02.06.08
Lirismo o languore. Su Il più dolce delitto di Giancarlo Onorato
di Livio Romano
[Altri articoli in vibrisse su questo libro]
Questo dottor Marlo, psichiatra italiano che s’agita nella Svizzera del 1968, nel Più dolce delitto di gianCarlo Onorato, entra in scena intonando una voce languida e adottando lo stesso timbro va avanti per le restanti 280 pagine del libro. Già dopo un paio di capitoli ho cominciato a sospettare dove avessi già ascoltato quel registro. Nei tanti manoscritti di poetesse dark che riempiono la mia libreria. Nei blog delle studentesse di lettere intitolati “Nascita e declino della polvere di stelle” o “La morte sempre mi sarà sorella”. La differenza rispetto all’ingenuità di quegli esperimenti risiede sostanzialmente nel fatto che Onorato è uno scrittore vero, dotato di una profonda consapevolezza del mezzo utilizzato – uno dei suoi possibili, fra l’altro, essendo quest’autore, oltre che scrittore, anche musicista, pittore, fotografo - e probabilmente spinto da un sincero afflato fabulatorio.
L’uso massiccio e sicuro di allitterazioni, assonanze, omeoteleuti, paronomasie (“ogni cosa sparisce sbiadisce quando tocco con le ginocchia il bordo del suo letto, e la malata seminuda mi sorride annunciando definitivamente il giorno come un trionfo di tristezza, di bellezza”, oppure “...il cui bianco si pone a metà tra l’orgoglio ultimo di vivente e il vagore assente del più fitto nulla, un vero fragore per il pensiero che ognuno ha di sé”) o la semplice ricerca della sineddoche inedita (bellissimo: “scorgere il denso dell’amore”): testimoniano una forte tensione musicale nella scrittura di Onorato.
Ma è davvero qui che si ferma il mio apprezzamento per un libro il quale, per altri versi, ho trovato piuttosto fastidioso. A cominciare, dicevo, da quella voce. Ho letto nelle recensioni: lirica. Ma è propriamente il languore con cui Marlo, l’io narrante, racconta questa storia di malattia e amore e morte che travalica ogni immaginabile pazienza del lettore di media istruzione e gusto (sono tentato di aggiungere: di genere maschile).
Quando studiavo, c’era un libretto che a primo acchito, data l’esiguità del numero di pagine da mandare a memoria, pareva una robetta facile facile per studenti abituati a imprimere volumi da tremila pagine. Tuttavia la goliardia aveva disseminato le librerie di un talloncino adesivo che qualcuno si divertiva a incollare sulla prima pagine di quel manuale “L’autore di questo libro non ha mai riso in vita sua”, e che ti metteva sulla strada giusta quanto al contenuto del volume. Il quale, già dopo tre pagine, risultava esser scritto con una prosa talmente complicata, penosa, grave, da far pentire amaramente lo studente di aver scelto quel complementare da cento pagine anziché uno “normale” da settecento. Non voglio dire che Onorato non ha mai riso nella sua vita. Rispettandone la poetica, non dirò neppure, con Franzen, che “è rarissima la buona narrativa che non sia divertente, ed è ancora più rara l’ottima narrativa che non sia molto divertente”. Tutt’altro.
Io ho l’impressione che questo Marlo faccia la voce languida, spesso svenevole (“Sono in lutto con me stesso”, è l’esempio più fulgido, ma non è male neppure: “Ha un bel sorriso invitante che dice la primavera del suo corpo” oppure: “Nello scoparla mi scoppiavano davanti centinaia di fontane di sperma di cui la ricoprivo come fosse vino denso, schiumante, la lavavo e lei rideva felice e ancora si ruzzolava in quella replica interminabile e orripilante del dai e dai e poi ancora acqua, dolorosa, inutile, meschina e meravigliosa nello stesso istante”), altre volte posticciamente corrucciata e solenne (“Benedicevo il sangue, lei sembrava non averne più e mi pareva di poter fargliene dono, il mio dio era il sole che vacillava nell’alba, e io ero con lei, accolto alla sua mensa astratta, dove tutto è divorabile. [...] Il cielo ci evocava, ci passava attraverso, noi eravamo il cielo”): al sol scopo di presentare di sé un’immagine autocommiserativa che gli renda meno greve il fatto che per 280 pagine non fa che accoppiarsi annoiatamente con infermiere, dottoresse, prostitute, studentesse, pazienti in cura.
