17.05.06

e la presente / e viva, e il suon di lei…

di Antonio Spadaro

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(Sono istantanee scattate al volo col cellulare nella hall dell’Hotel Art+Tech presso il Lingotto nei giorni della Fiera del Libro.
Il senso del titolo del post lo tengo per me per adesso, anche perchè voglio lasciare testo e immagine alla libera lettura di chi passerà dal nostro sito.)

Posted by Tonino Pintacuda at 18:02 | Comments (7)

12.05.06

La fiera del libro vista da Massimiliano Parente

Di Massimiliano Parente

[...] Se vedete un uomo di mezza età vestito da manager con i capelli neri e il ciuffo sgarbiano che si dà le arie è Fazi Editore, uguale ma senza ciuffo e con più soldi è Cairo Editore. Se vi intimidiscono entrambi e cercate la versione underground dei due c’è il fantascientifico Sergio Fanucci, il più smargiasso, il più postumano, il più serenamente a suo agio, mette la musica a tutto volume, offre da bere, fuma un sigaro gigante sbattendosene delle guardie, invita pure la vecchietta dello stand accanto a farsi un bicchierino, lui è il vero mercante in fiera che non si fa mancare nulla, e per favore non rompetegli il Dick. [...]

Leggi il séguito su: La cultura enciclopedica dell'autodidatta.

Posted by Davide Bregola at 00:08 | Comments (3)

10.05.06

La mia Fiera

di Carlo Capone

La mia Fiera è un lenzuolo che ondeggia sul Lingotto. C’è scritto dentro Fiat, era il novantanove. La mia Fiera è un Premio Nobel alto, rubizzo e ridente, che gira tra la folla come uno di noi. La mia Fiera è festa, la festa di una bella Italia, di folla in ressa per un libro invece che ai cancelli dello stadio, di bimbi in groppa a quel coyote di Ezekiele, di giovani abbracciati al sole.
Ma la mia Fiera è anche distillato di gioia, grappa purissima da maremoto in petto, quando prego mia moglie - io non ce la faccio - di spiare a quel certo stand kappa e numeretti. E perciò la mia Fiera è il viso suo in fiamme, mentre mi agita una copertina. La mia Fiera è ti voglio bene, perché sei la prima ad acquistare il mio libro e in quell’istante è l’intimità di una sera, quando aprì un pacchetto e cavò l’anellino di Abrami. Complici tanti anni fa come quel Maggio del duemila e quattro.
La Fiera del 2006 è desiderio un po’ ingenuo di incontrare uno scrittore, un uomo da cui mi separa diversa visione di vita ma sento di apprezzare. Non domandatemi il motivo, né crediate sia spinto da interessi: benché io scriva non ci andrei mai per l’immancabile manoscritto dei miei stivali. Dunque, arrivo al suo presidio, chiedo di lui e mi sento dire “stava qui, ma dove è andato? Aspetti, eccolo: Giulio, c’è uno che ti cerca".

Giulio Mozzi te lo immagini severo, perduto dentro i suoi teoremi, con l’aria sussiegosa da signore di lettere e management editoriale. Invece è un po’ folletto, gli occhi vivaci semichiusi, le bretelle in vista e i capelli arruffati. Mi ha ricordato uno della combriccola di Il Maestro e Margherita, ma nel suo caso, invero, la resa è di accattivante diavolaccio che si fa il segno con l’acqua consacrata.
Mi presento, aggrotta appena, mi sorride: “eccolo il grande assente della banda Braga". Ossignùr, mi dico io, mi ha preso al mento. “L’hai comprato il suo libro?", incalza. “Venuto anche per questo, certo". Va all’esposizione e me lo mostra: “paura di perdere la faccia, eh?"
Uno scrittore o spiazza o non è tale, Giulio Mozzi ha avuto un amen a disposizione per ribadire la tesi. “Ma no - gli faccio, sotto il colpo - “a stento ne ho una e manco sono certo". No contest, dai, dico a me stesso barando sul verdetto. “Ora però fammi vedere i libri", e gli consegno i guantoni. Pronti! E’ già sopra al suo orto di primizie.
E insomma, io sono un bibliofago, lui un diavolo di scrittore, artefice di sorti e abile venditore. Si vede, lo si capisce a un miglio che a Giulio Mozzi piace da matti vendere. Però attenti, non mostra, o almeno dissimula con perizia, quell’ansia levantina di piazzare. C’è piuttosto il candore di quando da bambini si giocava a vendere questo e quello, e Giulio Mozzi ti vende la sua anima fanciullina. Quando siamo al terzo acquisto, e mia moglie ci osserva come mamma i suoi bimbetti, e io indico a Giulio una copertina rossa infiammandomi su ‘questo qui, Giulio, è davvero speciale’, e lui si dà una pacca in fronte e sorride beato, confessando che ‘mi sono divertito un mondo, hai visto l’ambaradàn che ha messo in piedi?’, quando insomma la Fiera è svanita e ci siamo solo io, Mozzi e la comune dannazione, e ci intendiamo malgrado la radiazione di fondo del Lingotto, mi ricordo di presentargli mia moglie. “E’ un grande – lo indico tra goccette di bava – con Voltolini scrive i racconti migliori. A proposito, ma il Dario si è fatto una pera prima di Bandiere?" Allora Giulio Mozzi cava il coniglio e le fa omaggio di Sotto i cieli di Italia. “Ce lo trovi, abbiamo fatto una miscellanea", dice tutto felice. Ed io allora, al colmo di estasi lecchina, aulicamente declamo: “Costui è un centauro, scrive e sa di costi fissi diretti". “Centauro?", fa Giulio Mozzi che, rammento, è lì per vendere, “allora prendi questo", e mi molla Tecnologie affettive, di Maurizio Torchio. “Che ci azzecca?". “Centauri, no? Leggilo e vedrai". E siamo a quattro. Il resto l’ha prodotto Vibrisse, meglio, Bartolomeo Di Monaco con la lettura di Magliani. Però quel giorno, saranno stati la Fiera, le Tecnologie Affettive e Giulio Mozzi, il nome di Marino non mi esce. ‘Il ligure, dammi anche lui’, gli faccio, e Giulio Mozzi lo issa come un pescatore il suo pesce fresco.
E’ un pescatore, Giulio Mozzi? Di talenti direi che sì. È un venditore? Della sua anima fanciulla certamente. È un manager, Mozzi Giulio? Questo non saprei ma credo che l’impresa lo intrighi più di tutto. Ciò su cui metto mano è quel suo candore, la capacità intatta di stupirsi quando mia moglie chiede ‘posso fotografarvi tutti e due insieme?’, e Giulio Mozzi non capisce, ha un’espressione a significare ‘E chi sono, Brad Pitt?’. Ci pensa un niente, annuisce e avverte ‘aspettami che esco’: ecco il centauro spuntare allo scoperto. “Pronti? - si impettisce a bella posta - eh no, l’acconciatura!". Si ravviva i capelli, mi pone il braccio sulla spalla e mentre scocca il lampo la gente guarda e pensa: “Azz! Grandi personaggi qui alla Fiera".

Posted by at 18:26 | Comments (6)

Libri di sport e d'impegno, visita alla Fiera del Libro di Torino 2006

di Guido Tedoldi

La prima impressione che ho avuto sul salone, è che molti editori si siano gettati sul business dello sport. Soprattutto sul calcio, ma anche sulla Formula 1, sul ciclismo, sul basket... insomma sugli eventi che passano in televisione. Sulle reti televisive in chiaro, preciserei, perché già di tennis, che da qualche anno è stato conquistato tutto dalle tv a pagamento, ho visto meno titoli.
Libri con copertine nerazzurre, rossonere, bianconere e via colorando, ne ho visti anche negli stand di editori del tutto implausibili, la cui linea editoriale fino all'altro ieri non avrebbe mai compreso un tema così «meschino».

