13.08.06
Il Giro d'Italia con Vibrisse
E' finalmente disponibile il file completo del Giro d'Italia con vibrisse, a cura di Bartolomeo Di Monaco. Un pdf da circa 450K: purtroppo, per ragioni di "peso", senza le immagini. [Così quei 150 visitatori quotidiani che in questi giorni, nonostante l'agosto caliente e il ferragosto imminente, si incaponiscono a passare da queste parti per vedere cosa c'è di nuovo, troveranno pane per i loro denti. Buona lettura. gm]
L'Introduzione di Bartolomeo Di Monaco
Il 7 aprile del 2006 compare su vibrisse un articolo di Tonino Pintacuda intitolato Giro d’Italia con vibrisse: Bagheria. Ha una epigrafe in cui l’autore dichiara di voler raccogliere la proposta lanciata dal sottoscritto qualche tempo prima. Nessuno, in quel momento, ha la più pallida idea che l’articolo sarà la prima delle molte tappe che costituiranno il Giro d’Italia con vibrisse, un’esperienza suggestiva conclusasi il 30 luglio, dopo un viaggio in giro per il nostro Bel Paese durato quasi quattro mesi.
Appare subito chiaro tra i collaboratori e i lettori di vibrisse che quell’avvio piace, e ci si attendeva che qualcuno desse il la all’iniziativa. Il giorno successivo, infatti, il Giro salta da Palermo a Lucca, il 9 aprile arriva a Mestre e nello stesso giorno anche a Porto Marghera, il 10 tocca un’altra grande città, Torino. Non vi è più alcun dubbio: il Giro è davvero partito e gli iscritti alla corsa sono tanti.
Il Giro ha già manifestato sin da queste prime tappe le sue principali caratteristiche: è una corsa anomala, non ci si presenta tutti insieme al nastro di partenza, non si corre per vincere, per tagliare per primi il traguardo e conquistare la maglia rosa, ma ci si impegna in una corsa solidale in cui ogni corridore consegna il proprio testimone al successivo, il quale, compiendo il suo percorso, sa già che troverà ad attenderlo un altro compagno che partecipa e vive lo stesso entusiasmo. Non ci si sente soli, ossia, e quando siamo lì che si attende di poter scattare, sappiamo che di lì a poco comparirà, con la più assoluta certezza, subito dopo l’ultima curva, il corridore che sta per consegnarci il testimone. Lo afferriamo e via a forzare i pedali per goderci pure noi il nostro paesaggio e consegnarlo, insieme con il testimone, agli occhi di chi ci attende e di chi ci legge. Sulla maglia, infatti, stanno non i soliti colori che siamo abituati a vedere in una corsa ciclistica, bensì le foto che si sono appiccicate sulla nostra maglia a mano a mano che con gli occhi scorrevamo il nostro paesaggio.Esso diventava, cioè, grazie alla nostra volontà, tutt’uno con noi e prendeva il suo posto, ancora una volta – come rinato da una risorgente memoria – nella nostra anima.
Ricordate quello stupendo film, mai tramontato, di Frank Capra, La vita è meravigliosa, del 1946? Vi ricordate quella piccola e tremolante luce che si accende nel cielo e si trasforma nell’angelo Clarence? Una cosa del genere è accaduta con il nostro Giro d’Italia. Ogni partecipante, nel percorrere la sua tappa, ha illuminato la sua città, il suo paese, il suo villaggio, le sue case, le sue strade, i volti dei suoi abitanti, e quando, il 30 luglio, il Giro d’Italia si è concluso, chi di noi si è messo a guardare la carta geografica appesa alla parete, ha visto che non era più la carta di prima. Vi brillavano i nomi di certe località, piccole o grandi non importa; pareva che una luce intermittente, tremolante, come quella di Clarence, le ponesse all’attenzione dei nostri occhi, e quasi ne uscisse perfino una voce, come delle parole appena bisbigliate, ma colme di gioia e di emozione, e, perché no?, anche di orgoglio. Li abbiamo illuminati noi, quei villaggi, quei paesucoli, quelle città, con la nostra corsa e con i nostri occhi affondati nella profondità della loro bellezza. Erano luoghi grigi, immalinconiti dal rumore e dal caos dei nostri giorni, e noi, con la nostra corsa, attraverso il testimone che ci siamo passati dall’uno all’altro, li abbiamo riportati alla luce, e al loro segreto, intimo, splendore; li abbiamo fatti diventare luoghi dell’anima.
[per rileggere tutte le tappe - e i commenti - del Giro d'Italia di vibrisse, cliccare qui] [la foto del Giro d'Italia viene da qui]
Posted by giuliomozzi at 19:27 | Comments (2)
30.07.06
Giro d’Italia (in moto) con vibrisse: a Est di Gubbio
[Il Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - è arrivato alla sua conclusione. Grazie a tutti coloro che hanno voluto partecipare a questa impresa simpaticissima. Il file contenente i testi ordinati per città e il file contenente le foto da applicare ai singoli testi saranno a breve raccolti da Giulio Mozzi (che ringrazio a nome di tutti per questa sua ennesima disponibilità) in un pdf scaricabile qui su vibrisse. A settembre, su un'idea di Giulio Mozzi, sarà avviata un'altra iniziativa a cui verranno invitati a partecipare soprattutto autori e collaboratori di vibrisse, aperta comunque anche ai lettori. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
(Questo articolo di viaggio è stato pubblicato – in una versione leggermente diversa – sul numero di aprile della rivista Mototurismo)
Da sempre l’Umbria emana un magnetismo irresistibile per l’acciaio delle moto. I suoi paesaggi sono ricchi di itinerari prestigiosi, un “must" per molti bikers, non solo italiani. E’ una regione verde, non dolce né amena, che sembra antica e intatta mentre la scopri in sella alla tua moto, lungo strade secondarie che lambiscono cittadine e borghi rinascimentali, di una bellezza così alta, come scrive Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia. Proprio le pagine dedicate all’Umbria – anche se questo libro risale al 1956 – e a Gubbio, invitano a scendere in garage a scoprire la moto.
Chi gioisce della bellezza paesaggistica delineata davanti al manubrio potrà trovare in queste terre francescane uno degli ultimi paradisi rimasti. Al contrario di quanto purtroppo accade in buona parte d’Italia infatti sono relativamente pochi gli esempi di deturpazione paesaggistica. Oltre ai suoi celebri tesori d’arte l’Umbria può ancora vantare la bellezza di panorami naturali in cui monti mai impervi, dolci colline e verdissime pianure, fanno da scenografica cornice a borghi e paesi “rugginosi". Ancora esistono e resistono bellissime vedute agresti con filari di pioppi svettanti accarezzati dal vento; ciò che più ti colpisce dell’Umbria è la sua ordinaria, normale bellezza.
L’itinerario di queste pagine suggerisce alcuni percorsi a est di Gubbio, e sono il Monte Catria (tanto caro a numerosi motociclisti della zona), poi il Parco Naturale Regionale del Monte Cucco, e la pace del Monastero di Fonte Avellana.
Ci sono anche le curve!
Sovente nel centro-Italia si soffre di una segnaletica stradale a dir poco “anemica". Giunto alle porte di Gubbio dopo ore di sella ho fatto uso del buon vecchio sistema, quello col motore al minimo e un piede in terra: “per il monte Cucco sempre dritto?" Il tipo attempato e con fare canzonatorio allarga le braccia: “sempre dritto no, ci sono anche le curve!". Avrei voluto vederlo questo simpaticone nei panni di chi arriva da lontano e trova una segnaletica da settimana enigmistica!
Quindi ho faticato abbastanza per orientare l’avantreno lungo i percorsi che mi ero prefissato. Intanto faccio una sosta a Gubbio, questa città che è un’altra Umbria; però, caro Piovene, il Suo Viaggio in Italia qui comincia ad accusare gli anni: la Gubbio silenziosa e quieta da Lei descritta forse non esiste più. In una torrida giornata estiva ho trovato un traffico impensabile: automobili ovunque, ingorghi, e gli immancabili pullman turistici in un luogo antico concepito per qualche carrozza. E’ una abitudine tutta italica quella che permette l’accesso di questi pachidermi nei centri storici (dove paradossalmente si vieta l’ingresso ai motocicli).
Vista in lontananza la città straordinaria quasi ti impone di accostare e scalare le marce una dopo l’altra; in primo piano i resti delle mura dell’antico teatro romano risalente al I° secolo d.C., adagiata sul pendio di un promontorio (il monte Ingino) un capolavoro di perizia architettonica presa a modello nelle facoltà di Architettura di tutto il mondo. Chi arriva oggi a Gubbio resta conquistato da una città dove le case sono ancora realizzate in pietra caratteristica e non è possibile costruire oltre i sette metri e mezzo di altezza: così dettavano gli Statuti medioevali, così vuole il buonsenso odierno che qui seguita a trovare ospitalità; da queste parti c’è sempre stato un occhio di riguardo per i Beni Culturali e paesaggistici.
Strade “annegate" nel verde, un invito a perdersi
Molto godibile è il percorso ad “anello" che collega Gubbio al Parco del Monte Cucco, e sono le statali n°452 e 298 (alle porte di Gubbio, nel versante nord, si seguono le indicazioni per Fano). La prima offre alcuni rettilinei in cui si arriva a desiderare un cambio a venti rapporti, mentre la 298 è un disegno argentato lungo quindici chilometri con placide curve e tornanti scandalosamente piacevoli, roba da far scintillare le staffe poggiapiedi. E’ tutto splendido asfalto scarsamente trafficato, come del resto poco trafficata è quasi tutta la viabilità interna umbra.
Ma i percorsi più belli, quelli che restano impressi per i luoghi che sanno offrire, sono sempre i più sottili, esili e tortuosi delineati in giallo sulle carte stradali. Se ne possono individuare diversi e sono tutti “garantiti" come se avessero una certificazione DOC. La statale 452 conduce al Monte Cerrone (875 mt) poi ancora verso Gubbio, un comodo giro ad “anello".
Sono circa venti chilometri da godere in solitudine, senza fretta. Si attraversa un teatro sconfinato di rilievi boscosi a querceti e carpini, dove le solenni poiane in cielo sono più numerose degli umani in terra. Rhurhurhurhurhu… ti godi il pulsare del bicilindrico in terza marcia mentre impugni il manubrio con la sola mano destra sul gas, la sinistra a cercare il vento. Decine di curve finiscono “archiviate" negli specchi laterali, schietti lembi di asfalto si lasciano indovinare “annegati" nel verde del paesaggio.
Questo percorso non è sempre asfaltato e alcuni tratti sono in ghiaietto bianco, ma nulla di robinsoniano: per questo viaggio non è stata usata una fuoristrada ma una grossa moto stradale a gomme lisce.
Numerosi scorci paesaggistici si presentano al biker anche percorrendo la statale n°3 che dal borgo di Cantiano (a nord-est di Gubbio) scende in direzione di Gualdo Tadino; sulla sinistra si estende il massiccio boscoso del Monte Cucco, una riserva naturale integrata nel sistema parchi d’Umbria. E’ probabilmente il tratto più bello di questa lunga statale (è l’antica via Flaminia che collegava Roma all’Adriatico) ovviamente per la bellezza paesaggistica che essa offre davanti al manubrio, ma anche per la ricchezza di placide curve e ampi tornanti che fanno la gioia di ogni motociclista. Un ottimo asfalto frequentato da numerosi appassionati locali.
Farfalle sul Monte Catria
E’ sempre lui, il Monte Catria, il preferito dai motociclisti, e come non essere d’accordo: il Catria è una delle terrazze più belle di tutto l’Appennino.
Il percorso scelto per la fruizione di questo promontorio inizia dal paesino di Cantiano: i cultori del bicilindrico troveranno piacevole il borbottio sommesso del motore amplificarsi fra le ombrose viuzze di questo borgo antico. La piazzetta di Cantiano merita una sosta.
La strada sale in svolte pigre curva dopo curva e si affaccia sulle sterminate pendici del Monte Catria, poi per brevi tratti ci si tuffa nell’ombrosità di rigogliose faggete dopo lunghi percorsi dipanati in luminosi spazi aperti. Simili “nastri argentati" finiscono sempre troppo presto, ecco perché non vorresti mai oltrepassare la terza marcia.
Il vertice del Monte Catria (1701 mt) è una prateria perennemente incorniciata dalle nuvole scandita da una croce in tralicci di acciaio. Solamente l’aquila reale osa lassù, e sembra che il magnifico rapace sia tornato a volteggiare sulle praterie del Catria.
