30.03.07

Vibrisse teologiche. Una traduzione di Gino Tasca

di Tonino Pintacuda

A Montevideo piove ininterrottamente da ieri notte, l'ombrello serve a poco. Un fulmine m'ha bruciato il "disco duro" e la scheda audio. Hanno ripristinato d'urgenza il sistema operativo. Per la scheda audio dovrò aspettare sino al martedì successivo alla Semana Santa. Nel laicissimo Uruguay segna l'ultima settimana di vacanza prima di 9 mesi ininterrotti di lavoro.
Stavo sfogliando - in attesa del nuovo piano "editoriale" del sito di BombaCarta - l'archivio di Gasoline, la rivista della Federazione BombaCarta e mi sono imbattuto nella traduzione di Gino Tasca dell'"Introduzione al Vangelo di Marco" del grande Nick Cave, definito da Antonio Spadaro "uno tra i migliori "seguaci" della grandissima Flannery O' Connor".
Ve la regalo.

Nick Cave, An Introduction to The Gospel According to Mark nella traduzione di Gino Tasca

Quando comprai la mia prima copia della Bibbia – la versione di Re Giacomo – fui subito attratto dal Vecchio Testamento con quel suo Dio maniacale e punitivo che elargiva alle sue creature che da sempre non sanno che la sofferenza, punizioni tali che instillarono in me una
certa incredulità sul reale e profondo valore della loro vendicatività.

Avevo un insorgente interesse per la letteratura violenta accoppiato con un vago sentimento delle divinità di tutte le cose cui non sapevo dare un nome e, a vent’anni, il Vecchio Testamento parlò a quella parte di me che inveiva contro il mondo e quasi lo subissava di
fischi, litigandoci. Credevo in Dio ma credevo, anche, che dio fosse maligno e che il Vecchio Testamento non testimoniasse che il nulla, anzi, che desse testimonianza di quanto il demonio sembrasse vivere racchiuso nel libro sotto la sua superficie, e quasi se ne potesse annusare il folle ansito, vederne uscire dalle innumerevoli pagine il fumo giallastro e attorcigliato, udirne i lamenti disperati che fanno raggelare il sangue. Era un libro terrificante e meraviglioso. E si
trattava di sacra scrittura.

Ma poi ti capita di crescere e di maturare. La compassione gemma ed irrompe attraverso alcune incrinature dell’affanno (dell’angoscia) nero ed amarissimo. La tua rabbia smette di aver bisogno di un nome. Smetti di cercare consolazione (conforto, requie, pace) spiando un Dio
che colpisce tremendo un’umanità derelitta mentre impari a dimenticare te stesso e il mondo.

Allora, un giorno, incontrai un vicario anglicano che mi suggerì di lasciar perdere per un po' il Vecchio Testamento e di leggere, invece, Marco. A questo punto della mia vita io non avevo ancora letto il Nuovo Testamento perché il Nuovo Testamento trattava di Gesù Cristo e Cristo – lo ricordavo dai miei giorni di ragazzo del coro – era questo scialbo, lacrimoso individuo che amava tutti e con cui la Chiesa faceva proseliti. Ho consumato gli anni della mia pre-pubertà
cantando nel coro della cattedrale di Wangaratta e faccio spesso ritorno a quegli anni pensando a quale insipido affare si riducesse l’intera faccenda. La Chiesa Anglicana era come il decaffeinato dei culti (Fra i vari culti, la Chiesa Anglicana era quella che aveva meno nerbo, la più edulcorata, effeminata, santimoniosa, ammosciata …) e Gesù era il suo Signore.

“Perché Marco?", chiesi, “Perché è breve", rispose. Poiché avevo voglia di concedermi, comunque, una chance, presi per buono il consiglio del vicario e lo lessi e il vangelo di Marco mi travolse.
A quel punto, mi ricordai di quel ritratto di Cristo, dipinto da Holman Hunt, dove appare tutto ammantato ed affascinante, con una lanterna in mano, mentre bussa ad una porta: la porta che, presumibilmente, conduce ai nostri cuori. In quella oscurità divorante (inghiottente), la luce appare tenue e lattiginosa (opalescente). Cristo venne a me in quel modo, Lumen Christi, con una luce tenue, una luce dolorosa, ma pure luminosa a sufficienza. Di tutti gli scritti del Nuovo Testamento – dai Vangeli attraverso gli Atti e le complesse, incalzanti lettere di Paolo, fino all’Apocalisse che ti fa rabbrividire fino quasi alla nausea – è il Vangelo di Marco che mi ha
veramente catturato.

Generalmente gli studiosi convengono che Marco è stato il primo dei quattro Vangeli ad essere scritto. Marco aveva appreso direttamente dalla bocca degli Apostoli (Maestri) e dei Profeti come un canovaccio della vita di Cristo e ne aveva fissato le tappe in una sorta di biografia. E lo aveva fatto con un’insistenza che non si dava quasi il tempo di respirare, con una tale compulsiva intensità narrativa, che ci fa venire in mente certi racconti infantili pieni di stupore
che accumulano fatti su fatti come se il mondo intero dipendesse da quel raccontare - cosa che, naturalmente, capita anche a Marco. “Lungo la strada" e “subito" intessono un evento all’altro, tutti “corrono", “urlano", restano “stupefatti", infiammando la missione di Cristo di
un’urgenza abbagliante. Il Vangelo di Marco è così scarno che dà quasi un clangore d’ossa, è così aspro, vibratile (nervoso, agitato), asciutto nel dare notizie che la sua scrittura ferisce con la nostalgia di ciò che manca (del non-detto). Scene profondamente tragiche sono trattate con una tale economia e crudezza di particolari che la pienezza del loro dolore – da cui nulla ci protegge – diventa quasi palpabile.