Alla Fiera del libro di Torino sono andato venerdì 5 maggio. Ero con un'amica, la quale come ogni anno mi ha chiesto: «Perché ci andiamo? Il mondo dell'editoria è davvero quello in cui vogliamo vivere?». Io come ogni anno non le ho saputo dare una risposta decisiva. Ho bofonchiato per un po' intorno all'argomento spiegando che ormai è un'abitudine consolidata, e soffrendo la sua obiezione che le abitudini, se sono negative, si possono anche abbandonare. Poi le ho detto che non le avevo fatto ancora il regalo per il suo compleanno passato da tempo, e che nel super supermercato del libro che è (anche) la Fiera di Torino le avrei sicuramente trovato qualcosa. Allora lei ha detto «Ok» e siamo andati.

La giornata per noi è stata memorabile non tanto per la Fiera, ma per le peripezie con i treni. In mattinata siamo riusciti a convergere su Milano appena pochi secondi prima della partenza del nostro treno per Torino, malgrado avessimo scelto dei treni che (sui tabelloni degli orari) dovevano arrivare abbondantemente prima. In serata, poi, sapendo che uno sciopero dei ferrovieri doveva cominciare alle 21, avevamo previsto un arrivo a Milano prima delle 20 per poter essere a casa in tempo. Ma il mio treno locale di ritorno, previsto alle 20.15, era già tra quelli soppressi... e solo grazie a un amico che aveva partecipato a una festa in serata a Milano sono riuscito ad avere un passaggio a casa per le 2 della notte.
Ma queste sono delizie delle nostre Ferrovie che mi portano fuori tema.

La prima impressione che ho avuto sul salone, è che molti editori si siano gettati sul business dello sport. Soprattutto sul calcio, ma anche sulla Formula 1, sul ciclismo, sul basket... insomma sugli eventi che passano in televisione. Sulle reti televisive in chiaro, preciserei, perché già di tennis, che da qualche anno è stato conquistato tutto dalle tv a pagamento, ho visto meno titoli.
Libri con copertine nerazzurre, rossonere, bianconere e via colorando, ne ho visti anche negli stand di editori del tutto implausibili, la cui linea editoriale fino all'altro ieri non avrebbe mai compreso un tema così «meschino».
Avvertenza: a me lo sport piace molto, e ho un blog (all'indirizzo http://ComeSeFosseSport.BlogoSfere.it) in cui quotidianamente ne parlo, per cui la mia osservazione potrebbe essere parziale. Tuttavia anche gli anni scorsi ero un appassionato di sport, ma passando per gli stand mai avevo visto tanti titoli sull'argomento.
È un trend che non riguarda solo i grandi editori, che sfornano qualche centinaio o migliaio di titoli all'anno per cui sono «costretti» a coprire tutti gli argomenti, ma anche gli editori medi e piccoli. Perfino gli editori a pagamento hanno titoli sullo sport.
Il mio sospetto è che lo sport, in tempi come questi in cui c'è sempre meno lavoro, stia diventando una prospettiva economica credibile agli occhi di sempre più persone, in particolare giovani. Ormai, per poter avere uno stipendio plausibile, basta praticare con qualche risultato uno sport senza diventarne campionissimi. Pensiamo solo ai calciatori: nella serie A italiana giocano circa in 400, e parecchi di essi hanno contratti milionari. Ma se scendiamo in serie B, in C, perfino in D, troviamo qualche migliaio di persone (e di loro familiari) che, pur non guadagnando milioni di euro, vivono grazie al calcio. E se pensiamo a quanti altri sport ci sono, a quanti sono professionisti del basket, della pallavolo, del tennis, del ciclismo... be', stiamo parlando di una bella fetta della popolazione nazionale. E mondiale, anche, perché il fenomeno è generalizzato. Quando Allen Iverson, un nero statunitense campione di basket, compì 26 anni e scoprì di essere l'unico sopravvissuto tra i suoi amici d'infanzia, disse: «Per un nero che vive nei ghetti ci sono poche possibilità. O drogarsi, e morire giovane. O entrare in una banda che vende droga, e morire giovane assassinato. O diventare un campione dello sport».

La mia amica non ha avuto la stessa impressione. Secondo lei questa edizione della Fiera di Torino è stata caratterizzata dai libri «impegnati». Lei ha visto molti titoli dedicati a inchieste giornalistiche su temi scottanti, a reportage sulle guerre nascoste dai mass media, a tematiche ambientali.
«La gente si è stufata della politica del vecchio governo – mi ha detto – malgrado poi in molti abbiano rivotato quelle persone. Hanno avuto per anni una tv vuota di contenuti, ma adesso si sono stufati e vogliono sapere cosa succede davvero nel mondo».
D'altra parte la mia amica non è appassionata di sport, è più interessata alla politica. Forse la sua e la mia impressione significano solo che ognuno vede quello che vuole vedere, o che è stato predisposto a vedere da una serie di pensieri e riflessioni che ha fatto negli ultimi tempi.

Abbiamo però fatto un'osservazione comune, sulla quale ci siamo trovati d'accordo senza averne parlato in precedenza: sono pochissimi gli editori italiani che hanno una linea editoriale coerente. Anche quelli che hanno in catalogo pochi titoli, danno l'impressione di saltare di palo in frasca senza seguire una direzione autodeterminata.
Viene in mente un articolo di Roberto Calasso, editore di Adelphi, che qualche tempo fa mi pare sia stato discusso anche qui su Vibrisse. Calasso diceva in sostanza che un editore, avendo la prerogativa di scegliere i libri che pubblica, si comporta in pratica come uno scrittore il quale scriva un romanzo composto di molti capitoli perché ogni libro è come il capitolo di un lungo romanzo che è il catalogo della casa editrice.
Sono in pochi gli editori che ho visto a Torino, e che hanno una continuità e una coerenza come quelle richiamate da Calasso. Anche alcuni di quelli che una volta l'avevano (che sapevo che l'avevano perché la vedevo) con l'aumentare dei titoli si sono persi.

Con degli editori ci ho pure parlato (facile, se si comprano molti libri – alla fine nello zaino ne avevo una ventina, comprati perlopiù dalla mia amica, regalo per il suo compleanno compreso). E sono rimasto con il dubbio che molti di loro non ragionino da imprenditori. Sono certamente appassionati di libri, cercano la bellezza e l'arte anche in ambiti dove è difficile trovarle... ma spesso fanno la figura di quei pescatori africani proverbiali, che andarono a cercar pesci nella savana e purtroppo fecero un magro bottino. In più, degli aspetti imprenditoriali del loro lavoro si occupano poco.
Della distribuzione, per esempio: alcuni di loro non sanno in quali librerie sono presenti e in quali no. In quali città sono presenti e in quali no. Sì, sì, lo so, in Italia è tradizionale il distacco tra gli editori e i distributori. C'è tutto un sistema cresciuto su tale distacco di competenze. Tuttavia una mancanza di informazioni di questo genere mi sembra folle. Nessun imprenditore sensato si disinteressa della fine che fanno i suoi prodotti. Come fa a conoscere il proprio pubblico? come fa a raccogliere informazioni utili a modificare il catalogo in modo da offrire prodotti più appetibili?
Se l'unica informazione disponibile è il numero di copie vendute (ma so di editori che conoscono oscuramente pure quei dati) non si va molto lontano. In queste condizioni ogni titolo è come una mano di poker giocata contro un baro.

Ci tornerò, l'anno prossimo, alla Fiera di Torino? Be', ehm, poffarbarre... Credo di sì, che ci tornerò. Non sono uscito deluso. Gli anni scorsi, quasi ogni volta, mi dicevo che non ne vale la pena, che questa Fiera è solo un super supermarket, che la Buchmesse di Francoforte è tutta un'altra cosa e molto più eccitante.
Che non ci sono le idee, che i piccoli editori nostrani non hanno la grinta e la voglia di fare discorsi sensati, che per questo non cresceranno mai e quindi non costringeranno i loro colleghi più grossi a seguirli sulla strada della qualità.
Che, che, che.
Però quest'anno erano in 1˙200, in aumento rispetto al passato. Però quest'anno c'erano «piccoli» editori che avevano molti titoli in catalogo. Però quest'anno ho visto perfino tipografi ed «editori» a pagamento che avevano facce distese, e si comportavano perfino meno da squali.
Anche la mia amica, anche lei credo che ci tornerà, l'anno prossimo.