Questo è un gran bel luogo in cui aprire il cavalletto e spegnere il motore: col sibilo del vento e il ticchettio della moto accaldata puoi contemplare un lembo di mondo rimasto intatto, e ciò non accade molto spesso.
Il Monte Catria è un luogo di studio per alcune scienze naturalistiche fra cui l’entomologia a causa di un particolare microclima che favorisce le “schiuse". E infatti durante una sosta decine di farfalle multicolori mi hanno avvolto in un candido abbraccio.
Attraversando il Parco Naturale; la pace di un Eremo
Un altro magnifico itinerario è l’attraversamento del Parco Naturale del Monte Cucco tramite la statale n° 360. Circa venti chilometri che dal borgo di Scheggia conducono alla cittadina di Sasso Ferrato, quest’ultima è una ammirevole bellezza architettonica soprattutto se vista in lontananza. E’ tutto asfalto ottimo: un nastro di curve molto stuzzicanti per il polso destro sul gas.
Si attraversa il paesaggio del Parco Naturale, fitte foreste di faggi, querce e pini d’aleppo che nascondono gli ungulati (caprioli e daini) oltre al magnifico predatore, il quale finalmente protetto dopo secoli di persecuzione sta lentamente tornando in tutto l’Appennino. La ricomparsa del lupo proprio alle porte di Gubbio, luogo della celebre leggenda del lupo feroce ammansito da San Francesco, ha qualcosa di prodigioso.
Wruummmmm… seconda! terza! quarta! Ogni cosa in lontananza davanti al manubrio mi arriva addosso in un lampo, come sempre vedo il grigio-argento sfumare veloce un palmo sotto alle pedane poggiapiedi, la moto pendola a meraviglia sulle burrose curve di questo percorso verso Sasso Ferrato, solo per brevi tratti la strada è costeggiata da pareti rocciose, qua e là i resti cadenti di alcuni ruderi; ovunque si posa lo sguardo regna vittoriosa la foresta al cospetto del massiccio del Monte Cucco. Niente di meglio per chi in moto ricerca i paesaggi naturali.
L’Eremo di Fonte Avellana, alle pendici del Monte Catria (siamo entrati in territorio marchigiano), è un luogo in cui la Pace sembra aver vinto per l’eternità.
Dalla statale n°310 nel cuore del Parco del Monte Cucco si segue la segnaletica turistica per l’Eremo: ancora quindici chilometri di autentica gioia per le ruote attraverso i boschi “canadesi" del versante nord del Parco Naturale. Sulla destra l’antica pieve romanica Badia di Sitria decisa a sfidare il tempo, e a vincerlo.
Nei pressi dell’Eremo lungo la strada vi sono alcune ombrose radure con tavoli di legno per la sosta e vistosi cartelli figurativi che divulgano le caratteristiche di questi luoghi. Rhurhurhurhurhu… una dolce curva a tremila giri e “raddrizzi" la moto con un colpo di gas… eccolo: severo, silenzioso e solitario nel verde cupo dei boschi, è l’Eremo di Fonte Avellana. Fu fondato addirittura prima del 1000 da San Romualdo eremita, un pazzo sognatore motivato da quella forza che solamente i sognatori possono avere. Oggi come tutti i luoghi spirituali è frequentato da un turismo colto e raffinato che non si accontenta di bellezze effimere; guardacaso innanzi all’ingresso c’è sempre qualche moto posteggiata.
Preparate la vostra.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:13 | Comments (0)
29.07.06
Giro d'Italia con vibrisse: Napoli passionaria, Napoli visionaria
di Francesca Ferrara (Poiché il sito dell'autrice è in costruzione - sarà funzionante a settembre -, qui potete vedere una sua foto)
[Questa è la penultima tappa del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - Domani, domenica 30 luglio, sarà pubblicata l'ultima tappa, che concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Napoli è un magma. Lava in tumulto. Napoli è Rossa. Rossa come il pomodoro o il ragù della Domenica. Rossa come le ciliegie in primavera. Rossa come un’anguria. Rossa come le rose che gli zingari offrono alle coppiette sul lungomare in cambio di un euro.
Napoli è zona rossa: rossa come il sangue versato durante le sparatorie di Camorra; rossa perché vota da più di un decennio a sinistra; rossa perché fa sempre caldo, anche d’inverno.
Napoli è un fermento continuo di iniziative culturali ed artistiche, di appuntamenti ed itinerari per tutti i gusti e tutte le tasche. Il suo respiro scandisce il tempo, il tempo dell’ombelico del Mediterraneo, che ha un altro ritmo ed un’altra sonorità rispetto alle altre città. La sua linfa vitale è come lava incandescente, sempre pronta a bruciare ove passa, sempre pronta a lasciare un segno nel bene e nel male. Tutto ciò che passa per Napoli o diventa oro o diventa cenere e al tempo restituisce le memorie dei suoi abitanti e i rimpianti d’impotenza.
Napoli inizia e finisce dove i napoletani hanno deciso di incidere i confini, così come si intaglia un cartoncino o si incide sul legno.
Napoli è una struttura di cartone, pronta a prendere fuoco, per una scintilla di cerino, che pende alle falde del suo nemico dormiente. Il cratere la guarda con un occhio sì ed uno no. Le fa l’occhiolino e cerca di non tossire e di non renderla rovente, grigio fumo, nera e polvere.
Napoli è rossa come la passione, quella più viscerale, rossa come le budella di un animale strappato al suo habitat naturale per nutrire altra carne, altre ossa.
Napoli è come un bocciolo di rosa: tra un petalo e l’altro vi si nasconde un labirinto che porta agli anfratti remoti come la Napoli Sotterranea, la Napoli degli scavi archeologici, la Napoli dei quartieri popolari, la Napoli dei quartieri borghesi e quella della GiùNapoli, il centro storico, scalpitante puledro rosso da sempre.
Napoli è la città dove c’è il mare, ma non un mare qualsiasi, ma quello dove tutti, cittadini e turisti, vengono a fare ’o sentimiento’.
Napoli è l’esempio classico del caos e del marasma: territorio sedotto dalle dominazioni e dalla storia e seducente a sua volta sia per chi ci vive e sia per chi vi è forestiero.
Napoli è la sirena che incanta e che lancia visioni, immagini, input, sogni, sfide a menti e anime alla ricerca dell’essenza delle cose, del loro nucleo, della molecola dell’origine, dell’atomo che diede il via a quella forma di vita così indisciplinata come quella del suo popolo.
Articolata su più livelli sociali posti su diversi strati di tufo, la città si estende dalle sue colline (Vomero, Colli Aminei, Camaldoli, Capodimonte, Posillipo) a valle, dove si immerge in un amplesso appassionato con il mare che la circuisce, la seduce e la rende schiava dei suoi umori e delle sue maree, offrendo spettacoli umorali e connubi incestuosi tra le metafore del bene e le metafore del male; parabole di viandanti e di pellegrini viaggiatori che della mia Napoli si innamorano e poi si lasciano anche morire dopo averla vista. Da Dazio a San Giovanni a Teduccio, la città si estende come se fosse un’anaconda che nel suo ventre contiene altre anaconde, altri scivoli che dall’alto dei giovani quartieri borghesi, portano dritto come un ascensore diretto alla pancia della terra, alla Napoli antica, alla Napoli dei bassi, all’inferno dei quartieri degradati, dei Quartieri Spagnoli, dei quartieri come Forcella e la Sanità, dei vicoli ove si consumano violenze, incesti, sveltine per una manciata di pochi euro, si compra il fumo e i respiri dei barboni diventano sempre più sottili.
Napoli è la Musa che ha ispirato la visione poetica e filosofica di chi ha creduto in Lei e che per Lei è morto lasciando in eredità pillole di saggezza: patrimonio culturale che restituisce alle mura quel lustro intellettuale di un tempo, quell’aspetto di società borghese impegnata, oggi latitante.
Napoli è un cuore, malato. Zoppica nel suo battere il respiro del tempo. Spesso è in ritardo sulla politica sociale e sull’evoluzione culturale e naturale delle cose. Ha voglia di vivere. Ne ha tanta, ma non sempre ha la forza di pompare da sola. Si aggrappa agli ideali e difficilmente valuta gli aspetti reali delle questioni che la riguardano. Spesso si assenta per ricovero e cure per esaurimento nervoso.
E’ vanitosa, così come lo è una bella donna. Ama i profumi e in particolare quello del mare di Mergellina o della discesa di Coroglio che la porta a Bagnoli, un tempo terra di caschi gialli e amianto, oggi ospite di lidi, solarium e discopub. È il confine ovest, quello tracciato dalla storia delle popolazioni, dove finisce Napoli e inizia Pozzuoli.
A questa bella donna le piacciono i profumi dei fiori, e quello della pizza che volteggia nell’aria da mezzogiorno fino a quando non chiudono le cucine alle quattro del pomeriggio. Il fiore che preferisce di più è il girasole perché ha la forma del suo sole che difficilmente si assenta, anche d’inverno. Alla sera, diventa maliziosa e civettuola. Ad illuminarla c’è la luna a Marechiaro e il mandolino di un suonatore da osteria ad intrattenerla.
E’ uno spettacolo di luci di ogni genere, uno sciame di fiammelle accese che la rendono misteriosa ed intrigante come i suoi segreti che cela e protegge gelosamente nel suo seno. Napoli è ‘na bella femmena di quelle che fa perdere ‘a capa; una volta incontrata, pochi secondi e già gli appartieni, perché Lei così ha deciso, perché Lei ti ha incluso nel suo harem e difficilmente ti lascerà andar via; le sue armi per ammaliarti e dominarti le userà tutte nella sua danza di seduzione, sinuosa e selvaggia, così come lo sono i suoi stupri urbanistici. Napoli se ti ama, ti ama per sempre, perché Lei è una visionaria passionaria, crede ancora negli ideali e nell’amore puro e vero, ma spesso è come il Don Chisciotte e lotta contro i mulini a vento, invano, contro le anime dei dannati che ospita nel suo grembo materno, nel suo abbraccio di eterna amante da mille e una notte.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:34 | Comments (6)
25.07.06
Giro d'Italia con vibrisse: La quasi isola d'Elba
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato, ad eccezione dell'ultima, che uscirà domenica 30 luglio e concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm] [tutte le tappe del Giro d'Italia]
Le splendide foto qui riprodotte sono state scattate dall'autore.
L'isola d'Elba è un luogo ricco di storia e di storie. Miniera di ferro e altre materie prime fin dai tempi degli Etruschi; roccaforte strategica per la navigazione nel Tirreno; ponte naturale verso la Corsica e ponte di lancio per l'ultima impresa del corso Napoleone. Si narra che ospitò per una notte Garibaldi, braccato dai servizi segreti austriaci e ferito ad una gamba. E nel porticciolo di Cavo, giusto di fronte al promontorio di Piombino, fece sosta la splendida barca da crociera di Simenon, durante il suo periplo del Mediterraneo. I suoi fondali pullulano di relitti di ogni epoca, traditi da uno scoglio affilato e dalla bassa marea. Le sue coste frastagliate conservano ancora la memoria di contrabbandieri e pescatori di frodo.
La Storia ha visitato così spesso l'isola d'Elba perché l'isola d'Elba, a dispetto delle apparenze, non è propriamente un'isola, come già il suo antico nome greco Aethalia sembra presagire. Resti di insediamenti preistorici sulle coste orientali testimoniano che il braccio di mare – detto familiarmente il Canale – che separa l'isola dal continente non è mai stato lungo abbastanza da impedire ai continentali di visitarla e di abitarla. E d'altro canto non è mai stato abbastanza breve da favorire immigrazioni massive. Fino a un passato non troppo remoto l'approdo all'Elba era riservato ai ricchi e agli avventurieri. Il turismo, per esempio, è un fenomeno recente e fino a trenta o quarant'anni fa era un turismo d'élite.
Questa distanza percepibile ma non incolmabile dal resto del mondo ha prodotto un isolamento precario e incompiuto, rendendo quest'isola una quasi isola, un luogo contaminabile e permeabile con misura, simile a un signore moderatamente misantropo che, pur non disdegnando talvolta la folla, ama soprattutto la quiete e la solitudine del buen retiro.
Ma, si sa, il tempo passa e le cose mutano.
Pesanti e capaci traghetti solcano adesso in gran numero il Canale, coprendo la distanza fra Piombino e Portoferraio in meno di un'ora, mentre il vecchio aliscafo – prossimo al pensionamento, ma ancora scattante – impiega appena quindici minuti. I paesi costieri, già poveri villaggi di pescatori e minatori, si arrampicano sulle colline circostanti a suon di condomini e villette a schiera. Il macadam è ingoiato da fauci d'asfalto, mentre i vecchi sentieri delle miniere si trasformano in circonvallazioni.