È un bell'indorare la pillola tutto questo preziosismo: “E le sue cosce presto divennero, solo perché io lo volevo, i pilastri di un tempio caldo dove bruciare incensi e inventare ogni cosa, dove tutto era proibito, e per questo violabile” oppure “Stendetevi sopra strati tiepidi di pensieri e aspettate sereni, sereni e senza dubitare: l’amica del mondo verrà, riempirà il cielo con il suo passo odoroso, e la città ne sarà indorata, abbiate ancora un poco di fiducia, pazienza ci vuole, razza di minorati, e le vostre amanti saranno più vellutate, ammesso che voi abbiate donne di velluto sulle quali carezzarvi” in una pagina in cui la stessa donna di velluto, dopo poche righe, “abbandona la guancia al coperchio del water” illuminandosi di una “luce” ovviamente “rara”.
O ancora la maniera all’interno dell’amplesso centrale del romanzo, quello con la malata della quale il medico si innamora (il corsivo è mio): “Ho vissuto per questo [...] poi discesi con la lingua, un piccolo viaggio sul suo territorio bianco, sulla tiepida valle del ventre, nel distacco immane e insieme inesistente che c’è tra un viso leggermente affannato e il pube”. E all’altra pagina: “Le ho chiesto perdono per essere ancora sano”. Ma è a pagina 269 che il dottor Marlo mostra come, dietro quella maschera afflitta, se la goda e ridacchi della sua stessa pantomima: “Simone venne tre volte di seguito”. Insomma si piace, il dottor Marlo. Si piace da morire. Tanto più che è pieno di soldi. Poiché, se non lo fosse, non pronuncerebbe con tanta incuranza, lui che aderisce alle teorie progressiste del Fuori I Matti dai Manicomi: “Odiai la morte sociale che chiamiamo lavoro. […] La sua estate di morto e dimenticato. Lavoratore.” E a pag. 271, da Nerone che brucia insieme a Roma: “Mentre voi crepate ogni giorno di più nelle vostre ridicole carcasse”.
D’accordo: l’ambiente rappresentato è esso stesso ricchissimo. I malati son figli di ricchi e le cliniche dei lussuosi sanatori nei quali si perpetrano abusi indicibili. Però il romanzo accenna esplicitamente alle battaglie basagliane, e ci par proprio di ricordare che lo psichiatra triestino dedicò la sua vita a liberare non tanto e non solo malati di lusso, quanto reietti della società dimenticati in quei lager mostruosi che erano i manicomi. Il caso poi vuole che io conosca molto bene Basilea, città in cui è ambientato Il più dolce delitto, e che proprio nel novembre scorso mi sia trovato a cena con una un tempo abbiente parrucchiera del centro storico la quale, dopo un incidente stradale e sei mesi di ricovero senza il conforto di alcun amico o parente, guarita dalle fratture ma ammalatasi di depressione: sia stata spedita in quello che gli svizzeri continuano a chiamare “manicomio”, posto nel quale, mi raccontava, finivano tutti i disperati senza famiglia del cantone, indipendentemente dalla gravità del morbo mentale. Posto dal quale, soprattutto, è riuscita a farsi dimettere soltanto dopo aver assoldato una squadra di avvocati spendendo tutti i soldi che le erano rimasti.
Dico questo per dire che l’illuminato Marlo sentenziò invano, nel 1968, rivolgendosi a un collega “Se vuole aiutare un altro non c’è altra via che quella della compassione. Si interroghi, entri nella vita del suo paziente o non ci sarà mai medicazione”. E, passando dal personaggio all’autore, se, come a volte sembra, quell’amore così proibito ed estremo fra dottore e paziente sembra suggerire il paradigma dell’amore tout court che dovrebbe animare la professione psichiatrica: la civilissima Svizzera è ben distante tutt’oggi da questa integrazione così radicale. D’altro canto è Onorato stesso a non chiamare mai le malattie col loro nome. Solo a pag. 219 c’è scritto “schizofrenico” e “maniaco ossessivo”. Per il resto, forse simulando la caligine di ipocrisia intorno alla malattia mentale tipica di quarant’anni fa, i pazienti sono genericamente “alienati”, lapsus linguistico che, proponendosi di accogliere, tradisce un’ennesima negazione dello statuto di umanità a colui il quale soffra di una malattia e abbia il diritto che essa sia nominata prima che curata.
