10.12.07

Di quante specie sono le storie? (1940)

Cliccare qui per vedere l'illustrazione ingrandita

Da Ansedonia. Rivista di letteratura, a. II, serie II, n. 2-3, giugno-agosto 1940. Cliccare sull'immaginetta per ingrandirla.

Posted by giuliomozzi at 11:59 | Comments (1)

06.11.07

Gli scrittori-scienziati

di Antonio Moresco

[Questo articolo di Antonio Moresco è apparso il Il primo amore lunedì 5 novembre 2007. gm]

Mi capita sempre più spesso di leggere libri “scientifici" (e collocati in libreria nel settore “Scienze") che -oltre a essere straordinariamente interessanti e avvincenti per i loro contenuti- hanno anche forza letteraria, chiarezza argomentativa, forma, tenuta, capacità di descrivere in modo irradiante i corpi viventi e i fenomeni, addirittura invenzione e veggenza superiori a gran parte dei libri “letterari" o “di genere" in circolazione in questi anni.
Gli scrittori pensano che organizzare una narrazione intorno a dati sociologici, psicologici o di altro tipo, oppure a una piccola e orizzontale concatenazione di fatti precostituiti sia di per sé più difficile e di maggiore valore che organizzarla intorno a osservazioni e scoperte di tipo scientifico o di altro tipo. Non è così. Pensano che organizzare una narrazione romanzesca utilizzando residui di una visione del mondo ferma alle conoscenze di secoli fa sia più difficile che avventurarsi invece -anche narrativamente- nella scoperta, nella decifrazione e nell’invenzione del mondo. Non è così.
Non che non ci siano anche oggi libri “letterari" buoni (ho appena letto, ad esempio, Verderame, l’ultimo, felice romanzo di Michele Mari). Ma non sono molti. La gran parte dei libri “letterari" gioca con scampoli narrativi riciclati, con strutture di intrattenimento riciclate, neppure lontanamente attraversate dalle conoscenze e dalle vertigini che ci vengono in questi anni dalla biologia, dall’astrofisica, dalla neurobiologia, dalla genetica...

Leggi tutto l'articolo in Il primo amore.

Posted by giuliomozzi at 07:26 | Comments (56)

01.10.07

Quando l'editoria diventa industria (1837-1847)

di Charles Dickens

[Dalla prefazione alla prima edizione in volume del Circolo Pickwick, 1837].

Intento dell’autore con quest’opera è stato quello di proporre al lettore una successione ininterrotta di personaggi e avventure, di dipingerli con i colori più brillanti della sua tavolozza, di renderli nello stesso tempo vivi e divertenti. […]
Accettando, nel momento di accingersi all’impresa, il giudizio di altri [l’editore, come si spiega poi], egli ricorse alla finzione del club, indicatagli come la più adatta allo scopo ma, accorgendosi che l’espediente lo intralciava invece di facilitarlo, via via lo abbandonò convinto che non fosse importante, ai fini dell’opera, garantire al Circolo una sua epica giustizia.
La pubblicazione in puntate mensili, di sole trentadue pagine l’una, imponeva che fra i diversi episodi ci fosse, da un lato, un filo conduttore in modo da non farli apparire slegati o assurdi e, dall’altro, che la concezione generale fosse abbastanza semplice da non venire compromessa da una modalità di pubblicazione frammentaria e protratta per non meno di venti mesi. In breve era necessario – almeno così parve all’autore – che ogni puntata fosse, in certo modo, conclusa, e che d’altra parte tutti i venti numeri, una volta riuniti, formassero un insieme armonioso, dove da un’avventura si passasse con naturalezza all’altra.

E’ ovvio che da un’opera pubblicata in modo da rispondere a queste esigenze non ci si possa aspettare una trama ingegnosa e intessuta con arte. L’autore si azzarda a esprimere la speranza di essere riuscito a superare queste difficoltà. E se qualcuno obietta che Il Circolo Pickwick è soltanto una successione di episodi dove la scena muta di continuo e i personaggi vanno e vengono come fanno gli uomini e le donne nella vita reale, l’autore si riterrà soddisfatto pensando che proprio tali i suoi personaggi aspirano a essere e che la stessa obiezione si può rivolgere alle opere di alcuni fra i maggiori romanzieri in lingua inglese.

Le pagine che seguono sono state scritte a intervalli così come si presentava l’occasione. […]

Spetta all’autore delle illustrazioni precisare che l’intervallo fra la realizzazione del testo di ciascuna puntata e la sua stampa fu così breve che per la maggior parte le tavole vennero eseguite dall’artista in base a una semplice descrizione fatta verbalmente dall’autore su quanto intendeva scrivere. […]

[Dalla prefazione all’edizione economica, 1947]

[…] Nel corso di questi dodici anni [dalla pubblicazione dell’opera in prima edizione] ho letto vari resoconti su come nacquero le pagine del Circolo Pickwick, e almeno per me hanno tutti il fascino della novità assoluta. […] Ero un giovanotto di ventitré anni quando gli editori [Chapman & Hall], incuriositi da alcuni pezzi che all’epoca scrivevo per il giornale Morning Chronicle […] mi interpellarono per propormi un qualcosa da pubblicare a fascicoli – prezzo di ogni dispensa: uno scellino. All’epoca la cosa evocava in me e in tutti, credo, l’oscura indistinta immagine di certi interminabili romanzi che, circa venticinque anni fa, venivano distribuiti in provincia dai venditori ambulanti e su alcuni dei quali rammento di aver versato copiose lacrime prima di cimentarmi nel tirocinio della vita. […]

Il progetto era che io dovessi scrivere mensilmente un qualcosa che facesse da corredo a certe tavole che sarebbero state realizzate da Mr Seymour. L’idea […] era di introdurre le illustrazioni imperniandole su un club chiamato Nimrod, i membri del quale, andando in giro a caccia, a pesca e così via, si mettevano nei guai per mancanza di destrezza. Valutando la proposta, obiettai […] che l’idea non era originale, anzi era stata molto sfruttata, che sarebbe stato meglio se le tavole fossero spontaneamente scaturite dal testo, che avrei preferito assecondare la mia vena e spaziare più liberamente nel mondo e nella società inglese, e che avrei finito, temevo, in ogni caso per fare così, qualunque fosse stata la linea di partenza. Accettata che fu questa impostazione, pensai a Mr Pickwick e scrissi il primo numero. […]

L’improvvisa morte del compianto Mr Seymour, prima del secondo fascicolo, ci indusse a prendere una decisione improvvisa in relazione a un punto già dibattuto: il numero delle pagine delle dispense salì a trentadue [il primo era di ventiquattro] con due tavole e tale rimase fino alla fine. I miei amici dissero che si trattava di una forma di pubblicazione di qualità scadente e poco remunerativa che avrebbe distrutto le mie speranze nascenti: quanto ragione avessero oggi tutti sono in grado di giudicare. [*]

[…] E’ stato osservato che c’è un deciso mutamento nel carattere di Mr Pickwick, via via che la narrazione procede, e il protagonista che si fa personaggio migliore e più saggio. Non penso che i miei lettori considereranno forzato e innaturale il mutamento, se si soffermeranno a riflettere che, nella vita vera, le bizzarrie e la peculiarità di un uomo un po’ stravagante sono quelle che più ci colpiscono di primo acchito e che, soltanto quando lo conosciamo meglio, cominciamo a guardare al di sotto dei tratti superficiali e a capire il lato più bello della sua natura. […]

[Da: Charles Dickens, Il Circolo Pickwick, traduzione di Gianna Lonza, Introduzione di Piergiorgio Bellocchio, Garzanti 2001].

[*] L'edizione in fascicoli del Circolo Pickwick "raggiunse presto l'eccezionale tiratura di quarantamila copie" (Bellocchio, nell'Introduzione). "L'autore, divenuto a un tratto celebre, non perdette mai più il suo ascendente. Il mondo non si saziava di leggere i suoi libri" (Arnold Hauser, Soria sociale dell'arte, citato da Bellocchio)

Il sangue degli altri

Posted by giuliomozzi at 12:02 | Comments (27)

15.09.07

Il nuovo libro italiano (1928)

di Renato Ricci

Clicca per ingrandire l'immagine[...] La nuova gioventú cerca nelle avventure ansiosamente il saettar dei caccia, la fuga dei velivoli su cieli rossi di guerra; si agogna al brillar dell'occhio misterioso d'un periscopio in attesa vigilante; si attende, in ascolto, l'angoscioso battito di una radio sperduta, si chiede di conoscere il minaccioso serpeggiare sotterraneo della chimica presente e futura... tutto ciò chiede la nuova fantasia.
Occorre tener desto nella gioventú lo spirito di vedetta; mantenere vivo l'amore al pericolo, già naturalmente presente nell'anima giovanile, la bellezza e l'efficacia dell'azione individuale, la necessità delle competizioni, delle sfide, delle vittorie, ottenere che l'occhio limpido e deciso sappia fissare la meta nella sicurezza di raggiungerla e che dinanzi alle difficoltà del cimento esso non si offuschi mai.
A compiere quest'opera è chiamato il nuovo libro italiano. E perché non venga tradita quell'educazione della personalità morale che si vuole determinare nella nuova gioventú, su cui erigere la nuova personalità politica del cittadino fascista, del futuro milite della Patria, è necessaria una letteratura costruttrice di tutta una varia ed appassionante visione del mondo stretto ad unità da un profondo senso morale ed eroico della vita. [...]

Leggi l'intero discorso. [fonte dell'immagine]

[Sulla data del 1928 ho qualche incertezza. Qualcuno ne sa di più?]

Posted by giuliomozzi at 07:09 | Comments (5)

14.09.07

Un libro (solo) per tutti (2007)

Un libro (solo) per tutti

Padova, libreria Feltrinelli International, via San Francesco.

Posted by giuliomozzi at 06:17 | Comments (44)

13.09.07

Proposta per fare un premio letterario nel quale si possa credere

di giuliomozzi

[Questa proposta è apparsa ieri in Nazione indiana. E' un po' una risposta a un articolo di Christian Raimo su I premi letterari. gm]

Vado per punti, così si fa prima.

1. Un certo numero di persone si associano. Una condizione necessaria è che ciascuno degli associati dichiari pubblicamente di stimare tutti gli altri.

2. L’associazione sceglie un certo numero di persone (direi da tre a cinque, non di più) alle quali si riconosca una maestria nell’arte letteraria. A queste persone, d’ora in poi chiamate “Maestri", si chiede la disponibilità a “tenere a bottega", per un tempo determinato (direi almeno un anno), una persona più giovane di loro. (In che consista il “tenere a bottega", è cosa di cui l’associazione discuterà con i Maestri). Nel contempo l’associazione si impegna a coprire, in modo e misura da determinarsi, le eventuali spese.

[continua a leggere in Nazione indiana]

Posted by giuliomozzi at 08:25

06.09.07

Frammenti di storia sociale in vetta alle classifiche

di Mariarosa Bricchi

[Questo articolo di Mariarosa Bricchi è apparso nel quotidiano il manifesto del 4 settembre 2007]

Nel febbraio 1895 la rivista letteraria americana «The Bookman» cominciò a pubblicare, con cadenza mensile, una lista dei libri più venduti. Si trattava di una diretta conseguenza dell'introduzione, negli Stati Uniti, della legge sul copyright internazionale, nel 1891. Prima di allora, infatti, i responsabili di edizioni pirata dei romanzi inglesi di successo avevano tutto l'interesse a che le vendite, a maggior ragione se ingenti, passassero inosservate. Una volta regolamentata la tutela del diritto d'autore, diventò chiaro a chiunque facesse parte del mercato editoriale che parlare di successi era un modo per incrementarli.

Mappe letterarie

Per quanto ne sappiamo, quella del «Bookman» fu la prima lista di best seller al mondo. Ma non rimase a lungo la sola. Nel 1912 arrivò quella del «Publishers Weekly», mentre solo nel 1942, un sabato di agosto, il «New York Times» fece uscire un elenco dei Best Selling Books Here and Elsewhere. Sono gli inizi di una lunga storia, ripercorsa tempo fa da Michael Korda in Making the List. A Cultural History of the American Best Seller 1900-1999. Che non è - attenzione - una storia dei best seller ma una storia della «lista»: atteso, odiosamato, denigrato e sopravvalutato strumento che, ormai settimanalmente, informa addetti ai lavori e pubblico generico sui picchi di vendita libraria del momento.

L'assunto di Making the List (che non ha, salvo errore, corrispettivi nei paesi europei) è semplice: raccontare l'origine e la storia delle best seller lists americane; e raccogliere, confrontare, analizzare i titoli apparsi nelle liste nel corso di un secolo, per ricavarne una mappa delle letture degli americani, dei loro gusti, del loro nutrimento (qualche volta) intellettuale. L'autore, che ha lavorato a lungo nell'industria editoriale e ha anche scritto a sua volta un paio di best seller, sa bene che parlare dei libri più venduti per ricostruire frammenti della storia sociale di un paese è legittimo; e che, viceversa, provare a usarli per capire, dal passato, cosa venderà in futuro è ingenuo.

La prima operazione, l'hanno tentata, magari con mezzi più appuntiti, anche studiosi autorevoli: basta citare uno dei libri più celebri di un grande storico del Settecento, Robert Darnton, Libri proibiti: satira e utopia all'origine della Rivoluzione francese, che indaga le cause della Rivoluzione cercando di rispondere alla domanda «cosa leggevano i francesi nel Settecento?». Secondo questa prospettiva la storia del libro è a tutti gli effetti un attrezzo storiografico, in quanto testimonianza del sistema culturale di un'epoca. Ma quello che qui importa sottolineare è che alla base dell'indagine di Darnton stanno non le biblioteche degli intellettuali e gli scrittori destinati a entrare nel canone, bensì un'inchiesta minuziosa dei canali del commercio librario, dei titoli più stampati, ricercati e venduti. Cioè a dire influenti su una fetta più ampia della popolazione.