La narrazione di Marco comincia con il Battesimo e “subito" siamo messi faccia a faccia con la figura solitaria di Cristo, battezzato nel Giordano e subito gettato nel deserto (nella desolazione, nella desolazione del deserto). “E stette lì nel deserto quaranta giorni, tentato da Satana, e stette con le belve: e gli angeli lo servirono" (1:13). Questo è tutto quanto Marco dice delle Tentazioni ma il verso ha tutta quella sua tipica potenza a causa della sua misteriosa
e nuda semplicità.

I quaranta giorni e le quaranta notti di Cristo nel deserto ci suggeriscono anche qualcosa a proposito della sua solitudine perché quando il Suo ministero lo porta a girovagare per la Galilea o in Gerusalemme, lo coglie una desolazione del cuore quando la colata brillante e quasi gemmea della sua immaginazione è – di volta in volta – fraintesa, sdegnata, ignorata, derisa e svilita e quella desolazione alla fine potrebbe farlo morire.

Anche i suoi discepoli, che avremmo sperato assorbissero qualcosa dell’arguzia di Cristo, sembrano immersi in un’eterna nube di fraintendimento, seguendo Cristo di scena in scena con poca o nessuna comprensione di quanto sta accadendo. Così, gran parte della frustrazione e della rabbia che a volte sembrano quasi consumare Cristo, sono rivolte contro i suoi discepoli ed è proprio confrontandosi con la loro ostinata ottusità che la solitudine di Cristo pare al suo culmine (al suo zenith). È l’ispirazione divina di Cristo versus il pigro razionalismo di chi gli sta accanto che dà alla scrittura di Marco tutta quella sua tensione, quel suo pulsare.

L’oceano del loro fraintendimento è così vasto che i suoi amici “Se ne stavano lontani da lui" pensando “È fuori di sé" (3:21). Gli scribi e i farisei, con la loro monotona insistenza sulla Legge, provvedono un perfetto trampolino per le luminose parole di Cristo. Anche quelli che Cristo guarisce (risana), lo tradiscono visto che corrono (si precipitano) in città a raccontare in giro gli atti di quel guaritore miracoloso dopo che Cristo aveva insistito con loro che non ne dicessero nulla. Cristo disconosce (si disappropria della) la sua stessa madre perché manca di comprensione. Attraverso tutto il testo di Marco, Cristo è in un profondo conflitto con il mondo.

Lui sta cercando di salvarlo ma il sentimento della solitudine che lo assedia è, talvolta, insopportabilmente intenso. L’ultimo grido di Cristo dalla Croce è rivolto ad un Dio che credeva l’avesse dimenticato: “Eloi, Eloi lama sabachthani."
Il rito del Battesimo – la morte del vecchio “sé" perché possa rinascere rinnovato – come molti altri fatti della vita di Cristo, è quasi metaforicamente esaltato dalla morte di Cristo ed è la Sua
morte sulla Croce che ha – specialmente in Marco – quella tale ossessionante e feroce energia. Che si preoccupi della Sua morte è del tutto ovvio (scontato), non fosse che per la brevità con cui Marco tratta gli altri eventi della Sua vita. Pare che ogni altra cosa che Cristo compia nella narrazione di Marco, sia virtualmente ed in qualche modo una preparazione per la Sua morte – la frustrazione che gli procurano i suoi discepoli e la paura che non abbiano capito
a pieno l’intero (intimo) significato del suoi atti; la rampogna infinita della chiesa ufficiale; l’eccitazione delle folle; il compiere miracoli così che i testimoni ricordino l’estensione del suo
potere divino: chiaramente, Marco è turbato innanzitutto dalla morte di Cristo a tal punto che Cristo pare consumato dal Suo imminente annichilimento, compiutamente prefigurato nella Sua morte.

Il Cristo che emerge in Marco, saltabeccando dall’uno all’altro evento fortuito della Sua vita, emanava un’intensità così elettrizzante, che non potei resistergli. Cristo mi parlò attraverso il
suo isolamento (solitudine), attraverso il fardello della Sua morte, attraverso la Sua rabbia avversa alla mondanità, attraverso il Suo dolore. Mi sembrò che Cristo fosse stato martellato sulla Croce coi chiodi della insipidità creativa.