Non che a volte la macchina narrativa non parta e si faccia pure coinvolgente. Ma son scatti immediatamente interrotti dall’inverosimiglianza di certi dialoghi, anch’essi artificiosi, seduttivi. “Avanti, fatemi vedere come le vostre cosce diventino fonte di luce morbida che dalla tristezza che emanate arrivi fino a me”: alzi la mano chi ha mai ascoltato un’affermazione del genere nella vita reale.
Un’ultima osservazione è riservata all’esportabilità di questo romanzo. Mi scrive un professore di Harvard: “Il problema con gli autori italiani in America non è che gli americani siano poco interessati a ciò che arriva da fuori: è anzi il contrario, e nei confronti dell'Italia c'è ormai anzi un pregiudizio largamente positivo. Il problema è che qui, nella narrativa come per qualunque cosa, c'è una concorrenza fortissima, che produce, di media, prodotti di alta qualità, molto professionali, anche se non necessariamente capolavori”. Io non ho motivo di dubitare che questo di Onorato sia, per usare la terminologia americana, un “prodotto” di alta qualità letteraria. Quello che retoricamente mi chiedo, da lettore qualunque, è se il gusto medio occidentale non abbia subito una specie di superamento di certi stilemi sospirosi che avrebbero avuto gran presa, immagino, fra le élites annoiate della Belle Époque.
Posted by giuliomozzi at 12:48 | Comments (30)
15.04.08
Dicerie su una clinica svizzera
di Luigi Preziosi
[Questo articolo di Luigi Preziosi fu scritto un anno fa per Stilos. Non fu pubblicato a causa dell'improvvisa chiusura della rivista. E' ora pubblicato nel primo numero dell'edizione in pdf de Il sottoscritto, erede di Stilos. gm]
Giancarlo Onorato con Il più dolce delitto sperimenta percorsi non del tutto consueti per la narrativa italiana di questi anni, distanziandosi da minimalismi tematici e stilistici vari per indagare sugli intrecci tra follia e saggezza, e tra eros e thanatos con una scrittura di onusta sontuosità, molto adatta a sondare gli abissi più segreti della mente, i più arcani da comprendere e i più difficili da rappresentare. Il romanzo vibra con ammirevole costanza di una sorprendente tensione lirica. Una particolare intensità emotiva vi si coniuga con un pathos rivisitato con stilemi tardo romantici: certamente sul rigore espressivo prevale il turgore delle urgenze che attraversano l’anima del protagonista e ne debordano. E della creazione romantica ha anche i furori e le deflagrazioni emotive e soprattutto le disarmonie, le asimmetrie cercate ed esibite, a cui non giova certa ripetitività nella proposizione dell’ossessione erotica del personaggio principale, che pone a rischio di banalizzazione proprio ciò (la libertà assoluta nel rapporto tra uomo e donna, per quanto anomalo possa essere) che l’autore intende palesemente sublimare.
La fascinazione di una scrittura in cui le oltranze espressionistiche sono sapientemente padroneggiate è d’altro canto ineludibile: una tecnica compositiva particolarmente raffinata contempla, ad esempio, l’uso alterno dei tempi, del presente e dell’imperfetto, combinato con il frequente cambio della voce narrante, prima e terza persona, in cui comunque è sempre lo stesso protagonista a parlare: strumenti che consentono focalizzazioni a distanza variabile dall’oggetto della narrazione, ed alonano il racconto di indefinitezza, rendendo al contempo possibili gli eccessi di sensualità.
Un giovane psichiatra, Marlo, viene inviato in una clinica svizzera per un’ispezione. Dicerie, ma forse anche qualcosa di molto più concreto, attribuiscono all’istituto una fama ambigua, con racconti di maltrattamenti sistematici sfocianti ripetutamente in abusi sessuali ai danni delle ricoverate. L’ospedale è a prima vista ben tenuto ed inappuntabilmente organizzato, ma l’impressione positiva svanisce repentinamente quando Marlo assiste ad un tentativo di violenza nei confronti di Geli, una giovanissima paziente gravemente disturbata, e lo sventa intervenendo con fermezza. Da quel momento, la permanenza presso la clinica si trasforma in una lenta e progressiva discesa agli inferi, attraverso il graduale svelamento di ambienti e relazioni che si manifestano molto diversi da come sembrano, impregnati da una lutulenta torbidità che rende indistinguibili innocenza e perversione, vizio e virtù, malattia e sanità. Mentre il direttore della clinica conserva una sua apparente dignità, il restante collegio medico rivela la sua inconsistenza umana prima ancora che professionale, malamente celata dietro un’arrogante sopravvalutazione di sé ed una strenua difesa del proprio status.