I lettori degli annuari

Perché, lo sappiamo tutti, parlare di libri è una cosa, elencare quelli che vendono tutt'altra: tant'è che le due liste - i libri di cui pochi discutono e quelli che molti comprano - difficilmente coincidono. In Italia, lo ha ribadito quasi vent'anni fa Vittorio Spinazzola accingendosi a varare un'operazione che, allora, aveva bisogno di essere giustificata: l'almanacco Tirature che, ancora oggi, di anno in anno indaga fenomeni, temi, questioni legate ai libri che vendono, cioè ai libri che suscitano l'interesse di un pubblico allargato.

Scriveva Spinazzola: «Il progetto Tirature ha un doppio aspetto di paradosso, o di contraddizione. I lettori dei libri di maggior successo si guardano bene dal leggere gli annuali letterari. Dalla parte opposta, ai lettori degli annuari non importa un bel nulla dei libri di successo: non è detto che non li leggano, ma comunque pensano che non valga la pena di rifletterci sopra» (da Tirature '91). Del fatto che la critica non si occupi dei best seller commerciali aveva proposto una spiegazione interessante, all'inizio degli anni Ottanta, l'eminente anglista John Sutherland: gli studiosi non parlano di quel tipo di libri perché non possiedono un vocabolario critico adatto.

Nello stesso periodo, in Italia, al rapporto tra mercato editoriale e critica letteraria ha dedicato un volume allora pionieristico e oggi ancora utile Gian Carlo Ferretti, convinto che il solo modo di occuparsi scientificamente dei prodotti dell'editoria commerciale sia studiarli attraverso il loro processo di realizzazione, tenendo conto delle diverse componenti della macchina editoriale che si affiancano all'autore. Tirature si concentra appunto sui gusti non dei pochi, ma dei molti, vivisezionati in analisi che sono ormai diventate un appuntamento per capire, attraverso i libri, qualcosa di quel che succede nel nostro paese. Con ambizioni intellettuali più modeste, Making the List si limita alla fotografia, senza tentare una radiografia. Nella consapevolezza, però, che siamo (anche) quello che leggiamo.

Il cane del medico di Lincoln

Per quanto riguarda la chimera di ricavare regole dai fatti, o insegnamenti dal passato, Korda - si è detto - non la coltiva. Scherza piuttosto sulla ricca aneddotica che, sul tema, inevitabilmente fiorisce. In America, gli argomenti che interessano sempre sono - pare - la guerra di secessione, la manualistica medica, gli animali domestici. Bennet Cerf, il fondatore di Random House, provocato perché suggerisse il titolo di un sicuro best seller propose, combinando gli stereotipi sui temi vincenti: Lincoln's Doctor's Dog. Anni dopo, è utile chiosare, un libro con quel titolo fu effettivamente pubblicato, e non andò poi così bene.

È chiaro comunque che i best seller - parola e cosa - li hanno inventati gli americani. La parola, il primo a registrarla in Italia è stato il grande linguista Bruno Migliorini, nell'appendice al Dizionario moderno di Alfredo Panzini, anno 1950. Per la cosa, in Europa bisogna aspettare ben oltre la fine della guerra, quando il settimanale tedesco «Die Zeit», nel 1957, pubblica una lista di best seller, seguito dallo «Spiegel» nel 1961. In Italia, «Tuttolibri» propone una rilevazione sperimentale dei titoli più venduti a partire dal suo primo numero, l'1 novembre 1975, e una vera e propria classifica dal numero 9, nel dicembre dello stesso anno. Non stupisce dunque che di libri sull'argomento, in America, ce ne siano molti (molti più che da noi); e che questi libri ragionino sul fenomeno secondo approcci variegati e talvolta, ai nostri occhi, bizzarri. Per esempio: picchi di vendita come indicatore di successo personale, al pari di una vittoria sportiva, di uno scatto di carriera, di una dieta che è riuscita a far perdere molti chili. Ed ecco tutto un filone di manualistica.

Brian Hill e Dee Power, autori di The Making of a Best Seller. Success Stories from Authors and the Editors, Agents and Booksellers behind Them hanno al loro attivo altri libri sul tema del successo - nello specifico sulla gestione dei capitali finanziari. Invece John Bear, che ha scritto The Number One New York Times Best Seller, aveva pubblicato manuali di self-help sui più svariati argomenti, da «come trovare i soldi per il college» a una guida sull'uso intelligente del computer. Libri che, come è stato notato, dicono sui best seller più di quanto chiunque vorrebbe sapere. Ma che è divertente scorrere per scoprire episodi e stravaganze.

Per esempio, il libro di Bear, che ha come sottotitolo Intriguing Facts about the 484 Books that have been n. 1 New York Times Best Sellers, presenta molte tabelle. D'accordo, c'è il prospetto degli autori che hanno raggiunto il punto più alto della lista prima dei 35 anni, e di quelli per cui scrivere è un secondo mestiere. Ma compaiono anche tabelle come: i dieci best seller numero 1 che ora sono fuori catalogo (dove si scopre che Hotel New Hampshire di John Irving, al vertice delle classifiche nel 1981, risultava irreperibile in libreria dieci anni dopo); il rapporto tra i picchi di vendita in America e in Inghilterra (nell'arco di dieci anni, su 120 numeri uno inglesi, solo 23 ottengono la stessa sorte negli Usa); la distribuzione dei primi posti in lista tra gli editori americani (vince Random House). Meno utile come frasario intellettual-mondano, ma benemerita, è infine la raccolta di diversi articoli giornalistici, dalle maggiori testate americane, che discutono sul fenomeno.

Organizzato come una serie di interviste a personaggi del settore che hanno avuto successo (ancora il termine feticcio di tutta la faccenda) è invece il manuale The Making of a Best Seller, che mescola allegramente consigli pratici e qualche informazione utile. Libri di genere ibrido, libreschi nell'argomento ma non certo nell'impostazione, compositi, traboccanti e non intellettualmente ambiziosi, «letture facoltative», secondo l'etichetta felicissima di Wislawa Szymborska che ne spiega, forse, l'ostinata attrattiva.

Campioni eterogenei

Per nulla secondario è però uno dei temi che tanto la manualistica facoltativa quanto la stampa specializzata non trascurano di affrontare a cadenze regolari, cioè i meccanismi di funzionamento delle liste e, in ultima analisi, la loro attendibilità. Fin da subito, come si sa, fonte per la compilazione delle liste sono stati non gli editori, ma i librai, secondo sistemi di rilevamento statistico variabili ma paralleli. In America, come in Europa, si lavora su un campione che mescola punti vendita indipendenti a grandi catene, comincia a considerare le vendite on line, e promette di aprirsi in un futuro vicino alla grande distribuzione (super e ipermercati), fino ad ora esclusa dai rilevamenti ma interessantissima per i maggiori gruppi editoriali perché incide significativamente sui libri più commerciali, quelli dunque più presenti in classifica.

In un romanzo molto divertente, The Belles-Lettres Papers, l'americano Charles Simmons ha creato la grottesca caricatura di una rivista letteraria newyorkese. Dando voce, tra l'altro, a un sospetto ricorrente: la possibilità che «The List» sia truccata. Quello di cui tutti favoleggiano è che gli editori più potenti, o i produttori cinematografici al lancio di un film basato su un libro, acquistino grossi quantitativi di copie.

Trucco - spiegano i nostri preziosi manuali di riferimento - in realtà abbastanza impraticabile, perché impraticabili, e in fondo poco produttivi, sarebbero la pianificazione e l'investimento finanziario necessari (elenco preciso dei librai intervistati; compratori che li raggiungano in ogni parte d'America, e acquistino ciascuno quantitativi di copie relativamente piccoli, tali da non destare sospetti, per un totale però pari a molte decine di migliaia di copie...).

Scandali e paradossi

La trovata di Simmons è invece che il fattorino incaricato di smistare i rilevamenti venda posti in lista, semplicemente scambiando, a fronte di considerevoli somme di denaro, la posizione tra l'ultimo incluso e il primo escluso. Dal che si sviluppano a catena situazioni deliziosamente paradossali e, almeno per chi conosca un po' il mondo editoriale, di comicità irresistibile.

Nella realtà, scandali, non ce ne sono stati molti. Si ricorda il processo intentato al «New York Times» nel 1983 da William Peter Blatty, l'autore dell'Esorcista, che accusava il giornale di escludere deliberatamente un suo successivo romanzo dalla lista. Lo scrittore perse il processo.

* * *

Sugli scaffali e in rete. Saggi, romanzi e siti Internet per capire i meccanismi della «top ten».

Oltre ai libri americani su «The List» (Michael Korda, «Making the List. A Cultural History of the American Best Seller 1900-1999», Barnes & Nobles Books, 2001; John Bear, «The Number 1 New York Times Best Seller. Intriguing Facts about the 484 Books that have been n. 1 New York Times Best Sellers», Ten Speed Press, 1992; Brian Hill, Dee Power, «The Making of a Best Seller. Success Stories from Authors and the Editors, Agents and Booksellers behind Them», Dearborn Trade Publishing, 2005) e al romanzo «The Belles-Lettres Papers» di Charles Simmons, uscito presso Morrow nel 1987, chi desideri seguire l'andamento delle classifiche statunitensi può accedere dal sito della Belvedere-Tiburon Library (www.bel-tib-lib.org/read/bestsellers.htm) alle «lists» dei più importanti quotidiani Usa.

Posted by giuliomozzi at 09:49 | Comments (3)

05.09.07

Effetti della letteratura sulla vita e sul merito delle nazioni (1815), 3

di Friedrich von Schlegel

[Leggi la prima parte] [Leggi la seconda parte]


Friederich von Schlegel
Considerando la cosa sotto questo istorico punto, onde i popoli son comparati fra loro secondo il proprio valore, apparisce primamente importante per tutto l’ulteriore sviluppo, anzi per tutta la morale esistenza di una nazione, ch’essa possegga grandi antiche nazionali rimembranze, le quali per la maggior parte si perdono negli oscuri tempi della sua prima origine, e il conservare e magnificare le quali è la più nobile occupazione della poesia. Queste nazionali rimembranze (il più nobile retaggio che aver possa un popolo) sono un privilegio che non può essere sostituito da nessun altro; e se un popolo per avere una grande antichità e ricordanze della remota sua origine, per avere in somma una poesia, si trova elevato e nobilitato nel suo proprio sentimento, sarà per queste ragioni medesime collocato in alto grado anche al nostro sguardo e nel nostro giudizio. Non sono soltanto le grandi imprese e i maravigliosi successi che stabiliscono il merito e la dignità delle nazioni. Molte di esse infelici passarono senza nome, ed appena han lasciata una qualche traccia di sé: alcune più fortunate conservarono la memoria del loro ampliarsi e delle loro conquiste; ma noi degniamo appena di una qualche attenzione queste notizie, se l’ingegno della nazione non diede una più nobile impronta a queste fatti e a questi successi, i quali nella storia del mondo si ripetono pur troppo frequentemente. Maravigliose geste adunque e grandi successi e destini non bastano da per sé soli ad acquistarsi la nostra ammirazione, né a determinare il giudizio della posterità; ma bisogna che un popolo, se vuole essere pregiato dell’opere sue, pervenga eziandio ad una chiara conoscenza de’ suoi proprj fatti e del suo destino.

E questa intima coscienza di una nazione, che si esprime nelle opere del pensiero e della rappresentazione, è la storia. Un popolo le cui vittorie ed imprese furono magnificate dallo stile di un Livio, la cui infelicità e decadenza fu ai posteri tramandata dal bulino di un Tacito, s’innalza ad un nobile grado; e noi, seguendo il nostro sentimento, non possiamo più senza ingiustizia confonderlo nella gran massa di quei popoli, i quali, senza occupare un posto speciale nella storia dello spirito umano, passarono per questo mondo conquistatori e conquistati a vicenda. Poeti ed artisti i quali, dotati di tutta la forza e di tutto il prestigio dell’ingegno, sien atti a tentare ogni volo più ardito, indagatori capaci di frugare in tutta la profondità del pensiero, non se ne possono trovar mai se non pochissimi; e questi medesimi da principio possono operare soltanto sul loro secolo e sopra un ristretto numero di persone. Ma coll’andare del tempo si viene a più a più ampliando la sfera dei loro effetti; il loro merito riluce sempre pià chiaro e sempre più universale, mentre invece per sino il merito del legislatore, cambiandosi le circostanze dei tempi, sembra cadere in una luce più affievolita; e la gloria del conquistatore, dopo che son passati alcuni secoli, perde sempre più quell’immensa e preponderante grandezza, nella quale si mostrò da principio, e si giudica con misure assai diverse ed impicciolite. Potrebbe dirsi che Omero e Platone non solamente tra noi, ma ben anche nell’antichità, contribuirono, non meno o forse più di Solone e di Alessandro, ad innalzare ed ampliare la gloria dei Greci. Nella stima, che ogni incivilita nazione d’Europa tributa ai Greci, siccome a coloro, dai quali ebbe nascimento tutta la coltura europea, il poeta ed il filosofo hanno per certo una parte maggiore di quella, che viene accordata al legislatore e al conquistatore. Anche l’influenza esercitata generalmente dalle opere e dall’ingegno dei primi due sulla posterità, sullo sviluppo e sull’andamento dell’umana schiatta, supera nell’ampiezza e nella durata degli effetti le leggi, le geste e le vittorie degli altri. Che se Solone ed Alessandro sono tuttora per noi gloriosissimi nomi e immortali, ne vanno forse debitori al loro ingegno ed a quel tanto ch’essi operarono in pro della morale coltura, assai più che agli ordinamenti civili del primo divenutici ora tanto stranieri, od ai regni fondati dal secondo e già da gran pezza scomparsi.

Se i poeti e i filosofi veramente grandi non possono esser mai se non radi, sono eziandio considerati come straordinari fenomeni là dove appariscono, come una prova ed una misura comune della forza intellettuale e della coltura di quella nazione, alla quale appartengono.