Il vangelo secondo Marco non ha mai smesso di informare di sé la mia vita, radice e sorgente della mia spiritualità e della mia religiosità. Il Cristo che ci offre la Chiesa, esangue, placido
“Salvatore", l’uomo che sorride benigno ad un gruppo di bimbi e pende sereno dalla Croce, denega Cristo ed il Suo dolore energico e creativo o la Sua realtà ardente che ci stanno così violentemente faccia a faccia in Marco. Così la Chiesa denega (rinnega) Cristo nella Sua
umanità, offrendoci una figura che possiamo, forse, “pregare" ma con cui non possiamo mai metterci in rapporto (sarebbero belle queste due varianti: cui non possiamo mai raccontarci o – ereticissima – cui non possiamo mai connetterci: Cristo come “rete" … non era lui il gran
Pescatore?).

L’essenziale creaturalità (compassione) del Cristo di Marco, ci provvede di un piano (di una strategia) per le nostre stesse vite così che noi s’abbia qualcosa cui mirare piuttosto che qualcosa da riverire, che ci liberi dalla mondanità delle nostre esistenze piuttosto che affermare che noi si è così umili e indegni.
Limitarsi a pregare (adulare) Cristo nella Sua perfezione, ripiegati sulle nostre stesse ginocchia, col capo pietosamente reclinato: chiaramente non era questo che Cristo aveva in mente. Cristo venne a noi da Liberatore. Cristo comprese che noi, in quanto uomini, eravamo per sempre imbrigliati dal mondo della gravità – dalla nostra banalità, dalla nostra mediocrità – e fu con il Suo esempio che donò alla nostra immaginazione la libertà del volo. In breve, essere (uguali a) Cristo.
[Gino Tasca, Gasoline n.6, novembre-dicembre 2001]

Posted by Tonino Pintacuda at 18:22 | Comments (1)

05.12.06

I Sonetti di Shakespeare

di Gino Tasca

[altri articoli in vibrisse di e su Gino Tasca]

"Il traduttore di questi sonetti non ritiene che sia di nessuna importanza né il suo nome, né le sue origini o fattezze né le sue nevrosi o gioie. Se qualcuno trovasse anche solo un po' di Grazia in quanto ha erroneamente posto in essere ne sarebbe già totalmente appagato. Merci."

3 marzo 2001

When forty winters shall besiege thy brow,
and dig deep trenches in thy beauty’ field,
thy youth’proud livery, so gazed on now,
will be a tattered weed of small worth held.
Then being asked where all thy beauty lies,
where all the treasure of thy lusty days,
to say within thine own deep-sunken eyes
were an all-eating shame and thriftless praise.
How much more praise deserved thy beauty’s use
if thou couldst answer “This fair child of mine
shall sum my count and make my old excuse,
proving his beauty by succession thine.
This were to be new made when thou art old,
and see thy blood warm when thou feel’st it cold.

Oltre alle tre traduzioni dell’altra volta (in successione: Perrella, Piumini e mia) vi invio anche una traduzione letteralissima e senza pretese “poetiche".

Quando quaranta inverni assedieranno la tua fronte, / e scaveranno profonde trincee nel campo della tua bellezza, / la livrea superba della tua giovenizza, su cui ora si fissano tutti gli occhi (che tutti gli occhi ora incanta), / diventerà un pezzo di stoffa bucherellato (stracciato) e tenuto in pochissimo conto. / Quando richiesto (interrogato) su dove sia (si trovi) la tua bellezza, / dove tutto il tesoro dei tuo giorni vivaci, / rispondessi: dentro ai miei proprio occhi profondamente scavati / sarebbe una vergogna divorante e lode dilapidata. / Quanta più lode si riserverebbe all’uso della tua bellezza / se tu potessi rispondere “Questo mio grazioso (bel) figlio salderà il mio conto (debito) e renderà scusata (scusabile) la mia vecchiaia", / provando per successione che è sua la tua bellezza. / Sarebbe essere fatto nuovo quando sei vecchio, / e vedere il tuo sangue caldo quando tu lo senti freddo (gelato).


(traduz. Perrella)

Quando quaranta inverni assedieranno
di solchi profondi i campi tuoi belli,
li livree che guardare ora ti fanno,
lacere ormai, saran vili brandelli;
a chi chiedesse dov’è la bellezza
e il tesoro dei giorni in cui si gode,
dir negli occhi scavati di tristezza
ti sarebbe vergogna o vana lode.
Meriterebbe più lode il suo uso
se rispondessi “Il conto salderà
questo bel figlio mio, con cui mi scuso",
e provassi che tuo con la beltà.
Vecchio, rinasceresti, ed il tuo sangue
si scalderebbe quando, freddo, langue.

(traduz. Piumini)

Quando l’assedio di quaranta inverni
solcherà i campi della tua bellezza,
il manto giovanile che squaderni
si ridurrà a nient’altro che una pezza.
Se chiederanno: “Dove sono andati
la tua bellezza e i tuoi giorni d’incanto?"
rispondere: “Nei miei occhi infossati"
sarà vergogna nera e sciocco vanto.
Meglio varrebbe, per la tua avvenenza,
se tu potessi dire: “Il figlio mio
pareggia il conto della senescenza:
la sua bellezza, gliel’ho data io!".
Sarebbe essere nuovo da invecchiato,
riavere, caldo, il tuo sangue gelato.

