente edizione da tre poesie apparse nel 1961 su un numero di «Palatina» e da una inedita, questo Codice Siciliano di D'Arrigo è inevitabile che oggi sia letto come un archetipo e insieme incunabolo di Horcynus Orca, che uscirà vent'anni dopo; in questa prospettiva il testo si rivelerà prezioso, fecondo di suggerimenti e illuminazioni, non solo per l'affiorare di temi centrali, dal nostos omerico alla trasfigurazione epica della pesca, dalla presenza della morte a quella dei delfini e delle sirene, ma anche per i primi segni di quell'immenso lavoro sul linguaggio che troverà nell'opera maggiore la sua realizzazione più compiuta: se ne vedrà una sorta di presagio e prefigurazione in quella lirica che esprime come l'aspirazione a una lingua insieme passata e futura e che si intitola significativamente «In una lingua che non so più dire».
Una lettura in questa chiave stimolante dovrebbe però aprirsi nel contempo anche a una lettura autonoma, per scoprire la ricchezza di un linguaggio lirico che alterna riflessioni popolaresche a chiusi momenti di concentrazione dolorosa e ad aperture di visionarietà «greca», cui certo non è estraneo l'amore giovanile per Hölderlin: e per ritrovare, nel ritmo e nella forma propria della poesia, la fusione, come nel finale dell'Horcynus, dei due temi, quello del ritorno e quello della morte: «io da una guerra reduce, e da quante / un gran figlio mi ricorda mia madre, / perduto con lo scudo o sullo scudo, / desidero tornare spalla a spalla / coi miei amici marinai che vanno / sempre più dentro nei versi, nel mare».
Giuseppe Pontiggia
Posted by Tonino Pintacuda at 10:34 | Comments (12)
11.06.06
Meeten Nasr, Atlante del nomade
Probabilmente anche i nomadi hanno le loro mappe segrete, ma per perdersi meglio e non ritrovarsi che in un mondo nuovo (fuori da “un passato polveroso"). Così poi da tracciare un atlante che nulla avrà in comune con quello conosciuto, o imposto dalle consuetudini. Meetten Nasr, nato a Pesaro nel 1929 (ma da anni vive a Milano dove svolge attività di saggista e traduttore), con i suoi testi ci conduce per percorsi poetici: terrosi e in salita. E lo fa con una forza di chi del viaggio conosce ogni fatica e la nostalgia che spinge a rivedere (rimembrare) le cose, gli amici, il mare, la terra, il Giappone e l’India, la Sardegna e Rodi, Palermo e Milano. E non solo per tornare a vivere quelle emozioni più intensamente, ma per trasmettere al presente l’intensità di quella luce:
Non è il mio questo passato polveroso,
né fra robinie troverò radici.
Altro tramonto attendo dal futuro
mentre il sole qui affonda fra i castagni.
Atlante del nomade (2005, LietoColle) è un libro diviso in cinque parti, con l’ultima parte in prosa, ma non meno poetica dei pezzi in versi (“ogni luce scomparve e una profonda notte ci venne incontro come caligine che risalisse dal fondo di un pozzo"), che raccoglie testi scritti tra il 2000 e il 2004 e in parte già pubblicati su plaquette. Cinque mondi caratterizzati da una scrittura che ha le sue radici nel mondo classico (soprattutto greco, ma anche orientale) e dove la poesia si fa ricerca del sé nell’altro e nel mondo che ci sta intorno, dell’essenza del vivere (i segni che si lasciano in vita e i segni che sul nostro corpo e nell’anima lascia la vita), e continua scoperta e, insieme, la voglia di scoprirsi, e raccontarsi. Ulisse è l’eroe non più giovane (Parliamo un po’ di me, di quel poeta/oramai sedentario che in passato/solo un anno durava, forse due,/in qualche appartamento semivuoto) che ci accompagna in questi versi che tagliano i passaggi cruciali della vita e del pensiero dell’uomo perennemente in viaggio.
A ritroso: Meeten Nasr ha pubblicato nel 2001 la raccolta "Dizionario" (con una nota di Giampiero Neri) e, più indietro nel tempo, è stato inserito nell’antologia dei “7 Poeti del Premio Montale" pubblicata nel 1999 da Scheiwiller (per aver vinto l’anno precedente la sezione inediti di quel premio). Con questa nuova raccolta l’autore conferma la raggiunta maturità del linguaggio poetico: colto e raffinato, talvolta persino troppo aulico (“il fragore dell’onda che si volve"), con una metrica che privilegia l’endecasillabo. Ma c’è in questa poesia dell’altro che forse conta di più o, meglio, che riesce a sostanziare quella forma, ed è un corpo poetico in continuo movimento, di spostamenti continui, di domande (“la luce, che cos’è?"), d’incontri con gli altri (v. la stupenda “Carmine alla Vetra"), di percorsi carsici dove all’improvviso riaffiorano sguardi e gesti e che rendono la lettura dei 26 testi qui raccolti tesa e inquieta. Lo sguardo è sulla luce (sui fuochi, riflessi, tramonti) ed è presente una vibrante attesa di luce (e proprio “Più luce" s’intitola la seconda parte del libro, e “Luccicanze" la terza), a sottintendere una spiritualità discreta e sofferta (v. lo stazzo che diventa chiesa), ma priva di retorica, distinzioni (divisioni) religiose, perdizioni ascetiche, così come d’esaltazioni poetiche:
Lasciatemi cercare qualche traccia
del mio transito vano, una parola,
questo segno insensato, la scrittura
dissonanza in rima con speranza.
Quella di Meeten Nasr è una poesia maturata lentamente negli anni e in continui spostamenti di luoghi e paesaggi, in lunghe attraversate di boschi, terre e mari, e isole. In decisivi incontri di persone, in approfondite letture e calme, ma intense riflessioni. Per questo riesce a scalfire con originalità le mappe d’un atlante poetico nomade e inquieto, sì, e pieno di dubbi e lacerazioni, ma proprio per questo saldamente moderno.
Meeten Nasr, Atlante del nomade, LietoColle, Faloppio (Como) 2005, pp. 60, euro 10,00
Posted by Alessio Brandolini at 09:23 | Comments (1)
25.04.06
"sonetti l'è tornato sulla breccia"
Posted by giuliomozzi at 17:27 | Comments (1)
23.04.06
L'uomo col giornale in mano
di giuliomozzi
[Le informazioni su questo testo sono in fondo al post. Cliccare sull'immagine per ingrandirla. gm]
L'uomo col giornale in mano
ha il braccio destro abbandonato lungo il fianco.