Se a questi alti privilegi di una propria poesia e nazionale tradizione, di una feconda storia, di una già perfezionata arte e filosofia, aggiungiamo anche il dono dell’eloquenza, dello spirito e di una lingua atta al consorzio sociale (supposto che questi ultimi privilegi non cadano nell’abuso), avrem formata l’immagine di una nazione veramente incivilita e coltissima, e nel medesimo tempo avremo anche abbozzata l’idea compiuta di una letteratura.

[fine]

Posted by giuliomozzi at 07:02 | Comments (3)

04.09.07

Perché nessuno crede ai premi letterari?

di Christian Raimo

[Questo articolo di Christian Raimo è apparso ieri in Nazione indiana. gm]

Perché nessuno crede ai premi letterari? Perché nessuno riconosce ai vincitori quell’autorevolezza, quella qualità, quella primarietà che dovrebbe essere la ragione del premio? In mano alle cordate degli amici, decisi a tavolino dalle case editrici, vittime di poco scaltre manovre lobbystiche, di strategie promozionali di qualche assessorato, è impensabile, diciamo rarissimo, oggi in Italia che un premio letterario abbia quel valore di “classicizzare" un libro che può avere che so io, un National Book Award. Quest’anno l’impressione si è trasformata forse in una constatazione. Il Premio Strega pareva assegnato almeno dieci mesi prima, con ragioni non proprio idealistiche: il libro di Ammaniti non aveva venduto come mercato comanda, e allora la Mondadori aveva pensato bene di sponsorizzarlo in modo da racimolare quel surplus mancante di lettori. In diretta tv la serata nel ninfeo di Valle Giulia metteva in scena – come da copione – la rappresentazione di una società letteraria poco credibile: questi gli intellettuali italiani? Un Mastella che ammiccava? Un Gigi Marzullo che imperversava? Purtroppo i giurati dello Strega, gli Amici della Domenica – una combriccola nata nel dopoguerra, con intenti di creare un premio fuori dalle istituzioni, con la logica della gratuità, “amichevole" appunto – sono diventati in molti casi gli Amiconi della Domenica. Fieri della propria tesserina, assiedati dalle telefonate degli uffici stampa dei libri in decina e poi in cinquina, vivono putroppo molto spesso il proprio ruolo come dei piccoli detentori di potere, trasformando a tutti gli effetti un momento di possibile dibattito letterario in una mera occasione mondana.

Leggi tutto l'articolo in Nazione indiana.

Posted by giuliomozzi at 11:24

Effetti della letteratura sulla vita e sul merito delle nazioni (1815), 2

di Friedrich von Schlegel

[Leggi la prima parte] [Leggi la terza parte]


Friederich von Schlegel
E primamente esaminiamo la letteratura nella sua propria essenza, in tutta la sua ampiezza e nella sua originaria destinazione e dignità. Sotto questo nome noi comprendiamo tutte quelle arti e scienze, quelle rappresentazioni e produzioni, le quali han per oggetto la vita e l’uomo istesso, ma che senza riuscire in un fatto esterno e in qualche operazione materiale, agiscono solo nel pensiero e nella parola, e rappresentano i loro oggetti allo spirito col discorso o colla scrittura senz’altre materie corporali. Appartiene a ciò innanzi tutto la poesia, e con essa la storia narrativa e rappresentativa, la meditazione e l’alta filosofia, in quanto essa ha per oggetto la vita e l’uomo, ed opera su l’una e su l’altro; l’oratoria finalmente e ciò che chiamasi spirito, quando i loro effetti non trapassano solamente in parlati e fuggitivi dialoghi, ma costituiscono durevoli opere scritte e rappresentate. Tutto ciò abbraccia quasi l’intiera vita dell’uomo. Che vi ha mai in generale, dopo l’ingegno, che sia più grande, più proprio dell’uomo e più distintivo che la favella? e di essa anche l’ingegno si veste. La Natura non poteva accordare agli uomini nessun dono più prestante di quel della voce, la quale, acconcia com’è ad ogni espressione del sentimento nel canto, col suo piegarsi alle più artificiali separazioni ed unioni di variatissimi suoni, presta materia all’artificiosa formazione del parlare. Ma fra quante cose l’umano ingegno ha trovate, la scrittura è poi incomparabilmente più ammirabile ed importante di tutte.

La Divinità medesima non poteva fare all’uomo un più prezioso dono della parola, da cui essa medesima vien proclamata, e da cui i viventi sono uniti e collegati fra loro. L’ingegno e la favella sono tanto inseparabili, il pensiero e la parola sono così essenzialmente una sola cosa, che, mentre con sicurezza consideriamo il pensiero come privilegio tutto proprio dell’uomo, possiam dire ancora che la parola, considerata nell’intima sua importanza e dignità, ne costituisce l’originaria essenza. Giacché l’uomo per ciò appunto viene considerato somiglievole a Dio, e nominato nelle sacre carte immagine del trino ed uno suo Creatore, perché è dotato di un’anima, dalla cui profondità e nel cui specchio l’ingegno si configura nella fruttifera parola di vita.

Che se poi nella pratica applicazione separiamo affatto l’intrinseco valore della espressione, il pensiero della parola (né possiamo fare altrimenti), questo trova però luogo soltanto in quelle singolari combinazioni, nelle quali o tutti e due questi elementi, o per lo meno l’uno di essi più non adempie l’ufficio suo. Del resto il pensiero e la parola, siccome originariamente sono una cosa sola, così anche nella più varia loro applicazione non debbono mai disgiungersi del tutto, ma sì essere sempre ed in generale, quanto più è possibile, uniti e corrispondenti fra loro.
Per quanto poi questi due sublimi doni, i quali propriamente sono un medesimo, questo altissimo privilegio dell’uomo che solo fa esserlo tale, vogliam dire il pensiero e il discorso, possano essere spesse volte abusati, nondimeno il sentimento dell’originaria sua dignità, che portiamo profondamente stampato nell’animo nostro, apparisce dalla importanza che noi siam soliti attribuirgli nei nostri più abituali giudizj. Egli sarebbe superfluo il volere particolarmente mostrare quale influenza eserciti l’arte della parola sul nostro giudizio nella vita ordinaria, nelle civili e nelle sociali relazioni, o quale imperio s’abbia sul nostro pensare la forza dell’espressione. Come nel giudicar dei privati, così anche nel dar sentenza delle nazioni, noi ci lasciamo ordinariamente guidare da uno stesso principio; e siamo inclinati a conceder la palma d’ingegnosa ed incivilita a quella nazione, che si esprime più chiaramente, più conforme allo scopo ed in modo più determinato e piacevole. D’onde poi anzi, pel privilegio, che noi accordiamo all’esterna forma ed alla espressione, poniamo troppo frequentemente da un lato il rispetto dovuto all’interno valor del pensiero ed alla dignità del carattere. Né solo giudichiamo così dei privati e dei popoli che ci stanno d’intorno, o coi quali siam usi di vivere; ma applichiamo la stessa misura anche a coloro che ci stanno più da lontano.

Prendiamo ad esempio quei popoli, che noi siamo soliti di comprendere sotto il nome generale di selvaggi, per ciò solo che non ne abbiamo contezza. Subito che un viaggiatore giudizioso comincia ad intendere la loro lingua, si reca a dovere eziandio di cambiare assai essenzialmente l’ingiusto giudizio, che ne avea fatto dapprima. Selvaggi (suol quindi comunemente dirsi) selvaggi sono essi pur certo, ignoranti delle nostre arti e dei nostri raffinamenti, non meno che delle dannose loro conseguenze morali; ma non può negarsi ad essi un sano e forte intendimento del pari che una naturale e spesse volte maravigliosa perspicacità: estremamente toccanti e non di rado argute sono le brevi loro risposte; pieno di forze e significante il loro parlare, non mai scompagnato da somma chiarezza e precisione. Così siamo avvezzi ed inclinati quasi generalmente in tutte le relazioni della vita e nella pratica del mondo a giudicare l’ingegno dalla favella, e il pensiero dal modo con che vien espresso. Pure non sono questi se non particolari giudizj sopra oggetti particolari: ma la dignità e l’importanza di tutte le scienze e le arti scritte o parlate si fanno manifeste assai meglio, se noi consideriamo quanto esse contribuiscono al merito ed al destino delle nazioni nella storia del mondo. Quivi solo si mostra a letteratura nella sua vera ampiezza come il complesso di tutte le intellettuali capacità e produzioni di un popolo.

[continua]

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03.09.07

Effetti della letteratura sulla vita e sul merito delle nazioni (1815), 1

di Friedrich von Schlegel

[Ricopio il secondo paragrafo, intitolato appunto "Effetti della letteratura sulla vita e sul merito delle nazioni", del primo capitolo della Storia della letteratura antica e moderna di Friedrich von Schlegel, pubblicata nel 1815 e tradotta in italiano tredici anni dopo, presso l'editore Gabriele Marotta di Napoli, in una traduzione di Francesco Ambrosoli che è stata ristampata almeno fino al 1974. Quella che ho sottomano è la seconda edizione, del 1838. Non conosco edizioni in commercio di quest'opera; sul mercato nell'usato la si trova in edizioni recenti a prezzi ragionevoli].

Friederich von Schlegel
La separazione della classe letterata da quella gentilmente educata, e di tutte e due dal popolo, è il più grande impedimento all’universale coltura di un paese: ché a voler raggiungere la perfezione nelle produzioni dell’ingegno, od a volerla sentire, debbono anzi cooperarvi tutte, in un certo grado, le varie naturali attitudini e circostanze dell’uomo. Come potrebbe nominarsi perfetta un’opera contribuito alla quale non abbiano insieme, la forza e l’entusiasmo della gioventù, l’esperienza e la maturità della vecchiaja? E neppure il delicato sentimento delle donne non vuol essere escluso dal cooperare e dal contribuire col suo giudizio a quelle opere dell’ingegno, le quali si stanno dentro i confini del bello, ogni qualvolta lo spirito di una nazione si voglia veramente formare, e conservare nobile il sentimento. Le opere dello spirito non possono avere alcun altro vivo terreno in cui mettere le radici, fuorché i sentimenti che son comuni a tutte le persone nobilmente educate e religiose, poi l’amore del proprio paese, e le nazionali rimembranze del popolo nella cui lingua queste opere si compongono, e sopra il quale esse debbono principalmente esercitare la loro efficacia.

Che la coltura dello spirito umano richiegga l’unione delle varie attitudini dell’uomo, non che di tutte le forze e gli esercizj da noi troppo spesso divisi e isolati, è questa una verità che per lo meno si è cominciata a sentire. La dottrina dell’osservatore; il pronto vedere e il sicuro giudizio di chi è versato negli affari; la severa immaginazione del solitario artista; e il facile e presto cambiarsi delle gentili impressioni, quella fuggevole finezza, che si trova e s’impara a trovare soltanto nella vita sociale, sono ora poste tutte in contatto fra loro, o per lo meno non istan più disgiunte le une dalle altre, com’erano per l’addietro.

Ma per quanto nei nuovi tempi la letteratura abbia in parecchi paesi guadagnato, e siasi fatta più nazionale, più efficace sulla vita ed anche più viva per sé stessa, non per questo il male è tolto del tutto. Nella Germania vediamo tuttavia la letteratura, e la scuola, e la vita spesse volte intieramente divise, starsene a guisa di due mondi vicini ed opposti senza alcuna relazione fra loro, o con una modesta influenza che da un lato disturba e confonde, e inceppa e storpia dall’altro. Quindi tutta quella varietà di forze morali e di produzioni, che noi comprendiamo sotto il nome di Letteratura, va quasi intieramente perduta pel mondo, od almeno non ha di lunga mano quei grandi e benefici effetti sull’uomo e sulla nazione ch’essa potrebbe e dovrebbe avere. E basta considerare soltanto lo stato delle lettere, e particolarmente le opinioni tuttora signoreggianti nell’universale degli uomini intorno alla letteratura ed alle relazioni di lei colla vita. Al poeta ed all’artista si concede come un privilegio ch’essi vivano e viver debbano soltanto nel loro mondo ideale, senza punto impicciarsi del mondo reale; e quanto ai letterati, ciascuno è solito già a presupporre ch’essi non sono di alcuna pratica utilità. Al destro oratore neghiamo tanto pià facilmente credenza, come a colui che ha in suo potere di piegare la verità al proprio scopo, d’illuderci e di trarci in errore. L’esperienza poi e la storia del nostro secolo stesso insegnano, che la filosofia spesse volte guida all’errore, e precipita nella più sventurata confusione l’età, nella quale predomina, piuttostoché illuminarla e tenerla nella regione del vero. E le reciproche querele ed accuse dei filosofi stessi hanno fatto conoscere anche agl’idioti, come sovente essi non s’intendon neppure fra loro.

Quindi si è venuta allargando quella opinione, che i filosofi in generale non possono raggiunger la meta che si propongono, neppure in sé stessi; e che rade volte conoscono veramente ciò ch’essi vogliono. Tuttavolta egli è ingiusto di biasimare e gittar nel dispregio il più nobile sforzo di cui l’uomo sia capace, lo sforzo che tende a conoscere e ad investigare la verità, col far sempre menzione soltanto dei mal riusciti tentativi e delle difficoltà dell’impresa. Frattanto in questa condizione di cose non dee far meraviglia se alcuni uomini, i quali sono occupati continuamente nei più importanti oggetti dello Stato e della vita, tengono in conto di un semplice giuoco insignificante ed indifferente le minute controversie degli scrittori. Anche l’innumerevole quantità dei libri ha dovuto produrre sulla maggior parte dei leggitori una tanta sazietà, che, generalmente parlando, nulla può comparire di più inetto e di più superfluo che un nuovo libro venuto ad accrescere il numero preesistente.