Guido Tedoldi
guidoio65@yahoo.it

Posted by at 06:14 | Comments (1)

08.05.06

Fieri del libro 2006

di fabrizio venerandi

In auto stiamo andando alla fiera del libro mi sto per addormentare avvolto nella cintura di sicurezza e mentre mi sto per addormentare mi viene in mente questa frase 'Era un tipo per cui la cintura di sicurezza troppo stretta era il primo passo verso il bondage' e nel dormiveglia dico non male devo scriverla che poi le frasi come queste me le dimentico potrei usarla in un romanzo e resto in un dormiveglia lunghissimo perché non ho abbastanza forza per prendere il portatile e la tensione di dimenticarla per sempre non mi fa chiudere gli occhi poi li chiudo.

Allora mi infilo nel sottopasso lingotto e seguo tutte le indicazioni per il parcheggio lingotto e quando arrivo allo svincolo c'è l'indicatore luminoso con scritto COMPLETO e io dico merda e non giro e cecilia mi dice perché? perché non hai girato nel parcheggio? e io le dico che c'era scritto completo e lei dice ah.
Nicoletta da dietro dice che potevano comunque girare, mica ci sarà una grata o un cancello che ci avrebbe impedito di andare avanti e cecilia dice lascialo guidare, e nicoletta dice che secondo lei era meglio comunque seguire le indicazioni, che anche se il parcheggio fosse stato completo ci saremmo trovati nei pressi del lingotto e non ci saremo persi in torino che è un dedalo orrendo.
"Non preoccuparti nicoletta ora chiedo" dico e abbasso il finestrino e chiedo indicazioni e dopo mezz'oretta capisco che a) il lingotto non è esattamente un edificio stabile, ma la sua posizione varia notevolmente a seconda della persona a cui si chiede dove si trovi b) il lingotto è un edificio enorme con anche una base per elicotteri ma se sei lontano da lui più di dieci metri prende la forma di un normale lampione stradale è invisibile c) chi ha fatto le indicazioni per arrivare al lingotto per la fiera del libro le ha fatte di elementi commestibili e quindi dal secondo giorno in poi sono state mangiate da insetti e piccoli roditori non ne ho vista una che una d) il comune di torino tiene nei pressi del lingotto alcuni segnali stradali finti per spaventare i visitatori e mandarli via tipo un segnale stradale triangolare con un tram e sotto una scritta ATTENZIONE PER TRENTA METRI CONTROMANO che ancora adesso non so cosa volesse dire ma ho alzato l'autoradio e ho iniziato a suonare il clacson per trenta metri finché nicoletta mi ha detto di smettere f) eccetera
Dopo una seconda mezz'ora dico cazzo basta, mi ributto nel sottopasso lingotto e imbocco la strada con scritto parcheggio lingotto COMPLETO e faccio due curve e ci troviamo di fronte a una serie di parcheggi a pagamento completamente vuoti, centinaia di posti vuoti e cecilia dice ma perché cazzo hanno scritto completo, è mezz'ora che giriamo e qua ci sono centinaia di posti vuoti, perché hanno scritto completo e io le dico che la prima cosa che bisogna fare per entrare alla fiera del libro è quella di non credere a quello che si legge.

Okoto emerge dagli stand della fiera del libro con un hot dog in mano e una coca cola e dice oh ciao venerandi andiamo fuori che fumo, ho solo un attimo poi devo tornare a lavorare dall'editore, mi hanno regalato questa coca cola che non è male ma io non bevo mai la coca cola io bevo di solito la becks, perché nella becks ci mettono la caffeina e quindi niente venerandi cancella, non è la becks è la red bull che dentro ci mettono la caffeina anche se devo dire che tipo vai in auto bevi la tua red bull e dopo mezz'ora hai un down terribile cioé devi berne un'altra hai bisogno di un'altra red bull altrimenti sei nella merda stai malissimo ti viene un botto di sonno e allora tu capisci che hai bisogno di una seconda red bull e così via hai sempre più bisogno di red bull per stare su per stare sveglio e il casino è che la red bull mica te la regalano costa un pacco e allora mi hanno regalato questa coca cola e vado avanti a coca cola perché qua alla fiera del libro ti svegli alle sei del mattino e stai dritto fino alle 22 o anche alle 23 l'anno scorso era fisso alle 23 quest'anno due giorni fisso alle 22 poi esci e cosa fai alle 22 vai a mangiare ti fai una sigaretta e poi sei in para non puoi prendere sonno ti fai due chiacchere ti guardi due cose e si fanno le zerodue di notte e poi alle sei ti rialzi e torni in quest'incubo sono cinque giorni quanti sono non me lo ricordo sembra che non finisce mai venerandi; e continua okoto a parlare ininterrottamente okoto mentre beve la sua coca cola e mangia l'hot dog e io capisco che se si ferma e smette di parlare si addormenta in piedi, ha gli occhi distrutti dalla letteratura.

Il grosso vantaggio di pubblicare per una casa editrice che pubblica anche fumetti pornografici è che quando esco dallo stand della coniglio con il sacchetto pieno so cosa farò la sera in bagno.

Le polaroid sono francesca genti che mi dice che si è comprata un macintosh e io le chiedo va meglio e lei mi risponde che lei lo usa solo per scrivere quindi sai è più o meno la stessa cosa e io penso che la poesia in fondo attecchisce un po' dappertutto; lo stand di fernandel che mi sembra identico a quello di quattro anni fa, proprio gli stessi libri gli stessi standisti mi viene paura che siano lì da quattro anni che non li abbiano mai fatti uscire; io che vedo il libro di platania e mi viene una voglia fortissima di comperarlo ma so che l'ho già ordinato a genova e quindi spenderei il doppio rimango con il libro in mano; io che sto per andare dall'enorme pokermon giallo per chiedere di poter fare un intervista all'uomo che sta dentro al pokemon giallo tipo quanto guadagni, è un lavoro a termine, cosa ti rende felice, poi penso che è roba troppo aldo nove e lascio perdere; gli stand einaudi, mondadori, giunti, feltrinelli eccetera che mi rendo conto che non ha senso entrarci è come entrare in una libreria normale; io che alla coniglio vedo i ragazzini che prendono in mano l'amore è un cavolfiore ne leggono qualche riga e poi lo posano e ne prendono un altro e io non penso a niente in particolare; uno che mi dice sai che ieri melissa p. ha preso il tuo libro e io rispondo siamo uno a zero; il vocione di scarpa che echeggia e io non capisco da dove venga a un certo punto mi viene paura che sia la mia coscienza; io che dico 'suicidi' ma balbetto e la beltramini capisce 'suicidi sui cd' e dice grande titolo venerandi grande titolo ci facciamo un noir ambientato nel mondo dei dj e io le dico è-è una ca-ca-cazz-za-ta; una standista che mi dice tieni questo libro e me lo porge e io continuo a camminare e dico no grazie e lei dice ma tieni è un libro è gratis e io dico no davvero grazie e continuo a camminare e da dietro sento lei che dice che brutta cosa che la gente i libri manco li vuole se sono gratis e io penso ragazzi mio la cultura pesa; alla fiera del libro poi.