È il progresso, baby, lo capisco, e non voglio star qui a far la lagna del tempus fugit o del panta rei, però voglio ugualmente concedermi un momento di nostalgia per i tempi che furono, perché la quasi isola d'Elba è per me un luogo ad alta densità sentimentale. Ho messo piede sul suolo elbano per la prima volta nel 1981, quando la strada del Volterraio era ancora bianca e Ortano, oggi sede di un rutilante villaggio turistico, era una cala riservata a capre e ad alpinisti espertissimi. Lì ho conosciuto la donna che ancora oggi ha la forza di sopportarmi; lì incontro ancora oggi amicizie antiche e incorruttibili. Ancora oggi. L'Elba di un quarto di secolo fa è per me la radice di molte cose buone che ancora non si sono spente, ed è quindi inevitabile che per me l'Elba sia quella di allora. Vederla cambiare così rapidamente, specialmente negli ultimi tre o quattro anni, un po' mi rattrista.
Nonostante i suoi mutamenti e le mie paturnie, però, l'Elba rimane ancora oggi un luogo incantevole, specialmente per la grande varietà ambientale e paesaggistica che offre. Già la sua forma irregolare e tortuosa suggerisce la variabilità delle sue coste, ricche di baie, calette, golfi e insenature di ogni tipo, dove si alternano sabbie e rocce a loro volta diversissime da un punto all'altro della costa. All'interno è tutto un saliscendi, dall'ampia piana di Campo ai mille metri di Monte Capanne,
con la vegetazione che passa continuamente dalla macchia mediterranea, ai lecceti, alle pinete, ai prati. Il tutto condensato in poco più di duecento chilometri quadrati.
Però non voglio esagerare nel decantare i pregi della mia quasi isola. Il mio istinto di elbano adottivo mi suggerisce di moderare gli elogi, di smorzare gli entusiasmi, di coprire, dissimulare, fingere, mentire, perché se dicessi il vero, se descrivessi con esattezza la bellezza delle coste, la mitezza del clima, la limpidezza delle acque, rischierei di invogliare altri a visitarla, ad amarla, a farla propria. Non sia mai! L'Elba è mia, solo mia! Voi state alla larga, non andateci, non sbarcate nei suoi porti e non calpestate le sue strade. Tanto è bruttissima, credetemi, e non vi piacerebbe.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:11 | Comments (6)
22.07.06
Giro d'Italia con vibrisse: Verona, la mia città d'adozione /2
di Rosanna Rota
Prima parte Seconda parte.
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato, ad eccezione dell'ultima, che uscirà domenica 30 luglio e concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Un fantastico itinerario nella Verona medievale deve svolgersi, secondo me, di sera. Con le luci accese che si specchiano nell’Adige, la città assume un aspetto fiabesco che fa veramente pensare a principesse e draghi, come quelli raffigurati nel celebre affresco del Pisanello nella Chiesa di Sant’Anastasia . Passeggiare col buio sul ponte merlato di Castelvecchio, ammirare il fiume e la città dalle feritoie mi riporta indietro nel tempo, mi fa pensare a Dante che trova qui ospitalità e conforto, anche se il maestoso castello ancora non esisteva, ai suoi tempi...
Da Castelvecchio, se si vuole proseguire immersi in questo immaginario medievale, si possono scegliere due direzioni, entrambe suggestive: o seguire la passeggiata sopraelevata delle Rigaste,
lungo l’Adige, per arrivare al quartiere di S. Zeno, patrono della città, o andare verso il centro, seguendo il tracciato dell’antica Via Postumia, oggi Corso Cavour, fino ad arrivare ai Portoni Borsari, dai quali si entra nel cuore della città medievale, col suo dedalo di stradine e con le sue innumerevoli chiese.
La basilica di San Zeno si trova fuori dall’antico abitato, dove sorse anche un’abbazia, tanto che ancora oggi il parroco mantiene la dignità di abate. La splendida pala del Mantegna è la grande attrattiva artistica della chiesa, ma io preferisco soffermarmi sulla popolarissima statua di S. Zen Che Ride, come viene abitualmente chiamata: la sua simpatica faccia scura ci rammenta che pare venisse dall’Africa... Quanti dei Veronesi contemporanei, fra quelli che guardano con astio agli stranieri sempre più numerosi, si ricordano di avere per patrono un nero, insomma, un immigrato? Capricci della sorte, o forse nemesi storica alla rovescia...
Se, invece di andare verso San Zeno, si sceglie di tagliare per il centro, si arriva presto a Piazza Erbe, il cuore di origine romana, rivisitato però in chiave medievale: la grande fontana di Madonna Verona, per esempio, ricicla una statua romana ed una vasca termale per il nuovo utilizzo, deciso nel XIV secolo. Questo spazio, come l’adiacente Piazza dei Signori, che i Veronesi preferiscono chiamare Piazza Dante in onore della statua posta al suo centro, brulica di vita notturna, specialmente nella bella stagione, quando i tanti locali con tavolini all’aperto ospitano Veronesi e turisti, uniti dal desiderio di godersi il fresco e le bellezze della città. I palazzi medievali, simboli del potere politico ed economico, la Torre dei Lamberti e i monumenti funebri delle Arche Scaligere troneggiano intorno, e una persona facilmente suggestionabile come me, nonostante la confusione, potrebbe veramente sentire uno strano effetto da “viaggio a ritroso nel tempo"...
Anche le chiese medievali sono innumerevoli e splendide, ma quella fra tutte che prediligo è San Fermo, che si può raggiungere, da Piazza Erbe, tagliando per la pedonale Via Cappello, dove la mitica Casa di Giulietta costituisce la meta obbligata, e un po’ troppo massificata, per una Verona medievale rivista però con l’occhio di Shakespeare. San Fermo, invece, è una strepitosa chiesa francescana a due piani, con un abside che inizia con una base in forme romaniche per poi innalzarsi in un gotico elegante e spettacolare che mescola il colore caldo del mattone con i merletti bianchi del marmo.
La chiesa si specchia quasi nell’Adige, nel punto dove sorge il Ponte Navi, così detto perché qui vicino esisteva, fin dall’epoca medievale, uno scalo delle merci. Ma dell’antico ponte ormai non resta traccia: è stato più volte ricostruito. Quello odierno permette però di godere di una vista mozzafiato: le luci della città si duplicano nel fiume, perdendosi all’orizzonte sia verso il Colle di Castel San Pietro che verso il mare.
La storia successiva di Verona è ben nota e attestata da tanti altri monumenti: l’ingresso nella Repubblica di Venezia, Napoleone, il Lombardo Veneto... eppure Verona rimane soprattutto la città celebrata da Shakespeare, romantica e sonnolenta, stupenda e pigra nell’accettare ogni novità, come fece a suo tempo con il mitico amore di Romeo e Giulietta. “Non c’è mondo fuor da queste mura", forse, è veramente il suo motto, sia in positivo che in negativo.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:35 | Comments (0)
18.07.06
Giro d'Italia con vibrisse: Avola, Noto, Siracusa
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato, ad eccezione dell'ultima, che uscirà domenica 30 luglio e concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Noto mi sembrava un paese di fiaba. Ogni palazzo era un castello, ogni edificio splendeva come se avesse il sole dentro. Le statue dei santi e degli uomini illustri emergevano dalle nicchie e dalle decorazioni per un tacito plauso. Le vaste scalinate formavano un cammino di maestà e d’onore che ogni volta aspiravo scalare, sentendomi a ogni gradino più vicino al cielo. Solo, dopo un po’ mi sembrava di soffocare: mi mancava il mare, vederlo in lontananza, sapere che ci fosse. Ne cercavo un succedaneo nel passeggio della Flora, dove si apriva il panorama sul val di Noto, leggermente ventilato e odoroso. Prima di arrivare a Noto la strada era costeggiata da grotte scavate nella roccia. Mia madre mi spiegava che risalivano all’ultima guerra: in occasione dello sbarco degli alleati avevano fornito rifugio agli sfollati.
Il viaggio verso Siracusa era invece un viaggio verso il mare, scandito da tappe precise: i monti Iblei si azzurravano fino a confondersi con l’orizzonte; a Cassibile si ergeva fra i campi il castello della marchesa, fatto della stessa pietra luminosa delle chiese di Avola e dei palazzi di Noto; il fiume Anapo, fra canne e papiri, si versava nel mare, che s’intravvedeva come un preannuncio dell’aperto splendore del golfo di Siracusa. Era un’emozione attraversare il ponte che congiungeva la terraferma con l’isola di Ortigia. Gli occhi non riuscivano a contenere la luce e i colori del porto, le tante barche attraccate e oscillanti. Vedere una nave era un avvenimento.
“Dove va?" chiedevo.
“Lontano, forse in America" rispondeva mia madre.
A quel nome la nave diventava portatrice di una possibilità di vita che nel passato si era prospettata a mio padre e che forse nel futuro sarebbe tornata a riproporsi, sia per lui sia, forse, per me…
Avola era un mondo vario e accidentato. I quartieri erano regioni separate l’una dall’altra dalle depressioni degli spiazzi o da corsi e viali che, come fiumi, vi s’infiltravano con tanti rivoli: alcuni si perdevano nei campi, altri immettevano nelle valli e nelle gole dei larghi e dei cortili. Nelle vaste pianure delle piazze si ergevano gli altopiani dei sagrati, dove svettavano le facciate delle chiese.
Da giovane, mi sarei installato nel centro e da lì avrei dominato la geografia della città, diventata fin troppo piccola. Allora invece i miei spostamenti disegnavano tanti centri, tutti dislocati sulla circonferenza esterna. Per questo, oltre che per la ridotta misura dei miei passi, le distanze risultavano moltiplicate e Avola appariva assai grande. I suoi confini si prolungavano nella città dei morti del camposanto e nelle grandi case dei pescatori. Anche i monti erano un’estrema propaggine della città, le sue torri di guardia. Nel linguaggio abituale si diceva “giù" per indicare il mare e “su" per indicare la stazione. Così nel mio orientamento i punti cardinali si spostavano: all’immagine del mare e del punto in cui nasceva il sole veniva a sovrapporsi l’idea del sud, fino alla perfetta coincidenza di sud ed est. Ancora adesso, ovunque mi trovi, soffro dell’errore e, dove vedo spuntare il sole, lì cerco il mio sud e m’illudo che, dove finiscono le case, inizi la lunga striscia luminosa che allora vedevo il sole stendere sul mare…
Più tardi scoprii i giardini pubblici: la villa. Ogni giorno, nel pomeriggio, incrociavo un vecchio: camminava rasente al muro e, dopo aver compiuto un giro, si riempiva le tasche di gelsomino e in abito nero, come un’allucinazione, andava via odorandolo.
A volte la profondità dell’azzurro m’attirava come un pozzo, a volte mi avvinceva la varietà del verde; a volte mi tentava il palco: una zona circolare, rialzata, recinta da un parapetto. Lì d’estate si faceva festa. Io ascoltavo da casa il suono delle musiche e dei canti fino a tarda notte. Ricordo le fantasie attorno ai balli e il senso di libertà che mi dava quel luogo, dove la ventilazione e il profumo dei fiori rendevano sopportabile una sera di scirocco. Attraversare lo spazio ampio e pieno di luce era come conquistare il centro del mondo, come esporsi allo sguardo di Dio.
L’ultima tappa delle mie passeggiate era la vasca, che occupava l’angolo più interno del giardino. Io sedevo sul bordo, lasciandomi incantare dalle magie dell’acqua. Puntualmente dalla vicina stazione arrivava il fischio del treno, invito a nuove cose...
Forse non è casuale – e, se lo è, è comunque significativo – che gli edificatori di Avola abbiano disposto i giardini di fronte alla stazione ferroviaria, quasi a voler indicare una direzione ai sogni che vengono concepiti fra i viali; ed è ugualmente significativo che siano agli estremi della città, congiunti dallo stesso corso principale, i due promontori di Avola, la stazione e il mare. Preveggenza dei fondatori? Sapienza della topografia?
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 08:39 | Comments (0)
15.07.06
Giro d’Italia con vibrisse/Nel regno di Gradisca: Riccione
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato, ad eccezione dell'ultima, che uscirà domenica 30 luglio e concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
«Ma questi ridono…!»
In effetti sorridevano. Anzi mancava poco che Bruno, il proprietario dell’hotel mi abbracciasse.
Avevo cambiato destinazione. Maltempo in tutta Italia e solo un pugno di giorni per una vacanza.