Io ho già tacitamente ammesso che gli scrittori, i letterati, i poeti e gli artisti pagano essi medesimi per la maggior parte il fio di quella disistima della letteratura, la quale nel mondo è senza dubbio universalmente diffusa, sebbene di rado affatto chiaramente si esprima. Ma quand’anche i rimproveri che si fanno agli scrittori ed all’opere loro fossero universalmente fondati, e giusti, quand’anche non vi fossero alcune eccezioni degnissime di rispetto, quand’anche non si dessero né letterati né opere d’ingegno che in quanto si riferiscono al mondo in generale, o alla patria ed alla età loro in particolare, adempissero tutti i requisiti, non si potrebbe però [fare] a meno di trovar biasimevole, generalmente parlando, il mentovato disprezzo, siccome quello che fondandosi sopra l’abuso, giudica malamente di un oggetto così grande e così importante. Egli è inoltre dannoso, perché fa sempre più forte e più durevole la divisione fra la vita interna intellettuale ed il mondo reale, fra la scuola e lo Stato; divisione che non di rado degenera poi in aspre nimicizie, e finisce in una mutua rovina ed oppressione.

Ma quanto la letteratura in sé stessa sia grande, considerata nella sua originaria destinazione; quanto sia importante rispetto al merito ed alla prosperità di una nazione, tutto questo è, fuor d’ogni dubbio, chiaro e facile da conoscersi, o vogliamo riguardare all’interna natura della medesima, o alle sue varie conseguenze ed alla sua grande efficacia.

[continua]

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29.08.07

La poesia in "redingote" (1910)

di Enrico Thovez

[Il testo che segue è tratto dall'ultimo capitolo, intitolato appunto La poesia in "redingote", del volume Il Pastore, il Gregge e la Zampogna. Dall'Inno a Satana alla Laus Vitae di Enrico Thovez, pubblicato nel 1910 presso l'editore Ricciardi. Lo traggo dalla quarta edizione, stampata nel 1926. Non ne conosco edizioni in commercio ma il volume, in una delle sue varie edizioni, si trova facilmente e a buon prezzo nel mercato dell'usato. gm]

Enrico Thovez[...] Poiché era accaduto questo fatto meraviglioso, insospettato, inverosimile: il pubblico italiano era stato riguadagnato alle Muse: non pascolava più che sui prati di Elicona, non beveva più che alla fonte Castalia.
Eravamo avvezzi da anni ed anni a udir lamentare l’assoluta ed inguaribile indifferenza del popolo italiano per la poesia in generale e per la lirica in particolare. Inutilmente più d’un valentuomo aveva cercato le ragioni per le quali la letteratura non è popolare in Italia; inutilmente altri le aveva additate nell’abito arcaico della lingua letteraria e nel carattere aulico dello stile poetico; invano i giovani e smaniosi verseggiatori levavano le più alte strida su pei giornali perché il pubblico non voleva saperne di poesia e soprattutto non comperava i loro libri. Inutilmente. Il pubblico continuava a non leggere, e a non comperare. […]

Dunque, se il pubblico italiano della vera poesia non poteva capire lo spirito, se continuava per fatale legge psicologica a non amar nei versi che le gale, a non gustar che gli spumoni, a non sentir che l’istrionia, se continuava a provare una compassione annoiata ed una avversione paurosa per il poeta di stampo antico, anima ritrosa e solitaria che si contentava di cercare una risonanza al suo canto in poche anime fraterne disperse a traverso il tempo e lo spazio, per contro quando gli si presentò dinanzi un poeta che facesse il buffone o il pazzo melanconico da romanzo, non solo si divertì, ma si accese di irrefrenabile entusiasmo.

I poeti dicitori del decennio decorso ebbero questa intuizione meravigliosa: che a voler far trionfare la poesia ed acclimatarla nei cuori borghesi, bisognava trasformarla di entità impalpabile in realtà tangibile, di astrazione spirituale in meccanismo vivo. Bisognava coltivare quell’indigeno caprifico d’Arcadia, bisognava sfruttare quella commozione lagrimosa, quei raggianti entusiasmi, quella fatica delle mani e dei piedi per la frase detta a viva voce sopra una scena. bisognava fare della lirica qualche ocsa di simile alle canzonette dei buffi napoletani che il pubblico dei cafè-chantants fa ripetere cinque, sei, dieci volte in un delirio d’applausi. Appena dieci persone su mille possono capire e gustare un canto di Dante, un sermone del Foscolo, una ode barbara del Carducci; ma tutte mille possono accendersi di entusiasmo quando quelle parole e quei ritmi si traducano in guizzo di muscoli, in ondeggiare di falde, in sonorità di voce, in strabuzzare d’occhi. Bisognava fare per la poesia ciò che si fa per la musica. Su le mille persone che applaudono una sinfonia del Beethoven, novecentocinquanta applaudono il dimenarsi del direttore, l’andar su e già degli archi, il gonfiar delle gote delle trombe, l’agile diteggiare dei flauti. Fate che l’orchestra suoni invisibile, e il teatro resterà vuoto; ed è logico: il pubblico non saprebbe occupare che uno solo dei suoi sensi, e il meno importante.

Dunque la grande novità fu di far vedere la poesia, e di farla vedere in azione. Il poeta dicitore divenne un fenomeno: ora il fenomeno è pel pubblico il sommo del piacere estetico, sia un uomo che cammina sulla corda, o un gorilla che accende la pipa, o un elefante in mutandine che balla il cancan, spara una pistola e gira il manubrio del telefono: pochi comprendono la bellezza, ma tutti comprendono la difficoltà, e l’ammirazione della folla non è per chi ha concepito la maggior bellezza, ma per chi ha vinto la difficoltà maggiore; non per Fidia che ha scolpito l’Ilisso, ma per colui che ha intagliato un monumento equestre in un tappo di sughero o il busto di Garibaldi in un nocciolo di ciliegia. […]

C’è dell’altro. Ogni buon italiano è un declamatore nato; ogni buon italiano che abbia da citare un verso, il verso più semplice, intimo e piano: Tanto gentile e tanto onesta pare, per esempio, sente il bisogno imprescindibile di declamarlo. Se è in compagnia, si arresta, e alzando la mano e protendendo l’indice con mimica ammonitrice, scande le sillabe con tono fatidico, le gonfia di sonorità tonante come se pronunziasse un oracolo delfico. Ha bisogno di cantare anche le cose meno cantabili: ogni verso è per lui qualche cosa di simile ad uno spunto di waltzer: l’intimità dell’espressione non gli par degna della poesia: per lui la poesia deve essere necessariamente qualche cosa di illustre, di magniloquente, di scenico, di teatrale; e se il poeta non ci ha messa la teatralità e la magniloquenza, anzi le ha schivate con cura, ce le mette lui con la voce e con la mimica. L’artifizio inevitabile d’ogni arte non gli basta: gli occorre aggiungervi una falsità maggiore, qualche cosa di piacevolmente istrionico.

Così dunque avvenne che un bel giorno i giornali ci recarono la impensata, incredibile novella che il pubblico si era acceso, palpitava, si struggeva di un subitaneo, tenerissimo amore per la poesia, anzi per la lirica, cioè per quell’altissima espressione dello spirito che secondo il Platen tradotto dal Carducci a sorde orecchie suona inutil flauto. Era bastato che una schiera di dicitori annunziassero le loro recitazioni poetiche perché quella gente, che non si muoveva per sentire un’opera del Wagner e non avrebbe fatto quindici passi per vedere una statua greca, quella folla che non provava abitualmente nessunissimo bisogno di leggere versi e che per la poesia aveva quella salutare diffidenza che contrassegna la gente per bene, accorresse fervente e si inebriasse di entusiasmo e domandasse il bis. […]

Ma che farci? Coll’entusiasmo non si ragiona. Al pubblico italiano era stato inoculato il virus poetico, ed esso aveva oramai un irresistibile bisogno di veder almeno una volta al mese al proscenio le muse, o per meglio dire, i musi dei dicitori, e i solisti della poesia, i flautisti del verso, i virtuosi della recitazione erano divenuti moltitudine. Per anni ed anni i teatri della penisola furono sacri a quella ecatombe di poesia. Nei pomeriggi invernali, primaverili e autunnali dolcemente invitanti alle passeggiate, sulla soglia dei botteghini una folla inverosimile si accalcò fremente di bramosia, pazza di attesa, interamente abbrutita dall’entusiasmo anticipato: professori di statistica, conservatori delle ipoteche, impiegati del registro, generali a riposo, e anime più austere, più asserragliate contro ogni insidia estetica, più immuni da ogni tenerezza di sentimento, gente che poteva mostrare una vita intera senza macchia di poesia; e poi donne: un esercito, una moltitudine, una immensità di donne invase da furore isterico: vecchie zitelle incartapecorite, mamme venerande di pinguedine, ragazze fiorenti; e quella marea umana si premeva gocciolante di sudore, ansimando, lottando a gomitate, a spintoni per avvicinarsi alla contesa soglia della beatitudine verbale… […]

E il solenne sacrificio fu compiuto. Nulla fu sacro dinanzi alla libidine dei declamatori: tragici orrori dell’Inferno dantesco, dolcezze velate del monte del Purgatorio, sublimità spirituali di Beatrice, umane debolezze di Laura, magnanimi sdegni dell’Alfieri, sottili ironie pariniane, marmorei fantasmi e profetiche visioni del Foscolo, scorati accenti leopardiani, virulenti invettive del Carducci, tenuità idilliche del Pascoli, intimità voluttuose e decorazioni pagane del D’Annunzio, tutti i monumenti letterari più insigni della letteratura italiana, dalle origini ai giorni nostri, furono vociferati e danzati come da un’orda di coribanti colpiti da furore orgiastico, con grande strepito di cembali e di bronzo percosso, ma di bronzo monetato, e senza però il cruento sacrifizio per cui andò celebre Attys nel concitato verso giallambico di Catullo.

* * *

Devolsit ilei acuto sibi pondera silice. Catullo, Carm. LXIII, v. 5. Si tagliò i coglioni, in somma.

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26.08.07

Laureati al bivio (nel 1909)

di Benedetto Croce

[Questo articolo di Benedetto Croce (al quale rimanda l'articolo Il giovane scrittore italiano di Giovanni Papini), disponibile nel volume La voce 1908-1913. Cronaca, antologia e fortuna di una rivista, Giuseppe Prezzolini, Rusconi 1974, apparve nella Voce il 4 febbraio del 1909. Il volume di Prezzolini è fuori commercio e nel mercato dell'usato ha un prezzo rispettabile (100/150 euro). Ringrazio Lorenzo Ireni che ha scovato e copiato il testo. gm]

Benedetto CroceScuola o giornalismo? Ecco il bivio innanzi al quale sembra si trovino, ai giorni nostri, i giovani italiani, che escono dall'Università laureati in lettere e filosofia. E molti, troppi di essi vediamo prescegliere la seconda via e correre a ingrossare le file del giornalismo, facendo seguire, senza intervallo, all'erudita tesi di laurea gli articoli luccicanti sul Giappone e sul Marocco, o sulla psicologia della signora Cifariello e di Madama Steinheil.
Naturalmente, non parlo di coloro che si risolvono per l'una o per l'altra via, tratti da naturale e irresistibile vocazione. Chi ha anima di educatore e maestro, fa benissimo a darsi all'insegnamento; chi ha passione e intelligenza per la vita pratica e politica, fa benissimo a darsi al giornalismo, ad aggregarsi a un partito, a promuovere con la parola e con la penna gl'indirizzi che stima salutari, ad appoggiare o combattere uomini e istituzioni.

E non parlo neppure di coloro che non hanno vocazione nessuna, o, meglio, hanno la vocazione di procacciarsi la sussistenza col primo mestiere che venga loro innanzi, e , tutt'al più, aspirano alla funzione sociale (è funzione anche codesta) di vivere, di far numero nella popolazione, di mantenere e accrescere tale numero prendendo moglie e procreando figliuoli. Sarà una disgrazia, così per la scuola come pel giornalismo, come i mestieranti vi si caccino dentro; ma è disgrazia comune a tutte le professioni, e irrimediabile. Il rimedio, anzi, se potesse attuarsi, sarebbe peggiore del male, perché darebbe luogo a una classe di spostati, minaccianti la società nel suo complesso. Lasciare che la danneggino, qua e là, in dettaglio, è pretium emptae pacis.

Ma parlo di quei giovani, che non appartengono né al primo né al secondo gruppo. Non al primo, perché non hanno vocazione vera e propria né per la scuola né pel giornalismo. Non al secondo, perché non sono privi d'interessi ideali, e mostrano amore e buone disposizioni pel culto della scienza e dell'arte. Se essi potessero sottrarsi al dilemma, se ne sottrarrebbero volentieri. Ma debbono provvedere in qualche modo alle basi economiche della loro esistenza per acquistar quella calma, quell'otium, che arte e scienza richiedono; e la produzione letteraria matura tardi, e anche quando matura ed è accompagnata da buona fortuna, di rado basta a fornire i mezzi della più modesta vita materiale. Le corti e i mecenati, che facevano vivere un tempo gli Ariosto e i Tasso, non vi sono più; e non vi sono più beneficii ecclesiastici e prebende. Ed eccoli perciò al bivio: Scuola o giornalismo? La scuola li attira con la sicurezza della carriera; ma li respinge coi magri guadagni, con la dura necessità della residenza in paeselli di provincia, con gli orarii inflessibili, con l'oscurità cui si è condannati per anni e anni. Il giornalismo li respinge bensì con la natura instabile e sempre pericolante dell'impiego; ma più fortemente li attira coi pronti e spesso larghi guadagni, con la vita nelle grandi città, con la relativa libertà nell'uso della propria giornata, con la notorietà che accompagna già i primi passi. Per questa ragione, i laureati in lettere e filosofia si vedono passare, ora, in così gran numero, dalle aule universitarie alle redazioni dei giornali.

Ne conosco ormai tanti, che hanno compiuto questo passaggio, e ho ricevuto tante confidenze, e ho dato tanti consigli privati (quasi sempre senza frutto; altrimenti, sarebbero consigli?), che posso permettermi di generalizzare il caso, descrivendolo come ho fatto; e generalizzare il consiglio, non foss'altro per ribadire, in forma esortatoria, l'analisi del caso. Quando non si può correggere un male, si deve sforzarsi d'acquistarne esatta cognizione.

