13.08.06

Il Giro d'Italia con Vibrisse

Clicca qui per scaricare il Giro d'Italia con vibrisseE' finalmente disponibile il file completo del Giro d'Italia con vibrisse, a cura di Bartolomeo Di Monaco. Un pdf da circa 450K: purtroppo, per ragioni di "peso", senza le immagini. [Così quei 150 visitatori quotidiani che in questi giorni, nonostante l'agosto caliente e il ferragosto imminente, si incaponiscono a passare da queste parti per vedere cosa c'è di nuovo, troveranno pane per i loro denti. Buona lettura. gm]

L'Introduzione di Bartolomeo Di Monaco

Il 7 aprile del 2006 compare su vibrisse un articolo di Tonino Pintacuda intitolato Giro d’Italia con vibrisse: Bagheria. Ha una epigrafe in cui l’autore dichiara di voler raccogliere la proposta lanciata dal sottoscritto qualche tempo prima. Nessuno, in quel momento, ha la più pallida idea che l’articolo sarà la prima delle molte tappe che costituiranno il Giro d’Italia con vibrisse, un’esperienza suggestiva conclusasi il 30 luglio, dopo un viaggio in giro per il nostro Bel Paese durato quasi quattro mesi.

Appare subito chiaro tra i collaboratori e i lettori di vibrisse che quell’avvio piace, e ci si attendeva che qualcuno desse il la all’iniziativa. Il giorno successivo, infatti, il Giro salta da Palermo a Lucca, il 9 aprile arriva a Mestre e nello stesso giorno anche a Porto Marghera, il 10 tocca un’altra grande città, Torino. Non vi è più alcun dubbio: il Giro è davvero partito e gli iscritti alla corsa sono tanti.

Il Giro ha già manifestato sin da queste prime tappe le sue principali caratteristiche: è una corsa anomala, non ci si presenta tutti insieme al nastro di partenza, non si corre per vincere, per tagliare per primi il traguardo e conquistare la maglia rosa, ma ci si impegna in una corsa solidale in cui ogni corridore consegna il proprio testimone al successivo, il quale, compiendo il suo percorso, sa già che troverà ad attenderlo un altro compagno che partecipa e vive lo stesso entusiasmo. Non ci si sente soli, ossia, e quando siamo lì che si attende di poter scattare, sappiamo che di lì a poco comparirà, con la più assoluta certezza, subito dopo l’ultima curva, il corridore che sta per consegnarci il testimone. Lo afferriamo e via a forzare i pedali per goderci pure noi il nostro paesaggio e consegnarlo, insieme con il testimone, agli occhi di chi ci attende e di chi ci legge. Sulla maglia, infatti, stanno non i soliti colori che siamo abituati a vedere in una corsa ciclistica, bensì le foto che si sono appiccicate sulla nostra maglia a mano a mano che con gli occhi scorrevamo il nostro paesaggio.Esso diventava, cioè, grazie alla nostra volontà, tutt’uno con noi e prendeva il suo posto, ancora una volta – come rinato da una risorgente memoria – nella nostra anima.

Ricordate quello stupendo film, mai tramontato, di Frank Capra, La vita è meravigliosa, del 1946? Vi ricordate quella piccola e tremolante luce che si accende nel cielo e si trasforma nell’angelo Clarence? Una cosa del genere è accaduta con il nostro Giro d’Italia. Ogni partecipante, nel percorrere la sua tappa, ha illuminato la sua città, il suo paese, il suo villaggio, le sue case, le sue strade, i volti dei suoi abitanti, e quando, il 30 luglio, il Giro d’Italia si è concluso, chi di noi si è messo a guardare la carta geografica appesa alla parete, ha visto che non era più la carta di prima. Vi brillavano i nomi di certe località, piccole o grandi non importa; pareva che una luce intermittente, tremolante, come quella di Clarence, le ponesse all’attenzione dei nostri occhi, e quasi ne uscisse perfino una voce, come delle parole appena bisbigliate, ma colme di gioia e di emozione, e, perché no?, anche di orgoglio. Li abbiamo illuminati noi, quei villaggi, quei paesucoli, quelle città, con la nostra corsa e con i nostri occhi affondati nella profondità della loro bellezza. Erano luoghi grigi, immalinconiti dal rumore e dal caos dei nostri giorni, e noi, con la nostra corsa, attraverso il testimone che ci siamo passati dall’uno all’altro, li abbiamo riportati alla luce, e al loro segreto, intimo, splendore; li abbiamo fatti diventare luoghi dell’anima.

[per rileggere tutte le tappe - e i commenti - del Giro d'Italia di vibrisse, cliccare qui] [la foto del Giro d'Italia viene da qui]

Posted by giuliomozzi at 19:27 | Comments (2)

30.07.06

Giro d’Italia (in moto) con vibrisse: a Est di Gubbio

di Fabio Baldrati

[Il Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - è arrivato alla sua conclusione. Grazie a tutti coloro che hanno voluto partecipare a questa impresa simpaticissima. Il file contenente i testi ordinati per città e il file contenente le foto da applicare ai singoli testi saranno a breve raccolti da Giulio Mozzi (che ringrazio a nome di tutti per questa sua ennesima disponibilità) in un pdf scaricabile qui su vibrisse. A settembre, su un'idea di Giulio Mozzi, sarà avviata un'altra iniziativa a cui verranno invitati a partecipare soprattutto autori e collaboratori di vibrisse, aperta comunque anche ai lettori. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

(Questo articolo di viaggio è stato pubblicato – in una versione leggermente diversa – sul numero di aprile della rivista Mototurismo)

est di gubbio 1.jpgDa sempre l’Umbria emana un magnetismo irresistibile per l’acciaio delle moto. I suoi paesaggi sono ricchi di itinerari prestigiosi, un “must" per molti bikers, non solo italiani. E’ una regione verde, non dolce né amena, che sembra antica e intatta mentre la scopri in sella alla tua moto, lungo strade secondarie che lambiscono cittadine e borghi rinascimentali, di una bellezza così alta, come scrive Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia. Proprio le pagine dedicate all’Umbria – anche se questo libro risale al 1956 – e a Gubbio, invitano a scendere in garage a scoprire la moto.

Chi gioisce della bellezza paesaggistica delineata davanti al manubrio potrà trovare in queste terre francescane uno degli ultimi paradisi rimasti. Al contrario di quanto purtroppo accade in buona parte d’Italia infatti sono relativamente pochi gli esempi di deturpazione paesaggistica. Oltre ai suoi celebri tesori d’arte l’Umbria può ancora vantare la bellezza di panorami naturali in cui monti mai impervi, dolci colline e verdissime pianure, fanno da scenografica cornice a borghi e paesi “rugginosi". Ancora esistono e resistono bellissime vedute agresti con filari di pioppi svettanti accarezzati dal vento; ciò che più ti colpisce dell’Umbria è la sua ordinaria, normale bellezza.
L’itinerario di queste pagine suggerisce alcuni percorsi a est di Gubbio, e sono il Monte Catria (tanto caro a numerosi motociclisti della zona), poi il Parco Naturale Regionale del Monte Cucco, e la pace del Monastero di Fonte Avellana.est di gubbio 2.jpg

Ci sono anche le curve!

Sovente nel centro-Italia si soffre di una segnaletica stradale a dir poco “anemica". Giunto alle porte di Gubbio dopo ore di sella ho fatto uso del buon vecchio sistema, quello col motore al minimo e un piede in terra: “per il monte Cucco sempre dritto?" Il tipo attempato e con fare canzonatorio allarga le braccia: “sempre dritto no, ci sono anche le curve!". Avrei voluto vederlo questo simpaticone nei panni di chi arriva da lontano e trova una segnaletica da settimana enigmistica!
Quindi ho faticato abbastanza per orientare l’avantreno lungo i percorsi che mi ero prefissato. Intanto faccio una sosta a Gubbio, questa città che è un’altra Umbria; però, caro Piovene, il Suo Viaggio in Italia qui comincia ad accusare gli anni: la Gubbio silenziosa e quieta da Lei descritta forse non esiste più. In una torrida giornata estiva ho trovato un traffico impensabile: automobili ovunque, ingorghi, e gli immancabili pullman turistici in un luogo antico concepito per qualche carrozza. E’ una abitudine tutta italica quella che permette l’accesso di questi pachidermi nei centri storici (dove paradossalmente si vieta l’ingresso ai motocicli).

Vista in lontananza la città straordinaria quasi ti impone di accostare e scalare le marce una dopo l’altra; in primo piano i resti delle mura dell’antico teatro romano risalente al I° secolo d.C., adagiata sul pendio di un promontorio (il monte Ingino) un capolavoro di perizia architettonica presa a modello nelle facoltà di Architettura di tutto il mondo. Chi arriva oggi a Gubbio resta conquistato da una città dove le case sono ancora realizzate in pietra caratteristica e non è possibile costruire oltre i sette metri e mezzo di altezza: così dettavano gli Statuti medioevali, così vuole il buonsenso odierno che qui seguita a trovare ospitalità; da queste parti c’è sempre stato un occhio di riguardo per i Beni Culturali e paesaggistici.

Strade “annegate" nel verde, un invito a perdersi

Molto godibile è il percorso ad “anello" che collega Gubbio al Parco del Monte Cucco, e sono le statali n°452 e 298 (alle porte di Gubbio, nel versante nord, si seguono le indicazioni per Fano). La prima offre alcuni rettilinei in cui si arriva a desiderare un cambio a venti rapporti, mentre la 298 è un disegno argentato lungo quindici chilometri con placide curve e tornanti scandalosamente piacevoli, roba da far scintillare le staffe poggiapiedi. E’ tutto splendido asfalto scarsamente trafficato, come del resto poco trafficata è quasi tutta la viabilità interna umbra.
Ma i percorsi più belli, quelli che restano impressi per i luoghi che sanno offrire, sono sempre i più sottili, esili e tortuosi delineati in giallo sulle carte stradali. Se ne possono individuare diversi e sono tutti “garantiti" come se avessero una certificazione DOC. La statale 452 conduce al Monte Cerrone (875 mt) poi ancora verso Gubbio, un comodo giro ad “anello".
Sono circa venti chilometri da godere in solitudine, senza fretta. Si attraversa un teatro sconfinato di rilievi boscosi a querceti e carpini, dove le solenni poiane in cielo sono più numerose degli umani in terra. Rhurhurhurhurhu… ti godi il pulsare del bicilindrico in terza marcia mentre impugni il manubrio con la sola mano destra sul gas, la sinistra a cercare il vento. Decine di curve finiscono “archiviate" negli specchi laterali, schietti lembi di asfalto si lasciano indovinare “annegati" nel verde del paesaggio.
Questo percorso non è sempre asfaltato e alcuni tratti sono in ghiaietto bianco, ma nulla di robinsoniano: per questo viaggio non è stata usata una fuoristrada ma una grossa moto stradale a gomme lisce.
Numerosi scorci paesaggistici si presentano al biker anche percorrendo la statale n°3 che dal borgo di Cantiano (a nord-est di Gubbio) scende in direzione di Gualdo Tadino; sulla sinistra si estende il massiccio boscoso del Monte Cucco, una riserva naturale integrata nel sistema parchi d’Umbria. E’ probabilmente il tratto più bello di questa lunga statale (è l’antica via Flaminia che collegava Roma all’Adriatico) ovviamente per la bellezza paesaggistica che essa offre davanti al manubrio, ma anche per la ricchezza di placide curve e ampi tornanti che fanno la gioia di ogni motociclista. Un ottimo asfalto frequentato da numerosi appassionati locali.est di gubbio 3.jpg

Farfalle sul Monte Catria

E’ sempre lui, il Monte Catria, il preferito dai motociclisti, e come non essere d’accordo: il Catria è una delle terrazze più belle di tutto l’Appennino.
Il percorso scelto per la fruizione di questo promontorio inizia dal paesino di Cantiano: i cultori del bicilindrico troveranno piacevole il borbottio sommesso del motore amplificarsi fra le ombrose viuzze di questo borgo antico. La piazzetta di Cantiano merita una sosta.
La strada sale in svolte pigre curva dopo curva e si affaccia sulle sterminate pendici del Monte Catria, poi per brevi tratti ci si tuffa nell’ombrosità di rigogliose faggete dopo lunghi percorsi dipanati in luminosi spazi aperti. Simili “nastri argentati" finiscono sempre troppo presto, ecco perché non vorresti mai oltrepassare la terza marcia.
Il vertice del Monte Catria (1701 mt) è una prateria perennemente incorniciata dalle nuvole scandita da una croce in tralicci di acciaio. Solamente l’aquila reale osa lassù, e sembra che il magnifico rapace sia tornato a volteggiare sulle praterie del Catria.
Questo è un gran bel luogo in cui aprire il cavalletto e spegnere il motore: col sibilo del vento e il ticchettio della moto accaldata puoi contemplare un lembo di mondo rimasto intatto, e ciò non accade molto spesso.
Il Monte Catria è un luogo di studio per alcune scienze naturalistiche fra cui l’entomologia a causa di un particolare microclima che favorisce le “schiuse". E infatti durante una sosta decine di farfalle multicolori mi hanno avvolto in un candido abbraccio.

Attraversando il Parco Naturale; la pace di un Eremo

Un altro magnifico itinerario è l’attraversamento del Parco Naturale del Monte Cucco tramite la statale n° 360. Circa venti chilometri che dal borgo di Scheggia conducono alla cittadina di Sasso Ferrato, quest’ultima è una ammirevole bellezza architettonica soprattutto se vista in lontananza. E’ tutto asfalto ottimo: un nastro di curve molto stuzzicanti per il polso destro sul gas.
Si attraversa il paesaggio del Parco Naturale, fitte foreste di faggi, querce e pini d’aleppo che nascondono gli ungulati (caprioli e daini) oltre al magnifico predatore, il quale finalmente protetto dopo secoli di persecuzione sta lentamente tornando in tutto l’Appennino. La ricomparsa del lupo proprio alle porte di Gubbio, luogo della celebre leggenda del lupo feroce ammansito da San Francesco, ha qualcosa di prodigioso.
Wruummmmm… seconda! terza! quarta! Ogni cosa in lontananza davanti al manubrio mi arriva addosso in un lampo, come sempre vedo il grigio-argento sfumare veloce un palmo sotto alle pedane poggiapiedi, la moto pendola a meraviglia sulle burrose curve di questo percorso verso Sasso Ferrato, solo per brevi tratti la strada è costeggiata da pareti rocciose, qua e là i resti cadenti di alcuni ruderi; ovunque si posa lo sguardo regna vittoriosa la foresta al cospetto del massiccio del Monte Cucco. Niente di meglio per chi in moto ricerca i paesaggi naturali.

L’Eremo di Fonte Avellana, alle pendici del Monte Catria (siamo entrati in territorio marchigiano), è un luogo in cui la Pace sembra aver vinto per l’eternità.
Dalla statale n°310 nel cuore del Parco del Monte Cucco si segue la segnaletica turistica per l’Eremo: ancora quindici chilometri di autentica gioia per le ruote attraverso i boschi “canadesi" del versante nord del Parco Naturale. Sulla destra l’antica pieve romanica Badia di Sitria decisa a sfidare il tempo, e a vincerlo.est di gubbio 4.jpg
Nei pressi dell’Eremo lungo la strada vi sono alcune ombrose radure con tavoli di legno per la sosta e vistosi cartelli figurativi che divulgano le caratteristiche di questi luoghi. Rhurhurhurhurhu… una dolce curva a tremila giri e “raddrizzi" la moto con un colpo di gas… eccolo: severo, silenzioso e solitario nel verde cupo dei boschi, è l’Eremo di Fonte Avellana. Fu fondato addirittura prima del 1000 da San Romualdo eremita, un pazzo sognatore motivato da quella forza che solamente i sognatori possono avere. Oggi come tutti i luoghi spirituali è frequentato da un turismo colto e raffinato che non si accontenta di bellezze effimere; guardacaso innanzi all’ingresso c’è sempre qualche moto posteggiata.

Preparate la vostra.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:13 | Comments (0)

29.07.06

Giro d'Italia con vibrisse: Napoli passionaria, Napoli visionaria

di Francesca Ferrara (Poiché il sito dell'autrice è in costruzione - sarà funzionante a settembre -, qui potete vedere una sua foto)

[Questa è la penultima tappa del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - Domani, domenica 30 luglio, sarà pubblicata l'ultima tappa, che concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Vesuvio_d_inverno.jpgNapoli è un magma. Lava in tumulto. Napoli è Rossa. Rossa come il pomodoro o il ragù della Domenica. Rossa come le ciliegie in primavera. Rossa come un’anguria. Rossa come le rose che gli zingari offrono alle coppiette sul lungomare in cambio di un euro.
Napoli è zona rossa: rossa come il sangue versato durante le sparatorie di Camorra; rossa perché vota da più di un decennio a sinistra; rossa perché fa sempre caldo, anche d’inverno.
Napoli è un fermento continuo di iniziative culturali ed artistiche, di appuntamenti ed itinerari per tutti i gusti e tutte le tasche. Il suo respiro scandisce il tempo, il tempo dell’ombelico del Mediterraneo, che ha un altro ritmo ed un’altra sonorità rispetto alle altre città. La sua linfa vitale è come lava incandescente, sempre pronta a bruciare ove passa, sempre pronta a lasciare un segno nel bene e nel male. Tutto ciò che passa per Napoli o diventa oro o diventa cenere e al tempo restituisce le memorie dei suoi abitanti e i rimpianti d’impotenza.

Napoli inizia e finisce dove i napoletani hanno deciso di incidere i confini, così come si intaglia un cartoncino o si incide sul legno.
Napoli è una struttura di cartone, pronta a prendere fuoco, per una scintilla di cerino, che pende alle falde del suo nemico dormiente. Il cratere la guarda con un occhio sì ed uno no. Le fa l’occhiolino e cerca di non tossire e di non renderla rovente, grigio fumo, nera e polvere.Palazzo_Donn_Anna_e_la_collina_di_Posillipo.jpg Napoli è rossa come la passione, quella più viscerale, rossa come le budella di un animale strappato al suo habitat naturale per nutrire altra carne, altre ossa.
Napoli è come un bocciolo di rosa: tra un petalo e l’altro vi si nasconde un labirinto che porta agli anfratti remoti come la Napoli Sotterranea, la Napoli degli scavi archeologici, la Napoli dei quartieri popolari, la Napoli dei quartieri borghesi e quella della GiùNapoli, il centro storico, scalpitante puledro rosso da sempre.
Napoli è la città dove c’è il mare, ma non un mare qualsiasi, ma quello dove tutti, cittadini e turisti, vengono a fare ’o sentimiento’.
Napoli è l’esempio classico del caos e del marasma: territorio sedotto dalle dominazioni e dalla storia e seducente a sua volta sia per chi ci vive e sia per chi vi è forestiero.Coroglio_Parco_Virgiliano_Italsider.jpg
Napoli è la sirena che incanta e che lancia visioni, immagini, input, sogni, sfide a menti e anime alla ricerca dell’essenza delle cose, del loro nucleo, della molecola dell’origine, dell’atomo che diede il via a quella forma di vita così indisciplinata come quella del suo popolo.
Articolata su più livelli sociali posti su diversi strati di tufo, la città si estende dalle sue colline (Vomero, Colli Aminei, Camaldoli, Capodimonte, Posillipo) a valle, dove si immerge in un amplesso appassionato con il mare che la circuisce, la seduce e la rende schiava dei suoi umori e delle sue maree, offrendo spettacoli umorali e connubi incestuosi tra le metafore del bene e le metafore del male; parabole di viandanti e di pellegrini viaggiatori che della mia Napoli si innamorano e poi si lasciano anche morire dopo averla vista. Da Dazio a San Giovanni a Teduccio, la città si estende come se fosse un’anaconda che nel suo ventre contiene altre anaconde, altri scivoli che dall’alto dei giovani quartieri borghesi, portano dritto come un ascensore diretto alla pancia della terra, alla Napoli antica, alla Napoli dei bassi, all’inferno dei quartieri degradati, dei Quartieri Spagnoli, dei quartieri come Forcella e la Sanità, dei vicoli ove si consumano violenze, incesti, sveltine per una manciata di pochi euro, si compra il fumo e i respiri dei barboni diventano sempre più sottili.Castel dell'Ovo.jpg

Napoli è la Musa che ha ispirato la visione poetica e filosofica di chi ha creduto in Lei e che per Lei è morto lasciando in eredità pillole di saggezza: patrimonio culturale che restituisce alle mura quel lustro intellettuale di un tempo, quell’aspetto di società borghese impegnata, oggi latitante.
Napoli è un cuore, malato. Zoppica nel suo battere il respiro del tempo. Spesso è in ritardo sulla politica sociale e sull’evoluzione culturale e naturale delle cose. Ha voglia di vivere. Ne ha tanta, ma non sempre ha la forza di pompare da sola. Si aggrappa agli ideali e difficilmente valuta gli aspetti reali delle questioni che la riguardano. Spesso si assenta per ricovero e cure per esaurimento nervoso. Bagnoli_Lidi.jpgE’ vanitosa, così come lo è una bella donna. Ama i profumi e in particolare quello del mare di Mergellina o della discesa di Coroglio che la porta a Bagnoli, un tempo terra di caschi gialli e amianto, oggi ospite di lidi, solarium e discopub. È il confine ovest, quello tracciato dalla storia delle popolazioni, dove finisce Napoli e inizia Pozzuoli.
A questa bella donna le piacciono i profumi dei fiori, e quello della pizza che volteggia nell’aria da mezzogiorno fino a quando non chiudono le cucine alle quattro del pomeriggio. Il fiore che preferisce di più è il girasole perché ha la forma del suo sole che difficilmente si assenta, anche d’inverno. Alla sera, diventa maliziosa e civettuola. Ad illuminarla c’è la luna a Marechiaro e il mandolino di un suonatore da osteria ad intrattenerla.angolo porto Molo Beverello.jpg E’ uno spettacolo di luci di ogni genere, uno sciame di fiammelle accese che la rendono misteriosa ed intrigante come i suoi segreti che cela e protegge gelosamente nel suo seno. Napoli è ‘na bella femmena di quelle che fa perdere ‘a capa; una volta incontrata, pochi secondi e già gli appartieni, perché Lei così ha deciso, perché Lei ti ha incluso nel suo harem e difficilmente ti lascerà andar via; le sue armi per ammaliarti e dominarti le userà tutte nella sua danza di seduzione, sinuosa e selvaggia, così come lo sono i suoi stupri urbanistici. Napoli se ti ama, ti ama per sempre, perché Lei è una visionaria passionaria, crede ancora negli ideali e nell’amore puro e vero, ma spesso è come il Don Chisciotte e lotta contro i mulini a vento, invano, contro le anime dei dannati che ospita nel suo grembo materno, nel suo abbraccio di eterna amante da mille e una notte.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:34 | Comments (6)

25.07.06

Giro d'Italia con vibrisse: La quasi isola d'Elba

di Luca Tassinari

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato, ad eccezione dell'ultima, che uscirà domenica 30 luglio e concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm] [tutte le tappe del Giro d'Italia]

Le splendide foto qui riprodotte sono state scattate dall'autore.

FrugosoCavo.JPGL'isola d'Elba è un luogo ricco di storia e di storie. Miniera di ferro e altre materie prime fin dai tempi degli Etruschi; roccaforte strategica per la navigazione nel Tirreno; ponte naturale verso la Corsica e ponte di lancio per l'ultima impresa del corso Napoleone. Si narra che ospitò per una notte Garibaldi, braccato dai servizi segreti austriaci e ferito ad una gamba. E nel porticciolo di Cavo, giusto di fronte al promontorio di Piombino, fece sosta la splendida barca da crociera di Simenon, durante il suo periplo del Mediterraneo. I suoi fondali pullulano di relitti di ogni epoca, traditi da uno scoglio affilato e dalla bassa marea. Le sue coste frastagliate conservano ancora la memoria di contrabbandieri e pescatori di frodo.

La Storia ha visitato così spesso l'isola d'Elba perché l'isola d'Elba, a dispetto delle apparenze, non è propriamente un'isola, come già il suo antico nome greco Aethalia sembra presagire. Resti di insediamenti preistorici sulle coste orientali testimoniano che il braccio di mare – detto familiarmente il Canale – che separa l'isola dal continente non è mai stato lungo abbastanza da impedire ai continentali di visitarla e di abitarla. E d'altro canto non è mai stato abbastanza breve da favorire immigrazioni massive. Fino a un passato non troppo remoto l'approdo all'Elba era riservato ai ricchi e agli avventurieri. Il turismo, per esempio, è un fenomeno recente e fino a trenta o quarant'anni fa era un turismo d'élite.MufloneAlCapanne.JPG

Questa distanza percepibile ma non incolmabile dal resto del mondo ha prodotto un isolamento precario e incompiuto, rendendo quest'isola una quasi isola, un luogo contaminabile e permeabile con misura, simile a un signore moderatamente misantropo che, pur non disdegnando talvolta la folla, ama soprattutto la quiete e la solitudine del buen retiro.

Ma, si sa, il tempo passa e le cose mutano.

Pesanti e capaci traghetti solcano adesso in gran numero il Canale, coprendo la distanza fra Piombino e Portoferraio in meno di un'ora, mentre il vecchio aliscafo – prossimo al pensionamento, ma ancora scattante – impiega appena quindici minuti. I paesi costieri, già poveri villaggi di pescatori e minatori, si arrampicano sulle colline circostanti a suon di condomini e villette a schiera. Il macadam è ingoiato da fauci d'asfalto, mentre i vecchi sentieri delle miniere si trasformano in circonvallazioni.

È il progresso, baby, lo capisco, e non voglio star qui a far la lagna del tempus fugit o del panta rei, però voglio ugualmente concedermi un momento di nostalgia per i tempi che furono, perché la quasi isola d'Elba è per me un luogo ad alta densità sentimentale. TramontoDalVolterraio.JPGHo messo piede sul suolo elbano per la prima volta nel 1981, quando la strada del Volterraio era ancora bianca e Ortano, oggi sede di un rutilante villaggio turistico, era una cala riservata a capre e ad alpinisti espertissimi. Lì ho conosciuto la donna che ancora oggi ha la forza di sopportarmi; lì incontro ancora oggi amicizie antiche e incorruttibili. Ancora oggi. L'Elba di un quarto di secolo fa è per me la radice di molte cose buone che ancora non si sono spente, ed è quindi inevitabile che per me l'Elba sia quella di allora. Vederla cambiare così rapidamente, specialmente negli ultimi tre o quattro anni, un po' mi rattrista.

Nonostante i suoi mutamenti e le mie paturnie, però, l'Elba rimane ancora oggi un luogo incantevole, specialmente per la grande varietà ambientale e paesaggistica che offre. Già la sua forma irregolare e tortuosa suggerisce la variabilità delle sue coste, ricche di baie, calette, golfi e insenature di ogni tipo, dove si alternano sabbie e rocce a loro volta diversissime da un punto all'altro della costa. All'interno è tutto un saliscendi, dall'ampia piana di Campo ai mille metri di Monte Capanne,MonteCapanneDaCapoVite.jpg con la vegetazione che passa continuamente dalla macchia mediterranea, ai lecceti, alle pinete, ai prati. Il tutto condensato in poco più di duecento chilometri quadrati.

Però non voglio esagerare nel decantare i pregi della mia quasi isola. Il mio istinto di elbano adottivo mi suggerisce di moderare gli elogi, di smorzare gli entusiasmi, di coprire, dissimulare, fingere, mentire, perché se dicessi il vero, se descrivessi con esattezza la bellezza delle coste, la mitezza del clima, la limpidezza delle acque, rischierei di invogliare altri a visitarla, ad amarla, a farla propria. Non sia mai! L'Elba è mia, solo mia! Voi state alla larga, non andateci, non sbarcate nei suoi porti e non calpestate le sue strade. Tanto è bruttissima, credetemi, e non vi piacerebbe.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:11 | Comments (6)

22.07.06

Giro d'Italia con vibrisse: Verona, la mia città d'adozione /2

di Rosanna Rota

Prima parte Seconda parte.

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato, ad eccezione dell'ultima, che uscirà domenica 30 luglio e concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]

San_Giorgio_e_il_drago.jpgUn fantastico itinerario nella Verona medievale deve svolgersi, secondo me, di sera. Con le luci accese che si specchiano nell’Adige, la città assume un aspetto fiabesco che fa veramente pensare a principesse e draghi, come quelli raffigurati nel celebre affresco del Pisanello nella Chiesa di Sant’Anastasia . Passeggiare col buio sul ponte merlato di Castelvecchio, ammirare il fiume e la città dalle feritoie mi riporta indietro nel tempo, mi fa pensare a Dante che trova qui ospitalità e conforto, anche se il maestoso castello ancora non esisteva, ai suoi tempi...

Da Castelvecchio, se si vuole proseguire immersi in questo immaginario medievale, si possono scegliere due direzioni, entrambe suggestive: o seguire la passeggiata sopraelevata delle Rigaste,Ponte_di_Castelvecchio.jpg lungo l’Adige, per arrivare al quartiere di S. Zeno, patrono della città, o andare verso il centro, seguendo il tracciato dell’antica Via Postumia, oggi Corso Cavour, fino ad arrivare ai Portoni Borsari, dai quali si entra nel cuore della città medievale, col suo dedalo di stradine e con le sue innumerevoli chiese.
La basilica di San Zeno si trova fuori dall’antico abitato, dove sorse anche un’abbazia, tanto che ancora oggi il parroco mantiene la dignità di abate. La splendida pala del Mantegna è la grande attrattiva artistica della chiesa, ma io preferisco soffermarmi sulla popolarissima statua di S. Zen Che Ride, come viene abitualmente chiamata: la sua simpatica faccia scura ci rammenta che pare venisse dall’Africa... Quanti dei Veronesi contemporanei, fra quelli che guardano con astio agli stranieri sempre più numerosi, si ricordano di avere per patrono un nero, insomma, un immigrato? Capricci della sorte, o forse nemesi storica alla rovescia...San_Zen_che_ride.jpg

Se, invece di andare verso San Zeno, si sceglie di tagliare per il centro, si arriva presto a Piazza Erbe, il cuore di origine romana, rivisitato però in chiave medievale: la grande fontana di Madonna Verona, per esempio, ricicla una statua romana ed una vasca termale per il nuovo utilizzo, deciso nel XIV secolo. Questo spazio, come l’adiacente Piazza dei Signori, che i Veronesi preferiscono chiamare Piazza Dante in onore della statua posta al suo centro, brulica di vita notturna, specialmente nella bella stagione, quando i tanti locali con tavolini all’aperto ospitano Veronesi e turisti, uniti dal desiderio di godersi il fresco e le bellezze della città. I palazzi medievali, simboli del potere politico ed economico, la Torre dei Lamberti e i monumenti funebri delle Arche Scaligere troneggiano intorno, e una persona facilmente suggestionabile come me, nonostante la confusione, potrebbe veramente sentire uno strano effetto da “viaggio a ritroso nel tempo"...Torre_dei_Lamberti.jpg

Anche le chiese medievali sono innumerevoli e splendide, ma quella fra tutte che prediligo è San Fermo, che si può raggiungere, da Piazza Erbe, tagliando per la pedonale Via Cappello, dove la mitica Casa di Giulietta costituisce la meta obbligata, e un po’ troppo massificata, per una Verona medievale rivista però con l’occhio di Shakespeare. San Fermo, invece, è una strepitosa chiesa francescana a due piani, con un abside che inizia con una base in forme romaniche per poi innalzarsi in un gotico elegante e spettacolare che mescola il colore caldo del mattone con i merletti bianchi del marmo.Chiesa_di_San_Fermo.jpg

La chiesa si specchia quasi nell’Adige, nel punto dove sorge il Ponte Navi, così detto perché qui vicino esisteva, fin dall’epoca medievale, uno scalo delle merci. Ma dell’antico ponte ormai non resta traccia: è stato più volte ricostruito. Quello odierno permette però di godere di una vista mozzafiato: le luci della città si duplicano nel fiume, perdendosi all’orizzonte sia verso il Colle di Castel San Pietro che verso il mare.
La storia successiva di Verona è ben nota e attestata da tanti altri monumenti: l’ingresso nella Repubblica di Venezia, Napoleone, il Lombardo Veneto... eppure Verona rimane soprattutto la città celebrata da Shakespeare, romantica e sonnolenta, stupenda e pigra nell’accettare ogni novità, come fece a suo tempo con il mitico amore di Romeo e Giulietta. “Non c’è mondo fuor da queste mura", forse, è veramente il suo motto, sia in positivo che in negativo.

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18.07.06

Giro d'Italia con vibrisse: Avola, Noto, Siracusa

di Giorgio Morale

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato, ad eccezione dell'ultima, che uscirà domenica 30 luglio e concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Noto_Piazza_Immacolata.jpgNoto mi sembrava un paese di fiaba. Ogni palazzo era un castello, ogni edificio splendeva come se avesse il sole dentro. Le statue dei santi e degli uomini illustri emergevano dalle nicchie e dalle decorazioni per un tacito plauso. Le vaste scalinate formavano un cammino di maestà e d’onore che ogni volta aspiravo scalare, sentendomi a ogni gradino più vicino al cielo. Solo, dopo un po’ mi sembrava di soffocare: mi mancava il mare, vederlo in lontananza, sapere che ci fosse. Ne cercavo un succedaneo nel passeggio della Flora, dove si apriva il panorama sul val di Noto, leggermente ventilato e odoroso. Prima di arrivare a Noto la strada era costeggiata da grotte scavate nella roccia. Mia madre mi spiegava che risalivano all’ultima guerra: in occasione dello sbarco degli alleati avevano fornito rifugio agli sfollati.

Il viaggio verso Siracusa era invece un viaggio verso il mare, scandito da tappe precise: i monti Iblei si azzurravano fino a confondersi con l’orizzonte; a Cassibile si ergeva fra i campi il castello della marchesa, fatto della stessa pietra luminosa delle chiese di Avola e dei palazzi di Noto; il fiume Anapo, fra canne e papiri, si versava nel mare, che s’intravvedeva come un preannuncio dell’aperto splendore del golfo di Siracusa. Era un’emozione attraversare il ponte che congiungeva la terraferma con l’isola di Ortigia. Gli occhi non riuscivano a contenere la luce e i colori del porto, le tante barche attraccate e oscillanti. Vedere una nave era un avvenimento.Noto_San_Francesco.jpg
“Dove va?" chiedevo.
“Lontano, forse in America" rispondeva mia madre.
A quel nome la nave diventava portatrice di una possibilità di vita che nel passato si era prospettata a mio padre e che forse nel futuro sarebbe tornata a riproporsi, sia per lui sia, forse, per me…

Avola era un mondo vario e accidentato. I quartieri erano regioni separate l’una dall’altra dalle depressioni degli spiazzi o da corsi e viali che, come fiumi, vi s’infiltravano con tanti rivoli: alcuni si perdevano nei campi, altri immettevano nelle valli e nelle gole dei larghi e dei cortili. Nelle vaste pianure delle piazze si ergevano gli altopiani dei sagrati, dove svettavano le facciate delle chiese.

Da giovane, mi sarei installato nel centro e da lì avrei dominato la geografia della città, diventata fin troppo piccola. Allora invece i miei spostamenti disegnavano tanti centri, tutti dislocati sulla circonferenza esterna. Per questo, oltre che per la ridotta misura dei miei passi, le distanze risultavano moltiplicate e Avola appariva assai grande. I suoi confini si prolungavano nella città dei morti del camposanto e nelle grandi case dei pescatori. Anche i monti erano un’estrema propaggine della città, le sue torri di guardia. Nel linguaggio abituale si diceva “giù" per indicare il mare e “su" per indicare la stazione. Così nel mio orientamento i punti cardinali si spostavano: all’immagine del mare e del punto in cui nasceva il sole veniva a sovrapporsi l’idea del sud, fino alla perfetta coincidenza di sud ed est. Ancora adesso, ovunque mi trovi, soffro dell’errore e, dove vedo spuntare il sole, lì cerco il mio sud e m’illudo che, dove finiscono le case, inizi la lunga striscia luminosa che allora vedevo il sole stendere sul mare…Siracusa.jpg

Più tardi scoprii i giardini pubblici: la villa. Ogni giorno, nel pomeriggio, incrociavo un vecchio: camminava rasente al muro e, dopo aver compiuto un giro, si riempiva le tasche di gelsomino e in abito nero, come un’allucinazione, andava via odorandolo.

A volte la profondità dell’azzurro m’attirava come un pozzo, a volte mi avvinceva la varietà del verde; a volte mi tentava il palco: una zona circolare, rialzata, recinta da un parapetto. Lì d’estate si faceva festa. Io ascoltavo da casa il suono delle musiche e dei canti fino a tarda notte. Ricordo le fantasie attorno ai balli e il senso di libertà che mi dava quel luogo, dove la ventilazione e il profumo dei fiori rendevano sopportabile una sera di scirocco. Attraversare lo spazio ampio e pieno di luce era come conquistare il centro del mondo, come esporsi allo sguardo di Dio.Avola_La_Piazza_Centrale.jpg

L’ultima tappa delle mie passeggiate era la vasca, che occupava l’angolo più interno del giardino. Io sedevo sul bordo, lasciandomi incantare dalle magie dell’acqua. Puntualmente dalla vicina stazione arrivava il fischio del treno, invito a nuove cose...

Forse non è casuale – e, se lo è, è comunque significativo – che gli edificatori di Avola abbiano disposto i giardini di fronte alla stazione ferroviaria, quasi a voler indicare una direzione ai sogni che vengono concepiti fra i viali; ed è ugualmente significativo che siano agli estremi della città, congiunti dallo stesso corso principale, i due promontori di Avola, la stazione e il mare. Preveggenza dei fondatori? Sapienza della topografia?


Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:39 | Comments (0)

15.07.06

Giro d’Italia con vibrisse/Nel regno di Gradisca: Riccione

di Stefania Nardini

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato, ad eccezione dell'ultima, che uscirà domenica 30 luglio e concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Riccione.jpg«Ma questi ridono…!»
In effetti sorridevano. Anzi mancava poco che Bruno, il proprietario dell’hotel mi abbracciasse.
Avevo cambiato destinazione. Maltempo in tutta Italia e solo un pugno di giorni per una vacanza.
In Romagna il tempo era meno peggio. E poi quell’esperienza mi mancava. Sì mi mancava. Perché per una vita ero andata a caccia di isole incontaminate, di mari trasparenti e pescosi, di luoghi selvaggi e lontani.
Già, lontani… Qui invece la distanza era breve. Nonostante la E 45 che, come cantava Guccini, fa veramente dell’Emilia il west della Romagna, una meta raggiungibile solo con un fuoristrada capace di saltare sulle buche, sui fossi, sull’asfalto lacerato di una strada che è veramente una vergogna nazionale.
E arrivare sta a dire avercela fatta. Aver superato una prova stile “avventure nel mondo".