In Romagna il tempo era meno peggio. E poi quell’esperienza mi mancava. Sì mi mancava. Perché per una vita ero andata a caccia di isole incontaminate, di mari trasparenti e pescosi, di luoghi selvaggi e lontani.
Già, lontani… Qui invece la distanza era breve. Nonostante la E 45 che, come cantava Guccini, fa veramente dell’Emilia il west della Romagna, una meta raggiungibile solo con un fuoristrada capace di saltare sulle buche, sui fossi, sull’asfalto lacerato di una strada che è veramente una vergogna nazionale.
E arrivare sta a dire avercela fatta. Aver superato una prova stile “avventure nel mondo".
Io di ridere infatti non avevo molta voglia. Ma per fortuna tutto si può rimuovere cedendo a un viaggio nel tempo e nelle atmosfere.
Tendine celeste chiaro, i tavoli allineati con le tovagliette perfettamente aderenti ai tavoli, poltroncine di acrilico velur con la sagoma di metallo. Stavo rivedendo l’arredo del bar sotto casa mia quando ero piccola. Giuro! E nell’atmosfera da “doppio brodo star “ mancava solo la donnina col cucchiaio fumante e la messa in piega appena fatta.
No. C’era anche lei. Anzi c’erano varie riproduzioni. E sulla terrazza le chiacchiere dell’Italia dei caffè, di quella bella Italia che si perde in estenuanti discussioni dai contenuti a volte banali ma che danno il senso alla nostra identità.
Aria di pulito, di bucato appena fatto, di bianco che più bianco non si può nemmeno col candeggio. Riccione. Basta dirlo per immaginare piadine e liscio, ombrelloni allineati e famiglie coi salvagenti a forma di papere o coccodrilli, profumo di Ambra Solare, e la canzone dell’estate.
Riccione regno del kitch. Con le gelaterie, le frullerie, le cocktailerie e le cartoline con tre bei culi in primo piano e la scritta “baci dal mare". Riccione con le ultime novità, col bagnino che è sempre un gran fico, col muscolo e gli occhiali da sole che sembra dirti “Bambola! Sono qui per proteggerti".
Riccione con i tedeschi più mansueti da quando c’è l’euro, che hanno perduto l’arroganza del marco che la faceva da padrone. Riccione dei “tutto compreso", del bagno 128 con l’altoparlante che urla: “si è perso un ragazzino di nome Hans…", e le solite barzellette che provoca l’annuncio nato come grido di dolore che sgorga dal cuore di mammona taglia 54 che ha perduto il pargolo, per poi trasformarsi in una gag del “chi l’ha visto" tra il minestrone di canzoni e pubblicità delle radio.
E si ride. Evviva l’allegria. Hans ha ritrovato la mamma che in trepida attesa sul bagnasciuga non risparmia al piccolo un cazziatone.
Orde di ragazzini esprimono la loro creatività in compagnia dei padri realizzando enormi castelli di sabbia. Quelli tedeschi sono tutti muniti di pale, sì pale, non le innocenti palette della nostra infanzia. Questi si organizzano! Il castello ha la muraglia, il ponte levatoio in legno, e la bandierina. Bello!
Il primo a lanciarsi in complimenti è il fotografo della spiaggia. “Una foto al piccolo, vicino al castello. Pensi che bel ricordo!". Le prime a cedere sono le nonne. E giù con il click per guadagnarsi la giornata. Mentre la bambina dell’ombrellone della prima fila è già in posa accanto al pedalò. “Mi raccomando la riprenda in modo che si veda la barca…".
Ultimi scatti prima del “coprifuoco" delle ore tredici: si mangia.
Si aprono le tende celesti della sala da pranzo. Menù numero uno a base di carne, menù numero due è pesce. La cameriera di sala con grande maestria distribuisce le pietanze fumanti. E che pietanze! Nessuno resiste ai manicaretti che prepara la cuoca. È la proprietaria che cucina, lei, la mamma del Bruno, che ha tagliato il nastro della terza generazione dell’hotel Camay. Si chiama così come la saponetta. E il Bruno si avvicina ai tavoli, chiede se il menù è di gradimento, consiglia vini frizzantini romagnoli da abbinare alle pietanze. “Sul pesce il bignoletto è una delizia…".
Un ragazzetto biondo venuto dal Trentino col viso praticamente ustionato dal sole si impressiona nel dover mangiare una doppia coppia di scampi. Nessun problema. Si cambia piatto. E tutto avviene in grande serenità. Il cliente è preso in carico, è adottato e coccolato, rassicurato, accontentato.
Riccione regno di Vasco Rossi e Ligabue con “le donne lo sanno", ultimo successo riproposto a più riprese dagli altoparlanti disseminati in via Dante, che musicano la passeggiata. E qui è il trionfo! Qui non si può fare a meno di distogliere lo sguardo da coppie di delfini che ballano su una palla azzurra con porporina, braccialetti con la Madonna e scritto “Riccione", cavatappi stravaganti, accendini a forma di estintore, cartoline che seguono una certa attualità. La più famosa è quella contro le leggi antifumo, con un grande pene sul quale si regge una sigaretta accesa. Il massimo!
Ligabue continua con il suo ritornello che ormai è un tormentone, mentre biciclette, risciò, tandem si fanno spazio tra la gente che si avvia verso viale Ceccarini, la strada bella della città per uno “struscio" bronzé, in cui si fanno spazio ustionati e vacanzieri in versione mulatta. Mentre le ragazze dell’Est sedute ai bar esibiscono french manicure che non possono passare inosservate grazie ai brillantini incastonati alle unghie. Anche a quelle dei piedi.
La notte si avvicina, la notte riccionese è prossima all’apertura del sipario. Si cena alle sette e mezzo. E nella sala celestiale il rito si ripete.
La notte di scorribande e zingarate cede il passo all’aurora che dal mare illumina la spiaggia deserta con gli ombrelloni chiusi e rigorosamente allineati.
Un uomo passeggia sulla riva.
È un vecchio che guarda il cielo.
Il cielo che è come un’immensa cappa su questo panorama felliniano dove sembra di rivedere la signorina dalle forme generose che al Grand Hotel di Rimini offre le sue grazie a un bellimbusto in vestaglia nera sussurrando “Signor Principe, gradisca...".
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:45 | Comments (2)
11.07.06
Giro d'Italia con vibrisse: Milano ti ama
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato, ad eccezione dell'ultima, che uscirà domenica 30 luglio e concluderà il Giro. Il materiale pubblicato sarà poi raccolto in un pdf scaricabile. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Sono qui, nato e cresciuto nel noord, più o meno a sud del vero nord. In un punto imprecisato. Milano è imprecisabile. Non so nemmeno lontanamente dove davvero si trovi. Potrebbe essere Calcutta ad agosto, Londra d’inverno, e le poche volte che qui c’è vento potrebbe essere Bruxelles prima della solita pioggia belga da paese piatto. Da qualche parte sempre imprecisata, girando per il centro o anche imbastendo la tua via per le periferie, Milano sfuma, senza che tu te ne accorga, in un acquerello triste come un murale messicano notturno al quale certi soliti ignoti hanno tolto i colori caldi.
Tonalità di grigio, circoli, spirali di grigio luminescente. Poche le vere luci, la notte, quasi tutte fioche, e le strade che si svuotano presto, e i tram che svicolano ciabattando su ferro a bassa temperatura, e snodi di mani, rasoi di passi, tacchi che secchi rotolano su pavimenti mobili, cigolare di biciclette astute con le auto, che a loro volta piegano a destra o a sinistra verso un chissà chi e un chissà cosa.
Milano è una puttana discreta. Non lo fa per la strada, lungo i viali e sulle vie ci transita, anzi si fa transitare in lungo e in largo. Milano è una puttana discreta che all’occorrenza riceve in casa tra la cocaina dei depressi che si deprimono ancora di più ad essere talvolta un po’ giù di corda, poveri diavoli, poveri loro.
Nelle parole della gente dei locali discretamente baluginanti dei Navigli questa città ha in parte perso lungo gli anni della crisi - da Tangentopoli in poi - il gusto della battuta alticcia e il gonfio brusio allegrone del dialetto locale. Però molti milanesi restano più fanfaroni e battutisti di quel che si pensa da fuori; sanno scherzare in un modo che a volte non ti aspetti, non raramente si tratta di veloci rasoiate dispettose, ma non ti fanno quasi mai male. Il vero milanese è generoso, quella del coeur in man non è una diceria autoprodotta da un cacciar balle vanaglorioso, è qualcosa che senti con una certa nettezza – sempre se lo vuoi sentire- quando chiedi un’informazione e questa ti viene data con tutti i particolari, quando qualcuno ti fa passare avanti con un sorriso gentile, quando in una certa tristezza sai leggere una profondità di campo che ti spinge verso sogni pieni di senso.
Lungo i Navigli, camminandoci a passo felpato come a voler braccare, da cacciatore di sensazioni, la preda dei tuoi ricordi, pensi a volte agli anni 80 deglutiti per sempre, spezzettati da fiumane caracollanti qui e ora di ragazzi in camicia bianco - entusiastico, di donzelle sculettanti a falcata doppia per voglia di vivere e bramosia dell’estate, da esposte birre lisce e cioè senza schiuma – e questa stupida mancanza è una delle poche assurdità che a Milano non perdonerò mai.
È una giostra un po’ più lenta, adesso, quella di questo passeggio interminabile.
Pagale! Mi disse un cinese, ridendo, una volta. Pagai. Glazie, disse lui. Plego, risposi io, milanese che sa adattarsi ai nuovi venuti.
Il cinese stava dalle parti dello stadio di San Siro, in un ristorante di sua proprietà vicino allo stadio: Trapattoni/ Mattheaus/ Ronaldo, gol. Una folla invisibile urla di gioia assurda, il rombo di questa grancassa di gola è come un tuono di Zeus che spezza in tronconi molli l’aria del mio quartiere per metà periferico. Nessuno ci fa caso, la Scala del calcio, la Mecca di troppi lavoratori precari, anche qui, ( e perché qui no?) e il polmone economico non è più tale, tossisce, sputa, o perlomeno respira da anni con molta più fatica di un tempo.
Fiumane di stranieri tra loro sempre più diversi, ogni anno che passa. Facce spesso scure spesso sorridenti, denti bianchi spiegati in sorrisi antichissimi e leggeri come la purezza che non può svanire se con la vera purezza si sta trattando. I peruviani sbronzi sul metrò che prendono a pacche sulla schiena altri peruviani sbronzi. Le mogli peruviane dei peruviani ridono dei loro mariti peruviani sbronzi e anche a me viene da ridere ma non so perché, l’importante non è sapere, l’importante è ridere soprattutto di noi stessi anche o soprattutto al cospetto degli altri.
Milano sa essere buona, sorridente e gentile con chi umilmente prova ad affrontarla a mani piene di voglia di comprenderla anche senza capirla. Forse questa città è una prova universale. Devi superarla, andare nel senso contrario rispetto alla fiumana degli umani che sembrano disumani soprattutto per via dell’ umanissima fretta che li abbindola. Una fretta però laconica. Dovuta forse a un bisogno di essere puntuali anche quando questo bisogno è solo un umano riflesso condizionato, un corrugamento del pensiero da umano cane di Pavlov sciolto, e gli impegni imprescindibili sono spesso degli alibi costruiti con cura per non pensare a fondo. Vai umilmente in controtendenza, se vuoi respirare meglio; salmone per puro spirito di sopravvivenza, nuoti controcorrente come il barcarolo romano, ma qui sei in un fiume in piena che non si vede ma si avverte nello svolgersi incrinato dalle ondate rifrangenti del traffico.
E’ più che possibile integrarsi in questa città conservando il proprio spirito veramente intatto, la propria fierezza d’origine denominata nel tuo intimo, nel tuo selvaggio cuore bandito di dove diavolo sei nato e hai vissuto fino a quando hai incontrato Milano, la puttana discreta, e ti sei fermato tutta la notte per rimanere nel suo letto, che la mattina viene da lei rifatto con lenzuola sempre nuove, perché i clienti sono sempre tanti.
Allora ci sei, allora sei già milanese anche se qui ci sei venuto per la prima volta soltanto un mese fa.