Anzitutto, il dilemma travaglioso potrebbe essere formulato con qualche maggiore larghezza; perché, oltre la scuola, altre professioni, adatte a uomini contemplativi, sono offerte p.e. da biblioteche musei e archivi, e perfino da alcuni rami di amministrazione più lontani dagli ufficii di cultura. Ma, sia che s'includano tutte queste altre professioni nella parola «scuola», scelta a rappresentante anche di esse, sia che si escludano dalla considerazione perché di poco peso nella presente questione, dico che, a quei giovani, bisogna inculcare risolutamente: Scuola, scuola! - e non mai: Giornalismo.

Il giornalismo, coltivato per mestiere, distrae le menti degli aspiranti scienziati e artisti; le disabitua dalla considerazione attenta e scrupolosa della verità; rafforza in chi vi è disposto, e svolge in chi non vi sarebbe disposto, la tendenza all'unilateralità, alla imprecisione e al sofisma (nella scienza) e alla ricerca dell'effetto e del successo (nell'arte); costringe all'improvvisazione e, perciò, più o meno, al ciarlatanesimo. Nella vita pratica, impedisce la formazione di quelle qualità di ordine e di lavoro regolare e continuo, indispensabili all'artista non meno che allo scienziato. Dopo qualche anno di esercizio giornalistico, i giovani diventano, di solito, incapaci di studio penoso e prolungato, e perdono l'amore per la diligenza e l'esattezza. Infine, il contatto troppo diretto con gl'interessi degli uomini e con la lotta della vita attutisce la virtù contemplativa e riflessiva, per la quale è necessario il distacco e una qualche distanza, dall'oggetto della contemplazione e della riflessione.

La scuola, invece, per quelle stesse condizioni di fatto, che sembrano le sue miserie, opera all'inverso. Sembra sequestrare un uomo dalla vita, e dà di questa il desiderio, e, col desiderio, l'intuizione e l'intelligenza. Sembra mortificare le forze spirituali creatrici; e, con gli ostacoli che pone, le ravviva. Sembra asservire i giovani, privandoli della libertà; ma accresce l'amore per la libertà e ne garantisce il possesso, creandone la disciplina. Fa stentare; e gl'ingegni veri si temperano fra gli stenti. Mantiene l'animo raccolto; e sviluppa la tendenza ad arricchire il mondo interiore (che è quello dello scienziato e dell'artista), in compenso del mondo esteriore, cui si è dovuta fare rinunzia.

Dalla vita d'insegnante si traggono, dunque, non pochi vantaggi pel culto severo dell'arte e della scienza; da quella di giornalista, nessuno. Il che potrebbe essere confermato dai nomi, che vengono in mente a tutti, dei poeti, letterati e studiosi, che la scuola ha dato all'Italia negli ultimi cinquant'anni; nomi, ai quali non so quanti se ne potrebbero contrapporre, forniti dalla categoria dei letterati-giornalisti.

Si dirà che il partito, qui sostenuto, se giova alla formazione dei poeti e degli scienziati, danneggia poi l'istituto stesso della scuola, che verrebbe a essere affidato a uomini i quali, piuttosto che servirlo, se ne servirebbero; e se ne servirebbero, per giunta, come di una medicina amara. Ma le scuole sono molte e hanno d'uopo di molti e molti insegnanti: quelli, che vi si dedicano esclusivamente per vocazione irrefrenabile e disposizione piena, sono scarsi; onde è necessario ricorrere anche ad altri, meno disposti e meno perfetti. Se vi si accolgono, come si è detto, perfino i mestieranti, non si vede per quale ragione dovrebbero esserne cacciati gl'ingegni poetici e scientifici.

Del resto, costoro sono di maggiore nocumento alla vita sociale nel giornalismo, anziché nella scuola. Qui essi potranno mostrarsi, talora, non dotati di tutta l'attitudine pedagogica che sarebbe necessaria (benché l'onest'uomo conosca e ritrovi molti mezzi per sopperire alle deficienti attitudini naturali, quando si tratta di compiere il proprio dovere); ma, pure tra i loro difetti, esercitano buona efficacia con la cultura larga e l'ingegno vivace, e destano simpatia e amore negli scolari. Nel giornalismo, invece, operano da corruttori, sotto specie di nobilitarlo mercè la letteratura. Ai profughi delle facoltà di lettere e filosofia si deve, fra l'altro, l'invenzione di un nuovo genere letterario, introdotto da alcuni anni in qua nei giornali: l'articolo impressionistico o paradossale, il quale sostituisce la seria informazione e discussione delle cose, o, quando non la sostituisce, l'accompagna con una finzione di pensiero e d'arte, che non so a chi possa piacere. Agli uomini di buon senso, no di certo; agli spiriti fini, neppure, perché si accorgono dello sforzo e scoprono presto l'artifizio. Il giornalismo progredisce e si nobilita per opera dei giornalisti-nati; non già dei letterati mancati.

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25.08.07

Il giovane scrittore italiano (del 1909)

di Giovanni Papini

[Questo articolo di Giovanni Papini, che traggo dal volume Eresie letterarie, Vallecchi 1932, apparve nella Voce il 18 febbraio del 1909, quando Papini aveva ventott'anni. Non mi risultano in commercio ristampe del volume, ma lo si trova facilmente nel mercato dell'usato, in varie edizioni o ristampe, a prezzi accessibili (10/15 euro). gm]

Giovanni Papini in età matura. Cliccando qui vai alla voce in WikipediaCosa ha da fare, secondo voi, un giovane scrittore italiano - dico italiano perché gli altri paesi non li conosco quasi punto - cosa ha da fare, domando, se, pur essendo giovane, scrittore e italiano non è ricco e non vuole né bruciare il suo ingegno nel giornalismo né soffocare lentamente nelle scuole mezzane?
Per non ricco non intendo già la miseria assoluta che fa morir di fame, ma quella odiosissima mediocrità che ti fa vivere a forza di ripieghi, d'incerti, di piccole fortune e di lunghe attese. Faccio un caso che può sembrar personale, ma che potrebbe magari esser comune e ridomando: Cosa ha da fare costui?
Aggiungiamo, per ombreggiare meglio la figura, che codesto scrittore giovane e italiano sia anche una persona per bene e per conseguenza non voglia imputtanarsi scrivendo roba qualunque per piacere alla gente e senta invece la difficoltà e grandezza dell'arte, cioè il bisogno di studiare senza remissione fino alla morte.

Aggiungiamo un'ultima qualità: che questo giovane senta o creda di avere in corpo qualcosa di forte e di nuovo che non può esser capito subito da chi vende e compra letteratura, eppure abbia bisogno di vivere col ricavato di fogli scritti e stampati, e domando per l'ultima volta: Che deve fare quest'uomo?

Tutti noi sappiamo quali sono le dure porte alle quali debbono battere coloro che fanno questo malfamato mestiere di scrivere.

Ci sono, prima di tutto, i giornali. Dopo quel che ha scritto qui, pochi giorni fa, Benedetto Croce, non ho bisogno di spiegarmi tanto. Sono d'accordo con lui e basta. Ma nei giornali, dicono, si può scriver da lontano, di tanto in tanto, senza sciuparsi o compromettersi troppo. E' vero: ma succede assai spesso, a chi vive lontano dalle redazioni, di non imbroccare sempre il punto giusto che fa comodo al giornale, e di non saper trovare ciò che chiamano, nel loro gergo, l' "intonazione" precisa! E allora articoli se ne pubblican pochi e son pagati poco e non bastano per andare avanti.

Ma ci son le riviste! Qui le difficoltà son minori. Si può trovare, dopo qualche anno di lavoro e di pazienza, una buona rivista che consenta a pubblicare, ogni stagione, una novella, un sggio di critica o magari una poesia.

Ma anche qui ci son gli stessi scogli: non sempre gli argomenti che piacerebbero allo scrittore sono adatti alla rivista e nel modo di trattarne bisogna aver l'occhio alle fissazioni dei direttori e alle simpatie degli abbonati. Se no cestinamenti o castrature. Un racconto troppo sincero, un giudizio troppo acerbo in molte riviste non vanno. O piegarsi o rimanere a tasca vuota. E neppur se uno si piega, la tasca si riempie proprio fino alla bocca. Le riviste italiane, non certo per loro colpa, pagano poco e quelle che hanno voluto far le magnifiche son morte dopo pochi mesi di sperpero. E quelle che pagano, sia pur poco, non son molte e sono spesso in discordia, cosicché se scrivi in una non sempre puoi scrivere in quell'altra. Se poi desideri pubblicare scritti su argomenti speciali oppure ti piace sfogare il cuore dicendo tutta la santa verità, ti conviene mandar le cose tue o alle cosiddette riviste scientifiche o a quelle giovanili e rivoluzionarie e le une e le altre, per quanto oppostissime per caratteri e fini, sono d'accordo in questo: che non posson pagare. Non parlo di proposito del teatro ch'è una industria a parte. Gli "articoli" più spacciabili e meglio pagati sono i libretti d'opera ele commedie borghesi spiritose, sentimentali o no. Non è roba per uno che si stimi.

Ci son poi le conferenze, le quali però si avviano a diventar odiose a chi le fa e a chi le ascolta. Prima di tutto le più son fatte per mettersi in mostra o per beneficenza o per aiutare società o idee e allora bisogna farle per l'amor d'Iddio, cioè col solo pagamento di un po' di sbattìo di mani alla fine e con cinque righe di riassunto spropositato nei giornali. E quando anche le conferenze son pagate non c'è gran che da stare a tavola: le spese del viaggio o poco più. A meno che il conferenziere non sia celebre e qui, rammentiamoci, si parla del giovane scrittore che non è ricco né troppo conosciuto.

Tra i lavori adatti per il letterato, e che un editore è disposto a compensare, ci sono le traduzioni. E anche qui siamo alle solite. Manca, spesso, la libertà di scegliere il libro da tradurre e mancano i grossi guadagni. La traduzione di un libro, anche difficile e voluminoso, non è mai pagata più di qualche centinaio di lire e per farla bene ci vogliono parecchi mesi. Eppoi non sempre giova il tradurre a chi deve scrivere la lingua propria, con arte, per conto suo. Qualche volta sì, ma non sempre. Ci si guasta e non si gode.

Clicca sull'immagine per vederla più in grandeMa cosa fa mai questo scrittore italiano, diranno, che non scrive libri? Eccoci ai libri. Sì, lo scrittore italiano giovane e povero scrive anche libri e forse ne scrive troppi e può accadere che non solo li reputi, lui, buoni e nuovi - questa è credenza comune a tutti - ma che siano, certe volte, proprio davvero nuovi e buoni. Ma credete voi, signori ben seduti e ben scaldati, che sia tanto facile stampare un libro in Italia? Ecco qui tutti i casi possibili: lo scrittore fa stampare da sé, a spese sue, il libro, e allora bisogna che sia abbastanza ricco per arrischiare una certa somma e di più che abbandoni quasi metà del possibile ricavo a quell'editore che consente a mettere il suo nome sulla copertina e a spedire le copie ai librai - o trova un editore il quale gli fa il gran piacere di stampargli il libro, ma non gli dà nemmeno un centesimo - oppure, se il libro fa sperare una certa vendita e il nome non è proprio nuovo, l'editore si adatta a promettere un tanto per cento sulla vendita o una piccola somma subito.

Soltanto la grande tiratura dovuta a un'improvvisa celebrità può dare al nostro scrittore qualche vaga idea dell'agiatezza. Ma per ottener queste fortune bisogna scrivere libri per le scuole o romanzi sudici, e non tutti hanno l'ingegno del compilatore bamboleggiante o l'istinto ruffianesco. Dico per chi vuole ottenerli subito, perché coll'andar del tempo, batti e ribatti, a forza di fame, di sacrifizi, di silenzio e di canzonature, si arriva anche alle forti tirature con schiette e serie opere d'arte. Credo, ad esempio, che, ad onta di tutto, si sian vendute di più le poesie del Carducci (leviamoci il cappello) che i ormanzi del Notari (con rispetto parlando).

Ma qui si parla di chi comincia, e bisogna cominciare coll'andar a genio all'editore, il quale non ha altro pensiero che di contentare quelli che comprano, i quali compratori non sempre son disposti a comprare un libro buono se non è condito col pepe della lussuria o incoronato dalle frasche della réclame. Gli editori più grossi, ora, hanno formato una specie di trust e gli scrittori che non vogliono crepare nelle vetrine di provincia debbono sottostare alle loro condizioni. E questi editori si fidano di consiglieri o "lettori" i quali hanno simpatie e antipatie letterarie, come tutti gli uomini di penna, e possono aprire o chiudere gli usci della fortuna a lor talento. Bisogna piacere agli editori, ai loro lettori e non basta: anche ai giornalisti. Senza la grande stampa complice, un libro difficilmente si vende. Ma come si fa ad andar d'accordo con tutti i critici dei grandi giornali? Bisognerebbe che il giovane scrittore di cui parliamo facesse comunella con loro, menasse buoni i lor gusti, non desse noia a' lor consorti, chiudesse gli occhi, fosse disposto a diventar lui stesso critico e critico indulgente quando ai suoi critici piace diventare autori e così via di seguito...

Dunque: o esser già celebri o diventar celebri a forza di strisciature, finzioni, bassezze e simili lordure. A meno che non si abbia alcun bisogno di soldi o si guadagni da vivere in altro modo. Lasciamo stare i ricchi di nascita: fra loro pochi arrivano ad essere veramente scrittori grandi e non pare che ci si mettano proprio sul serio. E che dire poi di que' ricchi che, pur non avendo la scusa del bisogno, son capaci di leccare un'intera fabbrica di scarpe pur di acchiappare per aria qualche fogliolina d'alloro? E pensare che l'indipendenza dalle borse degli altri sarebbe la felicità suprema per quelli che non possono dir tutto e in quel modo che vorrebbero, per paura della miseria! Quelli che hanno una buona rendita e fanno i vigliacchi andrebbero fucilati.