Io di ridere infatti non avevo molta voglia. Ma per fortuna tutto si può rimuovere cedendo a un viaggio nel tempo e nelle atmosfere.
Tendine celeste chiaro, i tavoli allineati con le tovagliette perfettamente aderenti ai tavoli, poltroncine di acrilico velur con la sagoma di metallo. Stavo rivedendo l’arredo del bar sotto casa mia quando ero piccola. Giuro! E nell’atmosfera da “doppio brodo star “ mancava solo la donnina col cucchiaio fumante e la messa in piega appena fatta.
No. C’era anche lei. Anzi c’erano varie riproduzioni. E sulla terrazza le chiacchiere dell’Italia dei caffè, di quella bella Italia che si perde in estenuanti discussioni dai contenuti a volte banali ma che danno il senso alla nostra identità.Riccione_spiaggia.jpg

Aria di pulito, di bucato appena fatto, di bianco che più bianco non si può nemmeno col candeggio. Riccione. Basta dirlo per immaginare piadine e liscio, ombrelloni allineati e famiglie coi salvagenti a forma di papere o coccodrilli, profumo di Ambra Solare, e la canzone dell’estate.
Riccione regno del kitch. Con le gelaterie, le frullerie, le cocktailerie e le cartoline con tre bei culi in primo piano e la scritta “baci dal mare". Riccione con le ultime novità, col bagnino che è sempre un gran fico, col muscolo e gli occhiali da sole che sembra dirti “Bambola! Sono qui per proteggerti".
Riccione con i tedeschi più mansueti da quando c’è l’euro, che hanno perduto l’arroganza del marco che la faceva da padrone. Riccione dei “tutto compreso", del bagno 128 con l’altoparlante che urla: “si è perso un ragazzino di nome Hans…", e le solite barzellette che provoca l’annuncio nato come grido di dolore che sgorga dal cuore di mammona taglia 54 che ha perduto il pargolo, per poi trasformarsi in una gag del “chi l’ha visto" tra il minestrone di canzoni e pubblicità delle radio.
E si ride. Evviva l’allegria. Hans ha ritrovato la mamma che in trepida attesa sul bagnasciuga non risparmia al piccolo un cazziatone.
Orde di ragazzini esprimono la loro creatività in compagnia dei padri realizzando enormi castelli di sabbia. Quelli tedeschi sono tutti muniti di pale, sì pale, non le innocenti palette della nostra infanzia. Questi si organizzano! Il castello ha la muraglia, il ponte levatoio in legno, e la bandierina. Bello!

Il primo a lanciarsi in complimenti è il fotografo della spiaggia. “Una foto al piccolo, vicino al castello. Pensi che bel ricordo!". Le prime a cedere sono le nonne. E giù con il click per guadagnarsi la giornata. Mentre la bambina dell’ombrellone della prima fila è già in posa accanto al pedalò. “Mi raccomando la riprenda in modo che si veda la barca…".Viale_Ceccarini.jpg
Ultimi scatti prima del “coprifuoco" delle ore tredici: si mangia.
Si aprono le tende celesti della sala da pranzo. Menù numero uno a base di carne, menù numero due è pesce. La cameriera di sala con grande maestria distribuisce le pietanze fumanti. E che pietanze! Nessuno resiste ai manicaretti che prepara la cuoca. È la proprietaria che cucina, lei, la mamma del Bruno, che ha tagliato il nastro della terza generazione dell’hotel Camay. Si chiama così come la saponetta. E il Bruno si avvicina ai tavoli, chiede se il menù è di gradimento, consiglia vini frizzantini romagnoli da abbinare alle pietanze. “Sul pesce il bignoletto è una delizia…".
Un ragazzetto biondo venuto dal Trentino col viso praticamente ustionato dal sole si impressiona nel dover mangiare una doppia coppia di scampi. Nessun problema. Si cambia piatto. E tutto avviene in grande serenità. Il cliente è preso in carico, è adottato e coccolato, rassicurato, accontentato.
Riccione regno di Vasco Rossi e Ligabue con “le donne lo sanno", ultimo successo riproposto a più riprese dagli altoparlanti disseminati in via Dante, che musicano la passeggiata. E qui è il trionfo! Qui non si può fare a meno di distogliere lo sguardo da coppie di delfini che ballano su una palla azzurra con porporina, braccialetti con la Madonna e scritto “Riccione", cavatappi stravaganti, accendini a forma di estintore, cartoline che seguono una certa attualità. La più famosa è quella contro le leggi antifumo, con un grande pene sul quale si regge una sigaretta accesa. Il massimo!Viale_Dante_di_notte.jpg

Ligabue continua con il suo ritornello che ormai è un tormentone, mentre biciclette, risciò, tandem si fanno spazio tra la gente che si avvia verso viale Ceccarini, la strada bella della città per uno “struscio" bronzé, in cui si fanno spazio ustionati e vacanzieri in versione mulatta. Mentre le ragazze dell’Est sedute ai bar esibiscono french manicure che non possono passare inosservate grazie ai brillantini incastonati alle unghie. Anche a quelle dei piedi.
La notte si avvicina, la notte riccionese è prossima all’apertura del sipario. Si cena alle sette e mezzo. E nella sala celestiale il rito si ripete.
La notte di scorribande e zingarate cede il passo all’aurora che dal mare illumina la spiaggia deserta con gli ombrelloni chiusi e rigorosamente allineati.
Un uomo passeggia sulla riva.
È un vecchio che guarda il cielo.
Il cielo che è come un’immensa cappa su questo panorama felliniano dove sembra di rivedere la signorina dalle forme generose che al Grand Hotel di Rimini offre le sue grazie a un bellimbusto in vestaglia nera sussurrando “Signor Principe, gradisca...".

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:45 | Comments (2)

11.07.06

Giro d'Italia con vibrisse: Milano ti ama

di Franz Krauspenhaar

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato, ad eccezione dell'ultima, che uscirà domenica 30 luglio e concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

La_Madonnina.jpgSono qui, nato e cresciuto nel noord, più o meno a sud del vero nord. In un punto imprecisato. Milano è imprecisabile. Non so nemmeno lontanamente dove davvero si trovi. Potrebbe essere Calcutta ad agosto, Londra d’inverno, e le poche volte che qui c’è vento potrebbe essere Bruxelles prima della solita pioggia belga da paese piatto. Da qualche parte sempre imprecisata, girando per il centro o anche imbastendo la tua via per le periferie, Milano sfuma, senza che tu te ne accorga, in un acquerello triste come un murale messicano notturno al quale certi soliti ignoti hanno tolto i colori caldi.

Tonalità di grigio, circoli, spirali di grigio luminescente. Poche le vere luci, la notte, quasi tutte fioche, e le strade che si svuotano presto, e i tram che svicolano ciabattando su ferro a bassa temperatura, e snodi di mani, rasoi di passi, tacchi che secchi rotolano su pavimenti mobili, cigolare di biciclette astute con le auto, che a loro volta piegano a destra o a sinistra verso un chissà chi e un chissà cosa.
Milano è una puttana discreta. Non lo fa per la strada, lungo i viali e sulle vie ci transita, anzi si fa transitare in lungo e in largo. Milano è una puttana discreta che all’occorrenza riceve in casa tra la cocaina dei depressi che si deprimono ancora di più ad essere talvolta un po’ giù di corda, poveri diavoli, poveri loro.Teatro_alla_Scala.jpg
Nelle parole della gente dei locali discretamente baluginanti dei Navigli questa città ha in parte perso lungo gli anni della crisi - da Tangentopoli in poi - il gusto della battuta alticcia e il gonfio brusio allegrone del dialetto locale. Però molti milanesi restano più fanfaroni e battutisti di quel che si pensa da fuori; sanno scherzare in un modo che a volte non ti aspetti, non raramente si tratta di veloci rasoiate dispettose, ma non ti fanno quasi mai male. Il vero milanese è generoso, quella del coeur in man non è una diceria autoprodotta da un cacciar balle vanaglorioso, è qualcosa che senti con una certa nettezza – sempre se lo vuoi sentire- quando chiedi un’informazione e questa ti viene data con tutti i particolari, quando qualcuno ti fa passare avanti con un sorriso gentile, quando in una certa tristezza sai leggere una profondità di campo che ti spinge verso sogni pieni di senso.
Lungo i Navigli, camminandoci a passo felpato come a voler braccare, da cacciatore di sensazioni, la preda dei tuoi ricordi, pensi a volte agli anni 80 deglutiti per sempre, spezzettati da fiumane caracollanti qui e ora di ragazzi in camicia bianco - entusiastico, di donzelle sculettanti a falcata doppia per voglia di vivere e bramosia dell’estate, da esposte birre lisce e cioè senza schiuma – e questa stupida mancanza è una delle poche assurdità che a Milano non perdonerò mai.
È una giostra un po’ più lenta, adesso, quella di questo passeggio interminabile.
Pagale! Mi disse un cinese, ridendo, una volta. Pagai. Glazie, disse lui. Plego, risposi io, milanese che sa adattarsi ai nuovi venuti.
Il cinese stava dalle parti dello stadio di San Siro, in un ristorante di sua proprietà vicino allo stadio: Trapattoni/ Mattheaus/ Ronaldo, gol. Una folla invisibile urla di gioia assurda, il rombo di questa grancassa di gola è come un tuono di Zeus che spezza in tronconi molli l’aria del mio quartiere per metà periferico. Nessuno ci fa caso, la Scala del calcio, la Mecca di troppi lavoratori precari, anche qui, ( e perché qui no?) e il polmone economico non è più tale, tossisce, sputa, o perlomeno respira da anni con molta più fatica di un tempo.Palazzo_Carmagnola.jpg

Fiumane di stranieri tra loro sempre più diversi, ogni anno che passa. Facce spesso scure spesso sorridenti, denti bianchi spiegati in sorrisi antichissimi e leggeri come la purezza che non può svanire se con la vera purezza si sta trattando. I peruviani sbronzi sul metrò che prendono a pacche sulla schiena altri peruviani sbronzi. Le mogli peruviane dei peruviani ridono dei loro mariti peruviani sbronzi e anche a me viene da ridere ma non so perché, l’importante non è sapere, l’importante è ridere soprattutto di noi stessi anche o soprattutto al cospetto degli altri.
Milano sa essere buona, sorridente e gentile con chi umilmente prova ad affrontarla a mani piene di voglia di comprenderla anche senza capirla. Forse questa città è una prova universale. Devi superarla, andare nel senso contrario rispetto alla fiumana degli umani che sembrano disumani soprattutto per via dell’ umanissima fretta che li abbindola. Una fretta però laconica. Dovuta forse a un bisogno di essere puntuali anche quando questo bisogno è solo un umano riflesso condizionato, un corrugamento del pensiero da umano cane di Pavlov sciolto, e gli impegni imprescindibili sono spesso degli alibi costruiti con cura per non pensare a fondo. Vai umilmente in controtendenza, se vuoi respirare meglio; salmone per puro spirito di sopravvivenza, nuoti controcorrente come il barcarolo romano, ma qui sei in un fiume in piena che non si vede ma si avverte nello svolgersi incrinato dalle ondate rifrangenti del traffico.
E’ più che possibile integrarsi in questa città conservando il proprio spirito veramente intatto, la propria fierezza d’origine denominata nel tuo intimo, nel tuo selvaggio cuore bandito di dove diavolo sei nato e hai vissuto fino a quando hai incontrato Milano, la puttana discreta, e ti sei fermato tutta la notte per rimanere nel suo letto, che la mattina viene da lei rifatto con lenzuola sempre nuove, perché i clienti sono sempre tanti.Monumento_al_Manzoni.jpg
Allora ci sei, allora sei già milanese anche se qui ci sei venuto per la prima volta soltanto un mese fa.

Milano sa essere buona, sorridente e gentile: e lo sa essere con chi ammette dentro e fuori di sé che questa città ha un’anima multitudinaria, che non è riassumibile, che se provi ad esprimerla in un concetto rischi di fare la figura del presuntuoso incosciente, che è camaleontica, che è spietata, spesso, con chi s’è fissato a vederla soltanto come tale. Una città cattivissima con i pedoni – ché spesso i piloti da teatrino accelerano proprio mentre stai attraversando la strada, anche qui per un riflesso condizionato che non ha spiegazione logica, o forse solo perché gli assassini a volte sono proprio i nostri gentilissimi vicini di casa; buonissima invece con chi prova a entrare in certi bar spesso da habitués per provare a parlare con un sorriso vero con la gente di qui, che è gente per la maggior parte fatta delle origini più disparate, che è gente di Calcutta, di Londra, di Bruxelles, di dove, dove non so, ma sì, di dappertutto e di nessuna parte, Europa come minimo, Pianeta Terra senz’altro, Universo al cento per cento.
Milano è una prova. Se il timido ha qualche probabilità di venir fuori totalmente e definitivamente dalla sua impasse caratteriale qui davvero può farcela, e se ce la fa vuol dire che senza saperlo aveva proprio la stoffa, ora cucita perfettamente addosso al suo abito mentale, dell’estroverso. Non sapeva di poter vincere, tutto qui; e a Milano ne ha la prova provata, ha potuto lottare e vincersi, e da questo momento essere estroverso in qualsiasi altra parte del mondo sarà per l’ex timido una semplice passeggiata sotto un sole che è la luce del mondo, da qualsiasi parte questo mondo provenga.
Cattolica dal Duomo in giù e calvinista negli uffici che contano. Denaro che non si vede ma si sente sgorgare asmatico dagli scappamenti di certe Porsche morbidamente rombanti, ed enormi come cassapanche semoventi da 250 km /h, e nere come i corvi del malessere di Van Gogh all’ultimo quadro mobile della sua ultima stazione del delirio.Il_Duomo.jpg

La metropolitana in discreto disordine, zeppa di gente stanca dal laverà, e sicuramente anche d’altro che non dice. Pochi parlano, pochi altri parlottano. Fuori, i clacson urlano ricorrente nevropatia, mentre la gente tace, o parla con la sordina; non la senti, devi tendere l’orecchio alzando il volume al tuo stereo interno in quasi costante fruscio di sottofondo. La mia Milano in tanti momenti è una città-film con la colonna sonora del rumore ma senza dialoghi.
Un città amabile se c’è l’amore, come dappertutto. Se hai voglia di intristirti per tante ragioni tutte condivisibili, qui non c’è problema, puoi morire da solo senza un battito di ciglia che ti sfiori lo sguardo. Se hai voglia di essere allegro c’è qualche problema, sì, ma di piccolo cabotaggio; tutto si può risolvere: Milano sa aspettare, ha pazienza, sa soffrire con dignità, soprattutto sa accogliere senza che tu te ne accorga, e allora certuni che a Milano hanno messo radici pensano superficialmente che qui ce l’hanno fatta da soli contro tutti, ma si sbagliano. Sai che ce la puoi fare, qui, se lo vuoi veramente, se qualcosa di veramente bello hai voluto intravedere in questa città dipinta con la fretta di un pittore distratto da chi non la conosce o non la vuole conoscere per un pregiudizio che è saggia verità, finché questa saggia verità si trasforma nella sua ancora più saggia sconfessione, e allora tutto ti può apparire del tutto diverso, sai che Milano ti può dare tanto, ti può dare persino tutto.
Milano la puttana discreta ti fagocita lentamente mordendoti i nervi del collo come un vampiro pieno di premure e si nutre della tua fretta di arrivare - se non altro a capire -, e del tuo marasma interiore, che è soltanto una delle tante espressioni della tua brama di vivere, e della tua fame di cielo.
Milano è come una donna che ti ama ma non te lo dice.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:15 | Comments (5)

08.07.06

Giro d'Italia con vibrisse: Cos'è Napoli

di Paolo Melissi (melpunk)

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. Il Giro si concluderà il 29 luglio prossimo. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Vesuvio2.jpgCome si fa a descrivere Napoli, ridondante per eccellenza, a costringerla nella forma della pagina? Napoli che è troppa storia, troppi monumenti, troppa letteratura, troppa bellezza, troppo vulcanesimo, troppa arte, e ingorghi, disoccupati, repubblica abortita, sangennaro, invasioni, maradona, mariomerola, scampia, viceré, terremoti, commedia, pizze, canzoni, camorra, spaghetti, stereotipi, pienzasalute, miracoli, festa farina e forca, quartierispagnoli, guarracini, pulcinella, benedetto croce, tammurriate, sangue sciolto e versato, bombardamenti, cartomanti, borse false, defilippo, emigrazione, fattura che non quaglia, italsider, achillelauro, speculazione edilizia, masaniello, speranze, turisti.

Quando torno a Napoli devo fare i conti con una necessità faticosa. Il treno s’infila nella curva che si chiude nella Stazione Centrale: a sinistra si vede il Vesuvio, a destra l’insegna del Discount di Giuseppina, e ha inizio l’esigenza di contenere l’abbondanza, lo straripare della città ma anche della memoria legata ai luoghi. È come se fosse necessario, ogni volta, attivare un “rituale" in grado di riprendere le fila, ricostruire, riannodare, dare ordine.

Per questo ci sono i percorsi. Sì, i percorsi, mai gli stessi in ogni occasione: camminare per la città, seguendo itinerari precisi, altro che flanêrie, che tocchino i luoghi necessari, quelli che sono iscritti, con il loro carico di memorie, nella mia storia personale. Per contenere la città, per far fronte al suo eccedere. Ogni luogo, al “camminarlo", si risveglia, e riporta a galla, fedelmente, immagini, ricordi, pensieri, sensazioni. Sono tutti chiusi lì nella pietra dei palazzi, nei mattoncini di pietra lavica che lastricano la pavimentazione delle strade, incisi sulle superfici dei palazzi, nei chiostri, nelle chiese, nelle scale ripide che attraversano la città collegandone i livelli. Gli occhi e le suole delle scarpe li risvegliano.PiazzaMartiri.JPG

Uno dei percorsi è quello che si articola lungo le strade del Quartiere Chiaia, in cui sono cresciuto, dove le memorie si addensano con forza: piazza dei Martiri con la colonna e i leoni intorno scolpiti dal mio bisnonno (dove da qualche anno c’è una Libreria Feltrinelli, che non è ancora entrata del tutto nella mia mappa personale), la Villa Comunale di fronte al mare (snaturata dai lavori di ristrutturazione) dove si andava a giocare a pallone, la Scuola Media Carlo Poerio (mi ricordo che scambiavo messaggi scrivendoli sul banco con una ragazzina che frequentava il turno pomeridiano che si firmava Loira), viale Gramsci (ma sempre viale Elena) dove c’è (?) la radio in cui ho lavorato.

C’è il percorso del Centro Storico, il cuore greco della città diviso ancora in Cardini e Decumani. Da piazza Dante, passa per Port’Alba, la via dei librai, sbuca in piazza Bellini dove si vedono resti delle mura greche, passa per il Conservatorio e la Libreria Colonnese, si allarga in Piazza Miraglia e si restringe in via Nilo, piega verso il “fulcro" di piazza del Gesù, luogo di liceo e di uscite serali, da cui si diparte l’altro percorso per Spaccanapoli, piazza San Domenico, via Mezzocannone, dove la memoria personale, liceale e universitaria, quella delle manifestazioni e della musica, si fonde con quella della Storia: Santa Chiara, la Cappella dei de Sangro, Palazzo Corigliano. E la Pasticceria Scaturchio, il cui babà nella storia un po’ è entrato.LeoniMartiriC.jpg
Un altro percorso è quello che scende dalla mezza collina del Corso Vittorio Emanuele (su cui a metà degli anni ’70 passava il carrettino di un rigattiere e uno di un impagliasegge, il riparatore di sedie), tagliando le strade e i vicoli ripidi dei Quartieri Spagnoli, per uscire su via Roma (via Toledo).

Percorsi o no, comunque, ogni volta che torno a Napoli mi trovo anche davanti a un dissidio: lo scarto tra ciò che ricordo essere Napoli quando vi abitavo e la Napoli di oggi. E mi trovo a inseguire questa linea in movimento, questo orizzonte. Ma Napoli è davvero cambiata? Sono io che, con uno sguardo diverso, la vedo diversa da prima? Cosa è cambiato davvero dietro le facciate dei palazzi rimessi a nuovo, dietro le oasi pedonali, dietro i turisti che finalmente la visitano? Me lo chiedo sempre, mi do noia da solo. Eppure la domanda rimane. E provo a rispondermi con altre domande. E se non fosse, invece, che la città in quanto tale, che i napoletani stiano cambiando? Mi spiego, e riporgo la domanda. E se i napoletani stessero perdendo, poco alla volta, la loro identità? Poi mi chiedo: Ma cos’è l’identità? È ciò che contraddistingue una cittadinanza, in questo caso,Spaccanapoli.jpg rendendola “proprio quella"? E i napoletani la stanno perdendo? Cosa rende, oggi, napoletano un napoletano? E poi, se pure la stessero perdendo, ne acquisterebbero un’altra. Sempre identità è, no?
È l’interrogativo che scorre sotto traccia nel bel mezzo dei pensieri che accompagnano un percorso: nel Quartiere Chiaia, attraversando i Quartieri Spagnoli, a piazza del Gesù, a Montesanto, alla Sanità. Perché, a pensarci bene, ogni volta che torno a Napoli provo un po’ di spaesamento. Un cambiamento palese, quantificabile segnerebbe irrevocabilmente una perdita: la città in cui abitai, in cui fui, che ricordo.

Ogni volta che vado a Napoli me lo chiedo, se è cambiata. E continuo a chiedermelo mentre il treno, uscito dalla Stazione Centrale, imbocca la curva dalla quale si vede a destra il Vesuvio, e a sinistra l’insegna del Discount di Giuseppina.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:26 | Comments (0)

04.07.06

Giro d'Italia con vibrisse: Fano (Ps)

di Lucio Angelini

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. Il Giro si concluderà il 29 luglio prossimo. bdm]


[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Palazzo_del_Podestà.jpgEd eccomi a Fano, ombelico del mondo, per un paio di giorni. Fano, città romana, prende il nome da un antico tempio dedicato alla dea Fortuna (FANUM FORTUNAE) "forse inizialmente solo un piccolo sacello a ricordo della famosa battaglia del Metauro che nell’anno 207 a.C. vide sbaragliato dalle legioni romane l’esercito del cartaginese Asdrubale, intorno al quale si sarebbe poi sviluppato l’abitato: all’inizio non più di un conciliabulum là dove la consolare Flaminia - aperta nel 222 a.C. -, ormai prossima al mare, volgeva a nord in direzione di Rimini".

Fontana_della_Fortuna.jpgLa statuetta della Fortuna nella fontana della piazza è fasulla. Quella vera (be', solo della fine del Seicento) è al museo. Ma se si mettono le dita nell'acqua della fontana, il 2006 non potrà che essere fantastico. Il Teatro, invece, per cambiare un po', si chiama Teatro della Fortuna...Basilica_Cattedrale.jpg
Per altre notizie storiche: http://www.comune.fano.ps.it/pagina.asp?pag=782
In più a Fano c'è la mia mamma:-) sempre pronta a farmi i cappelletti. Ecco la ricetta:
CAPPELLETTI IN BRODO ALLA FANESE
Il segreto è nell'impasto: 1/3 di carne di vitello magro, 1/3 di magro di maiale, 1/3 di carne di petto di pollo.Arco_Augusto.jpg Cuocere il tutto con burro, sale. Fare a pezzi, macinare e impastare con abbondante parmigiano grattugiato (100 grammi ogni kilo di impasto), + noce moscata + un niente di buccia di limone + 2 uova intere ogni kilo di carne usata. A parte si sarà preparata la sfoglia (1 uovo ogni etto di farina). Ritagliare la sfoglia a cerchietti con apposito strumento o anche con un semplice bicchierino rovesciato. Mettere al centro di ogni dischetto una porzione di impasto e chiuderlo in forma di piccolo cappello (cappelletto). Il brodo in cui cuocere i cappelletti, naturalmente, dovrà essere buono, non di dado:-/

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 14:23 | Comments (3)

01.07.06

Giro d’Italia con vibrisse: Manerba del Garda tra pietre, ulivi e ciliegie (Bs)

di Simona Cremonini

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. La data di chiusura per l'invio del materiale (30 giugno 2006) è trascorsa, quindi il Giro si concluderà con l'ultima tappa fissata al 29 luglio. Grazie a tutti coloro che hanno voluto partecipare a questa impresa simpaticissima. Una volta concluso il Giro i testi saranno raccolti in un pdf scaricabile. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Manerba4.jpgQuando l’ho letto la prima volta, non mi sono stupita di apprendere che, tanti secoli or sono, fu la bellezza della Valtenesi a convincere gli dèi a stabilirsi qui dopo la fuga dall’Olimpo per sfuggire alla furia del gigante Tifone. Questo lembo di territorio, situato vicino al basso versante bresciano del lago di Garda, è caratterizzato da una morfologia dolce, ondulata, non aspra come nel resto del lago, dove i monti degradano rapidamente verso l’acqua in ripide scarpate.
Le colline moreniche disegnano nella Valle degli Ateniesi una regione armoniosa, completata da un delicato fregio di vigneti, oliveti e campi coltivati e da spiagge sassose. Un luogo che, fino a pochi anni fa, nella sua bellezza non era quasi intaccato dall’espansione edilizia.

Io ricordo la Manerba della mia infanzia, quando le seconde case erano poche ed erano o grosse ville o piccoli bungalow, oppure, per chi non poteva permettersele, c’era il campeggio. Un comune, Manerba, in cui non esistevano i residence-di-monolocali-a-pochi-chilometri-dal-lago-ma-rigorosamente-con-piscina, bensì per rinfrescarsi bisognava scendere in spiaggia o (i pochi fortunati come me) uscire in motoscafo sul lago.Manerba1.jpg
Mi ricordo che di fianco a casa mia c’erano dei campi incolti. O forse erano coltivati ma, qualunque cosa ci coltivassero, d’estate erano pieni d’erba e di fiori. C’era un grosso ciliegio che faceva la gioia della mia famiglia, con dei piccoli frutti dolci e succosi.

Da una decina d’anni al posto del campo (e del ciliegio) c’è un piccolo centro commerciale con un ristorante. Dispiaciuta per la perdita delle ciliegie, devo dire che sono molto impressionata da quello che ho visto mutare nel paesaggio di Manerba negli ultimi quattro o cinque anni. La statale gardesana non è più una stretta arteria congestionata a ogni incrocio, ma una serie interminabile di rotonde. Le costruzioni di pietra che rendevano affascinante e quasi incontaminato il paesaggio rurale sfavillano di nuovi colori dopo ingenti ristrutturazioni oppure, in qualche caso, hanno lasciato posto a massicci agglomerati di miniappartamenti.

Il borgo vero e proprio di Manerba, invece, non è cambiato granché. Abbarbicato sulla collina (d’altronde gli abitanti hanno sempre avuto una vocazione agricola), presenta strettissime vie di case in pietra, compatte tra loro. Il martedì, il giorno di mercato, in alcuni punti i vicoli sono così sottili che il passaggio a piedi davanti ai banchi risulta congestionato.
Manerba si allunga per restare in equilibrio sulla collina morenica, aggrappandosi all’unica asperità che si incontra nella zona: la Rocca di Manerba, uno sperone brusco e verticale che ospita alcuni insediamenti di epoca romana.Manerba2.jpg
La Rocca rappresenta un punto di riferimento per tutto il basso lago, con una grossa croce che ricorda, secondo una leggenda, l’impresa del giovane Tosello, il quale liberò la zona da un feroce lupo facendolo precipitare nel lago.
Si dice anche che la sagoma della Rocca ricordi il profilo di Dante Alighieri; la cosa curiosa è che Dante, ghibellin fuggiasco a Verona, sarebbe a suo tempo realmente transitato in questi luoghi, visitando l’isola di Garda (situata più a nord, all’altro estremo del golfo di Manerba) e cantando il lago nella Divina Commedia.

Ma la storia che amo di più su Manerba è la leggenda che parla di un mugnaio, Marco.
Arrivò in paese e costruì un grande mulino. Per molto tempo esso prosperò grazie alle preghiere che il mugnaio rivolgeva ogni giorno al suo santo, San Sevino, perché gli mandasse l’acqua che gli serviva per il suo ruscello.
Un anno però la siccità si fece sentire particolarmente forte e anche il santo parve sordo alle richieste di Marco.
Sicché una sera il mugnaio incontrò un vecchio frate e gli raccontò le sue sventure. Questi gli consigliò di rivolgersi al diavolo, che avrebbe senz’altro esaudito i suoi desideri. Il mugnaio gli diede ascolto e il vecchio frate, che non era altro che BelzebùManerba3.jpg presentatosi sotto mentite spoglie, lo accompagnò a una pietra dove Marco lasciò l’impronta della propria mano e il diavolo quella del proprio piede. Il mugnaio avrebbe avuto l’acqua che gli era necessaria in cambio della sua anima.
Così fu.
Il mugnaio prosperò per tutto il resto della sua vita. Ormai ottantenne cominciò a temere il sopraggiungere della morte e si pentì della propria scelta, ottenendo l’assoluzione.
Il diavolo fu costretto perciò a sciogliere il patto, trasformando tutte le ricchezze di Marco in paglia.
Si dice che la pietra esista ancora e che sia stata utilizzata per la porta della Chiesa di San Sevino, dove sarebbero ancora identificabili i segni della mano e del piede.

Certo che se invece di usare una pietra i due avessero usato un tronco, magari il mio ciliegio avrebbe fatto una fine migliore.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 15:35 | Comments (0)

27.06.06

Giro d'Italia con vibrisse: La mia Viareggio

di Rosanna Rota

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. Sono arrivati articoli sufficienti a coprire fino al 15 luglio. Chi desidera partecipare deve affrettarsi. Infatti, al 30 giugno 2006 è fissata la scadenza per l'invio del materiale. Tutti i testi pervenuti fino a quel momento saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Verranno poi raccolti in un pdf scaricabile. bdm] [tutte le tappe del Giro d'Italia]

Molo_di_Viareggio.jpgQuanto può mancare il mare. Solo chi c’è nato lo capisce.
Ti manca l’odore, ti manca l’acqua viva che viene a lambirti i piedi.
Allora, se abiti come me in una città attraversata da un fiume, vai a cercare l’acqua, la guardi dai ponti, scendi a camminare sugli argini, ma non ti basta: il fiume non ti corre incontro, lui se ne va nella sua solitudine parallela, porta altrove i suoi tesori, e poi ti manca l’odore...
Allora vai verso il mare più vicino, e ti ritrovi in una città magica, che è Venezia. Dovresti essere contenta, e invece la laguna non è il mare, è una pozza addomesticata, ferma come un acquario...

Però basta un piccolo sforzo e lì vicino lo trovi, il mare vero, e quasi quasi stai per calmarti, quando ti accorgi che i tramonti sono dalla parte sbagliata, che il mondo è tutto alla rovescia, che anche questo mare ti è straniero, questo mare che si rifiuta di abbracciare il sole la sera, quando è ora di andare a dormire...Tramonto_al_Molo.jpg
E allora devi proprio scavalcare l’Appennino,...Canale_Burlamacca.jpg
e appena hai superato le creste, se sei fortunata e tira l’aria giusta, ti arriva l’odore del mare, che potresti raggiungerlo ad occhi chiusi.
Così arrivi alla tua spiaggia, ti togli le scarpe, cammini sulla rena morbida, il mare ti riconosce e viene ad accucciarsi ai tuoi piedi.
Solo in quel momento ti viene voglia di voltarti e di guardare la città, che è lì, inarcata sulla costa, e ti osserva con le spalle protette dalle Apuane taglienti.
La mia Viareggio non è la Viareggio estiva delle poppe al sole né quella carnevalesca delle allegrie forzate, non è la sanguisuga dei turisti. È una città fatta più di ricordi che di realtà. È la chiesetta antica della SS Annunziata, nel quartiere dei pescatori, che quando ero bambina aveva il pavimento tutto dissestato, a onde come il mare. Chissà, magari ora l’hanno restaurato ed è perfettamente livellato. È la Piazza delle Paure con il terrificante monumento di Viani, monito contro tutte le guerre,.Lorenzo_Viani_Monumento_ai_Caduti.jpg circondata di platani maestosi, che da anni sono morti di un morbo incurabile, lasciando il luogo ancora più desolato e spaventoso.

È il Palazzo Paolina dove generazioni di scolari hanno frequentato le medie fra colonne neoclassiche, favoleggiando della sorella di Napoleone che scendeva nuda a fare il bagno nel mare, lì vicino, proprio dove in seguito le onde riportarono il corpo senza vita di Shelley. Ora ho letto che è diventato un museo, e si doveva fare, per conservare le pietre e il ricordo, ma non ho ancora avuto il coraggio di visitare la nuova versione del luogo, destinata a sovrapporsi a quella viva nella mia memoria. E poi c’è il Gran Caffè Margherita,Gran_Caffè_Margherita.jpg
con le sue cupolette liberty, dove ancora aleggiano i fantasmi di un secolo fa: Puccini, Marconi, Ermete Zacconi... trasformato in una pizzeria-tavola calda dalla necessità di sopravvivenza, sembra vergognarsi del suo lusso un po’ snob, ormai fuori tempo...Molo_La_Madonnina.jpg

Ma c’è un luogo che riesce a comunicarmi sempre le stesse emozioni: è il lungo molo che dal canale Burlamacca porta verso il mare aperto. La strada che i miei passi furiosi di adolescente percorrevano per raggiungere la piccola rotonda, là in fondo, circondata di scogli, dove si poteva illudersi di essere in mezzo al mare, lontani dai propri guai e dalle proprie rabbie. Arrivi in cima e, se non ti volti, vedi solo acqua, al massimo l’altro molo e qualche barca che rientra senza fretta. Il tramonto versa oro liquido nelle onde e tu non sai quanto resti a guardarlo. Quando decidi di tornare indietro, ti accorgi che ormai è sera, e che le luci della Darsena ti fanno festa da lontano.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 11:04 | Comments (3)

24.06.06

Giro d'Italia con vibrisse: Torino

di Francesco Forlani

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. Sono arrivati articoli sufficienti a coprire fino al 15 luglio. Chi desidera partecipare deve affrettarsi. Infatti, al 30 giugno 2006 è fissata la scadenza per l'invio del materiale. Tutti i testi pervenuti fino a quel momento saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Verranno poi raccolti in un pdf scaricabile. bdm]

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Piazza_San_Carlo.jpgA scena aperta

Non meraviglia affatto che nello stato delle cose, ma dovremmo dire le piazze, i torinesi abbiano trovato proprio qui il loro posto naturale. Quando per risolvere il problema dei pensionati che a Torino sono una parte non trascurabile della città, si decise, con un’idea a dir poco geniale , di sostituire le lamiere di recinzione con strutture a grata. Pare che gli anziani complicassero, a causa della loro innata curiosità il lavoro dei cantieristi, sporgendosi da ogni fessura disponibile tra le lamiere. Chissà se però l’ideatore della soluzione si sarebbe immaginato che da quando nelle grandi piazze di Torino e prima su tutte piazza San Carlo, sterrata, sprofondata, divelta, insomma in pieni lavori, proprio tra i cantieri sarebbe emigrato lo spettacolo naturale della città.

Se infatti per un parco, o una foresta, la messinscena è costituita dal sibilo del vento tra il fogliame, dal crepitio dell’erba calpestata o dal colpo d’acceleratore di una macchina improbabile all’orizzonte, la scena aperta di una città sono i flussi di pendolari alla stazione, gli incroci vivi del centro e i punti nevralgici della “polis" dove le traiettorie degli autobus, o lo stridere dei freni dei tram, compongono quell’armonia sovrana della metropoli. E questo lo aveva capito Walter Benjamin, con le sue promenades, certe visioni futuriste di folla e movimento tra la folla immortalate dai pittori Balla o Boccioni e ancora Philip Glass con il suo omaggio alle nuvole di New York, che cavalcano il cielo dei vetri dei grattacieli sulle note di un minimalismo accecante.Portici_Piazza_San_Carlo.jpgQuel che accade passeggiando tra i portici della piazza San Carlo – il torinese soffre di agorafobia ed è per questo che percorre le grandi piazze tenendosi lungo il suo perimetro - è la realizzazione del concetto stesso di scena aperta. Centinaia di persone in veste di spettatori solitari più che di massa, ovvero su segmenti di tempo e spazio a loro congeniali: una pausa caffè, un giro per compere o per servizi, sul lato destro della piazza piuttosto che quello immediatamente alle spalle, verso Porta Nuova. Lo spettacolo è continuo e la partitura interpretata oltre che dagli arnesi e macchine presenti sui cantieri, si arricchisce dei gesti e movimenti degli operai, dell’esibizione della forza o della concertazione dei compiti. Quando dalla profondità delle fondamenta, su cui spiccano colonne romane di origine ignota – uno spettatore chiede ad un altro se sono vestigia di un ponte o di mura - giungono voci e a stento se ne indovinano gli idiomi. Basterebbe del resto osservare le maestranze per capire da dove provengano i nuovi migranti e come un tempo ottimi massoni furono quelli di Carrara ora sono di Danzica o rumeni.