Milano sa essere buona, sorridente e gentile: e lo sa essere con chi ammette dentro e fuori di sé che questa città ha un’anima multitudinaria, che non è riassumibile, che se provi ad esprimerla in un concetto rischi di fare la figura del presuntuoso incosciente, che è camaleontica, che è spietata, spesso, con chi s’è fissato a vederla soltanto come tale. Una città cattivissima con i pedoni – ché spesso i piloti da teatrino accelerano proprio mentre stai attraversando la strada, anche qui per un riflesso condizionato che non ha spiegazione logica, o forse solo perché gli assassini a volte sono proprio i nostri gentilissimi vicini di casa; buonissima invece con chi prova a entrare in certi bar spesso da habitués per provare a parlare con un sorriso vero con la gente di qui, che è gente per la maggior parte fatta delle origini più disparate, che è gente di Calcutta, di Londra, di Bruxelles, di dove, dove non so, ma sì, di dappertutto e di nessuna parte, Europa come minimo, Pianeta Terra senz’altro, Universo al cento per cento.
Milano è una prova. Se il timido ha qualche probabilità di venir fuori totalmente e definitivamente dalla sua impasse caratteriale qui davvero può farcela, e se ce la fa vuol dire che senza saperlo aveva proprio la stoffa, ora cucita perfettamente addosso al suo abito mentale, dell’estroverso. Non sapeva di poter vincere, tutto qui; e a Milano ne ha la prova provata, ha potuto lottare e vincersi, e da questo momento essere estroverso in qualsiasi altra parte del mondo sarà per l’ex timido una semplice passeggiata sotto un sole che è la luce del mondo, da qualsiasi parte questo mondo provenga.
Cattolica dal Duomo in giù e calvinista negli uffici che contano. Denaro che non si vede ma si sente sgorgare asmatico dagli scappamenti di certe Porsche morbidamente rombanti, ed enormi come cassapanche semoventi da 250 km /h, e nere come i corvi del malessere di Van Gogh all’ultimo quadro mobile della sua ultima stazione del delirio.
La metropolitana in discreto disordine, zeppa di gente stanca dal laverà, e sicuramente anche d’altro che non dice. Pochi parlano, pochi altri parlottano. Fuori, i clacson urlano ricorrente nevropatia, mentre la gente tace, o parla con la sordina; non la senti, devi tendere l’orecchio alzando il volume al tuo stereo interno in quasi costante fruscio di sottofondo. La mia Milano in tanti momenti è una città-film con la colonna sonora del rumore ma senza dialoghi.
Un città amabile se c’è l’amore, come dappertutto. Se hai voglia di intristirti per tante ragioni tutte condivisibili, qui non c’è problema, puoi morire da solo senza un battito di ciglia che ti sfiori lo sguardo. Se hai voglia di essere allegro c’è qualche problema, sì, ma di piccolo cabotaggio; tutto si può risolvere: Milano sa aspettare, ha pazienza, sa soffrire con dignità, soprattutto sa accogliere senza che tu te ne accorga, e allora certuni che a Milano hanno messo radici pensano superficialmente che qui ce l’hanno fatta da soli contro tutti, ma si sbagliano. Sai che ce la puoi fare, qui, se lo vuoi veramente, se qualcosa di veramente bello hai voluto intravedere in questa città dipinta con la fretta di un pittore distratto da chi non la conosce o non la vuole conoscere per un pregiudizio che è saggia verità, finché questa saggia verità si trasforma nella sua ancora più saggia sconfessione, e allora tutto ti può apparire del tutto diverso, sai che Milano ti può dare tanto, ti può dare persino tutto.
Milano la puttana discreta ti fagocita lentamente mordendoti i nervi del collo come un vampiro pieno di premure e si nutre della tua fretta di arrivare - se non altro a capire -, e del tuo marasma interiore, che è soltanto una delle tante espressioni della tua brama di vivere, e della tua fame di cielo.
Milano è come una donna che ti ama ma non te lo dice.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:15 | Comments (5)
08.07.06
Giro d'Italia con vibrisse: Cos'è Napoli
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. Il Giro si concluderà il 29 luglio prossimo. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Come si fa a descrivere Napoli, ridondante per eccellenza, a costringerla nella forma della pagina? Napoli che è troppa storia, troppi monumenti, troppa letteratura, troppa bellezza, troppo vulcanesimo, troppa arte, e ingorghi, disoccupati, repubblica abortita, sangennaro, invasioni, maradona, mariomerola, scampia, viceré, terremoti, commedia, pizze, canzoni, camorra, spaghetti, stereotipi, pienzasalute, miracoli, festa farina e forca, quartierispagnoli, guarracini, pulcinella, benedetto croce, tammurriate, sangue sciolto e versato, bombardamenti, cartomanti, borse false, defilippo, emigrazione, fattura che non quaglia, italsider, achillelauro, speculazione edilizia, masaniello, speranze, turisti.
Quando torno a Napoli devo fare i conti con una necessità faticosa. Il treno s’infila nella curva che si chiude nella Stazione Centrale: a sinistra si vede il Vesuvio, a destra l’insegna del Discount di Giuseppina, e ha inizio l’esigenza di contenere l’abbondanza, lo straripare della città ma anche della memoria legata ai luoghi. È come se fosse necessario, ogni volta, attivare un “rituale" in grado di riprendere le fila, ricostruire, riannodare, dare ordine.
Per questo ci sono i percorsi. Sì, i percorsi, mai gli stessi in ogni occasione: camminare per la città, seguendo itinerari precisi, altro che flanêrie, che tocchino i luoghi necessari, quelli che sono iscritti, con il loro carico di memorie, nella mia storia personale. Per contenere la città, per far fronte al suo eccedere. Ogni luogo, al “camminarlo", si risveglia, e riporta a galla, fedelmente, immagini, ricordi, pensieri, sensazioni. Sono tutti chiusi lì nella pietra dei palazzi, nei mattoncini di pietra lavica che lastricano la pavimentazione delle strade, incisi sulle superfici dei palazzi, nei chiostri, nelle chiese, nelle scale ripide che attraversano la città collegandone i livelli. Gli occhi e le suole delle scarpe li risvegliano.
Uno dei percorsi è quello che si articola lungo le strade del Quartiere Chiaia, in cui sono cresciuto, dove le memorie si addensano con forza: piazza dei Martiri con la colonna e i leoni intorno scolpiti dal mio bisnonno (dove da qualche anno c’è una Libreria Feltrinelli, che non è ancora entrata del tutto nella mia mappa personale), la Villa Comunale di fronte al mare (snaturata dai lavori di ristrutturazione) dove si andava a giocare a pallone, la Scuola Media Carlo Poerio (mi ricordo che scambiavo messaggi scrivendoli sul banco con una ragazzina che frequentava il turno pomeridiano che si firmava Loira), viale Gramsci (ma sempre viale Elena) dove c’è (?) la radio in cui ho lavorato.
C’è il percorso del Centro Storico, il cuore greco della città diviso ancora in Cardini e Decumani. Da piazza Dante, passa per Port’Alba, la via dei librai, sbuca in piazza Bellini dove si vedono resti delle mura greche, passa per il Conservatorio e la Libreria Colonnese, si allarga in Piazza Miraglia e si restringe in via Nilo, piega verso il “fulcro" di piazza del Gesù, luogo di liceo e di uscite serali, da cui si diparte l’altro percorso per Spaccanapoli, piazza San Domenico, via Mezzocannone, dove la memoria personale, liceale e universitaria, quella delle manifestazioni e della musica, si fonde con quella della Storia: Santa Chiara, la Cappella dei de Sangro, Palazzo Corigliano. E la Pasticceria Scaturchio, il cui babà nella storia un po’ è entrato.
Un altro percorso è quello che scende dalla mezza collina del Corso Vittorio Emanuele (su cui a metà degli anni ’70 passava il carrettino di un rigattiere e uno di un impagliasegge, il riparatore di sedie), tagliando le strade e i vicoli ripidi dei Quartieri Spagnoli, per uscire su via Roma (via Toledo).
Percorsi o no, comunque, ogni volta che torno a Napoli mi trovo anche davanti a un dissidio: lo scarto tra ciò che ricordo essere Napoli quando vi abitavo e la Napoli di oggi. E mi trovo a inseguire questa linea in movimento, questo orizzonte. Ma Napoli è davvero cambiata? Sono io che, con uno sguardo diverso, la vedo diversa da prima? Cosa è cambiato davvero dietro le facciate dei palazzi rimessi a nuovo, dietro le oasi pedonali, dietro i turisti che finalmente la visitano? Me lo chiedo sempre, mi do noia da solo. Eppure la domanda rimane. E provo a rispondermi con altre domande. E se non fosse, invece, che la città in quanto tale, che i napoletani stiano cambiando? Mi spiego, e riporgo la domanda. E se i napoletani stessero perdendo, poco alla volta, la loro identità? Poi mi chiedo: Ma cos’è l’identità? È ciò che contraddistingue una cittadinanza, in questo caso,
rendendola “proprio quella"? E i napoletani la stanno perdendo? Cosa rende, oggi, napoletano un napoletano? E poi, se pure la stessero perdendo, ne acquisterebbero un’altra. Sempre identità è, no?
È l’interrogativo che scorre sotto traccia nel bel mezzo dei pensieri che accompagnano un percorso: nel Quartiere Chiaia, attraversando i Quartieri Spagnoli, a piazza del Gesù, a Montesanto, alla Sanità. Perché, a pensarci bene, ogni volta che torno a Napoli provo un po’ di spaesamento. Un cambiamento palese, quantificabile segnerebbe irrevocabilmente una perdita: la città in cui abitai, in cui fui, che ricordo.
Ogni volta che vado a Napoli me lo chiedo, se è cambiata. E continuo a chiedermelo mentre il treno, uscito dalla Stazione Centrale, imbocca la curva dalla quale si vede a destra il Vesuvio, e a sinistra l’insegna del Discount di Giuseppina.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:26 | Comments (0)
04.07.06
Giro d'Italia con vibrisse: Fano (Ps)
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. Il Giro si concluderà il 29 luglio prossimo. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Ed eccomi a Fano, ombelico del mondo, per un paio di giorni. Fano, città romana, prende il nome da un antico tempio dedicato alla dea Fortuna (FANUM FORTUNAE) "forse inizialmente solo un piccolo sacello a ricordo della famosa battaglia del Metauro che nell’anno 207 a.C. vide sbaragliato dalle legioni romane l’esercito del cartaginese Asdrubale, intorno al quale si sarebbe poi sviluppato l’abitato: all’inizio non più di un conciliabulum là dove la consolare Flaminia - aperta nel 222 a.C. -, ormai prossima al mare, volgeva a nord in direzione di Rimini".
La statuetta della Fortuna nella fontana della piazza è fasulla. Quella vera (be', solo della fine del Seicento) è al museo. Ma se si mettono le dita nell'acqua della fontana, il 2006 non potrà che essere fantastico. Il Teatro, invece, per cambiare un po', si chiama Teatro della Fortuna...
Per altre notizie storiche: http://www.comune.fano.ps.it/pagina.asp?pag=782
In più a Fano c'è la mia mamma:-) sempre pronta a farmi i cappelletti. Ecco la ricetta:
CAPPELLETTI IN BRODO ALLA FANESE
Il segreto è nell'impasto: 1/3 di carne di vitello magro, 1/3 di magro di maiale, 1/3 di carne di petto di pollo.
Cuocere il tutto con burro, sale. Fare a pezzi, macinare e impastare con abbondante parmigiano grattugiato (100 grammi ogni kilo di impasto), + noce moscata + un niente di buccia di limone + 2 uova intere ogni kilo di carne usata. A parte si sarà preparata la sfoglia (1 uovo ogni etto di farina). Ritagliare la sfoglia a cerchietti con apposito strumento o anche con un semplice bicchierino rovesciato. Mettere al centro di ogni dischetto una porzione di impasto e chiuderlo in forma di piccolo cappello (cappelletto). Il brodo in cui cuocere i cappelletti, naturalmente, dovrà essere buono, non di dado:-/
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 14:23 | Comments (3)
01.07.06
Giro d’Italia con vibrisse: Manerba del Garda tra pietre, ulivi e ciliegie (Bs)
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. La data di chiusura per l'invio del materiale (30 giugno 2006) è trascorsa, quindi il Giro si concluderà con l'ultima tappa fissata al 29 luglio. Grazie a tutti coloro che hanno voluto partecipare a questa impresa simpaticissima. Una volta concluso il Giro i testi saranno raccolti in un pdf scaricabile. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Quando l’ho letto la prima volta, non mi sono stupita di apprendere che, tanti secoli or sono, fu la bellezza della Valtenesi a convincere gli dèi a stabilirsi qui dopo la fuga dall’Olimpo per sfuggire alla furia del gigante Tifone. Questo lembo di territorio, situato vicino al basso versante bresciano del lago di Garda, è caratterizzato da una morfologia dolce, ondulata, non aspra come nel resto del lago, dove i monti degradano rapidamente verso l’acqua in ripide scarpate.