L'uomo col giornale in mano
regge il giornale con la mano destra,
alza lo sguardo e volta il viso verso
noi, che lo guardiamo.
L'uomo col giornale in mano
ha interrotta la lettura del giornale
per guardare
noi, che lo guardiamo.
L'uomo col giornale in mano è morto.
Noi, per ora, siamo vivi.
Eppure l'uomo col giornale in mano ci guarda
con uno sguardo attento e cortese
con lo sguardo di chi ha interrotta un'occupazione
e sta in attesa:
in attesa che noi, vivi, gli diciamo qualcosa.
L'uomo col giornale in mano ha interrotta
la lettura del suo giornale,
ha abbandonato il braccio destro lungo il corpo
continuando a reggere il giornale
e ha alzati gli occhi e si è voltato verso di noi
come fa un uomo cortese, come fa un uomo assorto
in un'occupazione
quando qualcuno gli si avvicina, gli rivolge la parola,
ha bisogno di lui o ha qualcosa da proporgli.
L'uomo col giornale in mano è morto,
e di lui, a noi vivi, rimane questo sguardo attento
e cortese,
questo sguardo che era dedicato, fino a un attimo fa, alla lettura del giornale,
e ora è dedicato a noi.
Che cosa leggeva, nel giornale, l'uomo col giornale in mano?
Dalla lettura di quali notizie od opinioni l'abbiamo distolto
entrando nel cerchio della sua attenzione?
Dov'era, la mente dell'uomo col giornale in mano, fino a un attimo fa,
quand'era assorta nella lettura del giornale?
Dove erano le nostre menti fino a un attimo fa, fino a prima che incrociassimo
lo sguardo dell'uomo col giornale in mano?
Ora, noi osserviamo quest'uomo.
Il corpo di quest'uomo è ricoperto di insegne.
La barba, il cappello, l'abito, l'orologio,
il distintivo applicato alla giacca,
lo stesso giornale che ora pende
dalla mano destra, dal braccio abbandonato lungo il fianco:
ecco, queste sono le insegne.
Le insegne dell'uomo che ha voluto farsi ritrarre
così, come uno che alza gli occhi dal giornale
sul quale aveva concentrata la sua attenzione
fino a un attimo fa,
e che adesso dedica a noi, guardandoci,
la sua cortese attenzione.
Questo è un uomo in ascolto.
Questo è un uomo che ci guarda con uno sguardo tranquillo.
Questo è un uomo che, qualunque cosa accada,
è pronto.
L'uomo col giornale in mano
porta su di sé le sue insegne
perché l'uomo col giornale in mano
è un uomo che vive nel mondo
e sa che nel mondo la carne, il cuore, l'animo, l'intelletto
non contano:
nel mondo, contano le insegne.
Ogni uomo che cammina nel mondo
è accompagnato dal canto delle sue insegne;
il canto delle sue insegne lo precede
mentre cammina nella pubblica via,
il canto delle sue insegne risuona ancora
quando l'uomo se n'è uscito dalla stanza.
È alle insegne che l'uomo porta su di sé
che si rivolge il saluto dei passanti, l'ossequio degli inferiori,
l’invidioso rispetto dei pari, il cauto disprezzo dei superiori.
L'uomo col giornale in mano
è ciò che è:
è un uomo che legge il mondo
ogni giorno, considerando attentamente ogni parola
che trova scritta nel giornale.
Il giornale si chiama: Corriere mercantile.
L'uomo col giornale in mano
non ha in mano uno scettro, né un crocefisso, né un falcone.
L'uomo col giornale in mano sta, solo, col suo giornale
difronte al mondo,
e il mondo
è un grande mercato.
Non sa, l'uomo col giornale in mano, di essere il primo
uomo che viene ritratto, con colori su tela, mentre distoglie lo sguardo
dal giornale e rivolge a noi, che lo guardiamo,
la sua cortese attenzione.
Non sa, l'uomo col giornale in mano, che le insegne
delle quali il suo corpo è rivestito
non ci dicono, ora, più nulla: tacciono
tutte, non cantano più.
Solo il suo giornale, oggi, ci parla.
Il Corriere mercantile, e i suoi occhi tranquilli.
Dietro quegli occhi, noi vediamo una mente che calcola.
Dietro quegli occhi, noi vediamo una mente saggia
che calcola il rischio e il profitto, il vantaggio e lo svantaggio.
Dietro quegli occhi, noi vediamo una mente buona
che bada alla sopravvivenza delle ricchezze,
al benessere delle persone che l'uomo ama
e che vivono, da lui amate, grazie alle sue ricchezze.
Quest’uomo è un mercante.
Il suo lavoro
è comperare merci, vendere merci.
Ciò di cui l’uomo ha bisogno, lui lo conosce.
Ciò che l’uomo desidera, lui lo conosce.
I bisogni e i desideri degli uomini
sono il suo lavoro.
E il mondo dei bisogni e dei desideri
e delle merci che possono soddisfarli
è tutto lì, dentro il Corriere mercantile.
L'uomo col giornale in mano è il primo uomo che un pittore
abbia ritratto nel momento in cui distoglie lo sguardo
dal giornale e rivolge al mondo
la sua attenzione.
Tuttavia, l'uomo col giornale in mano
non immagina
l'importanza dell'avvenimento.
L'uomo col giornale in mano affida
il suo onore
alla barba, all'abito, al cappello, all'orologio
e al distintivo che gli adorna la giacca.
L'uomo col giornale in mano non sa
che di tutto questo nulla è sopravvissuto:
è sopravvissuto solo il giornale
che pende dalla sua mano destra.
E i suoi occhi tranquilli
sono gli occhi di un uomo che sa
le cose del mondo, che è informato
delle cose del mondo, che ogni giorno
legge il suo giornale e dal giornale trae
informazioni, che il suo ingegno farà fruttificare,
che il suo ingegno trasformerà in ricchezze
e in benessere per le persone che egli ama, che vivono grazie
alle sue ricchezze.
Quest'uomo è un uomo ricco
e la sua ricchezza non è dovuta ad altro
che al suo ingegno, alla sua saggezza, alla sua bontà
e al suo giornale, dal quale
per un attimo ha distolti gli occhi
per guardarci, per guardare noi
che siamo ancora vivi e a sua volta lo guardiamo,
l'uomo col giornale in mano,
interrogando la sua caducità,
la fragilità della sua carne,
la futilità della barba, del cappello, dell'abito e dell'orologio
nei quali egli, lo sappiamo, riponeva tante speranze.