Giro tutti gli stand, giuro faccio il reticolo e li faccio tutti, dalla A alla Z per tutti i padiglioni, tutti gli stand, guardo tutti i libri e noto che il novanta e rotto per cento della narrativa si divide in due gruppi ovvero 1-narrativa di genere tipo il mistero dell'assassino del pendolo, a centinaia, roba noir, gialli, imitazioni di commissari, eccetera 2- romanzo d'autore peso, molto peso, dove per romanzo di autore si intende un romanzo finto einaudi dove l'autore mette per iscritto roba che dalla narrativa tracima pesantemente nella letteratura, case editrici che mai si sono viste prima propongono tutte in copia carbone il genere romanzo d'autore, titoli profondi, allusivi, hanno anche delle copertine simili. In fondo la narrativa è un genere come le ricette di cucina, i libri comici, i libri per bambini, alla fiera del libro giro per gli stand e cerco con gli occhi di classificare alla americana che genere ho sotto gli occhi e i libri lo sanno e si adattano. Mentre vedo la massa enorme di libri che riempie gli stand di nomi, di traduzioni, di editori penso che non c'è bisogno davvero che io scriva ancora della roba, c'è chi lo farebbe egregiamente al posto mio. E' pieno di libri nuovi in ogni momento.
Poi però passo davanti a quei nomi, alle copertine e mi rendo conto che io -come lettore- non leggerei la roba che vedo sulle bancarelle, che i libri sono una moltitudine ma che i miei occhi sono molto particolari.
Tipo alla fine mi stavo per prendere solo un manuale di openoffice 2 ma erano 45 euro, cazzo.

Posted by at 23:16 | Comments (1)

07.05.06

Fiera del Libro 2006 - Quasi un racconto!

di Giuseppe Iannozzi


Ogni anno, La Fiera del Libro a Torino. Ogni anno la solita promessa: questa volta no, e invece poi ci casco sempre attratto dall’odore della carta stampata più che dagli autori. E’ un po’ come con il tabagismo l’insana smania di recarsi alla fiera per incontrare una folla di disperati, di autori-attori pronti a tutto pur di farti credere d’avere fra le mani il Capolavoro non dell’anno ma dell’intero secolo. Uno spettacolo che in sé avrebbe del comico non fosse per il fatto che simili parti se le sparano, puntualmente, ogni anno un po’ tutti: e una due tre volte va pure bene, uno ci ride su, ma il troppo stroppia.