(mia traduzione)

Quando quaranta inverni la fronte assedieranno,
e scaveranno fonde trincee sul tuo bel viso,
la livrea altera e giovane ch’ora ammireranno,
diventerà uno straccio di poco conto e liso.
E se ti si chiedesse “Ove la bellezza ascondi,
dove tutto il tesoro di tue ore sfrenate?",
e rispondessi “nei miei occhi incavati e fondi."
sarà vergogna divorante e lodi sprecate.
Quanto più da lodare di tua bellezza l’uso
se tu potessi dire “Questo bel figlio mio
il debito pareggia e in lui la mia vecchiaia scuso."
provando ch’è tuo per successione tal sfolgorio.
Sarebbe mentre invecchi rinascere nuovamente
e quel ghiacciato sangue vedere ancora ardente.


BEAUTY’S FIELD – PER “I campi tuoi belli" (ma non è un agricoltore), PIU “i campi della tua bellezza". Stavolta sono io a sciogliere – per esigenze di rima – la metafora in “sul tuo bel viso" ma e di ciò che stiamo parlando, no? Ammiro la furbizia endecasillabara di PER-PIU che inglobano in “solcherà" i “deep trenches" del secondo verso.

“YOUTH’S PROUD LIVERY" – PER “le livree" e si perde sia “proud" che “youth’s" – PIU salva almeno la marca della giovinezza. Confesso la durezza anche della mia traduzione con quel violento anacoluto di fine verso a cui però ora mi affezionerò: “ora/ammireranno??!!" Un futuro innestato nel presente: oh God!

“WILL BE A TATTERED WEED OF SMALL WORTH HELD" – Sia PER che PIU hanno soluzioni brillanti (a voler essere sofistici: la “pezza" di PIU non ha necessariamente nella sua valigia semantica l’essere a brandelli.)

“LUSTY DAYS" – PER “giorni in cui si gode" – PIU “giorni d’incanto". PIU - come in un paio di punti del primo sonetto che ho segnalato la volta scorsa – con “d’incanto" scuce di dosso a “lusty" il suo spessore di godere/piacere dandogli una tinta favolistica.

“DEEP SUNKEN EYES" – PER scrive “scavati di tristezza", aggiunge, cioè, una parola ma perfettamente adeguata: il peccatore – come sa ogni moralista DOC – è triste (Adamo sarebbe, allora, il primo malinconio) e poi, “tristezza" è la speculare di “lusty" di poco prima.

“ALL-EATING" – PER non lo traduce e PIU usa un modo di dire forse troppo discorsivo (e poi non aveva già detto “rovina nera" nel primo sonetto?) del tipo: “Sai che sfiga nera!".

“THRIFTLESS PRAISE" – PIU “sciocco vanto", PER “vana lode", io più vicino a PER con “lodi sprecate" (“thriftless è “scialacquatore, dilapidatore", ergo il mio “sprecate – però, allungando un po’ la catena semantica ci si può far rientrare anche PIU: che dilapida, in fin dei conti, è uno sciocco ((secondo un’etica della formica, però)).)

“HOW MUCH MORE PRAISE DESERVED THY BEUATY’S USE" – PER ha una soluzione piuttosto bella ma bisogna ricordarsi che si parla della “bellezza" risalendo al 5° verso. PIU, questa volta, è proprio anodino.

“SHALL SUM MY COUNT, AND MAKE MY OLD EXCUSE" – PER lascia per strada “my old" per cui non si capisce quale sia il conto da saldare.

“PROVING HIS BEAUTY BY SUCCESSION THINE" – PER “e provassi che è tuo con la beltà" elegante ed economico ma non può farci stare "successione" (lo capisco: l’endecasillabo non è sprecone e quella parola si portava via quasi metà del posto disponibile.). PIU “La sua sua bellezza gliel’ho data io!" Ehilà! Un po’ troppo disinvolto, forse. Io (sempre per la tirannia della rima) sostituisco “bellezza" con “sfolgorio" ma è solo una garbata metonimia: un attributo per il tutto. Scusatemene. Piuttosto bello il distico finale di PER mentre in PIU è legnoso quel “essere nuovo"

3 marzo 2001
Caro (?) Tasca

Le invio la versione scritta dalla Sua Mano Sinistra.
So che vorrebbe censurarla ma deve farsene una ragione:lei non può nulla.

Quaranta li hai compiuti bello mio
e quante rughe in questa bella faccia!
Eri un pavone e per gli altri quasi dio
ed ora sei ridotto a carta straccia.
Se ti domando “Tutta ‘sta bellezza
dov’è finita, dove il gran godere?"
e mi rispondi “In ‘st’occhi da monnezza."
ti devi vergognare e poi tacere.
Fanne buon uso invece e lodo pronto
quando dirai “’Sto figlio l’ho fatto io
ci scuso la vecchiaia e saldo il conto
e questo bell’erede e solo mio."
Sarebbe fare un lifting al vecchio viso
e avere il sangue caldo all’improvviso.

Posted by Tonino Pintacuda at 08:13 | Comments (1)

04.12.06

"Cosa resta di tutta questa Grazia?"