Il suo giornale, quest'uomo, con quel gesto
tranquillo, il suo giornale, abbandonando il braccio destro lungo il corpo,
il suo giornale, quest'uomo, vi rendete conto?
Quasi ce lo nasconde, per pudore.
Perché da quel giornale vengono, grazie al suo ingegno, le sue ricchezze
e quest'uomo, delle sue ricchezze, ha pudore.
Perché quel giornale è l'insegna
del suo lavoro, del lavoro che il suo ingegno fa ogni giorno
per produrre ricchezze.
E produrre ricchezza, lavorare, per quest'uomo
che adesso, mentre pensiamo questo, diventa definitivamente morto,
non è cosa nobile.
È nobile la barba, è nobile il cappello,
sono nobili l'abito e l'orologio:
ma il lavoro, l'alzarsi presto la mattina, la lettura quotidiana
meticolosa
del giornale,
no, tutto questo non è nobile.
Quest’uomo conosce
i bisogni e i desideri degli uomini,
dei bisogni e dei desideri degli uomini
è fatta la sua vita.
Tuttavia quest’uomo sa
che non è nobile
riempire la vita di bisogni e desideri.
L’uomo nobile
è l’uomo senza affanni,
l’uomo che può dedicarsi a un altro uomo
solo quando ne abbia voglia,
per un ghiribizzo o per un gesto di bontà.
L’uomo col giornale in mano
è un uomo che produce ricchezze
affannandosi,
è un uomo che si dedica ai bisogni e ai desideri degli uomini
tutto il santo giorno,
con pazienza e saggezza,
con tutto il suo cuore e tutta la sua mente e tutta la sua anima,
perché così
può assicurare alle persone che ama
una vita felice, lontana da bisogni e desideri:
una vita, spera l’uomo col giornale in mano,
senza bisogni né desideri.
Una vita nobile.
Per questo l'uomo ci guarda a quel modo.
Per questo i suoi occhi tranquilli sono puntati su di noi.
L'uomo conosce i suoi occhi,
sa che i suoi occhi hanno la forza
di attirare su di sé gli occhi dell'interlocutore,
di imprigionare la sua attenzione.
L'uomo che ha appena distolti gli occhi dal giornale,
che ha abbandonato il braccio destro lungo il corpo,
l'uomo che rivolge a noi il suo sguardo attento e cortese,
quest'uomo vuole
che non ci accorgiamo del suo giornale,
che non pensiamo a lui come a un uomo
che si alza presto la mattina per leggere il giornale,
che si alza presto la mattina per decidere acquisti e vendite,
che si alza presto la mattina per visitare moli e magazzini,
che si alza presto la mattina per trattare sui prezzi,
che si alza presto la mattina per imparare -– informandosi,
leggendo attentamente il Corriere mercantile,
passeggiando per la via,
concedendo benignamente la sua attenzione,
conversando amabilmente in piazza o al caffè,
osservando il mondo,
questo mondo pieno di uomini e di donne –
i bisogni e i desideri degli uomini e delle donne.
Quest'uomo è un mercante.
Il suo sguardo è paziente e saggio.
I nostri bisogni e i nostri desideri, lui li conosce
e sa, grazie alla lettura del Corriere mercantile,
con quali merci potrà soddisfarli.
Per questo, noi lo amiamo.
[Questo mio testo è pubblicato (insieme con testi di Laura Pugno, Piersandro Pallavicini, Matteo B. Bianchi e Silvia Magi) nel volumetto Scrivere l'arte II, pubblicato dalal Galleria d'arte moderna Ricci Oddi di Piacenza e curato da Stefano Fugazza. Ciascuno dei testi inclusi nel volumetto "racconta" un quadro ospitato nella galleria. Il "mio" quadro era il Ritratto del cavalier Giuseppe Bianchi, di Tranquillo Cremona (1872), di cui potete vedere una riproduzione in grandezza decente cliccando sull'immaginetta all'inizio del post. Se a qualcuno venisse in mente di obiettare che il cavalier Giuseppe Bianchi, nel quadro di Cremona, non indossa cappello, rispondo preventivamente che trattasi di licenza poetica. Ringrazio Stefano Fugazza e Gabriele Dadati per avermi coinvolto nella bella iniziativa. gm]
Posted by giuliomozzi at 17:28 | Comments (12)
05.04.06
Ci sono molti modi per considerare una poesia
di Ugo Vesselizza
Res theoreticae, I
Ci sono molti modi per considerare una poesia,
e uno di questi è di non considerarla
affatto. E questo può sembrare innocenza,
buon senso mescolato ad innocenza,
l'acquiescenza dell'età avanzata, quando ci si guarda
allo specchio e ci si vede invecchiati.
Allora uno pensa che forse è troppo tardi
per considerare, o volere,
o giudicare, ma i confini non sono ben chiari;
come quando il sole tramonta, e la gita
sta per concludersi, e il ritorno dalla campagna in città,
nel crepuscolo, diventa più facile,
più lusinghiero nella penombra del crepuscolo.
Ma è forse una giornata interrotta
quella che più ci consola, la cena in famiglia,
la lettura intorno al fuoco, nello
schioppettio del fuoco l'avvampare della conversazione,
prima di andare a dormire, nella stanza
degli specchi. E a questo punto, a quest'età,
considerare o non considerare rimane
sempre un fatto personale, una scelta, o il desiderio
di una scelta, o al massimo una lite tra
marito e moglie insonni dentro al letto.
Certo, è possibile anche dire queste cose
molto diversamente, e allora
la considerazione cambia, o si adegua,
adegua la sua voce come le nostre voci
si adeguano alle ore del giorno,
alle persone, alle cose...
E quando si tace, anche la considerazione tace,
o a volte indaga, pettegola intorno
al silenzio come una donna da mercato, e trova
delle soluzioni, degli indizi
salutari anche nel silenzio, ma non sono
certo soluzioni adeguate.
Un po' più avanti, un po' più a fondo,
uno scopre sempre un disagio, che non è
il solito disagio, ma come qualcosa
del giorno innanzi, o qualcosa che non parla
e non comunica, e non intralcia
il passo come una pietra sul sentiero,
così che non sembra il solito
disagio, ma neanche sembra molto diverso.
Quando il giorno muore e l'autunno scrolla
dai rami le ultime foglie, e l'aria
è pulita e fresca, poco prima di andare a dormire.