Ma ciò che è ben più importante nell’economia della narrazione è la fioritura - quasi un’abnorme gemmazione, tra soprusi fisici, plagi e sopraffazioni - dell’innamoramento di Marlo per Geli. E’ questa una creatura menomata nelle sue facoltà più immediatamente razionali, ma dotata di acuminata sensibilità, di una capacità di esprimersi oltre le parole e oltre la ragione, chiusa ed al tempo stesso esplosa in un ossimoro che compone la cifra del personaggio, una fisicità assoluta che è anche oscuramente ma prepotentemente espressione di una muta interiorità, ignota a tutti. Intorno a questa relazione, che imprigiona medico e paziente, ruota l’intera storia: anche negli incontri con le altre donne del racconto, Mirna l’insegnante che si occupa del recupero a volte improbabile dei malati, o Simone la caposala, o Jana la specializzanda, la qualità dei rapporti, e quindi la loro intensità emotiva e la loro virulenza sensuale, per Marlo non può che parametrarsi, per inconsapevoli riecheggiamenti di sotterranee pulsioni, sulla passione per Geli.
Il protagonista, nel penetrare con un sistematico sovrappiù di intensità attraverso le vite altrui, di Geli anzitutto, ma anche delle altre donne che lo stesso pensiero fisso di lei gli rende presenti (per un assurdo confronto? per compensazione nei confronti dell’imperfezione, non ammessa, ma percepita di Geli?), percorre anche itinerari interiori di cui non sospettava l’esistenza. Pervade allora la sua storia un opaco senso di liberazione (dai tabù? dalle convenzioni? dagli obblighi sociali o dalla deontologia medica?), che sorprendentemente riesce a convivere, resistendole, con quella limitatezza dell’orizzonte che è un po’ la caratteristica peculiare del paesaggio interiore che Onorato tratteggia.
La signoria della passione, che nonostante la parvenza di un’irrefrenabile esplosione di sensualità interessa una più generale bramosia di vita in ogni forma essa si manifesti, confonde in un solo turbine normalità e follia, malattia e guarigione, sesso e sentimento, verità e tradimento. In ciascuno dei rapporti che Marlo instaura c’è un cotè di anormalità secondo i canoni correnti, in ognuno si ridisegnano i profili di potere e sottomissione, di pietà e perversione, in un anelito libertario che forse racchiude in sé una inconsapevole nostalgia di ritrovarsi nell’attimo di ogni singolo incontro al centro della vita. Può indovinarsi redenzione (se non richiesta, almeno accettata) nel destino di Marlo? Il lungo, straziante addio finale a Geli potrebbe indicarne una forma, proporzionata certo, nei suoi tratti di tragica grandezza, alla potenza distruttrice della passione che ha avvinto i due protagonisti.
Posted by giuliomozzi at 08:31 | Comments (10)
29.03.08
"La cartilagine spessa della disattenzione"
[L'autore di questa lettera privata mi ha autorizzato a pubblicarla. gm]
Caro giulio,
probabilmente abbiamo avuto lo stesso sentimento, se tu come me a un anno esatto dalla pubblicazione del mio romanzo, hai avuto l'idea di andare a riprenderlo e domandarti le ragioni della disattenzione di cui è stato sin qui vittima.
Per tutto questo anno-lampo non ho mai aperto una volta Il più dolce delitto, mai dopo il primissimo rapido esame fatto al momento in cui ho ricevuto le mie copie. Questo fino al giorno di pasqua, che per me è un giorno come gli altri, tanto che mi trovavo in studio per le sessioni del nuovo disco. In una pausa di lavoro il libro mi ha chiamato, e allora scorrendolo ho percepito nettamente la sensazione che da noi, in questo momento storico, produrre pensiero rischi di non contare nulla. O di essere un fatto del tutto secondario.