La soluzione migliore, dopo questo catalogo di miserie, mi par l'ultima. Fin da ragazzo, leggendo le memorie di Giovanni Stuart Mill, mi fece effetto il consiglio ch'egli dà a chi scrive e pensa di non ricavare i mezzi di vivere dagli scritti e dal pensiero. Quel consiglio mi piacque tanto più venendo da uno che dava il buon esempio. Come molti sanno il buon ragionatore inglese (non dico filosofo per non offendere certi amici miei che negano l'uso di questa parola a chi non la pensa come loro) era impiegato alla Compagnia delle Indie. Anche in Italia, del resto, e precisamente oggi, abbiamo uno storico e romanziere ch'è fattore in campagna, un letterato che fabbrica l'olio, un poeta che fa il farmacista e un altro che dirige una fabbrica di carburo. Ma non basta: ci sono ancora troppi giornalisti e troppi amestri di scuola.

E d'altra parte, andando proprio in fondo, anche quest'accomodamento va bene fino a un certo punto. Per scriver ottimamente, per dir cose grandi bisogna esser liberi, liberi, liberi, aver tempo di fantasticare, di riflettere, di oziare e di studiare Chi ha da star dietro agli affari difficilmente potrà seguire i sogni e le idee e una delle due: o farà fallimento o scriverà opere mediocri.

E allora? Ma io non ho scritto queste cose perché avessi pronto in cassetta, da tirar fuori all'ultima scena, con un bel sorriso, il rimedio unico e perfetto ad uso dello scrittore italiano!

E non ho avuto neppur l'intenzione di lamentarmi o di prendermela col fato e i suoi tempi perché non ci son più mecenati che dian pensioni, o editori prodighi e geniali, o lettori numerosi e simpatici. Ma che lamentarsi! Bisogna lavorare, e bene, e meglio che si può, e sciuparsi per il guadagno meno che sia possibile. Dopo sarà quel che sarà: il buio o la gloria.

Ho voluto esporre ingenuamente, in quali condizioni si trovi uno scrittore non ancora conosciuto e non volgare, che voglia guadagnarsi da vivere senza prostituirsi né avvelenarsi, e intenda creare qualcosa di degno e di non comune.

Nient'altro.

* * *

Se qualcuno è capace di individuare gli scrittori coltivatori, fabbricanti di carburo ecc. citati verso la fine: grazie. [gm]

* * *

[Un uomo finito di Papini letto da Bartolomeo Di Monaco]

Posted by giuliomozzi at 12:32 | Comments (10)

24.08.07

Alcune buone domande

di giuliomozzi

Gian Carlo Ferretti"Come e perché viene pubblicato un libro, in quella casa editrice e non in un'altra, con una scelta editoriale e intellettuale insieme. Come e perché viene prodotto in quella veste e in quella collana, in quella tiratura e con quel prezzo. Come e perché viene lanciato sul mercato in quel momento e in quel modo, tra pubblicità e servizio stampa. Come e perché ottiene quei risultati di stampa, di critica e di vendita". Si apre con queste domande il volume di Gian Carlo Ferretti Storia dell'editoria letteraria in Italia. 1945-2003 (Einaudi 2004), ultimo di una lunga serie di saggi da lui dedicati alla storia dell'editoria italiana.
Probabilmente nessuno conosce la storia dell'editoria italiana del Novecento così a fondo come Gian Carlo Ferretti [...]. Peccato che, purtroppo, alle domande di cui sopra, la Storia dell'editoria letteraria in sostanza non risponda...

Leggi l'articolo per intero nella Bottega di lettura.

Posted by giuliomozzi at 11:41

21.08.07

Funeste conseguenze della lettura dei libri malvagi (1857)

clicca qui per ingrandire il frontespizio del libretto[Credo si possa dire che, oggi come oggi, per il lettore comune, la "letteratura" si identifica grosso modo con il romanzo. E credo si possa dire che, oggi come oggi, il romanzo abbia effettivamente conquistato il centro della scena letteraria occidentale. Si producono in abbondanza racconti, poesie, pièces teatrali: ma niente è importante come il romanzo. Tipi di scritture (uso questa espressione per non dire: "generi letterari", perché creerei un bisticcio) un tempo tranquillamente accolti nella letteratura (la scrittura storica, la scrittura morale, la scrittura politica, la scrittura filosofica, la scrittura critica: Machiavelli, Guicciardini, il Convivio di Dante, le opere di Giannone o Genovesi ecc., fino a De Sanctis e Croce, tanto per esemplificare) ne sono stati espulsi. La letteratura, dunque "è" il romanzo. E al romanzo si riconoscono grandi meriti, come ad esempio quello (cito dei luoghi comuni) di aver "formato la coscienza europea" o "della borghesia europea", di "aver dato voce alla crisi dell'Occidente", eccetera. Non c'è da vergognarsi, oggi, a scrivere romanzi; e tantomeno a leggerne. (Ci sono romanzi che vengono esecrati: ma non è il "romanzo in sé" che viene esecrato). Ma, come noto ma troppo poco spesso (secondo me) ricordato, non è sempre stato così. Propongo come esempio e promemoria la Introduzione a un libricino anonimo (pubblicato come quinta dispensa di una Collezione di operette ameno-morali-popolari), intitolato Funeste conseguenze della lettura dei libri malvagi, pubblicato a Milano nel 1857 presso la ditta Pirotta e C. gm]

Introduzione

Hai tu letto, mia cara, l'operetta testè pubblicata?... No, a dirti il vero, ché neanche mai sentii farne parola... Come? la è cosa inconcepibile!... nulla può immaginarsi di più interessante e di meglio scritto. Io per me non già la lessi, ma la divorai, né seppi levarmene l'occhio, finché non ne raggiunsi l'ultima linea. Ah cara! è veramente necessario che anche tu te la procuri. Credimi: non si può scorrerla, senza provare un gran diletto.

Ma qual è mai il libro che questa giovane lesse con tanta soddisfazione, e che sì ardentemente desidera far conoscere alla sua compagna?... E' egli forse un di quei libri eccellenti che tendono ad illuminare una gioventù inesperta nei suoi doveri e sui pericoli che la circondano? E' forse uno di quegli scritti assai utili, in cui la morale e l'istruzione, presentate sotto piacevoli forme, abbellano e ricreano lo spirito, mentre assai influiscono a bene informare i cuori?... E' forse in fine, una di quelle operette stese da mano saggia ed esperta, che ricorda la vita degli uomini illustri e la storia de' passati tempi, e che con la varietà de' soggetti e l'eleganza dello stile suscita grande interesse e si cattiva l'attenzione?...

No: ché tali pregevoli operette al giorno d'oggi non son più ricercate con tanta avidità, né decantate con tanto entusiasmo... Questo libro che si legge, divora, loda ed esalta, altro non è che un romanzo.

Ma... sarà forse una storiella semplice ed innocente, riportata in modo da commuovere il lettore sensibile;... forse sarà una ingegnosa invenzione per poter combattere indirettamente que' disordini che il secolo falsamente delicato non permetterebbe si attaccassero di fronte;... forse sarà una lezione di morale posta in azione, onde più vada a genio a quella moltitudine d'uomini cui non si può dare istruzione se non per la via del diletto...

No: no: egli è un vero romanzo, ed un romanzo assai pernicioso. Egli è un di quei libri in cui le regole dell'onestà, le massime della morale, i principii della social convenienza, ed i precetti dettati dalla religione si pongono in discussione, si travolgono e fin anco si disprezzano. Esso non tende, per verità, a questo fine d'una maniera franca ed aperta, né cerca pervertire con argomenti chiaramente espressi, ma tutto ciò tenta rggiungere per via di insinuazioni perfide, e d'esempii ancor più funesti.

Ma, io non ci veggo poi alcun che di male, dice quella giovinetta la cui fronte, mentre dovrebbe essere la sede della modestia e del candore, fra poco più non arrossirà di cosa alcuna.

Chiunque però voi vi siate, deh! non vi lasciate sedurre da tali fallaci parole. Misero colui il cui spirito affascinato più non vale a distinguere il bene dal male! Misero colui il cui cuore informato alle impressioni del vizio, più non ha vigore per difendersene, o sentimento per riconoscerlo!... forse un nemico in agguato, non è per ciò stesso più formidabile?... la vipera che ti riscaldi nel seno, quasi mansueto ed utile animaletto, non attenterà ella per ciò più facilmente alla tua vita?...

Ma, non è poi bene, né si può, tutto ignorare. - Triste e funesta scienza che è mai quella del male!...

Ma, per conoscere il mondo, è necessaria la lettura. - E dove mai voi men apprendete a conoscderlo che ne' bizzarri ed immaginarii racconti, in cui regna solo lo spirito della menzogna?...

Ma... ma, non è bene il privarsi di sì gran numero di opere egregiamente scritte, la cui lettura tanto può servire alla formazione dello stile. - Amereste voi dunque la compagnia d'un uomo che mentre vi parla con modi dolci ed adulatorii attende impaziente l'istante di levarvi la vita?...

Son scritti bene!... E' queta una asserzione pressoché sempre falsa; e qualor fosse vera, sarebbe un argomento più forte per farli maggiormente temere. E che? lascereste voi dunque nelle mani a un fanciullo un veleno, solo perciò che non gli disaggrada al palato?... avreste voi piacere di coprirvi degli abiti d'un appestato, perché hanno una forma elegante e graziosa?... Animereste voi forse i vostri di casa a recarsi a divertimento su d'un profondo abisso, perché la sua superficie è ammantata di verzure e di fiori?

Informerebbero il vostro stile!... Io voglio anche supporlo per ora, ma siate sinceri, ditemi: per addestrare i vostri figli, amereste voi vederli giocare con spade ed armi cariche?... Ciechi genitori!... Il solo nome di veleni e d'armi da fuoco vi fa tremare per la vita dei vostri figli, e poi vi rimanete in una colpevole indifferenza allor che si tratta del contagio del vizio, e di tutto che può corrompere la loro innocenza?...

Informerebbero il vostro stile!... vecchio pretesto inventato dalla mala fede, e che ciascun uomo sensato sa apprezzare secondo il suo giusto valore!... i libri cattivi, i fatali romanzi ad altro non valgono che a pervertire i cuori, ad allontanare dalla vera sorgente del bello, a rendere disgustosa la verità, e corrompere gli spiriti. "Dalla lettura de' cattivi libri", a detta d'un illustre penitente [1], la cui autorità non si può disconoscere "non s'impara punto l'eloquenza, ma il vizio; per essa si apprende a scorgere il male senza orrore, a parlarne senza vergogna ed a commetterlo senza freno".

[1] S. Agostino

[E faccio notare come l'avversario dell'anonimo estensore di questo volumetto sembri identificare come proprio avversario non tanto la narrazione in sé, quanto la narrazione verosimile. Quella cioè che, pur raccontando avventure d'invenzione, sembra raccontare storie vere. Non quindi i libri di cavalleria che fecero uscir di testa il povero Don Chisciotte, ma piuttosto i romanzi che condussero alla disperazione e al suicidio la signora Emma Bovary. Il cui romanzo fu pubblicato in rivista nel corso del 1856 e finì sotto processo nel gennaio del 1857 - lo stesso anno della pubblicazione delle Funeste conseguenze. Che peraltro, tolta l'Introduzione qui riportata, altro non sono che un breve romanzo nel quale una fanciulla, traviata dalla lettura dei romanzi, attaversa svariate disavventure e alla fine si redime. Ua narrazione del tutto analoga a quella dei romanzi che intende condannare e combattere (e, va detto, molto antiquata rispetto all'anno di pubblicazione: perciò immagino che si tratti di una ristampa d'un'operetta di svariati decenni prima). gm]

Posted by giuliomozzi at 10:21 | Comments (39)

18.08.07

Il ventre della Mondadori

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Cliccare sull'immagine per partire. Il viaggio dura circa nove minuti e mezzo.

Posted by giuliomozzi at 15:07 | Comments (3)

16.08.07

"Un lungo discorso su Faletti e D'Orrico"

Pubblico, con il suo permesso, la lettera (intitolata appunto "Un lungo discorso su Faletti e D'Orrico") che Davide L. Malesi mi ha inviata ieri. La lettera risponde a due domande che rivolgevo a Davide nella discussione in calce all'articolo Antonio D'Orrico vs. Marcel Duchamp. Le riporto qui per comodità dei lettori:
"Davide, due domande. Scrivi: La copertina del Magazine non è un museo. Non è aurata dalle qualità di autorevolezza, prestigio, etc. che il visitatore, casuale o avveduto che sia, riconosce nel museo ecc. Quindi: di quali qualità (diverse da quelle tipiche di un museo) è 'aurata' la copertina del Magazine? Poi scrivi: D'Orrico non ha in alcun modo il potere di far entrare Faletti nel Canone. Quindi: dove lo fa entrare?". gm]

di Davide L. Malesi

Antonio D'Orrico Un'opera di Antonio D'OrricoCaro Giulio, l'atto di dare risposta alle tue due domande, questa volta, si è preso uno spazio veramente eccessivo per un commento. Quindi, ti rispondo qui, premettendo che quelle che ti riporto sono ipotesi e sensazioni, e non certezze: e che non posso produrre alcuna testimonianza diretta in merito alle motivazioni dell'agire di D'Orrico. Si tratta solo di ragionamenti che mi sembravano avere un senso. Inoltre, per dare senso alle mie argomentazioni mi vedo obbligato a essere oltremodo pedante, e ad iniziare con una lunga premessa prima di passare alle risposte vere e proprie.

La mia sensazione è che il gesto di D'Orrico abbia tutte le caratteristiche dell'iperbole; anzi, di un particolare tipo di iperbole. Non credo che D'Orrico, sbattendo la faccia di Faletti in copertina al "Magazine" e dichiarandolo "il più grande scrittore italiano", si aspetti di essere creduto hic et nunc; né credo stia facendo un'operazione di critica letteraria. Non lo credo in primo luogo perché non mi pare che il "Magazine" sia teatro di operazioni critiche serie (leggi: di un certo livello) che prendano a oggetto la letteratura: e in secondo luogo perché mi pare che la strategia di D'Orrico ubbidisca a regole diverse di quelle dei discorsi di critica letteraria. Infine, mi pare che la copertina del "Magazine" sia il luogo ideale per la strategia operata da D'Orrico, ma l'ultimo possibile tra i luoghi consoni ai discorsi di critica letteraria.