Sono voci distinte, frasi rade e urlate, soprattutto al crepuscolo come protette dal silenzio di quartieri senza macchine, alla maniera di quelle dei calciatori in uno stadio a porte chiuse. Chissà cosa dicano, o facciano. E per ogni spettatore che se ne va ce n’è un altro che sopraggiunge come in una metafora. Torino che è la città in cui l’insulto peggiore consiste nel dire a qualcuno: “né me tu l’è propre un bugia nen" uno che si muove lento, proprio perché il torinese è tradizionalmente lento, vede se stessa cambiare, e anche in fretta. Da città del lavoro operaio in lavoro della e sulla città e si vede trasformata attraverso lo sguardo degli altri nella speranza di trasformarsi a sua volta attraverso i suoi abitanti. Quei gesti reiterati tra la polvere del cantiere e quella del tempo diventano così un’ultima icona di cui, a lavori ultimati, resterà solamente il ricordo. Il lavoro come il rumore di fondo di un tempo - a barriera di Milano il cuore della Grandi Motori che pulsava con forza titanica scandiva il tempo degli abitanti come altrove facevano i campanili - che vuole un altro presente. E sfodera un canto di gesti e meccanica quasi a ricordare ai nuovi spettatori, certamente operai d’altri tempi, cosa fossero quei tempi, di catena di montaggio e giovinezza, e che lo spettacolo che sta per cominciare ridesterà il suo pubblico da quello ormai finito.Galleria_Umberto.jpg


L’arte del desiderio
(Da Capitoli Pavesiani)

Desidera?
Generalmente, e voglio dire in qualsiasi altra città del mondo, è con queste parole che il commesso di un negozio accoglie il cliente. Come se nei templi del dio commercio l’antica lanterna magica ed il suo genio resuscitassero ad ogni nuovo ingresso di cliente, per ogni seduzione riuscita e trasmessa dai pochi capi esposti in vetrina.
Perché il desiderio è comunque il sintomo di una mancanza. E quello che manca è il bene che si vuole, o meglio si desidera. E più tale bene diventa prezioso tanto più precisa sarà la richiesta del cliente. Non si entra in gioielleria come al supermercato!
Dove nell’esposizione dei beni di prima necessità, ovvero l’alimentare, si può vagare comodamente tra i comparti anonimi e deserti, senza più commessi. Perché è l’oggetto medesimo a suscitare il desiderio spesso per ragioni sorprendentemente futili, come il colore della confezione o la sua collocazione all’inizio o al termine del viaggio. Cose che sono come certi prodotti della nostra mente, impertinenti, sovrani eppure cosi inattuali, al punto da scadere inesorabilmente – possono i sogni scadere? - come certi yogurth o fibre di soja.
A Torino invece ti dicono: Ha bisogno? Che certi meridionali mutano in Ha di bisogno?
Mi è addirittura capitato di sentirmi sussurrare da una commessa mentre con un po’ di fretta uscivo senza aver subito il fascino di alcunché: Aveva bisogno?Parco_del_Valentino.jpg

Ora, bisogno e desiderio non sono la stessa cosa. Non posso aver bisogno di una donna così come posso desiderarla. La logica di queste due pulsioni – ma si dovrebbe dire passioni? Istinti? - è tutta nella differente visione del mondo che le sovrasta. Seppure entrambe fondate sull’assenza evocata dalla commessa, l’una quella del desiderio veste la prima commessa dei panni della creatrice e artefice dell’altrui felicità, relegando la seconda commessa, quella del bisogno, nel ruolo di rappacificatrice, consolatoria.
In altri termini, il superamento dello stato di bisogno attraverso l’atarassia invocata dal cliente, - abbiamo bisogno di un dentifricio o di uno smacchiatore, che poi non useremo mai perché o perché non funzionano mai o perché non siamo in condizione di farlo agire - avviene per annullamento del sintomo. Una vita i cui bisogni siano accontentati è mettere al primo posto necessità dei beni e soddisfazione di tale bisogno.Borgo_Medievale_Ponte_Levatoio.jpg Al contrario, il desiderio si realizza in un continuo ravvivamento, esattamente come per le coppie, nel senso che cosi dovrebbe essere. Più il desiderio è più esso si fa. La commessa dei desideri coltiva il campo dei desideri del cliente come un giardino in cui si possa entrare o uscire secondo piacere. Quella del bisogno deve innanzitutto accontentare il cliente, cioè fare in modo che la sua soddisfazione metta fine al bisogno. Si soddisfa un bisogno, si esaudisce un desiderio, dicono i più.
A Torino, dove solo il segreto è una chiave che apre molte porte, e la discrezione comunica quel senso di vuoto descritto dai forestieri, il giardino, è oltre le porte, il desiderio in una sfera che non lascia alcuno spiraglio all’estraneità. La commessa torinese non si spingerà mai fin lì, nell’altrui desiderio, ma al massimo nel più ordinario e terreno comune del bisogno. Torino è stata per tutto il dopoguerra la città in cui con movimenti di massa d’emigrazione ed abbandono delle campagne, si poteva soddisfare un bisogno. Oggi tra antichi contro viali divenuti boulevards comincia a farsi sentire il profumo del desiderio quasi a volere spazzare via l’odore del bisogno. Ma non per tutti. Et ainsi s’en va la vie.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:57 | Comments (5)

20.06.06

Giro d’Italia con vibrisse: Pomarico (Mt)

di Nunzio Festa

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 15 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]

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Panorama_dal_rione_Castello.jpgSopra i dolori dello sviluppo malato d’una valle martoriata, la Valle del Basento, spunta Pomarico. Come spunta all’orizzonte, comunque affascinante in virtù della bella posa del centro abitato, una selva di ripetitori, che quasi sembra di stare in quel famoso punto di Roma. Ma il nome di questo piccolo comune (meno di quattromila cinquecento abitanti reali) della piccola Basilicata, per colpa dello spopolamento, tenaglia d’una regione dotata di tanto e venduta di molto, parla di natura; ormai è certo: il nome Pomarico deriva da qualche termine latino che richiama la presenza significativa di frutta. Infatti, si è ancora indecisi nell’attribuire la derivazione del nome a “Pomarium", ovvero frutteto, a “Pomaria Locus", oppure, addirittura, “Pomi Ager", queste ultime due possibilità fanno pensare a un luogo ammantato d’alberi da frutto.

La storia, che non è facile smentire, afferma, invece, che la Pomarico d’oggi non è quella di ieri. L’esistenza degli spazi attualmente vissuti non è correlata, infatti, a un altro vecchio luogo fortificato, detto Pomarico Vecchio, forse risalente a un’epoca precedente il V secolo a.c. Questo antico insediamento sorgeva a circa 11 chilometri dall’odierno e, per sette anni, è stato sito archeologico (1989 - 1996).Antenne_all'ingresso_di_Pomarico.jpg
Durante i lavori fu scoperta la presenza di moltissimo materiale, dagli armamenti ai classici oggetti usati in casa, ovviamente ricchi lavorazioni pregevoli. Nel ventre dell’antico agglomerato v’era Casto Cicurio, chiaramente munito di mura possenti. Quest’insediamento subì una forte influenza greca, che cambiò i connotati al borgo; siamo sempre al tempo degli Enotri. Testimonianza di questi passaggi epocali e di fatti di migrazioni conquistatrici sono le tombe che nel sottosuolo hanno fatto casa. Castro Cicurio è d’epoca romana, mentre l’attuale Pomarico nacque nel 850 d.c., dopo la distruzione (ripetutasi per tre volte) di Pomarico Vecchio, portata a compimento dai Saraceni.

Il comune fu martoriato dalle dominazioni straniere e dal diritto di proprietà dei Benedettini di San Michele Arcangelo contendenti della Contea adiacente al territorio in questione. Una serie di feudatari, inoltre, ha potuto vantarsi di possedere Pomarico. Dalla seconda metà del Settecento furono i Donnaperna, ai quali si deve la volontà politica e dittatoriale d’erigere un’imponente palazzo. E alcuni briganti si fecero pure notare in paese per la sfrontatezza delle loro azioni e la crudeltà delle loro gesta.Piazzetta_del_rione_Castello.jpgPercorrendo le viuzze del rione Castello, ci s’accorge di quanta bellezza sta nelle strettoie e nei respiri delle cose depositate dal trascorrere degli anni. Spicchi di mondo che, in questa zona storica, sono poco frequentati e ancor meno abitati. Per fortuna da qualche anno, villeggianti pugliesi si stanno impegnando per il recupero funzionale di tante abitazioni che gli abitanti del posto hanno abbandonato.

Le incertezze delle pomaricane e dei pomaricani discendono da anni di disoccupazione e di difficoltà sociali. Il famoso e tanto osannato sviluppo della Val Basento si è rivelato nient’altro che una macchina per creare rifiuti e svuotare gli antichi templi nell’area industriale, aggiungendo una nuova ferita alle tante che hanno colpito la gente lucana, martoriata in più dal lavoro perennemente precario e dal continuo ricorso alla cassa integrazione che ha lasciato sulle spalle e negli occhi delle famiglie il peso di tanta amarezza e delusione. La chimica la faceva da padrona. Era dittatrice esattamente alla maniera dei regnanti “pomaricani" succedutesi nel tempo. Sarebbe facilissimo disegnare una cartolina del paese, per attirare gente da tutti gli angoli del Pianeta. Però, in questa parte di Sud, nulla ruota mai al meglio. Complice è stato quello strapotere imperante e culturalmente massacrante del partito unico, che dalle nostre parti vestiva panni scudocrociati. Teso a una specie di populismo condito di trionfalismo e di odio. Lanciato, esclusivamente, alla consacrazione e perpetuazione dello stesso potere, che nelle cabine elettorali prendeva le sembianze d’un solo nome e d’un solo dio.Palazzo_Glionna.jpg

Pomarico è ascrivibile alla categoria dei Comuni che stanno a mano a mano perdendo vita. Sono soprattutto le giovani generazioni a fuggire. Magari lontano, anche. A volte per non ritornare. Molte volte. Questo fenomeno negativo è da indagare a fondo, evitando di cadere nelle trappole elettoralistiche d’una parte dei soggetti politici. La fuga dei giovani marca un inarrestabile invecchiamento della comunità non più in grado di osservare e valutare attentamente le problematiche indotte da una società moderna. Ormai le persone anziane sono predominanti nella composizione demografica di Pomarico.
Un altro aspetto inquietante è la situazione geomorfologica del territorio.Corso_Garibaldi.JPG Le frane sono quasi all’ordine del giorno. Piccoli cedimenti si verificano ogni tanto nel centro abitato e nei siti non popolati. Una talpa sembra che stia rosicchiando i piedi d’argilla del comune. Una talpa che attacca e prosciuga le vene di Pomarico.
Il paese è diviso in due parti. Il centro del paese è separato, non per volontà dei cittadini, dal quartiere Aldo Moro, che è la parte più “nuova" del centro abitato, costruita recentemente. L’assenza, ad oggi, di un Piano Regolatore Generale, ha sollecitato la costruzione di edifici “fuori" dal cuore del paese, dispersi sul territorio senza alcun criterio di distribuzione sia funzionale sia di “socializzazione della collettività".
Nonostante ciò, Pomarico è un paese che conserva molte malie. Lo dimostrano le forti emozioni che il suo paesaggio, di una bellezza assoluta, riesce ancora a suscitare nei visitatori.
Nelle campagne pomaricane e fra le maglie del tempo, trattenuto fra archi e strettoie, si può rintracciare ancora oggi ciò che di suggestivo e fascinoso si nasconde nel nome che i latini vollero dare a questo tassello di meridione.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:05 | Comments (4)

17.06.06

Giro d’Italia con vibrisse: Siracusa

di Francesco Randazzo

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 15 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]

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Piazza_Duomo.jpegSiracusa è un corpo di pietra e mare, sdraiato con indolenza sulla costa sinistra del golfo naturale che l’accoglie da millenni. Pietra bianca, abbagliante. Mare obliquo di colori indefinibili con parole. La stasi millenaria della roccia greca, scolpita assecondando le curve naturali, dal Teatro di Democopo scivola con un movimento lentamente in discesa verso la pietra severa e squadrata del quartiere umbertino e gli innesti funzionalisti del ventennio, fino al sorprendente tripudio del barocco che sembra esaltare la città nel suo incontro col mare, come se l’isola di Ortigia, suo culmine, inizio e fine, fosse la testa ricciuta di una donna bellissima e indolente che sogna, cullata dalla calma risacca del golfo a ponente e stuzzicata dalle mareggiate ombrose a levante. Ed è quello il centro pulsante della città, da sempre. I vecchi dicevano, uscendo di casa: “Vado a Siracusa", intendendo Ortigia. Come se la città tutta, compresi quegli slabbramenti d’adipe cementizia poi cresciutile addosso e intorno a partire dal boom degli anni sessanta, e che ancor oggi purtroppo continuano, raggiungesse il suo compimento, la sua piena realizzazione, nel nome e nella concretezza del vivere, soltanto lì, in quella testa di sei chilometri di circonferenza, dentro la quale ognuno ha bisogno di pensarsi ed essere pensato.

L’aria e il cielo in Piazza del Duomo sono talmente tersi, perfettamente accolti dall’ovale barocco che come una bocca li sospira, che ci si sente vinti da un languore dolcissimo ed esaltante, qualcosa che ti strugge ma ti lascia incapace di fare o decidere alcunché. Sei già dentro la perfezione. Siracusa è la città dei destini sognati più che compiuti, delle sublimi torri d’avorio dove si rinchiudono non soltanto gli scrittori o gli artisti, ma anche gli idraulici, i muratori, gli impiegati.ponte.jpeg Ci si respira e si pensa, si sogna e sospira; a volte però, si imbastiscono anche clamori e persino liti che sembrano impetuose, come un fremito nervoso e acuto che può cogliere il corpo nel sonno, ma alla fine l’eternità che ti circonda, acquieta tutto, si vive benissimo così e così si può anche morire. Compiere il viaggio d’una vita volando in verticale ma non avanzando mai. È affascinante, se ci stai dentro o se arrivi da fuori e c’entri per la prima volta in questo spleen sublime: è come la testa di Medusa che non puoi fare a meno di guardare, ma ti dissolve, accarezzandoti il respiro e impadronendosi del tuo corpo, reso di pietra e mare anch’esso.
I destini si susseguono, con apparente spensieratezza e sempre un sentore di divina malinconia.
È, perciò, un luogo dove tutto può accadere, ed i confini fra reale ed irreale diventano fievoli, mutabili, incerti.marepietra.jpeg

Così, a volte, nelle notti d’estate, è possibile vedere, lungo la Passeggiata diritta della Marina, sparire gli yacht come in dissolvenza con l’oscurità e le stelle; e nell’aria sospesa, calda d’afa e salsedine, si sentono dei piccoli passi e si vede avvicinarsi una bambina dai capelli scuri e lunghi, perfettamente divisi in due trecce fermate da nastri, il visetto rotondo cosparso di lentiggini, con un vestitino di taglio elegante ma fatto in casa: a passetti decisi te la vedi arrivare davanti e sorriderti. Poi si volta, come se cercasse qualcuno. E lo vede, e tu insieme a lei: un ragazzetto magrissimo, di tredici o quattordici anni, con i capelli biondissimi, quasi bianchi, coperto solo da un costume da bagno, che, dritto in piedi su una bitta della banchina, sta per tuffarsi.marina.jpg La bambina grida e comincia a correre, ma il ragazzo s’è già tuffato ed è stato inghiottito silenziosamente dalle acque scure del porto. La bambina non grida più, ma continua a correre fino all’orlo della banchina, nel punto dov’era il ragazzetto biondissimo. Non si ferma, corre ancora, come se non s’accorgesse dell’acqua, per un attimo sembra sospesa, circondata dal silenzio e dall’oscurità. Chi la vede tenta di correre verso di lei, ma già non c’è più, soltanto sembra di vedere il colore chiaro dell’abitino, che viene risucchiato dall’acqua torbida. E poi dalla schiuma della risacca si vedono spuntare due braccia nervose che s’aggrappano, ma è il ragazzino che riemerge, risale sulla banchina. Sta lì, dritto in piedi, per qualche attimo, grondante di gocce salate e da vicino si vedono chiarissimi i suoi occhi azzurri, col bianco intorno un poco arrossato dal sale. Guarda l’acqua, come se aspettasse qualcuno anche lui, che però non ha visto la bambina cadere in acqua. È inutile tentare di dirgli, preoccupati per la sorte della piccola annegata, di rituffarsi per salvarla, perché sempre il ragazzo guarda chi gli parla con irritazione, scrolla le spalle e comincia a correre verso gli alberi dall’altro lato della Passeggiata. Inutile cercare d’inseguirlo, perché sempre, dopo pochi passi, scompare.
Succede così. Anche se è irreale. Ma sembra vero se lo vedi. Non sembrano fantasmi, sono concreti, qualcuno dice d’averli toccati, ma si dissolvono, come tutte le vite che scorrono in quella città dal corpo di pietra e di mare, dal respiro che illude, inganna e scioglie.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 09:30 | Comments (9)

13.06.06

Giro d’Italia con vibrisse: Cortona (Ar)

di Remo Bassini

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 11 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Cortona.jpgÈ sempre uguale. Ma in alto: in alto, da dove in lontananza s'intravvede il Trasimeno, in alto in alto, vicino alle stelle e accanto alla fortezza c'è lei, incartapecorita ma resistente al tempo: Santa Margherita da Cortona, la terza luce dei francescani, la santa meno santa tra i santi, peccatrice, sposa illegittima di un signorotto, madre anche, ma che per Cortona è la grande santa: della grande profezia.
Nessuna guerra, mai, su questa città, disse.
Infatti.
E scendendo, sul sentiero che dalla basilica porta al centro di Cortona, ecco le tracce della riconoscenza cortonese: le stazioni della Via Crucis, con mosaici di Gino Severini, il cortonese più francese di Cortona.

Andò così. Quando finì la seconda guerra mondiale fu sciolto il voto. Perché Cortona, a differenza di altre città dell'aretino, non era stata bombardata, non ci furono bagni di sangue. La Santa aveva vegliato sulla sua cittadina prediletta, retta da lucumoni, per secoli e secoli. Così la Curia domandò a Severini, Severini il francese, Severini il futurista, di dare vita e colori alle stazioni della Via Crucis.
Si ispirò al Signorelli, Severini, al Rinascimento, ma la sua mano francese e moderna si vede, e la videro i contadini che, di fronte a quegli abiti della Madonna troppo colorati, troppo naif, ritennero d'essere di fronte a un'opera blasfema, di un francese appunto: e quei mosaici, dopo sassate, restauri e ancora sassate, ora son protetti: da vetri (ma non c'è bisogno, ché adesso i contadini sono meno comunisti e meno devoti alla Madonna di cinquant'anni fa).
E poi s'arriva nella città dei saliscendi: c'è solo il grande corso, solo lui, che è in piano. La ruga piana. Appunto. Attorno vicoletti e vicoli dai nomi che ricordano gli scontri a sangue tra guelfi e ghibellini: Vicolo della Notte, Vicolo del Precipizio.
E c'è Dante Alighieri che fa capolino da una finestra di Palazzo Casali. La Divina Commedia «madre», quella scritta di suo pugno, chissà dov'è, ma una delle tre figlie, è conservata nell'Accademia Etrusca (che non si sappia però: solo i cortonesi che stanno lontano lo sanno che uno dei tre codici è conservato lì: meglio).Cortona1.jpg

Poi le mura, le porte di una città della dodecapoli etrusca. Gli aruspici sapevano: c'era il viandante che entrava dalla porta del buon auspicio, e quello che invece faceva oltrepassare le sua membra in quella dei cattivi presagi.
Chissà da che porta entrò il sicario che voleva uccidere Frate Elia, colui che San Francesco «aveva scelto come madre per sé e costituito padre degli altri frati».
Già, le porte di Cortona, le porte e le mura che tutti dicono etrusche ma che non son tali: furono i Medici a edificarle.La_Fortezza.jpg Cortona, quella etrusca, dorme, sotto. Sotto le vecchie osterie, dove la chianina va mangiata al sangue, o le nuove enoteche: ché da qualche anno c'è l'esplosione del turismo americano e i cortonesi, che una volta vestivan da contadini, ora son tutti firmati pure loro, tutti un po' americani... (e pensare che dicevano al Severini che era troppo francese).
È scendendo, tra ulivi e vigneti, che guardando in alto, (rimirando in alto vien da dire), vicino alle stelle, ti vien voglia di tornare: Paese mio che stai sulla collina... Solo i cortonesi lontani sanno che fu scritta da un cortonese doc, tal Migliacci, amico di Modugno, quando Cortona era la Cortona dei mezzadri e delle bestemmie e dei comunisti col rosario in tasca. Qualcosa è rimasto, però. Qualcosa. In alto, dove dorme Santa Margherita. In basso, nella Val di Chiana, tutto è cambiato: la malaria debellata, i briganti sconfitti, le belle vacche chianine che tanto piacevano al Duce, son dentro le stalle, per sempre.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:43 | Comments (1)

10.06.06

Giro d’Italia con vibrisse/ Un luogo dell’anima: Cupra Marittima (Ap)

di Gaja Cenciarelli

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 11 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Crepuscolo.jpgCredo che la mia anima vi abbia messo radici nel momento in cui ho aperto gli occhi di fronte al mare. L'ho sentita espandersi nel mio corpo, attraversare i miei piedi, scavare la terra e depositarsi sotto l'asfalto delle sue strade, sotto la sabbia, tra le palme, in mezzo alle bouganvillee. La prima volta che l'ho vista, benché non conservi alcun ricordo di quel momento, avevo solo un anno eppure so per certo che già le appartenevo. Un luogo dell'anima e non solo un nome. Cupra ha sempre esercitato su di me il fascino del sole, di una luce che illumina ogni angolo buio, che, talvolta, irrispettosamente, mette a nudo, espone. Io e il mio amato inverno di parole sussurrate, scritte, chiacchierate ci arrendevamo a un'estate di vita. E quando me ne andavo, quando ripartivo per Roma, infilavo in valigia tutti i colori che avevo assorbito per poi tornare a farli esplodere l'anno successivo. Non è che un paese, mi dicevo.

Eppure, quando ancora non era notte ma nemmeno più pomeriggio e io mi sedevo di fronte al mare che sembrava un foglio di alluminio scintillante e lievemente increspato dal vento, io mi sentivo al mio posto. Cupra non offriva molto: un grazioso lungomare con decine di alberghi, pinete e palme a profusioni, fiori profumati, un quartiere, magniloquentemente chiamato «Europa», che distava – dista - dal centro solo due o trecento metri ma che per noi ragazzi era come sconfinare in un territorio sconosciuto, e un paese medievale, Sant'Andrea,S_Andrea.jpg di una bellezza sconvolgente, come è sconvolgente il panorama che vi si gode. Cielo e mare infiniti, le case quasi indistinguibili da quell'altezza. Un azzurro omogeneo. Quando volevamo assaporare un po' di avventura, noi ragazzi ci riversavamo in massa a Sant'Andrea, inerpicandoci per la strada in salita, e passavamo di fronte a una chiesetta sconsacrata e al cimitero per fingere di spaventarci un poco. Del paese basso ricordo soprattutto Zeno. Un autentico fool shakespeariano dei giorni nostri, capelli lunghi e baffi bianchi ingialliti dalla nicotina, spesso ubriaco tuttavia sempre lucido, che quando ti si parava davanti ti inchiodava con le sue urla gioiose, i suoi salti – io avevo una paura matta di Zeno, ogni volta che lo vedevo venire nella mia direzione fuggivo, e ancora me ne chiedo il perché - e con le sue agghiaccianti verità. Scomode verità. Ricordo la sabbia bianca e il mare pulito. Ricordo i pattini e i pedalò, e il Delfino Verde, una piccola nave che costeggiava la Riviera delle Palme.panorama_da_S.Andrea.jpg

Ricordo con quanta sorpresa – io che credevo fosse una sorta di puntino invisibile noto solo a me – scoprii che Cupra ospitava la mostra di malacologia più importante d'Europa. Ricordo che nemmeno i miei amici ci credevano. Ricordo il molo su cui mi sedevo a osservare il mare, al crepuscolo, quando volevo prendermi una pausa dalla vita e mettermi in paro con i pensieri. Andavo troppo veloce, quei giorni. Ricordo la chiesa di San Basso, il monumento ai caduti, i nomi di quei morti che leggevo uno alla volta, come se evocandoli avessi potuto resuscitarli, o immaginarli in vita. Ricordo i pranzi, le cene, le gite a Ripatransone, a San Vincenzo, a Montefiore, a Campofilone, a Offida, a Urbino, alle grotte di Frasassi, a Loreto, a Recanati, ad Ancona, a San Benedetto del Tronto. Nella bellissima, soprendente Ascoli Piceno. Ricordo di aver imparato che il francescano Felice Peretti, papa Sisto V «er Papa tosto», era originario di Grottammare: vedevo il suo nome ovunque. San_Basso.jpgRicordo il profumo della tovaglia appena lavata e del caffellatte sul tavolo: non erano gli stessi che a Roma. Ricordo poi il verde così intenso, accecante, dei viali alberati e punteggiati di fiori; le piste ciclabili, il carnevale estivo con i carri, le maschere, i coriandoli, i fuochi d'artificio. Ora Cupra non è più così, mi hanno detto. Molte cose sono cambiate, e io non la vedo dal millenovecentonovantotto. Il molo su cui mi sedevo a guardare il mare è stato distrutto (sarà per questo che non sono più tornata?), la spiaggia si è ridotta, il paese basso, si è espanso. Hanno continuato a costruire case e alberghi e residence. Cupra non è più un puntino invisibile che conosco solo io. Ha strutture efficienti, è pronta a ricevere molti più turisti di quanti mai ne avremmo immaginati noi, innamorati della prima ora, ha anche un sito internet: www.cupramarittima.net. Non dico che sia peggio o che fosse più bella allora. Le cose si evolvono, il tempo passa e Cupra è, dura lex sed lex, diversa. E io mi conosco: talvolta stento ad accettare i cambiamenti. E ho deciso che almeno una cosa non dovesse cambiare, a dispetto delle evoluzioni e dei mutamenti: il mio amore per lei.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:36 | Comments (2)

06.06.06

Giro d'Italia con vibrisse: Nato a Caserta

di Effeffe

a Roberto Saviano

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 4 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

La_Reggia3.jpgQuando ero più giovane, diciamo ragazzo, pensavo che se era vero quello che affermavano i filosofi dell’esistenza negli anni venti, ossia della determinazione di destino a partire dal “qui e ora", potevo senza ombra di dubbio affermare di essere sfortunato, rispetto a un mio coetaneo nato per esempio a New York, Berlino o Parigi.
Ovviamente c’era chi stava peggio di me – tanto per restare nell’area geografica il mio pensiero va a quelli nati a Polla o Casapulla - ma quando si è giovani si sa, non si accettano compromessi e così avevo deciso che se a decidere della mia nascita ci aveva pensato Signora Destino, per la mia morte no, sarei stato io a decidere dove morire. Così, per evitare brutte sorprese in una mattina di maggio poco più che ventenne ho salutato i miei, in lacrime, per andare via. Direzione la Francia. Destinazione: Parigi. E così scegliendo dove morire ho cominciato a vivere.

Ma che cosa si nascondeva di così tremendo dietro a quel nome, cosa rendeva quelle tre sillabe - varianti della parola casa - così insostenibili?

Forse il Palazzo Reale, che al contrario di quanto accada in tutte le città europee se ne resta da una parte mentre la città si sviluppa dall’altra. Come due sposi che furono amanti un tempo e che ormai disamorati si diano le spalle girandosi sui fianchi.La_Reggia1.jpg
E a separarli il fiume di bosco che parte dal basso inerpicandosi lungo il torrione, allargando le braccia e con esse le ombre quasi fin dentro alle vasche, infinite e marmoree di grazia e ad opera del Canova.

Forse la piazza dedicata al suo architetto più famoso, il primo olandese, il padre, a venire dalle nostre parti; molto prima di Rudy Krol, van Wittel (Vanvitelli), nato a Napoli nel 1700 e morto a Caserta nel 1773.La_Reggia.jpgUna piazza segnata dagli antagonismi degli anni sessanta e settanta, quando la destra e la sinistra abitavano i bar contendendosi i corsi e le piazze. Piazza Vanvitelli la più a sinistra, Piazza Dante (al secolo Margherita) quella a destra, il bar Gabriella, borghese, e la Veneziana in odor di Lotta Continua.

Forse le vie del centro, infiltrate tra i palazzi bassi - un piano regolatore settecentesco imponeva di restare al di sotto del Palazzo - ed una Via Mazzini i cui negozi sono varianti di un nome solo, e i commerci, di uno solo quello delle scarpe. Se poi si continua dopo la Piazza Dante si ritrovano le agenzie di viaggio. Ecco annunciata la couleur (la tinta) della città in cui sono nato. A piedi o in aereo, fujtevenne.La_Reggia2.jpg

Forse i quartieri popolari giusto di fronte a quelli residenziali e teatri di battaglie, nella mia infanzia, calcate su quelle ungheresi dei ragazzi della via Paal, o del torinese De Amicis. La banda dei Purtusari, che ogni volta che ritorno a Caserta lo chiedo ai miei amici, cosa significhi, e loro mi dicono e io dimentico.

Forse il vento, che la percorre nei giorni d’autunno come frusta, arrossando gli occhi e la pelle di chi passeggia e osserva - perché a Caserta si passeggia e osserva - costringendo a cercare riparo in uno di quei caffè di transito - quasi mai di sosta.Caserta_Vecchia.jpg

Forse le colline che mostrano i denti cavi delle miniere in cielo aperto come pietre assetate d’acqua, asciugate dalla polvere libera di andare, dalla polvere di sparo della dinamite.

Forse la sua antica città e che si chiama Vecchia. Quasi sempre deserta.

Forse chi ci nasce. E allora si va via da Caserta per andare via da chi ci nasce, e sperare che di quel breve soggiorno non resti nessuna traccia di sé. Almeno da non permettere a qualcun altro di dire che lascia la terra paterna, per fuggire da te.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:27 | Comments (33)

03.06.06

Giro d’Italia con vibrisse: Ceglie Messapica (Br)

di Angelo Ciciriello

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 4 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Ceglie_Messapica.jpgIl mortaio entra in azione, da sempre, alle prime luci dell'alba: dieci colpi cadenzati, a distanza ravvicinata con l'inevitabile nuvola finta sbuffata in cielo, che pare dileguarsi rapida per non essere vista ed evitare l'accusa di rovinare il miglior sonno insieme al suo compare mortaio. Lo strumento viene di solito piazzato a ridosso della collina cegliese appena fuori dal centro abitato e spesso vicino alla chiesa interessata dall'evento religioso. Sono colpi che annunciano i maggiori eventi religiosi: le feste dei santi patroni oppure il passaggio , come in questi giorni, delle spoglie di San Paolo. Il rito avviene da tempo immemore e mai legato ad una data precisa. Sono cambiate anche le feste religiose ma mai l'annuncio a colpi di mortaio dell'imminente festa.

La storia del mortaio non è stata scritta, da nessuna parte forse perché non aveva, e non ha, alcuna rilevanza storica, legata com'è ad un costume tramandato dai nostri avi. Forse l'avvenimento non fa parte neanche della nostra tradizione culturale ma semplicemente catalogato come una usanza secondaria legata ad un avvenimento più forte come le feste patronali. A pensarci bene era forse il più semplice dei modi per comunicare l'inizio delle celebrazioni religiose alla gente che quaranta-cinquanta anni fa ancora viveva numerosa nelle campagne. Era
una chiamata generale ai riti della festa a cui nessuno poteva mancare. Era l'appuntamento più importante dell'anno non solo perché c'era la festa con bande e luminarie ma perché ringraziare i santi patroni e ingraziarseli per i mesi seguenti faceva parte della vita quotidiana i cui destini erano legati al buon raccolto dell'uva, del grano, della stagione dei fichi e delle fave, cibi che sarebbero stati la loro risorsa nei mesi d'inverno.Ceglie1.jpg Ma i botti mattutini annunciavano anche i fuochi d'artificio finali a chiusura della festa, la parte legata al puro divertimento e al riposo dell'anima. Nonostante sia passato del tempo e qualcosa è cambiato nel rito religioso, il mio paese sembra abbia incorporato in sé quei ritmi antichi camminando ancora oggi col passo lento delle processioni. Non so se per i ritmi legati alla terra con le sue stagioni o per un certo fatalismo conseguente a quella vita. Certo negli anni 60 molti andarono via e tra questi i miei genitori, su in Germania, parecchi al nord e la cosa pare abbia ripreso vigore.

Le feste patronali qui a Ceglie Messapica cominciano a metà di giugno in onore di Sant’Antonio, due giorni di festa con tanto di luminarie, bancarelle, fuochi pirotecnici, e processione immancabile. Il 26 luglio si celebra Sant’Anna, una festa bistrattata e a volte dimenticata a seconda le vicissitudini delle amministrazioni cittadine e a volte per dissidi tra parroci e sindaci della cittadina, oggi ritornata in auge e puntuale come le altre ricorrenze perché da sempre riconosciuta come la santa vicino alle partorienti. Infine ad Agosto la festa di San Rocco copatrono della cittadina ma di sicuro la festa più importante. Dura tre giorni di fila con programma religioso e cittadino distinti ma complementari. In questi tre giorni il paese si ferma vivendo intensamente con spirito intriso di sacro e profano; festa che segna anche la fine dell'estate e l'abbandono del paese perché tanti si trasferiscono a vivere per tutto il mese di settembre in campagna. Anche questa è una usanza rimasta in piedi da tempo immemore. Da piccolo non avevo questo problema perché con i nonni paterni vivevamo per tutto l'anno in campagna visto che i miei erano già all'estero per lavorare. Legato a questo trasferimento forzato ma piacevole il rito dei "giovedì di settembre" quando ci si riunisce in campagna tra parenti e amici per gozzovigliare dalla mattina alla sera. E come incantano le serate fresche settembrine in fuga da un sole ancora cocente e smargiasso.

Legate al carattere della festa e della religiosità da alcuni anni sono ricomparse le feste nelle contrade che si tengono vicino a chiesette di campagne, disseminate per tutto l'agro cegliese, un tempo rifugio per gli acquazzoni improvvisi dell'estate e al contempo luogo di raccolta per i contadini e massari quando i preti delle parrocchie cittadine si recavano lì per celebrare la messa domenicale.Ceglie2.jpg Dopo la vendemmia, la raccolta di piselli, lupini, fave, debitamente seccate al sole per l'inverno, la salsa scottata al sole nei piatti "minzan", medi, larghi il doppio di quelli normali, i fichi cotti al forno e stipati col finocchio selvatico in boccacci oppure spaccati a metà e poi accoppiati mettendoci una mandorla nelle due parti e conservate per l'inverno, ci si preparava per tornare al paese, allora come oggi, con le debite scorte di legumi, olive alla calce, quelle verdi alla mortella, farina e vino, fichi d'india intinti nella calce attaccati alle loro spatole carnose per conservarne la freschezza e i sapori ancora per l'inverno e ancora i pomodorini staccati dalle piante e appesi a delle cordicelle ai muri del garage lasciandoli ad essiccare lentamente per farne un sughetto delicato per i mesi a venire, da unire alle immancabili orecchiette e alla pasta "frusciddate", cioè ai maccheroncini lavorati e traforati con un ferro preso da un ombrello ormai inservibile. Formiche che riempivano le cantine, i garage, di sole e di sapori fino all'arrivo della prossima estate.

E nel paese la vita ricominciava all'ombra del Castello Ducale dei Conti Verusio, della Chiesa Matrice, della Chiesa di San Rocco. In compagnia del silenzio perpetuo di un teatro comunale oggi recuperato più per la vergogna di sentirselo muto addosso che per ritrovarne i fasti come quando calcò la scena il celebre Toscanini e le varie compagnie dell'opera un tempo più presenti di adesso; teatro poi diventato deposito delle carrozzelle della spazzatura, luogo per celebrare intorno agli anni 60 cresime, matrimoni, comunioni. Una cittadina antica la mia, dal maestoso castello circondato dal suo presepe di centro storico e tutt'intorno la parte ottocentesca fatta di case di "funn", due-tre locali di una diecina di metri quadri con piccole alcove e soffitto a stella, stradine strette e tantissimi scalini, di uno-due a volte tre, che segnano i tantissimi usci che si affacciano come tante comari sulla piccola strada. Stranamente tutto all'insegna del piccolo, certo dovuto alle ristrettezze economiche diremmo oggi, povertà vera allora, che non davano conto alla storia passata di questo popolo, i Messapi, che delle Puglie furono il popolo che in età romana e pre-romana allacciarono rapporti con la costa adriatica dell'Italia meridionale e della penisola balcanica. Ceglie Messapica, raggiungibile dalla superstrada che da Bari porta a Lecce e poi salendo verso Ostuni nell'entroterra per circa undici chilometri, subito visibile all'orizzonte per la torre del castello e per la chiesa matrice situati su una collina a trecento metri sul livello del mare, ricorda una delle più antiche e gloriose città del meridione d'Italia.

Sebbene le sue origini si perdano nella notte dei tempi, un fatto è certo: tredici secoli prima dell'era volgare, la sua esistenza è avvalorata da quanto Erodoto ci tramanda circa la spedizione a Camico, vicino l'attuale Agrigento, dei Cretesi, i quali si erano recati in Sicania per vendicare la morte di Minosse. Al ritorno, sbattuti da una violenta tempesta, approdarono sulla costa salentina, dove abitarono le città ivi esistenti, tra cui Kaylya oggi Ceglie. Civiltà antica che ci ha lasciato tracce megalitiche come le stele e le specchie celine allineate su una circonferenza a difesa della cittadina, con la funzione di luoghi d'allerta. Intorno al centro abitato si aggiungevano tre ordini di mura alte, Paretone, fortunatamente ancora oggi visibile in alcuni punti e di forma perfettamente circolare, a Diateichisma, (sistema comune alla strategia difensiva nell'antichità) e comprendeva un triplice ordine di mura concentriche, disposte tutte su di un terreno scosceso ed accidentato, ed intersecato da innumerevoli stradine che si dipartivano a raggiera dal punto più alto dell'acropoli. Queste stradelle detti Passaturi, erano state costruite per facilitare l'afflusso degli armati dalle mura ed in particolare là dove maggiore era il pericolo.Ceglie3.jpg Visibile una traccia guardando dalla piazzetta del Monterone. La prima cinta muraria aveva dimensioni ciclopiche con torrioni ogni 50 metri con bastioni su cui gli uomini si spostavano velocemente. I tre ordini di mura erano poi congiunti da altre mura interne e perpendicolari al loro asse in modo da chiudere lo spazio in tanti rettangoli o quadrati da costituire dei veri e propri scompartimenti stagni, trappole nei quali i nemici cadevano ignari. Questa massa litica era una meraviglia del passato conservata oggi per alcuni chilometri: questa muraglia di pietre aveva una larghezza di cinque-otto metri ed una altezza fino a cinque metri.