[Questo è il testo inaugurale di Acqua sull'acqua di Ugo Vesselizza, Edit (Ente giornalistico-editoriale, Fiume, Croazia: ordinabile dal sito). Ho ricevuto il libro stamattina. Ho cominciato a leggerlo in ospedale, dove oggi ho accompagnata una persona. Mi sembra molto bello. Mi accorgo dieci minuti fa che il quadro riprodotto in copertina è di Bruno Piva. Il mio primo libro, uscito nel 1993, aveva in copertina la riproduzione di un quadro di Bruno Piva. E solo ora mi accorgo che la "Nota introduttiva" è di Stefano Dal Bianco: dal quale ho imparato, salvi errori di comprensione da parte mia, metà di tutto ciò che so di buono. Riporto qui sotto una parte di questa "Nota". gm]
Dalla "Nota introduttiva" a Acqua sull'acqua, di Stefano Dal Bianco
[...] Vesselizza è un moralista disperato, un invasato, un rabbioso con qualche cosa di importante da dirci, qualche cosa di urgente dalla riva orientale dell'Adriatico. Ma è anche troppo consapevole per cedere alle lusinghe dell'empatia: azzanna, sbrana. Quando parla cita Hegel, Croce, Contini, Heidegger, Eliot, Lausberg, Flaubert, Gadamer, Derrida, Pascoli, Barthes, Carducci, ma non dobbiamo lasciarci intimidre dai suoi eccessi di autocoscienza. Avviciniamoci: tutto confluisce nella limpidezza vibrante e infida di quelle Res theoreticae che aprono il volume: otto poesiole da spiazzare o almeno disorientare un'intera generazione.
Ascoltiamole, anche al di là della loro smisurata ambizione autofondativa. La sintassi è falso-argomentativa e gli effetti di 'prosa' sono solo apparenti, poiché ci viene imposto di continuo un rallentamento della dizione. C'è una sorta di pacatezza, qualche cosa che ha a che fare con la luce, quella stessa luce che conferisce la strana fissità auratica ai quadri di Vermeer e di Hopper. Strana perché non esclude la vita delle figure che la abitano: qualche cosa è lì, e si espone a noi con quel misto di affabilità e di distanza, di 'estraneità' che hanno i classici.
C'è un'aria di eternità in questi versi, che raggiungono un effetto di fisicità attraverso dei mezzi che apparentemente la negano, come nel grande Wallace Stevens, ma l'immagine che più viene in mente è quella di un Petrarca o di un Agostino chini sul proprio scrittoio illuminato. L'immediatezza è la bestia nera di questo poeta, tanto colto quanto può esserlo chi è vissuto appartato in una di quelle che in geografia linguistica si chiamano 'aree laterali': gente che ha pochi libri ma buoni, meditati, e su questi fonda in silenzio la propria 'teoresi'.
Posted by giuliomozzi at 16:20 | Comments (1)
16.03.06
39 istruzioni per l'uso dei musulmani
prontuario per giovani europei bianchi istruiti eterosessuali
1. Salutarli.
2. Salutarli, anche se sono donne.
3. Non offrire loro carne di porco.
4. Invitarli a bere il caffè.
5. Evitare di chiamarli “maomettani".
6. Evitare di decorarli con cagnolini.
7. Non fotografarli mentre dormono.
8. Comportarsi con loro come se fossero persone umane.
9. Concordare sul fatto che Allah è grande.
10. Distinguerli dai buddhisti.
11. Prendere lo stesso autobus.
12. Decorarli con cagnolini, qualora lo richiedano espressamente.
13. Accettare l’invito a bere il caffè.
14. Non essere troppo espliciti.
15. Tirare sul prezzo.
16. Distinguerli dai turchi.
17. Attendere la traduzione prima di rispondere.
18. Offrire la mano da stringere solo dopo essersela lavata.
19. Non lavarsi le mani dopo la stretta di mano.
20. Non criticarli apertamente.
21. Criticarli privatamente.
22. Prepararsi all’incontro leggendo attentamente il Corano.
23. Non confondere il Corano con la Torah.
24. Mangiarli crudi.
25. Rispettare i loro cagnolini.
26. Offrire loro il pranzo su tovaglie a fiori.
27. Evitare gli eccessi.
28. Dare la precedenza.
29. Esprimere opinioni religiose in forme molto sfumate.
30. Dichiarare di essere religiosi.
31. Quando si è invitati a pranzo, portare cibo per i loro cagnolini.
32. Togliersi le scarpe prima di entare nelle moschee.
33. Ricordarsi di indossare canzini puliti.
34. Premurarsi di aggiungere “che Allah lo benedica" ogniqualvolta si pronuncia la parola “profeta".
35. Mostrarsi gentili.
36. Mai lasciarli soli con una donna.
37. Mai restare soli con le loro donne.
38. Nel caso in cui ci si trovi da soli con le loro donne, evitare di approfittarne.
39. Accettare la compagnia dei loro cagnolini.
[1998. Questo "prontuario" è stato scritto nell'ambito di un laboratorio di scrittura al quale partecipavano cristiani cattolici, cristiani ortodossi, musulmani, agnostici e atei. gm]
Posted by giuliomozzi at 05:58 | Comments (12)
01.03.06
Lucca non è così immobile
di Bartolomeo Di Monaco
[tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]
Lucca è conosciuta come una città quieta, intima, riservata, dove si ambisce a non far parlare mai di sé. Eppure di qui è passata la riforma protestante che, se non ha attecchito, ha visto emigrare in Svizzera, soprattutto a Ginevra, molte famiglie illustri, tra cui i Diodati, da cui nacque nel 1576 Giovanni Diodati, che fu il primo a tradurre la Bibbia in italiano (1607). E anche alla vigilia del celebre movimento del 1968, Lucca ebbe fermenti che l’anticiparono. In quegli anni che vanno dal 1965 al 1968 si era costituito a Lucca il Gruppo beatnik C. 13. C. stava per Piazza Cittadella, una delle piazze più note di Lucca, e il numero 13 era il numero civico dove si tenevano le riunioni.
Ne facevano parte, tra gli altri, Mauro Petroni, l’ideologo, parente dello scrittore Guglielmo Petroni, Bruno Lugano, Vittorio Baccelli, Enzo Guidi, Franco Aprile, Bruno Grossi, le sorelle Giometti; successivamente si aggregarono Franz Petri e i fratelli Aprile. Si parlava di società, di arte, di ciò che accadeva nel mondo. Uno dei motti del Gruppo era: "Vogliamo morire come cittadini per rinascere come uomini". Più tardi, dal 1972 fino al 1980, continueranno a ritrovarsi presso il Minibar di Emilio Michelotti, in Via San Giorgio, grande amico del Gruppo. Furono, quelli, anche gli anni dei raduni giovanili a Woodstock (1969) e all’isola di Wight (1970). Alcuni testi ricordano quell’esperienza lontana: Il vino arabo di Franz Petri, ETS, Pisa, 2004; Eclisse, e-book di Vittorio Baccelli, in http://viviani2005.interfree.it, 2004; Breve storia di Lucca Beat di Enzo Guidi, ETS, Pisa, 2003; Controcultura in Italia di Pablo Echaurren – Claudia Salaris, Bollati Boringhieri, 1999.