Credo che uno come me va alla Fiera del Libro per vedere che razza di mostri ci sono tra il fantasy e il thriller: l’ennesima ristampa di “Nessun dove" di Neil Gaiman per i tipi Fanucci e in “Bilico" di Paola Barbato per i tipi Rizzoli. Con fare stanco getto l’occhio su Gaiman: un libro che è una pietra miliare per i cultori del fantasy, ma quante ristampe e lifting ha già subito questo libro nel corso di soli sei anni? Ospitato almeno tre volte nelle collane Fanucci, dopo esser entrato a buon diritto nell’economica Tif, adesso ha un’altra copertina, una di quelle cartonate, pagine grandi, e costo ovviamente triplicato rispetto all’edizione economica. Neil Gaiman è un autore di quelli potenti, ma a tutto c’è un limite: ci sono libri che sono decenni che non vengono ristampati, ci sono possibili nuovi autori che non vengono cagati neanche di striscio, e però si continuano a ristampare in mille edizioni diverse sempre i soliti autori, e Gaiman è tra i “ristampati" preferiti. E accanto a Gaiman, Tiziano Scarpa con il suo “Batticuore fuorilegge": la collana che lo ospita è nuova, Collana atlantica, un nome non poco altisonante, poi apri il volume di Scarpa, te lo rigiri fra le mani, capisci che hai a che fare con un collage di interventi e di poesie, e lo rimetti al suo posto imprecando fra i denti, mezzo stordito ma anche divertito.
Non si può fumare, per fortuna: però la tentazione sarebbe quella di accendersi una sigaretta, di cacciarsi immediatamente in un punto relax e centellinare un caffè, e poi una sigaretta. Ci faccio su un pensiero, e mi dico di no: ho poco tempo, questa alla Fiera del Libro dev’essere una toccata e fuga, non ho tempo da perdere. Ecco che mi trovo di fronte a Paola Barbato: la apro, in bilico, su un piede – non avrei dovuto mettere proprio oggi gli stivali nuovi, ma alla fine l’ha avuta vinta il mio narcisismo e adesso ho male ai piedi e mi tocca stare in bilico ora sul piede destro ora sul sinistro. Sfoglio: sorrido. Improvviso una danza, una cosa su due piedi: leggo alcuni stralci, a muzzo, e mi dico che la scrittura è quella del solito thriller di cui non se ne può proprio più, come del resto di Dylan Dog che ormai da una lunga pezza ha fatto il suo tempo. Lascio il libro in bilico sull’alta pila che nessuno si fila, e scappo per inciampare: ma non cado. Lo stand Mondadori è il solito di tutti gli anni: senza sorpresa alcuna mi imbatto in “Il tornado della valle Scuropasso" di Tiziano Sclavi. Leggo la quarta di copertina, annoiato: “Una casa nel bosco e un uomo solo in quella casa. A scandire le sue giornate, l’ossessivo rito delle medicine, della "terapia" cui si affida per continuare a esistere, e poi rumori, schiocchi, cigolii, presenze... Le stanze di una isolata villetta a due piani, come quelle della psiche, sono abitate da esseri in transito, furtivi, misteriosi, dagli incerti attributi: benigni, neutri o, più plausibilmente, maligni? Il protagonista di questo romanzo cerca di resistere, si impone il rigore del ragionamento, passa al vaglio della razionalità ogni evento, ma pian piano si trova avviluppato nei lacerti della propria memoria vicina e lontana, nell’inquietante immobilità della provincia in cui vive (che è descritta da Sclavi con corrosivo sarcasmo), in un'ossessione circolare come un tornado..." Basta: per Dio!, basta. Non giudico dalla copertina, ma in certi casi sì: ho una valanga di amici strampalati che scrivono thriller ufologici, che sono iscritti a questa e a quella organizzazione, che leggono Michel Houellebecq trovando in “Lanzarote" e “La possibilità di un’isola" le tracce per una (im)possibile vita eterna, e che non contenti entrerebbero a far parte degli schierati di Scientology, ma non pubblicano se non volantini che poi appiccicano lungo via Po e via Roma, a tarda notte. Ripenso a quel thriller, “Bilico", mentre butto nel mucchio Sclavi: Dio li fa e poi li accoppia, e poi li divide, più o meno così è la storia trita e ritrita. Non c’è altro da sapere. Poco più in là ci stanno i libri di Valerio Massimo Manfredi: ha tutto uno scaffale dedicato, un po’ di spazio l’hanno riservato anche a Valerio Evangelisti, e in un angolo quasi c’è l’ultimo di Sandrone Dazieri. Mi sento come il migliore discepolo di Gesù, Giuda: ed è per questa ragione che fuggo via, a gambe levate, neanche avessi fra le gambe quel serpente tentatore del Diavolo. M’imbatto in Moni Ovadia: me lo ricordo nero come il carbone, oggi è bianco come un agnello, dunque è vero che il tempo passa per tutti. Che dice? “Aprite il libro a caso e leggete con calma. Capirete che cosa è questa luce d’amore che si sprigiona da quello che è il cuore profondo dell’Islam. Sentirete come l’amore di Dio si può raggiungere solo attraverso l’amore degli uomini, sentirete la pietas e la magnanimità che scorrono in queste pagine…" Apro “Il Mathnavi" del maestro sufi Jalal al Din, una pagina a caso, e giro il volume per vedere il prezzo di copertina di questo Islam bello e incantato e di amore tradotto da Gabriele Mandel: strabuzzo gli occhi. E m’accatto “Il vangelo di Giuda": una questione di tasche, e le mie non ce la fanno proprio a tirare fuori quasi cinquanta sacchi per le belle parole di Ovadia nonostante abbia la barba ormai tutta bianca. Meglio un bacio di Giuda, e così sia.
Finisco nella neonata collana 24/7 della Rizzoli: mi sento male, ho un capogiro, controllo d’avere gli occhiali da sole ben calcati sul naso. Non ho proprio voglia che qualcuno mi riconosca. Preoccupazione vana: non c’è un cane. Credevo d’essermi allontanato per sempre e invece il diavolo ci ha messo lo zampino, e devo aver fatto un giro in tondo ritornando in bilico: Wu Ming 5 mi guarda male, la copertina del libro, “Free Karma Food" ha un sapore a dir poco molto ma molto new age. Un brivido freddo mi corre lungo la schiena: gli incubi che ebbi con “Libera Baku ora" e “Havana Glam" sono ancora ben vivi nella mia mente. Dovrei andare in terapia per farmeli asportare chirurgicamente: ma non ne ho il coraggio. Ho una vertigine, e i piedi mi fanno un male cane: inciampo, quasi butto giù Giuseppe Genna con il suo “Dies Irae". Un volume mi cade proprio sui piedi: pianto un urlo, di dolore, lo stesso che deve aver provato il povero Giuda di fronte alla morte del suo amato maestro Gesù. Questo testo “eretico" si apre sulle ultime pagine: mi chino per raccoglierlo, e mi trovo faccia a faccia con la fotografia bluastra di Genna. Ballando leggo qualche stralcio di questa bibbia eretica: basta aprire a caso, non importa su che pagina, basta aprire a caso, perché ogni pagina è come se fosse il capitolo di un libro a sé, ogni pagina, ogni due pagine c’è un racconto, una riflessione. Si potrebbe tranquillamente iniziare a leggere il libro dall’ultima pagina. O a metà. O a caso. Ma che diceva Alessandro Piperno a proposito del “Dies Irae" sulle colonne Vanity Fair? “Forse è bene che lo dica subito, così ci togliamo il pensiero, a costo di essere preso per i fondelli per i prossimi dieci anni: credo che il libro di Genna sia un'opera importante con cui tutti quelli che fanno il mio mestiere dovranno prima o poi fare i conti. Un romanzo (romanzo?) di 800 pagine che questo pazzo sognava da anni ma che ha scritto in soli otto mesi. Una Summa italiana: esattamente quella che andavo predicando fosse impossibile realizzare. Il miracolo-Genna consiste nell’essere riuscito a rendere la nostra Storia allo stesso tempo sexy, elettrizzante, patetica, drammatica, divertente..." Se voleva che lo si prendesse per i fondelli per i prossimi dieci anni almeno – e non metto affatto in dubbio che fosse questo lo scopo ultimo di Alessandro Piperno -, allora c’è riuscito perfettamente; mi correggo, solo in parte. Così, caro Alessandro: no, non ti prenderemo per i fondelli, non per dieci anni, e nemmeno a Genna prenderemo per i fondelli... ma credi davvero che noi si sia così stupidi da impegnare dieci – dico dieci anni della nostra vita – a prendere per i fondelli te e/o Genna? Ma è già tanto se ti dedico dieci righe e dieci minuti: forse non te l’ha detto ancora nessuno, ma l’Universo non gira intorno a te, caro Alessandro. La sparata l’hai fatta, e non era né divertente né seria: non ti lascia niente in bocca. Tutto qui.
Ho bisogno di andare alla toilette per vedere come sono messi i miei piedi. Entro in una di queste toilette: il puzzo di piscio mi assale le nari, no, è quello del disinfettante, una signora con lo scopettone in mano sta lavando il pavimento. E’ curva sul suo lavoro: mi getta un’occhiata in tralice e faccio dietrofront. In un mormorio confuso le porgo le mie scuse, e tutto imbarazzato esco. La poverina sta sgobbando e io mi permetto di entrare come un cavallo zoppo senza alcun riguardo per il lavoro altrui. Posso aspettare. Così decido di fare un altro giro.
Vengo praticamente assalito: c’è chi vorrebbe vendermi un corso di scrittura creativa e chi invece un software per impaginare e pubblicare da me i miei libri, e c’è chi ancora mi porge l’invito a diventare fervente cattolico. Tiro fuori la mia arma, “Il vangelo di Giuda", senza dire una parola: qualcuno sbianca, più di un cencio, qualcuno mi mortifica con un “Dio abbia pietà di noi!". Ma quale pietà: mi arriva la notizia che George Clooney potrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti, dimettendosi così dal ruolo di sex symbol. Mi dico che non è possibile, che non si può essere così coglioni da pensare di affidare il Governo nelle mani di un altro attore. Ma gli Stati Uniti sono di gente strana che non sa in che parte del mondo si trova l’Iraq, pur facendogli la guerra, ma che sa tutto di Clooney, così tanto da ventilare l’ipotesi che forse un giorno sarà lui il nuovo presidente americano. Mi dovrei sentire completamente sconvolto, e lo sono: ma dura poco. In fondo, già Ronald Reagan fu attore e Presidente, e ai suoi tempi, quand’era giovane, pure Ronald avrà avuto le sue ammiratrici sfegatate. Fatta questa considerazione, mi sento meglio, chiaramente è un eufemismo. Madonna, la pop star, torna in sella: anche questa notizia mi coglie come un fulmine a ciel sereno. La ormai quarantasettenne Veronica Ciccone, in arte Madonna, dopo una caduta da cavallo che le procurò tre costole rotte e la frattura della clavicola e di una mano, è più in forma che mai: a vederla in video, parrebbe più vergine oggi di quando quasi ragazzina cantava “Like a Virgin". Sia come sia, quella donna fa invidia a tante colleghe anche più giovani di lei ma già con la cellulite addosso, e già consumate dai lifting. Sono finito – non si sa bene come – allo stand Feltrinelli, tra i libri per bambini: ho in mano “Pier de’ soldi" di Madonna. Mi dico che c’è di peggio per i bambini di oggi, ma non ci credo veramente: per fortuna non sono un bambino da un po’ di tempo, almeno per l’anagrafe, quindi...
Federico Moccia e la sua educazione sentimentale mi fanno dar di stomaco: è pieno lo stand di Moccia qua e Moccia là, e di Beppe Grillo. “Tre metri sopra il cielo", il proseguo “Ho voglia di te": ho il moccio al naso, e ho bisogno di un kleenex o di un tampax al limite, o finirò col mostrare le mie lacrime di dolore a tutti. Mi trovo però faccia a faccia con “Tutto il Grillo che conta" di Beppe Grillo. E’ troppo: i lavoratori dei punti Feltrinelli sono messi sotto torchio, e io dovrei comprare un libro scritto dal Grillo di turno per i tipi Feltrinelli? Mai. Moccia non lo considero neanche: vale meno di un harmony per quanto mi riguarda.