Quanto tempo impiegarono i celini in questa opera difensiva nessuno ha mai provato a stimarlo certo però i maestosi ruderi parlano di una grande civiltà, quella dei Messapi, le cui tracce si trovano nell'intera provincia di Brindisi e parte del basso salento. Tantissime le testimonianze storiche: dal Castello Ducale iniziato nel 1100, a testimonianze del 300 come nella Chiesa di Sant’Anna, impreziosita da un altare barocco del 600. Bellissime le altre: la Chiesa Matrice con affreschi del 600; la chiesa di San Domenico con cattedra e pergamo in pieno stile barocco; la Torre dell'orologio in Piazza Plebiscito, a quattro quadranti eretta alla fine dell' 800. Tante altre testimonianze che partono dalla preistoria fino ai giorni nostri ben conservati nel museo cittadino. Di particolare importanza sul territorio la presenza di numerose masserie e trulli: un tempo, (terra di latifondisti, briganti e contadini), davano la fotografia della organizzazione non solo economica del territorio cegliese. Oggi anche Ceglie è entrata prepotentemente a far parte, pur essendo sulle ultime propaggini della murgia salentina, di quella che nel mondo è stata definita come "Pugliashire", per la presenza numerosa di tanti inglesi e stranieri che qui dimorano innamorati disperatamente del fresco dei trulli e di una superba cucina fatta di sapori e odori della nostra terra. Dicono che ormai questa è la loro seconda patria.


Posted by Bartolomeo Di Monaco at 09:14 | Comments (10)

30.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: Una scappatella fra i segreti di Mantova

di Simona Cremonini

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 1 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]


[tutte le tappe del Giro d'Italia]

castello_di_san_giorgio.jpgA chi abbia raggiunto Mantova nei giorni del suo appuntamento più famoso, il Festivaletteratura, essa sarà sembrata una città spumeggiante di scambi culturali e letture, piena di vita e curiosità.
In realtà, durante il resto dell’anno, per la maggior parte del tempo la piccola città lombarda giace placida e addormentata con il capo appoggiato sui tre laghi, Superiore, Di Mezzo e Inferiore, che il Mincio forma lungo il suo percorso dal Garda al Po.
Eppure, qualche vento a Mantova soffia comunque. Per lo meno, esiste una leggenda che parla non tanto del vento (che la sera, poveretto, rincasa stanco dopo aver scorrazzato tutto il giorno e quindi va a dormire presto), quanto della venta, sua moglie, cui non par vero, dopo che il consorte si è abbandonato al sonno, di poter scappare fuori e andare a fare quattro salti, per sollevare un po’ di polvere, far sbattere qualche imposta e fare arrabbiare un po’ qualche povero diavolo. In ogni caso, dopo questa scappatella innocente, la venta rientra a casa soddisfatta, tornando placida nel letto coniugale.

Qualcuno, in passato, ha però ipotizzato che non tutti siano stati ugualmente irreprensibili, qui in città.
Francesco I Gonzaga, signore di Mantova qualche secolo or sono, accusò la moglie Agnese Visconti di aver commesso adulterio con Antonio da Scandiano.palazzo_ducale.jpg Che il tradimento fosse stato consumato non fu possibile provarlo inconfutabilmente, ma è certo che questo Gonzaga temeva la signoria milanese e che la ventitreenne Agnese non era stata in grado di dare al signore-marito nessun figlio maschio; di preciso non si può dire, insomma, perché il brutale processo ebbe luogo, ma di motivi per trovare un pretesto per liberarsi della scomoda presenza di Agnese ce n’erano sicuramente molti.
La notte tra il 6 e il 7 febbraio 1391, dietro a Palazzo del Capitano, la nobildonna fu decapitata in una pubblica piazza, mentre il presunto amante morì accanto a lei per impiccagione.
Non si sa se in cerca di vendetta o per rivedere i luoghi del loro amore adulterino, ma pare che il fantasma di Agnese si faccia ancora vedere nel centro storico.

Certo, questo non è il modo migliore per presentare una signoria. Pur non essendo certo dei santarellini, c'è da dire che i Gonzaga rappresentarono la fase di maggior splendore della storia di Mantova.
Nel 1328, la notte di ferragosto, quando con un sanguinoso colpo di mano strapparono la città alla famiglia dei Bonacolsi, sembrava che la loro salita al potere non fosse che uno dei tanti tentativi di quegli anni. Eppure i Corradi (chiamati Gonzaga perché provenienti dalla cittadina omonima situata nella bassa provincia) furono in seguito una delle dinastie più longeve, ricche e prestigiose della storia europea, mantenendo il controllo su Mantova fino al 1707. In quei secoli, nella città si scrissero alcune pagine fondamentali dell’arte italiana.
Furono costruiti il castello di San Giorgio, le mura gonzaghesche con cinque porte di accesso, il Palazzo Te;palazzo_te_facciata.jpg fu ampliato e rimodellato il Palazzo Ducale. La città ospitò pittori, scultori, urbanisti e artisti di ogni calibro: Donatello, Leon Battista Alberti, Luca Fancelli, Andrea Mantegna, Giulio Pippi detto il Romano (cui si deve il Palazzo Te, progettato, costruito e affrescato nell’arco di dieci anni), Rubens, Monteverdi, ma anche Ludovico Ariosto, Pietro Bembo, Leonardo e Raffaello.

Ma era impossibile che Mantova potesse costituire un’isola felice nelle lotte medievali tra signori e, soprattutto, tra papato e impero. Il declino cominciò quando nel 1530, grazie allo strategico appoggio all’imperatore Carlo V, a Mantova venne annesso il territorio del Monferrato, conteso tra Savoia, spagnoli e francesi.
I Gonzaga sfavillarono di splendore ancora per un secolo ma le ultime imprese artistico-architettoniche fiaccarono le casse della signoria al punto che, nel 1627, Vincenzo II cominciò a vendere i tesori di palazzo.palazzo_te_portico.jpg
Alla fine del 1629 arrivarono le truppe imperiali dei lanzichenecchi, che assediarono la città per otto mesi. Infine Mantova cedette, stremata dalla fame e dalla peste, e fu saccheggiata indiscriminatamente dai soldati.
I Gonzaga caddero definitivamente nel 1707, dopodiché la città-reggia divenne una città-fortezza e passò i secoli seguenti contesa tra austriaci e francesi prima, tra austriaci e italiani poi. Finché, finalmente, nel 1866 Mantova entrò a far parte del Regno d’Italia.

L’atmosfera tranquilla di Mantova si respira nei cortili dei palazzi, soprattutto in quelli del Palazzo Te, una garçonnière incantevole e ardita che non è stata intaccata dal recente sviluppo urbano. Attorno al palazzo sopravvive un grande spazio aperto, un vasto parco che potenzia ulteriormente lo splendore della residenza signorile.
Nelle sale del palazzo si è dominati dell’onnipotenza degli affreschi di Giulio Romano, ingenuo ed elegante nell’elogiare il sesso nella sala di Psiche, fiero e disincantato nel rappresentare il dio del Sole nudo, di sotto in su, che corre sul suo carro.
I Gonzaga non erano certo indiscreti sui loro intrighi amorosi, ma tra le mura sicure delle loro tante dimore vivevano in pienezza la loro sessualità. A tal proposito pare che la villa La Favorita, vicino a Porto Mantovano, fosse la residenza dove Ferdinando Gonzaga, signore di Mantova, raggiungeva la sua amante, attraverso un cunicolo sotterraneo noto solo a lui.villa_la_favorita.jpg
Del resto, sembra che di tunnel ne esistano anche altri, sotto la città. Essi collegherebbero il castello di San Giorgio con la riva opposta dei laghi e del Mincio, attraverso una galleria che partirebbe da dietro la Rotonda di San Lorenzo, un antico edificio religioso. Ma la zona in cui dovrebbero avvenire i necessari rilievi è vasta e coinvolge la parte storica e nevralgica di Mantova. Chissà se un’esplorazione vera e propria chiarirà mai il mistero.

Ma forse è meglio così, la ricchezza della città è data anche dagli enigmi che la circondano. Mantova non ha messo del tutto d’accordo nemmeno i due grandi letterati che hanno cercato di raccontarne le origini, Virgilio e Dante Alighieri: il primo individua in Manto la madre di un re tosco; il secondo, nel canto XX della Divina Commedia, sostiene che la città fu fondata da un’indovina greca, Manto, fuggita da Tebe e giunta nel cuore della pianura padana risalendo il Po e il Mincio controcorrente per sfuggire al prepotente Creonte.
E i due, passeggiando insieme per l’intero Inferno, devono averne avuto di tempo per discutere…

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27.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: Milano, la grande madre

di Giorgio Morale

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 24 giugno e altro materiale è stato annunciato. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Milano2.jpgQuando metto piede alla Stazione Centrale di Milano, una voce metallica annuncia l’ordinario alternarsi dei treni sui binari. Mi sembra che fra le arcate metalliche mi spii una cinepresa, registrando questa scena: a essa attingerò quando vorrò raccontarla.

La prima sera. Il cielo si fa pallido, prima di diventare buio. È il tramonto, ma potrebbe essere l’alba. Sono a casa, alla finestra. Assisto alla metamorfosi della città: a volte tana, altre volte bestia. Sono affascinato dalle luci che via via s’accendono, come tanti riflessi sul mare; attirato dalle promesse del suo ventre.

Ma che colore ha il cielo? Che forma, i palazzi? Che freddo è quello che sento? Mi ritraggo da tutto: questa non è la mia città, questa non è la mia casa.

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Le giornate sono umide e nuvolose: umido sopra e umido sotto. Mi sembra di nuotare.

Tutto è grigio: il cielo, la strada, i muri, le case, le persone e l’acqua cheta del Naviglio. Tutto è grigio. Nei viali novembre ha incendiato gli alberi e il vento ne trae scintille, quindi cenere.

Non ho mai avuto un gran senso di orientamento. Non sono mai riuscito ad ascoltare i discorsi della gente che mi circonda. Non mi è mai stato facile trovare la strada di casa. Quindi sono il più adatto a scoprire una città.

Mi metto in cammino e la strada mi porta. Perlustro Milano come un campo minato. L’attraverso non per lasciarmela alle spalle, ma per conoscerla e possederla.

La grande città: un po’ il mare, un po’ il deserto.

La libertà oltre il muro.

Tanti per questo vengono a Milano – la grande madre.

Milano ha un odore strano. E’ come se si fosse appena bruciato dello zolfo e una miccia fosse sempre accesa da qualche parte.

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Poi ci buttiamo nelle strade con ardore. Ridisegniamo nella città i nostri punti cardinali.Milano.jpgMilano ha librerie grandi, grandissime. In esse sono agitato da sentimenti contrastanti: di perdermi e di trovarmi. Di perdermi perché, tra banconi e scaffali, mi pare di attraversare una città: difatti ne esco ansante. Di trovarmi perché, come a una festa, a ogni passo vedo nei libri conoscenti e amici inaspettatamente riuniti. Leggo decine di titoli, qualche indice, qualche incipit, per realizzarne, almeno, un magico possesso. Una volta emerso, gli occhi non si sono riacclimatati alla luce esterna, che incontro un’altra libreria e ripeto l’operazione.

Giro per bancarelle di libri usati, cercando libri che non trovo, ma trovandone altri, che il buon prezzo invita ad acquistare. Così la lista s’allunga. Non riuscirò neppure a finire l’inventario.

A volte, camminando, lascio le strade principali, troppo caratterizzate, troppo affollate, per quelle secondarie; dove posso immaginare di essere in qualunque città del mondo.

Nel parco vedo sempre dei barboni. Sono gli ultimi, non hanno nulla, eppure parlano, scherzano.

Poi c’è la Milano delle fontane, di notte. Mai le fontane sono così presenti come la notte e le prime ore del nuovo giorno. La loro voce ci accompagna mentre andiamo, a gruppi o a coppie. Finché, ebbri per la stanchezza, guidati dall’odore arriviamo a un panificio e compriamo focaccia e pane appena cotto.

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A poco a poco nella memoria le città si sommano, i luoghi si sovrappongono, i ricordi si fondono, finché i contorni finiscono col combaciare.

Milano è sempre più Avola. Ecco l’angolo di casa, il centro, il corso principale, i percorsi familiari, la strada che porta fuori… e a una svolta m’aspetto di vedere il mare.

Le città richiamano le città; i visi, i visi. E forse è così che l’amico richiama l’amico; la donna, la madre.

A primavera, nelle strade fra il Carrobbio e sant’Ambrogio, e più su, oltre largo Gemelli, dove per un po’ ci accompagna la voce della fontana dei Caduti, dopo il bunker della caserma dei caramba, risuonano amichevoli i passi sul lastricato, ora interrotti ora intrecciati da abbracci e bisbigli amorosi.Milano3.jpg

Vaghiamo, tra pomeriggio e sera, tra il parco Sempione e il bar Magenta. Finché le strade si fanno deserte e prendiamo a barcollare per il corso, alternando discorsi di una profondità delirante a risate incontenibili. Le convulsioni ci agitano in movimenti inconsulti, e noi, come marionette mosse da un burattinaio maldestro, per non scoppiare ci dobbiamo stendere sulle macchine o sederci per terra a riprender fiato, con le lacrime agli occhi, mentre i palazzi patrizi ci osservano maestosi. E’ uno dei momenti della loro gloria, con i lampioni che fanno risaltare, con i giochi di luci e ombre, i fregi e le decorazioni di balconi e cornicioni. Ma noi dedichiamo loro appena uno sguardo distratto. Restano sullo sfondo, come uno schermo.

Lungo i Navigli si aprono tante osterie. Attraverso le porte a vetri tappeti di luce vengono proiettati, invitanti, sull’asfalto.

Al ritorno la città è addormentata. Il mondo ha cessato di esistere. Da un lampione all’altro, l’altalena luce buio, le ombre che s’accorciano e s’allungano.

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Fantasia metropolitana: trascorrere una giornata in tram.

In tram, in metro: appare una donna e lo spazio s’illumina.

Il tram è zeppo.
“Possiamo aprire il finestrino?" fa una donna anziana. “Sa, noi donne a una certa età abbiamo bisogno d’aria".
Una bella signora la guarda e sorride.
“Non si preoccupi, ne abbiamo bisogno anche prima".
Armeggia col vetro, poi desiste. Un signore l’aiuta.
“Mi alzo alle sei per essere al lavoro alle nove e ogni giorno arrivo in ritardo" dice un’altra.
“Ecco perché adesso il lavoro è flessibile, nessuno sa quando comincia".
Una frenata. Un giovane finisce in braccio a una donna seduta.
“Stia attento, mi è venuto addosso":
“Mi scusi" fa questo. “Stamattina pensavo di essere uscito solo con l’anima, invece ho portato anche il corpo".Milano1.jpg

Mi guardo in giro e conto: quanti italiani e quanti stranieri.

Gli stranieri sono vivi. Sono visibili. Dove arrivano, fanno la loro casba. Noi, che facciamo? Guarda le africane: talmente colorate, che non hanno bisogno di trucco; se appena tinte di rosso, le labbra splendono come la luna più rossa nella notte più nera. Oppure con un che di antico nell’aspetto matronale, come tante dee madri. Anche gli uomini ti trasmettono un senso di pienezza e nessun isterismo. Basta guardarli coi bambini: mai urla, sculacciate, sberle, occhi cattivi. Tutto il contrario di noi. E le latinoamericane, meno diverse – qualcuna si confonde con le italiane – se non fosse per la loro cantilena in castigliano. E i marocchini: felici se gli dai una piazzola o un parco, dove giocano a rincorrersi come cani. Appena uno ha raggiunto l’altro, fa dietrofront e scappa – e le parti s’invertono. Certi indiani sembrano principi e le donne regine. Anche negli albanesi vedi un segno che la vita non è passata invano. Ma noi? Noi che facciamo?


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23.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: Nogarole Rocca (Vr)

di Cletus

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 20 giugno e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Nogarole.jpgIl ricordo di questa cittadina è strettamente legato per me a Giacomo Altieri. Costui, mio compagno d'armi in quel di Solbiate Olona, era di questo splendido paesino incastonato nella bassa veronese. Più volte, nel corso di veloci fughe dalla Caserma, fui ospite della sua famiglia, da anni stabilita nel paesino. Le viuzze brevi e contorte, i giochi delle ombre e delle luci ad accarezzare gli intonaci perlopiù scrostati e densi di storia delle antiche costruzioni, rimaste intatte, nei secoli, dalla smania modernizzatrice dell'uomo.

La quiete di un posto vissuto da poco meno di tremila anime, circondato da campi che si perdono fino all'orizzonte, deve la sua storia ad un complesso intreccio di alleanze e bisticci fra le Signorie del tempo, e fu per lo più contesa per la sua posizione strategica, di volta in volta, a cavallo delle varie guerre poi, fino a calmarsi e dare ricetto a famiglie essenzialmente contadine.Nogarole1.jpg Passeggiando per i vicoli si giunge alla Rocca (oggi, di proprietà della Provincia di Verona) che fu fatta erigere dapprima come castello, poi con una sorta di clausola obbligatoria, spogliata dei contrafforti, e dell'immancabile canale che la circondava proteggendola dagli assalti degli invasori. Alcuni reperti d'arte si conservano ancora nelle sue umide sale. Altieri mi conduceva orgoglioso, nelle calde e afose giornate estive, per le sale, e una volta andammo fino alla sommità della torre. Il paesaggio, contrassegnato dagli agugliati campanili che, come un segnalibro, dicevano di frazioni, piccoli agglomerati a volte composti da poche case, dispersi sull'enorme coperta patch-work dei campi lavorati intorno.Nogarole2.jpg

Ricordo la quiete, soprattutto, la quasi totale assenza di rumori di auto, e il sonnacchioso sostare della corriera (che doveva riportarci in caserma) davanti al bar della piazza più importante del paese. Al suo interno, a tutte le ore del giorno, uomini anziani, chi disposto intorno ad un tavolo, intenti al gioco a carte, altri a fissare nel vuoto, il grande televisore piazzato, alto, sulla parete riempita di foto, soprattutto in bianco e nero, raffiguranti i rari passaggi del Giro d'Italia (non quello di vibrisse, intendo il ciclistico), con le foto di Gimondi ed Eddie Merckx che si giocano il traguardo in volata. Qualche foto di attore e la prima pagina ingiallita della Gazzetta dello Sport del 1982, quando, in terra di Spagna, la
nazionale conquistò il suo ultimo campionato del mondo. Con Giacomo ogni tanto ci sentiamo ancora, anche lui ha messo su famiglia e i suoi bimbi sono orgogliosi di crescere in un posto dove la natura è cosi presente nel loro quotidiano. Le aiuole fiorite e le strade tenute bene, dicono della familiarità di questa gente, onesta, lavoratrice, della loro attenzione alla terra, alla cura delle cose che le loro mani sono abituate a forgiare da secoli, geneticamente tramandate dai primi, coraggiosi, abitanti di questo calmo e laborioso paesino della nostra Italia.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 11:45 | Comments (9)

20.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: Borgomanero (No)

di Carlo Capone

[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 30 maggio e altro materiale è stato annunciato. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Chiesa di San LeonardoIn principio era la Baraggiola, corte rurale tra i laghi Cusio e Verbano donata da Ottone I al Vescovo di Orta. In dialetto locale l’etimo baraggia significa ‘terra incolta’ e la casaforte serviva sia da magazzino derrate sia come riparo da bande longobarde residuali o dagli scherani di Berengario, signore di Ivrea. Intorno al Mille i baraggiani si mossero per un sito più sicuro e lo rinvennero in quell’ampia ansa del fiume Agogna dopo Gozzano. Le prime notizie scritte sono del secolo XII e parlano di Borgo San Leonardo, dal nome di una pieve rustica e romanica, munita di contrafforti laterali, sotto casa mia. Ospita pregevoli affreschi del Maestro di Borgomanero, attivo nel novarese a metà del Quattrocento, e per mia letizia cerimonie nuziali culminanti in cortei di auto strombazzanti, secondo uso locale. 

Interno Chiesa di San LeonardoL’importanza di San Leonardo è duplice. Intanto attesta, come detto, l’esistenza di un Borgo ad essa dedicato e in secondo luogo testimonia l’attitudine dei borgomaneresi a situarsi in punti funzionali ai loro scopi. Da queste parti passava la via Francisca – ne ho rinvenuto tracce quando fondai con altri il locale gruppo Artistico e Archeologico - quel tracciato che da Oltralpe guidava i pellegrini giù a Roma. Non è dunque difficile immaginarli affaticati, sporchi e impauriti dopo il valicamento del Sempione e ansiosi di riparo e vitto. Uno di questi ‘ospitali’ (l’etimo attuale discende dalla specifica funzione) l’ho rinvenuto dietro la chiesa di San Giovanni in Cressa, piccolo centro a sud di Borgomanero. Era tenuto dai Templari, allo scopo di offrire cambio di cavalli ed eventuali cure. L’ospitale sorge a ridosso di un abside carolingio e vi si accede tramite la corte di una fattoria. E fu in tale corte che di quei Templari tanto avrei avuto bisogno. Io infatti adoro i cani ma se ne scorgo uno sciolto e in ambiente estraneo, peggio, che mi abbaia contro, assumo un rigore simile a quello mortis. Entrai nel cortile deserto e dal nulla spuntò il cane che ci venne incontro, ligio alle funzioni di guardiano. Tra le migliori figuracce della vita mia: strinsi il braccio dell’archeologa che mi accompagnava e iniziai a sudare nel gelo di febbraio. Mi salvò il padrone, che accorse, tacitò il molosso e ci ospitò per bere. Se non si fosse capito i borgomaneresi sono ospitali, per questo sullo stemma cittadino c’è una manina che saluta.

Piazza dei Martiri e Chiesa di San BartolomeoDunque, siamo tra il 12 e il 13° secolo, il Borgo San Leonardo viene ricostruito dal vescovo di Novara per farne avamposto contro il collega di Vercelli. Ma non è tutto, vista la sua posizione il Borgo fa carriera e assume la qualifica di borgofranco, un centro cioè munito di autonoma giurisdizione, affrancato da prestazioni servili e dal pagamento di tributi a Novara. Il posto, come detto, fa gola a tutti, per via di quella storia di crocevia e ospitali ma anche per l’aria che soffia dal Monte Rosa e massacra zanzare. Per sua disgrazia il Vescovo di Novara rimane vittima degli ordinamenti comunali e al suo posto ecco spuntare il padre della Patria, il Podestà Maineiro, che ingloba i possedimenti e dà il suo nome a quel Borgo così caro. Da qui, Borgus Mainerio, un centro di crescente prestigio e in grado di difendersi. Capita infatti che i Conti di Briandate muovano guerra a Novara e perciò il Borgofranco erga la fatidica palizzata sul lato non esposto al fiume. E’ in questo periodo che prende forma l’attuale pianta urbanistica di Borgus Maineiro, forte dei decumani in croce e dei suoi quattro quartieri. E da necessità difensive si origina anche la decisione di lasciare in disparte la chiesa di San Leonardo, forse adibendo l’area a zona cimiteriale. Io dunque dormo sopra i morti, che a dire il vero mai mi hanno importunato, anzi accogliendomi benignamente al pari dei pronipoti. 

Borgomanero piazza Martiri / corso GarbaldiMa a proposito di sepolture, la storia di Borgomanero e del suo circondario non è di sola impronta medioevale, pur svolgendosi all’ombra di personaggi quali Berengario, Ottone, Enrico VI. Essa trova testimonianza a partire dal VII secolo avanti Cristo, quando sulla sponda occidentale del Ticino nasce la cultura celtica di Golasecca. Le sue vestigia sono esposte nel bellissimo Museo di Sesto Calende e illustrano un’abilità avanzata nel forgiare i metalli in armi, utensili e monili, la propensione a scambi mercantili e culturali con genti non vicine (visitando il museo di Volterra si colgono analogie tra le scatole litiche delle prime tombe etrusche e quelle di Golasecca) e una visione della vita e del suo oltre che trova esatti riscontri in Bretagna o Irlanda. Una idea del sacro e del mistero, intendo dire, che affonda le radici nella pietra.
Se si cammina per le campagne intorno a Borgomanero e si è dotati di occhio esperto – ma soprattutto non si soffre di cinofobia - non è difficile, ad esempio, imbattersi in massi giganteschi. L’occhio clinico, dicevo. Quando mi mostrarono in un bosco di Gattico il sass malò altro non vidi che un bozzo dalle venature bluastre. E se non avessi avuto pazienti istruttori al più mi avrebbe colpito l’isolamento irreale del pietrone. Era posto ai margini di una radura, come addossato a un terrapieno, e mostrava dei fossetti superficiali, questi sì un po’ strani perchè levigatissimi. Insomma l’occhio vigile non tarda a riconoscervi l’intervento umano. 
Tali butteri, ti viene allora spiegato, si chiamano coppelle, gli antichi abitatori di Borgomanero le scavavano in massi ritenuti sacri perché dimore di un’anima che potremmo definire universale. I massi sorgono su alture da queste parti denominate Motti: il Motto Duno, il Motto Grande. Per gli antichi celti questi Motti erano fatali, perché appunto elevati rispetto ai fondi acquitrinosi e perciò vicini alla purezza dei cieli. Il Sass Malò non fa eccezione, si erge sul fianco della collina di Gattico e reca lecoppelle. Ma a che servivano queste concavità insulse? Intanto è importante riferire delle dimensioni, pochi centimetri di diametro irregolare, e lo è perché in esse venivano deposti cereali, oppure erbe o intrugli sacrificali, a titolo di offerte a un qualche dio. In quanto votive servivano anche a rituali propiziatori. Su di esse venivano a strusciarsi le donne infertili.
Che la pietra degli antichi borgomaneresi sia un tramite tra terra e universo lo dimostra l’esistenza dei faccioni. Anch’essi presi per volgari lastroni se non mi avessero indicato certe scabrezze, a prima vista naturali, che a un secondo sguardo delineano un sembiante. Ora io lo confesso, ho creduto che il celtico fosse un tanghero di scultore perché, amico caro, occorre fantasia e stortezza mentale per riconoscere una faccia in questa roba. E ho sbagliato, posso testimoniare che non solo il viso si svela a poco a poco - con le orbite in chiaroscuro, la protuberanza di un naso, la fenditura della bocca - ma anche che l’artista era per niente fesso: se quella pietra ospita una scheggia del suo Dio, e se Costui non facilmente si concede, la sua immagine ha da affiorarvi a fatica, come altrettanto fece il Davide dal masso di Carrara.

Borgomanero: Villa MarazzaChe altro dire. Nel cosiddetto Evo Moderno e nel Contemporaneo Borgomanero è mira dell’espansionismo visconteo, che fa del Verbano e il Novarese un feudo familiare. Passa attraverso le lotte fra Spagnoli e Francesi per il possesso del Monferrato (la vicina Fontaneto d’Agogna è teatro di epiche battaglie per la conquista di un maniero più quattro fontanili), vede i Savoia completare l’unità del Piemonte a metà 700, testimonia il moto Risorgimentale grazie al ricordo del soggiorno di Garibaldi in una abitazione di Piazza Martiri prima di varcare il Ticino e prendere d’infilata gli Austriaci a San Fermo, trova in Mora e Gibin due giovani e valorosi martiri della Resistenza e nel dopoguerra vede il suo tessuto produttivo virare nei commerci e nella produzione industriale specialistica. Oggi è la capitale italiana e forse europea dei rubinetti, espressamente citata a suo tempo dal Presidente Clinton come esempio di area a industrializzazione integrata. Produciamo tutto, del rubinetto, e il visitatore che arriva è accolto da una doccia di cordialità e misuratezza.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 11:21 | Comments (9)

16.05.06

Giro d’Italia con vibrisse: Bettona (Pg)

di Stefania Nardini

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Bettona.jpgArrivai in un giorno di pioggia. Di pioggia fitta. Che implacabile trasformava le zolle in fango.
Il paese era su una collina. Guardava giù indifferente. Come se la vita oltre le mura etrusche scorresse in un’altra sintonia. Con un altro tempo.
Ed io cercavo un tempo. Un tempo che mi riportasse al gusto di una vita dedicata alle cose che più amavo.
Il paese lo vidi mentre branchi di nuvole rigonfie di grigio plumbeo cancellavano l’ultimo brandello di luce di un pomeriggio invernale. La piazza con la fontana, gli edifici in pietra viva, le due porte per entrare nel villaggio, il campanile e il rintocco di una campana che annunciava il vespro.
Mi sembrava fatto apposta. Quell’atmosfera era come una chiamata in un lembo d’Italia consacrato alla spiritualità del geniale Francesco.

Umbria. Bettona. Questo il nome del posto dove mi trovavo. E dove cercavo un fazzoletto di terra in cui deporre le mie radici sradicate da anni di giornalismo, trasferimenti, traslochi.
Volevo comprare un piccolo casale. Ne avevo visti un mucchio e nessuno mi piaceva. Erano troppo distanti dai centri storici, erano spesso carissimi.
Non avevo soldi. E sapevo che ci saremmo indebitati per realizzare quel progetto.
Ci indebitammo. Comprammo il casale ai piedi delle mura etrusche con un istinto che non sapevo da cosa venisse. Di fronte a quelle pietre incorniciate dalle colline avevo solo una certezza. Che quella era la casa, il posto. E non mi fermò neanche la pioggia che, quasi a volermi disincentivare, fece impantanare la nostra vecchia auto che solo grazie alla generosità dei Bichini una famiglia di contadini ribattezzata con questo nomignolo, riuscì ad essere liberata. I Bichini erano venuti col trattore. Avevano mani che non potevano rischiare di ingentilirsi più di tanto. Perché con quelle mani provate vivevano lavorando madre terra.Bettona1.jpg

Subito dopo scoprii mille storie, mille segreti, di questo paesino a due passi da Assisi e da Perugia. Una sorta di scatola magica capace di riservare sorprese straordinarie. Gli affreschi nelle Chiese di scuola giottesca, le tele del Perugino, la leggenda di Crispolto che partì dalla Palestina con dodici donne al seguito per evangelizzare Bettona, dove poi conobbe il martirio.
Da allora, quando cioè comprai il casale, il progresso di questo villaggio è stato lento, sornione, positivo. La bella pinacoteca è stata restaurata e aperta al pubblico, presto una delle chiese principali tornerà a rivivere mentre tanti altri tesori, come capita in un paese in cui di opere d’arte ne abbiamo così tante da non apprezzarle al punto giusto, aspettano recuperi e restauri. Bettona sopravvive nella sua bellezza grazie alla buona volontà di quelli che investono molto del loro tempo a conservare, a far vivere tradizioni e luoghi. Penso a Lendro Reali e alla Pro Loco di cui è presidente. Alla sagra dell’oca le cui entrate vengono utilizzate in opere fruibili ai cittadini.Bettona2.jpg Penso a Flavio Fratellini, che si prende cura della Compagnia dei Nobili, una delle quattro confraternite bettonesi a rischio di estinzione e che sono presenti in costume e con i loro stendardi a tutte le celebrazioni. Penso a don Dario Resenterra che tende la mano ai fedeli per restaurare, restaurare, restaurare. Penso alle donne di questo paese, autentiche matriarche, sempre pronte a fare. A fare gli zuccherini, come Margherita, a ricamare per vendere qualche pezzo alla festa del paese e finanziare la Pro Loco, a cantare , come Luisella, per coinvolgere i giovani nel coro della Chiesa, a poetare come fa Didi’ Raboni col suo gruppo di letture poetiche.
Un tutto che segue un tempo.Bettona3.jpg

Voi penserete al turismo! Si quello c’è. Ma la gente di Bettona ha a cuore l’identità più che il forestiero a cui rifilare il coccetto di ceramica. Si puo’ condividere e non. Ma è cosi’.
E’ un microcosmo tutto da scoprire questo villaggio. È una “chiamata" che poi si spiegherà da sola. Un giorno. Come è accaduto il giorno in cui Antonello Romoli , noto procacciatore di memorie, mi mostrò copia di una bolla pontificia datata 1555, che parlava di una certa Calidonia Gaspari, unica donna con il diritto di possedere proprietà immobiliari e di fare testamento.
Bel colpo in un’epoca in cui l’alternativa al matrimonio era il convento!
E grazie a quel documento iniziai le mie ricerche e il mio percorso di comprensione. Scoprendo che anche il casale che oggi è la mia abitazione italiana era proprietà di quella signora. Di Calidonia appunto. Prima donna col diritto di proprietà e di testamento, prima donna che si era guadagnata un riscatto sociale. E che ha segnato un pezzo del mio destino cinque secoli più tardi.
Quando si dice che era scritto….

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:03 | Comments (9)

13.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: Verona, la mia città d'adozione/1

di Rosanna Rota

Prima parte. Seconda parte.

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Verona.jpgVerona è una città bellissima.
Soffocata, purtroppo, da un traffico insostenibile, che la rende uno dei centri più inquinati d’Italia, finché non si prenderà seriamente in considerazione un sistema di trasporti pubblici più razionale.
Eppure, anche così, riesce ad incantare. L’UNESCO l’ha dichiarata patrimonio dell’umanità: non questo o quel monumento, ma tutto il suo centro storico, che se ne sta comodamente adagiato in un’ansa dell’Adige ed è circondato da colline e da valli stupende, fra cui la più nota è sicuramente la Valpolicella, patria di molti vini notissimi. Per gli astemi, comunque, è il caso di ricordare che il dolce Recioto ed il principesco Amarone spopolano ogni anno al Vinitaly, grande manifestazione a livello internazionale (che contribuisce a mandare completamente in tilt il traffico cittadino, ma è anche parte importante dell’economia locale).

Nota per la leggenda dei due sfortunati amanti, Verona è assalita quotidianamente da frotte di turisti in pellegrinaggio alla casa di Giulietta... Un altro polo d’attrazione è costituito dall’Arena, dove ogni anno, nella bella stagione, si svolge una delle più famose rassegne di rappresentazioni operistiche.
Non si può raccontare tutta l’atmosfera della città in una pagina. Ci sono troppi monumenti, troppi angoli interessanti, troppa vita antica ma ancora presente, anche nelle pietre...
Facciamo così: per oggi descriverò a grandi linee ciò che resta della Verona romana, qualche altra volta cercherò di andare avanti col Medioevo ed oltre. Come nei programmi scolastici (tanto casco sempre lì...).Verona1.jpg

Ai tempi di Augusto, la città era un importante centro economico e militare, collegato con grandi strade consolari, prima fra tutte la via Postumia, che portava fino al mare. L’attuale piazza Erbe era il foro; esisteva già, appoggiato sul fianco di una piccola collina di fronte all’Adige, il Teatro Romano, uno dei meglio conservati al mondo, dove tuttora vengono rappresentati spettacoli di prosa, musica, danza. Entrarci è emozionante, ma lo è ancora di più calcare il palcoscenico... invidio mia figlia Francesca, che fra un mesetto lo farà per la seconda volta in vita sua, grazie ad una rassegna delle scuole di danza cittadine. L’unico problema è che lei fa danza moderna, a piedi nudi, e le prove generali alle tre del pomeriggio, con le tavole scure del palcoscenico arroventate dal sole estivo, diventano una vera tortura... ma le ballerine sono delle rocce, sanno cavarsela sempre! Assistere ad uno spettacolo nello scenario del Teatro Romano è un’esperienza unica: nelle pause si sente fluire l’Adige, qualche volta passa tranquillo il gattone che lì è di casa... L’acustica è perfetta, migliore di quella di tanti teatri moderni. Che sia per questa lunga tradizione che qui a Verona fioriscono tanti gruppi teatrali? Anche Giulia, l’altra mia figlia, è stata contagiata dalla passione dello spettacolo e frequenta uno di questi gruppi da ben quattro anni. Stavolta, al saggio finale, sarà Titania, la regina delle fate del Sogno di una notte di mezza estate... Ma per lei il palcoscenico del Teatro Romano è ancora un miraggio, perché è destinato soltanto alle compagnie professionali. Qui, per ora, si limita a fare da attenta spettatrice...Verona2.jpg

Se la posizione in cui è seduti è favorevole, dalle gradinate si può perfino sbirciare il Ponte Pietra, anch’esso risalente all’epoca romana, demolito nel ’45 dai Tedeschi in ritirata, ma in seguito ricostruito fedelmente all’originale. Duemila anni fa, in questa zona, c’erano anche altri edifici pubblici, come le terme (di cui resta un grande bacino che ora troneggia in piazza Erbe, alla base della fontana detta di Madonna Verona) e un circo, surclassato in età flavia (I secolo d.C.) dalla famosissima Arena, cioè l’anfiteatro simbolo della città, che sorge dalla parte opposta rispetto al foro. L’Arena ospita, come ricordavo sopra, molti spettacoli musicali e manifestazioni varie, grazie alla sua enorme capienza, ma anche al suo fascino unico. Ricordo ancora quando, liceale di belle speranze, venni dalla Toscana con i miei genitori per vedere Carla Fracci, al massimo del suo splendore, che interpretava Coppelia... In quell’occasione feci una cosa strana, che non ho mai raccontato a nessuno: alzai gli occhi al cielo e pensai che quelle stelle forse già vedevano l’uomo che avrei potuto amare... Sogni da adolescente romantica, pensai, sotto la suggestione della città di Giulietta e Romeo. Mi autobacchettai, dandomi della scema... Qualche anno più tardi, per uno strano intreccio di casi, ho conosciuto all’Università di Pisa uno studente veronese, che adesso è, guarda caso, mio marito... Autosuggestione? Preveggenza? Bah, io sono convinta che noi donne siamo tutte un po’ streghette.

Ma torniamo all’epoca romana: rimangono ancora anche due porte monumentali: Porta Borsari, che anticamente era sul decumano massimo (cioè la via principale della città all’epoca), ora Corso Porta Borsari, e Porta Leoni, sul cardo massimo (l’altra strada fondamentale, al cui incrocio col decumano sorgeva il foro). Completa il panorama dei principali monumenti romani il cosiddetto arco dei Gavi, che un tempo sorgeva sulla via Postumia,Verona3.jpg verso la necropoli, dove attualmente si trova Corso Carducci, e che per fare spazio ad un ampliamento della strada è stato rimosso dalla sua sede originaria e collocato nei giardinetti a fianco del Corso. Questo fatto di prendere i monumenti e spostarli per far circolare meglio le macchine non mi piace niente, ma tanto nessuno ascolterebbe le mie rimostranze. Mi va già di lusso se le auto cominciano a fermarsi quando attraverso gli incroci sulla pista ciclabile, col mio velocipede (ci credereste? Nei cartelli stradali le bici sono chiamate così!).
Qua e là si trovano altri importanti resti di epoca romana: abitazioni, parti di mura difensive, parti di strada lastricata. In particolare, in Piazza dei Signori, sorge il complesso dei cosiddetti Scavi Scaligeri.
Niente male, vero? Ed è solo il primo itinerario...