Nel 1977 era uscita Carconia, una antologia edita da Maria Pacini Fazzi, nella quale si trovano pubblicati alcuni lavori dei componenti del Gruppo. Da questa antologia estraggo la bella poesia di Bruno Lugano, un ragazzo capitato a Lucca dall’Australia, dove era nato. Oggi è infermiere presso l’Ospedale cittadino.
NOW THAT I SUFFER YOU IS DAYFUL SHADOW ON ME
Ci sono molti pensieri che ti aspettano dovunque,
ma non li dirai per paura di dire il loro miserabile dirsi,
ne sceglierai qualcuno ogni tanto per te
come fai ora che ne hai bisogno,
ma aspetterai sempre per vedere cosa ne pensi,
ti farai aiutare dal tuo rifiuto di dirti
senza imbrogliare per confondere il dolore.
In questo diventare lingua che non diventa più nulla
riconoscerai le ombre di momenti che ti seguono
per chiederti una voce uguale all’amore.
Per questo ci sono giorni che diventano uomini
e uomini che diventano un cimitero stupito di giorni;
ci sono intelligenze incerte che come te si offrono
poco alla volta al tuo dire spaurito,
e ci dovrebbero essere giorni che vengono con pensieri attesi,
contro giorni in cui muoiono altri giorni
per riformare la tua cultura.
So di molti sentimenti fatti di verbi appena sentiti,
so di molto camminare per prepararsi a ricevere
ricorsi di preparazioni, piene di tempo mal sopportato,
e responsabilità di pensare quando viene.
So di metodi costituiti da sentimenti abbandonati dalla ragione
per un riposo che varia le apparenze,
ai quali ora voglio pagare un’intelligenza illusa di tempo
perché tornino a visitarmi senza rancore
nel mio costume vagante di momenti sfilosofati,
ora che è tempo di aggettivi alleati.
14-15 ottobre 1967
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 11:26 | Comments (2)
26.01.06
Il primo amore
di Giacomo Leopardi
Tornami a mente il dì che la battaglia
D'amor sentii la prima volta, e dissi:
Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!
Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,
Io mirava colei ch'a questo core
Primiera il varco ed innocente aprissi.
Ahi come mal mi governasti, amore!
Perché seco dovea sì dolce affetto
Recar tanto desio, tanto dolore?
E non sereno, e non intero e schietto,
Anzi pien di travaglio e di lamento
Al cor mi discendea tanto diletto?
Dimmi, tenero core, or che spavento,
Che angoscia era la tua fra quel pensiero
Presso al qual t'era noia ogni contento?
Quel pensier che nel dì, che lusinghiero
Ti si offeriva nella notte, quando
Tutto queto parea nell'emisfero:
Tu inquieto, e felice e miserando,
M'affaticavi in su le piume il fianco,
Ad ogni or fortemente palpitando.
E dove io tristo ed affannato e stanco
Gli occhi al sonno chiudea, come per febre
Rotto e deliro il sonno venia manco.
Oh come viva in mezzo alle tenebre
Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi
La contemplavan sotto alle palpebre!
Oh come soavissimi diffusi
Moti per l'ossa mi serpeano, oh come
Mille nell'alma instabili, confusi
Pensieri si volgean! qual tra le chiome
D'antica selva zefiro scorrendo,
Un lungo, incerto mormorar ne prome.
E mentre io taccio, e mentre io non contendo,
Che dicevi, o mio cor, che si partia
Quella per che penando ivi e battendo?
Il cuocer non più tosto io mi sentia
Della vampa d'amor, che il venticello
Che l'aleggiava, volossene via.
Senza sonno io giacea sul dì novello,
E i destrier che dovean farmi deserto,
Battean la zampa sotto al patrio ostello.
Ed io timido e cheto ed inesperto,
Ver lo balcone al buio protendea
L'orecchio avido e l'occhio indarno aperto,
La voce ad ascoltar, se ne dovea
Di quelle labbra uscir, ch'ultima fosse;
La voce, ch'altro il cielo, ahi, mi togliea.
Quante volte plebea voce percosse
Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,
E il core in forse a palpitar si mosse!
E poi che finalmente mi discese
La cara voce al core, e de' cavai
E delle rote il romorio s'intese;
Orbo rimaso allor, mi rannicchiai
Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,
Strinsi il cor con la mano, e sospirai.
Poscia traendo i tremuli ginocchi
Stupidamente per la muta stanza,
Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?
Amarissima allor la ricordanza
Locommisi nel petto, e mi serrava
Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.
E lunga doglia il sen mi ricercava,
Com'è quando a distesa Olimpo piove
Malinconicamente e i campi lava.
Ned io ti conoscea, garzon di nove
E nove Soli, in questo a pianger nato
Quando facevi, amor, le prime prove.
Quando in ispregio ogni piacer, né grato
M'era degli astri il riso, o dell'aurora
Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.
Anche di gloria amor taceami allora
Nel petto, cui scaldar tanto solea,
Che di beltade amor vi fea dimora.
Né gli occhi ai noti studi io rivolgea,
E quelli m'apparian vani per cui
Vano ogni altro desir creduto avea.
Deh come mai da me sì vario fui,
E tanto amor mi tolse un altro amore?
Deh quanto, in verità, vani siam nui!
Solo il mio cor piaceami, e col mio core
In un perenne ragionar sepolto,
Alla guardia seder del mio dolore.
E l'occhio a terra chino o in sé raccolto,
Di riscontrarsi fuggitivo e vago
Né in leggiadro soffria né in turpe volto:
Che la illibata, la candida imago
Turbare egli temea pinta nel seno,
Come all'aure si turba onda di lago.
E quel di non aver goduto appieno
Pentimento, che l'anima ci grava,
E il piacer che passò cangia in veleno,
Per li fuggiti dì mi stimolava
Tuttora il sen: che la vergogna il duro
Suo morso in questo cor già non oprava.
Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro
Che voglia non m'entrò bassa nel petto,
Ch'arsi di foco intaminato e puro.
Vive quel foco ancor, vive l'affetto,
Spira nel pensier mio la bella imago,
Da cui, se non celeste, altro diletto
Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago.