Il tuo riferimento iniziale era al gesto di esporre un oggetto impresentabile (vedi l'Orinatoio) in un contesto museale. Ora: un Museo è, credo, un Luogo Ove Sono Esposte Le Cose Mostruose (nel senso etimologico di "cose da esporre": cose eccezionali, stupefacenti, che meritano di essere viste almeno una volta nella vita, etc). Credo che noi italiani, che viviamo in un Paese-museo pieno di antichità e di musei, e che fin dall'infanzia veniamo addestrati a credere che la grandezza della nostra cultura sta nel suo passato zeppo di modelli inarrivabili, tant'è che nei corsi scolastici di letteratura si parte dalla letteratura antica e non ci si duole troppo se non si arriva affatto al Novecento; credo che noi italiani, dicevo, siamo peraltro abituati a pensare il Museo come un Luogo Ove Sono Esposte Le Cose Mostruose Del Passato. Mi viene in mente che nella città in cui son cresciuto io, Roma, l'assenza di uno spazio espositivo istituzionale per l'arte contemporanea è stata per anni considerata fisiologica e, pure, una volta annunciata la creazione di un luogo ad hoc, si è data minor priorità alla ristrutturazione e all'allestimento degli spazi necessari, piuttosto che, mettiamo, alla sistemazione dell'Ara Pacis. Credo di interpretare un pensiero molto diffuso se dico che al Museo si va a vedere Gian Lorenzo Bernini o Piero della Francesca: ciò che è contemporaneo è percepito come estraneo dagli spazi museali, salvo che dai patiti di arte contemporanea. Dunque il Museo è un luogo di cose morte, che sono già accadute, e che hanno valore proprio in quanto sono morte e già accadute, esposte alla nostra osservazione. Il Museo - sempre stando alla percezione diffusa di cui ti dicevo - è un luogo di cose che furono create in un tempo che alla percezione dell'osservatore ignaro di cose d'arte appare indefinito, vago, ma comunque appartiene invariabilmente al passato. E questa sensazione è fortissima da noi in Italia, credo, ma non dovette essere estranea neppure all'ambito in cui Duchamp espose il suo Orinatoio: altrimenti sarebbe venuta a mancare la provocazione, l'effetto disturbante, l'indignazione piccolo e medioborghese (che nella storia dell'Occidente, dagli Impressionisti in poi, è una risorsa ideologica e pubblicitaria preziosissima per chi fa l'arte). Dunque: Museo come luogo di cose morte, antiche. Laddove il "Magazine" (e, anzitutto, la sua copertina) sono Luoghi Dove Succedono Le Cose Notevoli. Succedono qui, ora, subito: e, soprattutto, succedono. Non so se hai presente quella battuta famosa, sulle labbra del direttore di giornale (o del magnate dell'editoria giornalistica, non ricordo bene) nell'età eroica del giornalismo d'assalto americano: Se non lo pubblichiamo noi [un certo fatto], non succede. Adesso ho dimenticato se viene da un film, da un romanzo, o se sia stata in effetti pronunciata da, o messa artificiosamente in bocca a, un magnate sul genere di Hearst. Ma certo è che si tratta di una battuta straordinaria e profetica: ché anticipa tutta l'ipertrofia e la pervasività dei media in quella che autori più competenti di me hanno chiamato a più riprese "l'Età dell'Informazione". Un personaggio, un evento, annunciati dalla copertina del "Magazine" acquistano di colpo rilevanza: una faccia sulla copertina del "Magazine" non è più solo una faccia tout court, ma è il Volto Di Un Personaggio.

E dei Personaggi si parla, si discute. Alle loro vicende ci si appassiona. Questo è sempre stato vero, mi sa: ricordo di aver letto tempo fa in un saggio (di Furio Jesi o Georges C. Duby, mi pare: la memoria mi fa difetto, ora) che le compagnie del teatro itinerante, tra il Millequattrocento e il Seicento, imbastivano sovente canovacci tragici basati sulle vicende di famiglie come i Trinci da Foligno o i Varano di Camerino, i Medici e i Pazzi, o i vari sovrani inglesi e francesi: erano eventi che il pubblico conosceva, di cui si parlava, e al pubblico piaceva di rivederli in scena, o di vedere in scena rappresentazioni che a quegli eventi s'ispiravano. E pare che il teatro elisabettiano di Shakespeare e Marlowe sia, addirittura, un'evoluzione di queste forme. Ebbene: a quei tempi e fino a prima del Romanticismo, per appassionare il pubblico, bisognava raccontare le gesta di qualche potente di sangue blu: un individuo, per essere anche un Personaggio, doveva avere crismi di eccezionalità plateali. Riccardo III non avrebbe mai potuto essere un gobbo e basta: doveva essere un gobbo con pretese di erede al trono, allora sì che andava bene. Un tipo come Elephant Man, storpio e deforme senz'altro carisma né blasone, quel pubblico non l'avrebbe inteso né ammirato. Il Romanticismo ci ha fatto entrare nell'ottica per cui il Personaggio può anche essere uno come noi: basta che abbia fatto qualcosa di interessante; e il fenomeno dei reality show ha abolito anche quest'ultima restrizione. Siamo al punto in cui chiunque può diventare Personaggio, senza aver vissuto una parabola tragica come quella di Marylin Monroe o aver sperimentato l'ascesa politica travagliata di un Charles De Gaulle, senza aver pronunciato discorsi clamorosi come Churchill o essersi seppellito, suicida, sotto le rovine della Cancelleria del Reich come Hitler. Non serve nemmeno più essere ricchi, belli, attori o divi: basta comparire sui media, e si diventa di colpo Personaggi. Ovviamente la celebrità e il prestigio di molti di questi Personaggi nati dalla semplice apparenza sono effimeri: diventano famosi subito e vengono scordati presto. Forse inconsapevolmente si riferiva a questo, la famosa profezia warholiana dei quindici minuti.

Fatto sta che molti di questi Personaggi non hanno nerbo: e, credo, è per questo che muoiono (i Personaggi, s'intende: non gl'individui in carne ed ossa che ad essi prestano le facce). Questi Personaggi sono effimeri perché difettano di spessore, s'appoggiano a drammaturgie mosce e intrecci frusti, non hanno chi gli scriva buone battute né sanno inventarsene in autonomia. Mi sembra che durino di più e funzionino meglio, invece, quei Personaggi che si son visti assegnare in sorte o costruire dai media un background irradiante suggestioni che chiamerei letterarie: l'infanticida Franzoni, Personaggio sapido di umori da tragedia greca, o la "lolitina" Ambra (in una intervista che vide la luce in coincidenza con l'uscita di Saturno contro, Ambra Angiolini lamentava di come il Personaggio fabbricatole addosso da Boncompagni le fosse rimasto, per anni, appiccicato).

Ma sto divagando. Se sono arrivato fin qui, è per rispondere alle tue domande. E dunque:

1. Di quali qualità (diverse da quelle tipiche di un museo) è "aurata" la copertina del Magazine?

La caratteristica della copertina del "Magazine" è di essere un Luogo Dove Succedono Le Cose Notevoli. Tuttavia: se Faletti vi compare, annunciato come "più grande scrittore italiano", non è detto che passi automaticamente la nozione che Faletti è effettivamente il più grande scrittore italiano. Anzi. Il lettore del "Magazine", anche quello non troppo colto né "lettore forte", ha maturato una diffidenza istintiva che gli viene da anni di frequentazione con i media, luoghi ove di continuo si annunciano svolte definitive (della politica, del costume, della legislazione tributaria, delle abitudini di vita, del modo di fare affari) che poi definitive non sono mai. I fatti sono provvisori: il Grande Amore Destinato a Durare Tutta La Vita finalmente trovato dalla velina di turno è tale fino al prossimo Grande Amore; la Non Rimandabile Crisi della maggioranza di governo è tale fino all'Inevitabile Inciucio; Craxi è stato la Rovina del Paese e il Simbolo Vivente di Tangentopoli, oggetto di lanci di monetine e di lazzi triviali, fino a che non si è ritrovato eletto al rango, postumo, di Uomo di Stato; il Definitivo Modello di Auto Sportiva è tale fino all'apparizione di un Modello ancor più Definitivo. Oso dire: il lettore del "Magazine", anche quello non troppo colto né "lettore forte", s'è abituato a far la tara alle iperboli, che dal linguaggio della pubblicità sono migrate in quello del giornalismo.

2. "D'Orrico non ha in alcun modo il potere di far entrare Faletti nel Canone". Quindi: dove lo fa entrare?

Ma: se la copertina del "Magazine" è un Luogo Dove Succedono Le Cose Notevoli, allora una Cosa Notevole in quel messaggio ("Faletti più grande scrittore italiano") dovrà pur esserci: e il lettore del "Magazine", consciamente o no, la rileva dal sottotesto. Da cui: l'informazione vera non è nel fatto che Faletti sia il più grande scrittore italiano, ma nel cambio di ruolo del Personaggio Faletti: che da Personaggio televisivo defunto, stracotto, ormai dimenticato, disperso, non pervenuto, diventa Personaggio Scrittore: che si avvale, perdipiù, di un solido background di Ex-Personaggio Televisivo fallito, inventore di un'icona degli anni Ottanta qual è Vito Catozzo, e non importa se è trash, ché il lettore del "Magazine" ha ben orecchiato in giro che il trash è in corso di rivalutazione e di ripescaggio critico. Quella copertina provoca nel lettore del "Magazine" un cortocircuito cognitivo per cui ci può essere sì diffidenza verso la statura di scrittore di Faletti, ma non sulla rilevanza del Personaggio Scrittore Faletti: che viene immediatamente acquisito come un Personaggio Scrittore che magari non sarà il più grande scrittore in Italia, ma ha pienamente diritto allo spazio che occupa in termini di visibilità, e ciò significa: recensioni, apparizioni tv, e compagnia cantando. La copertina del "Magazine" rilancia Faletti sulla breccia, lo svecchia, anzi lo estrae con gesto acrobatico dalla naftalina in cui se ne stava: l'operazione poi non incontra nessuna resistenza psicologica nel lettore del "Magazine", perché, se è vero che un italiano su due ha il suo bravo romanzo nel cassetto, e più uno è alfabetizzato e più è probabile che ce l'abbia (e, di conseguenza, se uno legge il "Magazine" ce l'ha: esagero sì, ma neanche tanto) allora il lettore del "Magazine" vede confermarsi davanti ai suoi occhi quel mito per cui chiunque, anche un Ex-Personaggio Televisivo fallito, può diventare Personaggio Scrittore: anzi, che il fatto di diventare Personaggio Scrittore è un atto salvifico, che redime persino dalla condizione di Ex-Personaggio Televisivo fallito, condizione che più miserrima non si può: dacché, se la visibilità mediatica è il desiderio proibito più diffuso nei nostri tempi, nessuno è misero come colui che ce l'aveva eppoi l'ha perduta.


D'Orrico ha pure l'astuzia di condire il suo rilancio di Faletti con una spezia piccantissima destinata però, non al lettore-tipo del "Corriere", ma ad altri critici e recensori: l'elevazione di Faletti a "più grande scrittore italiano". Bum. Una cosa del genere non poteva non suscitare reazioni indignate: e infatti qualcuno c'è cascato, e giù articoli su articoli di denuncia, di condanna, di rappresaglia, pareri e contrpareri che si sono sprecati: un battage clamoroso e del tutto gratuito. Che poi nessun critico serio abbia ceduto alle sirene di D'Orrico, e dunque il Canone resti sbarrato per Faletti, è cosa da poco: il rilancio di Faletti come Personaggio Scrittore è comunque riuscito magnificamente. Dunque, D'Orrico con il suo agire non proietta Faletti nel Canone, bensì nel Mondo dei Personaggi, ovvero lo rilancia alla grande: gli conferisce il diritto a esistere in pubblico. Prova ne sia il fatto che oggi nessuno si stupisce che venga dedicato un grandissimo spazio a Faletti, sui media e nei discorsi sulla letteratura, e questo persino al difuori del contenuto dei suoi libri, quale che sia. Tant'è che per condannare Faletti e usarlo a mo' di esempio di ogni malcostume letterario non c'è bisogno di leggerlo: basta citare i suoi denigratori pubblici o denigrare direttamente D'Orrico; ugualmente, basta far riferimento positivo all'agire di D'Orrico per incensare Faletti e usarlo a mo' di esempio di una presunta "rinascita" della letteratura patria (che ha imparato a scrivere anche libri-blockbuster, libri-che-si-fanno-leggere, libri che "parlano la lingua del non lettore, etc.)

Ciao, e scusami per la lunghezza.