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10.05.06

Giro d’Italia con vibrisse: Brescia, una domenica di maggio

di Lucia Marchitto

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Brescia.jpgLa luce cade di traverso su via Musei senza depositarsi a terra, restando sospesa sui tetti. Chiuse nei loro portoni le case non lasciano respiro alla strada, addossandosi nel fondo di una curva fanno muro ai miei occhi. Vicoli come feritoie creano correnti di aria e luce.
In questa domenica mattina di maggio è deserta di uomini e macchine la via.
Il portone del museo Santa Giulia ha ancora i colori di Van Gogh e Gauguin.

Dopo la curva la luce mi cade addosso prepotente, le case lasciano spazio da un lato il tempio Capitolino dall’altro alla piazza del Foro, la luce gialla cadendo dal tempio si allunga nel cono d’ombra della piazza.Brescia1.jpg
Pare di essere in un altro posto e in un altro tempo.
Pochi metri e la strada riprende le sembianze di prima: portoni grossi e chiusi e case addossate le une alle altre non tanto per stare in compagnia ma per fare muro alla luce.
Incrociare via Mazzini è come lasciarsi alle spalle un mondo, l’antico sparisce nel nuovo. Ma via Musei non si arrende, l’oltrepassa per giungere al cuore della città, per morire appena dopo la piazzetta Tito Speri dove s’innesta con la ripida salita della contrada S. Urbano che si arrampica verso il castello. La piazzetta è oscurata da ombrelli e tavoli, e non si sente il cinguettio degli uccelli che pure ci sono perché più forte è il ciarlare di tutte queste persone sedute ai tavoli e che hanno negli occhi soltanto il riflesso della tazza. Sorrido guardandoli meglio, non ci sono occhi, soltanto occhiali neri e la tazza riflettendosi assume forme strane e cangianti.
Guardo oltre la statua la luce che si macchia di piante e gerani appesi ai balconi.
Affretto il passo costretto contro il muro da altri tavoli e da biciclette che passano veloci, imbocco l’antro oscuro che si fa strada tra le case e giro a sinistra ansiosa di trovare e guardare la mia piazza: la luce qui cade da tutte le parti e si riflette nell’oro dell’orologio.
Mi porto al centro: mi piacerebbe avere occhi tutti intorno alla testa per abbracciarla con lo sguardo.
Questa piazza dalla ferita profonda mai rimarginata.
Gli occhi privi di lenti scure lacrimano.
Giro le spalle all’orologio per guardare la loggia col suo tetto tondo e bianco, rimessa a nuovo da poco, il marmo bianco acceca.
I tavoli anche qui stanno rubando al passo la gioia di sfiorare la pietra.Brescia2.jpg
Improvviso un ricordo, veloce torno indietro, riattraverso l’antro oscuro e giro a sinistra: nascosto e stipato tra due muri il trullo tagliato a metà dalla luce mostra linee tonde trapunte di rossi mattoni macchiati dal tempo.

La musica di un violino si leva nell’aria, la ragazza pulisce tavoli vuoti, ha capelli neri e occhi profondi, guarda la strada e vede altro, seguendo la linea del suo sguardo mi trovo davanti la lama tagliente di un muro, finestre si girano verso la luce cercando calore.
La malinconia mi segue sulle note del violino mentre imbocco il vicolo tappezzato di tavoli e sbuco dentro piazza Paolo VI, guardo i gradini cercando l’impronta dei miei vent’anni.
Un ragazzo è seduto proprio lì dove c’è la mia impronta, ha la pelle scura, e lo stesso mio sguardo di allora.
Dietro l’imponenza del Duomo Nuovo si nasconde il Duomo Vecchio come a proteggere la propria pietra dal fuoco del sole e conservarla ancora e per sempre nei secoli dei secoli.
Imbocco via Trieste e sbuco di nuovo in via Mazzini e mi avvio verso i portici, sono quasi deserti, non paiono quelli di ieri alla stessa ora e con lo stesso sole: oggi le serrande dei negozi sono tutte abbassate.
Seguendo i portici all’angolo a destra si intravede piazza Loggia davanti a me corso Palestro: pittori espongono i loro quadri, ragazzi neri la loro mercanzia.
Salgo i gradini che mi portano in una piazza Mercato deserta, la luce cade ovunque, lo spazio si dilata e potrebbe inghiottirmi se non fosse per quella panchina posta a lato della piazza che allunga l’ombra sulla pietra fornendo l’ancora a cui aggrapparmi.
Allunga l’ombra in righe verticali e fa tutt’uno col suo corpo, seduto mostra spalle ricurve e testa abbandonata sul petto, capelli bianchi e coppola in meraviglioso equilibrio, orecchio grande e rosso: pare l’orecchio del mondo.Brescia3.jpg

Proseguendo giungerei in P.zza Vittoria, più che una piazza è un ampio parcheggio ma non è per questo che torno in corso Palestro imbocco vicolo del Carro e mi trovo in contrada Soncin Rotto e aspetto davanti a un enorme portone grigio, aspetto paziente fino a quando si apre e come una ladra entro dentro veloce, fotografo e guardo il cortile.

E’ tardi, a casa qualcuno mi aspetta.
Ritorno in corso Palestro, attraverso P.zza Vittoria, giungo di nuovo in P.zza Loggia, riguardo il mio trullo, mi incammino per via Musei, affogo di luce nel Foro e improvviso un portone si apre, faccio appena in tempo a fare clic che è già chiuso.Brescia4.jpg

Col muso sul portone sorrido.
Se fossi straniera oggi disegnerei questa città come una donna che nasconde le proprie forme e bellezze sotto un burqa, ma non sono più straniera, questa è la mia città, la conosco, e quei portoni non nascondono i cortili ma sono portoni e cortili insieme, un’unica costruzione, un corpo unico.
Sorridono anche i miei piedi stanchi quando finalmente, in macchina si riposano.
Il sorriso si disegna sul vetro della macchina mentre penso a queste ore trascorse con la mia città, io e lei a braccetto sotto il sole di maggio.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:34 | Comments (2)

09.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: Ricordi del paese dove sono nato

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

San_Prisco.jpgSono venuto al mondo in un piccolo paese vicino a Caserta: San Prisco. Quando nacqui, i miei genitori vivevano già a Lucca; mio padre vi era arrivato nel 1930, prendendovi la cittadinanza esattamente il 29 ottobre di quello stesso anno. Si sposò con mia madre il 17 aprile 1939 e a Lucca nacque il primogenito Giuseppe nel maggio del 1940, come pure il terzogenito Mario, nel marzo del 1946. Io sono il mediano, nato nel 1942. Era di gennaio, un freddo gennaio, e mia madre si trovava a San Prisco, dove si era trasferita sin dai primi di dicembre per partorire me presso la sua mamma Maria - essendo in tempo di guerra.

Nacqui il 14 di quel mese gelido nella casa dei miei nonni materni. Dopo 40 giorni mia madre fece ritorno a Lucca in treno. Con me erano anche mio padre e mio fratello Giuseppe. Da ragazzo, sono tornato spesso, in occasione delle vacanze estive, al paese natale, del quale mi sono rimasti indelebili ricordi. Ne scrissi molti anni fa, in un racconto che non ho più ripreso. Li ripropongo qui, sparsi com'erano.

OMAGGIO A SAN PRISCO

Al mio paese natale nel mese di settembre si celebrano grandi feste in onore della Madonna. Ero ragazzo e quasi ogni anno per quel tempo la mia famiglia si trasferiva da Lucca a San Prisco e vi restava per alcune settimane.
I miei genitori avevano molta nostalgia della loro terra e mi accorgevo, quando si era là, che acquistavano un colorito ed una allegria straordinari.
Il viaggio, che facevamo in treno, era massacrante, circa seicento chilometri in terza classe, su sedili quasi sempre di legno. Il cambio a Roma, dentro quell'enorme stazione già allora brulicante di viaggiatori, con la rincorsa che facevamo alla coincidenza carichi di pesanti valigie, mi dava una sensazione di sgomento e anche di avventura, soprattutto se pensavo che andavo nel mio Sud assolato, arido, bruciato, ricco di rovi e di fichi d'india.
Le stazioncine che incontravamo nel tratto campano erano minuscole, quasi sempre deserte, adorne al massimo di una panchina di ferro dalla vernice corrosa. Scendevamo a S. Maria Capua Vetere al mattino molto presto. Ci attendeva, sempre sorridente, zio Michele, dal cuore generosissimo. Andavamo al piano di sopra, dove era sistemato un ampio bar (così lo ricordo), ci ristoravamo. Il barman aveva imparato a riconoscerci e ogni volta ci accoglieva con molta cordialità.
Lo zio faceva sempre venire una carrozzella e con quella giungevamo in paese. L'aria era già satura di festa, lo sentivamo non appena si arrivava in piazza, dove a quell'ora del mattino, gli spazzini erano intenti a pulire e rimettere ordine.
La sera partecipavo anch'io alla festa. Veniva a prendermi mio cugino Luigi. Entrava nell'aia, dove lo attendevo giocando con altri ragazzi, vicini di casa, e si usciva insieme nella strada, tutta illuminata e già piena di gente.
Ricordo che una sera era stato allestito un palco per un cantante, noto da quelle parti. Intorno a quello che calca di gente! Alcuni ingegnosi davano in affitto le sedie di paglia (si usava, e forse si usa ancora, anche nelle chiese). Ne prendevamo per noi. Qualcuno passava a salutarci: delle ragazze che conoscevano mio cugino non mancavano l'occasione di avvicinare anche me, il forestiero. Quasi tutte indossavano abiti migliori, si chiacchierava, si mangiava soprattutto cocomero e noccioline. Non si pensava molto alle ragazze, ma il loro ricordo ora mi esalta, al pensiero di come la vita a quell'età è rigogliosa, intraprendente, spontanea.
Una ragazza del Sud quando è bella non lo è in modo semplice, diventa stupenda; ogni cosa è perfetta: il nero colorito degli occhi e dei capelli, l'abbronzatura della pelle; le forme di una rotondità misurata; le labbra rosse, aperte, pronunciate, colme di sensualità, inebriante su quel carnato scuro.

San_Prisco3.jpgDai pochi episodi narratimi ogni tanto, nei momenti di maggiore confidenza, riesco ad immaginare mia madre giovane, intenta a cucire sull'aia della casa paterna, a San Prisco.
Doveva essere una bella ragazza, ed io stesso ho sentito lodarla dai vicini, che la conobbero a Lucca.
Molti giovani la corteggiavano, ma mia madre non dava ascolto né incoraggiava nessuno, del resto i genitori non l'avrebbero fatta sposare o anche fidanzare se non dopo le sorelle più grandi.
Immagino le lunghe giornate trascorse sulla macchina da cucire, in mezzo a quell'enorme aia sulla quale si affacciavano altre famiglie. Quella di mia madre era numerosa: tredici tra fratelli e sorelle; i maschi soprattutto profittavano della sorella sartina e le ronzavano intorno per farsi cucire una camicia, una giacca, un pantalone, per poi correre in strada a mostrarsi belli.
Sgobbavano tutto il giorno nei campi, fino a tardi.
Degli zii Gaetano e Nicola, ricordo così bene quando al mattino, non ancora l'alba, venivano a prenderci col carro e ci portavano con loro.
Quelle notti non si dormiva; appena il rumore delle ruote entrava nel cortile, era una febbre che ci prendeva. Gli zii davano un fischio e subito si appariva: ebbri, elettrizzati.
Prendevamo il canalone, una gola stretta ricca di fascino, segnato da solchi profondi per il gran numero di carri che vi erano passati in tanti anni; si scendeva ogni tanto a cogliere fichi d'india, e anche le more che pendevano giù lungo la parete della gola.
Una volta nei campi, che ricordo così vasti, così ricchi di piantagioni, di frutta, per noi cominciava il momento più entusiasmante. Gli zii ci lasciavano correre liberi, e noi si turbinava lungo i filari della vigna, o sotto i noci, nel mezzo di un cielo limpido, asciutto.
Ai bordi dei campi, crescevano tanto copiosamente i fichi d'india, di cui eravamo ghiotti, Ci coprivamo le mani di spine, ma che gioia nel momento in cui assaporavamo il dolcissimo frutto, sconosciuto da noi in Toscana!
In questa terra è cresciuta mia madre; la sua giovinezza è maturata in questo ambiente rustico, ma denso di vita, colmo di sapore, in cui la giornata, pur lenta a passare, pesante per il clima arroventato, era tutta piena di lavoro, di operosità.
Quando si rientrava, gli zii portavano le mucche e i cavalli nella stalla. Ai nostri occhi quei gesti assumevano il fascino di un rito antico, sempre uguale; i finimenti erano appesi in cortile, ad un chiodo rozzo; il carro era messo sotto una tettoia, ci pareva altissimo, ci arrampicavamo fino a toccare le stanghe, ritte verso il cielo.
La partenza di mia madre, che veniva sposa a Lucca, lasciò molti rimpianti, La sua figurina gentile, sempre presente nel cortile, chinata sulla macchina da cucire (una Singer che si portò sempre con sé), era diventata per tutti una cara, calda consuetudine.
Mio padre, rimasto vedovo, l'aveva vista poche volte e se n'era invaghito.
Era riuscito a vincere la sua timidezza attraverso amicizie e parentele. E mia madre, forse incerta, ancora inesperta, si convinse a quel passo che segnò il mio destino.

San_Prisco1.jpgIl vigore del Sud erompe ad ogni angolo di strada, da ogni zolla.
Tutto è cotto dal sole; perfino i villaggi, i paesi, i muri dei viottoli (dei "vichi") paiono immersi in una luce bianca, allucinante.
La forza del Sud è la violenza del suo sole che ha soggiogato ogni cosa, l'ha vinta, l'ha costretta ad una quiete magica, che ubriaca, conturba il pensiero. Il mio paese, specialmente d'estate, così allungato nella campagna arsa, odorosa di terra e di tabacco, aveva lunghi pomeriggi assolati, silenziosi; i contadini, nei campi, riposavano sotto i noci; le bestie, liberate dall'aratro, brucavano qua e là tra i rovi.
Ne approfittavo per passeggiare in strada; al di là degli alti muri di cinta delle masserie sentivo il chiacchiericcio dei lavoranti, con la bocca piena di pane; soprattutto le donne ridevano, con rapidi trilli. Dai portoni usciva l'odore forte della stalla: lo starnazzare delle oche, il grugnire mugoloso del maiale. Mi sentivo invadere da una pienezza calda, ubriacato da questo superbo, stracolmo sapore della vita.
Per le viuzze non incontravo nessuno. I pochi sfaccendati stavano rintanati all'osteria. Passando di là, mi giungeva il loro gridare: e l'odore del vino, grasso, ricco di fumo.
Vorrei essere ancora là, toccare quei muri che certo mi ricordano; arrestarmi ad ascoltare l'abbaiare di un cane; gustarne lo sferragliare della catena.


Sull'aia della mia casa natale, al tempo della mia infanzia, abitava anche una famiglia di carrettieri. Il padre era un omone robusto ed energico e così anche i figli, uomini e donne, tutti ben piantati; le donne, soprattutto una ne ricordo, erano spigliate, vivaci, pronte al motto arguto, anche salace.
L'officina era sul retro. Lavoravano tutti là, con la fornace accesa che allungava i suoi bagliori fin nell'angolo più lontano del cortile. Dappertutto si trovavano stanghe, ruote, spallette da rifinire, qualche carretto pronto. Le ruote erano enormi, stupende per la bellezza che riuscivano a conferire al carro.
A guardia di giorno e di notte, poiché il cortile era aperto, stava un mastino nero, legato ad un filo di ferro che correva lungo tutto il perimetro, dimodoché il cane poteva arrivare all'improvviso dovunque.
Era una bestia armoniosa, anche se la sua grossa mole in principio poteva infastidire, farlo giudicare brutto. Invece era magnifico; il manto nerissimo accresceva la sensazione di potenza, di aggressività: molto lucido, sul quale spiccava il caratteristico collare di cuoio, largo, chiodato.
Quando andavo a trovarli, soprattutto le donne avevano piacere di mostrarmelo, in specie di sera, allorché accendendo la piccola luce del cortile, me lo trovavo lì davanti, ringhiante, con gli occhi gialli. Bastava però un ordine della padroncina perché si rincantucciasse.
Erano serate calde e si stava bene fuori. Da quel cortile allargavo lo sguardo sulla campagna scura; qua e là spiccavano le rade luci. Alcune case, costruite fuori del paese, si sperdevano nel buio; appena si notava la loro sagoma nera. Una luce era posta su di un ponticello minuscolo, quasi fiabesco.
Calamitava sempre il mio sguardo e anche oggi, ricercando le immagini di allora, lo vedo laggiù, in mezzo alla nera campagna, illuminato.

San_Prisco2.jpgDa ragazzo, quando mi recavo a San Prisco a trascorrere le vacanze estive, la sorella di mia madre, Matrona, voleva che andassi a stare con lei.
La casa era tipicamente meridionale, dal grosso portone che lo zio Alessandro la sera chiudeva con cura, con gesti che sapevano di antico: parevano attrarre nell'aia, illuminata da una fioca luce, la quiete calda del Sud.
Mia zia mi raccontava delle storie, rideva del suo dialetto, le piaceva non farsi capire. Mio cugino Luigi la burlava e si divertiva anche lui, quando sua madre e mia cugina Sisina si provavano ad insegnarmelo.
Nell'aia, sotto le scale che conducevano alle camere, si trovava il pozzo. Tiravo su il secchio con entusiasmo; mia zia allungava il braccio per afferrarlo e lo scroscio dell'acqua, che traboccando ripiombava giù nel fondo, mi procurava un piacere pungente.
Era un rito che si svolgeva più volte durante il giorno, ma il suo fascino magico lo aveva di sera quando s'era tutti in cerchio sull'aia, col portone chiuso, immersi nel silenzio circostante.

(nella seconda foto, sono quello a sinistra di chi guarda, a destra è mio fratello Mario e al centro il mio carissimo zio Michele. Nella quarta foto sono quello a destra di chi guarda, a sinistra è mio fratello maggiore Giuseppe, al centro mio fratello più piccolo Mario, e, su tutti, mia madre. Dietro, uno dei muri della casa dove nacqui)

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 13:04 | Comments (19)

08.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: Foggia

di Giuseppe Cornacchia

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Foggia.jpgFoggia è un insieme limitato di edifici: la mia casa, il bar abituale, l'agenzia delle scommesse, la biblioteca provinciale, la sede del mio ordine professionale. Sto cercando un posto a gratis nel quale creare un orticello e una qualche forma di baratto per oggetti sufficientemente utili e di lunga durata; mi torna indifferente che sia tra un milione e mezzo, centocinquantamila, millecinquecento o centocinquanta persone.

Ciò premesso, un pomeriggio di questo primo maggio ho avuto un seminario tecnico in biblioteca su tetti/isolamento, seminario iniziato in ritardo e tirato abbastanza per le lunghe. Quando l'unica fonte di reddito possibile o scambio umano è l'e-mail, sai che nella sala del piano di sotto c'è giusto un incontro letterario e lo sai tu, a te è concesso cambiare vita in due rampe di scale, accomunare nella centounesima città d'Italia eventi nel solo edificio pubblico che frequenti.

Il marocco che lava il parabrezza e il malvivente che pretende un regalino sono fuori, come tutta l'altra gente. Racconta il critico letterario a noi cento profughi gentili, dove forse ne entrano sessanta (o settanta), una città del tempo della guerra e di come una madre odiasse la sua figlia mezza ebrea. E mentre lo racconta, noi profughi seguiamo una breve messa in scena, una signora si leva le scarpe dichiarando: "Io sono quella madre, io sono vostra madre" e un po' per volta tutti ci uniamo, un po' per celia, un po' perché questa qui è la vita: "Tu sei Foggia, noi siamo vostra figlia".

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 11:09 | Comments (1)

07.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: Montuolo, il paese dove vivo

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Montuolo.jpgPer raggiungere Montuolo, dopo aver visitato la città di Lucca, si deve uscire da Porta Sant’Anna, costruita ai primi del ‘900, e prendere la Via Pisana vecchia, che è parallela, sulla sinistra, alla più nota Via Sarzanese, la strada diritta che ci compare davanti, appena varcata la porta. La si percorre per circa 5 chilometri finché si trova l’indicazione del paese.

Montuolo può essere raggiunto anche dalla Sarzanese, ma allora, giunti al principio del ponte sul fiume Serchio (che quindi non si attraversa), denominato Ponte San Pietro, si deve svoltare a sinistra e procedere sulla strada che fiancheggia il lato sinistro del fiume, detta via della Polveriera. Al termine ci si trova già dentro il paese.Montuolo3.jpg
Montuolo ha una storia antica. I primi documenti che ne parlano risalgono all’VIII secolo. Allora si chiamava Flexo, da un’ansa dell’Ozzeri (o Ozzori), il canale – antico ramo del Serchio - intorno al quale si ergeva un piccolo villaggio di agricoltori e di pescatori. A quel tempo l’ansa del fiume, che ora si trova di fronte alla chiesa, passava sul retro, avendo avuto il corso d’acqua varie modificazioni. La chiesa era pievania molto estesa e comprendeva, come si legge in un documento dell’845, paesi limitrofi che col tempo se ne distaccarono, come Cerasomma, Vicopelago, Gattaiola, Pozzuolo, Nave, Sant’Angelo in Campo, Fagnano, ed altri. Il distacco più importante fu quello della Pieve di San Giorgio di Vicopelago, del 989, che si portò con sé i borghi di Pozzuolo, Gattaiola, San Michele in Escheto. Dedicata, fino al tempo della dominazione longobarda, a San Martino, oggi la chiesa di Montuolo è intitolata a San Giovanni Battista. La modifica avvenne nel X secolo quando tutte le pievanie lucchesi dotate del privilegio battesimale e cimiteriale ebbero questo nome. Montuolo2.jpg

Nel 1000 scompare anche la denominazione di Flexo e compare quella di Montiolo, da cui poi Montuolo. La ragione sta nel fatto che, a causa delle guerre tra Lucca e Pisa, fu costruito un fortilizio sulla piccola collina – documentato fin dal 1164 – intorno al quale si radunò il nuovo borgo. Si deve ricordare che uno dei primi scontri armati tra Lucca e Pisa era già avvenuto proprio a Montuolo nel 1117. Montuolo, infatti, è distante circa due chilometri dal confine con la provincia di Pisa. Nel XII secolo la chiesa e il suo campanile assunsero la forma attuale, e nel XIV secolo la chiesa fu ampliata di due campate e l’altezza del campanile raddoppiata.
Le guerre con Firenze e soprattutto con Pisa indussero Lucca a dotarsi di torri d’avvistamento e di fortezze di difesa. Al momento del pericolo, la torre di avvistamento interessata accendeva un fuoco che, visto dalla torre più vicina, veniva replicato fino a giungere alle vedette della città, che facevano scattare l’allarme. L’operazione si concludeva assai rapidamente sì che i Lucchesi non poterono mai essere sorpresi dal nemico. Due fortilizi si trovavano anche a Montuolo, considerato punto strategico rilevante. Abbiamo già detto del fortilizio eretto in cima alla collina (Montiolo), da cui il paese ha poi tratto il nome. Un altro fortilizio, un vero e proprio castello, fu costruito sulla vicina collina, di cui si ha notizia in un documento del 1198. Intorno ad esso, che fu chiamato Castel Passerino, sorse un piccolo borgo di contadini, in tutto dipendenti dal castello, Borgo San Bartolomeo, dotato di una chiesina con lo stesso nome.

Purtroppo, Uguccione della Faggiola, signore di Pisa, riuscì a sconfiggere Lucca nel 1314, entrò in città, ne prese possesso e comandò di abbattere tutte le torri e i fortilizi che si trovavano nel territorio lucchese. Così, mentre non resta assolutamente nulla della Torre eretta sul piccolo colle di Montuolo, pochi sassi segnano oggi il luogo dove si ergeva Castel Passerino. Come è noto, sarà il grande condottiero lucchese Castruccio Castracani, a cui Niccolò Machiavelli dedicò uno dei suoi libri più famosi, a liberare la città dalla dominazione pisana. Di Castel Passerino, nel 1545 erano ancora visibili la piazza, il muro e il fossato.
Con l’avvento di Castruccio Castracani e poi della Signoria di Paolo Guinigi (1400-1430) l’importanza strategica di Montuolo venne meno. L’invenzione della polvere da sparo e di conseguenza le nuove armi che ne derivarono, la confinarono ad un ruolo meno significativo. Montuolo1.jpg

Oggi Montuolo è un paese moderno, ormai unito alla città da una serie ininterrotta di paesi, un tempo soggetti alla sua giurisdizione. Il sagrato della chiesa e la piazzetta dove sorge l’antico Bar Cucchena sono i punti in cui la gente si ritrova a giocare e a discutere. Invasa da nuove costruzioni, mantiene ancora intatta, tuttavia, la tranquillità di un tempo e anche la bellezza del paesaggio, che mostra a sud il profilo delle sue dolci colline, tra cui la Romagna, che fu un presidio di resistenza bizantina durante l’occupazione longobarda, e a nord, poco oltre l’Ozzeri, i doppi e maestosi argini adornati da superbe alberature, dopo i quali s’incontra il fiume antico, il Serchio, ricordato da Dante, quel fiume che ha dato nei secoli molto filo da torcere ai Lucchesi. Una leggenda racconta che fu San Frediano (venuto dall’Irlanda, e si dice fosse figlio di un re), vescovo di Lucca nel VI secolo, a deviarne il corso per tenerlo lontano dalla città.
Sulla collina di Cocombola, dietro casa mia, si trovano ancora, oltre ai resti di Castel Passerino, quelli di un eremitaggio (la Cella di Pietro Rustico) le cui tracce si trovano già in documenti del 1198. Poco distante, oggi sotto il comune pisano di Ripafratta, si trova, ormai in disfacimento, ahimè, l’Eremo di Rupecava (Lupo cavo), Rupecava.jpgla cui costruzione si perde nella notte dei tempi. Si dice vi abbia soggiornato addirittura Sant’Agostino che lì iniziò a scrivere il trattato De Trinitate. Quando si arriva all’8 settembre, festa dell’Immacolata, ancora si celebra lassù, in mezzo al folto bosco di castagni, una festa antichissima. La Madonnina, scolpita nel 1326 dal famoso scultore Andrea Pisano, non più conservata nella chiesetta dell’Eremo, fatto oggetto di atti vandalici, viene appositamente condotta sul luogo proveniente dalla chiesa di San Bartolomeo di Ripafratta, dove è custodita per il resto dell’anno.
Sulla collina di Cocombola sorge anche una sorgente di acque salutifere, che ancora oggi molti vengono a prelevare dai paesi vicini con damigiane e bottiglie. Il luogo è detto Polla del Bongi, dal nome di una celebre famiglia del passato. Una leggenda vuole anche che su quelle colline si trovino le orme del paladino Orlando che, posseduto dalla follia, ne abbaccò con passi prodigiosi le cime.


Posted by Bartolomeo Di Monaco at 19:27 | Comments (6)

06.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: La Fiera del Libro di Torino, anno 2003

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Fiera_2003.jpg Sono stato alla Fiera del Libro di Torino una sola volta, nel 2003. Questo è il mio ricordo.
UN PELLEGRINO ALLA FIERA DEL LIBRO
Ora sono un po' più sereno, giacché ho adempiuto a quel precetto mai scritto che vuole che un lettore si rechi (come i musulmani alla Mecca) almeno una volta nella sua vita a visitare la Fiera del Libro. Pellegrino che ha diviso bisaccia e bordone e i trecentoventichilometri circa del viaggio con il fratello Mario e il figlio Stefano.

La cosa più bella che ho incontrato è stata naturalmente il mio libro La scampanata, che vedevo per la prima volta, creatura piccina piccina. Me ne hanno regalato una copia, che subito ho sfogliata: forme perfette e salute ottima, mi son detto, mentre voltavo le pagine e mi accorgevo della rilegatura morbida e resistente, di quelle destinate a sopravvivermi. Me lo son messo - prima che nella borsa - nella tasca della giacca. C'entrava a pennello, leggero e delicato come una piuma. Sei fatto per andare dovunque, amico mio, ho pensato, e mi sono immaginato torme di lettori che se lo tenevano tra le mani, nel fresco della montagna, sotto l'ombrellone in spiaggia, sul treno, nel negozio in attesa del prossimo cliente.

Vita lunga a te!

Quindi mi son messo a girare per gli stand. Quanti! Al centro dominavano i grandi, quieti e indifferenti come tanti pachidermi, e guardavano i poveri pellegrini, oranti con il libro in mano, dall'alto della loro onnipotenza. Nello stand di Mondadori, De Crescenzo aveva uno spazio tutto suo stracolmo, e il libro di Faletti era impilato qua e là con volute immaginifiche, cospicuo e superbo, come se fosse lui a sostenere la struttura, non solo della Mondadori, ma di tutta la Fiera.

Disseminati come il prezzemolo dappertutto, ecco i piccoli. Mi venivano incontro nomi di tutto rispetto che avevo conosciuti in fondo alla copertina di tanti bei libri. Tra loro, l'indifferenza verso il pubblico scemava per assumere i rossi pudori di una partecipazione interessata, che si accresceva nei piccolissimi, che si davano da fare intorno a balene e balenotteri, consapevoli e smarriti, ma trascinati da un entusiasmo creativo che mancava ai grandi, predatori degli spazi e degli orari più opportuni e prestigiosi.

Quanti pellegrini sulla rotta della Fiera! All'ora di pranzo, poiché tutti i salmi finiscono in gloria, gli snack bar erano strapieni, e s'incontravano mascelle masticanti dappertutto, giovani seduti sugli scalini o direttamente sull'acciottolato esterno. Qualche boccone veloce e via di nuovo lungo i corridoi degli stand.

A me non riusciva di star fermo da Marco Valerio, e - secondo il comandamento di silvio - me ne andavo in giro e ogni tanto mi sedevo nello Spazio degli autori, che cianciavano dei loro libri. A me non è toccato andarmi a sedere lassù, non era previsto. La pubblicità del mio romanzuccio era affidata a manifestini collocati in vari punti della Fiera, dove stava scritto che io mi trovavo allo stand a disposizione di chiunque.

Ho firmato qualche dedica ogni tanto, ma proprio mentre stavo ad ascoltare, seduto in quello Spazio ciarliero, uno scrittore, forse Andrea Salieri, mi son sentito battere sulla spalla. Era una delle addette allo stand del mio editore, la cortesissima Norma, che mi informava che una persona era là ad attendermi.

Janus. Era proprio lui!, che non ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto questa graditissima visita. Ho conosciuto anche lui, finalmente, dalla capigliatura folta e la voce così gentile.
"Sei un autore indisciplinato" mi ha rimproverato subito. "E' la quarta volta che vengo qui per incontrarti."
Abbiamo chiacchierato piacevolmente.

Proprio a pochissima distanza stava lo stand di Sironi. Questa è la volta buona che conosco l'infaticabile Giulio Mozzi, mi son detto. Vado, chiedo. "E' stato qui fino a ieri" mi ha risposto una gentile signora. Scalogna nera. Mi chiedo se gli sarà capitato di vedere a pochi passi da lui il mio libriccino, che per arrivare alle dimensioni erculee del libro di Faletti se ne devono mettere insieme una ventina.

Stand L 50: Editore Salerno. Questa era una dritta datami dal solito onnisciente silvio. Qui mi sono davvero incantato. E' un editore tagliato su misura per Luca Tassinari (www.salernoeditrice.it ). Autori del passato fanno bella mostra di sé e non andresti mai via. Obnubilato da tanta bellezza, avevo gli occhi e le mani tremebonde. Non sarebbero bastate le poche ore a disposizione per fare la traversata di quel mare grande che è la letteratura italiana del passato; così mi sono impossessato del suo catalogo, che ho qui davanti a me e sarà una delle mie prossime avide letture.

Ma un colpo da novanta l'ho sparato anch'io, e proprio da Salerno. Stavo venendomene via con il catalogo tra le mani quando il mio sguardo si posa su: Umberto Fracchia, "Novelle e racconti". Non è possibile, mi dico, che si possa trovare ancora qualcosa di lui, dello scrittore lucchese di fine Ottocento, primi del Novecento, morto giovane, di quarantuno anni, fondatore di quella che fu la prestigiosa Fiera letteraria, che ha avuto tra i suoi direttori il dimenticatissimo Diego Fabbri e Manlio Cancogni - da una vita insediatosi in Versilia, divenuta la sua patria di adozione.

Il giovane commesso mi dice: "Guardi che su questi libri c'è un'offerta: tre al prezzo di 12 euro. Scelga pure un altro libro". Ne avevo preso tra le mani uno che riguardava le pasquinate, quando la Fortuna ancora mi carezza gli occhi: Ferdinand Gregorovius: Lucrezia Borgia. La scelta è subito fatta, la mano autonomamente raccoglie il volume e lo mette in borsa, insieme con gli altri due. Poi caccio i 12 euro, gongolante e col sorriso sulle labbra.

Nello stand del mio editore Marco Valerio trovo pure Guido Gozzano: Fiabe, e acquisto anche il libro di Ugo Mazzotta, che ho conosciuto e con il quale ho chiacchierato a lungo: “Commissariato di polizia La bella Napoli", che ha per protagonista il commissario Prisco. L'autore, napoletano, medico legale, mi ha confessato che il nome del commissario lo ha tratto dal paese dove sono nato e che lui conosce molto bene: San Prisco. Questo libro capita a fagiolo, giacché sto leggendo autori meridionali, e quindi ecco che lo metto tra le prossime mie letture.

Quando siam lì che chiacchieriamo del più e del meno, arriva Romeres, entusiasta, preciso ed infaticabile factotum della casa editrice, e dice a me e a Ugo che viene il fotografo per farci le foto. Nelle ore che abbiamo trascorse insieme ci ha spiegato anche perché i nostri libri sono piaciuti, soddisfacendo una umanissima nostra curiosità.

E dal fotografo, che scattava continuamente mentre noi parlavamo (qualche foto ce l'ha fatta mettendoci in posa!), è venuta la scoperta più lieta della giornata: ossia che la ragazza della foto del mio libro esiste veramente, è un'amica dello stesso fotografo, che me ne ha svelato il nome. La mia più incantata dedica della giornata l'ho riservata a lei. Ho fatto bene, son più che sicuro. E' la cosa più bella del libro, quella foto: è una persona viva, che non s'incontra quindi nella sola fantasia, ma anche per strada, potremmo.

Con una tale gioia nel cuore, quindi, ho lasciato Torino. Mio fratello, mio figlio e questo povero Cristo pellegrino della Fiera, abbiamo raccolto bisaccia e bordone e intrapreso il lungo cammino del ritorno.


Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:30 | Comments (7)

04.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: Brescia - Calitri (Av): Andata e Ritorno

di Lucia Marchitto

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Calitri.jpg22 dicembre 2005

Cappello, guanti, valigia, pizzica il naso dal freddo e dalla polvere, mi faccio largo tra la folla, paletti e divieti e pannelli di plastica coprono gli sportelli, i lavori di rifacimento dormono un sonno di ghiaccio mentre il giorno si fa strada nella notte e tutto ha questa luce strana di risveglio sonnacchioso.

E poi la vedo, cammina veloce verso il treno senza fermarsi a guardare il pannello degli arrivi/partenze, dritta sparata verso il 1° binario, la chiamo, mi abbraccia, dice che ha fretta, che deve prendere il treno, il mio è in ritardo: 10 minuti recita il display.
E poi ritorna: il suo treno è anche il mio e il ritardo adesso è di venti minuti che diventano poi quaranta e poi quarantacinque. Qualcuno mi chiama “Anche tu!" Dico e ci abbracciamo contente scoprendo che dobbiamo, se arriva, prendere lo stesso treno. Così adesso siamo in tre ad aspettare, mio figlio non aspetta è lì, la cuffia nelle orecchie, gli occhi puntati sul nulla.
E quando poi il treno arriva e riusciamo anche ad entrare restiamo bloccati all’ingresso del vagone stipati come acciughe e non so come fanno loro due a parlare e a ridere e a parlare ancora come se non ci fossero tutti questi cappotti che si spiaccicano sui nostri nasi, come se tra le gambe non ci fossero tutte queste valigie e borse e scarpe e dio ... come fa mio figlio a stare lì con gli occhi puntati sul nulla? Come fa a trovarlo il nulla in questo ammasso di carne e occhi e scarpe e borse?
E quando poi finalmente mi siedo le guardo e capisco che non si sono accorte di niente e le parole ancora piene di polvere e ghiaccio fumano nel caldo del vagone sciogliendosi e colando mi inondano e non so cosa pensano tutti questi visi attoniti e assonnati che pure ci circondano e che a volte ci guardano e Bologna arriva così improvvisamente come se fosse stata dietro l’angolo e allora saluto prima l’una e poi l’altra e scendo.
Una donna con tre bambini e non so quante valigie cerca di correre affannata verso il binario, mio figlio afferra due borsoni e l’aiuta, io corro in stazione, il mio treno è partito da un pezzo, il prossimo è un Eurostar devo fare il supplemento.
“Non c’è nessun posto, non posso farle il supplemento. Le consiglio di rivolgersi all’ufficio clienti" dice l’omino dietro lo sportello dopo non so quanti minuti di coda.
Cerco l’ufficio clienti, lo trovo, affannata entro, gli occhiali mi si appannano, non vedo niente, sento una voce, sembra quella di una pubblicità “Desidera?" mi tolgo gli occhiali, porgo i biglietti, spiego il tutto alla ragazza con la divisa che prende i biglietti e li timbra “Non c’è posto sull’Eurostar però con questo timbro devono farla salire per forza, certo dovrà stare in piedi però si rivolga al capotreno forse riuscirà a trovarle un posto" Scendo di nuovo il sottoscala e poi di nuovo salgo e poi arrivo presso il binario e trovo mio figlio che forse si è svegliato perché sta mangiando un panino e la signora con tutte quelle valigie è così contenta del ritardo perché così può chiedere il rimborso e le sue bambine adesso sono attorno ad un cane, un bassotto con gli occhi di bue: tristi e buoni, legato alla catena, abbracciato dalle bambine, spinto dai passanti e dalle sue tozze zampe, la grossa gabbia lo segue come una bocca pronta a spalancarsi e a inghiottirlo e poi arriva il treno, e con immane fatica si riesce a salire e poi con altrettanta fatica riesco ad avvicinarmi alla cabina del capotreno e una lunga coda mi aspetta, quella lunga coda porge biglietti timbrati dall’ufficio clienti così torno indietro fino alla fine del vagone, lui è seduto per terra le cuffie dentro le orecchie,io cerco di trovare almeno lo spazio per stare in piedi.
Dall’altoparlante una voce ci dà il benvenuto sull’Eurostar e ci augura buon viaggio con Trenitalia prima in italiano e poi in inglese. Per andare al bagno devo scavalcare corpi seduti per terra a tappezzare il treno. Calitri1.jpg

Quando arriviamo a Foggia il nostro trenino è partito. Il prossimo ci sarà tra un’ora e mezza. Andiamo in un bar, prendiamo un panino, torniamo sul binario quattro e mi avvio verso il troncone sud. “Sei sicura che è questo?" dice mio figlio guardando il trenino. La locomotiva rantola e sbuffa. I vetri scuriti dal buio riflettono la mia faccia stanca, mi avvicino per capire dove siamo ma ormai la notte si è mangiata i contorni delle cose.
E poi fa un ultimo sbuffo la carrozza e si ferma: Rocchetta S.Antonio (PZ), scendiamo, attraversiamo il binario “Ma ..." guarda avanti e indietro e ancora avanti e poi ancora indietro e poi “Ma ... è ... il deserto?" mio figlio stranito con gli occhi finalmente aperti guarda la notte e questa stazione spenta, le maniglie delle porte arrugginite, il cartellone del bar come una bandiera sventola insieme a quello dei tabacchi.
Nel vento freddo penzola la stazione, sospesa nella notte come una nave fantasma dal cui ventre fuoriesce il rantolo del treno.
Mio fratello arriva, entriamo in macchina e si parte per l’ultimo pezzo del viaggio.
Dietro la tenda mio padre e mia madre aspettano. Nel forno la pizza è pronta. Nel camino il fuoco scoppietta, sui tetti brilla la neve.
Dormono tutti. La casa respira piano. Da dietro il vetro guardo.