Posted by giuliomozzi at 19:33 | Comments (3)
04.09.05
Pedro Shimose \ Riflessioni machiavelliche
Adesso voglio contemplare il fiume.
Adesso voglio solo congedarmi e rammentare
l’amicizia delle palme.
Adesso, per favore, lasciatemi sorseggiare in pace
il buon mate di coca.
Nata da un paio d’anni la casa editrice veneziana Sinopia Libri (nobile “progetto editoriale senza fini di lucro" ) già si distingue nel panorama editoriale italiano per la cura dei volumi proposti (legati a mano) e per la qualità degli autori e delle opere in catalogo. In realtà autori non del tutto sconosciuti, noti (e talvolta notissimi) all’estero, ma qui da noi relegati – vai a sapere perché – a un ruolo marginale o, comunque, fuori dalle grandi case editrici e dal novero dei cosiddetti “autori importanti". A cominciare dallo scrittore colombiano Armando Romero che la casa editrice Sinopia ha fatto conoscere con una raccolta di fulminanti racconti (La radice delle bestie, 2004) per giungere ora al boliviano Pedro Shimose, di cui propone, per la prima volta in Italia e con il testo originale a fronte, la raccolta poetica Riflessioni machiavelliche che vide la luce nel 1980 e, dopo il successo, tradotta in diverse lingue. Il libro, presentato a Roma all’ Istituto Italo-Latino Americano nell’aprile 2005, è arricchito da una introduzione (“Machiavelli di fronte allo specchio") di Luis H. Antezana e dalle dense e approfondite “Appendici" di Claudio Cinti, che di questo prezioso volume è abile traduttore e curatore (nonché promotore del progetto editoriale Sinopia Libri).
Pedro Shimose è nato in Bolivia nel 1940, a Riberalta, nella parte amazzonica del tormentato paese sudamericano. Figlio di emigranti giapponesi giunti a Riberalta attraverso il Perù. Si trasferisce a La Paz per proseguire gli studi letterari all’università per poi, grazie a una borsa di studio, laurearsi a Madrid. Tornato a La Paz si dedica al giornalismo e all’insegnamento universitario ma nel 1971, a seguito del colpo di stato del colonnello Banzer, è costretto a lasciare il paese per stabilirsi a Madrid, dove tutt’ora vive, conservando in modo tenace i legami con la propria terra d’origine.
L’esordio in poesia avvenne nel 1961, a poco più di vent’anni, e quando nel 1980 arrivarono le Riflessioni machiavelliche Shimose è nella piena maturità poetica, avendo già pubblicato sei raccolte, e dopo quasi un decennio d’esilio. Un libro alimentato dalla cultura classica e rinascimentale, dalle riflessione sulla politica e il progresso, con forti accenti di critica sociale. Tutto è centrato sul personaggio di Niccolò Machiavelli (ma si citano molti altri pensatori, tra i quali Gramsci e Leonardo da Vinci), qui rivelato nei suoi aspetti più umani, nella sofferenza dell’esilio, ep-pure sempre lucido e profondo, anche quando descrive aspetti semplici e umili della sua vita quotidiana. Di questi versi sorprende la lucidità e l’ironia che stemperano il dolore, la riflessione amara e pessimistica che sa mutarsi in saggezza, in quel flusso discreto d’umorismo che come un corso d’acqua limpido (Shimose è cresciuto in mezzo a due fiumi) attraversa e salda queste poesie intense, le purifica d’ogni eccesso, d’ogni scoria. I testi di Pedro Shimose calano giù come fendenti di scimitarra: lucidi e precisi, pieni di uomini e vicende, forti e civili.
Poesia di meditazione sulla cultura, la bellezza, la Storia, il significato dell’esistenza e il bruciore dell’esilio, che non rifugge da i toni malinconici in cui si avverte il senso di solitudine di chi, come Shimose, ha vissuto sulla propria pelle la persecuzione politica e lo sradicamento dalla madrepatria, ma anche il sogno di una società migliore – non a caso l’affinità con Machiavelli, non a caso il Rinascimento italiano. Libro più che mai attuale, quindi, visto i tempi d’instabilità, di guerre preventive e terrore. Si parlava di solitudine, sì, ma quella di Shimose è una solitudine stoica e spesso ironica e sottilmente autoironica, in cui resistono la fiducia e l’ammirazione per l’uomo che ascolta, osserva e medita sul mondo e sulla vita, sul passato e sul presente, e che si apre ai giorni che verranno (“Parlare con silenzio. Vedere/il sole che arde nella memoria/del futuro). Per questo nei testi delle Riflessioni machiavelliche spesso ci imbattiamo in versi gioiosi e in attimi di felice abbandono, dove i colori forti e caldi dell’Amazzonia abbracciano le linee perfette dell’architettura di Firenze, fondendosi con il pensiero razionale e moderno del “quondam Segretario".
Opere poetiche:
1961 Triludio en el exilio
1967 Sardonia
1968 Poemas para un pueblo
1972 Quiero escribir pero me sale espuma (Premio “Casa de las Américas")
1975 Caducidad del fuego
1976 Al pie de la letra
1980 Riflexiones maquiavélicas (in italiano Riflessioni machiavelliche, 2004, Sinopia Libri)
1985 Bolero de caballería
1988 Poemas (raccoglie in un unico volume le precedenti raccolte)
1996 Riberalta y otros poemas
2001 No te lo vas a creer
Oltre ai libri di poesia Pedro Shimose ha pubblicato anche un libro di racconti, nonché numerosi studi sulla letteratura latinoamericana.
Pedro Shimose, Riflessioni machiavelliche, Sinopia Libri, Venezia 2004, a cura di Claudio Cinti, pp. 149, € 14,00
Posted by Alessio Brandolini at 08:02 | Comments (21)
19.08.05
Tre puntesecche
di Umberto Saba
3
Colloquio
"Il cane
come all'aspetto
in ogni affetto
è nudo.
E' meno
e più che umano,
da me lontano,
ahi tanto!
Il dubbio
lo tocca appena;
con breve pena
risolve.
L'offerta,
conforme piace,
lento o vorace
abbocca.
E quanto
è a lui nocente
subito sente
e sdegna.
In pace
talvolta e in guerra,
egli pur erra
qual uomo;
e cedere
deve al più forte,
come alla sorte
nemica.
Ne ha il danno,
non mai vergogna,
e tosto agogna
ad altro
Un dio,
dì, non ti sembra,
già dalle membra
perfetto?"