Mi ero concesso un lasso di tempo indefinito prima di concludere che inspiegabilmente quasi nessuno tra gli addetti ai lavori avesse accolto il mio testo, e avevo vissuto di elogi privati, a volte lodi sperticate, ricevute da questo o quel lettore, tra essi mescolati professionisti della sanità mentale, giornalisti musicali che mi hanno proposto collaborazioni a questa o a quella pubblicazione, come gli spiriti sensibili al di fuori di ogni ordine. Certo, radio raiuno mi ha dedicato uno speciale notturno, risoltosi però in musica, e la radio della svizzera italiana mi ha dedicato una puntata di una trasmissione ascoltatissima, ma solo per via dell'ambientazione del romanzo. Ma nessuna traccia visibile tra coloro che avrebbero il ruolo di segnalare il valore o i limiti di un libro. Così, dopo aver fatto la considerazione definitiva, tanto rimandata, che a nessuno è importato di prendere in considerazione il romanzo, digito il mio titolo su google e mi appare il tuo pezzo su "vibrisse".
E questo mi conferma senza più alcun dubbio che nessuno lo ha considerato.
Non so quanto sia significativo valutare se da noi accada più facilmente che altrove, (del resto qui parla uno che ha nel cuore le valigie sempre pronte per tornarsene in svizzera o provare a stabilirsi a berlino). Ciò che conta e va considerata è la netta sensazione di operare per il nulla. E che "la gente" indistintamente, compresi i presunti competenti, si accorga solo di ciò che per ragioni x o y, ottenga visibilità conclamata. Questa visibilità pare di capire che avvenga quasi immancabilmente per fatti di costume, legati a qualche avvenimento, un fatto di cronaca che ti permette di commentare in maniera arguta il tal assassinio, un clamoroso litigio televisivo, un fidanzamento dai risvolti mondani, o l'essere pontificato dagli egemoni dei mezzi di massa, i ferrara, i costanzo. Non ci si accorge mai, o non ci si accorge più, o non ora, di qualcosa o qualcuno per questioni di merito. Dal momento della tua imposizione nasce l'importanza, e il fatto di avere raccolto visibilità comporta come conseguenza una certa qual rispettabilità. In fondo è il ragionamento di chi ti dice di non essersi mosso verso il mio testo non avendone sentito parlare se non da te. Come se per potersi accorgere di qualcosa non basti la parola di un conoscente capace e attento, ma sia necessario che la cartilagine spessa della disattenzione debba essere violentemente lacerata da avvenimenti spettacolari, talmente eclatanti da sovrastare il brusìo indistinto e senza senso in cui viviamo immersi. Solo allora si alza la testa e si rivolgono sguardo e orecchi. Il contenuto di per sé non è motivo sufficiente per muoversi, e questo genera una crescente paralisi intellettiva che investe e travolge tutta la società che, lo si voglia o no, si accresce o si avvilisce a seconda di ciò di cui si nutre. Si potrebbe obiettare che se non se ne parla, non si possa pretendere che qualcosa seppure di valore, venga riconosciuta nel mare magnum delle pubblicazioni di ogni genere. Vero. Ma è quanto descritto sopra a decretare a mio modo di vedere il fallimento a priori del valore come merito, perché oramai ha appreso questo modo di operare anche molta parte di addetti ai lavori ed esperti.
Un amico mi ha fatto notare che è presunzione "presumere" appunto di poter fare un distinguo tra ciò che sarebbe valido da ciò che non lo è, dal momento che qualunque avvenimento, di qualunque natura esso sia, assuma in sé valore a partire dalla fruizione che se ne fa. Da questo punto di vista, per così dire, fenomenologico, di pura catalogazione di un comportamento, (direi persino antropologico), non si può più di tanto commiserare le orde di fruitori di Federico Moccia o quelli di Gigi D'Alessio, giudicando invece positivi e apprezzabili gli estimatori che so, di Gide in lettere o PJ Harvey in musica, giacché a nessuno è dato in assoluto catalogare come più utile ciò che sia di valore da ciò che non lo è. E' affascinante, non trovi?
Non fosse che per il semplice dato storico oggettivo che se ci fossimo solo nutriti di feuilleton e non ci fosse stato ad esempio anche de Sade, forse non avremmo avuto la rivoluzione francese, e molte delle conquiste dei diritti per una vita più dignitosa, nonché il riconoscimento delle potenzialità dell'individuo, sarebbero chimere ancora piuttosto lontane dall'essere riconosciute universalmente; di fatto poi sono tuttora lontane, ma almeno come concetti sono largamente diffusi.