23/24 dicembre 2005

Quando torno mi addentro sempre nella parte vecchia. Mi piace sentire il rumore dei passi sui sassi della strada e questo silenzio strano si riempie di voci, ogni porta chiusa si apre e sulla soglia i volti sono sempre gli stessi e sono sempre ugualmente giovani o ugualmente vecchi così come li lasciai quando senza girarmi a guardare mi avviai col passo allegro verso la stazione gli occhi puntati in avanti come il muso del treno a fendere l’aria. E sempre mi meraviglia questa mescolanza di case abbandonate e case abitate che sono sempre meno ogni volta che torno, sempre più spesso i portoni si chiudono e comincia a crescere l’erba e tutto ha questo sapore di rimpianto e perdita e bellezza, la bellezza di questi alberi che spuntano sulle pareti delle case alla conquista del cielo, questo cielo turchino che sa di infanzia e profuma di nostalgia.

25 dicembre 2005

La mezzanotte mi ha colto nel letto ghiacciato in questa casa fatta di archi e scavata nella roccia. Sento il cuore della pietra battere il tempo.
E poi mi sono avviata a cercare mia madre nella chiesa dell’Immacolata e a cercare il presepe che da sempre mi affascina. Ricostruita dopo il terremoto la chiesa mi appare diversa, troppo bianca e troppo spoglia, niente rimane degli affreschi alle pareti, dei cassoni di legno del soffitto, mi pare più piccola, mi pare abbia linee diverse ma forse sono i ricordi che fissano linee che non si trovano più da nessuna parte se non dentro di noi.
In piedi dal fondo della chiesa osservo le persone davanti a me, e strano, quasi tutti uomini, quasi tutti anziani, quasi tutti ben rasati, mostrano orecchie così grandi, mi fisso sulle orecchie, non riesco a staccare lo sguardo, sembra che ascoltino qualcosa che io non sento, sono sorda da tempo, lo so, mi sembra che pulsino tutte quelle orecchie, e poi osservo ogni volto e ogni volto riconosco anche quello mai conosciuto, come se l’eredità delle rughe si fosse replicata nei volti dei figli, come se ogni figlio fosse il padre, come se la vita non fosse altro che un continuo duplicarsi sempre uguale a se stessa. E lui mi guarda e mi riconosce e forse pensa lo stesso mio pensiero.
Calitri2.jpg Fuori, sul sagrato, dopo tutti questi anni ,la vedo e mi pare la stessa, e mentre penso che sia sempre uguale proprio in quel momento percepisco lo sbaglio, io non sono la stessa, lei non è la stessa, i passi si sono arrampicati per strade diverse e hanno messo una distanza che un abbraccio non può colmare. Adesso il presepe non è più nella chiesa bisogna uscire, girare intorno, scendere le scale e mi trovo in una stanza bianca e squadrata, il presepe è lì appoggiato alla parete sinistra “è sempre lo stesso" dice mia madre “quando passa natale abbassano la tenda per poi tirarla l’anno dopo" Lo sguardo lo sfiora appena, esco.
Il vento forte mi fa lacrimare gli occhi mentre mi avvio verso casa.
A mezzanotte ho il naso incollato sul vetro della finestra: attendo, riconosco il motore della macchina, non fa in tempo a suonare mio marito che ho già aperto la porta.

26 dicembre 2005

C’è aria di festa, si parla tutti insieme e tutti insieme ridiamo mentre scendiamo verso l’Ofanto, il cielo ha nuvole grandi e bianche. Scendo dalla macchina e sono con un piede in Campania e con l’altro in Basilicata. Mio padre parla dei briganti, di Crocco, e si infiamma, e dice che sono storie che gli raccontava suo padre e guarda la Valle Ofantina e i paesi abbarbicati sui cocuzzoli delle colline e delle montagne, abbraccia il suo mondo con lo sguardo, e il suo mondo non ha linee di confine, lui non sta con un piede in Basilicata e l’altro in Campania: questa è la sua terra!

27 dicembre 2005

Piove, una pioggia fitta che porta via l’ultimo sottile strato di neve, e tira vento, l’acqua rotola sulla strada come un piccolo fiume seguendo le curve dall’alto verso il basso, dalla finestra i tetti sovrastano altri tetti, dentro al camino il fuoco scoppietta e scandisce il tempo.

28 dicembre 2005

Si parte, questa volta niente locomotiva, niente Eurostar, questa volta si sale in macchina. Per strada il cielo è di un azzurro incantevole, un sole che pare primavera, così fin verso Rimini poi la pioggia ci bagna e infine a pochi chilometri da casa la neve cambia i contorni del mio piccolo mondo.
Chiudo la porta lasciando fuori il freddo e la neve e i gesti di sempre cancellano questa manciata di giorni che mi hanno accolto in una bolla sospesa sopra il tempo.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 09:13 | Comments (5)

03.05.06

Il Giro d'Italia con vibrisse / Lecce

di Ramona

[tutte le tappe del Giro d'Italia con vibrisse]

La Lecce che io ricordo è quella di 20 o 30 anni fa. E fa un po’ a pugni con la Lecce di oggi.
La Lecce anni ’70-’80 era un’altra signora, una prozia della Lecce del terzo millennio.

La Lecce che io ricordo gravita soprattutto in zona Porta Napoli, dove sono nata e cresciuta. L’obelisco, l’Arco di trionfo, perfino l’enorme cimitero comunale, sono i miei punti di riferimento, i paletti della mia memoria. Per fortuna sono ancora là. E insieme alle tre porte (porta Rudiae, porta Napoli, porta S. Biagio), alla colonna te Santu Ronzu e alle tante magnifiche chiese, insensibili al progresso e a ciò che si perpetua in suo nome, indifferenti a nuovi e incolori monumenti, mi ripetono affettuosi che sì, Lecce è sempre Lecce. Devo solo convincermene.

Nella Lecce dei miei ricordi quella che oggi è via Taranto (così detta perché è la via che, in appena un’ora di auto, porta davvero a Taranto), si chiamava invece via D’Aurio. Un bel nome, con un che di fatato, di prezioso. Era una strada a doppio senso di marcia (possibile?, ci si chiede oggi increduli), molto frequentata. Auto in sosta vietata, da un lato e dall’altro, il contiguo cimitero e diversi negozi la rendevano quasi impraticabile. Specie nelle ore di punta. La sua peculiarità era di essere una strada periferica, eppure centrale. Da qui arrivare al centro storico era un soffio.
Abitavo in un vicolo, una costola di via D’Aurio, anche questo dal nome molto poetico: Corte dei Fiori. C’era ben poco di più squallido di quel vicolo, lo capivo anche da piccola e lo confermo da grande. Ma pare che in tempi remoti passasse di là un certo sindaco, si accorgesse di tante belle ragazze affacciate ai balconi e quindi esclamasse estasiato: che bei fiori in questo posto!! Da qui, dall’animo ispirato di un sindaco, il nome.

Nella Lecce che io rammento il Viale degli Studenti era invece Viale Taranto, e perciò oggi vado in confusione con quella che è l’attuale via Taranto... Non mi ci raccapezzo più… Il viale era popolato da filari di pini maestosi, dispensatori di fresco nei torridi pomeriggi estivi e protettivi durante gli inverni di tramontana gelida. Quante passeggiate, sotto la loro ombra… Era un viale rassicurante. Ora quei pini sono tutti morti. Decapitati e divelti. Per mettere in sicurezza la strada con lavori di ammodernamento, dicono. Ma il mio cuore, la mia memoria, senza più riferimenti, chi li mette in sicurezza? E non m’importa, forse egoisticamente, che l’incolumità dei cittadini sia così assicurata. Il mio amico viale è stato stravolto, i grandi alberi sostituiti da giovani virgulti dall’esile ombra… E non è finita. La strage continua, l’epidemia distruttrice dilaga. Altri grandi vecchi, in altre zone della città stanno per cadere, sono caduti. In nome di cosa, santo cielo?… Qualcuno me lo spieghi.
La Lecce degli anni in cui ero bambina è anche la Lecce del mare nelle domeniche d’estate. S. Cataldo (approdo di Ottaviano Augusto), Frigole e Torre Chianca le spiagge più accessibili, più vicine e più economiche, da toccata e fuga in tempi di austerity. Ricordi di sabbia sporca, catrame vagante, di mare ingombro di alghe e rifiuti disseminati ovunque. Eppure era pur sempre mare, e sabbia, dove costruire castelli e sogni.

Il mare è però, allora come oggi, anche quello di Castro, di Otranto, di Porto Badisco, dove i nonni prendevano in affitto una casa per tutta l’estate, e dove risiede il mare più blu, più limpido, più leggero che abbia mai visto anche in seguito. E’ il mare che guadagna vele e bandiere blu. E’ a Porto Badisco (approdo di Enea) che ho imparato a nuotare. Avevo già 13 anni e dunque ero in ritardo rispetto alli piccinneddhi di pochi anni, gli scugnizzi indigeni imparentati stretti coi pesci che come i pesci sembravano nati nel mare.

La Lecce cittadina che io ricordo era una signora placida, tranquilla e caotica al contempo. Non avvenivano clamorosi fatti di cronaca nera, o almeno non ne giungeva notizia a me, fanciulla ingenua con la testa fra le nuvole. A parte la solita delinquenza spicciola. Vigeva la legge del più furbo, che per un fenomeno di compensazione si associava a quella del più coglione: il primo fa strada, il secondo viene annientato. Ma a Lecce, caso strano, sono tutti furbi, e nessuno è coglione. Corruzione o concussione nessuno sa cosa significhino, eppure sono un modus vivendi dell’intera popolazione, magari in forma sottile e anche per piccole cose. Si parla di favori, mica di soldi. Vuoi un servizio, che magari ti spetta? Se sei riconoscente in anteprima, l’ottieni subito, altrimenti… dovrai penare nel purgatorio degli onesti. D’accordo, non tutta la popolazione è così. Buona parte. Ed è un dato di fatto quasi sempre accettato. Caso strano… credo che in ciò la Lecce dei miei ricordi sia proprio uguale alla sua pronipote moderna… sbaglio?… I miei informatori confermino.

La Lecce di me adolescente era la Lecce delle lunghe passeggiate con le amiche, in un centro storico tutto nostro. In bici (una vecchia Graziella), che poi legavamo con un solido catenaccio al semaforo di via Trinchese, o a piedi, tanto si arrivava in un attimo. Il cuore di Lecce è raggiungibile con poca fatica. Lo struscio era quello classico: dal Corso Vittorio Emanuele, trafficatissimo, intasato di macchine, pieno di buche, a piazza Duomo, sede di parcheggio. Oggi anche questa è un’eresia. Il centro storico è tutto vietato ai mezzi che non siano elettrici (auto messe a disposizione dal Comune per i turisti), la pavimentazione è stata rifatta, si cammina a piedi in una bomboniera. Che meraviglia fare la turista nel posto in cui sei nata! Guardi tutto con altri occhi e scopri particolari che allora non vedevi. Un pupo barocco sull’angolo di una casa, un soffitto affrescato che fa capolino da una finestra, un giardino pensile, e, guarda un po’, l’inferriata di una finestra a forma di fallo… era una vecchia casa di appuntamenti, ma l’ho scoperto da poco. Prima, scusate, ero troppo piccola per certe cose...

Da piazza Sant’Oronzo, per tramite della chicchissima Via Trinchese, a piazza Mazzini, dove all’epoca riuscire a parcheggiare era un terno al lotto, e nell’ora di punta del mezzogiorno o della sera era come trovarsi a Roma o Milano.

Piazza Mazzini è stata una scoperta dei miei 12 anni, grazie ad un amico più grande che mi ci ha portato. E’ una piazza moderna, di recente fattura. Fino a qualche anno prima si disputava il palio con i cavalli durante la festa del patrono, sant’Oronzo. Me lo ricordo. Non ricordo invece, e come potrei, risale a tanto tempo prima, la calca di trecentomila persone che venivano a omaggiare il papa. Difatti per i leccesi questa è ancora piazza trecentomila. Da dodicenne quasi adulta, vidi per la prima volta la fontana oggetto di polemiche. Era stata appena costruita. Asimmetrica, sbagliata. Ne avevano parlato tutti i giornali. Dopo un periodo di grigia trascuratezza ora è ripulita, c’è l’erba, ci sono i fiori, c’è un clima di mondanità. Ma la fontana rimane asimmetrica. Per l’eternità.

Memorabili erano le soste nella Villa comunale, qualcosa di più di semplici giardini pubblici, su panchine il più delle volte scassate. Ore e ore a chiacchierare con le amiche di cose da grandi.
Se torno ancora più indietro, a quand’ero bambina di 6 o 7 anni, nella Villa vedo anche i lupi. Una grande gabbia, o così mi sembrava, ma forse non lo era, ospitava due o tre poveri lupi, magri e assai puzzolenti. La lupa è il simbolo di Lecce, ma in quelle povere bestie non c’era traccia di fierezza. Come mai io che ero piccola lo capivo e mi veniva da piangere nel vedere la loro umiliazione, e gli adulti no? E poi c’erano i cigni, più in là, e il pavone, che quando faceva la ruota con la coda era una festa, perché non si concedeva così spesso a noi cittadini. Ora niente animali, ma i busti severi di personalità illustri rimessi a nuovo.

E la Lecce sportiva, anche quella è nei miei ricordi. La Lecce del pallone, del primo salto in serie A, dell’inseguimento, insieme alle amiche, dei calciatori per ammirarli dal più vicino possibile. Ero pazza del portiere Divo Vannucci, un omone alto e biondo e con i baffi. Come si poteva non farsi incantare da uno che si chiamava DIVO??. E poi la Lecce delle feste in piazza per il mondiale dell’82 e i bagni nella fontana, la frenesia, la gioia popolare più autentica che ora un po’ mi manca.

La Lecce che ricordo è quella del vivi e lascia vivere, del culto dell’amicizia e delle teste calde che fanno i bulli, specialmente con una macchina sotto al sedere. Era la Lecce dei ragazzini in motorino che i segnali stradali non immaginavano cosa fossero, mentre il casco era roba per astronauti. Ragazzini che viaggiavano minimo in due sulla stessa sella, talvolta in tre, e che spesso invece di scippare la gente si accontentavano di mollare un tremendo sculaccione alle ragazze.

Era la Lecce in cui le ragazze che uscivano da sole, o anche in coppia con l’amica, si ritrovavano alle costole un codazzo inesauribile di pappagalli attacca bottoni, giovani e meno giovani, e tanti esibizionisti che aprivano la patta dei pantaloni, tutti fieri della loro miseria. Non so come sia ora. Non ci cammino più da sola e soprattutto non ho più 18 anni…

Era la Lecce di Mara, primo travestito dichiarato e orgoglioso di esserlo. Si diceva che fosse stato a Casablanca per l’intervento, ma la cosa è tuttora circondata da un alone di mistero. Mara da tempo non c’è più, ce ne sono altre (altri) a raccoglierne l’eredità spirituale (che quella economica chissà a chi è andata), in un clima di disprezzo che da allora non è cambiato.

Era la Lecce della giravolte, di via delle Bombarde, dell’Arcu te Pratu celebrato da un altro mito del tempo, più di un mito, un culto: Bruno Petrachi e le sue canzonette in dialetto. Chi se la ricorda la canzone te lu Pascalinu tou, ora che impazza la taranta? La taranta non è che un ripescaggio culturale di successo, montato ad arte e diventato un business. Scuole di ballo, comparsate in fiction e in programmi televisivi… dov’era vent’anni fa la taranta? Questo no, non me lo ricordo.

La Lecce dei miei ricordi è cristallizzata, più o meno, ai primi anni ’80. Come tutti i ricordi, si veste della magia incantata di ciò che non c’è più… Ed è meravigliosa.

Ringrazio l’amico Andreache con i suoi preziosi aggiornamenti mi fa sentire, nonostante tutto, ancora a casa...

Posted by giuliomozzi at 16:46 | Comments (19)

29.04.06

Giro d'Italia con vibrisse: il Ponte del Diavolo

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Ponte_del_Diavolo.jpg (Questo dovrebbe essere l’ultimo mio articolo del breve viaggio nella mia città, che spero possa essere stato utile e di gradimento. Dico dovrebbe, perché se altri racconteranno dei loro paesi, delle loro città, delle loro esperienze nei luoghi dove vivono, potrei anch’io riprendere a percorrere le strade antiche della mia bella Lucca e raccontare...)

Chissà quanti ponti del diavolo ci sono nel mondo, ma sono certo che pochi, se non nessuno, possano eguagliare il fascino del Ponte del Diavolo che si trova nella provincia di Lucca. Per arrivarci, bisogna prendere la strada che conduce verso la Garfagnana (località denominata, per la sua bellezza, la Svizzera italiana) e, giunti a Borgo a Mozzano, distante una trentina di chilometri dal capoluogo, eccolo lì il ponte, che si staglia in tutta la sua magnificenza.
Fermatevi nel piccolo piazzale situato sulla riva sinistra del fiume Serchio e ammirate, ora, il gioco dei suoi archi che, riflettendosi nell’acqua, formano dei cerchi perfetti.
Fu fatto costruire dalla contessa Matilde di Canossa (1046 – 1125), “veramente virtuosa e donna bellissima"; “nata di Bonifazio lucchese e di Beatrice, discesa dagli imperatori", come narra lo scrittore lucchese del XV secolo Nicolao Tegrimi, che fu anche il primo autore a scrivere una biografia sul condottiero più famoso della città: Castruccio Castracani.
Il ponte fu edificato per consentire l’attraversamento del fiume Serchio ai viaggiatori che desideravano recarsi a Bagni di Lucca, nota ancora oggi per le sue Terme. Castruccio Castracani provvide al suo restauro agli inizi del Trecento. Subì altri maneggiamenti, tra i quali l’apertura di un nuovo arco per il passaggio della linea ferroviaria. Si chiamò dapprima Ponte di Chifenti, poi, non più tardi del 1526, fu chiamato Ponte della Maddalena, nome suggerito da un oratorio dedicato alla Santa, situato sulla sponda sinistra del fiume, ma non più esistente.
Tutti, però, lo conoscono come Ponte del Diavolo, perché la sua leggenda è più forte della storia.
Ponte_del_Diavolo1.jpg
Si narra che il costruttore ad un certo punto non si raccapezzasse più a concludere in tempo l’opera, così invocò l’aiuto del diavolo, al quale non parve vero di offrire la sua collaborazione, prestata, però, sempre alla stessa condizione che ormai tutti conosciamo, ossia che gli fosse venduta l’anima. Patteggiarono e il furbo costruttore riuscì ad ottenere dal diavolo che si prendesse non la sua anima, ma quella del primo essere che attraversasse il ponte, una volta terminato. Si racconta che l’oscurità avvolse all’improvviso la valle e quando si ripresentò la luce il ponte era bell’e finito. Non restava che attendere, dunque, il primo passante, e il diavolo era lì, nascosto, pronto ad agguantare la preda per portarsela all’inferno. Ma che cosa escogitò il nostro smaliziato costruttore? Ponte_del_Diavolo2.jpg Vide passare un cane (qualcuno dice un maialino) ed ebbe l’idea. Prese un pezzo di focaccia e lo gettò in cima al camminamento, invitando il cane ad andarselo a prendere. Così fece infatti la bestiola, che fu la prima, perciò, a percorrere il ponte. Figuratevi la rabbia del diavolo quando lo vide comparire! Un cane, anziché un cristiano, come aveva invece sperato! Si accese, perciò, di una tale ira che, abbrancato il cane, lo scaraventò con tutta la sua forza sul lastrico del ponte. Tanta fu la violenza del gesto che nel punto in cui fu sbattuto il cane, si aprì una buca e l’animale sprofondò dritto dritto all’inferno.
Si racconta che il diavolo sia ancora lì, nascosto nell’acqua del fiume in attesa di prendersi quell’anima che gli fu negata dall’astuzia di quel lontano architetto.
Ma questa seconda parte riguarda un’altra leggenda, che potete trovare qui, uscita dalle mie mani: http://www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=USB3IZ06A6XUG

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28.04.06

Giro d’Italia con vibrisse: Le mura di Lucca

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Mura.jpgQuando si arriva a Lucca, la prima immagine che ci colpisce è quella delle sue Mura. Non ne esistono di eguali al mondo per ampiezza e splendore. Esse per una circonferenza di metri 4.195 racchiudono al loro interno l’antica città, rimasta indipendente fino al 1847.

Non si sa con esattezza quanti mattoni furono necessari per costruire l’imponente fortificazione, ma nell’Archivio di Stato di Lucca sono custoditi documenti che riportano le cifre delle più importanti forniture: la prima di complessivi 250.000 mattoni; la seconda di 100.000; la terza di 50.000; la quarta di 35.000 ed infine una fornitura di circa 3.000 mattoni. Queste ed altre notizie si possono ricavare dal bellissimo volume Le Mura del Cinquecento di Roberta Martinelli e Giuliana Puccinelli, edito nel 1983 per conto della Cassa di Risparmio di Lucca, che ha una affettuosa presentazione di Mario Tobino, il quale ad un certo punto scrive: “Ma io amo anche le mura viste da fuori, dall’esterno. Non c’è volta che rientri a Lucca o dall’autostrada, da Montecatini, dalla Garfagnana, da Viareggio, che le mura – cortine, baluardi, i bianchi cartigli con le date – non mi accolgano, non mi sorridano benevolmente." Quei bastioni rotondi che si vedono guardando le Mura si chiamano orecchioni ed è proprio sopra di essi che si trovano i baluardi, un tempo attrezzati con cannoniere e fucilerie.
Mura1.jpgAll’interno degli orecchioni varie gallerie, ancora presenti e alcune perfino aperte ai visitatori, costituivano il deposito delle munizioni e delle armi, nonché l'alloggiamento di soldati e di cavalli. Il tratto dritto che unisce tra loro due orecchioni si chiama cortina. All’esterno delle Mura, davanti alla cortina di San Frediano (che conserva fra l’altro una parte di mura medioevali), si vedono gli spalti, terrapieni a forma di cuneo anch’essi predisposti per una prima difesa. Gli spalti restano solo in quel punto; gli altri furono distrutti per la costruzione della circonvallazione e dell’area extraurbana.
La costruzione andò avanti per oltre un secolo, essendo iniziata nel 1544 e terminata nel 1650. La sua altezza è di 12 metri. La spesa complessiva fu di circa 900.000 scudi.
Sebbene edificate per difendere la libertà dei Lucchesi, le Mura non fronteggiarono alcuna guerra; servirono invece a salvare la città dalla inondazione del Serchio nel 1812, quando tutte le porte furono chiuse. Si racconta che la sorella di Napoleone, Elisa Baiocchi, che reggeva il Principato di Lucca, fu tirata su per le Mura con un argano onde poter rientrare in città, circondata com’era dalle acque del fiume. L’alberatura delle Mura, che è visione altrettanto magnifica per la varietà delle piante (platani, olmi, ontani, lecci, tigli, magnolie, ippocastani, ed altro ancora), fu decisa da Maria Luisa di Borbone che, dopo la caduta di Napoleone e a seguito del Congresso di Vienna, resse quello che si chiamò il Ducato di Lucca dal 1817 al 1824; a lei successe il figlio Carlo Ludovico fino al 1847, anno in cui fu decisa, ma a malincuore, l’annessione al Granducato di Toscana. Questi due periodi, unitamente a quello nefasto del pisano Uguccione della Faggiola, nel 1314, sono tra i pochi in cui Lucca, perduta l’amata libertà, fu sottoposta al dominio altrui. Ancora oggi su alcuni orecchioni si vede il bianco cartiglio, ricordato da Tobino, su cui è scritta la parola Libertas.

Lucca non ha avuto solo questa cinta muraria, ma ne ha avute altre due: la prima romanica tra il III e il II secolo avanti Cristo, di cui restano tracce all’interno della Chiesa di Santa Maria della Rosa (più semplicemente conosciuta come Chiesina della Rosa), di raffinato stile gotico; la seconda risale al XIII secolo, ampliata poi nel XIV secolo, di cui restano le due superbe porte dette Porta di Borgo, al termine di via Fillungo, e Porta San Gervasio e Protasio che si può ammirare nel suo imponente fulgore dopo un centinaio di metri entrando da Porta Elisa. Qui, in cima ad uno dei due robusti torrioni, aveva il suo studio uno dei pittori del Novecento più amati dai Lucchesi: Alfredo Meschi (Si digiti Trova, qui:http://www.giacomopaolini.it/Eravamo.htm).
Porta_Gervasio.jpgLe Porte di Lucca sono attualmente sei: Porta San Pietro del 1566; Porta Santa Maria (o Borgo Giannotti) del 1593 e Porta San Donato del 1629. Queste tre sono le più antiche. All’interno di Porta San Donato si può vedere un’altra Porta (detta Porta San Donato vecchia, oggi sede di un Ufficio turistico) e alcuni resti di mura. Ciò è dovuto al fatto che quella prima costruzione si dimostrò non stabile nel suo tratto di cortina, per cui fu abbandonata.
Mura2.jpgPorta Elisa, la quarta porta, fu fatta costruire da Elisa Baiocchi nel 1811; Porta Vittorio Emanuele (conosciuta come Porta Sant’Anna) nel 1911 e Porta San Jacopo nel 1931. Di recente sono state restaurate ed aperte le cosiddette sortite, previste dai costruttori per poter uscire di nascosto dalla città in caso di assedio.
Per impedire l’apertura di Porta Sant’Anna, e quindi il taglio della cortina, intervennero, ma ovviamente senza successo, sia Giovanni Pascoli che Gabriele D’Annunzio.

Anche le Mura, che sono diventate luogo di passeggio tra i più frequentati dai Lucchesi, hanno ispirato poeti e narratori. Come ho fatto per Ilaria del Carretto, desidero riportare la poesia che alle Mura dedicò il Prefetto letterato Giovanni La Selva:

MURA DI LUCCA

Mura di Lucca, solitarie mura,
sorelle del silenzio, il cuore mio
da voi si parte e non sa dirvi addio
senza provare come una trafittura.

Quando in petto m’ardeva il gran desio
d’un più libero mondo, con che cura
cercaste d’allegrar la mia clausura
donandomi qualche attimo d’oblio!

Orfanelli talor piagnucolosi
i miei pensieri li portaste in giro
lungo i baluardi e i parapetti erbosi,

e lor mostrando or questo ora quel fiore
ne mutavate il pianto in un sospiro
ed il sospiro in palpito d’amore.
___________________________________________

Alle mura di Lucca ho dedicato anch’io una leggenda, che si può leggere qui:
http://xoomer.virgilio.it/badimona/Mura.htm

e alla città di Lucca una mia poesia:
http://xoomer.virgilio.it/badimona/poesie.htm#LUCCA

Alcune fotografie di Lucca si possono ammirare qui:
http://www.globopix.net/fotografie/lucca_1.html

Ampi cenni della sua storia qui:
http://www.palazzoducale.lucca.it/storia.php

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 09:20 | Comments (4)

26.04.06

Giro d’Italia con vibrisse: Santa Zita

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Santa_Zita.jpgNel canto XXI dell’Inferno, c’è un diavolo che ha abbrancato un Lucchese, Bonturo Dati, e lo consegna in fretta e furia agli altri diavoli perché deve tornare a Lucca, dove c’è da fare man bassa di barattieri: “ecco un de li anzian di Santa Zita!" grida ai compagni, i quali accolgono Bonturo ammonendolo: “... Qui non ha loco il Santo Volto: / qui si nuota altrimenti che nel Serchio!"

Quando Santa Zita muore, il 27 aprile 1278 (era nata a Monsagrati – Lucca nel 1218), Dante Alighieri aveva 13 anni. Le due vite si sono in qualche modo toccate, e il Sommo Poeta deve aver sentito, eccome, parlare della Santa lucchese che, ancora in vita, aveva compiuto già vari miracoli ed era molto conosciuta. La Basilica di San Frediano è il luogo dove si tennero i funerali e dove il corpo della Santa è conservato ancora oggi in un’apposita cappella (Cappella Fatinelli) a destra dell’ingresso principale. È la Santa più celebre di Lucca, che, in quanto a Santi (si ricordi che Lucca era appellata come la città delle cento chiese), ne ha avuti altri, come San Giovanni Leonardi (Diecimo - Lucca 1541- Roma 1609: è sepolto sotto la mensa dell’altare della cappella, a lui dedicata, di S. Maria in Portico in Campitelli in Roma), fondatore dell’Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio; Santa Gemma Galgani (Camigliano – Lucca 1878 - Lucca 1903, sepolta nel Santuario a Lei intitolato, appena fuori Porta Elisa e visibile per la gran cupola di color verde, dove vivono le suore claustrali passioniste), fondatrice del Monastero passionista in Lucca; la Beata Elena Guerra (Lucca 1835 – Lucca 1914, sepolta nella chiesa di Sant’Agostino), fondatrice della Congregazione delle Suore Oblate dello Spirito Santo.

Il miracolo più conosciuto tra quelli operati da Santa Zita è il seguente: Zita – che sarà proclamata Patrona delle domestiche da Pio XII – prestava servizio come domestica presso una importante famiglia lucchese, i Fatinelli. Il loro palazzo è visibile ancora oggi, quando, giunti dove la via Fillungo (la più famosa della città) fa una leggera curva, noi ci troviamo da una parte l’ampia via Mordini e sul lato opposto, quasi di fronte a via Mordini, una stradina stretta stretta; lì entrando, si può vedere il palazzo Fatinelli dove prestava servizio Santa Zita. È riconoscibile perché ai suoi piedi c‘è ancora un antico pozzo che porta il nome della Santa. Il Fatinelli, come altri nobili lucchesi, aveva dato disposizione ai domestici di donare sempre qualcosa ai poveri che bussavano alla sua porta. Zita assolveva al compito con grande amore e dedizione, tanto che il padrone cominciò a sospettare che donasse più di quanto le fosse consentito. Così un giorno che la vide recarsi alla porta con un grembiule ben gonfio, in cui sembrava racchiuso molto cibo, la fermò e le domandò che cosa vi fosse contenuto.San_Frediano.jpg Zita rispose: “Fiori e fronde". All’invito del padrone di sciogliere il grembiule, come Zita eseguì l’ordine, da esso caddero a terra fiori e fronde, proprio come la domestica aveva dichiarato.Anfiteatro_lucchese.jpg È in ricordo di questo miracolo che il 27 aprile di ogni anno Lucca festeggia la sua Santa con una grande esposizione di fiori nella piazza antistante la Basilica di San Frediano. È uno spettacolo di una bellezza indescrivibile, quello che si può ammirare sotto il brillio del grande mosaico dorato della facciata. L’esposizione dei fiori prosegue nel vicino Anfiteatro, moltiplicando, grazie a questo splendido monumento trasformatosi negli anni in un autentico gioiello d’arte, meraviglia e suggestione. L’Anfiteatro lucchese è uno dei luoghi più ammirati e fotografati della città.


Posted by Bartolomeo Di Monaco at 18:26 | Comments (8)

25.04.06

Giro d'Italia con vibrisse: La liberazione di Lucca

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Scampanata.jpg
Lucca fu liberata nella notte tra il 4 e il 5 settembre 1944. Così ricorda quei giorni mio zio, Giuliano Ragghianti, nel suo Diario, che utilizzai per il lungo racconto: Cara Anna (Anna era sua moglie, entrambi sono morti alcuni anni fa):

“Infine il buon Dio ebbe compassione di noi, e dopo una bufera di qualche giorno, ci donò un tantino di pace. Alla trasmissione dell'una della 5a Armata, apprendemmo come tutto il fronte si fosse mosso e come anche l'Arno fosse stato varcato in ben 75 punti, fra cui anche a Pisa. Era il 1° settembre, giorno di venerdì. Il giorno dopo apprendemmo che notte tempo i tedeschi che erano tra di noi se n'erano andati oltre il Serchio, in direzione di Ponte a Moriano. Nella mattinata di sabato furono fatti saltare i primi ponti: quelli dell'autostrada e dell'Ozzori. Rimase solo quello di Montuolo e a Ponte San Pietro. Tutti noi sapevamo che ormai era questione di ore e saremmo stati finalmente liberi. Nel pomeriggio di domenica 3 settembre, fu la volta anche di questi due ultimi ponti rimasti e nella notte mancò la corrente elettrica. I primi neri erano già stati visti a Freghino, proprio in quel pomeriggio, e sapevamo che alle Molina e a Ripafratta erano arrivati gli americani... Il lunedì mattina, fu il rombo del cannone il primo a darmi il buongiorno. Batterie tedesche piazzate oltre il fiume sui monti di Carignano, Nozzano Castello ed ai Tre Cancelli nei pressi del Seminario, sparavano sulla strada che da San Concordio porta al foro di Santa Maria del Giudice, dato che pattuglie di neri avanzavano nei pressi di Pontetetto, provenienti dal foro stesso, che i tedeschi avevano fatto saltare ma che gli americani in solo 6 ore avevano ripristinato. Batterie inglesi o americane rispondevano al fuoco tedesco, sparando dove i neri, con segnali fumogeni, indicavano la presenza di soldati tedeschi. Il ponte sull'Ozzori a Pontetetto era il bersaglio preso di mira."

Ancora, dal diario di mio zio, ricavo questo brano:

"Oggi 15 aprile 1945 è stata una giornata campale. Sono passati sopra di noi gli aeroplani diretti all'Alta Italia. Per oltre due ore di seguito aeroplani su aeroplani, formazioni ora di 12, quando di 18, di 24, di 40, di 80, insomma un susseguirsi di apparecchi da bombardamento quadrimotori, scortati da caccia... Spettacolo davvero imponente di cui non veniva mai la fine. Oltre 1.250 quadrimotori con più di 100 caccia di scorta. È questa la più grande parata che sia passata da noi dall'inizio della guerra."


Arrigo Benedetti, ne Il passo dei longobardi così ricorda quei giorni, concludendo il suo romanzo: “Verso le cinque di quel pomeriggio – il cielo s’era rannuvolato, pareva dovesse piovere – un veicolo di forma inconsueta, una jeep disse qualcuno, percorse i viali di circonvallazione, parve annusare le sei porte, entrò, si spinse fino a piazza Grande, girò intorno alla statua e scomparve. Annottava, sugli spalti s’aggiravano le pattuglie dei guastatori tedeschi. I partigiani, allora, si schierarono sui baluardi, orgogliosi d’avere una notte tutta per loro."

A quella guerra anch’io ho dedicato un romanzo: “La scampanata".


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24.04.06

Giro d’Italia con vibrisse: Lucida Mansi

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Lucida_Mansi.jpgIeri mi trovavo a Chioggia, a pochi chilometri da Venezia, dove vive l’amico Lucio Angelini, amico a sua volta, si fa per dire, di Daniela Marcheschi, mia concittadina (si veda alla data 20 aprile su http://www.lucioangelini.splinder.com/). Ero insieme con altri compaesani e partecipavo ad una gita collettiva che ogni tanto mia moglie ed io ci concediamo. Dovete sapere che i montuolesi (così si chiamano i miei compaesani, o anche in vernacolotto: montolesi) sono gente spensierata, che ama divertirsi e soprattutto ama la buona tavola. Infatti, quando si trovano riuniti intorno ad una tavola imbandita, il buon umore sale sempre a mille.

Perché racconto di Chioggia? Perché – non io – ma altri montuolesi, mentre si visitava la graziosa cittadina di mare, hanno incontrato Sgarbi, il famoso Vittorio Sgarbi, bravo studioso d’arte e impenitente dongiovanni. Siccome l’avevano da poco sentito dire in televisione che uno dei suoi sogni era quello di ritrovarsi di fronte al monumento di Ilaria del Carretto, lo hanno festosamente chiamato e gli hanno svelato che il gruppo che aveva davanti era nientedimenoche composto da Lucchesi purosangue. L’accoglienza di Sgarbi è andata oltre le previsioni più ottimistiche, hanno poi raccontato. Ha riferito loro, infatti, che si trovava a Chioggia perché la sera precedente vi aveva tenuto una conferenza nella quale aveva rinnovato le sue lodi al monumento scolpito da Jacopo della Quercia nonché il suo desiderio di trovarsi ancora una volta davanti al celebre capolavoro del XV secolo. Un montuolese, anche se aveva accanto sua moglie, non si è peritato di confidare a voce alta a Sgarbi che gli invidiava le belle donne che lo circondavano sempre. Sapete che ha fatto Sgarbi? È rientrato in albergo e ha chiamato la sua ragazza. Naturalmente lasciando a bocca aperta tutti i montuolesi, che – uomini e donne indistintamente – hanno raccontato che trattavasi di un autentico schianto.