Si accende,
parte il tuo riso,
come improvviso
un razzo.
Illumina
la tua certezza,
e la bellezza
d'un volto.
Mi scopre
fragile foglia
nella mia spoglia
umana.
Posted by Angela Scarparo at 15:29 | Comments (0)
17.08.05
Il catalogo delle vocali
A
com'è noto
l'A di acqua è
incolore, insapore, inodore
l'A di labbra
è rossetto
rosa
&
verde
l'A di acqua
cammina sulle acque
lascia una invisibile traccia
l'A di labbra non lascia
una visibile traccia
quando si mordono le labbra
U
sta sull'A di acqua
U cammina sull'A che cammina sulle acque
l'U di acqua è invisibile
anche A di invisibile è
invisibile
l'U di illeggibile è
illeggibile
(N.B. la parola illeggibile
non si può leggere)
chi fa l'amore sulle acque
lascia un leggerissimo segno
illeggibile
le tre I
di illeggibile
sono illeggibili
la quarta I
un po' meno
come la
quinta A di ipotesi
è un'ipotesi
come le settemila O
di favola
U
di favola è magico
fanno l'amore sulle acque
le cinque E
di amore
sono diversamente colorate
si mordono le labbra
U
&
O
&
O
di fuoco
bruciano
I
di fuoco
non brucia mai
U di leccare
non si lecca mai
E di mai
non si pronuncia mai
si mordono le labbra
fanno l'amore sulle acque
gridano a grandissima voce
la prima A di voce
non si sente mai
l'ultima A di rumore
fa molto più rumore
l'ultima U di colore
ha un colore diverso?
le sette U di Racconto
è proibito raccontarle?
raccontano
che è proibito raccontare
camminano sulle acque
si mordono le labbra
l'O di astro
nasce dalle acque
lucido come l'O
di alluminio
O
com'è noto
l'O di aria è
incolore, insapore, inodore
l'O di labbra è
azzurro
blu
&
nero
l'O di aria
è uguale all'O di terra
cammina senza lasciare traccia
come le labbra non lasciano
una visibile traccia
quando si mordono le labbra
cinque impercettibili I
di impercettibile
camminano sulle impercettibili O
di terra
questa terra è invisibile
come si vede
(N.B. la parola invisibile
non si può vedere)
chi fa l'amore sulla terra
lascia un leggerissimo segno
illeggibile
I
di amore
si legge per un po' di tempo
quando si mordono le labbra
U
U
&
U di amore
i loro colori sono uguali
perfettamente trasparenti
U
&
E
&
E
&
O
di aria
sono immobili
anche E di vento è
immobile
l'O di vento si sente
sbattere la notte
contro l'O di buio
fanno l'amore di notte
senza fare rumore
la prima A
di amore
non si sente mai
la seconda O
non si sente mai
l'ultima E fa appena un po'
di rumore
quando si mordono le labbra
U
O
di fuoco
sono colore del fuoco
E
com'è noto
l'E di fuoco è
incolore, insapore, inodore
le E di labbra
sono bianche
ardesia
&
oro
le E di labbra
bruciano senza lasciare traccia
si mordono le labbra
fanno l'amore sul fuoco
lasciano un leggerissimo segno
che brucia senza lasciare traccia
gridano sottovoce
la voce ha cinque punte
colorate di rosso.
[da A. Porta, Poesia degli anni Settanta, Feltrinelli 1979]
Posted by giuliomozzi at 00:34 | Comments (6)
15.08.05
Harry's bar ballad
E' sempre imbarazzante per un tedesco chiedere
zwei dry martini
potrebbe chiedere
zwei martini dry
ma se chiede
zwei martini dry
gli danno i martini senza il gin.
E' costretto a berseli?
No
perché lui e sua moglie
vogliono zwei dry martini
e NON zwei martini dry.
Potrebbe chiedere
zwei mahl dry martini
che tradotto in italiano diventa
due volte tre martini.
Allora gliene danno sei.
Sei un bevitore di dry martini?
Fanno diciotto.
Sei, sei dry martini?
Sei più sei dodici
sei per sei trentasei?
Non voglio né dodici né trentasei martini
voglio del gin perché sono G. N.
Giulia Niccolai
Des dry martini! Neuf!
Pas des vieux bien sûr madame...
Anche un americano che chiede
nine dry martini
corre il rischio di non riceverne neanche uno
se il barman lo prende per un tedesco.
Dix dix dry martini!
Non je dis pas je dis pas je dis pas!
[settembre 1977]
Posted by giuliomozzi at 21:51 | Comments (64)
Diversi versi di Tramutoli
Lampadine
di Giancarlo Tramutoli
Colossal
Ho visto un film
com James Dean Martin Luther King Kong.
Gli diedero dell’avaro.
Lui non spese una parola
per difendersi.
Ingorgo
Nuvole nubili
solcano un cielo celibe
sospinte da un vento labile
sopra un mare di automobili
immobili.
Che Guevara
ha lasciato ai poster
una lezione amara:
è dura la vita da clandestino.
Meglio quella da manifesto.
Tutta una vita
a combattere i luoghi comuni
per arrivare in un luogo
così poco comune
che non ci passa più nessuno.
Posted by at 20:34 | Comments (140)
04.08.05
Gabriella Musetti, Obliquo resta il tempo
Un paio di anni fa, esattamente nel marzo 2003, avevo letto la raccolta di Gabriella Musetti pubblicata nel 2002, Mie care (Campanotto Editore) e l’avevo apprezzata per lo sguardo rivolto all’esterno e attentissimo alle cose, alle persone (e l’affetto e l’abbraccio alle persone), per il linguaggio pacato e denso, meditato ed asciutto. Per l’affettuosa ironia che si nutre di sentimenti e valori ben radicati, profondi. E giustamente nella nota introduttiva di quel libro Fabrizia Ramondino si soffermava sulla saggezza di quei versi che davano al lettore la sensazione di dialogare con un’antica maestra.
Ora la nuova raccolta (la quarta dall’esordio avvenuto nel 1992) dal felicissimo titolo Obliquo resta il tempo (2005, LietoColle) è meno fitta della precedente Mie care che s’articolava in sei sezioni. Qui i testi inseriti sono ventuno, ai quali ne va aggiunto un altro che fa da introduzione al libro e gli dà il titolo:
obliquo resta il tempo
una scaglia minuta tra le dita.