Accettando e condividendo l'atteggiamento da spettatore televisivo che noto intorno a me e di cui mi sento di accusare buona parte dell'intellighenzia italica, (gli stessi per intenderci, o della stessa fatta di coloro che si lanciano in iperboliche analisi su testi e motivi presentati al Festival), perché mai faticare, correndo ogni rischio, per il miglioramento della nostra come dell'altrui vita, se ciò rimane alla fine dei conti un fatto del tutto trascurabile? Facilmente ignorato. Anni e anni di lavoro dimenticati in pochi mesi, e resi vani.
Se davvero siamo "cose" della storia e se è vero che questa macina tutto e tutti senza alcun riguardo, senza che ciò comporti alcuna variazione percepibile nell'ordine delle cose, allora anche solo discettare se sia o meno utile che la gente si accorga di sé, delle proprie pulsioni, dei propri bisogni, attraverso un testo, è già una perdita di tempo. Ma allora non parliamo neppure più di diritti, migliorie, qualità della vita o cose simili di cui riempiamo quotidiani e simposi vari. E non lamentiamoci quando a essere vittime di ogni sorta di ingiustizie siamo noi, presi in prima persona. Poiché con la mancanza di curiosità, di vitalità mentale, di capacità critica, contribuiamo a decretare la morte del valore. Anche del nostro. Se a tutti sta bene così, allora teniamoci questa realtà da fondale cui sono relegate e destinate le idee, e godiamoci il carosello della ribalta di chi è emerso. E buon per lui, chissà che non tocchi anche a noi, prima o poi. Basterà ottenere visibilità nel modo più impensabile, non so, salendo su un tetto, o spogliandosi in pubblico, o prendere clamorose posizioni politicamente scorrette o essere puttana di un qualunque vigente regime per avere ragione e proseliti disposti a crederti utile e necessario. Se "la fortuna" è il metro con cui misurare la storia, allora sono più sereno nel rammarico di non avere messo al mondo dei figli, ma solo dischi e libri e concerti.
Caro giulio, tutta questa considerazione non sia scambiata per lamentela o per un rimpianto o un qualunque moto di risentimento, al contrario, essendo io da tempo preparato alle avversità e alle difficoltà di percorso, il silenzio sul mio testo non lo colgo con dolore, bensì come un dato che rispecchia una realtà che forse abbiamo oramai tutti il dovere di esaminare sul serio. E di combattere. Così io sento il diritto e il bisogno di scendere nell'arena, a differenza di tanti cacasotto che popolano la fetta degli intelligenti di questo paese, i primi ad avere colpa se il paese non è più tanto intelligente. Quanto al mio romanzo, come ti dissi già una volta, io non sono di quelli che si fermano, e sono certo che riuscirà a trovare una collocazione adeguata, in qualche tempo e modo che al momento non so. Lavorare con le idee presuppone il mettersi in discussione, sperimentare, lavorare su di sé e spesso contro tutto e tutti. Presuppone accettare il rischio di fallire. Esattamente come fa il mio Marlo, che da questo punto di vista mi rappresenta in pieno.
Però capisco come sia più facile trascendere la dimensione pura e avanguardista dell'ideare, del lanciare cioè ponti tra un individuo e il senso ultimo e primo delle cose, e sia più comodo per molti di noi occuparsi di trovare un posto al sole, della pizza e del culo della soubrette.
Un abbraccio e un caro ringraziamento.
Posted by giuliomozzi at 07:10 | Comments (100)
22.03.08
La più dolce morte per Il più dolce delitto
di giuliomozzi
[Giancarlo Onorato ha risposto a questo articolo con una lettera. gm]
Tra i romanzi che l'editore Sironi, del quale sono consulente per la narrativa italiana, ha pubblicato nel 2007, quello più bello e più sicuro è, secondo me, Il più dolce delitto di Giancarlo Onorato. Dico "più bello" e "più sicuro", e a questi due distinti aggettivi ci tengo. Quello che sto per dire non è molto logico, ma spero di farmi capire. Ci sono diversi (non so quanti) tipi di bellezza. C'è la bellezza della grazia, ad esempio, e la bellezza dell'autorevolezza. Ecco: quando Giancarlo Onorato cominciò a farmi leggere alcuni testi scritti da lui (racconti, inizialmente), fui colpito proprio dall'autorevolezza della sua scrittura. La bellezza delle pagine che leggevo non era seduttiva, non era figlia della grazia, non era frutto di studiata eleganza, non era disinvolta; era, in somma, autorevole. E la sensazione diventò ancora più forte quando lessi il romanzo. Leggevo, e pensavo: "Sarà un gioco da ragazzi, promuovere questo libro. La sua bellezza è così evidente, così autorevole, che basterà dire a qualunque giornalista di cultura, a qualunque critico letterario, tolle et lege, e il libro sarà sicuramente lodato come e quanto merita".