Isaia Greco, di Gino Tasca. Clicca qui per leggere la scheda editorialedi Demetrio Paolin

[...]La domanda che tormenta Gino è: cosa resta di questa esperienza di Grazia?
La sua è una risposta ironica e tragica, contenuta nelle ultime righe del romanzo. Il finale tragico, dietro il sorriso, sembra dirci questo: ogni esperienza di Grazia che facciamo è sempre più debole e vana. Come qualcosa di così scontato, che invece di sconvolgerci ci induce al sorriso, all’oblio. [...]

[Leggi nella Bottega di lettura la recensione di Demetrio Paolin al romanzo Isaia Greco di Gino Tasca]

[altri articoli in vibrisse di e su Gino Tasca]

Posted by Demetrio Paolin at 13:15

03.12.06

"E intanto provate a ritornare com’eravate prima di leggere"

di Antonella Lattanzi

[altri articoli in vibrisse di e su Gino Tasca]

Isaia Greco, di Gino Tasca. Clicca qui per leggere la scheda editoriale[...]E intanto provate a ritornare com’eravate prima di leggere. Provateci con convinzione poiché (almeno a me è successo così) io credo che non vi sarete ancora accorti di cosa vi sia accaduto. Quando avrete provato un po’ di volte a condurre una vita normale, fermatevi un attimo e. E vedrete (o almeno io l’ho visto) che c’è, dentro di voi, Isaia Greco il nano cattivo e il maggiordomo un po’ saccente innamorato che poggia la testa sopra le gambe del suo padrone ormai molto malato, e si fa cullare e consolare, e poi scivola dentro il letto del nano con il membro duro, molto eccitato, per il nano, però non ci fa l’amore, e come protesta – prima di scivolare nel letto –, lo stesso maggiordomo va in bagno, nel bagno di Isaia, questa volta, solo per questa volta – la volta prima del letto –, ed è una specie di enorme mancanza di rispetto, questa del bagno, ma anche un terribile, violento, appunto, atto d’amore, va nel bagno e si rasa la testa, e anche male, con il rasoio, e ha sangue e peli dappertutto perché è quello il suo stesso io, mio o dio.[...]

Leggi tutto l'articolo di Antonella Lattanzi in Books and other sorrows, blog di Francesca Mazzucato.

Posted by giuliomozzi at 15:08 | Comments (0)

"Io sono qui per parlare con voi di Gino Tasca"

di Misery/Dikanka

[altri articoli in vibrisse di e su Gino Tasca]

Isaia Greco, di Gino Tasca. Clicca qui per leggere la scheda editoriale[...] Io sono qui per parlare con voi di Gino Tasca, un amico che ho conosciuto in un modo particolare. Per tanti anni infatti io ho parlato con Gino, gli ho scritto lettere, ne ho ricevute, ho letto ogni giorno almeno due righe sue, ho discusso le sue opinioni; ho scherzato con lui, ho spesso riso delle sue battute; assieme a lui mi sono dispiaciuta, disillusa e ricreduta su persone e fatti: molte volte. Tutto questo è successo quotidianamente per più di tre anni, tre lunghissimi anni. Ma durante questi anni, se l’avessi incontrato, non avrei potuto in alcun modo riconoscere la sua persona. Gino abitava a Padova, come me, e come me frequentava da tempo immemorabile la Feltrinelli, e certo la frequentava anche tra il 2001 e il 2005, cioè negli anni in cui quotidianamente leggevo le sue parole, senza sapere niente del suo viso o dei suoi gesti. Ma se allora l’avessi incontrato qui, magari mentre lui parlava con Giulio - perché io sapevo anche che Gino conosceva Giulio e lo incontrava casualmente alla Feltrinelli - be’, io Gino non avrei potuto riconoscerlo.

Leggi tutto il discorso di Dikanka nel suo blog.

Posted by giuliomozzi at 15:00 | Comments (0)

24.11.06

I Sonetti di Shakespeare

di Gino Tasca

[altri articoli in vibrisse di e su Gino Tasca]

[avevo chiesto a Gino l'autorizzazione per riprodurre i suoi sonetti in un numero ad hoc di BombaSicilia. Lui me la diede subito. Poi però non se ne fece più nulla. Ripubblico le sue mirabili traduzioni con le note e le variazioni. Credo che Gino approverebbe. M'aveva imposto una premessa: "Il traduttore di questi sonetti non ritiene che sia di nessuna importanza né il suo nome, né le sue origini o fattezze né le sue nevrosi o gioie. Se qualcuno trovasse anche solo un po' di Grazia in quanto ha erroneamente posto in essere ne sarebbe già totalmente appagato. Merci." tp]
[una versione sintetica la trovate in questa vecchia pagina di BS]

25 febbraio 2001

Ho iniziato la traduzione dei sonetti di Shakespeare. Impresa che mi porterà via almeno un paio d'anni. Volete essere della partita?


Alcune note preliminari.

Fornirò prima il testo in inglese, poi la traduzione di Ettore Perrella (ediz. Elitropia) poi ancora la traduzione di Roberto Piumini (ediz. Bompiani) e, per finire, la mia.