Poesie che si susseguono numerate e senza titolo, concatenandosi l’una all’altra, in una specie di moderno poemetto sulla vita domestica e sul tempo e la vita che trascorre. Ora lo sguardo è ripiegato sulla casa, sulla stessa autrice, sul marito, ma è uno sguardo a largo raggio che parte dalle piccole cose per giungere a riflessioni universali sull’uomo e sull’amore, o per porsi domande senza risposte sul bordo oscillante che separa il presente dal passato, la vita dalla morte. Di questo lavoro in versi coinvolge il ritmo, la misura e la capacità di sintesi, i colori tenui eppure limpidi, quasi trasparenti. Quello scorgere cose già viste e rivederle con occhi diversi, nuovi, con uno taglio “obliquo", appunto, per riuscire a entrarci dentro più a fondo, per carpirne l’anima o l’essenza. Poesie scritte a un compagno che si ama.
Una storia privata, quindi, ma come suggerisce l’epigrafe al volume “non privata veramente". Versi limpidi ed essenziali dove Gabriella Musetti (lo sottolinea Biancamaria Frabotta nella postfazione) “vorrebbe trattenere il tempo", fissare sensazioni, ricordi, paure. Capita di rado d’imbattersi in lavori poetici così persuasivi e netti pur nel tono monocorde del tempo che inesorabilmente trascorre. Il taglio poetico è convincente: nello stile e nei contenuti, che sono intimi, appunto, eppure sanno condurci lontano, oltre le proprie mura domestiche.
Questo accade perché qui la poesia diventa comunione drammatica con la vita, con i giorni che passano e, quindi, con la morte, intenso dialogo con se stessi e con gli altri. Lo sguardo morbido e affettuoso s’interseca al trascorrere delle cose e di tutti gli uomini, mette a fuoco gli oggetti quotidiani (la pipa, il giornale...) per poi riuscire ad abbracciare il mondo. Per questo Obliquo resta il tempo è un libro che affascina e turba per la saggia e inusuale ironia filosofica “che volge ogni tensione in riso".
Gabriella Musetti, Obliquo resta il tempo (2005, LietoColle, Falloppio (Como), pagg. 37, 10 euro)
Notizia sull’autrice
Gabriella Musetti, genovese, vive da un po’ di anni a Trieste. Si occupa di scrittura per la scuola e di scrittura delle donne. Ha pubblicato Creatività nell’analisi del testo poetico, (La Nuova Italia, Firenze,1994) e Scritture private (Libri autoprodotti da donne). Ha curato la raccolta di narrazioni biografiche Tre civette sul comò (Il Ramo d’Oro Editore, Trieste, 2000). A Trieste organizza ogni anno Residenze Estive - Incontri internazionali di poesia e scrittura. Dirige la collana poetica “Sillabario in versi" dell’editore Il Ramo d’Oro e coordina la redazione della rivista Almanacco del Ramo d’Oro (quadrimestrale di poesia e cultura – info@ilramodoro.com).
Suoi testi poetici sono stati pubblicati su diverse riviste e antologie.
In poesia ha pubblicato:
2005 Obliquo resta il tempo (LietoColle, Falloppio - Como )
2002 Mie care (Campanotto Editore, Udine).
2002 Divergenze (En Plein Officina, Milano)
1992 E poi, sono una donna (L’Autore Libri Editore, Firenze)
Posted by Alessio Brandolini at 08:58 | Comments (0)
22.05.05
Baghdàd: le ragazze scomparse
Luxury, then, is a way of being ignorant.
Amiri Baraka
- - - -
A girl outside the primary-schoolyard gate
has disappeared. Another—no one sees—
doesn't come home. A black car ate a broken
girl's shrill scream. Her father: She's my jewel!
I curse the West. We didn't ask for war.
Those men who come: don't they have daughters?
War slams down. Doors swing shut. Daughters
stay in. One father drove a truck, his gate
stood open, he paid his daughter's school. The war
blasts on. His girl's smart: her teacher sees
in her another teacher. Now his gold
leaves school to sweep a floor: another broken
promise. No truck, no work: he owns his broken
heart, and hers. Other pink-blouse daughters
watch TV all day. Behind each sapphire
three thousand sweating horses. Behind each gate
a girl on hold. Scared. And bored—how seize
the day? They wilt. Lose weight. They are my war—
I who buy the Uzis, mortars. (War
is terrorism: Howard Zinn.) Our broken
treaties fan my shame: dead girls, dead seas.
We polish our luxuries. These daughters
and these sons are ours, and ours the gate
that shuts our children out. There goes an emerald
of a girl—to assemble mortars. This amethyst
works at the land-mine plant. War is war
against the spirit. Break it, smash the gate,
desecrate the altar. Something's broken?
Toss it. Buy another. Another daughter
puts on pink pants, a pink hairband, a rhinestone
ring. Then she sits down and weeps. She sees
that spill of light across the floor, pearls
the sun lays down as though she's some god's daughter.
Zinn again: War is always war
against children. We're good at making broken
things. It's easy as shopping. Our aggregate:
indifference, comfort, war. Here's a gate
made of diamonds. Open it. That broken
girl, our daughter, waits here, and she sees.
Questa sestina caudata in pentametri irrelati è di Marylin Krysl, che l'ha pubblicata l'11 maggio scorso su Mc Sweeney's. Qualche lettrice di Vibrisse vorrà commentare?
Posted by at 17:06 | Comments (33)
14.12.04
Giuseppe Cornacchia / Ottonale
Idolatrare la manifestazione del pensiero
per vederci appigli di conoscenza o verità
non mi convince. Tutto questo spolvero
d'analisi in cicli chiusi e aperti affastellandosi
sull'opinione fa torto del vero problema
che è: a chi giova? A chi deve giovare?
Perché, ecco, se si dovesse ammettere
che può tranquillamente non interessare,
la partita è chiusa, torniamo al cuore/amore
ed avremo più pubblico.
Io penso: uno dei segreti è non rinchiudersi
in qualche idea fondante;
io credo sia nostro dovere rischiare ogni volta
si possa trovare un contatto;
ed un contatto è possibile sempre,
s'accetti una dialettica comunque posta.
Ma senza virtù d'astrazione saremmo parziali
schiavi di tecniche compositive e procedure
che portano a dettati privi di spessore.
Giuseppe Cornacchia mi ha spedito Ottonale, dichiarando di considerarlo la sua "prima raccolta organica di poesie", tuttora in cerca di un editore su carta. Poiché mi sembra una cosa pregevole (e piuttosto atipica), sono lieto di offrirla per intanto ai lettori di vibrisse.
Scarica Ottonale in Pdf (solo 33 K).
Giuseppe Cornacchia su Google.
Posted by giuliomozzi at 23:12 | Comments (6)