Le colline moreniche disegnano nella Valle degli Ateniesi una regione armoniosa, completata da un delicato fregio di vigneti, oliveti e campi coltivati e da spiagge sassose. Un luogo che, fino a pochi anni fa, nella sua bellezza non era quasi intaccato dall’espansione edilizia.
Io ricordo la Manerba della mia infanzia, quando le seconde case erano poche ed erano o grosse ville o piccoli bungalow, oppure, per chi non poteva permettersele, c’era il campeggio. Un comune, Manerba, in cui non esistevano i residence-di-monolocali-a-pochi-chilometri-dal-lago-ma-rigorosamente-con-piscina, bensì per rinfrescarsi bisognava scendere in spiaggia o (i pochi fortunati come me) uscire in motoscafo sul lago.
Mi ricordo che di fianco a casa mia c’erano dei campi incolti. O forse erano coltivati ma, qualunque cosa ci coltivassero, d’estate erano pieni d’erba e di fiori. C’era un grosso ciliegio che faceva la gioia della mia famiglia, con dei piccoli frutti dolci e succosi.
Da una decina d’anni al posto del campo (e del ciliegio) c’è un piccolo centro commerciale con un ristorante. Dispiaciuta per la perdita delle ciliegie, devo dire che sono molto impressionata da quello che ho visto mutare nel paesaggio di Manerba negli ultimi quattro o cinque anni. La statale gardesana non è più una stretta arteria congestionata a ogni incrocio, ma una serie interminabile di rotonde. Le costruzioni di pietra che rendevano affascinante e quasi incontaminato il paesaggio rurale sfavillano di nuovi colori dopo ingenti ristrutturazioni oppure, in qualche caso, hanno lasciato posto a massicci agglomerati di miniappartamenti.
Il borgo vero e proprio di Manerba, invece, non è cambiato granché. Abbarbicato sulla collina (d’altronde gli abitanti hanno sempre avuto una vocazione agricola), presenta strettissime vie di case in pietra, compatte tra loro. Il martedì, il giorno di mercato, in alcuni punti i vicoli sono così sottili che il passaggio a piedi davanti ai banchi risulta congestionato.
Manerba si allunga per restare in equilibrio sulla collina morenica, aggrappandosi all’unica asperità che si incontra nella zona: la Rocca di Manerba, uno sperone brusco e verticale che ospita alcuni insediamenti di epoca romana.
La Rocca rappresenta un punto di riferimento per tutto il basso lago, con una grossa croce che ricorda, secondo una leggenda, l’impresa del giovane Tosello, il quale liberò la zona da un feroce lupo facendolo precipitare nel lago.
Si dice anche che la sagoma della Rocca ricordi il profilo di Dante Alighieri; la cosa curiosa è che Dante, ghibellin fuggiasco a Verona, sarebbe a suo tempo realmente transitato in questi luoghi, visitando l’isola di Garda (situata più a nord, all’altro estremo del golfo di Manerba) e cantando il lago nella Divina Commedia.
Ma la storia che amo di più su Manerba è la leggenda che parla di un mugnaio, Marco.
Arrivò in paese e costruì un grande mulino. Per molto tempo esso prosperò grazie alle preghiere che il mugnaio rivolgeva ogni giorno al suo santo, San Sevino, perché gli mandasse l’acqua che gli serviva per il suo ruscello.
Un anno però la siccità si fece sentire particolarmente forte e anche il santo parve sordo alle richieste di Marco.
Sicché una sera il mugnaio incontrò un vecchio frate e gli raccontò le sue sventure. Questi gli consigliò di rivolgersi al diavolo, che avrebbe senz’altro esaudito i suoi desideri. Il mugnaio gli diede ascolto e il vecchio frate, che non era altro che Belzebù
presentatosi sotto mentite spoglie, lo accompagnò a una pietra dove Marco lasciò l’impronta della propria mano e il diavolo quella del proprio piede. Il mugnaio avrebbe avuto l’acqua che gli era necessaria in cambio della sua anima.
Così fu.
Il mugnaio prosperò per tutto il resto della sua vita. Ormai ottantenne cominciò a temere il sopraggiungere della morte e si pentì della propria scelta, ottenendo l’assoluzione.
Il diavolo fu costretto perciò a sciogliere il patto, trasformando tutte le ricchezze di Marco in paglia.
Si dice che la pietra esista ancora e che sia stata utilizzata per la porta della Chiesa di San Sevino, dove sarebbero ancora identificabili i segni della mano e del piede.
Certo che se invece di usare una pietra i due avessero usato un tronco, magari il mio ciliegio avrebbe fatto una fine migliore.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 15:35 | Comments (0)
27.06.06
Giro d'Italia con vibrisse: La mia Viareggio
di Rosanna Rota
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. Sono arrivati articoli sufficienti a coprire fino al 15 luglio. Chi desidera partecipare deve affrettarsi. Infatti, al 30 giugno 2006 è fissata la scadenza per l'invio del materiale. Tutti i testi pervenuti fino a quel momento saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Verranno poi raccolti in un pdf scaricabile. bdm] [tutte le tappe del Giro d'Italia]
Quanto può mancare il mare. Solo chi c’è nato lo capisce.
Ti manca l’odore, ti manca l’acqua viva che viene a lambirti i piedi.
Allora, se abiti come me in una città attraversata da un fiume, vai a cercare l’acqua, la guardi dai ponti, scendi a camminare sugli argini, ma non ti basta: il fiume non ti corre incontro, lui se ne va nella sua solitudine parallela, porta altrove i suoi tesori, e poi ti manca l’odore...
Allora vai verso il mare più vicino, e ti ritrovi in una città magica, che è Venezia. Dovresti essere contenta, e invece la laguna non è il mare, è una pozza addomesticata, ferma come un acquario...
Però basta un piccolo sforzo e lì vicino lo trovi, il mare vero, e quasi quasi stai per calmarti, quando ti accorgi che i tramonti sono dalla parte sbagliata, che il mondo è tutto alla rovescia, che anche questo mare ti è straniero, questo mare che si rifiuta di abbracciare il sole la sera, quando è ora di andare a dormire...
E allora devi proprio scavalcare l’Appennino,...
e appena hai superato le creste, se sei fortunata e tira l’aria giusta, ti arriva l’odore del mare, che potresti raggiungerlo ad occhi chiusi.
Così arrivi alla tua spiaggia, ti togli le scarpe, cammini sulla rena morbida, il mare ti riconosce e viene ad accucciarsi ai tuoi piedi.
Solo in quel momento ti viene voglia di voltarti e di guardare la città, che è lì, inarcata sulla costa, e ti osserva con le spalle protette dalle Apuane taglienti.
La mia Viareggio non è la Viareggio estiva delle poppe al sole né quella carnevalesca delle allegrie forzate, non è la sanguisuga dei turisti. È una città fatta più di ricordi che di realtà. È la chiesetta antica della SS Annunziata, nel quartiere dei pescatori, che quando ero bambina aveva il pavimento tutto dissestato, a onde come il mare. Chissà, magari ora l’hanno restaurato ed è perfettamente livellato. È la Piazza delle Paure con il terrificante monumento di Viani, monito contro tutte le guerre,.
circondata di platani maestosi, che da anni sono morti di un morbo incurabile, lasciando il luogo ancora più desolato e spaventoso.
È il Palazzo Paolina dove generazioni di scolari hanno frequentato le medie fra colonne neoclassiche, favoleggiando della sorella di Napoleone che scendeva nuda a fare il bagno nel mare, lì vicino, proprio dove in seguito le onde riportarono il corpo senza vita di Shelley. Ora ho letto che è diventato un museo, e si doveva fare, per conservare le pietre e il ricordo, ma non ho ancora avuto il coraggio di visitare la nuova versione del luogo, destinata a sovrapporsi a quella viva nella mia memoria. E poi c’è il Gran Caffè Margherita,
con le sue cupolette liberty, dove ancora aleggiano i fantasmi di un secolo fa: Puccini, Marconi, Ermete Zacconi... trasformato in una pizzeria-tavola calda dalla necessità di sopravvivenza, sembra vergognarsi del suo lusso un po’ snob, ormai fuori tempo...
Ma c’è un luogo che riesce a comunicarmi sempre le stesse emozioni: è il lungo molo che dal canale Burlamacca porta verso il mare aperto. La strada che i miei passi furiosi di adolescente percorrevano per raggiungere la piccola rotonda, là in fondo, circondata di scogli, dove si poteva illudersi di essere in mezzo al mare, lontani dai propri guai e dalle proprie rabbie. Arrivi in cima e, se non ti volti, vedi solo acqua, al massimo l’altro molo e qualche barca che rientra senza fretta. Il tramonto versa oro liquido nelle onde e tu non sai quanto resti a guardarlo. Quando decidi di tornare indietro, ti accorgi che ormai è sera, e che le luci della Darsena ti fanno festa da lontano.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 11:04 | Comments (3)
24.06.06
Giro d'Italia con vibrisse: Torino
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. Sono arrivati articoli sufficienti a coprire fino al 15 luglio. Chi desidera partecipare deve affrettarsi. Infatti, al 30 giugno 2006 è fissata la scadenza per l'invio del materiale. Tutti i testi pervenuti fino a quel momento saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Verranno poi raccolti in un pdf scaricabile. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
A scena aperta
Non meraviglia affatto che nello stato delle cose, ma dovremmo dire le piazze, i torinesi abbiano trovato proprio qui il loro posto naturale. Quando per risolvere il problema dei pensionati che a Torino sono una parte non trascurabile della città, si decise, con un’idea a dir poco geniale , di sostituire le lamiere di recinzione con strutture a grata. Pare che gli anziani complicassero, a causa della loro innata curiosità il lavoro dei cantieristi, sporgendosi da ogni fessura disponibile tra le lamiere. Chissà se però l’ideatore della soluzione si sarebbe immaginato che da quando nelle grandi piazze di Torino e prima su tutte piazza San Carlo, sterrata, sprofondata, divelta, insomma in pieni lavori, proprio tra i cantieri sarebbe emigrato lo spettacolo naturale della città.
Se infatti per un parco, o una foresta, la messinscena è costituita dal sibilo del vento tra il fogliame, dal crepitio dell’erba calpestata o dal colpo d’acceleratore di una macchina improbabile all’orizzonte, la scena aperta di una città sono i flussi di pendolari alla stazione, gli incroci vivi del centro e i punti nevralgici della “polis" dove le traiettorie degli autobus, o lo stridere dei freni dei tram, compongono quell’armonia sovrana della metropoli. E questo lo aveva capito Walter Benjamin, con le sue promenades, certe visioni futuriste di folla e movimento tra la folla immortalate dai pittori Balla o Boccioni e ancora Philip Glass con il suo omaggio alle nuvole di New York, che cavalcano il cielo dei vetri dei grattacieli sulle note di un minimalismo accecante.
Quel che accade passeggiando tra i portici della piazza San Carlo – il torinese soffre di agorafobia ed è per questo che percorre le grandi piazze tenendosi lungo il suo perimetro - è la realizzazione del concetto stesso di scena aperta. Centinaia di persone in veste di spettatori solitari più che di massa, ovvero su segmenti di tempo e spazio a loro congeniali: una pausa caffè, un giro per compere o per servizi, sul lato destro della piazza piuttosto che quello immediatamente alle spalle, verso Porta Nuova. Lo spettacolo è continuo e la partitura interpretata oltre che dagli arnesi e macchine presenti sui cantieri, si arricchisce dei gesti e movimenti degli operai, dell’esibizione della forza o della concertazione dei compiti. Quando dalla profondità delle fondamenta, su cui spiccano colonne romane di origine ignota – uno spettatore chiede ad un altro se sono vestigia di un ponte o di mura - giungono voci e a stento se ne indovinano gli idiomi. Basterebbe del resto osservare le maestranze per capire da dove provengano i nuovi migranti e come un tempo ottimi massoni furono quelli di Carrara ora sono di Danzica o rumeni.
Sono voci distinte, frasi rade e urlate, soprattutto al crepuscolo come protette dal silenzio di quartieri senza macchine, alla maniera di quelle dei calciatori in uno stadio a porte chiuse. Chissà cosa dicano, o facciano. E per ogni spettatore che se ne va ce n’è un altro che sopraggiunge come in una metafora. Torino che è la città in cui l’insulto peggiore consiste nel dire a qualcuno: “né me tu l’è propre un bugia nen" uno che si muove lento, proprio perché il torinese è tradizionalmente lento, vede se stessa cambiare, e anche in fretta. Da città del lavoro operaio in lavoro della e sulla città e si vede trasformata attraverso lo sguardo degli altri nella speranza di trasformarsi a sua volta attraverso i suoi abitanti. Quei gesti reiterati tra la polvere del cantiere e quella del tempo diventano così un’ultima icona di cui, a lavori ultimati, resterà solamente il ricordo. Il lavoro come il rumore di fondo di un tempo - a barriera di Milano il cuore della Grandi Motori che pulsava con forza titanica scandiva il tempo degli abitanti come altrove facevano i campanili - che vuole un altro presente. E sfodera un canto di gesti e meccanica quasi a ricordare ai nuovi spettatori, certamente operai d’altri tempi, cosa fossero quei tempi, di catena di montaggio e giovinezza, e che lo spettacolo che sta per cominciare ridesterà il suo pubblico da quello ormai finito.