Bene, la volta precedente vi ho fatto conoscere la bella Ilaria del Carretto. Prima vi avevo presentato una lucchese licenziosa e criminale più della Monaca di Monza, e sua contemporanea, Lucrezia Buonvisi (chissà che cosa ne avrebbe fatto il Manzoni se ne avesse conosciuta la storia). Della donna che vi presento oggi, Lucida Mansi, si è occupato, invece, quello che considero lo scrittore più importante della mia provincia, Mario Tobino. A lei ha dedicato il racconto: La bella degli specchi, che dà anche il titolo alla raccolta di racconti usciti per Mondadori nel marzo del 1976 (esattamente trent’anni fa).
Tobino aveva dedicato soltanto due suoi libri a personaggi importanti del passato, che erano stati i suoi grandi amori di lettore e di studioso: Dante Alighieri (uscì per Mondadori nell’agosto del 1974: Biondo era e bello) e Niccolò Machiavelli (Machiavelli a Lucca, Maria Pacini Fazzi editore, 1983).
Lucida Saminiati nacque a Lucca il 7 marzo 1606. A vent’anni si sposò con Vincenzo Diversi nella chiesa di S. Maria Forisportam, il quale venne ucciso il 14 luglio 1628 a seguito di una lite per una questione di confini. Tobino è aderente alla leggenda che vuole la giovane vedova passare solitamente le giornate a contemplare la sua bellezza: “nella sua stanza, dopo la morte del marito, Lucida popolò le pareti del suo nuovo amore: specchi di ogni foggia e misura, tersissimi, guardarono da ogni lato e quello di maggior confidenza fu sopra il letto a sostituire il tetto del baldacchino, così che Lucida sdraiata, le vesti non più necessarie, in questo si contemplava e dalle pareti gli altri specchi rubavano quanto potevano e se, per i movimenti, delle bellezze si nascondevano altre ne sorgevano."
Si racconta perfino che nel libro delle preghiere che si portava in chiesa fosse nascosto uno specchio nel quale si rimirava anziché pregare. Fu perciò del tutto scontato che un’anima siffatta fosse messa sotto osservazione dal diavolo, il quale ogni volta si inebriava al pensiero di una tale conquista. Palazzo_Mansi.jpg Così un giorno, trascorsi altri anni, nel corso dei quali Lucida era convolata a nuove nozze con Gaspero Mansi, le comparve innanzi, si manifestò e le promise di mantenerla bella ancora per trent’anni, alla condizione però che gli vendesse la sua anima. Non fu difficile persuaderla, e così Lucida poté avere ai suoi piedi la migliore gioventù e trascorrere il suo tempo nelle feste e nella lussuria. Finché, alla scadenza del contratto, il demonio si presentò a reclamare il suo credito.
Mario Tobino ci racconta che cosa successe quando il diavolo comparve davanti a Lucida: “«Sono venuto a prenderti, Lucida, l’ora è scoccata, dammi la mano.» D’un lampo in grassi vermi si cambiarono le bellissime membra, d’un lampo fu come già da trent’anni fosse in preda alla morte; lo specchio non più sorretto dalla mano, si piegò nell’umido tanfo, e in un boato, che fu udito per tutta la pianura di Lucca, Lucida sprofondò nell’inferno."

Mario Tobino accoglie una delle versioni della leggenda. Ce n’è, infatti, un’altra che io preferisco, e che è quella più diffusa. Il diavolo, presentatosi a Lucida, la fece salire sulla sua carrozza, e insieme andarono sulle Mura, da dove ad un certo punto la carrozza precipitò, sprofondando nell’inferno. Il punto in cui questo avvenne è individuato nel laghetto che si può ammirare, anche dalle Mura, all’interno dell’Orto botanico. Si dice che ogni tanto affiori sull’acqua il volto di Lucida, e che certe notti si veda girare sulle Mura una carrozza avvolta nelle fiamme.
Arrigo Benedetti aveva già parlato a lungo di Lucida Mansi nella sua opera maggiore: Il passo dei longobardi (Mondadori, 1964) soffermandosi a descrivere i suoi anni giovanili trascorsi nelle Fiandre, a Bruges, in un collegio di monache.
Poi Benedetti, raccontando della vita lucchese di Lucida, scrive: “Lucida riceveva fino all’alba, le bastavano poche ore di sonno. Gli amanti si rinnovavano; nella sua camera, dal soffitto e dalle pareti tutte specchi c’era la botola; questa era una voce diffusa a spiegazione di certe sparizioni. I compagni notturni, col passare degli anni vennero trovati sempre più spesso nelle acque grasse piene di cascami di seta, di lino e di canapa portati dai fossi sotterranei che attraversavano la città, di là dalle Mura, nel punto in cui le acque confluivano in un fossato maggiore."
Lo stesso Benedetti ammette che “Gli elementi del racconto hanno origine disparata; appartengono alla tradizione più insicura che esista: quella fluida, di bocca in bocca, fatalmente fraintesa, continuamente arricchita da abbellimenti di narratori anonimi, che l’arricchiscono con ritocchi suggeriti da altre letture."
Un storico lucchese, Manlio Fulvio, nel suo Lucca, le sue corti, le sue strade, le sue piazze (Pacini Fazzi editore, 1968) ci richiama alla verità, quando scrive che, dopo nove anni di vedovanza dalla morte di Vincenzo Diversi, Lucida convolò a nuove nozze con Gaspero Mansi, nato il 15 settembre 1596, appartenente ad una delle più antiche e prestigiose famiglie lucchesi. Era il 9 settembre 1635, e il matrimonio fu celebrato nella chiesa di S. Pietro a Somaldi. Gaspero Mansi “aveva 39 anni; Lucida, a sua volta, era vicina alla trentina, v’era, dunque, fra gli sposi una differenza di età di dieci anni, e quindi del tutto normale; cade così quel gran divario d’età che la leggenda pone a base della deplorevole condotta coniugale che attribuisce a Lucida. I coniugi vissero insieme per quasi quattordici anni, poi si separarono, e Lucida morì nella sua casa di piazza S. Alessandro (e non nel palazzo di via Galli Tassi) il 12 febbraio 1649, all’età di 43 anni, colpita da una recrudescenza di quell’epidemia che tanta strage aveva fatta a Lucca fra il 1630 ed il 1632. [...] Gaspero Mansi si sposò di nuovo, dopo due anni di vedovanza."

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22.04.06

Giro d'Italia con vibrisse: Ilaria del Carretto

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Ilaria _del_ Carretto.jpgSono tre le donne rimaste nella memoria dei Lucchesi. Lucrezia Buonvisi – la Monaca di Monza lucchese, di cui si è già parlato -, Ilaria del Carretto e Lucida Mansi. Oggi dedichiamo la tappa del Giro d’Italia di vibrisse alla visita di uno dei monumenti funerari più celebrati, davanti al quale hanno sostato folle di pellegrini in visita al Duomo di Lucca, dove il sarcofago è custodito. Numerosi i poeti e gli artisti che le hanno dedicato la loro attenzione, da Quasimodo a D’Annunzio, a Pasolini, a Ruskin, per citare i primi che vengono in mente, oltre che uno stuolo di poeti sconosciuti.

Lucca ebbe alla fine degli anni ’50 del secolo scorso un Prefetto letterato, Giovanni La Selva, autore di una traduzione integrale in rima de I fiori del male di Charles Baudelaire (Ceschina, 1958) e di un volume di poesie intitolato Liriche (postumo, 1967, Industria Tipografica Fiorentina), alcune delle quali molto belle. Una di esse è dedicata a Ilaria del Carretto e porta il titolo di:

Ilaria

Il viso non la morte ti compose
in quell’imperscrutabile dolcezza,
ma un sonno lungo come quel che avvezza
le fanciulle leggiadre a molli pose.
La morte quel che tocca ahimè lo spezza,

ma tu intatta sei e il tuo petto
palpita sotto quelle bianche trine;
dormi siccome dormon le bambine
soavemente sovra il bianco letto.
La morte, sì, è un sonno senza fine,

ma tu chissà che non ti desti come
un’eco nella chiesa solitaria
al suono delle voci che nell’aria
da secoli bisbigliano il tuo nome
assai più lieve d’un sospiro: Ilaria.


Questa è la storia e la leggenda di

Ilaria del Carretto

Paolo Guinigi, dopo la morte della prima moglie, Maria Caterina Antelminelli, appena una bambina, avvenuta nell'ottobre del 1400, smaniava di contrarre un nuovo matrimonio per avere al più presto un erede. Si rivolse ai potenti Visconti di Milano perché gli procurassero una sposa adeguata al suo rango di uomo ricco e Signore di Lucca. Il suo patrimonio, infatti, si era accresciuto smisuratamente grazie all’eredità proveniente da Caterina, discendente di quel Castruccio Castracani che era stato uno dei condottieri più brillanti d’Italia e aveva conseguito cariche e onori tali da meritarsi l’attenzione di Niccolò Machiavelli, che gli dedicò, nel 1520, un suo libro divenuto famoso: Vita di Castruccio Castracani da Lucca.
La scelta cadde infine su una giovane di circa venti anni, che si diceva molto bella e onorata, Ilaria del Carretto, nata a Zuccarello, un paesino ligure, nel 1379, figlia del Marchese di Savona e Signore di Finale, Carlo del Carretto, appartenente ad un antico (x° secolo), ricco e rispettato casato.
Ilaria giunge a Lucca ventiquattrenne il 2 febbraio 1403 e incontra Paolo Guinigi, che ne ha 30, appena fuori delle mura della città di Lucca, a Ponte San Pietro. Torre_Guinigi.jpg Il giorno successivo, festa di San Biagio, è celebrato il matrimonio nella chiesa di San Romano, alla presenza della migliore nobiltà e in mezzo ad uno sfarzo di cui non si ricordava l’eguale.
Per prepararsi a questo matrimonio, infatti, Paolo Guinigi aveva sospeso sin dal 1 gennaio di quell’anno le leggi suntuarie, che “cercavano di frenare il lusso delle donne lucchesi in quanto in sete ed altri addobbi personali esse spendevano quasi tutta la loro dote.", come scrive Neria De Giovanni nel suo Ilaria del Carretto – La donna del Guinigi (Maria Pacini Fazzi editore, 1988).
Dal matrimonio, nove mesi dopo il ritorno dal viaggio di nozze, nasce Ladislao. Paolo ha finalmente un erede, ma vuole altri figli e così Ilaria mette alla luce la piccola Ilaria junior, e sarà un parto fatale, perché, per cause rimaste incerte, morirà tra dolori strazianti l’8 dicembre 1405, all’età di 26 anni.
La morte getta nella costernazione l’intera città, che aveva voluto bene alla giovane venuta da lontano. Paolo ha il cuore oppresso dalla pena; qualcuno sospetta, tuttavia, che sia stato proprio lui a causarne la morte, avvelenandola e avvelenando anche il suo fedele cagnolino. Sono sospetti ignominiosi che Paolo farà fatica a dissipare.
Vuole per la sposa un monumento funebre che ne perpetui la bellezza e chiama a scolpirlo Jacopo della Quercia, un giovane e promettente artista, nato in un paesino, Querciegrossa, nei pressi di Siena.

Ilaria_del_Carretto1.jpg L’opera è terminata intorno al 1407 e subito stupisce per la sua incomparabile bellezza. L’artista è riuscito a realizzare il sogno di Paolo, dunque, ma non sarà soltanto lui a poter contemplare, come se fosse ancora viva e semplicemente addormentata, la sua sposa. Il sarcofago viene posto, infatti, nella Cattedrale della città, e tutti possono ammirarlo.
È talmente magnifica la purezza di quell’immagine che subito la fama dell’opera e della donna che in essa è immortalata corre per il mondo. Accorrono da ogni luogo per venirla a visitare.
Grandi poeti se ne innamorano e dedicano alla giovane e sfortunata sposa le loro poesie. Ma non solo i grandi poeti. Anche comuni cittadini si sentono ispirati dalla bellezza di Ilaria e la celebrano nei loro versi.
Ilaria incanta tutti.
Accade così che due giovani sposi, nel loro viaggio di nozze, decidono di fare sosta a Lucca e di recarsi nel bel Duomo della città.
Dal transetto meridionale, da qualche tempo Ilaria è stata trasferita nel transetto opposto, a sinistra dell’altare (oggi è collocata nella sagrestia). La scorgono, accelerano il passo; trascurano le altre bellezze che arricchiscono la Cattedrale di questa antica e nobile città; Lucca_Duomo.jpg perfino passano davanti al Volto Santo, l’immagine sacra ai Lucchesi, senza accorgersene. Si trovano davanti a Ilaria. Com’è bella! Davvero pare che dorma. Nessuna traccia della sua sofferenza è rimasta sul volto. L’artista l’ha scolpita nel fulgore della sua serenità. L’abito pare guarnire una divinità sorpresa nel suo sonno.
Gli sposi si guardano negli occhi, conoscono la storia di quella giovane madre, essi desiderano un figlio al più presto, come lo desiderò Paolo Guinigi, temono che qualcosa possa accadere di funesto, e soprattutto la sposa è silenziosa e triste.
Lo sposo ha intuito. Nello sguardo profondo tra i due c’è già la conoscenza e il desiderio della vita. Il giovane prende la mano della sposa e la pone sul volto di Ilaria. Non dicono niente, ma la loro preghiera è più che esplicita, anche nel silenzio. Le chiedono di preservarli da quel dolore che ha privato Ilaria della vita, e che quando arriverà il momento del parto, Ilaria vegli sulla donna e la protegga.
Non si sa come sia potuto accadere, ma quel gesto si è tramandato nel tempo, spontaneamente, e tante giovani coppie, innumerevoli innamorati, sono venuti e continuano a venire a Lucca per toccare il volto di Ilaria, per accarezzarlo e chiedere la sua protezione.
Se si osservi il monumento, sono rimaste nel volto le tracce di quella confidenza e di quella straordinaria fede.


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19.04.06

Giro d'Italia con vibrisse: Passeggiata mazarese

di Maura Gancitano

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Mazara_del_Vallo.jpgQuelli che tornano da fuori li riconosci subito. Hanno il passo veloce, l'aria trafelata, i vestiti leggeri. Forse anche tu dai questa impressione, forse anche tu senza accorgertene hai assunto quei modi di fare, cammini svelta lungo il marciapiede anche se non hai dove andare. Guardi Corso Umberto e ti sembra impossibile pensare che sia la strada principale, ti sembra così piccola, insignificante, e non riesci a capire quale gusto possa esserci a percorrerla decine di volte la sera, guardando sempre le stesse vetrine.

Ti ci vuole un po' per riuscire a guardare di nuovo Mazara con gli occhi di chi ci vive, per apprezzare il fatto che non sia cambiato niente dall'ultima volta che sei stata qui.
A cambiare sono solo i segnali stradali. L'ultima trovata è stata quella di mettere un divieto d'accesso in Via Salemi all'altezza di Via Volturno, sulla strada per l'ospedale e il cimitero. Così, se stai per morire, devi infilarti per stratuzze e stratine per arrivare al pronto soccorso, col risultato che forse ti conviene tirare dritto per qualche altro metro e andare direttamente al camposanto.
Anche le serate sono sempre le stesse. Qualcosa da bere dallo zio Enzo, una sigaretta fumata all'ammucciuni dietro l'enoteca per non farsi vedere da qualche amico di famiglia, un giro in macchina, magari un salto al Woodstock o ai Carbonari. Eppure queste serate le hai desiderate per mesi. Perché stare coi tuoi amici, anche quelli che vedi solo due volte l'anno, anche quelli che non senti mai, della cui vita t'informi solo ogni tanto, ti dà l'illusione che niente sia cambiato dai tempi del liceo, che qualsiasi cosa succeda la tua casa è qui, qui hai le tue poche certezze, qui si fonda la tua identità.Il_porto.jpg

Adesso riesci a vedere di nuovo Mazara, riesci a vedere quanto sia bella nonostante la cattiva amministrazione, la mafia, e tutte le piccole grandi porcate che tanto ti fanno incazzare. E sorridi guardando questa città che nessuno è ancora riuscito ad ammazzare, e certe cose che prima t'irritavano ora ti fanno quasi tenerezza, come quelle che hai sempre visto in tempo di campagna elettorale, che ti fanno pensare che niente cambierà mai. I gruppetti di gente che s'incontra in piazza Mokarta per parlare di politica, i candidati che stanno sempre a passiare col vestito buono per farsi vedere, che ti salutano anche se non ti conoscono, parlando al telefono e fumando, e i pensionati che stanno assittati davanti alle putìe elettorali a taliare la gente che passa.
Ogni tanto prendi la macchina e te ne vai da sola a Tonnarella a guardare il mare, cercando di non ammurrarti con la macchina sulle strade piene di sabbia. E poi torni indietro e percorri il lungomare San Vito fino alla Vucca, cercando di superare il traffico assurdo delle giornate di festa, e te ne vai fino a Torretta, dove c'è il faro, per quella strada bellissima e pericolosa in cui tanta gente s'è ammazzata, e ti ricordi di quando i tuoi ti ci portavano la domenica o a Pasquetta a prendere il gelato.
Ma è già tempo di tornare indietro e d'imbarcarti di nuovo per la Brianza, chè la vacanza è finita.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 16:06 | Comments (12)

17.04.06

Giro d'Italia con vibrisse: Lucca e la sua Monaca di Monza

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Torre_Matilde.jpgTutti conosciamo, grazie a I promessi sposi di Alessandro Manzoni, la storia della Monaca di Monza (suor Virginia), al secolo Marianna di Leyva, discendente di don Antonio de Leyva, gran capitano di Carlo V. Nel celebre romanzo ha il nome di Gertrude.

Pochi sanno, forse, che questa donna, nata probabilmente tra il 1575 e i primi del 1576 e morta nel 1650, era quasi coetanea di Lucrezia Buonvisi, la nobile lucchese che negli stessi anni ebbe a Lucca una storia d’amore e di delitti ancora più terribile.
Lucrezia era figlia di Vincenzo Malpigli, appartenente ad una delle famiglie più ricche della città, il quale trascorreva molto del suo tempo a Ferrara. I Malpigli furono in corrispondenza nientemeno che con Torquato Tasso e, secondo quanto si apprende da Salvatore Bongi, nel suo libro Storia di Lucrezia Buonvisi (riedito in copia anastatica da Maria Pacini Fazzi, Lucca, nel 1978. L’originale è del 1864), “sovvennero il povero Torquato con doni e cortesie d’ogni modo, e colla ospitalità nelle proprie case, anche nei tempi de’ suoi maggiori infortuni." Era sposato con Luisa Buonvisi, figlia di Benedetto, appartenente ad una famiglia ancora più ricca e prestigiosa. Va ricordato, infatti, che fu Martino Buonvisi (anche: Bonvisi) che con i suoi armigeri debellò La sollevazione degli straccioni scoppiata nel maggio del 1531, che tenne in agitazione la città per ben 11 mesi. Di essa, spero di poter parlare più a lungo un giorno. Dal matrimonio nacquero tre femmine e un maschio. Lucrezia fu l’ultima dei figli, nata a Lucca nel 1572 (3/4 anni prima, dunque, della Monaca di Monza) visse la sua infanzia a Ferrara e “appena potea dirsi donna" fece ritorno a Lucca, “messa in ischiera tra le più belle". Il suo destino era quello di sposare un Buonvisi, famiglia da cui discendeva la madre. “Se non che la provvidenza pareva che si opponesse a questo parentado", poiché il primo dei prescelti morì “poco dopo fissato il matrimonio"; si scelse allora uno dei fratelli e accadde la stessa cosa. Ma le due famiglie, “non sgomentate da siffatti presagi stabilivano che la sposasse un terzo di quei fratelli, di nome Lelio e le nozze infauste si celebrarono in Lucca nell’agosto del 1591." Lelio aveva 26 anni e Lucrezia 19.

Non era passato ancora un anno da quel matrimonio, che si rivelava sterile, e al quale Lucrezia non aveva portato il suo cuore, che la giovane sposa cominciò a coltivare una vecchia passione, quella che, a Ferrara, l’aveva vista amoreggiare con Massimiliano Arnolfini, discendente pure lui da una illustre famiglia lucchese, la stessa ritratta nel celebre quadro di Van Eyck, del 1434, conservato alla National Gallery di Londra. Così avvenne che una sera, il primo giugno del 1593, mentre Lelio passeggiava con la moglie, giunti nella piazza San Lorenzo (dove si erge la Chiesa de’ Servi), fu assalito da un gruppo di uomini e “cadde trafitto da diciannove ferite". La notizia si sparse rapida per la città e molta folla accorse a vedere il cadavere esposto nella Chiesa de’ Servi, Chiesa_dei_Servi.jpg e non mancarono da parte della famiglia minacce di vendetta. Il giorno successivo fu emesso un bando “che ingiungeva ad ogni persona, che per qualunque via o modo avesse notizia o indizio degli omicidi, di farne denunzia al Gonfaloniere dentro ventiquattro ore, pena il taglio della testa e la confisca a chi non ubbidisse."
Si sospettò subito di Massimiliano Arnolfini. Il primo ad additarlo fu un parente dell’ucciso, Lorenzo figlio di Giovanni Buonvisi, “forse l’uomo di maggiore autorità che fosse allora fra i cittadini di Lucca". Si seppe che il sospettato, insieme con “i suoi scellerati" aveva valicato il confine lucchese “dalla parte della Garfagnana." Si interrogarono diversi sospettati, usando anche la tortura, finché uno di questi, Vincenzo da Coreglia, confessò di “essere stato avvisato come veramente dovesse ammazzarsi il Buonvisi per ordine di Massimiliano, e che al fatto sarebbero stati Pietro da Castelnuovo, Ottavio da Trapani e Nicolao da Pariana. Essergli stata assegnata la parte di star presente all’assassinio per salvare le armi e sostenere gli uccisori nel caso che sopravvenissero i birri."
Massimiliano fu condannato “ad aver mozza la testa e nella confisca dei beni; i tre assassini dover essere posti in un luogo eminente, ivi tanagliati con tanaglie infuocate, poi appiccati; più la confisca senza detrazione di legittima ed il bando ai figli e fratelli germani e con essi abitanti, secondo quanto disponeva lo Statuto. Il Carli e Vincenzo da Coreglia esser incorsi nella pena della testa." Anche per Lucrezia fu ordinata la cattura, che non poté avvenire “per esser costei rifuggita nel convento di s. Chiara, ivi tonsurata e vestita monaca.", assumendo il nome di suor Umilia Malpigli. Consigliata dalla famiglia, era entrata in convento il 5 giugno 1593. La Repubblica di Lucca inviò, allora, un cancelliere a Roma “per impetrare dal Papa di catturare Lucrezia, la quale dicevano «indiziatissima» d’aver tenuto mano all’assassinio del marito, poi rifuggita in frode della legge nel convento." Il processo si concluse “dopo otto giorni di esami e di ricerche, e undici dal commesso delitto." Ma Clemente VIII trovò molti appigli per non consegnare la suora. Prima dell’arrivo dell’ambasciatore lucchese, infatti, “si seppe che un corriere privato, partito lo stesso giorno che lui, ma più di buon’ora, lo aveva prevenuto. E questo fu il primo prognostico che i protettori di Lucrezia lo avrebbero vinto nel gioco." Cosicché l’inviato della Repubblica, il 13 agosto prese congedo dal Papa.

Continuava, nel frattempo, la caccia a Massimiliano che “s’era ridotto coi suoi bravi, e con altri simili che aveva raccolto per via, nei paesi di Valdimagra tra Castelnuovo e Sarzana". Da un tal Giovanni da Fano si apprese che Massimiliano non solo “non negava di aver ammazzato Lelio Buonvisi, ma liberissimamente lo confessava." Di lì a poco, tuttavia, doveva raggiungerlo la notizia che la donna per la quale aveva commesso il delitto, “niente fedele alla prima passione, benché monaca, andava moltiplicando gli amori e i delitti." Fu per lui un duro colpo che fiaccò “all’audace le forze del corpo e la serenità della mente, tantoché fu detto addirittura da alcuni cronisti che «il rimorso di sì atroce delitto l’avea reso stolido e mentecatto.»" Fu per questa ragione che la Repubblica decretò che “«trovandosi Massimiliano Arnolfini fuor di cervello» gli fosse permutata la pena col murarlo a vita nella torre di Viareggio". Quella torre, costruita nel 1534 e attorno alla quale si costituì il primo nucleo cittadino, è ancora presente in Viareggio e conosciuta come Torre Matilde. Fungeva ancora da carcere fino a non molti decenni fa. Scrive il Bongi: “Era a quei tempi Viareggio uno squallido villaggio di povere capanne, quasi inabitabile per le nefande e pestifere esalazioni delle vicine paludi." Chiuso nella torre e con quel clima, l’Arnolfini resistè per circa dieci anni, quando si seppe, nel maggio del 1625, “che da tre giorni non aveva tocco il cibo, e che per una gran perdita di sangue pareva in procinto di morte." Andarono per assisterlo “ma quel disperato, cui forse era in odio l’aspetto degli uomini più che la morte, non consentì di essere visitato." Riuscì a guarire con le sole sue forze, finché, quattro anni dopo, nel luglio del 1629, il Commissario che lo aveva in custodia scrisse “che il carcerato era moribondo, e che questa volta da per sé avea dimandato di un sacerdote." Da quel momento non sappiamo più nulla di lui, e soprattutto se sia morto in quella circostanza. Il Bongi scrive: “Ma il non averne trovato mai più il nome in niuno de’ pubblici documenti ce ne dà molto probabile congettura. Se ciò fosse, Massimiliano Arnolfini sarebbe morto nell’anno sessantesimo dell’età sua, dopo averne passati ventidue ramingo, e quattordici stretto in quella crudelissima prigione." Arnolfini.jpg

Lucrezia continuava, intanto, a coltivare in convento le sue passioni: “si era ugualmente saputo che Tommaso Saminiati era preso particolarmente di suora Umilia Malpigli. Costei toccava oramai i trentacinque anni di età; ma tanto avea conservato di bellezza e di fuoco, da affascinare del tutto esso Saminiati, benché di dieci anni più giovine." Nell’Archivio di Lucca sono conservate alcune lettere facenti parte del carteggio intercorso tra i due amanti. Anche un certo “Pietro pittore" figura tra gli amanti della donna, e il Saminiati l’aveva talmente in odio che voleva ucciderlo per “levarsi questa peste d’attorno." Al modo della più celebre Monaca di Monza, anche suora Umilia “dovea col veleno spengere una povera monaca. Era costei suor Calidonia Burlamacchi, che ritiratasi dalla sua compagnia, temeva potesse palesarne le colpe." Fu il Saminiati a procurarle il veleno. Quel convento fu presto in preda a scelleratezze e, oltre suor Umilia, altre suore furono implicate in scandali: “Orizia Orsucci, Cherubina Mei, Paula Altogradi, Dionea Martini, e Massimilla Ludovici". Fu informato il nuovo Papa Paolo V che autorizzò il processo. Suor Umilia godeva di protezioni altolocate, soprattutto da parte del fratello Gio. Lorenzo Malpigli, “gentiluomo molto accetto e favorito nelle corti italiane, il quale avea amato svisceratamente la sorella e sempre difesala e sostenuta nei suoi molti travagli", al punto che suor Umilia “non solo persisteva nei soliti costumi, ma che, altera e superba, scorreva il convento minacciando le compagne se mai avessero palesato i suoi mancamenti; di che tutte le monache vivevano inquiete, ed alla tavola comune mangiavano con sospetto e paura di veleno. Fu riferito ancora, poiché oggimai di tutto si credeva capace, che sperperati i vecchi amanti, ne avesse trovato un nuovo nello spettabile Simo Menocchi, col quale, a dispetto della badessa, si diceva avesse trattenimenti frequenti; e che fino seguitassero sotto le finestre della sua cella le serenate ed i canti." Le protezioni di cui godeva Lucrezia si infransero, tuttavia, di fronte alla ostinazione di Paolo VI; fu quindi concluso il processo e gli atti inviati a Roma “dove era riserbata la sentenza", che fu pronunciata dal Papa. nei confronti delle monache implicate negli scandali del convento. Riguardo a suor Umilia la sentenza dispose una punizione più tenue rispetto alle altre, in forza delle sue protezioni, e cioè che fosse “condannata pure alla carcere come sopra; ma solamente per sette anni & alla privatione per sempre dello scapolare, del velo e della voce attiva e passiva". In realtà trascorse nove anni imprigionata nella cella, non volendo sottomettersi, scaduti i sette anni della pena, all’umiliazione di non poter più indossare l’abito e il velo, finché, il 6 marzo 1618, “le fecero grazia della carcere, restituendole l’abito e la voce attiva; a condizione però che mai potesse accostarsi ai parlatorii, ruote e porte del convento, senza una licenza riservata alla stessa Congregazione." Di lei non si parlerà più se non nel testamento della madre Luisa Buonvisi scritto il 17 settembre 1618, ossia pochi mesi dopo la sua scarcerazione. “Avea allora raggiunto l’anno quarantesimo sesto d’età. Quando poi cessasse di vivere non ci fu dato di ritrovarlo, mancando i registri mortuari del convento, disperso col maggior numero delle sue carte allorché fu soppresso. Così scompariva senza lasciare traccia della sua fine, forse negletta e solitaria nella cella, colei che tanto avea fatto parlare di sé nell’età più fiorita, ed infiammato il cuore di più d’uno a caldissimo amore." Forse visse tra i rimorsi “pensando a coloro che per causa sua avevano perduto la vita, la libertà e la patria. E più di tutto dovette stringerle il cuore il sapere dal fondo della prigione in che misero stato fosse ridotto per lei quel suo primo amante Massimiliano Arnolfini, che pure per uno strano giuoco della fortuna, sembra che sopravvivesse a tutti i personaggi di questa odiosa tragedia."

(Nella prima foto: la Torre Matilde, a Viareggio; nella seconda, sullo sfondo, la Chiesa dei Servi)

Altre donne lucchesi: Ilaria del Carretto; Lucida Mansi.


Posted by Bartolomeo Di Monaco at 00:15 | Comments (0)

10.04.06

Il Giro d'Italia con vibrisse / Calcolo della resistenza agli urti (camminamenti per Torino)

di Demetrio Paolin

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Pensavo che camminare per Torino è un modo come un altro per vederla e per fare strani collegamenti. Oggi per lavoro dovevo andare in Strada del Fortino presso un hotel, dove si teneva una riunione che dovevo seguire e di cui dovevo scrivere.
Strada del Fortino taglia via Cigna, che è la continuazione di corso Palestro. All'incrocio tra via Cigna, corso Palestro e corso Regina si apre il Rondò della Forca, così nominato perché era quello lo spiazzo, dove venivano eseguite le condanne a morte.
Sono due le ipotesi di spostamento a piedi.

La prima: il mio ufficio è in piazza Albarello, potrei fare due passi, lasciarmi sulla sinistra la Biblioteca Civica, prendere corso Palestro arrivarci al fondo e accorgermi che c'è una statua del Beato Cottolengo, poi attraversare il Rondò, fare qualche passo in via Cigna girare a sinistra e prendere Strada del Fortino, un po' di passi ed ecco l'Hotel.

La seconda è prendere via della Consolata precorrerla tutta, passare davanti alla Consolata, attraversare corso Regina, costeggiare il Cottolengo, passare San Pietro in Vincoli, detto altrimenti il Cimitero degli Impiccati - e d'altronde come chiamarlo se non così?, sorge vicino, anche se un po' discosto, al Rondò ed è facile figurarsi che il corpo morto dell'impiccato finisse qui il suo cammino -, quindi attraversare via Cigna, poi strada del Fortino per essere davanti all'hotel dove c'era questo incontro che io dovevo seguire.

Dal punto di vista delle distanze i due percorsi si equivalgono, così questa volta mi sono deciso per la seconda opzione: Consolata, San Pietro in Vincoli, Fortino.

Una ragione apparente in questa scelta non c'è. Uscito mi sono diretto, meccanicamente, da una parte piuttosto che dall'altra: ecco ci vorrebbe uno statistico, un matematico, qualcuno che spiegasse e trovasse una sorta di legge che regola i movimenti delle persone nelle città. Io credo che questi movimenti, studiati bene, ci potrebbero dire cosa è per noi la città che viviamo.

La verità è che noi normalmente ci costruiamo delle mappe ben precise, ricreiamo nel nostro piccolo una sorta di 'ambiente strapaesano': facciamo colazione sempre nello stesso bar, comperiamo il giornale dal medesimo edicolante, prendiamo i mezzi alla solita ora, il supermercato dove facciamo la spesa è sempre quello. Se questo ipotetico matematico, che si è messo a studiare i flussi dei nostri movimenti, potesse guardarli, concluderebbe che abbiamo bisogno dei luoghi comuni nei quali la città smette di essere città, balena che ci inghiotte, biancore luccicante che tutto confonde, e si trasforma un microcosmo accettabile. Difficilmente qualcuno si avventurerebbe fuori da questi percorsi. E quando questo avviene, subentra la paura dell'incognito, del non più nostro, ma è lì, quando ci muoviamo fuori da questo reticolo di abitudini, che noi facciamo esperienza della città. Ne facciamo un'esperienza profonda.

Pensavo a questo, mentre camminavo.

E poi mi dicevo: la città non può essere altro rispetto a quello che è, e che non c'è modo migliore per dire questo che camminarla a piedi. Mentre ero intento a fare questa enorme quantità di cose, che mai immaginavo di scrivere - queste stramberie le penso mille volte al giorno confusamente a folate, che è difficile che mi ricordi di dirle, forse mi può capitare di raccontarlo al telefono, ma finisce lì - sono stato testimone di un fatto, che per qualche motivo merita di essere detto, e che ho percepito legato, in un modo certamente non chiaro ma non per questo meno cogente, a tutto quello che ho pensato e vi ho scritto fino ad ora.

Attraverso velocemente via Cigna e sono in Strada del Fortino. Il marciapiede è piuttosto ampio e oltre a me ci sono altre persone. Siamo gli uni accanto agli altri, disposti in modo vario, senza una logica precisa. Anche qui basterebbe sollevarsi alti sopra le mura, guardarsi da una prospettiva verticale, prendere due assi ortogonali per scoprire una funzione che spieghi il modo in cui gli esseri umani si distribuiscono all'interno di una piccola porzione di spazio. Ci separiamo gli uni dagli altri con una distanza minima, come se ognuno di noi (ognuna di queste persone ora con me sul marciapiede) fosse avvolto da uno spesso strato di vuoto, trasparente quanto invalicabile, che mantiene una zona di sicurezza. Mentre passeggiamo, vedo alcune persone entrare in un bar, un'altra - una donna - mi sorpassa visibilmente di fretta; io la riconosco, sta andando alla medesima riunione, potrei fermarla, ma invece preferisco che se ne sparisca.

Mentre cammino arrivo ad un condominio, è uguale ai molti che si vedono a Torino: ha un'entrata piuttosto elegante in marmo grigio. Ed è normale a quest'ora trovare vicino all'entrata o nelle sue immediate vicinanze un fiorino, o un furgoncino di quel tipo, di solito dal colore spento con dentro secchi, scope, detergenti, guanti e quant'altro sia necessario per pulire scale, porte e pavimenti. Se alzo lo sguardo trovo precisamente questa macchina a non più di cinque metri da me e se ruoto il capo verso destra vedo infatti una ragazza che pulisce l'entrata. E' accovacciata e sta lavando con forza energica il marmo. Per un attimo quel movimento elastico del corpo mi fa ricordare la disciplina olimpica del Curling, tanto che mi viene da sorridere. Passo oltre, sono in ritardo e devo andare.
Faccio tre passi, giusti, e sento la voce di un uomo che urla qualcosa in una lingua straniera. Mi giro vedo l'uomo che cammina verso di me, nel medesimo istante vedo la ragazza che si alza e colpisce l'uomo con un mocio vileda, una botta violenta tra il collo e la nuca.

Dopo aver detto qualcosa all'uomo disteso a terra, la donna torna a fare quello che stava facendo, noncurante che il tipo si tenga la testa con le mani, lamentandosi come un sussurro.

Io rimango fermo e ho un unico pensiero: come è possibile che il bastone del mocio vileda non si sia rotto? Rivedo nella testa il movimento e lo scompongo: sono sempre più stupefatto dell'elasticità con cui la donna si è mossa, la rapidità del gesto, la potenza e la coordinazione del colpo. Vedo come ha spostato il peso sulle gambe, leggermente flesse, e come ha accompagnato il tutto con una forte torsione del busto così da caricare, quasi fosse un congegno a molla, maggiormente la bastonata che aveva deciso di dare. Tutto questo - "decisione di colpire e colpo" - avviene in pochi secondi, è qualcosa di assolutamente esatto, di felino: una perfezione che cancella la violenza del gesto, tanto che mi pare di essere davanti alla televisione a guardare un documentario. In quei casi assistiamo alle azioni più crudeli come affascinati: vediamo una leonessa che bracca un'antilope e si getta sulla preda e la sbrana, ma il nostro pensiero non si sofferma su questa violenza, ma sull'eleganza della corsa, sulla rapidità del gesto.

Ora provo la medesima ammirazione, che non mi fa giudicare moralmente questo gesto, perché lo trovo bello e compiuto; una sorta di eleganza della violenza,come l'abilità del matador nel uccidere un toro.
E poi mi convinco che sono proprio figlio di questa città, che in queste vie ha fatto della violenza un rito condiviso, in cui ognuno recita la sua parte.

E io non sono da meno.

Allora entro nel un bar, che stava a pochi passi dall'entrata del condominio e dico: "Guardate c'è un uomo a terra, credo che sia meglio chiamare un'ambulanza". Il barman non chiede niente e fa il numero, dall'altra parte gli chiedono la via e il resto, lui fornisce tutte le informazioni. "Hanno detto - mi fa - che tra cinque minuti arrivano".