Mi confronto con queste due traduzioni perché sono in rima e in quantità correttamente endecasillabica. E qui appare la mia prima – ma spero anche ultima – enormità: il mio sonetto è di quattordici sillabe cioè di un doppio settenario. La ragione credo sia fin troppo ovvia: non sopportavo il macello di parole (a volte parole chiave) cui erano condannati gli altri dall’evidente dismisura quantitativa dell’inglese nei confronti dell’italiano. Per cui ho scelto questo bonus di tre sillabe che fa del mio sonetto un sonetto stiracchiato, un sonetto di chewing gum, un sonetto in anamorfosi. E, poi, dove sta il problema? Non chiamatelo sonetto se proprio la cosa non vi va giù.

Premessa major – e poi passo al primo sonetto – e patafisica: tradurre è assolutamente impossibile perciò bisogna tradurre. Ma sia chiaro che questa è una perversione e che il traduttore è solo uno scrittore parassitario.

I

From fairest creatures we destre increase,
That thereby beauty’s rose might never die,
But as the riper shouldby time decease,
His tender heir might bear his memory;
But thou, contracted to thine own bright eyes,
Feed’s thy light’s flame with self-substantial fuel,
Making a famine where abundance lies,
Thyself thy foe, to thy sweet self too cruel.
Thou that art now the world’s fresh ornament
And only herald to the gaudy spring
Within thine own bud buriest thy content,
And, tender churl, mak’st waste in niggardind.
Pity the world, or else this glutton be,
To eat the world’s due, by the grave and thee.

(traduz. Perrella)

Vogliamo che bellezza s’incrementi,
che la sua rosa non divenga scoria,
ma se, matura, per il tempo stenti,
una più fresca ne porti memoria;
ma tu, chiuso negli occhi luminosi,
ne nutri il fuoco con la tua sostanza,
la carestia nell’abbondanza posi,
nemico a te come alla tua fragranza;
tu che del mondo sei il fresco ornamento,
il solo araldo della primavera,
nel tuo bocciuolo uccidi il tuo sostento,
e, avro, sprechi con mano leggera:
risparmia il mondo, o senza posa bevi,
con la tua tomba e te, quel che gli devi.

(traduz. Piumini)

Dai belli noi vogliamo discendenza,
perché la bella rosa non perisca,
e se, col tempo, andrà in decadenza,
il suo virgulto, almeno, non finisca.
Ma tu, rapito dai tuoi occhi ardenti,
con la tua fiamma illumini te stesso,
w, dove c’è ricchezza, porti stenti,
del tuo soave “io" nemico ossesso.
Tu che sei fresco ornamento al mondo
e annunci la gioiosa primavera,
ti seppellisci nel germoglio, a fondo,
e, caro avaro, vai in rovina nera.
Abbi pietà del mondo, o in arroganza
muori, e porta con te la tua speranza.

(mia traduz.)

Desideriamo dai più begli esseri semenza
perché beltà e sua rosa mai possa spirare;
e quando il tempo muti il culmine in decadenza
il dolce erede possa sua memoria serbare:
Ma tu infatuato del tuo stesso occhio risplendente
la tua fiammata luce alimenti di te stesso
e dove sta abbondanza muti regni indigente,
nemico del tuo dolce “sé" e crudele all’eccesso:
Tu che di questo mondo ora sei il fresco ornamento
e della primavera fastosa araldo e bando
nella tua stessa gemma sotterri il compimento
e, dolcemente avaro, sprechi lesinando:
Abbi pietà del mondo o, ingordo, divorargli
potrai, tu e la tua tomba, quanto dovresti dargli.

(C’era anche una variazione per il terzo verso e il quarto che con lui rima:
perché beltà e la sua rosa mai cessi la gloria ….
il dolce erede possa serbarne la memoria.)

PER = Perrella PIU =Piumini

“FAIREST CREATURES" - PER opta per l’astratta “bellezza", PIU ha quel
“belli" che restringe il campo semantico agli uomini io con “esseri più belli" credo di tenermi più corpo a corpo con l’originale.

“AS THE RIPER SHOULD BY TIME DECEASE" – PER “Ma se, matura, per il tempo stenti". Inciampa un po’ e quello “stenti" non rende il regale “decease" ( ridirebbe che “Stenti" un po’) ma c’è tutto il concetto. PIU con il suo “e se, col tempo andrà, in decadenza" perde l’essenziale “riper" “Culmine, colmo, pienezza". Può far sorgere qualche dubbio quel loro “se" quasi dubitativo: non c’è proprio nulla di più certo di questa rovina che il tempo fa DENTRO alla pienezza.

“HIS TENDER HEIR MIGHT BEAR IS MEMORY" – PER “Una più fresca ne porti memoria." PIU “Il suo virgulto, almeno, non finisca." PER ed io conserviamo la parola chiave , assolutamente non perdibile “memoria" – PIU no. Il verso più lungo poi (non dimentichiamo che io “gareggio" con un motore falsato) mi consente di conservare il “tender heir" che PER scioglie in una contrometafora “una più fresca" e PIU oggettiva in “virgulto" entrambi troppo “roseizzando" la faccenda. (PER – già che c’era – e visto che è di due sillabi come il suo goffo “porti", poteva usare “serba").