Non mi devo far del male, o meglio non devo permettere che mi facciano del male: all’orizzonte vedo una figura, qualcuno che potrei conoscere, e che sarebbe ben felice di attaccare bottone, per lamentarsi che gli ho stroncato il libro: mi rifugio là dove so non verrà di sicuro nessuno di importante a seccarmi. E così eccomi all’interno dello stand dei tipi Newton&Compton: bancali e bancali di libri, soprattutto autori classici. Non sono traduzioni che passeranno alla storia, ma se non altro tengono un prezzo popolare, adatto a un po’ tutte le tasche. Afferro il cofanetto di Federico Garcia Lorca, “Tutte le poesie": ne ho diverse edizioni, ma davanti a Garcia Lorca non resisto, tra l’altro per ogni poesia c’è l’originale in spagnolo a fronte. E di Adys Cupull e Froilán Gonzáles prendo la biografia che hanno scritto sul Che, “Ernesto Che Guevara".
Distrattamente passo davanti allo stand Einaudi: molto serioso e pochi libri in vetrina. Mi accomiato senza neanche avvicinarmi, tanto più che le standiste non mi sono parse affatto carine né disponibili a un qualsivoglia dialogo. Gironzolo, senza una meta a dire il vero: e mi trovo davanti a lo stand de “La Stampa": il giornale non lo compro quasi mai, ma ci sono titoli interessanti, in allegato, nella collana “Collezione d’autore, letteratura straniera": peccato abbia già tutti i titoli, in edizione Einaudi. Prendo insieme al giornale William Somerset Maugham, “Racconti dei Mari del Sud": a casa ne ho un’edizione, ma è un po’ rovinata. Bene, mi dico. Non ho mai letto niente di Coelho. E così che mi decido per un’edizione economica di Paulo, “Undici minuti", giusto perché è alla Fiera, e quel suo pizzetto pirandelliano fa quasi tenerezza pure a un duro come me.
Sono piuttosto annoiato: l’anno scorso, se non altro, una standista mi aveva cacciato in mano un articolo di giornale fotocopiato dove si parlava di Alessandro Piperno e di quanto fosse dotato. Quest’anno niente, nemmeno un volantino ciclostilato in proprio con una pubblicità qualsiasi, del “Dies Irae", per esempio, della recensione strappalacrime che Piperno ne ha fatto. Per curiosità vado a controllare la pila di libri: la pila è intonsa, non uno se l’è filato. Prevedibile. Ci sono due che sfogliano una copia di “Free Karma Food": credo di conoscerli. E porca miseria se li conosco! Lui è un po’ ingrassato, lei, Vale, invece è sempre impossibile: sembra un albero di natale per come è vestita, una anarchica con più tatuaggi che cervello, però è molto simpatica. Lui, Max, biascica come sempre: mi fa vedere la panza, mi dice che oramai di profilo è come guardare una pera con il picciolo in cima. Non gli posso dare torto: ha la pancetta tipica di chi beve troppa birra e fa una vita disordinata. Mi chiede se li vale i quindici sacchi Wu Ming 5: gli confesso le mie perplessità sulle prove precedenti, al che abbandona il volume, lasciandolo cadere malamente. Rischia di far cadere mezzo bancale con la sua grazia scimmiesca. Però me la rido sotto i baffi. Con Max è impossibile non farsi una birra, e difatti subito mi invita a sbevazzare: “’Sti libri fanno proprio cagare. E sai che è peggio? che ‘sti coglioni di sinistra non sanno scrivere." Vorrei ribattere, dirgli che non è proprio così, però mi limito a stringermi nelle spalle. “Dan Brown, quello sì. Ma porca miseria!, costa ‘na cifra. C’è un’edizione economica?" Gli sorrido: “Ce n’è stata una circa un anno fa, nei Miti Mondadori. E’ durata tempo due ore, e non scherzo, poi finita per sempre. Io comunque ne ho un paio di copie a casa, una me l’hanno regalata. Te la do per metà."
“Mi fai pagare, cacchio!"
“Mica te la presto. A te ti conosco: se mai me lo dovessi ridare indietro, sarebbe a dispense. Tu i libri li porti in trincea."
Scoppia a ridere, di gusto: “Ti do sette sacchi, subito, e non se ne parla più."
“Mi sta bene. Domani passo da te, e ti porto il tuo Codice da Vinci."
“Tu l’hai letto… certo che sì. Che cazzo te lo chiedo a fare…"
“Sì. Tutto d’un fiato. Perché adesso Brown sta sul cazzo al Vaticano: mi è diventato simpatico per questo. E per questo l’ho letto. Mi sono divertito, ecco."
Discutiamo, buttiamo giù una birra di troppo, e Vale comincia a ruttare di brutto, più di Max. Non parliamo di libri, solo di moto, di pistoni, di ingranaggi, e cose del genere.
Ci salutiamo alla sua maniera, ovvero con un paio di pacche sulle spalle, e la promessa che l’indomani gli avrei portato Dan Brown. I sette euri me li scuce subito, dopo la birra: “Prendeteli adesso. Domani non lo so mica se ce li avrò ancora…" E se la ride.
A questo punto me la dovrei battere senza pensarci su due volte: ma rimango. Il rischio che incontri qualcuno è molto alto. Ma il mio look dovrebbe reggere: ho la barba lunga, in maniera spropositata, assomiglio un po’ ad Allen Ginsberg negli anni Sessanta, e poi ho il capello più o meno lungo: l’anno passato ero rasato a zero e con la barba corta. Passo accanto a uno due tre che di sicuro mi conosco: però non mi riconoscono affatto. Tirano avanti, per la loro strada. Non ho voglia né di stringere mani né di darmi in pasto a chiacchiere sui libri. Mi accorgo di avere una borsa davvero ridicola: solo edizioni economiche, superpocket, e volantini pubblicitari. Non ci sono grandi novità, a dire il vero: e se ce n’erano, be’, io non me ne sono accorto. L’unica novità rilevante sono gli audiolibri per i non vedenti in formato mp3: mi chiedo se riusciranno a conquistarsi una larga fetta di mercato. Magari li ascolteranno anche i non-lettori, al posto di massacrarsi le orecchie con inutile musica metal o peggio ancora tecno. E’ una flebile speranza.
Passo avanti, augurando buona fortuna ai genovesi con la loro piccola casa editrice.
E passo davanti alle iene, quelle piccole case editrici che per cinquemila euri sono disposti a stampare anche le ricette di tua nonna, tranne poi tenere le copie stampate dentro i loro magazzini per poi mandarle al macero dopo un paio di anni, ma non prima d’averti fatto la proposta di comprare le copie invendute: a un paio di loro li mando a farsi in BIP in malo modo, uno mi afferra pure per una spalla. Mi volto verso questo tizio: non ho idea di chi sia, forse un simpatizzante o un amico di quelli che tengono lo stand, ma è basso, un nano in confronto a me. E’ rosso di rabbia, non per fede politica: mi biascica addosso non so cosa, lo mando a cagare, e finita lì. Non ci riprova più: la mia faccia, oggi più di ieri, fa paura e incute rispetto. Colpa anche dei novantacinque chili che ho addosso, e che si sono ben distribuiti dopo aver smesso di fumare.
Mi viene la tentazione di incontrare almeno un paio di scrittrici – che sono anche delle bloggers -, ma non ho sottomano il programma, e di girare a vuoto per il Lingotto non c’ho proprio testa: e poi magari le due se la sono già squagliata da un pezzo. Rinuncio, sicuro che tanto ci saranno altre occasioni.
Nonostante gli occhiali da sole, la luce artificiale del Lingotto mi dà fastidio: non ho mai amato granché né la luce del sole né quella artificiale: e la seconda, a maggior ragione, mi dà ancor più sui nervi di quella solare.
Cerco un paio di editori, giusto per. Niente. Non li trovo. I piedi mi fanno un male cane imprigionati come sono dentro gli stivali. Tra l’altro comincio a sentire caldo, e non serve a nulla che mi sfili di dosso il lungo impermeabile nero. Allento il nodo della cravatta, e mi fermo: sono tentato di togliermeli gli stivali, e proseguire a piedi scalzi.
Ho le visioni: dei frati, dei frati che ridono! Mi stropiccio gli occhi, ma niente, la visione non se ne va: comincio a temere che il mio cervello sia andato in pappa. E invece no: quelli sono proprio dei frati, o perlomeno sono vestiti come dei frati. Ma vengo distratto da due bionde mozzafiato che mi passano proprio accanto: parlano di Federico Moccia, manco fosse una rock star. Mi vengono subito antipatiche, cerco i frati, ma sono scomparsi: tiro un sospiro di mezza disperazione. Mi metto di nuovo l’impermeabile addosso, raccolgo il sacchetto di libri che avevo momentaneamente lasciato a terra, e faccio per tirar lungo, lontano.
Ho una visione di dolore: un uomo basso, coi capelli alla afro, il pizzetto nero, mi si para davanti e mi mostra le sue sante-maledette stigmate su mani e piedi. Addosso ha soltanto una stola, nient’altro. Per un momento smetto di respirare. Mi stropiccio gli occhi più e più volte. Li riapro. E’ ancora di fronte a me. Torno a stropicciarmi gli occhi. Niente da fare. La visione non se ne va. Ed allora me ne vado io e la abbandono a sé. Fuggo, non preso dal panico ma quasi. Carambolo contro un gruppetto di fan di Moccia: le ragazzine tirano urletti finti e innocenti. Continuo a carambolare e mi scontro con un fan, uno solo di Genna e Wu Ming, un tipo alto come le Torri Gemelle abbattute l’11 settembre, non meno brutto di Bin Laden, più perfido di Stalin, ma anche grasso e pelato come Homer Simpson. Per un momento temo che abbia la meglio su di me: ma, per Dio!, vengo tratto in salvo da una comitiva di cattolici cristiani che mi trascina con sé nascondendomi fra le sue fila.
Non so bene come ma sono all’aria aperta: i piedi sono tutto un dolore, però sono fuori, e il sole è alto, si fa per dire, perché c’è un sudario di nuvole che sembra esser stato strappato direttamente dall’Apocalisse secondo Giovanni. Zoppicando, con il bombo di “Moccia Moccia Moccia" di tuoni e di urla nelle orecchie, facendomi largo fra i tanti che entrano al Lingotto (e che non sanno a cosa stanno andando incontro), tirando un secco “no" a quanti vorrebbero rifilarmi l’ennesimo volantino pubblicitario, finalmente col fiato corto riesco ad arrivare al parcheggio. Solo una volta dentro la macchina traggo un sospiro di scampato pericolo, o quasi. Accendo l’autoradio, metto su Musica solo italiana, gli Stadio: “Se vuoi toccare col dito/ il cuore delle ultime nevi/ chiedi chi erano i Beatles/ chiedi chi erano i Beatles/ Chiedilo a una ragazza/ di quindici anni di età/ chiedi chi erano i Beatles/ lei ti risponderà/ La ragazzina bellina/ col suo sguardo garbato/ gli occhiali con la vocina/ chi erano mai questi Beatles/ lei ti risponderà/ Beatles non li conosco/ neanche il mondo conosco/ sì sì conosco Hiroshima/ ma del resto ne so molto poco/ ne so proprio poco/ ha detto mio padre l’Europa/ bruciava nel fuoco/ dobbiamo ancora imparare/ noi siamo nati ieri/ siamo nati ieri…"
Esco dal parcheggio, sgommo, imbocco la strada, vado a tavoletta, contromano: per Giuda!, non c’è un cane che mi venga addosso.
Mi sveglio fresco e riposato: sulla faccia ho ancora “Il vangelo di Giuda", che avevo usato per ripararmi gli occhi dalla luce. Mi alzo, metto su la moka, un caffè veloce, poi scendo a prendere il giornale: in prima pagina, “Scomparso King Lear: troppe donne gli saltano addosso…" I piedi mi fanno ancora male, molto: ho su gli stivali, non me li sono tolti neanche per dormire. E pensare che il mio solo desiderio vero era quello di disfarmene una volta a casa. Ma sono crollato prima che potessi liberarmene. Non importa, oramai. L’edicolante mi chiede se va tutto bene, gli faccio un cenno col capo: e gli chiedo degli allegati, che c’è di bello con le riviste e i quotidiani. E lui comincia a farmi l’elenco: gli sorrido felice come una pasqua. Entra una ragazzina – si fa per dire -, ha almeno vent’anni e uguali brufoli sulla faccia: “XL e la rivista ufficiale del Grande Fratello". Sentendo ciò, un pensiero mi trafigge il cervello: quella dei giovani è una generazione perduta, irrimediabilmente. Mi consolo: per fortuna che la trasmissione “Amici" condotta da Maria De Filippi ospita il Sig. Aldo Busi con la rubrica “Amici Libri". Da quando Aldo Busi ha cominciato a dare consigli di lettura, non ho dimenticato un solo suo consiglio. Fatelo anche voi, se vi volete un po’ di bene.