L’arte del desiderio
(Da Capitoli Pavesiani)
Desidera?
Generalmente, e voglio dire in qualsiasi altra città del mondo, è con queste parole che il commesso di un negozio accoglie il cliente. Come se nei templi del dio commercio l’antica lanterna magica ed il suo genio resuscitassero ad ogni nuovo ingresso di cliente, per ogni seduzione riuscita e trasmessa dai pochi capi esposti in vetrina.
Perché il desiderio è comunque il sintomo di una mancanza. E quello che manca è il bene che si vuole, o meglio si desidera. E più tale bene diventa prezioso tanto più precisa sarà la richiesta del cliente. Non si entra in gioielleria come al supermercato!
Dove nell’esposizione dei beni di prima necessità, ovvero l’alimentare, si può vagare comodamente tra i comparti anonimi e deserti, senza più commessi. Perché è l’oggetto medesimo a suscitare il desiderio spesso per ragioni sorprendentemente futili, come il colore della confezione o la sua collocazione all’inizio o al termine del viaggio. Cose che sono come certi prodotti della nostra mente, impertinenti, sovrani eppure cosi inattuali, al punto da scadere inesorabilmente – possono i sogni scadere? - come certi yogurth o fibre di soja.
A Torino invece ti dicono: Ha bisogno? Che certi meridionali mutano in Ha di bisogno?
Mi è addirittura capitato di sentirmi sussurrare da una commessa mentre con un po’ di fretta uscivo senza aver subito il fascino di alcunché: Aveva bisogno?
Ora, bisogno e desiderio non sono la stessa cosa. Non posso aver bisogno di una donna così come posso desiderarla. La logica di queste due pulsioni – ma si dovrebbe dire passioni? Istinti? - è tutta nella differente visione del mondo che le sovrasta. Seppure entrambe fondate sull’assenza evocata dalla commessa, l’una quella del desiderio veste la prima commessa dei panni della creatrice e artefice dell’altrui felicità, relegando la seconda commessa, quella del bisogno, nel ruolo di rappacificatrice, consolatoria.
In altri termini, il superamento dello stato di bisogno attraverso l’atarassia invocata dal cliente, - abbiamo bisogno di un dentifricio o di uno smacchiatore, che poi non useremo mai perché o perché non funzionano mai o perché non siamo in condizione di farlo agire - avviene per annullamento del sintomo. Una vita i cui bisogni siano accontentati è mettere al primo posto necessità dei beni e soddisfazione di tale bisogno.
Al contrario, il desiderio si realizza in un continuo ravvivamento, esattamente come per le coppie, nel senso che cosi dovrebbe essere. Più il desiderio è più esso si fa. La commessa dei desideri coltiva il campo dei desideri del cliente come un giardino in cui si possa entrare o uscire secondo piacere. Quella del bisogno deve innanzitutto accontentare il cliente, cioè fare in modo che la sua soddisfazione metta fine al bisogno. Si soddisfa un bisogno, si esaudisce un desiderio, dicono i più.
A Torino, dove solo il segreto è una chiave che apre molte porte, e la discrezione comunica quel senso di vuoto descritto dai forestieri, il giardino, è oltre le porte, il desiderio in una sfera che non lascia alcuno spiraglio all’estraneità. La commessa torinese non si spingerà mai fin lì, nell’altrui desiderio, ma al massimo nel più ordinario e terreno comune del bisogno. Torino è stata per tutto il dopoguerra la città in cui con movimenti di massa d’emigrazione ed abbandono delle campagne, si poteva soddisfare un bisogno. Oggi tra antichi contro viali divenuti boulevards comincia a farsi sentire il profumo del desiderio quasi a volere spazzare via l’odore del bisogno. Ma non per tutti. Et ainsi s’en va la vie.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:57 | Comments (5)
20.06.06
Giro d’Italia con vibrisse: Pomarico (Mt)
di Nunzio Festa
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 15 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Sopra i dolori dello sviluppo malato d’una valle martoriata, la Valle del Basento, spunta Pomarico. Come spunta all’orizzonte, comunque affascinante in virtù della bella posa del centro abitato, una selva di ripetitori, che quasi sembra di stare in quel famoso punto di Roma. Ma il nome di questo piccolo comune (meno di quattromila cinquecento abitanti reali) della piccola Basilicata, per colpa dello spopolamento, tenaglia d’una regione dotata di tanto e venduta di molto, parla di natura; ormai è certo: il nome Pomarico deriva da qualche termine latino che richiama la presenza significativa di frutta. Infatti, si è ancora indecisi nell’attribuire la derivazione del nome a “Pomarium", ovvero frutteto, a “Pomaria Locus", oppure, addirittura, “Pomi Ager", queste ultime due possibilità fanno pensare a un luogo ammantato d’alberi da frutto.
La storia, che non è facile smentire, afferma, invece, che la Pomarico d’oggi non è quella di ieri. L’esistenza degli spazi attualmente vissuti non è correlata, infatti, a un altro vecchio luogo fortificato, detto Pomarico Vecchio, forse risalente a un’epoca precedente il V secolo a.c. Questo antico insediamento sorgeva a circa 11 chilometri dall’odierno e, per sette anni, è stato sito archeologico (1989 - 1996).
Durante i lavori fu scoperta la presenza di moltissimo materiale, dagli armamenti ai classici oggetti usati in casa, ovviamente ricchi lavorazioni pregevoli. Nel ventre dell’antico agglomerato v’era Casto Cicurio, chiaramente munito di mura possenti. Quest’insediamento subì una forte influenza greca, che cambiò i connotati al borgo; siamo sempre al tempo degli Enotri. Testimonianza di questi passaggi epocali e di fatti di migrazioni conquistatrici sono le tombe che nel sottosuolo hanno fatto casa. Castro Cicurio è d’epoca romana, mentre l’attuale Pomarico nacque nel 850 d.c., dopo la distruzione (ripetutasi per tre volte) di Pomarico Vecchio, portata a compimento dai Saraceni.
Il comune fu martoriato dalle dominazioni straniere e dal diritto di proprietà dei Benedettini di San Michele Arcangelo contendenti della Contea adiacente al territorio in questione. Una serie di feudatari, inoltre, ha potuto vantarsi di possedere Pomarico. Dalla seconda metà del Settecento furono i Donnaperna, ai quali si deve la volontà politica e dittatoriale d’erigere un’imponente palazzo. E alcuni briganti si fecero pure notare in paese per la sfrontatezza delle loro azioni e la crudeltà delle loro gesta.
Percorrendo le viuzze del rione Castello, ci s’accorge di quanta bellezza sta nelle strettoie e nei respiri delle cose depositate dal trascorrere degli anni. Spicchi di mondo che, in questa zona storica, sono poco frequentati e ancor meno abitati. Per fortuna da qualche anno, villeggianti pugliesi si stanno impegnando per il recupero funzionale di tante abitazioni che gli abitanti del posto hanno abbandonato.
Le incertezze delle pomaricane e dei pomaricani discendono da anni di disoccupazione e di difficoltà sociali. Il famoso e tanto osannato sviluppo della Val Basento si è rivelato nient’altro che una macchina per creare rifiuti e svuotare gli antichi templi nell’area industriale, aggiungendo una nuova ferita alle tante che hanno colpito la gente lucana, martoriata in più dal lavoro perennemente precario e dal continuo ricorso alla cassa integrazione che ha lasciato sulle spalle e negli occhi delle famiglie il peso di tanta amarezza e delusione. La chimica la faceva da padrona. Era dittatrice esattamente alla maniera dei regnanti “pomaricani" succedutesi nel tempo. Sarebbe facilissimo disegnare una cartolina del paese, per attirare gente da tutti gli angoli del Pianeta. Però, in questa parte di Sud, nulla ruota mai al meglio. Complice è stato quello strapotere imperante e culturalmente massacrante del partito unico, che dalle nostre parti vestiva panni scudocrociati. Teso a una specie di populismo condito di trionfalismo e di odio. Lanciato, esclusivamente, alla consacrazione e perpetuazione dello stesso potere, che nelle cabine elettorali prendeva le sembianze d’un solo nome e d’un solo dio.
Pomarico è ascrivibile alla categoria dei Comuni che stanno a mano a mano perdendo vita. Sono soprattutto le giovani generazioni a fuggire. Magari lontano, anche. A volte per non ritornare. Molte volte. Questo fenomeno negativo è da indagare a fondo, evitando di cadere nelle trappole elettoralistiche d’una parte dei soggetti politici. La fuga dei giovani marca un inarrestabile invecchiamento della comunità non più in grado di osservare e valutare attentamente le problematiche indotte da una società moderna. Ormai le persone anziane sono predominanti nella composizione demografica di Pomarico.
Un altro aspetto inquietante è la situazione geomorfologica del territorio. Le frane sono quasi all’ordine del giorno. Piccoli cedimenti si verificano ogni tanto nel centro abitato e nei siti non popolati. Una talpa sembra che stia rosicchiando i piedi d’argilla del comune. Una talpa che attacca e prosciuga le vene di Pomarico.
Il paese è diviso in due parti. Il centro del paese è separato, non per volontà dei cittadini, dal quartiere Aldo Moro, che è la parte più “nuova" del centro abitato, costruita recentemente. L’assenza, ad oggi, di un Piano Regolatore Generale, ha sollecitato la costruzione di edifici “fuori" dal cuore del paese, dispersi sul territorio senza alcun criterio di distribuzione sia funzionale sia di “socializzazione della collettività".
Nonostante ciò, Pomarico è un paese che conserva molte malie. Lo dimostrano le forti emozioni che il suo paesaggio, di una bellezza assoluta, riesce ancora a suscitare nei visitatori.
Nelle campagne pomaricane e fra le maglie del tempo, trattenuto fra archi e strettoie, si può rintracciare ancora oggi ciò che di suggestivo e fascinoso si nasconde nel nome che i latini vollero dare a questo tassello di meridione.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:05 | Comments (4)
17.06.06
Giro d’Italia con vibrisse: Siracusa
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 15 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Siracusa è un corpo di pietra e mare, sdraiato con indolenza sulla costa sinistra del golfo naturale che l’accoglie da millenni. Pietra bianca, abbagliante. Mare obliquo di colori indefinibili con parole. La stasi millenaria della roccia greca, scolpita assecondando le curve naturali, dal Teatro di Democopo scivola con un movimento lentamente in discesa verso la pietra severa e squadrata del quartiere umbertino e gli innesti funzionalisti del ventennio, fino al sorprendente tripudio del barocco che sembra esaltare la città nel suo incontro col mare, come se l’isola di Ortigia, suo culmine, inizio e fine, fosse la testa ricciuta di una donna bellissima e indolente che sogna, cullata dalla calma risacca del golfo a ponente e stuzzicata dalle mareggiate ombrose a levante. Ed è quello il centro pulsante della città, da sempre. I vecchi dicevano, uscendo di casa: “Vado a Siracusa", intendendo Ortigia. Come se la città tutta, compresi quegli slabbramenti d’adipe cementizia poi cresciutile addosso e intorno a partire dal boom degli anni sessanta, e che ancor oggi purtroppo continuano, raggiungesse il suo compimento, la sua piena realizzazione, nel nome e nella concretezza del vivere, soltanto lì, in quella testa di sei chilometri di circonferenza, dentro la quale ognuno ha bisogno di pensarsi ed essere pensato.
L’aria e il cielo in Piazza del Duomo sono talmente tersi, perfettamente accolti dall’ovale barocco che come una bocca li sospira, che ci si sente vinti da un languore dolcissimo ed esaltante, qualcosa che ti strugge ma ti lascia incapace di fare o decidere alcunché. Sei già dentro la perfezione. Siracusa è la città dei destini sognati più che compiuti, delle sublimi torri d’avorio dove si rinchiudono non soltanto gli scrittori o gli artisti, ma anche gli idraulici, i muratori, gli impiegati.