“CONTRACTED" – E’ una parola bellissima piena di polisemia. “To contract" vale “contrarre" in tutta la sua gamma di signficati: contrarre matrimoni, malattie; ma c’è anche il senso di contratto,ristretto, restringersi a. A questa ultima marca semantica si “contrae" PER che lo fa “chiuso" negli occhi luminosi (ci sarebbe stato meglio un “prigioniero" ma – faute de mieux – anche un “rinchiuso" sarebbe stato meglio ma la tirannia dell’endecasillabo solo questo gli concedeva). Io e PIU optiamo per l’altro versante con le sue due possibile diramazioni: “promesso in matrimonio ai tuoi stessi occhi" “che hai contratto la malattia dai tuoi stessi occhi". Solo che lui con quel suo troppo solare “rapito" non cogli la malattia che io cerco di suggerire (e forse è un pallido suggerimento) con “infatuato".

“TO THY SWEET SELF" – PER con un colpo di reni “roseggia" e scova un
delizioso “fragranza" (il che dimostra che talvolta i traduttori nell’eccitazione “scrivono").

“SELF-SUBSTANTIAL FUEL" – “Il combustibile del tuo sostanziale sé".
Intraducibile. PIU si perde per strada anche il “feed’st" “nutri" d’inizio verso ed io, invece, con “alimenti" conservo almeno una vaghissima allusione al “combustibile".

“GAUDY SPRING" – Quel “gaudy" è troppo bello per lasciarlo perdere come fa PER. Né io né PIU facciamo lo stesso errore solo che lui con “gioioso" usa una parola troppo colorata di solarità come il “rapito" di prima mentre in “gaudy" c’è anche il godimento (infatti volevo tradurre" gaudiosa primavera" ed ora ve la propongo come variante al mio “fastosa").

“WITHIN THINE OWN BUD BURRIEST THY CONTENT." – “Content" (contentezza,
letizia, soddisfazione ma anche capacità) potrebbe essere tradotto dal
desueto “contento" (le opere liriche ne sono piene). PER sembra pensare proprio a ciò di cui il giovane amato è “capace", ciò che “contiene" e, per successivo anello semantico, ciò che lo sostiene.
PIU lascia cadere la parola ed è ben curioso visto che nel terzo verso aveva già lasciato cadere “riper" “culmine" che qui lasci cadere “content" (altro acme che perciò io rendo con “compimento"
sempre pronto, però, a tornare a “contento").

“AND TENDER CHURL MAK’ST WASTE IN NIGGARDING". – Qui PER toppa di brutto con il suo “sprechi con mano leggera" (che è solo una tautologia: sprecare E’ avere la mano leggera) perché si perde l’ossimoro forse non proprio fiammeggiante ma comunque tale (io resto dell’avviso che anche nel più miserabile degli ossimori c’è un po’ d’oro, un click). PIU, stavolta corre proprio alla rovina, con quel suo “vai in rovina nera" che è veramente trooooooppo! lontano dal testo.

L’ultimo distico ha quel “glutton" (ingordo, ghiotto) che io conservo e che PER con stiracchiata semanticità restringe al “bevi" (che gli permette di conservare – e di rimare – con l’essenziale “devi") mentre PIU allunga ancora di più la catena semantica così: ingordo > avido > arrogante ma perde il tema “debito" (ciò che il giovane deve al mondo) e in questo caso la parola è veramente un perno e VA conservata (e ciò che un traduttore DEVE alla traduzione).

Posted by Tonino Pintacuda at 16:07 | Comments (14)

31.10.06

"Costruire, disinteressatamente"

di Misery/Dikanka

[altri articoli in vibrisse di e su Gino Tasca]

[Misery, detta anche Dikanka, ha pubblicato questo articolo nel suo blog il 30 ottobre 2006. gm ]

Isaia Greco, di Gino Tasca. Clicca qui per leggere la scheda editoriale[...] La Misery, che poi sono io, ha detto che per quattro anni ha chiacchierato, letto, scritto insieme a Gino e a molti altri, via internet. Ha detto qualcosa di (credo) confuso circa il desiderio, che Gino aveva, che lei ha, di scrivere qualcosa di compiuto e sensato. Ha detto della generosità di Gino nel regalare interpretazioni. Ha tirato in ballo il celeberrimo orecchio assoluto, che Gino aveva come lettore. Ha detto della serietà di Gino, della sua umiltà nel dedicarsi alla scrittura, della sua esultante pazienza. Ha detto della condizione di chi scrive in rete con una scrittura liquida, nel pieno di passioni e perciò di giudizi, e delle difficoltà di costruire, disinteressatamente, attraverso tutto questo, un libro, un dono. Ha detto che non avrebbe saputo dire niente sul mistero di questo passaggio, il passaggio di Isaia Greco a libro, il libro che avevamo sul tavolo. [...]