Posted by at 22:24 | Comments (20)

06.05.06

Giro d'Italia con vibrisse: La Fiera del Libro di Torino, anno 2003

di Bartolomeo Di Monaco

[tutte le tappe del Giro d'Italia] [tutte le "letture" di Bartolomeo Di Monaco]

Fiera_2003.jpg Sono stato alla Fiera del Libro di Torino una sola volta, nel 2003. Questo è il mio ricordo.
UN PELLEGRINO ALLA FIERA DEL LIBRO
Ora sono un po' più sereno, giacché ho adempiuto a quel precetto mai scritto che vuole che un lettore si rechi (come i musulmani alla Mecca) almeno una volta nella sua vita a visitare la Fiera del Libro. Pellegrino che ha diviso bisaccia e bordone e i trecentoventichilometri circa del viaggio con il fratello Mario e il figlio Stefano.

La cosa più bella che ho incontrato è stata naturalmente il mio libro La scampanata, che vedevo per la prima volta, creatura piccina piccina. Me ne hanno regalato una copia, che subito ho sfogliata: forme perfette e salute ottima, mi son detto, mentre voltavo le pagine e mi accorgevo della rilegatura morbida e resistente, di quelle destinate a sopravvivermi. Me lo son messo - prima che nella borsa - nella tasca della giacca. C'entrava a pennello, leggero e delicato come una piuma. Sei fatto per andare dovunque, amico mio, ho pensato, e mi sono immaginato torme di lettori che se lo tenevano tra le mani, nel fresco della montagna, sotto l'ombrellone in spiaggia, sul treno, nel negozio in attesa del prossimo cliente.

Vita lunga a te!

Quindi mi son messo a girare per gli stand. Quanti! Al centro dominavano i grandi, quieti e indifferenti come tanti pachidermi, e guardavano i poveri pellegrini, oranti con il libro in mano, dall'alto della loro onnipotenza. Nello stand di Mondadori, De Crescenzo aveva uno spazio tutto suo stracolmo, e il libro di Faletti era impilato qua e là con volute immaginifiche, cospicuo e superbo, come se fosse lui a sostenere la struttura, non solo della Mondadori, ma di tutta la Fiera.

Disseminati come il prezzemolo dappertutto, ecco i piccoli. Mi venivano incontro nomi di tutto rispetto che avevo conosciuti in fondo alla copertina di tanti bei libri. Tra loro, l'indifferenza verso il pubblico scemava per assumere i rossi pudori di una partecipazione interessata, che si accresceva nei piccolissimi, che si davano da fare intorno a balene e balenotteri, consapevoli e smarriti, ma trascinati da un entusiasmo creativo che mancava ai grandi, predatori degli spazi e degli orari più opportuni e prestigiosi.

Quanti pellegrini sulla rotta della Fiera! All'ora di pranzo, poiché tutti i salmi finiscono in gloria, gli snack bar erano strapieni, e s'incontravano mascelle masticanti dappertutto, giovani seduti sugli scalini o direttamente sull'acciottolato esterno. Qualche boccone veloce e via di nuovo lungo i corridoi degli stand.

A me non riusciva di star fermo da Marco Valerio, e - secondo il comandamento di silvio - me ne andavo in giro e ogni tanto mi sedevo nello Spazio degli autori, che cianciavano dei loro libri. A me non è toccato andarmi a sedere lassù, non era previsto. La pubblicità del mio romanzuccio era affidata a manifestini collocati in vari punti della Fiera, dove stava scritto che io mi trovavo allo stand a disposizione di chiunque.

Ho firmato qualche dedica ogni tanto, ma proprio mentre stavo ad ascoltare, seduto in quello Spazio ciarliero, uno scrittore, forse Andrea Salieri, mi son sentito battere sulla spalla. Era una delle addette allo stand del mio editore, la cortesissima Norma, che mi informava che una persona era là ad attendermi.

Janus. Era proprio lui!, che non ringrazierò mai abbastanza per avermi fatto questa graditissima visita. Ho conosciuto anche lui, finalmente, dalla capigliatura folta e la voce così gentile.
"Sei un autore indisciplinato" mi ha rimproverato subito. "E' la quarta volta che vengo qui per incontrarti."
Abbiamo chiacchierato piacevolmente.

Proprio a pochissima distanza stava lo stand di Sironi. Questa è la volta buona che conosco l'infaticabile Giulio Mozzi, mi son detto. Vado, chiedo. "E' stato qui fino a ieri" mi ha risposto una gentile signora. Scalogna nera. Mi chiedo se gli sarà capitato di vedere a pochi passi da lui il mio libriccino, che per arrivare alle dimensioni erculee del libro di Faletti se ne devono mettere insieme una ventina.