Ci si respira e si pensa, si sogna e sospira; a volte però, si imbastiscono anche clamori e persino liti che sembrano impetuose, come un fremito nervoso e acuto che può cogliere il corpo nel sonno, ma alla fine l’eternità che ti circonda, acquieta tutto, si vive benissimo così e così si può anche morire. Compiere il viaggio d’una vita volando in verticale ma non avanzando mai. È affascinante, se ci stai dentro o se arrivi da fuori e c’entri per la prima volta in questo spleen sublime: è come la testa di Medusa che non puoi fare a meno di guardare, ma ti dissolve, accarezzandoti il respiro e impadronendosi del tuo corpo, reso di pietra e mare anch’esso.
I destini si susseguono, con apparente spensieratezza e sempre un sentore di divina malinconia.
È, perciò, un luogo dove tutto può accadere, ed i confini fra reale ed irreale diventano fievoli, mutabili, incerti.
Così, a volte, nelle notti d’estate, è possibile vedere, lungo la Passeggiata diritta della Marina, sparire gli yacht come in dissolvenza con l’oscurità e le stelle; e nell’aria sospesa, calda d’afa e salsedine, si sentono dei piccoli passi e si vede avvicinarsi una bambina dai capelli scuri e lunghi, perfettamente divisi in due trecce fermate da nastri, il visetto rotondo cosparso di lentiggini, con un vestitino di taglio elegante ma fatto in casa: a passetti decisi te la vedi arrivare davanti e sorriderti. Poi si volta, come se cercasse qualcuno. E lo vede, e tu insieme a lei: un ragazzetto magrissimo, di tredici o quattordici anni, con i capelli biondissimi, quasi bianchi, coperto solo da un costume da bagno, che, dritto in piedi su una bitta della banchina, sta per tuffarsi.
La bambina grida e comincia a correre, ma il ragazzo s’è già tuffato ed è stato inghiottito silenziosamente dalle acque scure del porto. La bambina non grida più, ma continua a correre fino all’orlo della banchina, nel punto dov’era il ragazzetto biondissimo. Non si ferma, corre ancora, come se non s’accorgesse dell’acqua, per un attimo sembra sospesa, circondata dal silenzio e dall’oscurità. Chi la vede tenta di correre verso di lei, ma già non c’è più, soltanto sembra di vedere il colore chiaro dell’abitino, che viene risucchiato dall’acqua torbida. E poi dalla schiuma della risacca si vedono spuntare due braccia nervose che s’aggrappano, ma è il ragazzino che riemerge, risale sulla banchina. Sta lì, dritto in piedi, per qualche attimo, grondante di gocce salate e da vicino si vedono chiarissimi i suoi occhi azzurri, col bianco intorno un poco arrossato dal sale. Guarda l’acqua, come se aspettasse qualcuno anche lui, che però non ha visto la bambina cadere in acqua. È inutile tentare di dirgli, preoccupati per la sorte della piccola annegata, di rituffarsi per salvarla, perché sempre il ragazzo guarda chi gli parla con irritazione, scrolla le spalle e comincia a correre verso gli alberi dall’altro lato della Passeggiata. Inutile cercare d’inseguirlo, perché sempre, dopo pochi passi, scompare.
Succede così. Anche se è irreale. Ma sembra vero se lo vedi. Non sembrano fantasmi, sono concreti, qualcuno dice d’averli toccati, ma si dissolvono, come tutte le vite che scorrono in quella città dal corpo di pietra e di mare, dal respiro che illude, inganna e scioglie.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 09:30 | Comments (9)
13.06.06
Giro d’Italia con vibrisse: Cortona (Ar)
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 11 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
È sempre uguale. Ma in alto: in alto, da dove in lontananza s'intravvede il Trasimeno, in alto in alto, vicino alle stelle e accanto alla fortezza c'è lei, incartapecorita ma resistente al tempo: Santa Margherita da Cortona, la terza luce dei francescani, la santa meno santa tra i santi, peccatrice, sposa illegittima di un signorotto, madre anche, ma che per Cortona è la grande santa: della grande profezia.
Nessuna guerra, mai, su questa città, disse.
Infatti.
E scendendo, sul sentiero che dalla basilica porta al centro di Cortona, ecco le tracce della riconoscenza cortonese: le stazioni della Via Crucis, con mosaici di Gino Severini, il cortonese più francese di Cortona.
Andò così. Quando finì la seconda guerra mondiale fu sciolto il voto. Perché Cortona, a differenza di altre città dell'aretino, non era stata bombardata, non ci furono bagni di sangue. La Santa aveva vegliato sulla sua cittadina prediletta, retta da lucumoni, per secoli e secoli. Così la Curia domandò a Severini, Severini il francese, Severini il futurista, di dare vita e colori alle stazioni della Via Crucis.
Si ispirò al Signorelli, Severini, al Rinascimento, ma la sua mano francese e moderna si vede, e la videro i contadini che, di fronte a quegli abiti della Madonna troppo colorati, troppo naif, ritennero d'essere di fronte a un'opera blasfema, di un francese appunto: e quei mosaici, dopo sassate, restauri e ancora sassate, ora son protetti: da vetri (ma non c'è bisogno, ché adesso i contadini sono meno comunisti e meno devoti alla Madonna di cinquant'anni fa).
E poi s'arriva nella città dei saliscendi: c'è solo il grande corso, solo lui, che è in piano. La ruga piana. Appunto. Attorno vicoletti e vicoli dai nomi che ricordano gli scontri a sangue tra guelfi e ghibellini: Vicolo della Notte, Vicolo del Precipizio.
E c'è Dante Alighieri che fa capolino da una finestra di Palazzo Casali. La Divina Commedia «madre», quella scritta di suo pugno, chissà dov'è, ma una delle tre figlie, è conservata nell'Accademia Etrusca (che non si sappia però: solo i cortonesi che stanno lontano lo sanno che uno dei tre codici è conservato lì: meglio).
Poi le mura, le porte di una città della dodecapoli etrusca. Gli aruspici sapevano: c'era il viandante che entrava dalla porta del buon auspicio, e quello che invece faceva oltrepassare le sua membra in quella dei cattivi presagi.
Chissà da che porta entrò il sicario che voleva uccidere Frate Elia, colui che San Francesco «aveva scelto come madre per sé e costituito padre degli altri frati».
Già, le porte di Cortona, le porte e le mura che tutti dicono etrusche ma che non son tali: furono i Medici a edificarle.
Cortona, quella etrusca, dorme, sotto. Sotto le vecchie osterie, dove la chianina va mangiata al sangue, o le nuove enoteche: ché da qualche anno c'è l'esplosione del turismo americano e i cortonesi, che una volta vestivan da contadini, ora son tutti firmati pure loro, tutti un po' americani... (e pensare che dicevano al Severini che era troppo francese).
È scendendo, tra ulivi e vigneti, che guardando in alto, (rimirando in alto vien da dire), vicino alle stelle, ti vien voglia di tornare: Paese mio che stai sulla collina... Solo i cortonesi lontani sanno che fu scritta da un cortonese doc, tal Migliacci, amico di Modugno, quando Cortona era la Cortona dei mezzadri e delle bestemmie e dei comunisti col rosario in tasca. Qualcosa è rimasto, però. Qualcosa. In alto, dove dorme Santa Margherita. In basso, nella Val di Chiana, tutto è cambiato: la malaria debellata, i briganti sconfitti, le belle vacche chianine che tanto piacevano al Duce, son dentro le stalle, per sempre.
Posted by Bartolomeo Di Monaco at 10:43 | Comments (1)
10.06.06
Giro d’Italia con vibrisse/ Un luogo dell’anima: Cupra Marittima (Ap)
[Le tappe del Giro d'Italia con vibrisse - il titolo è stato trovato da Tonino Pintacuda (e qui) - saranno pubblicate ogni martedì e ogni sabato. E' arrivato materiale sufficiente a coprire fino al 11 luglio e altro materiale è stato annunciato. I testi saranno pubblicati rispettando le date di arrivo. Si coglie l'occasione per invitare tutti a partecipare a questa sezione che, se raccoglierà molto materiale, si trasformerà in una simpatica e affettuosa cartina geografica dell'Italia di oggi vista e disegnata dai lettori. bdm]
[tutte le tappe del Giro d'Italia]
Credo che la mia anima vi abbia messo radici nel momento in cui ho aperto gli occhi di fronte al mare. L'ho sentita espandersi nel mio corpo, attraversare i miei piedi, scavare la terra e depositarsi sotto l'asfalto delle sue strade, sotto la sabbia, tra le palme, in mezzo alle bouganvillee. La prima volta che l'ho vista, benché non conservi alcun ricordo di quel momento, avevo solo un anno eppure so per certo che già le appartenevo. Un luogo dell'anima e non solo un nome. Cupra ha sempre esercitato su di me il fascino del sole, di una luce che illumina ogni angolo buio, che, talvolta, irrispettosamente, mette a nudo, espone. Io e il mio amato inverno di parole sussurrate, scritte, chiacchierate ci arrendevamo a un'estate di vita. E quando me ne andavo, quando ripartivo per Roma, infilavo in valigia tutti i colori che avevo assorbito per poi tornare a farli esplodere l'anno successivo. Non è che un paese, mi dicevo.
Eppure, quando ancora non era notte ma nemmeno più pomeriggio e io mi sedevo di fronte al mare che sembrava un foglio di alluminio scintillante e lievemente increspato dal vento, io mi sentivo al mio posto. Cupra non offriva molto: un grazioso lungomare con decine di alberghi, pinete e palme a profusioni, fiori profumati, un quartiere, magniloquentemente chiamato «Europa», che distava – dista - dal centro solo due o trecento metri ma che per noi ragazzi era come sconfinare in un territorio sconosciuto, e un paese medievale, Sant'Andrea,
di una bellezza sconvolgente, come è sconvolgente il panorama che vi si gode. Cielo e mare infiniti, le case quasi indistinguibili da quell'altezza. Un azzurro omogeneo. Quando volevamo assaporare un po' di avventura, noi ragazzi ci riversavamo in massa a Sant'Andrea, inerpicandoci per la strada in salita, e passavamo di fronte a una chiesetta sconsacrata e al cimitero per fingere di spaventarci un poco. Del paese basso ricordo soprattutto Zeno. Un autentico fool shakespeariano dei giorni nostri, capelli lunghi e baffi bianchi ingialliti dalla nicotina, spesso ubriaco tuttavia sempre lucido, che quando ti si parava davanti ti inchiodava con le sue urla gioiose, i suoi salti – io avevo una paura matta di Zeno, ogni volta che lo vedevo venire nella mia direzione fuggivo, e ancora me ne chiedo il perché - e con le sue agghiaccianti verità. Scomode verità. Ricordo la sabbia bianca e il mare pulito. Ricordo i pattini e i pedalò, e il Delfino Verde, una piccola nave che costeggiava la Riviera delle Palme.
Ricordo con quanta sorpresa – io che credevo fosse una sorta di puntino invisibile noto solo a me – scoprii che Cupra ospitava la mostra di malacologia più importante d'Europa. Ricordo che nemmeno i miei amici ci credevano. Ricordo il molo su cui mi sedevo a osservare il mare, al crepuscolo, quando volevo prendermi una pausa dalla vita e mettermi in paro con i pensieri. Andavo troppo veloce, quei giorni. Ricordo la chiesa di San Basso, il monumento ai caduti, i nomi di quei morti che leggevo uno alla volta, come se evocandoli avessi potuto resuscitarli, o immaginarli in vita. Ricordo i pranzi, le cene, le gite a Ripatransone, a San Vincenzo, a Montefiore, a Campofilone, a Offida, a Urbino, alle grotte di Frasassi, a Loreto, a Recanati, ad Ancona, a San Benedetto del Tronto. Nella bellissima, soprendente Ascoli Piceno. Ricordo di aver imparato che il francescano Felice Peretti, papa Sisto V «er Papa tosto», era originario di Grottammare: vedevo il suo nome ovunque.
Ricordo il profumo della tovaglia appena lavata e del caffellatte sul tavolo: non erano gli stessi che a Roma. Ricordo poi il verde così intenso, accecante, dei viali alberati e punteggiati di fiori; le piste ciclabili, il carnevale estivo con i carri, le maschere, i coriandoli, i fuochi d'artificio. Ora Cupra non è più così, mi hanno detto. Molte cose sono cambiate, e io non la vedo dal millenovecentonovantotto. Il molo su cui mi sedevo a guardare il mare è stato distrutto (sarà per questo che non sono più tornata?), la spiaggia si è ridotta, il paese basso, si è espanso. Hanno continuato a costruire case e alberghi e residence. Cupra non è più un puntino invisibile che conosc