[Leggi tutto l'articolo di Misery/Dikanka]

Posted by giuliomozzi at 08:15

27.10.06

Afasia, malattia necessaria di ogni scrittore

di Gino Tasca

[altri articoli in vibrisse di e su Gino Tasca]

[Questo saggio di Gino Tasca fu già pubblicato in vibrisse il 19 dicembre 2004. gm]

Ultimamente mi è capitato di leggere – per il laboratorio di lettura che tengo presso l’Accademia Platonica fondata dal mio ex analista, Ettore Perrella – la Lettera di Lord Chandos di Hugo Von Hofmannsthal (il titolo originale, però, è solo Ein Brief, Una lettera).
Per chi non sapesse nulla di Hugo Von Hofmannsthal, preciso che è più famoso per la sua collaborazione – come librettista – con Richard Strauss (Il cavaliere della Rosa, Arabella, La donna senz’ombra, Capriccio) che per il resto della sua opera e che era così precoce da scrivere apprezzatissime ed estenuate poesie stando ancora al liceo, a diciassette anni, sotto lo pseudonimo di «Loris».
Nato nel 1874, scrive questa lettera che parla di una grave crisi nella scrittura, al limite dell’afasia, nel 1901-02, cioè a ventisette anni.
(Ero così convinto che questa lettera fosse opera di un autore ben maturo che non me ne ero mai accorto).
E – come capita quasi sempre – quando si scrive una cosa sull’impossibilità di scrivere, si è già guariti. Infatti, dopo, non fece che scrivere, fino al 1929 quando morì per un’emorragia cerebrale, pochi giorni dopo che il figlio si era ucciso.
Ma c’era una cosa che continuavo a non capire.

Leggi tutto il saggio di Gino Tasca.

Una conversazione tra Palmasco e Gino Tasca sul "periodo d'oro" (o sull' "oro dei periodi"), nel blog di Palmasco.

Posted by giuliomozzi at 10:15 | Comments (7)

"Con il cuore devastato"

di Cletus

[altri articoli in vibrisse di e su Gino Tasca]

[Cletus pubblicò questo annuncio il 22 agosto 2005 tra i commenti dell'ultimo articolo di Gino Tasca nel suo blog.]

Isaia Greco, di Gino Tasca. Clicca qui per leggere la scheda editorialeE' con il cuore devastato che, su espresso consenso della moglie, comunico a tutti gli avventori di queste pagine che Gino non è più tra noi da questa mattina (22 di agosto del 2005). Ignoravo la gravità del suo star male, il riserbo e le poche occasioni di contatto con lui (telefoniche, intendo, al di la dei commenti sul suo blog) non ne permettevano di percepire appieno della sua malattia. La moglie, mi ha autorizzato a comunicare agli anonimi che gli hanno augurato questa fine, con macabro tempismo devo dire, che non è altrettanto malvagia dal fare nei loro confronti altrettanto. (io non avrei neanche replicato, ma tant'è).
Ho suggerito di raccogliere, in qualche modo (e se occorre, contando sulla collaborazione di chi come me lo stimava come uomo e come autore) le sue cose migliori (racconti, post e quant'altro) e dargli una veste adeguata mediante, se del caso, l'autopubblicazione. Ciao Gino, con tanto, tanto affetto. Giuseppe/Cletus

Recensioni e segnalazioni del romanzo Isaia Greco di Gino Tasca:
Gabriele Dadati in Ore piccole,
Carlo M. in Booksblog,
Mario Bianco in Soda.

Posted by giuliomozzi at 09:42 | Comments (1)

Gino Tasca, Isaia Greco

di Gabriele Dadati

[altri articoli in vibrisse di e su Gino Tasca]

[Questo articolo di Gabriele Dadati è apparso nel blog di Ore piccole il 10 ottobre 2006. gm]

Isaia Greco, di Gino Tasca. Clicca qui per leggere la scheda editoriale[...] Ma l’incanto di questo libro viene anche dai dati extratestuali che possediamo, e cioè quello che sappiamo dell’autore Gino Tasca. Un uomo dedito alle scritture degli altri oltre che alla propria, con una vera e propria religione del lavoro intellettuale. Un uomo che non pubblica in vita questo romanzo, ma che quando lo possiamo leggere dopo la sua morte ci sembra di trovare proprio un romanzo sui temi della religione del lavoro intellettuale e della malattia di un intellettuale. E cioè quasi sentiamo in questo romanzo se non un prolungarsi della vita di Gino Tasca almeno una lente che mette bene in risalto alcune linee guida di questa vita. Le ultime due pagine poi, che parlano propriamente di scrittura, non si possono non sentire come appartenenti anche a un mondo che è forse più quello dell’autore che quello dell’azione romanzesca. [...]

Leggi tutto l'articolo di Gabriele Dadati nel blog di Ore piccole.

Il romanzo Isaia Greco di Gino Tasca è pubblicato da Pendragon.

Lord Chandos, il blog di Gino Tasca, interrotto il 4 agosto 2005, diciotto giorni prima della sua morte.

Posted by giuliomozzi at 09:25 | Comments (0)

19.12.04

Afasia, malattia necessaria di ogni scrittore

di Gino Tasca

[altri articoli in vibrisse di e su Gino Tasca]

Sono felice di pubblicare questo bell'attraversamento (come è di moda dire oggi) della Lettera di Lord Chandos di Hugo von Hofmannstahl scritto da Gino Tasca.

Leggi l'articolo di Gino Tasca: Afasia, malattia necessaria di ogni scrittore in formato Rtf (19K).

Mi auguro che il pezzo di Gino Tasca procuri nuovi lettori a questo splendido (e assai importante) testo di von Hofmannstahl. Grazie mille a Gino.

Posted by giuliomozzi at 21:04 | Comments (2)