Stand L 50: Editore Salerno. Questa era una dritta datami dal solito onnisciente silvio. Qui mi sono davvero incantato. E' un editore tagliato su misura per Luca Tassinari (www.salernoeditrice.it ). Autori del passato fanno bella mostra di sé e non andresti mai via. Obnubilato da tanta bellezza, avevo gli occhi e le mani tremebonde. Non sarebbero bastate le poche ore a disposizione per fare la traversata di quel mare grande che è la letteratura italiana del passato; così mi sono impossessato del suo catalogo, che ho qui davanti a me e sarà una delle mie prossime avide letture.

Ma un colpo da novanta l'ho sparato anch'io, e proprio da Salerno. Stavo venendomene via con il catalogo tra le mani quando il mio sguardo si posa su: Umberto Fracchia, "Novelle e racconti". Non è possibile, mi dico, che si possa trovare ancora qualcosa di lui, dello scrittore lucchese di fine Ottocento, primi del Novecento, morto giovane, di quarantuno anni, fondatore di quella che fu la prestigiosa Fiera letteraria, che ha avuto tra i suoi direttori il dimenticatissimo Diego Fabbri e Manlio Cancogni - da una vita insediatosi in Versilia, divenuta la sua patria di adozione.

Il giovane commesso mi dice: "Guardi che su questi libri c'è un'offerta: tre al prezzo di 12 euro. Scelga pure un altro libro". Ne avevo preso tra le mani uno che riguardava le pasquinate, quando la Fortuna ancora mi carezza gli occhi: Ferdinand Gregorovius: Lucrezia Borgia. La scelta è subito fatta, la mano autonomamente raccoglie il volume e lo mette in borsa, insieme con gli altri due. Poi caccio i 12 euro, gongolante e col sorriso sulle labbra.

Nello stand del mio editore Marco Valerio trovo pure Guido Gozzano: Fiabe, e acquisto anche il libro di Ugo Mazzotta, che ho conosciuto e con il quale ho chiacchierato a lungo: “Commissariato di polizia La bella Napoli", che ha per protagonista il commissario Prisco. L'autore, napoletano, medico legale, mi ha confessato che il nome del commissario lo ha tratto dal paese dove sono nato e che lui conosce molto bene: San Prisco. Questo libro capita a fagiolo, giacché sto leggendo autori meridionali, e quindi ecco che lo metto tra le prossime mie letture.

Quando siam lì che chiacchieriamo del più e del meno, arriva Romeres, entusiasta, preciso ed infaticabile factotum della casa editrice, e dice a me e a Ugo che viene il fotografo per farci le foto. Nelle ore che abbiamo trascorse insieme ci ha spiegato anche perché i nostri libri sono piaciuti, soddisfacendo una umanissima nostra curiosità.

E dal fotografo, che scattava continuamente mentre noi parlavamo (qualche foto ce l'ha fatta mettendoci in posa!), è venuta la scoperta più lieta della giornata: ossia che la ragazza della foto del mio libro esiste veramente, è un'amica dello stesso fotografo, che me ne ha svelato il nome. La mia più incantata dedica della giornata l'ho riservata a lei. Ho fatto bene, son più che sicuro. E' la cosa più bella del libro, quella foto: è una persona viva, che non s'incontra quindi nella sola fantasia, ma anche per strada, potremmo.

Con una tale gioia nel cuore, quindi, ho lasciato Torino. Mio fratello, mio figlio e questo povero Cristo pellegrino della Fiera, abbiamo raccolto bisaccia e bordone e intrapreso il lungo cammino del ritorno.


Posted by Bartolomeo Di Monaco at 07:30 | Comments (7)

03.05.06

Disagio, partenza, & vibrisse aperto ai Lettori in Fiera

di giuliomozzi

Fiera del Libro, Torino 2005. Clicca sull'immaginetta per ingrandirlaNon so a che cosa siano dovute le difficoltà di lettura di vibrisse che ci sono state oggi, mercoledì 3 maggio. Sicuramente non è il vecchio problema con la "banda". Presumo che i ragazzi di Elios.net, sul cui server è ospitato vibrisse, stessero facendo la pulizie di primavera o qualcosa del genere (ieri c'è stato un furibondo attacco di spam, oggi non ne vedo in giro: magari stavano mettendo su dei filtri, o qualcosa del genere).
Io parto domani (giovedì 4 maggio), passo per la casa editrice, alle 18.30 sono da qualche parte a Milano a festeggiare Giuseppe Braga, a tarda sera arrivo a Torino. Da venerdì 5 a domenica 7 sono a Torino alla Fiera del Libro (se qualcuno vuol passare, sono nel padiglione 2, stand J146: dove c'è Sironi, ovviamente). Lunedì 8 scendo a Roma. La mattina del 9 c'è l'appuntamento fatidico con il possibile Editore del vibrisse-di-carta; la sera sono invece con Davide Bregola al Martelive. Poi, se sarò ancora vivo, m'incamminerò verso casa.
In occasione della Fiera del libro, ho pensato di fare un esperimento: cioè di aprire vibrisse, per qualche giorno, a chiunque voglia raccontare le proprie impressioni sulla Fiera stessa. Se volete sapere come funziona la cosa, continuate a leggere.

Dovete innanzitutto cliccare qui (aprendo però un'altra finestra, sennò vi perdete le istruzioni e buonanotte).

Dopo aver cliccato, nella casella "Username" scrivete: Lettore in Fiera.

Nella casella "Password" scrivete: Torino.

Cliccate sul tasto con su scritto: Log In.

Nella pagina che vi appare, cliccate dove c'è scritto: Create Entry.

La pagina che a quel punto vi si apre davanti, è la pagina per pubblicare in vibrisse.

A questo punto siete pronti. Vi chiedo di raccontare la Fiera del Libro così come l'avete vista; di dire le vostre impressioni; che cosa vi è piaciuto e che cosa no; quali stand avete visitati, e che cosa ve ne è parso; quali incontri avete seguiti, e che cosa ve ne è parso; eccetera eccetera.

Nella casella dove c'è scritto Title scrivete il titolo del vostro intervento.

Nella casella a fianco, dove c'è scritto Primary Category, selezionate: Fiera del Libro 2006.

Nella finestrella dove c'è scritto Entry Body scrivete le prime dieci-quindici righe del vostro intervento.

Vi raccomando di scrivere, nella prima riga: di Tizio Caio.

[Se avete un blog o un sito, potete anche fare questo. Dopo aver scritto di Tizio Caio, selezionate le parole di Tizio Caio, poi cliccate (sopra la finestrella dove state scrivendo, verso destra) sul tastino con il segno della catenella:
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Dentro la finestrella che si aprirà magicamente, scrivete l'indirizzo del vostro blog o sito. Poi cliccate sul tasto OK. Così sotto la vostra firma apparirà un rinvio al vostro sito.]

Nella finestrella sottostante, dove c'è scritto Entry Body, scrivete il séguito del vostro intervento.

Quando avete scritto tutto quello che volete, andate in fondo alla pagina e premete sul tasto Save.

Nel giro di un minuto la vostra pagina sarà pubblicata. Appariranno delle scritte varie, e non badàteci. Quando la pagina nella quale avete scritto riapparirà, sormontata dalla scritta Your entry has been saved, allora sarà tutto a posto. Chiudete Explorer o Firefox o Safari o Netscape o qualunque altra diavoleria adoperiate per navigare nel web, e andate a fare due passi.

Tutti i comandi che vi ho nominati, vi raccomando: fate come se non esistessero, che è meglio (a meno che non siate pratici del Movable Type, che è appunto il programma per scrivere in vibrisse).

La faccenda è attiva da questo istante. Naturalmente se qualcuno si approfitterà della cosa per pubblicare sciocchezze (non credo; ma per prudenza lo dico) provvederò (o provvederà qualcun altro degli autori di vibrisse) a cancellare l'intervento.

Posted by giuliomozzi at 23:55 | Comments (3)