Tutto il contrario.
Il più dolce delitto è stato ucciso con la più dolce delle morti editoriali: il vuoto assoluto (non è il primo né l'ultimo, sia chiaro). Praticamente nessuno ne ha parlato (vedere, per credere, le recensioni). In giro non s'è visto. Nessuno si è alzato in piedi per dire: "Ragazzi, questo Giancarlo Onorato non è solo un musicista coi fiocchi, è anche uno scrittore vero; e il suo romanzo è imperdibile".
L'editore ha lavorato il libro come meglio ha potuto; l'ufficio stampa si è dato da fare come al solito e più del solito; per due mesi io ho parlato di questo libro a tutti quelli che mi capitavano a tiro. Risultati: zero. Poi, quando l'amico scrittore al quale per la terza volta parlavo di Il più dolce delitto per la terza volta ha fatto la faccia di chi non l'aveva mai sentito nominare, e per la terza volta mi ha detto: "Interessante questo libro, da come me ne parli. Domani lo compro", allora non ci ho visto più. Ho mandato a quel paese l'amico scrittore e mi sono detto: "Sarò cretino io. Sarà, questo libro, una bufala. Sarò, io, incapace di interessare altre persone a questi testi che mi sembrano così vitali. Sarà che non capisco proprio niente".
Qualche giorno dopo l'amico scrittore si fa vivo e mi dice: "L'ho letto. E' proprio bello. Vedi, il fatto è questo: io devo scegliere che libri leggere, no? Come tutti. E leggo, alla fin fine, i libri dei quali una persona, due persone, tre persone mi parlano. Alla fin fine, poi, ti dirò, si finisce col leggere soprattutto i libri degli amici. Ma comunque, c'era questo Onorato, sì, e tu me ne avevi parlato, sì, però me ne parlavi solo tu. Capisci? E così non mi si è attivato niente, in testa. Poi ti ho visto così esasperato, che ho pensato: orpo, magari questo libro è proprio da leggere. E in effetti sì. E' proprio da leggere".
Così, alla fin fine, mi sono sentito un po' meno cretino. In questi giorni, che sono giorni di ripensamenti, ho riletto Il più dolce delitto. E sono ancora convinto. Convintissimo. Questo romanzo era da pubblicare, è molto bello, è istruttivo, è eticamente fortissimo, è scritto benissimo, è uno dei pochi romanzi-romanzi che si pubblichino in Italia - voglio dire, uno dei pochi romanzi italiani che mi sebrino avere un respiro europeo, internazionale.
E quindi, per piacere, se qualcuno ancora si fida del vecchio pazzo che sto diventando, vada in libreria e si compri questo libro. Dovrà ordinarlo, presumo. Lo ordini, se lo compri e se lo legga. E se dopo averlo letto lo giudicherà una minchiata: mi spiace, ma avrà torto marcio.
Giancarlo Onorato. Maledizione e redenzione.
Tutti i dischi di Giancarlo Onorato.
"Onorato riesce a mettere a nudo, con pagine di un lirismo straziante, la complessità dell’animo umano, la perfettibilità dell’uomo, il suo continuo azzerare convinzioni e verità, per mettersi continuamente in discussione, toccando anche i bassi gradini del lecito, lasciandosi trascinare in perversioni, a volte, inspiegabili, in questo dominio assoluto della passione che tutto obnubila e annulla" (leggi per intero la recensione di Rossano Astremo).
"Il più dolce delitto, infine, è la scoperta e l’assunzione in sé della propria indefinita e indefinibile voglia di esistere e di affermarsi, ognuno a partire dalla propria unicità. E’ l’abbattimento di ruoli, confini, metodi, categorie, sessi, in cui tutto si mescola e si confonde, riducendo le idee di sconfitta e vittoria a miseri schemi obsoleti" (leggi per intero la recensione di Lamberti Bocconi).
Posted by giuliomozzi at 10:15 | Comments (20)