[Per carità. I ragionamenti hanno bisogno di spazio e di tempo. gm]

Posted by giuliomozzi at 18:58 | Comments (75)

15.08.07

Antonio D'Orrico vs. Marcel Duchamp

di giuliomozzi

[vedi anche: Un lungo discorso su Faletti e D'Orrico, di Davide L. Malesi]

Un'opera di Marcel Duchamp Un'opera di Antonio D'OrricoE’ tutta colpa del pisciatoio di Marcel Duchamp. Tutti sanno che cos’è: un pisciatoio che fu esposto, rovesciato e firmato, in una mostra d’arte; e che è considerato, oggi, un’opera d’arte.
Esponendolo in una mostra, Duchamp esibì la pretesa che quel pisciatoio fosse considerato un’opera d’arte; il suo discorso fu accettato (non senza opposizioni: ma oggi è accettato e basta); e quel che ne consegue, oggi, è che «opera d’arte» è ciò che viene esposto in una mostra d’arte con la pretesa che lo si consideri opera d’arte. Il fatto che vi sia una pretesa è la prova che la «cosa», di per sé, arte non è; l’opera d’arte, si può dire, è la pretesa stessa; o, più esattamente, è l’accettazione della pretesa. E’ opera d’arte, insomma, ciò che ha la forza di farsi accettare come opera d’arte: e non è necessario che tale forza appartenga alla «cosa»; è più che sufficiente, e forse è proprio necessario, che tale forza appartenga a chi compie le azioni che conducono altre persone a considerare la «cosa» un’«opera d’arte». La «cosa», quindi, produce una discriminazione: tra coloro che la considerano opera d’arte, e coloro che non la considerano tale. Se la forza di chi compie l’azione è veramente grande (ovvero: se trova alleati ecc.), ne conseguirà che tutti coloro che riconosceranno la «cosa» come opera d’arte saranno riconosciuti capaci di riconoscere che cosa è opera d’arte; e coloro che non la riconosceranno saranno denunciati come incapaci di riconoscere che cosa è opera d’arte. Il pisciatoio di Marcel Duchamp dice che chi non riconosce il pisciatoio stesso come opera d’arte non è capace di riconoscere che cosa è opera d’arte.

Rovesciando il pisciatoio, Marcel Duchamp impone una differenza tra un pisciatoio qualunque e il suo pisciatoio. Non tutti i pisciatoi sono dunque opera d’arte, ma solo quelli che hanno subita un’azione da parte di una persona: l’artista. L’azione è tanto minima da rendersi del tutto evidente. Il pisciatoio non distrugge dunque l’arte e l’idea di opera d’arte; peraltro rafforza l’artista e l’idea di artista, perché con ogni evidenza la forza di sostenere la pretesa che la tal cosa sia opera d’arte, purché l’artista la faccia oggetto di una sia pur minima azione, appartiene solo all’artista e ai suoi alleati. Basta poco, e lo statuto di opera d’arte sarà applicabile ormai solo all’artista e al suo agire artistico, ovvero alla forza dell’artista di sostenere la sua pretesa di dichiarare che cosa è e che cosa non è opera d’arte.

Firmando il pisciatoio, ma non con il suo nome, Marcel Duchamp separa la sua persona dal pisciatoio; e, nel contempo, crea contemporaneamente all’opera d’arte (il pisciatoio) anche l’artista (il firmatario). Marcel Duchamp rinuncia quindi a essere, lui stesso, un artista? Sì: perché Marcel Duchamp ha la pretesa di essere, lui stesso, l’arte; o, meglio, il potere che dice che cosa è arte. Tutte le opere d’arte prodotte successivamente al pisciatoio di Marcel Duchamp sono, in effetti, opere di Marcel Duchamp, ossia di colui che ha stabilito che cosa è arte e che cosa non lo è; e, se non sono o si rifiutano di essere opere di Marcel Duchamp, sono arte solo per quei babbei che non si sono accorti di una cosa del tutto evidente: che Marcel Duchamp ha vinto, e che i suoi oppositori hanno perso.

Tutto questo, gli artisti che producono le opere di «arte figurativa» lo sanno bene. Ma gli scrittori? Coloro che producono le opere di «arte letteraria»? Lo sanno? Oppure ciò che ha fatto Marcel Duchamp non vale per loro? Oppure ciò che ha fatto Marcel Duchamp ha effetti limitati al solo campo delle arti figurative?

Consideriamo il signor Antonio D’Orrico, giornalista in forze al Magazine, ossia al supplemento illustrato del giovedì, del Corriere della sera. Qualche anno fa il signor Antonio D’Orrico dedicò una copertina del suddetto Magazine, e un corposo articolo all’interno, all’autore di un libro. La copertina portava una headline che, salvo miei errori di memoria, recitava: «Voi non ci crederete, ma questo [forse: quest'uomo] è il più grande scrittore italiano». Dietro l’headline, la faccia di Giorgio Faletti: che ogni italiano sa riconoscere, avendolo visto in televisione.

[Domanda: c'è qualcuno che ce l'ha, questa copertina? Se sì, me ne può mandare un'immagine? Grazie. gm]

Possiamo paragonare il gesto di Marcel Duchamp, che prende un pisciatoio, lo rovescia, lo firma con un nome non suo, e lo espone in una mostra d’arte, al gesto di Antonio D’Orrico, che prende Giorgio Faletti, lo espone sulla copertina del Magazine del Corriere della sera, e lo dichiara «il più grande scrittore italiano»? Possiamo paragonare, sì. Per vedere le differenze.

Giorgio Faletti è, in questa operazione, nel posto del pisciatoio. Non se ne avrà a male, essendo quello probabilmente il pisciatoio più famoso al mondo (e il più costoso, benché ne circolino alcune repliche e, forse, dei veri falsi). La prima cosa da osservare è che Giorgio Faletti, nell’operazione di Antonio D’Orrico, non viene rovesciato. Lo vediamo, nella foto in copertina del Magazine, esposto nel giusto verso. Sicuramente il Giorgio Faletti che vediamo lì è uno dei tanti Giorgio Faletti disponibili (ne abbiamo visti tanti in televisione, nei film, nelle fotografie dei giornali), e quindi a tutti gli effetti un prodotto di serie, come i pisciatoi; tuttavia Antonio D’Orrico, forse abbagliato dal fatto che ogni Giorgio Faletti esistente nei giornali e in televisione rimanda a un Giorgio Faletti reale e specifico, residente all’Isola d’Elba (credo), non ha osato trattarlo come un oggetto qualunque: non ha osato quindi rovesciarlo.

Giorgio Faletti è firmato? No. Ogni esemplare di Giorgio Faletti porta il nome di Giorgio Faletti; può portare, eventualmente, anche il nome di Antonio D’Orrico (ad esempio, nella quarta di copertina), ma non vi è alcun dubbio che la firma apposta su ogni Giorgio Faletti è appunto quella di Giorgio Faletti. Antonio D’Orrico si trova quindi declassato dal ruolo di creatore (il creatore firma) a quello di semplice fan.

Antonio D’Orrico, infine, ha commesso un grave errore. Ha scritto: «Voi non ci crederete». Marcel Duchamp non fu così ingenuo da dire: «Voi non ci crederete, ma questo pisciatoio è un’opera d’arte che cambierà tutto nel mondo dell’arte». Marcel Duchamp, a essere precisi, non disse nulla. Mise lì il suo pisciatoio rovesciato e firmato, e andò a bersi una birra. Dire: «Voi non ci crederete» significa ammettere la propria debolezza. Significa ammettere di non essere del tutto convinti di ciò che si sta facendo. Significa ammettere che ciò che si sta facendo, lo si sta facendo per finta o per gioco o per burla: per finta, ossia per ingannare; per gioco, ossia per godere di un’illusione condivisa; per burla, ossia per stupire con un’illusione solo apparentemente condivisa. Marcel Duchamp non ha esposto, rovesciato e firmato il suo pisciatoio né per finta, né per gioco, né per burla. Marcel Duchamp aveva due palle così.

Tra le tre ipotesi su Antonio D’Orrico, io propendo per la burla. La burla non ha ragioni precise: si compie una burla semplicemente perché si vede la possibilità di compierla. Una burla non è compiuta in vista di un vantaggio: le burle non danno vantaggi (al massimo danno notorietà transitoria). Una burla è, assai più del gioco, un atto compiuto solo per il proprio piacere (il gioco è compiuto in vista di un piacere condiviso; la burla potrebbe essere definita come «gioco insensato»). La burla fonda la sua esistenza sull’apparenza. Non si potrebbe compiere una burla se non si potesse proporla come un gioco, cioè come un agire dentro una illusione condivisa. La burla non è altro che un improvviso cavarsi fuori da un gioco. Il burlatore avvia un gioco e poi se ne cava fuori: di solito, assumendo all’improvviso un comportamento assolutamente serio – ossia spostandosi dal gioco in corso (dall’illusione in corso) in un altro gioco (in un’altra illusione) appartenente a un rango superiore (ossia, in genere, produttivo di conseguenze ritenute reali: mentre il «gioco non serio» è considerato «non serio» appunto in quanto non produce conseguenze ritenute reali).

Qual è dunque la burla di Antonio D’Orrico? Esaminiamola. Quel «Voi non ci crederete» non è altro, quindi, che un espediente retorico: ti dico che tu non crederai a quello che ti dico per invogliarti invece a crederlo; ti dico che ciò che sto per dirti è paradossale perché tu entri (e crederai di esserci entrato da solo) in un gioco di pensiero che ammette il paradosso; ti dico che ciò che sto per dirti non ti piacerà per liquidare preventivamente il tuo «Non mi piace»; eccetera. Vecchia, cara, solida retorica.

Poi: Antonio D’Orrico non dice: «Giorgio Faletti»; dice: «questo» [o "quest'uomo"]. D’altra parte, c’è la foto. Appunto: c’è la foto. Giorgio Faletti è presente, nella copertina del Magazine del Corriere della sera, come una «cosa»; che, in quanto «cosa», non ha ancora un nome, non è individuata, è un semplice elemento della serie [un "uomo", un elemento della serie umana]. Antonio D’Orrico si propone come Nuovo Adamo, colui che dà il nome alle cose. Che qualunque Giorgio Faletti abbia un nome, cioè «Giorgio Faletti» (peraltro un nome seriale, applicabile a tutti gli elementi della serie), è cosa che al Nuovo Adamo non interessa. Lui vuole assegnare un nome («il più grande scrittore italiano») a «questo», perché ha l’urgenza di trasformare Giorgio Faletti in un’altra cosa. Mentre s’illude di mimare Marcel Duchamp, il Nuovo Adamo però non si accorge dell’errore: Marcel Duchamp diede un nome alla sua opera d’arte (peraltro banale: «Fontana»), ma mai e poi mai si arrischiò a sostenere che essa fosse qualcosa d’altro da un pisciatoio rovesciato e firmato e battezzato.

Va detto che l’impresa tentata da Antonio D’Orrico è più difficile di quella tentata da Marcel Duchamp; è sicuramente più facile trasformare un pisciatoio in un’opera d’arte che trasformare un Giorgio Faletti nel più grande scrittore italiano; ma questo non per qualità intrinseche del pisciatoio, dell’opera d’arte, del Giorgio Faletti o di un grande scrittore italiano; bensì perché Giorgio Faletti, avendo effettivamente scritto un libro, è già uno scrittore italiano. In effetti, è più facile trasformare una cosa in un’altra cosa che trasformare una cosa in ciò che è già. E’ più facile sostenere che un pugno di terra è cibo, che non sostenere che una minestra ributtante è un buon cibo. L’illusione, per funzionare, ha bisogno di sottrarsi a qualunque verifica: quindi funzionano le illusioni che trasformano una cosa in un’altra, non funzionano le illusioni che tentano di assegnare a una cosa, mantenendola tale, delle qualità. Il pisciatoio di Marcel Duchamp è, in quanto rovesciato, inutilizzabile come pisciatoio (in alternativa: non è più efficiente, come pisciatoio, di un portapenne o di una padella; una volta pisciato, non c’è scarico che porti via il nostro piscio; lo specifico del pisciatoio – che non è “permettere di pisciare", bensì “far scomparire il piscio" – è annientato). Invece il Giorgio Faletti di Antonio D’Orrico è perfettamente utilizzabile come scrittore (e il suo libro è perfettamente utilizzabile come libro: per leggere, per prendere sonno, per raddrizzare un mobile ecc).

Chiunque càpiti in un museo e s’imbatta nel pisciatoio di Marcel Duchamp, difficilmente penserà: «Guarda quanto è bello». In effetti, la bellezza non ha alcuna relazione col pisciatoio di Marcel Duchamp: Marcel Duchamp, esponendo rovesciato e firmato e battezzato il suo pisciatoio, grazie alla forza propria e a quella dei suoi alleati, ha sottratto il pisciatoio (e, da allora in poi, tutte le «arti figurative») da qualunque relazione con la bellezza; e, in particolare, da qualunque relazione con quella forma elementare di godimento della bellezza che è il cosiddetto «piacere». Antonio D’Orrico, compiendo su Giorgio Faletti un’operazione non di cambiamento di natura ma di cambiamento di qualità, e quindi un’operazione molto più difficile, ha fallito. Chiunque legga il libro di Giorgio Faletti, in effetti, si aspetta da quel libro ciò che è abituato ad aspettarsi da qualunque libro (e dico questo, qualunque cosa ciascuno si aspetti da un libro), e si terrà pienamente autorizzato a dire: «Mi piace, non mi piace».

Conclusioni prime. Marcel Duchamp con il suo orinatoio ha provocato un cambiamento di paradigma. Antonio D’Orrico con il suo Giorgio Faletti ha commesso l’errore di muoversi all’interno del paradigma (pur fingendo, per burla, di voler provocare un cambiamento di paradigma: la burla effettiva, ora lo posso dire, consiste appunto nel fatto che il libro di Giorgio Faletti è leggibile come qualunque altro libro). Marcel Duchamp ha agito «seriamente», ossia ha agito dentro il gioco dell’arte nel tentativo di modificare alcune regole, e perciò la sua azione ha provocato un cambiamento di paradigma nel mondo delle arti figurative; Antonio D’Orrico ha agito per il piacere della burla in sé, e perciò la sua azione è priva di conseguenze e non ha mutato nulla nelle regole del gioco in vigore nel campo letterario.

Conclusioni seconde, ovvero qualche domanda. Che cosa ha provocato Marcel Duchamp con il suo pisciatoio nel campo letterario? Sono avvenuti nel campo letterario eventi paragonabili a ciò che Marcel Duchamp ha compiuto nel campo delle arti figurative? Perché il tentativo di emulare Marcel Duchamp compiuto da Antonio D’Orrico ha fatto tanto chiasso nel campo letterario, se si tratta di un tentativo fallito e senza conseguenze? Che cos’è che è avvenuto senza che ce ne accorgessimo?

[Questo articolo, benché già fin troppo lungo, è da considerarsi un semplice abbozzo. bm]

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