Io poi me ne sono uscito e sono andato alla riunione, anche se ormai ero in ritardo.

Posted by giuliomozzi at 10:15 | Comments (1)

09.04.06

Giro d'Italia con vibrisse / I matti di Porto Marghera

di Mauro Mongarli

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Parlare di Porto Marghera partendo dai suoi matti è rendere omaggio alla sua parte meno strana, perché notoriamente ogni città ha i suoi matti.

Ma i matti di Porto Marghera sono sollevati da incombenze noiose che a noi, gli altri abitanti, toccano, come ignorare i veneziani che tossiscono quando passi, essere comprensivi con quelli di Spinea che si beccavano i fumi peggiori delle "nostre" fabbriche per il giro del vento della zona, scuotere la testa quando quelli di Mirano fanno i nobili di campagna, chiedersi “ma di chi ha mai paura, questo?" quando uno di Mestre ti dice “a Marghera non vengo, ho paura" per poi capire che è così prevenuto che ha paura perfino di te.

I matti, dicevo.
C’era il matto extraparlamentare, che ti avvicinava alla fermata della linea 3, in piazza, e ti sussurrava “E’ stato Affatigato, a Bologna".
C’era Guerino, che, sempre alla fermata del bus, partiva parlando piano, quasi tra sè, per finire con un crescendo rossiniano a pieni polmoni sempre con la stessa parola: “MONGOLOIDE!"
C’era Marietto, il cui repertorio di bestemmie pareva inesauribile come il suo fiato. Lo ammutolivano solo i calzoni bianchi: se ne indossavi un paio ti girava intorno dicendoti gentile: “Ciao, personalità" E dopo un po’: “Perché non mi stendi?".
C’era una prostituta senza età, che a noi ragazzini si avvicinava, ci dava dei gianduiotti e ci diceva “Tieni Juanito, mangia la banana, che è buona!"

Intorno ai matti c’è chi matto sta per diventarlo, e su circa 35.000 abitanti direi che posso metterci tutti o quasi.
E' una pazzia latente, che a volte prende forma in modo collettivo ed è sinceramente bellissimo, perché è un sentire comune che si lega a fatti molto diversi; lo si può riconoscere sia che i fatti siano belli, sia che siano terribili.

Penso a quando i Pitura Freska diventarono famosi: non c’era sportello d’auto che si aprisse e non sparasse a tutto volume il loro disco in classifica.
Penso a quando trovarono una bomba inesplosa della seconda guerra mondiale, estrema propaggine di un bombardamento per il quale molti persero la casa. Per disinnescarla evacuarono mezza Marghera, la frase in bocca agli anziani era, ovviamente: “Ecco, sfollati due volte per lo stesso bombardamento a cinquant’anni di distanza" ma il mercato del sabato era così muto da zittire il rombo del petrolchimico.

Penso al famigerato processo per i morti di CVM, penso allo psicodramma vissuto da tutti gli abitanti di Marghera riuniti in piazza quando Marco Paolini venne a recitare “Bhopal 2 dicembre 1984", e sentimmo narrare come andò quando ciò che da sempre viviamo come minaccia divenne una realtà tragica.

Penso alla frase: “nella zona industriale troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell’aria fumo, polveri o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell’acqua sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori", che traggo dall’articolo 15 comma 3 delle norme urbanistico-edilizie del Piano Regolatore Generale del Comune di Venezia, approvato ed esecutivo dal 17 dicembre 1962, tutt’ora vigente e che non considerava affatto che in quella zona industriale già abitavano decine di migliaia di persone.

Penso che Bukowski avrebbe amato Porto Marghera, la sua dignità in perenne bilico fra non si sa cosa e non si sa se vale la pena. Un posto che non teme gli stranieri perché al mercato ha da sempre visto russi e cinesi, ancora quando i primi sembravano avere gli occhi ingenui e i secondi camminavano inquadrati militarmente e di grigio vestiti, guardando le donne di sottecchi con quello che si intuiva come un atto di coraggio. Venivano dal porto, che solo per cominciare a descrivere la particolare assenza di questo dalla nostra vita quotidiana necessiterebbero le penne migliori.
Penne faticose anche da leggere: la sorella di Gianfranco Bettin aprì qui una libreria, tempo fa, ma non resistette neanche un anno.

Matti ma resistenti, soprattutto a noi stessi.

Posted by Mauro Mongarli at 20:52 | Comments (4)

Giro d'Italia con vibrisse / Lucca: Il tesoro del Volto Santo

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Volto_Santo.jpgLe leggende hanno modi curiosi di nascere, spesso sono originate da piccoli fatterelli che suggestionano la mente, da conformazioni curiose dei paesaggi, soprattutto di montagne, da racconti che nel tempo, andando di bocca in bocca, si modificano e assumono i contorni via via sempre più nitidi della leggenda.

Ma c’è anche un altro modo. Mi sono domandato, ad esempio, come sia stato possibile far nascere, dalla vita della bella Lucida Mansi, la suggestiva leggenda lucchese che la riguarda - e che racconterò in una prossima occasione - quando i Lucchesi sanno che questa donna, appartenente ad una delle più antiche famiglie della città, ad oggi non ancora estinta, è morta di peste nella sua casa di piazza Sant’Alessandro il 12 febbraio 1649, all’età di 43 anni. Mario Tobino le dedicò la raccolta di racconti che porta come titolo il riferimento a lei: La bella degli specchi, Mondadori, 1976 (è il secondo racconto). Mistero davvero. Mormorii, chiacchiere, mitomanie. Anche un narratore può contribuire a creare una leggenda. Basterà partire da un soggetto noto, che sia già nel cuore della gente, ed ecco che la leggenda prende il volo. Del suo autore presto si dimenticherà il volto e perfino il nome, ma non si dimenticherà la leggenda. Ieri ho parlato del Re dei Lucchesi, il Volto Santo, il crocifisso nero conservato nella Cattedrale di Lucca. Accennai al suo bellissimo tesoro, che si può ammirare al piano terra del Museo della Cattedrale, e questa è la sua leggenda.
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IL TESORO DEL VOLTO SANTO

Se Niccolò Machiavelli si interessò del lucchese Castruccio Castracani degli Antelminelli (Vita di Castruccio Castracani da Lucca, 1520), una ragione ci doveva pur essere, e c’è infatti, trattandosi di un condottiero che portò la sua città a livelli di potenza e di gloria rimasti insuperati, rendendola in quegli anni sicura e libera da ogni tentativo di conquista messo in atto via via nel tempo da Pisani e Fiorentini soprattutto, che Castruccio ridusse a miti consigli, mettendo a repentaglio, proprio lui - il condottiero divenuto duca e vicario dell’imperatore Ludovico il Bavaro (1327) - la libertà degli ambiziosi vicini. Celebre è la sua vittoria sui Fiorentini a Altopascio del 1325.
È nota l’aspirazione dei Lucchesi alla indipendenza e specialmente alla libertà. Lungo le sue Mura e sulle porte della città vari cartigli la invocano. Lucca fu Stato indipendente e libero fino al 1847, quando fu annessa alla Toscana. Per dire del carattere dei Lucchesi e dei segni che le lotte con le città vicine avevano lasciato nell’animo di questo popolo, basti ricordare quanto riporta Augusto Mancini nella sua Storia di Lucca a proposito del plebiscito con il quale la città il 15 marzo 1860 passò al Regno d’Italia. Al contrario di quanto accadde per l’annessione alla Toscana, questa volta i Lucchesi accettarono di buon grado il passaggio al Regno, con queste parole: “ora va bene: italiani sì, ma toscani no".
Non sempre tuttavia ci fu un Castruccio Castracani a difendere la città. Più spesso i Lucchesi, la libertà dovettero comprarsela con il denaro, pagandola a caro prezzo e, salvo qualche breve parentesi, sempre ci riuscirono, e non tanto perché fossero ricchi, anche se ciò in parte era ed è vero ancora oggi, ma perché il sentimento della libertà scorreva, e tuttora scorre, nel loro sangue.
A testimonianza di questo incondizionato amore per la libertà, radicato non solo nelle classi agiate e dominanti, ma anche, e forse ancor più decisamente, tra il popolo minuto, voglio raccontarvi un fatto accaduto qualche tempo fa e che, molto probabilmente, pochi conoscono.

Si tratta di questo. Un potente di turno, un imperatore, sceso in Italia a far bottino lungo tutta la penisola, quando giunse a Lucca per metterla a ferro e a fuoco ed aggiogarla al suo carro di vincitore, pensò bene di approfittare di questo indefettibile amore che i Lucchesi nutrono per la loro libertà. Quanto erano disposti a pagarla? Quanto erano disposti a preservare le belle mura dalle palle di cannone del suo invitto esercito? I suoi avidi consiglieri, con il pensiero fisso alle semivuote e languide casse dell’impero, fecero presto a suggerire una somma spropositata, tanto che lo stesso sovrano ne rimase sbalordito. Ma senza denaro, gli fecero intendere quei consiglieri, non basta il solo valore; e l’astuzia, il coraggio e quante altre qualità vi si vogliano aggiungere non sono niente a paragone. Il denaro scardina le porte del potere, e le spalanca, come se fossero costruite con argilla. Cadono e si frantumano, lasciando intravedere seducenti orizzonti. Fu così, alla fine, che l’imperatore si lasciò convincere e fece consegnare ai governanti della città la sua richiesta.
Pur avvezzi a misurarsi con le grosse cifre con le quali i Lucchesi reggevano affari e banche in tutta Europa, e prestavano perfino denari ai re per le loro guerre, quando si conobbe l’assurda e strabocchevole cifra del riscatto, si pensò ad uno sbaglio o a una maledizione. Riunito con urgenza il Consiglio degli Anziani, più d’uno pronosticò la fine dello Stato, giacché non sarebbe mai stato possibile mettere insieme tanto denaro. D’altra parte, tentare di resistere con le proprie forze a quella minaccia non era cosa da prendere neppure in considerazione. Le forze in campo, infatti, erano diseguali e tutte a vantaggio dell’esercito invasore. Le mura di Lucca, d'altronde, potevano assai poco contro la potenza delle armi nemiche; sarebbero anch’esse andate distrutte, privando la città di una difesa, o meglio di un ornamento ormai, che se non era più in grado di conservarle la libertà, aveva comunque contribuito e contribuiva a tenere unito il suo popolo, e a legarlo strettamente a sé.
Fu così che a qualcuno venne in mente l'idea di proporre al sovrano di accettare, in cambio dell’impossibile denaro richiesto, il tesoro del Volto Santo, ossia quel sontuoso arredo di oro finissimamente cesellato, con il quale il crocifisso nero della leggenda, il Re dei Lucchesi, viene adornato la sera della Luminara nonché per tutta la giornata seguente del 14 settembre, festa della Esaltazione della Santa Croce.
- Questa è una bestemmia! – esclamò un Anziano, mostrando nei gesti tutta la sua indignazione.
- Non c’è altro modo, – disse subito un altro – se vogliamo conservare la nostra libertà.
- Ma non è possibile spogliare così il nostro Re, derubarlo dei suoi abiti a causa del nostro egoismo. Questo è un atto scellerato, per il quale saremo puniti da Dio!
- Quando sarà il tempo, offriremo al nostro Volto Santo un abito come quello di cui oggi dobbiamo privarlo, e magari lo confezioneremo anche più bello.
- Sacrilegio! Sacrilegio! – gridò un altro che se n’era stato zitto, e che aveva il viso imperlato di rabbia.
- L’imperatore ci ha richiesto ben più di quanto valga il tesoro del nostro Re. Non accetterà mai lo scambio.
- Lo accetterà. È così vanitoso che il sapere che noi rinunciamo alle preziose vesti del nostro Re per evitare la forza delle sue armi, gli basterà per renderlo trionfante agli occhi di tutto il mondo. Chi è mai arrivato a tanto?
- E chi nel mondo stimerà più noi Lucchesi per aver tradito la fiducia del nostro Re?
- Il nostro Re, se ci ama, capirà anche che la libertà per noi vale molto di più dei suoi abiti. Non ci sarà nessun Dio che leverà la mano contro noi Lucchesi. Ciò che facciamo è giusto. La libertà che difendiamo è la libertà di tutti, non solo la nostra, dunque, ma quella di tutto il nostro popolo.
- È vero, non dobbiamo dimenticarci del popolo. Che cosa succederebbe alla nostra gente, in balia di un saccheggio che li condurrebbe a poco a poco alla povertà assoluta e ad una schiavitù senza fine?
- Sì, sì, proponiamo all’imperatore di accettare, in luogo del denaro richiesto, il tesoro del Volto Santo. Sia scritto che ciò lo facciamo per il bene del nostro popolo, e ci impegniamo, quando arriveranno tempi migliori, a restituire al nostro Re gli abiti che oggi gli togliamo, anche più sontuosi e più belli.
Fu così che il Consiglio degli Anziani deliberò di cedere all'invasore il tesoro del Volto Santo, che consisteva soprattutto nella corona "in oro sbalzato e gemme, del peso di 16 libbre lucchesi e 6 once" , nel grande collare d'oro, nel gioiello appeso al collare "con rosette e volute in oro, smalti bianchi e neri e pietre" , nella sontuosissima veste "di velluto ricamato in oro, e riccamente ornata ai polsi, alla vita, sul davanti e all'orlo da una fascia in argento dorato […], lavorata ad edicole gotiche con busti di santi" (le descrizioni si trovano nei due libri ieri citati). Sicuramente un valore immenso, anche se stimato inferiore a quello richiesto dal sovrano.
- Lo accetterà? – tornò a domandarsi qualcuno.
- Lo accetterà, eccome – disse un altro.
Fu inviata una ambasceria, che tornò tutta sorridente, giacché all’imperatore non parve vero di ottenere quella umiliazione e quella vittoria insperate fino a tal punto.
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Fu allora che il popolo venne a sapere di ciò che era stato deciso dal Consiglio degli Anziani a sua insaputa. E disapprovò. Disapprovò così aspramente che presto la città fu scossa da inquietudine e dai primi lievi ma pericolosi fermenti. Non si condivideva quella scelta che era considerata vile e sacrilega. Come si poteva, per evitare un’umiliazione della città, accettare l’umiliazione del suo Re più illustre, sul conto del quale perfino imperatori della fama e potenza di Guglielmo il Conquistatore avevano giurato nel momento della loro incoronazione?
Nelle piazze, sui crocicchi, nelle case, nelle corti, nei posti di lavoro, dovunque, non si vedevano che assembramenti di persone intente a discutere sull’argomento del tesoro del Volto Santo, che se ne sarebbe partito insieme con l’esercito imperiale, il quale avrebbe portato in giro per il mondo, come un vessillo, sulla punta delle armi, l’umiliazione più cocente subita dal popolo lucchese, che non era stato capace di difendere il suo Re, che non era un re come gli altri, ma era Colui che si era fatto crocifiggere per salvare tutta l’umanità. Era il Dio che si era incarnato per la nostra totale redenzione. Dopo averlo già crocifisso, ecco che un altro popolo non aveva esitato a denudarlo un’altra volta, mettendolo ancora in croce e offrendolo senza alcun pudore allo sberleffo degli uomini, così come si era fatto nel tragico passato; e ancora si ripeteva quel triste rituale della spartizione delle sue vesti, che erano dorate questa volta non tanto perché offerte da un popolo considerato ricco, ma perché testimonianza della fede eterna e incorruttibile dei Lucchesi verso il loro divino re. I Lucchesi, ecco, sarebbero finiti sulla bocca di tutti come un popolo che aveva sacrificato e umiliato, come l’altro nella scelta tra Gesù e Barabba, il suo Dio per la libertà.
Era troppo. Possibile che il Consiglio degli Anziani, considerato composto da persone sagge, non avesse capito il significato di un gesto così assurdo e peccaminoso?
- Ma che cos’altro si poteva fare?
- I denari richiesti non ci sono. Dunque?
- La vedremo – disse uno che sembrava un miserabile, tanto erano consunti e laceri gli abiti che indossava.
Chissà chi era costui. Sta di fatto che il Consiglio degli Anziani in tutta fretta fu costretto a modificare le sue decisioni. Su proposta di una delegazione popolare fu cancellata e fatta scomparire del tutto come ignominiosa la precedente delibera e assunta in sua vece un’altra con la quale si chiedeva all’imperatore, che ancora minacciava la città, di concedere 30 giorni di tempo, al termine dei quali egli avrebbe ricevuta la enorme cifra richiesta. La dilazione, sia pure a malincuore, fu concessa, ma l’imperatore sperò fino all’ultimo che i Lucchesi non riuscissero mai a raggiungere la cifra del riscatto. Anzi, era così convinto di ricevere, in luogo della somma, il tesoro del Volto Santo che fece preparare dai suoi fabbri uno straordinario e sicuro forziere nel quale deporre l'ineguagliabile bottino, frutto della propria tenacia, ambizione e del proprio egoismo.
I giorni che seguirono furono febbrili. Si seppe di mercanti che riuscirono a vuotare i magazzini vendendo la propria merce nei più lontani paesi d’Europa, di poveri che se ne andarono in altri Stati vicini a prestare la loro opera straordinaria, di donne che si privarono delle loro gemme, di banchieri che rinunciarono agli interessi sul denaro prestato pur di riottenerlo, col consenso del debitore ovviamente, indietro, e perfino decurtato. Cosa, questa, considerata impossibile a un Lucchese. Eppure tutto ciò si fece, e lo si fece nel tempo ristretto di 30 giorni, quanti furono quelli richiesti dai Lucchesi.
Così, alla fine, il denaro necessario fu consegnato all’imperatore che venne a ritirarlo di persona, e si racconta che tutto il popolo fu presente alla cerimonia, che si svolse nella piazza più grande della città. L’imperatore, che non sembrava del tutto soddisfatto e non nascondeva la sua delusione, raccolto il denaro, poiché aveva dato la sua parola, diede l’ordine di smobilitazione al suo esercito, e quando le tende furono levate, un grido di esultanza e di orgoglio si levò nelle piazze e sulle mura della città, e il giorno seguente, allorché nella cattedrale, nel bel Duomo di San Martino, fu celebrata la Messa solenne per ringraziare Dio dello scampato pericolo, il Volto Santo aveva indosso il suo tesoro e tutti poterono ammirarlo e sentire quanto appartenessero anche a loro quelle gemme, che non erano più, sebbene non lo fossero mai state, di Dio soltanto: dono munifico e superbo, Dio le aveva generosamente offerte e legate per sempre alla città.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 17:56 | Comments (0)

Giro d'Italia con Vibrisse / Mestre (Ve)

di Annalisa Bruni

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

Tento di dare anch'io il mio piccolo contributo a questo giro d'Italia letterario. Metto in rete gli appunti che ho preparato per una lezione che ho tenuto, il 23 marzo scorso, al Corso-Concorso di scrittura e produzione cinematografica "Raccontare Mestre" (dedicato a giovani cineasti) organizzato, per il quarto anno consecutivo dal Centro Culturale Candiani, la Videoteca di Mestre e l'Ufficio Attività cinematografiche del Comune di Venezia. La lezione aveva per tema, appunto "Mestre nella letteratura".

MESTRE NELLA LETTERATURA

appunti di Annalisa Bruni

Com’è stata descritta e raccontata Mestre nella letteratura?

Ci viene in aiuto una breve antologia, in due volumi, curata da Ivo Prandin e pubblicata da C.S.C di Mestre nel 1997 (il primo volume) e nel 1998 (il secondo) per il Comune di Venezia, Municipio di Mestre.
I due volumi si intitolano, rispettivamente: “Oggi la vita è a Mestre…" Mestre nella letteratura da Machiavelli a Ernest Hemingway; “Mestre, un bacio e addio". Mestre nella letteratura da Machiavelli a Ernest Hemingway, vol. II. Ad essi mi riferirò in questo breve excursus.

Quest’antologia contiene descrizioni che vengono da lontano, da alcune pagine tratte da classici della letteratura italiana (ad esempio Il Principe di Machiavelli, nel quale Mestre viene indicata ad esempio significativo, ci credereste?, per le sorti nazionali stesse, prive di autorevole guida militare e politica). Ritroviamo in queste pagine la Mestre antica che ha vissuto momenti drammatici e intensi della storia nazionale, da quelli medievali appunto ricordati da Machiavelli, e dal Guicciardini nella sua Storia d’Italia. Questi due autori, oltre a Giovanni Villani, vissuto a cavallo tra Due e Trecento, raccontano la grande storia italiana e in quel contesto appare il nome di Mestri (non ancora Mestre) come obiettivo militare, un luogo strategico per gli eserciti della Serenissima e dei suoi nemici, perciò era, così riassume Prandin, una funzione più che un valore. Ma era presente, fin dal XIV secolo.

Tra i libri in cui Mestre compare, non mancano le sorprese: per il periodo risorgimentale, nel quale si è costruita l’unità d'Italia, con la Sortita che da qualche anno si rievoca, in ottobre, l’evento viene rievocato da Ippolito Nievo in uno dei libri più importanti della nostra letteratura, le Confessioni di un Italiano.

Nel romanzo Sull’Oceano (prima edizione 1899) di Edmondo De Amicis, più noto per Cuore, si trova per esempio un bel personaggio ottocentesco, la bella e delicata “signorina di Mestre" (p. 58).

Si giunge poi alla Mestre frontiera e retrovia della Grande Guerra, raccontata da Hemingway, e poi anche a quella della seconda Guerra Mondiale, attraverso i ricordi di un attore come Marcello Mastroianni che in un suo libro postumo di memorie (Mi ricordo, sì, io mi ricordo, Milano, Baldini e Castoldi, 1997) racconta un suo incontro, lui diciottenne, con una donna alla stazione (II vol. p. 31) di Mestre.

E alla Mestre contemporanea, città prima stravolta dalla speculazione edilizia poi ingranditasi fino a diventare una delle maggiori del veneto ed ora in transizione verso dimensioni più avanzate, di qualità urbana e , si spera, di riscatto sociale, come dice Gianfranco Bettin nella sua introduzione al primo volume di questa antologia.

Mestre è anche snodo ferroviario, ed ecco la descrizione di Comisso (p. 72) della stazione ferroviaria nel brano Aspettando il diretto per Udine da Veneto felice, Milano, Longanesi, 1984,

Giuseppe Berto ne Il male oscuro, descrive la fiera di San Michele (p. 90), mentre Ernesto Sfriso, scrittore mestrino, si sofferma invece su Piazza donatori di sangue nel suo libro Il morto in piazza, Padova, Veneta editrice, 1990 (p. 96), molto diversa da come la vediamo ora.

Giuseppe Berto ritorna nel brano di Gian Antonio Cibotto Una notte a Mestre, tratto da Veneto d’ombra, Venezia, Marsilio, 1989 (p. 118).

Il Cavalcavia diventa protagonista nel brano di Ivo Prandin a p. 136.

Interessante leggere come vede Mestre (e Porto Marghera) Gianfranco Bettin nel suo romanzo Qualcosa che brucia (Milano, Baldini e Castoldi, 1995).

Alberto Savinio (fratello di Giorgio De Chirico), invece ci svela come la parola “Zampironi" sia nata proprio a Mestre, dal suo libro Nuova Enciclopedia edito da Adelphi nel 1977 (II vol. p. 20).

E c’è anche il romanzo Buongiorno Signora di un immigrato africano, il nigeriano Okechukwu Anyadiegwu che vive e lavora a Padova (p. 47): questa storia molto autobiografica, segnata dalla violenza, che racconta la tragedia dell’immigrazione e dello sfruttamento degli immigrati, si conclude a Mestre nel segno dell’amore.

Il popolo della notte mestrina, invece, è raccontato da Marco Franzoso, nel suo romanzo Westwood dee-jey, scritto in una lingua d’invenzione che fonde il dialetto veneto con il gergo televisivo e delle discoteche.

Altri giovani autori hanno raccontato, magari in modo laterale, Mestre (e/o, più complessivamente la terraferma veneziana). I più recenti: Massimiliano Nuzzolo (L’ultimo disco dei Cure) e Davide Tessari (Nordest Hotel).

Recentemente, infine, (ottobre 2005) sono stati pubblicati dei “Quaderni culturali" nell’ambito di un’iniziativa editoriale promossa dal Centro Culturale Santa Maria delle Grazie in occasione dei 200 anni del Duomo di Mestre. Nel quaderno n. 4: Da periferia a città. Mestre: la cultura anfibia, frutto dell’attività del Laboratorio culturale, hanno trovato spazio, oltre a saggi sulla realtà culturale mestrina (biblioteche, cinema, spazi culturali, teatro, radio, giornali, ecc.) è presente una sezione narrativa “Mestre si racconta", con brevi racconti di Edoardo Pittalis, Ernesto Sfriso, Massimiliano Nuzzolo, Annalisa Bruni e Gianfranco Bettin.

Posted by Annalisa Bruni at 14:32 | Comments (8)

08.04.06

Giro d'Italia con vibrisse / Lucca: Il Volto Santo

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Volto_Santo.jpgVoi non ci crederete, ma Lucca, sebbene abbia un sindaco come tutti gli altri comuni d’Italia, si differenzia da questi ultimi perché ha pure un Re. Avete letto bene, un Re! Il Re dei Lucchesi, come viene chiamato. Ma prima che qualche forestiero che abbia deciso di trascorrere una vacanza a Lucca si metta a girare la città in cerca di una reggia, sarà bene avvertirlo subito che non una reggia deve cercare ma il Duomo di San Martino, che è la cattedrale di Lucca.

Entrando, a sinistra si nota un tempietto ottagonale, opera del XV secolo dello scultore Matteo Civitali. Lì dentro sta il Re. Non è una persona ma un crocifisso. Non c’è Lucchese che non lo conosca, e non c’è Lucchese che non gli abbia rivolto una preghiera. Venne a Lucca probabilmente nel 742 portatovi, secondo una leggenda, da un carro trainato da una coppia di buoi. Fu custodito nella Basilica di San Frediano, ma il mattino dopo non c’era più. Si cerca per la città e finalmente lo si rinviene in una piazzetta dove è eretta una piccola chiesa. Si riporta in San Frediano, ma al mattino dopo, stessa scena, e così per vari giorni, finché si capisce che il crocifisso vuole che, lì dove è ritrovato ogni mattina, si costruisca una chiesa più grande, la nuova cattedrale ossia di Lucca. Così la piccola chiesa intitolata a San Martino cominciò ad essere via via ampliata fino ad assumere la forma attuale nell’XI secolo.
Si dice che l’attuale Volto Santo non sia più quello originale dell’VIII secolo - che una leggenda attribuisce a Nicodemo, discepolo di Gesù -, andato distrutto a causa di un incendio, ma sia dell’XI secolo.
Il Volto Santo ha visto inginocchiarsi dinanzi a lui papi e re e un numero illimitato di pellegrini che, nel corso del viaggio che compivano dai loro paesi fino alla Terrasanta, non mancavano di rendere omaggio a questo Re celebre in tutto il mondo. Guglielmo il Conquistatore giurava sul Volto Santo di Lucca.
Sono stati pubblicati molti libri che parlano del Volto Santo, detto anche (ma con minore diffusione) la Santa Croce; mi limito ad indicarne solo due: Il Volto Santo di Lucca di Mons. Pietro Lazzarini, edito da Maria Pacini Fazzi, Lucca, nel 1982, e Il Volto Santo – Storia e Culto, curato da Clara Baracchini e Maria Teresa Filieri, e edito, sempre nel 1982, dalla medesima Casa editrice.

Durante i secoli il Volto Santo è stato ornato di gioielli preziosissimi, che si possono ammirare nel Museo della Cattedrale, di fianco al Duomo, al piano terra. Essi vengono indossati soltanto in occasione della festa della Santa Croce, che si celebra ogni anno il 14 settembre. La festa è preceduta la sera della vigilia dalla solenne processione che attraversa la città, ripercorrendo il tragitto dalla Basilica di San Frediano all’attuale Cattedrale che il crocifisso compì in quei lontani giorni. È una processione millenaria, credo la più antica d’Italia. Vi accorre una folla numerosa, proveniente dalle zone limitrofe e anche da lontano. In quella occasione partecipano delegazioni di emigrati Lucchesi sparsi nel mondo. Essi reggono i loro labari indicanti i luoghi di provenienza e quando passano in processione ricevono il caloroso applauso dei cittadini riconoscenti. Molti emigrati, infatti, hanno onorato e onorano all’estero il nome della città.
Al Volto Santo si attribuiscono molti miracoli, uno dei più famosi riguarda un povero che si recò a pregare davanti al crocifisso. Ad un certo punto il Volto Santo lasciò cadere una delle sue scarpette dorate, come dono al povero. Questi raccolse la scarpetta e si apprestava a lasciare la Cattedrale quando fu visto e arrestato. Inutile che dicesse la verità, nessuno gli credette. Soltanto quando si andò a rimettere la scarpetta al Volto Santo, ci si accorse che essa veniva immancabilmente respinta. Allora lo si lasciò libero. La scarpetta è ancora là, ben visibile, sorretta da un calice, giacché senza quel sostegno cadrebbe di nuovo.

Posted by Bartolomeo Di Monaco at 12:04 | Comments (3)

07.04.06

Giro d'Italia con vibrisse / Bagheria

di Tonino Pintacuda

[tutte le tappe del Giro d'Italia]

[una versione estesa dei misteri di Bagheria la trovate qui, pdf 140 Kb]

Clicca qui per il sito del Comune di Bagheria.jpgTra le proposte snocciolate in occasione dell'anniversario di Vibrisse in forma di Blog, Bartolomeo Di Monaco ne aveva avanzata una particolarmente interessante: "Mi piacerebbe tanto conoscere i paesi e le città d'Italia attraverso storie, fiabe o leggende che li rappresentino. Naturalmente, lo dico perché ho qualcosa che riguarda la mia città di Lucca, ma sono convinto che una sezione apposita di vibrisse dedicata a questo aspetto sarebbe istruttiva, simpatica e letterariamente validissima. Sono certo che ci sono molti lettori di vibrisse che hanno del materiale interessante da proporre".

La rilancio e la inauguro io parlandovi della mia Bagheria, la città che è stata scelta come luogo di ritiro dal fantasma di Corleone.

Paradossalmente questa cosa qui se fossimo delle persone intelligenti la valorizzeremmo per una possibile dicitura acchiappa-turisti, dovunque ci sono targhe che si contendono le gesta di Garibaldi, noi di Bagheria abbiamo questa bomba pubblicitaria e invece ci scaldiamo solo su come spartirci prima i fondi del progetto Urban Italia per rifare le affacciate del centro storico.

Bagheria è il mio sfondo ideale, prima o poi troverò un nome per una città che sia solo mia. Sarà lei, la piccola Bagheria trasfigurata. Come la Vigata di Montalbano o il villaggio di Macondo. Mia, solo mia. E ci sarà la vecchia strada fatta di curve e bestemmie e sgracchiate dei vecchi che fanno avanti e indietro sulla piazza principale. Ci sarà Pippo, l’edicolante che conosce i gusti letterari di tutti e riesce a far lievitare il conto dai 90 centesimi del quotidiano a più di 20 e rotti euro. Ci sarà il fruttivendolo che inneggia al ciavuru della cucuzza cantando i vecchi stornelli dei carrettieri… Oh bedda ca ti vitti allu culleggiu e mi facisti veniri u curaggiu, acchianu carricatu e scinnu leggiu… E poi continua, cambiando ritmo, ripescando i canti di Rosa Balistreri: l’acciduzzu ri me cumpari senza pinne e senza ali si pusò supra a scagghiola, a testa rintra e l’ali ri fora…

13 anni fa hanno cancellato Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Io avevo 10 anni e un solo ricordo. Le rare volte che ci arrischiavamo ad attardarci nella bella sera di Palermo, mia madre diceva a mio padre di accelerare. Era l’ora dell’implicito coprifuoco. Perché qua è andata così, allo Stato assente si è preferito una rete di favori e nepotismi tra vecchie coppole e gerani.

Ho sempre pensato una cosa: nei negozietti di souvenir c’è sempre “a mafiusa" con le zizze di terracotta di fuori e la lupara sotto la sottana. A questa matrioska siciliana aggiungono dei cartelli con una certa filosofia di vita. “Il serpente che muzzicò mia suocera morì avvelenato", e poi il classico: “si tutti i curnuti purtassero un lampione in testa, minchia che illuminazione!".

Chissà perché io ho sempre meditato su quest’ultimo, trasponendolo: se ci fosse un lumino, un mozzicone di candela acceso in ogni luogo in cui hanno ammazzato qualcuno negli anni della grande guerra di mafia, minchia che illuminazione! Invece si è preferito rimuovere. La memoria pesa. Meglio ingoiare la pace del papavero e tirare avanti. Ci sarà sempre un nonno che insegnerà al nipote come si sbuccia un fico d’india senza spinarsi le mani, tanto basta. E poi, semplicemente, ci sarà un ragazzo che si fa portare a passeggio dalla sua cagnolona...

Prima delle benefica arrifriscata nessuno s’arrischia a mettere fuori l’alluce, solo lui che si fa portare a passeggio dalla sua cagnolona. Gli scolano i sudori, le ascelle piangono ma lui continua, passo dopo passo con i bermuda inzuppati e i sandali appiccicosi. L’asfalto alita e all’orizzonte le auto vibrano nell’aria del pomeriggio con le case che sono chiuse a tenuta stagna, non deve uscire nemmeno un pò dell’aria scoreggiata dai condizionatori. Camus scriveva che basta poco per conoscere una città: “cercare come vi si lavora, come vi si ama e come vi si muore". A Bagheria le cose sono ancora più facili, si fa tutto allo stesso modo: con calma, senza premura. Si sa già che il ponte se lo terranno tra i progetti da snocciolare a ogni campagna elettorale, va così dai tempi di Federico II, quello sì che aveva capito tutto della Sicilia. La Scuola Siciliana era il migliore contributo che le tre punte dell’isola potessero regalare al mondo: dateci soltanto sole, mare e spunti per continuare a poetare. Continua a camminare e suda, attaccato al guinzaglio, ripensa a quanto è bella Palermo la sera, tra i binari arrugginiti ad aspettare il treno che è ancora, per fortuna, lontano. Le saracinesche sono tutte calate con i cartelli che ricordano che ad agosto si pratica l’orario unico, dalle 9 alle 13, senza eccezioni. Restano solo le macchinette dei tabaccai a sputare le assassine bianche e arancioni. Il ragazzo cammina con i suoi dubbi arancioni in testa, livellando i marciapiedi.

Il Corso Principale lo porta sotto i salici di Piazza Garibaldi tra i bagheresi che ricordano degli americani le barrette di cioccolata e le camel, quelle buone, senza filtro in quell’estate del ‘43. Loro passano così i pomeriggi, seduti sui muretti grigi e sbrecciati delle aiuole comunali. Appoggiano le chiappe sui giornali passati o su pezzi di cartone, i più attrezzati si portano dietro un cuscino infilato in una busta della SMA. Parlano, ridono con in bocca dentiere che finiranno di pagare tra 4 anni. Arriva pure il reduce che si è perso le gambe su una mina inesplosa, non lo ammetterà mai ma inneggia ancora alla Buon’Anima e rimpiange la colonia estiva dove spediva i troppi figli che la moglie continuava a sfornare. Cammina il ragazzo, cammina dietro il cane, cammina attaccato al guinzaglio come se fosse un bambino che tiene la coda di un aquilone, qui si chiamano draghi volanti e si sono estinti, si vedono volare solo quelli dei cinesi nelle mattinate di vento lungo il bagnasciuga del Foro Umberto I nella bella Palermo. Nessun bambino se lo costruisce più facendo croci di bambù. Dicono che prima si passeggiasse sino alle prime ore dell’alba ora già alle 8 e mezza di sera nessuno più si arrischia a scendere in strada, sembra una città fantasma ma è un’impressione falsa come una banconota da tre euro. C’è troppo rispetto per i fantasmi e per le lumìe, questo è il vero motivo. I vivi dividono la città con i loro morti e lo fanno con equità: appena scende la notte tocca ai defunti passeggiare tra le ville del Settecento che tanto piacquero a Goethe. Sono morti tutti in una delle tante guerre di mafia, si sono beccati il loro colpo di livella e ora passeggiano vicino assassini e assassinati, nessun vivo si arrischia a uscire nell’ora dei morti, brucia ancora il ricordo di tutti quei colpi di beretta e quel gesto diventato troppo presto un’abitudine: al primo sparo toccava alla madre calare piano piano la serranda, accostare le tende e alzare il volume della radio e del televisore.

Cammina ancora il ragazzo, si passa un fazzoletto sulla fronte e pensa con quanta facilità si cambi bandiera sotto il sole di Sicilia, sì, ci si abitua a tutto qui, si cambia presto l’adesivo sull’auto a tempo d’elezioni come nell’URSS ci si spicciava a sostituire le facce sui muri a seconda delle decisioni del Politburo. Passeggia il ragazzo, passeggia sulla voglia di lavoro, sui posteggiatori abusivi che giurano che t’hanno taliato e ritaliato la macchina come se fosse “cosa loro". I cani ci somigliano: dormono e mangiano senza pensare alla maledetta e amatissima Sicilia. Qui impari a sbucciare i fichi d’india a sei anni e subito dopo impari pure che devi accettare quello che il cielo ti regala, senza romperti la testa perché, si sa, domani andrà meglio. Lì quegli onorevoli cornuti si ricorderanno anche di noi e alle prossime elezioni è cosa sicurissima sale pure un mio cugino di quarto grado è cosa arcisicura mi sistemo pure io. Te lo dicono e ci credono con la puzza di gerani che ci tiene compagnia e scaccia, dicono, gli scavagghi.

Cammina il ragazzo e pensa: “Sono venuti gli arabi e i normanni, gli svevi e gli aragonesi, i tedeschi e gli americani e siamo ancora qui a ricordare quanto ci piace questa terra dove nessuno compra i limoni e il sale. Basta poco, anche qualche caddozzo di sasizza alla Festa dell’unità e qualche litro di vino per ritrovare quella bella sensazione dei tuoi sette anni. Sì, quando giri un secchiello di sabbia bagnata e diventi re e imperatore di una terra che vedi solo tu".

[Lo scrittore Demetrio Paolin ha di recente scritto una passeggiata su Torino] .

Posted by Tonino Pintacuda at 19:04 | Comments (3)